domenica 29 aprile 2012

Chi sono i veri delinquenti?

Vorrei esprimere la mia solidarietà ai 12 ragazzi che ieri, durante la manifestazione contro l'allevamento di beagles di Green Hill (Montichiari - BS) - per chi non lo sapesse ricordo che si tratta di un allevamento di cani destinati alla vivisezione - sono riusciti a sfondare i capannoni e a liberare circa una trentina di cani, soprattutto cuccioli. Questi coraggiosi ragazzi purtroppo sono stati arrestati - qui la notizia (ma la trovate anche su tanti altri quotidiani) - con l'accusa di furto, violazione di domicilio, danni e forse anche rapina.
Ricordiamoci però che i veri delinquenti sono altri. I veri delinquenti sono quelli che costringono migliaia di animali ad una vita tra le sbarre nell'attesa di essere vivisezionati. I veri delinquenti sono quelli che dispensano prigionia, dolore, sofferenza psichica e infine morte. Purtroppo la legge è ancora dalla parte chi di sfrutta ed uccide migliaia di animali al giorno, ma è una legge sbagliata, perversa contro la quale bisogna lottare. 
Tutta la mia stima a questi ragazzi che assumendosi ogni rischio hanno aperto alcune gabbie ed hanno permesso che almeno venti cuccioli possano avere una vita degna di essere vissuta. Una vita libera e non alla mercè di aguzzini in camice bianco. 
Qui la galleria fotografica. Guardate questi cuccioli e ditemi se vorreste mai vedere il loro corpicino straziato dalle invasive pratiche della vivisezione o se non preferireste piuttosto vederli correre liberi e felici su un prato. A voi la scelta. 
Il mio plauso a tutti gli attivisti coraggiosi.

Qui altre foto dei cuccioli liberati.

venerdì 27 aprile 2012

L'illusione della differenza


Scandalo, polemiche, aspre critiche e decisa disapprovazione per la frase pronunciata di recente da un cuoco, Hugh Fearnley Whittingstall - famoso in Inghilterra perché conduttore di River Cottage, un programma televiso di cucina di gran successo - il quale avrebbe dichiarato: “non c’è nessuna differenza tra mangiare un cucciolo di cane ed una bella bistecca”. L’infelice frase ricorda l’episodio - anch’esso causa di aspre polemiche -  del nostrano programma La Prova del Cuoco in cui Beppe Bigazzi si azzardò a diffondere una ricetta per cucinare i gatti.
Il cuoco inglese, per replicare alle proteste degli animalisti, ha in seguito aggiunto: “Non ho nulla da obiettare - ha spiegato - a meno che gli animalisti siano contrari anche all’allevamento dei maiali. Non ci sono differenze tra un animale ed un altro. Si tratta di costruzioni artificiali create dalla nostra società che ci insegna che i cani sono animali di compagnia mentre i maiali vanno macellati. Per questo non ci vedo nulla di male in un allevamento di cani da macello a patto che siano di alto livello”.

Debbo ammettere a malincuore che questo discorso in effetti non fa una piega. Ovviamente la sottoscritta inorridisce al solo pensiero di un allevamento di cani da macello. Ma non è questo il punto. Il punto è che la sottoscritta inorridisce al solo pensiero di qualsiasi allevamento di animali, che siano destinati al macello o ad altro, essendo fortemente contraria a qualsiasi tipo di sfruttamento animale.
Quel su cui vorrei farvi riflettere è proprio questa diversa percezione e considerazione che la maggior parte di noi ha in merito alle diverse specie animali.
Che differenza c’è tra un cane ed un maiale? Nessuna. I maiali sono animali con una ricca vita emotiva, in grado di affezionarsi, di stabilire relazioni con l’uomo, di comprendere ciò che li circonda, di provare gioia e tristezza, dolore e piacere. Perché nessuno di voi mangerebbe un cane ed un gatto (almeno voglio sperare) mentre non ha nessuno scrupolo a comprare il prosciutto o la braciola di maiale? Condizionamento culturale, certo. Nella nostra cultura è considerato infatti “normale” mangiare alcune specie e riversare affetto e cure su altre. Ma se dunque è solo un’abitudine culturale, non vi viene mai da riflettere su quanto allora tutto il consumo di carne stesso sia solo abitudine, solo condizionamento culturale indotto - e rafforzato, reiterato - dal mercato?
Scandalizzarsi per la frase pronunciata dal cuoco inglese dovrebbe automaticamente portarvi a scandalizzarvi su ogni tipo di allevamento. Come mai non avviene questo collegamento? Non ci riflettete abbastanza, forse?
Che differenza c’è tra un cucciolo di cane ed uno di agnello o il maialino? Che differenza c’è tra un gatto ed un coniglio? Nessuna.
Dunque, il cuoco inglese ha perfettamente ragione: “Non ci sono differenze tra un animale ed un altro. Si tratta di costruzioni artificiali create dalla nostra società che ci insegna che i cani sono animali di compagnia mentre i maiali vanno macellati”.
Costruzioni artificiali, che come tali, andrebbero smontate, messe a nudo, analizzate.
Se riteniamo che mangiare cani sia una pratica barbara, mostruosa, incivile, allora allo stesso modo dovremmo considerare altrettanto mangiare tutti gli altri animali.
Mi torna in mente un episodio: ero al cinema con amici a vedere un film horror, Drag me to Hell, di Sam Raimi: ad un certo punto si vede una scena (ovviamente di finzione) in cui, per scongiurare una maledizione, si deve uccidere un gatto. La scena a me ha dato fastidio, anche se finta, anche se nel contesto di un film horror e così me ne sono lamentata con la mia amica seduta accanto a me, la quale, prontamente, mi risponde: “hai ragione, potevano uccidere un pollo, almeno il pollo si mangia”.
Il pollo si mangia. Quel “si”, da dove viene? Chi lo dice? Dov’è scritto? Quale segreta imposizione inscritta nel nostro dna o necessità naturale ci dice che il “pollo” - così come il maiale, il vitello, il pesce ecc. - “si mangia”?
Nessuna. La verità è che nessuno ci obbliga a mangiare animali. Solo il nostro condizionamento culturale. Ma la cultura non è un dogma granitico immodificabile. La cultura siamo noi. Facciamola noi dunque la cultura, non limitiamoci a subirla.
Se culturalmente oggi riteniamo barbaro allevare cani per mangiarli, riflettiamo su quanto sia barbaro allevare anche tutte le altre specie.
Gli animali sono esseri viventi senzienti. Rispettiamo la loro natura, che non è quella di finire nel piatto perché “qualcuno” ha stabilito che “si mangiano”.

martedì 24 aprile 2012

Maternity Blues di Fabrizio Cattani

Ci tengo particolarmente a segnalare questo film - di cui ho scritto la recensione per MENTinFUGA - perché ha il coraggio di portare sullo schermo il "lato oscuro" della maternità. 
Quattro donne, quattro caratteri e vissuti diversi, si trovano a condividere il peso di una colpa terribile: quella di aver ucciso i propri figli. "Colpevoli innocenti", così le definiscono gli autori (la sceneggiatura è tratta da un testo teatrale, "From Medea" di Grazia Varesani, anche co-sceneggiatrice) artefici di un crimine terribile e al tempo stesso vittime di quella grave patologia che è la depressione post partum, spesso sottovalutata, quando addirittura non riconosciuta, a causa delle forti aspettative e stereotipi sociali che vorrebbero intendere la maternità come un momento sempre appagante e felice.
L'argomento è forte, ma Cattani è riuscito a realizzare un'opera toccante e delicata in cui, sospeso ogni giudizio, ogni tentazione di cedere alla faciloneria e superficialità di un'opinione comune che frettolosamente addita queste donne come "mostri", si sforza di indirizzare con discrezione la macchina da presa sulla routine di questi personaggi, soffermandosi sui loro dialoghi, sui loro, scarni, tentativi di comunicare e di raccontarsi, provocando così a poco a poco nello spettatore il sentimento della compassione, quel sentimento che nasce quando si smette di giudicare e si cerca di iniziare a comprendere.
Altri particolari ed un'analisi un pochino più accurata potrete leggerla dunque qui.

lunedì 23 aprile 2012

Buone Notizie dal Fronte Animalista

Sembra che per il momento il Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, abbia deciso di bloccare il piano di "abbattimento" dei cervi del Cansiglio, almeno questo è quanto riporta Il Corriere delle Alpi (qui).
Ringrazio Tamara di Belluno per avermi informata via email di questa bella notizia.
Che dire? A volte protestare serve!!! 

(E, mentre ringrazio calorosamente Zanoni per il suo impegno e Zaia per averci ascoltato, invio una sonora pernacchia agli allevatori e cacciatori che contestano il blocco del "piano abbattimento").

venerdì 20 aprile 2012

Chi avrebbe il coraggio di sparare a Bambi?

 
Nessuno, direste voi. E invece no.
Riporto (letteralmente tramite copia-incolla) la notizia dal sito dell'europarlamentare Andrea Zanoni, uno dei pochi politici del nostro paese ad avere veramente a cuore il destino dei nostri fratelli animali, lodevole per aver messo in atto numerose iniziative in loro favore (tra cui il recente impegno per cercare di fermare la strage dei randagi in Ucraina).

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Sarà una macelleria a cielo aperto. Una vera e propria mattanza legalizzata all’interno di una foresta demaniale, dove da sempre è vietata la caccia. Non ci sono altre parole per descrivere il piano di abbattimento dei cervi nel Cansiglio approvato da Veneto Agricoltura, le Province di Treviso e Belluno, le Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia, il Corpo Forestale e l'Istituto Zooprofilattico delle Venezie. Una strage legalizzata che vedrà versato il sangue di innocenti creature solo per compiacere il divertimento dei cacciatori della zona e gli interessi dei ristoratori della zona, accomunati dalla stessa bieca e spietata ingordigia.
Le doppiette non risparmieranno nemmeno le tante mamme cerve gravide che in questa stagione corrono felici con il proprio cucciolo nel grembo. Con un solo proiettile si faranno due vittime. Una scena che solo ad immaginarla fa male, e che purtroppo a breve si concretizzerà davanti ai nostri occhi. Paradosso dei paradossi, a macchiarsi le mani di sangue saranno proprio le Guardie venatorie e il Corpo Forestale dello Stato, ridotte a ciniche esecutrici di un omicidio di massa deciso dalle autorità locali compiacenti con cacciatori e ristoratori. Ancora una volta il profitto rischia di prevalere sulla vita di tanti poveri animali.

Ieri gli uccelli e i lupi, oggi i cervi. Con le scuse più ridicole, la caccia a tutti questi animali viene indetta sempre più spesso da amministrazioni locali che non vedono l'ora di fare un regalo agli amici cacciatori, ristoratori o impagliatori. D'altronde questi votano, gli animali no. Oggi  Veneto Agricoltura dice che i cervi in Cansiglio sono in soprannumero. Bene, che forniscano dati precisi sul numero dei cervi di modo che, qualora la sovrappopolazione fosse davvero verificata, si possa avere il tempo di provvedere al loro spostamento in altre zone e parchi protetti dove sono invece scarsamente presenti. In attesa di dati precisi, non si può che dubitare dell'affermazione di Veneto Agricoltura così generica e dettata chissà da quali interessi.

In Europa, invece, aree come il Cansiglio e la loro fauna sono protette da apposite normative come
la Direttiva UE Habitat 92/43/CEE, che definisce proprio il Cansiglio come un Sito di Importanza Comunitaria. Ed è proprio per questo che sto preparando un'interrogazione parlamentare alla Commissione europea per chiedere un intervento fermo in difesa dei cervi finiti del mirino dei cacciatori. Dispiace solamente che per difendere i cervi italiani, così come mi è successo negli ultimi mesi, siamo costretti a guardare a Bruxelles, ad appellarci alla legislazione europea come se in Italia fossimo incapaci di far rispettare le tutele più elementari. D'altronde i frequenti scandali sulla caccia in deroga in Veneto e Lombardia e i numerosi scempi ambientali che vengono commessi con il bene placido delle autorità italiane non testimoniano altro che questa incapacità, o, peggio ancora, la colpevole consapevolezza di chi è pronto a sacrificare ambiente e animali per altri interessi meno nobili.

Eccoci oggi allora a denunciare l'ennesima strage che si sta per compiere sotto ai nostri occhi in un'area protetta come il Cansiglio, una mattanza che sto cercando in tutti i modi di fermare. Ho recentemente scritto ai ministri Clini, Catania e al Capo del Corpo Forestale dello Stato per denunciare la strage della quale le autorità locali stanno per diventare complici consenzienti. Mi auguro che la loro risposta sia più veloce degli spari delle doppiette di chi non vede l'ora di abbattere i cervi del Cansiglio.

(Andrea Zanoni)
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L'Onorevole (è il caso di dire, davvero onorevole) Andrea Zanoni ha già inviato quindi diverse lettere ai vari responsabili per chiedere di fermare questa strage (trovate tutte le informazioni qui), ma anche noi singoli cittadini possiamo fare la nostra parte, ad esempio inviando una semplice lettera già predisposta (quindi, bando alle ciance, nessuna scusa che non avete tempo o che non sapete cosa scrivere ecc., il tutto vi porterà via tre secondi al massimo) che potete trovare sul sito dell' OIPA.

Immagino che molti di voi saranno persone sfiduciate che hanno scarsa o zero fiducia nel successo di iniziative quali petizioni, presidi, manifestazioni ecc.; ci sono però casi e casi. Se è vero, ad esempio, che nessuna petizione potrebbe mai fermare la tragedia dello sfruttamento animale, almeno fino a quando non sarà accompagnata da un'azione politica globale ferma e decisa, è anche vero però che nel caso di provvedimenti locali quali quelli presi dalle singole regioni (è il caso di questa mattanza dei cervi autorizzata dalle regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia) o province (in questo caso Treviso e Belluno) invece si può fare molto, sollecitando i diretti interessati a fare retromarcia.
Insomma, questa lettera inviatela e cercate di diffondere il più possibile questa iniziativa. 
Grazie! 
E buon fine settimana. :-)

P.S.: ringrazio Maura, curatrice del blog Il Gatto Parlante, per il suo impegno nell'essere sempre in prima linea a diffondere iniziative, come questa, volte a tutelare i nostri amici animali.

martedì 17 aprile 2012

Inquietanti echi nazistoidi nella letteratura antispecista, secondo Il Corriere della Sera!


Un articolo come questo scritto da Anna Meldolesi e pubblicato ieri su Il Corriere della Sera dovrebbe farmi profondamente arrabbiare e invece più lo leggo e più lo trovo quasi gratificante nella sua prevedibilità. Il ricorso ai soliti luoghi comuni, come da manuale oserei dire, ci sono tutti. In un certo senso mi conforta sapere che i detrattori degli animalisti debbano ricorrere sempre al solito giochetto sleale e tendenzioso di estrapolare frasi e dichiarazioni da un contesto assai più complesso per poter condurre la tesi volta a dimostrare quanto essi - gli animalisti - siano integralisti, svampiti, matti da legare, sostanzialmente irragionevoli estremisti; mi conforta ritrovare in ogni attacco ai vegetariani/vegani che si rispetti il solito ricorso al nome di Hitler ed il solito allusivo accostamento al Nazismo; mi conforta infine la ciliegina sulla torta dello strategemma retorico, ormai sempre più in voga, secondo il quale noi animalisti saremmo pronti a commuoverci per un cucciolo, ma resteremmo completamente indifferenti di fronte ad un barcone di immigrati alla deriva (ma che cinici! Ma che cattivoni!);  mi consola - ma veramente! - mi consola e mi conforta vedere sempre riportato quel famoso concetto espresso da Peter Singer secondo cui uno scimpanzé meriterebbe di vivere più di un neonato (quando in realtà faceva parte di un discorso assai più ampio teso a dimostrare quanto - a voler considerare la specie umana la sola meritevole del diritto alla vita per il sol fatto che dimostrerebbe di possedere un numero di interessi maggiore rispetto alle altre - il primate allora, vantando certamente un numero di interessi maggiore rispetto ad un neonato - non essendo in quest’ultimo le capacità intellettive ancora pienamente giunte a compimento - dovrebbe essere più degno di vivere; appare quindi ovvio che il paragone di Singer non ha il fine di legittimare l’uccisione dei neonati (come invece la Meldolesi sembra pensare), bensì, al contrario, quello di far riflettere sull’iniquità dello sfruttamento di tanti esseri senzienti, gli animali, molti dei quali con capacità intellettive persino superiori a quelle di un neonato o di un cerebroleso. Il noto testo di Singer si intitola infatti “Liberazione Animale” e non “A Morte i Neonati ed i Cerebrolesi”!); continuare a vedere come si continui a riportare in maniera tendenziosa (perché non voglio davvero credere che invece si tratti di incapacità di comprensione del testo) quel paragone di Singer, così come altre frasi estrapolate da vari testi antispecisti, sì, mi conforta. Credetemi, è per me fonte di grande conforto e soddisfazione. E sapete perché? Perché se davvero gli argomenti più forti - e che vorrebbero essere più efficaci - usati dai detrattori degli animalisti sono sempre e solo questi, allora significa che davvero questi signori non sanno più cosa inventarsi e che la loro debolezza argomentativa è tale da rendersi ogni volta necessario il dover ridicolizzare e depotenziare il dibattito con il ricorso ai vari espedienti dialettici; tra cui, il più noto, come abbiamo visto, è quello di estrapolare una frase da un contesto ed assumerla a manifesto del pensiero unico di ogni animalista, cosa che sappiamo non essere affatto vera, avendo, fortunatamente, ogni animalista la propria testa, seppure condividendo lo stesso obiettivo della fine dello sfruttamento degli animali; e del resto la Meldolesi stessa lo conferma, dichiarandosi, a fine articolo, ella stessa vegetariana, eppure prendendo in qualche modo le distanze da altri vegetariani, soprattutto da coloro che, secondo lei, sarebbero integralisti. 
Resta da capire, per la verità, cosa significhi essere vegetariano integralista e se sia possibile, al limite, esserlo solo a metà, o di tanto in tanto, ma tant’è.
Unico punto sul quale forse l’articolo della Meldolesi merita la mia  attenzione è quello in cui afferma che tra carnivori e vegetariani in libreria “il match non si disputa proprio”.  A parte che è di recente pubblicazione il saggio di DacremaMangio, Fumo e Bevo molta Carne” (ne ho parlato qui), ma come si può non tener conto del fatto che la cultura specista che ci pervade in cui il consumo di carne è ritenuto “normale” - in quanto è pur sempre la maggioranza che decreta la “norma” - è comunque presente in tutta la letteratura mondiale di tutti i tempi? Che bisogno avrebbero i carnivori di scrivere saggi o romanzi in difesa della loro (deprecabile!) abitudine di mangiare carne quando è considerato legittimo e “normale” farlo? In genere sono le minoranze che sentono la necessità di mettere nero su bianco le loro istanze e richieste di riconoscimento (come facciamo noi animalisti per chiedere ed ottenere il diritto alla vita di tutti gli animali non umani), e non il contrario. Perché mai dovrebbe avvenire il contrario?
Cara Meldolesi, ovunque Lei si giri potrà notare il trionfo dello sfruttamento degli animali. Ovunque Lei avrà il buon cuore di posare gli occhi - nei supermercati, nelle vetrine dei negozi di abbigliamento e calzature, nelle varie manifestazioni che la “tradizione” continua ad “onorare” (palii, corride, mattanze in occasione di riti e festività religiose, corse di cavalli ecc.), nelle pelliccerie e concerie, nei ristoranti, nei fogliettini in cui si elencano le avvertenze per prendere i medecinali, nei mercati all’aperto, nelle piazze, nei negozi che espongono e vendono animali vivi al pari di oggetti, negli stabulari in cui si pratica la vivisezione, nei mattatoi, nelle pescherie, nei circhi e negli zoo - ovunque intorno a Lei, ovunque Lei si giri ed abbia il coraggio di far cadere quel maledetto velo ottundente dell’abitudine vedrà che si stende un gigantesco Lager, un Lager di proporzioni infinite in cui migliaia di esseri senzienti vengono tenuti ed uccisi nel peggiore dei modi. Che bisogno hanno i carnivori di trovare in libreria saggi e romanzi che siano dalla loro parte, quando tutta la follia del mondo è già dalla loro parte?
Continui pure, cara Meldolesi, ad accostare gli animalisti ai Nazisti, ma lo faccia in maniera corretta la prossima volta: dentro ai Lager ci sono proprio tutti quegli animali che vorremmo salvare e non siamo certo noi gli aguzzini che ce li hanno messi.

sabato 14 aprile 2012

Donne che lottano per la propria realizzazione: intervista a Rita Charbonnier

Del talento di Rita Charbonnier e del suo ultimo lavoro, Le Due Vite di Elsa, avevo già parlato qui
Questa volta invece ho avuto il piacere di intervistarla per la rivista MENTinFUGA e, nel rilevare un tema comune nella sua trilogia di romanzi storici - personaggi femminili che lottano per esprimersi e per far emergere le proprie potenzialità - parliamo della difficoltà e delle paure del diventare pienamente se stessi.
L'intervista si può leggere qui

mercoledì 11 aprile 2012

Il Muro


S. - ... oppure si potrebbe andare a mangiare alla Steak House, fanno una carne buonissima...

Io - ah, no, per carità, io non mangio la carne.

S. - ah, vabbè, mica ti devi prendere la carne per forza, fanno anche il pollo...

Io - (strabuzzo gli occhi, convinta di aver capito male) - prego?

S. - dicevo, fanno anche il pollo o altro, mica devi prendere la carne per forza...

Io - (non è possibile, non starà dicendo sul serio) no, forse non hai capito, io non mangio carne, non mangio gli animali.

S. - ahhh... beh... ora ho capito, non mangi gli animali, ma il pollo sì dai...

Io - (sempre più incredula, sbigottita, incapace di credere che davvero possa esserci qualcuno che dica una cosa del genere sul serio) - scusa, il pollo non è un animale secondo te?

S. - sì, vabbè, ma è un animale talmente stupido, in pratica nasce apposta per quello...

Mi assale una rabbia improvvisa perché istintivamente mi vengono in mente quelle scene raccapriccianti tratte dal video che alcuni animalisti attivisti sono riusciti a girare all’interno del lager... pardon, allevamento, anzi, sarebbe proprio corretto dire lager-allevamento - tanto cosa cambia, che differenza c’è, non si tratta in fondo della stessa cosa? - della famiglia Bruzzese: quelle sette file di gabbie disposte l’una sull’altra per sette altrettante file; gabbie, gabbiette, spazi esigui in cui all’interno di ognuna vengono stipate a forza sette o otto galline, talmente strette le une alle altre da non poter sbattere le ali, da non poter nemmeno girarsi, ammalate a causa dello stress dato dalle condizioni innaturali in cui vivono, perennemente esposte alla luce artificiale, con il becco reciso per evitare che - sempre a causa dello stress - si cannibalizzino a vicenda, con le unghie lunghissime e ritorte a causa dell’immobilità, piene di tumori, di prolassi, di ferite, con quegli sguardi allucinati che - ad averci il coraggio di guardarci dentro - testimonierebbero niente di più e niente di meno che la loro vita di orrore e di inferno quotidiani. Questo a me fa venire in mente la parola “pollo”, e so che è la verità. E allora mi verrebbe da alzarmi e cominciare ad inveire contro il tizio e dirgli che se c’è uno davvero talmente stupido quello è lui, stupido, idiota e ignorante, e mi verrebbe da sbraitare e da mollargli un pugno secco ed improvviso sulla faccia, su quella sua faccia da stupido, un pugno da lasciarlo lì, incapace di proferire altro... e invece mi controllo e dico...

Io - sai, tralasciando la questione della stupidità o meno - e perché in fondo allora troppa gente meriterebbe di finire sullo spiedo, se dovesse dipendere unicamente dal grado di intelligenza che possiede - non credo che nessun animale al mondo nasca con lo scopo di finire sui nostri piatti... ognuno nasce infatti con il solo ed unico scopo di vivere, con nessunissimo altro scopo che quello di vivere in pace la propria vita.

S. - eh vabbè, lo so, ma purtroppo è la legge della natura, che ci possiamo fare se siamo fatti così, il pesce grande mangia quello piccolo, gli animali si mangiano tra loro e noi ce magnamo er pollo e l’abbacchietto...

E continua con il solito discorso che avrò sentito ormai non so più quante volte, il solito discorso idiota della legge di natura e dell’uomo che sarebbe carnivoro, anzi onnivoro, poi però si sarebbe abituato ad essere carnivoro, e che tanto alla fine dobbiamo tutti morire, quindi... cosa importa come? Ah, se solo sapesse quanto questo suo discorso - che a lui deve sembrargli senz’altro come un discorso fighissimo, contenente perle di una certa saggezza ed anche originale - sia in realtà la ripetizione coatta di banalissimi luoghi comuni indotti da una becera cultura di massa... ma non credo che un simile pensiero lo possa anche soltanto sfiorare, anzi, ad ogni risposta che dà sembra quasi farsi sempre più grande e sicuro delle proprie non-idee.

Io - (perdo un po’ il controllo e so che non dovrei perché questo tizio sta dicendo delle emerite cazzate, il fatto è che le immagini degli animali nei macelli arrivano come a frotte, e mi colpiscono nel profondo e mi rendono emotivamente fragile, sebbene lucidamente e consapevolmente più forte delle mie idee ) - ma che cazzo stai dicendo? Stai dicendo una serie di idiozie, stupidaggini, luoghi comuni, inesattezze una dietro l’altra: prima cosa l’uomo non vive più nello stato di natura da secoli ormai, anzi, probabilmente nel momento esatto in cui ha iniziato a comunicare e a lasciare i primi graffiti sui muri - modificando l’habitat in cui si trovava -  si può dire che abbia iniziato ad uscirne; seconda cosa non tutte le specie animali sono carnivore, tra cui noi, questo significa che non è affatto naturale dover allevare ed uccidere animali per vivere; ed inoltre, terza cosa, ti sembra che sia una buona cosa far soffrire così migliaia di esseri senzienti? E per finire: a parte che il “come morire” importa eccome perché se avessimo la possibilità di scegliere non credo proprio che qualcuno di noi sceglierebbe di morire ucciso da qualcun altro, sceglierebbe piuttosto di morire di morte naturale, magari nel sonno, senza soffrire, ma comunque, e questo forse ti sfugge, la cosa più importante alla fine non è nemmeno tanto come morire, ma COME VIVERE. E di certo non mi puoi dire che gli animali sfruttati dall’uomo vivano bene; ed anche a volersi appellare al diritto del più forte - che non è un diritto casomai, ma un sopruso - in natura le prede hanno sempre una possibilità di scampo, di salvezza, mentre l’uomo costringe migliaia di esseri indifesi ad una non-vita, ad una condizione di sfruttamento ed abuso del tutto innaturale. E tutto questo con la natura, a ben guardare, non c’entra proprio un emerito cazzo.

Cerco di non fare discorsi troppo lunghi o complessi e di certo non mi posso mettere a parlare delle ultime teorie sull’antispecismo o dei tal studi fatti sulle diverse intelligenze animali e di come infatti sia più appropriato parlare di diverse intelligenze e non di un’unica - ossia la nostra come superiore ed irraggiungibile ed usata come unico parametro -  vista la diversità evolutiva delle diverse specie, consapevole della scarsa preparazione del mio interlocutore e dello scarso livello della discussione in cui, mio malgrado, siamo scesi... e non si tratta, credetemi, di fare la snob o meno, ma semplicemente di essere obiettivi e di cercare la maniera migliore per  comunicare in maniera chiara e comprensibile.

S. - sì, certo, per carità, hai ragione, ma siamo fatti così, è la natura, l’uomo è più forte, più intelligente, più organizzato, più evoluto e costruisce gli allevamenti, se le galline fossero state più intelligenti di noi sarebbero state loro ad allevarci a noi, tanto di qualcosa si deve pur morire...

Io - ma come, ti ho appena spiegato che l’essere umano si è evoluto oltre lo stato di natura, e del resto ha imparato benissimo a controllare i propri istinti e le proprie pulsioni, altrimenti, se così non fosse, tu adesso usciresti a stupreresti la prima donna che passa... invece ragioni, pensi, scegli, hai la capacità di elaborare un pensiero e di compiere una scelta... non è una necessità biologica allevare, uccidere e mangiare gli animali...

S. - ma io la carne nemmeno la mangio mai, mangio giusto il pollo...

Io - ah, ma insisti con la storia che il pollo non è carne... ma come puoi anche solo pensare di affermare una cosa simile? (Non posso credere che davvero ci sia gente convinta di simili assurdità, certi discorsi sono oltre la mia portata di immaginazione, nemmeno nei miei incubi peggiori avrei potuto immaginare di star davvero conducendo una discussione del genere, fondata su simili presupposti... eppure faccio appello a tutte le mie capacità di sintesi e di chiarezza e do fondo a tutta la mia scorta di pazienza e continuo a spiegare che si sbaglia) - Gli animali, tutti, non sono affatto come tu te li immagini, hanno percezioni, cognizioni, emozioni, sentimenti ed una precisa, incontestabile volontà, quella di vivere liberi in natura, nel loro habitat, quella di vivere... di vivere e non di essere usati e sfruttati da noi per finire sui nostri piatti.

S. - ah, ma tanto non si rendono nemmeno conto di dove stanno, non soffrono come noi, nascono nelle gabbie e pensano che la loro vita sia quella, pensano che sia quello il loro ambiente naturale... nascono e muoiono lì, vengono fatti nascere apposta così, altrimenti nemmeno sarebbero nati...

Io - (più che mai sconsolata) ... e sarebbe stato meglio!

S. -  e vabbè, ma noi qualcosa dovremo pur mangiare... già non basta il cibo per tutti...

Io - (replico ormai senza alcuna convinzione, più per una strana forza di inerzia che non per la volontà di portare ancora avanti questo surreale dialogo) - eh, appunto, se tutti i terreni che oggi vengono coltivati a cereali per ingrassare gli animali venissero invece coltivati per quei cereali destinati direttamenti alle persone, stai pur sicuro che ci sarebbe cibo per tutti...

S. - Sì, sì, questo è vero, purtroppo l’uomo è fatto così, è avido, è la natura... tanto tutti dobbiamo morire...

Io - eh già (in questo momento ad esempio io mi sento morta, morta dentro...)

Niente, è un corto circuito, non se ne esce, non si riesce ad inquadrare la questione da una prospettiva  più ampia in cui sia possibile mostrargli una piccola falla nel suo ragionamento, anche una minuscola crepa attraverso la quale egli possa sbirciare e scoprire che c’è una maniera diversa di pensare le cose; mi rendo conto che ogni cosa che io dico finisce per rimbalzare contro un muro... e capisco anche che questo muro è meno fittizio di quanto si possa comunemente credere: è il muro che separa irrimediabilmente alcuni individui dagli altri, è il muro del fallimento di ogni tentativo di comunicazione, è il muro che rende, in alcuni contesti ed in determinati momenti, ogni mio sentire così diverso da quello di qualsiasi altro; è il muro dell’indifferenza e dell’opacità dello sguardo incapace di attraversare la dura scorza dei luoghi comuni e della cultura diffusa dalla propaganda mediatica; è il muro della rassegnazione cinica  - non quella dell’urlo nichilista che contiene comunque in sé il frutto di una constatazione e di uno sguardo individuale sulla realtà, di uno sguardo che comunque l'ha colta questa realtà e la rifiuta - ma quella dell’incapacità di riuscire anche solo ad ergersi oltre lo strato passivo delle proprie indiscutibili ed irrevocabili abitudini.
Cambiare il mondo, forse non si può; cambiare se stessi, aprire il proprio sguardo su prospettive inedite, forse sì. Ed è meno difficile, se solo si avesse l’umiltà di abbassare quella mano che fa da scudo ai nostri occhi, con la quale noi crediamo di proteggerci, mentre invece non facciamo che rinchiuderci e isolarci, innalzando, mattone dopo mattone, un muro invalicabile, duro e spesso come pietra.

Eh già, dobbiamo tutti morire, e forse proprio per questo dovremmo iniziare a pensare che uccidere altri esseri senzienti non ci renderà meno mortali di quanto siamo. Uccidendo l’altro - o farsi responsabile e cagione della morte dell’altro - non si prolunga affatto la vita, non si scongiurano gli eventi più terribili; né si sconfigge la morte.

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Il precedente dialogo non è frutto di fantasia. Esiste davvero, a quanto pare, qualcuno che pensa che il pollo sia troppo stupido per poter anche solo essere chiamato "animale" e che è convinto che gli animali in gabbia in fondo si trovino a loro agio, incapaci di pensare ed immaginare una vita diversa.

Io comincio a credere invece (e me ne convinco sempre più) che se c'è qualcuno troppo stupido perché incapace di pensare o di immaginare una vita diversa - una realtà diversa in cui nessuno debba sfruttare nessuno - quello sia proprio l'uomo.


domenica 8 aprile 2012

Mangiami l'anima, sa di pollo




Ho il piacere di proporvi un bellissimo articolo - lucido ed essenziale - scritto dal mio carissimo amico Luca, che ringrazio, curatore dell'interessante blog Satira Trascendente
La foto, scattata sempre dal medesimo, che ritrae un cartello posizionato all'esterno di un comunissimo supermercato, documenta l'agghiacciante realtà in cui avviene e si conferma la reificazione della vita.

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Tempo fa ero a pranzo coi parenti. Si celebravano svariate ricorrenze accumulate nei mesi in cui imprevisti e defezioni avevano stancamente prorogato l'evento. Poi finalmente si riuscì, tutti al ristorante.

«Di cosa ho voglia», rimugina nonna, «pollo, coniglio, agnello, maiale...?»
Scenetta abituale quanto agghiacciante: sfogliare l’ideale catalogo dei sapori dei cadaveri cotti. Cinica induzione organolettica così massimabile: ho mangiato i tuoi antenati dunque prevedo che sapore avrai tu tra i miei denti.

Cosa scrimina due abitanti della medesima cultura al punto di provare acquolina o voltastomaco scorrendo visivamente il medesimo elenco di parole? La consapevolezza, radicata in senso della realtà, di quanto segue.

Io non posso "mangiare pollo". Posso mangiare "un" pollo, un singolo animale appartenente a quella specie. Meglio: posso mangiarne il corpo morto. Mentre lo mastico, mentre lo cucino, il pollo non c'è più. È lì nelle idee di chi intende mangiarne il corpo, ma lui certo non si considererebbe più su quel piatto. Ma allora cos'è pollo?

Questa ambiguità esistenziale fonda la distinzione tra animali da compagnia e animali da cibo.
Nel primo caso l'animale rileva in quanto tale. Conta ciò che lo anima: quando il vostro affezionato muore, non c'è più. Un gatto come un parente: si può trovare una nuova fonte d'affezione, ma non sarà più lui. Quel singolo animale, nella sua unicità, non c'è più. Abbiamo appunto testuale espressione linguistica a indicare il decesso.
Gli animali da cibo invece vengono in considerazione esclusivamente per il proprio corpo. E il corpo non scompare dopo la morte, resta lì, inerte a subire qualsivoglia sevizia. In questa accezione, che omette la vita dell’individuo, si parla comunemente di "pollo".

Pollo non è più il singolo animale. Pollo diventa una generalizzazione, la sigla commerciale di un certo materiale replicabile all'infinito. Si eternalizza il pollo, sottraendolo alla vita e alla sua caducità: il pollo vive nella relativa denominazione. Così ne scompare l’uccisione. Quando ordino pollo non chiedo un cadaverino sul piatto, ma piuttosto levo una goccia al favoloso oceano del pollo. Che continuerà a esistere come tale, certo non intaccato dal mio esiguo prelievo.

Questo abbaglio percettivo accade appunto quando ci dimentichiamo dell'individuo. Quando per pigrizia, debolezza, o nessuna ragione valida l'ego ritaglia una propria dimensione privilegiata per cui si sente altro da tutto il resto del mondo. Senza sottolineare che sovente questa presunta specialità è promossa e massivamente forgiata dagli psicologi del marketing, basti osservare che un sopruso è perpetrabile solo quando smettiamo di rivedere noi stessi nell'altro.

Non stupitevi se un cartello in strada invita a prenotare il “vostro” agnello pasquale. L’agnello sarebbe ammaliato di sapere che con tanto ordine e civiltà ne fissano la morte. Dopotutto anche gli animali da compagnia più curati sono normalmente considerati proprietà privata. Lo sono per il legislatore, lo sono per la mano che li nutre. Sono un giocattolo a disposizione del padrone. Che è propenso a essere tanto più magnanimo quanto più il giocattolo sia bello e divertente.

L'empatia, come cura e accoglienza, è cemento indispensabile di ogni vita di società. Quando gli occhi di qualcuno ci fanno specchio dei nostri, e lo neghiamo, abbiamo iniziato a ucciderlo.

venerdì 6 aprile 2012

Giocattoli e Gioco

Riporto questa notizia da La Zampa, la pagina online del quotidiano La Stampa dedicata agli animali.
Dunque, pare che negli Stati Uniti (non in tutti gli Stati però, in alcuni fortunatamente tale pratica è  vietata) vada di moda regalare ai bambini dei pulcini colorati in occasione della Pasqua.
Le avete viste le foto? 
Certo, agli animali accadono fatti ben più gravi, purtroppo. Basti pensare alla triste sorte toccata in questi giorni a tanti agnellini , strappati alle loro madri e privati del loro naturale diritto alla vita per finire sulle tavole imbandite, sempre in occasione della Pasqua; ma anche basti farsi un giretto in quasiasi supermercato per vedere la fine che fanno questi esseri viventi senzienti dopo una vita trascorsa in gabbia tra le sofferenze più atroci. O ancora vedere, a caso, uno dei tanti video diffusi in internet sugli allevamenti.
Eppure a me questo fatto che si possano prendere degli animaletti indifesi, colorarli come fossero un semplice oggetto e regalarli, sempre come fossero un semplice oggetto, fa venire i brividi. Lo trovo un gesto raccapricciante. 
E che fine credete poi faranno questi pulcini dopo che i bambini si saranno stancati di "giocarci"?
La vendita degli animali dovrebbe essere sempre vietata, ma in particolare dovrebbe essere vietata l'abitudine di regalarli ai bambini come fossero dei giocattoli. Un bambino ancora piccolo - non in grado di comprendere cosa significhi prendersi cura di un altro essere vivente - ricevendolo in dono come un giocattolo, penserà che si tratti appunto di un giocattolo, quindi di un oggetto, di qualcosa con cui divertirsi finché gli andrà e di cui poi, una volta passato l'entusiasmo iniziale, si potrà sbarazzare. O, al limite, di cui si potranno sbarazzare i genitori.
Regalare animali ai bambini (così come portarli al circo, allo zoo, a visitare un acquario o qualsiasi altro posto in cui un animale non vive libero nel suo habitat) è un atto ignobile e terribilmente sbagliato poiché veicola il messaggio che gli animali siano oggetti  e che di loro si possa fare ciò che più ci aggrada, quindi comprarli, addestrarli per il nostro divertimento, mostrarli da dietro un vetro o una gabbia come fossero fenomeni da baraccone, colorarli,  abbandonarli o metterli da parte quando ci si stanca di loro. 
Come un giocattolo ormai obsoleto. 
Ci sono tantissimi animali rinchiusi nei canili, gattili ed altre strutture simili - strutture che dovrebbero essere solo temporanee, ma in cui invece molti cani, gatti, conigli ed anche altri animali finiscono per trascorrere l'intera vita, in attesa di un'adozione che forse non verrà mai. 
Ecco, invece di comprare pulcini colorati o animali nei negozi per appagare un capriccio magari momentaneo, si dovrebbe promuovere l'educazione nelle famiglie affinché insegnino ai loro figli il rispetto e la cura del loro prossimo, animale o uomo che sia. Ed il rispetto, non passa mai attraverso il denaro. Un animale può diventare un amico, mai un giocattolo.

Lancio inoltre un appello. Come volti di voi sapranno, in occasione degli Europei di calcio che si giocheranno in Polonia ed Ucraina dall'8 giugno al 1 luglio 2012, le autorità ucraine hanno dato inizio ad una vera e propria strage di cani randagi perché, a loro dire, bisognava fare opere di bonifica e "ripulire" le strade. I media tutti se ne sono ampliamente occupati, non lesinando di mostrare anche immagini particolarmente cruente a documentare questo vero e proprio Olocausto; così come molte autorità (ambasciate, governi, politici ecc.) di molti paesi europei hanno manifestato la loro posizione contraria scrivendo al governo ucraino, il quale pare che si sia trincerato dietro ad un no-comment, continuando indisturbato nella sua sanguinosa attività di "pulizia" (dalla "pulizia di specie", alla "pulizia etnica", il passo potrebbe essere breve, e questo è bene non dimenticarlo!). 
C'è anche chi, nel nostro paese, pubblicamente, si sarebbe trovato persino d'accordo (il noto deejay Linus di Radio Deejay, durante la sua consueta trasmissione, avrebbe detto... "certo, qualcosa si dovrà pur fare", riferendosi al "problema" di questo gran numero di randagi che circolerebbero nelle strade dell'Ucraina. E certo, caro Linus, qualcosa si dovrà pur fare... e quindi, che facciamo? Li ammazziamo tutti, no? Mi sembra ovvio... ma come no... Ah Linus... tanto non mi leggerai mai, ma se mi leggi... ma vai a cagare, te e la tua imbecillità!).

Comunque, breve parentesi di sfogo a parte, sino ad oggi sono stati uccisi almeno 10.000 cani. 
10.000 cani uccisi (catturati ed ammucchiati non vi dico in quali condizioni e poi uccisi in maniere orribili, avvelenati, con armi da fuoco, addirittura bruciati vivi). 
Purtroppo l'Ucraina non ci vuole sentire da quell'orecchio e continuerà ancora ad ucciderli. 
Purtroppo noi per quei cani non possiamo fare nulla di sostanzialmente efficace a fermare il massacro all'istante, né, tantomeno, per riportare in vita quelli che sono già stati ammazzati (a parte firmare petizioni, inviare email, sostenere iniziative, presidi, condividere la pagine ufficiale su Facebook e quant'altro le varie associazioni animaliste e singoli animalisti hanno organizzato e stanno organizzando). O meglio, forse i governi avrebbero certamente potuto fare di più, se anziché scrivere lettere avessero iniziato a minacciare pesanti boicottaggi o altro nei confronti dell'Ucraina. Ma non l'hanno fatto perché, come sempre, quel che muove il Potere sono i soldi e sappiamo bene che giro di soldi enorme ci sia dietro il calcio.

Io allora qui oggi faccio un appello a voi tutti che mi seguite (quattro gatti sì, ma buoni, come dico sempre io): 

BOICOTTATE GLI EUROPEI DI CALCIO!!! 

Lo so che voi Italiani amate il calcio più di ogni altra cosa (io mi tiro fuori perché non l'ho mai potuto sopportare), lo so che quando c'è una partita, una qualsiasi partita il mondo fuori si ferma e voi non vedete altro che quel pallone che rotola sul manto erboso, lo so... lo so bene... (ho avuto un fidanzato super tifoso di calcio per sette anni, giocatore anch'esso e quindi, credetemi, non parlo da sprovveduta :-D ).
So cosa significhi tornare a casa la sera dopo una giornata di lavoro e potersi finalmente rilassare sul divano a gustarsi una partita, e poi le scommesse e le serate con gli amici, un'occasione anche per stare insieme, per ritrovarsi ecc.. Pensate però che queste partite saranno partite insanguinate. Partite per cui già 10.000 cani sono stati uccisi barbaramente, nelle maniere più atroci. 
Pensateci e non guardatele. E che l'Ucraina possa imparare. Che possa imparare che un paese che avrebbe la pretesa di definirsi civile e di ospitare un torneo di uno sport così tanto seguito ed amato in tutto il mondo, non avrebbe dovuto permettersi di fare quello che ha fatto e che sta facendo. 
È una vergogna quello che sta facendo l'Ucraina e sarà una vergogna assistere a questi Europei insanguinati.
Boicottateli! 
E domenica non mangiate l'agnello! 
Fate i bravi.

lunedì 2 aprile 2012

I Brevi Giorni di Internet

Un racconto.

 Il Villaggio

L’uomo si svegliò all'alba, aprì gli occhi nel momento esatto in cui i raggi del sole si posarono sulle sue palpebre.
Non perse tempo a tirarsi su dal giaciglio, sebbene per un secondo o due gli fosse balenata nella testa la seducente idea di voltarsi dall'altra parte - là dove i raggi del sole non potevano raggiungerlo - e di provare a riaddormentarsi, magari tentando di riacciuffare l’ultimo sogno, quello di cui gli stavano balenando nella testa alcune immagini.
Mentre si mise a sedere sul giaciglio, schiudendo lentamente le palpebre in direzione dei raggi del sole, di nuovo fu assalito dai ricordi; bastava poco ad evocarli, a volte poteva essere un semplice odore, altre ancora un colore o una semplice parola. E poi, dopo, se ne restava per minuti interi fermo immobile a pensare, ancora incapace di credere che una cosa così fosse davvero potuta accadere: difficile da accettare, da giudicare credibile. Eppure, era accaduto.
Questa volta però i ricordi durarono poco, era arrivata giusto qualche immagine sbiadita, quasi sovrapponibile con quelle del sogno appena interrotto. Pensò che sarebbe stato bello se quel passato fosse stato davvero solo un sogno. Se il mondo fosse stato sempre così: semplice. E perfetto.
Mise immediatamente i piedi per terra, cercando a tentoni le sue babbucce di paglia, ma avvertì comunque il freddo del pavimento: una sensazione che gli mise addosso ancor più frenesia di prepararsi ed uscire ma che gli fece anche aumentare il nervosismo: quel nervosismo tipico del risveglio che si sentiva addosso da un po' di tempo a questa parte. Da quando, semplicemente, sapeva che ogni nuovo giorno in più era un giorno in meno che gli restava da vivere. E che, di cose, da raccontare ne aveva ancora molte.        
Affinché i suoi figli imparassero, affinché nulla potesse andare perduto, affinché tutto potesse essere diverso.
I bambini lo avevano sempre ascoltato volentieri ed anche ora che erano cresciuti, divenuti due bei ragazzi forti e pieni di vita, non avevano perso il piacere di starlo a sentire quando li raccoglieva intorno a sé per raccontare, magari durante una pausa dal lavoro, o la sera, dopo la cena. I racconti del padre erano divertenti, fantasiosi, capaci di catturare l'immaginazione fino a far sbiadire i contorni del reale, capaci di emozionare e toccare nel profondo come la più bella delle favole.
Nutrivano un profondo rispetto per il loro padre, tutto quel che sapevano lo avevano imparato da lui; li aveva aiutati a crescere, a conoscere la realtà che li circondava, gli aveva insegnato i nomi degli animali e delle piante e la tecnica - rudimentale ma efficace - per coltivare la terra, così da poter avere cibo a sufficienza, in abbondanza maggiore rispetto a quanto avrebbero potuto offrire gli alberi e le piante già a loro disposizione; aveva insegnato loro a seminare, a piantare nuovi alberi da frutto, a prendersene cura, ad innaffiarli, a potarli quando era il momento, a raccoglierne i frutti quando erano maturi e poi a conservarli essiccandoli, per i mesi in cui non ci sarebbero stati. Aveva insegnato loro un mucchio di cose insomma, tutte quelle che c’era da sapere per vivere in maniera semplice, proficua e diretta dei frutti della terra. Poi gli aveva anche insegnato a costruire delle capanne e tutte quelle suppellettili di terracotta - ciotole, posate, brocche - necessarie per cucinare e mangiare; ovviamente gli aveva insegnato ad accendere dei bei fuochi e a costruire degli efficienti forni a legna in cui cuocere cibo e oggetti realizzati con la terra.
E poi ancora aveva insegnato loro a non litigare, a non sopraffarsi a vicenda per far valere le loro questioni. Più di ogni altra cosa aveva cercato di tener lontano dalle loro menti l'idea del possesso, mostrando loro come la soddisfazione e l'appagamento dati da una cosa - che fosse un comodo giaciglio o un nuovo arnese con cui giocare o lavorare - non è dato dalla proprietà esclusiva di questa cosa bensì dall'uso che se ne può fare e che l'utilizzo condiviso e comune degli oggetti avrebbe potuto rendere tutti contenti mentre, al contrario, il semplice possesso, genera solo un momentaneo appagamento, ma poi procura noia e stanchezza e causa ansia per la preoccupazione che si possa perdere o rompere o che qualcun altro possa portarlo via, scatenando litigi e insinuando il dubbio e la malafede reciproche.
Questo e tante altre cose gli aveva insegnato il loro padre sin da quando erano piccoli, bambini appena in grado di comprendere le parole che lui rivolgeva loro, appena in grado di camminare.
A volte si stupivano di quante cose sapesse fare il loro padre, si domandavano dove mai le avesse imparate, e quando. Ma forse, pensavano, semplicemente accade che diventando adulti si sappiano tante cose e basta.     
Un giorno anche loro avrebbero insegnato ai lori figli quello che adesso stavano imparando.

***

Il Vecchio Mondo

Oramai l’uomo aveva smesso di domandarsi se lui, come singolo individuo, avesse potuto fare di più, rendendo le cose meno irreversibili di quello che poi irreversibilmente furono. E se aveva smesso di farsi questa domanda non è perché non fosse mai riuscito a trovare una risposta, ma perché, semplicemente, la risposta c'era, ed era un sì, e quel sì era diventato la sua dannazione, una dolore lancinante che ogni giorno gli ricordava chi era, chi era stato, dov'era e dov'era stato,  il prezzo che aveva pagato non tanto per essere stato uno dei superstiti, ma per essere comunque soltanto uno dei pochi, forse l’unico, ad avere una visione complessiva, globale dei perché e dei percome, di quello che era successo giorno dopo giorno dall'inizio dei tempi, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno, secolo dopo secolo,  e fino a che non era stato ormai troppo tardi.
Ovviamente non era stato l'unico superstite, ce n'erano anche altri. Ma erano o troppo giovani o troppo stupidi per poter comprendere il senso intimo di quell'apocalisse di cui erano state vittime, o forse carnefici, senza mai davvero esserne consapevoli fino in fondo. Prima della fine i segnali c'erano stati tutti. E lui li aveva riconosciuti tutti, uno per uno. Da più parti in quel mondo in segreta agonia erano arrivate grida d'aiuto ma tutti avevano continuato, più o meno, a tapparsi le orecchie col frastuono del tran tran quotidiano, immersi nella propria egotica lattiginosa solitudine esistenziale di ectoplasmi ormai irrimediabilmente sconnessi gli uni dagli altri; per poi fingersi stupefatti e sorpresi quando ormai era divenuto tutto troppo immenso e complesso, inestricabilmente ingarbugliato, per poter essere interrotto.
E ora c'erano tutti i nuovi, i nuovi nati e quelli che stavano crescendo. Ed i suoi figli. Due ragazzi su cui riversava tutte le sue speranze per un mondo migliore. Un nuovo mondo. Che sarebbe stato totalmente e profondamente diverso dal precedente.
Quando raccontava loro le storie del vecchio mondo - quelle che loro immaginavano essere puri racconti di fantasia -  spesso e volentieri una tristezza enorme gli inondava il cuore perché non riusciva a risolvere i suoi dubbi: non sapeva se sarebbe stato meglio raccontare tutta la verità nel dettagli - smettendo di fargli credere che fossero pure invenzioni, mettendoli così in guardia dai pericoli e dagli errori da cui loro, e le generazioni a seguire, avrebbero potuto stare in guardia ed imparare - lasciando così il testimone, con la speranza che venisse compreso e raccolto - o se fosse meglio continuare a trasmettergli la conoscenza e l’esperienza in maniera indiretta usando lo strategemma dei racconti, quasi rappresentassero parabole educative. Forse sarebbe stato più facile dire semplicemente la verità, raccontare tutto quel che c’era stato nel vecchio mondo, un compendio di tutta la Storia dell’umanità sin dagli inizi, ripercorrendo via via tutte le varie epoche ed i momenti salienti - certo, un manuale di Storia sotto mano avrebbe fatto proprio al caso, ma tutto era andato distrutto, ogni cosa, compresi i libri, dal più piccolo aggeggio tecnologico al più grande e complesso - fino ad arrivare, chissà come, chissà quando, e chiedendosi se avrebbero mai potuto davvero comprendere solo attraverso le parole, all’era di internet, all’era della tecnologia sempre più sofisticata, all’era del mondo prima che sparisse. Sì, sarebbe stato bello, pensava, potergli raccontare tutto, avrebbe provato un senso di liberazione infinito, ma... aveva paura. Aveva paura che i racconti di quel vecchio mondo pieno di tecnologia - che per loro sarebbe stata pura fantascienza - avessero potuto sedurli troppo, affascinarli, fino a fargli desiderare di volerlo veder realizzare. E questo lui non avrebbe mai potuto e voluto permetterlo. Perché poi sarebbero tornati, insieme ai giorni di internet, anche i giorni bui della crisi, dell’inizio della fine, i giorni di disperazione, di vuoto esistenziale, di nonsense; e poi di rabbia cieca degli uni contro gli altri e poi di follia totale; e infine le guerre, con armi sempre più sofisticate, fino a quella finale, che di quel mondo aveva decretato la fine.
Ma soprattutto, sopra ogni cosa, aveva paura che sarebbero potuti tornare i giorni che lui chiamava della cecità assoluta: i giorni dei macelli, delle mattanze, dello sterminio sistematico e senza remissione, i giorni dello sfruttamento degli animali, che lui, non aveva mai potuto comprendere, né perdonare ai suoi simili.
Lui ed i suoi figli ed i pochi superstiti ora vivevano in un mondo diverso. Non lo sa nemmeno lui come sia stato possibile, eppure c’erano riusciti, lui ed i pochi superstiti, a rifondare le basi per un mondo diverso, nuovo, infinitamente migliore. Un mondo dove l’uomo rispetta se stesso e gli altri, il proprio habitat, la natura, e gli animali. Aveva insegnato ai suoi figli il rispetto di tutto quel pezzetto di mondo - piccolo ma sufficiente ad accoglierli - che li circondava, in ogni suo aspetto. Gli aveva insegnato a non sporcarlo, ad onorarlo, così come si onora e si mantiene in ordine la propria abitazione. E più di ogni altra cosa aveva insegnato loro l'amore ed il rispetto per tutte le creature di ogni specie con cui si erano trovati a condividere l'esistenza. Si arrabbiava molto quando, per leggerezza o mancanza di attenzione, uno dei due calpestava un insetto o distruggeva una pianta, anche se involontariamente.
"La mancanza di attenzione equivale alla mancanza di rispetto", diceva.
"È prezioso, unico ed irripetibile", aggiungeva.
E poi, scuotendo piano la testa : "Voi non potete capire...” e i figli notavano sempre quell’ombra scura sul volto, come quando, a volte, raccontava quelle strane storie del vecchio mondo.
Una volta lo avevano sorpreso di nascosto, il volto trasfigurato dall’emozione e quasi a borbottare: “abbiamo una seconda occasione... sì, sì... dev'essere un miracolo... tutto... l'erba... tutto", e poi ansimando, con movimento frenetico delle braccia e delle mani, volgendo la testa prima a destra e poi a sinistra:
"l'erba... gli alberi.... mio Dio.... è così fresca, così bella.... ohh... senti che profumo... ce l'ho fatta, ce l'ho fatta, ci stiamo riuscendo... no... non accadrà più... no... no... resterà sempre così fresca e così bella.... io non permetterò che....

Se solo avesse potuto fermare il tempo e lasciare che le cose restassero tutte com'erano, i bambini piccoli, l’umanità giovane, fresca e leggera di sogni e speranze, incapace di imprimere il suo segno più di tanto. Sapeva che le orme della gioventù sulla terra sono leggere, pronte subito a disfarsi. Temeva il passo pesante dell’età adulta, quello delle gesta irrevocabili e di una consapevolezza che non arriva mai; o sempre troppo tardi. Temeva che il mondo, ancora una volta, non avrebbe retto e si sarebbe sgretolato, come una montagna troppo fragile erosa alle pendici, che li avrebbe di nuovo travolti tutti.
Sapeva che c'era stato un punto di non ritorno; solo, non aveva capito quale, quando esattamente.

***
Presente e Futuro

I giorni trascorrevano né troppo lenti, né troppo veloci; la sera giungeva sempre opportuna ad accogliere la stanchezza della giornata trascorsa e le notti bastavano sempre: il naturale ritmo circadiano funzionava a meraviglia. Si era venuto a creare un mondo rurale in cui ognuno dava il proprio contributo in base alle proprie attitudini e capacità personali. E nessuno prevaricava nessuno.
In quanto al cibo... oh, ce n’era in abbondanza e per tutti, così come tutto ciò di cui c’era bisogno per vivere.
In quel pezzetto di nuovo mondo la terra era fertile ed i frutti crescevano rigogliosi e abbondanti, senza troppo lavoro. Gli animali vivevano liberi, non disturbavano le attività degli uomini e gli uomini non disturbavano le loro.
Da diversi anni ormai il cielo era di nuovo pulito, nitido come non mai: le albe erano luminose, il sole senza macchie e quel lieve peso dei malinconici crepuscoli era subito alleggerito dall’attesa del domani.

L’uomo era felice, come mai lo era stato nell’altra vita, in quel triste mondo antico, ormai scomparso.
Con il passare degli anni ogni suo dubbio si era diradato, infine messo a tacere: non avrebbe mai svelato la verità del vecchio mondo ai suoi figli e sapeva che anche gli altri superstiti avevano deciso altrettanto.
Più invecchiava e quel che era successo in quell’ormai lontano passato gli appariva sempre più come un sogno. O un incubo. Un incubo o un pensiero funesto da scacciare immediatamente. E, chissà, forse non era stato nient’altro che questo, un incubo da cui l’umanità si era finalmente - e dolorosamente - risvegliata.
Tutto era andato perduto, di quel vecchio mondo, ma una nuova alba aveva infine illuminato e guidato i passi dei superstiti, mostrandogli un nuovo e diverso cammino.
I raggi di questa nuova alba all’inizio furono gelidi e spietati nel mostrare tutto l’orrore della distruzione, ma ora si erano fatti di nuovo caldi ad infondere una rinnovata linfa.
Insomma, il migliore dei mondi possibili.

***

Un Giorno nel Villaggio

L’uomo si svegliò all'alba, aprì gli occhi nel momento esatto in cui i raggi del sole si posarono sulle sue palpebre.
Non perse tempo a tirarsi su dal giaciglio, sebbene per un secondo o due gli fosse balenata nella testa la seducente idea di voltarsi dall'altra parte - là dove i raggi del sole non potevano raggiungerlo - e di provare a riaddormentarsi, magari tentando di riacciuffare l’ultimo sogno, quello di cui gli stavano balenando nella testa alcune immagini.
Mentre si mise a sedere sul giaciglio, schiudendo lentamente le palpebre in direzione dei raggi del sole, gli sembrò di sentire la voce di uno dei suoi figli che proveniva dall’esterno.
In fretta si vestì per raggiungerlo, era sempre una gioia immensa salutare il nuovo giorno in compagnia dei suoi cari, facendo colazione insieme, decidendo il da farsi delle prossime ore, scherzando su qualche argomento di comune interesse.
Si sciacquò il volto con l’acqua fresca per scollarsi quel filo di sonno rimasto incollato alle palpebre, spalancò le finestra ed espirò profondamente: il cielo era di un azzurro luminoso come non mai, attraversato solo da qualche leggera nuvoletta, chissà, forse nei prossimi giorni avrebbe piovuto.
Uscì sull’uscio e vide suo figlio. Era seduto su un ciocco di legno che fungeva da sgabello, assorto nei propri pensieri, sembrava che nemmeno si fosse accorto della presenza del padre sulla porta.
L’uomo si guardò intorno chiedendosi dove fosse l’altro figlio, in genere erano sempre insieme la mattina a quell’ora perché andavano a lavorare nei campi e poi prima gli era sembrato di sentire la voce di quello che ora stava seduto e con chi altri avrebbe mai potuto parlare, a quell’ora, se non con il proprio fratello?
Poi all’improvviso, come scosso da un pensiero, il figlio si levò in piedi e la sua ombra si allungò fino a nascondere quasi - pur nella splendente luce del mattino - l’intera figura del padre che, quasi intimorito, chiese: “dov’è tuo fratello?”.
E subito, con troppa fretta, Caino rispose: “sono forse io il guardiano di mio fratello?”.


(Rita Ciatti)
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L'idea di questo racconto, compreso il titolo, è del mio compagno, io l'ho elaborata e, in itinere,  ho scritto il racconto; in maniera sicuramente diversa da come avrebbe fatto lui, il quale, modestamente, ha dichiarato che lo svolgimento è migliore dell'idea; ma io non sono affatto d'accordo!