giovedì 29 novembre 2012

La Coop sei tu? No, è pubblicità ingannevole e rassicuranti menzogne

Pubblicato anche su Asinus Novus.

Sono venuta recentemente a conoscenza di questa perla di spot della Coop, risalente a qualche anno fa, ma ancora valido come esempio della mistificazione ed occultamento della violenza, nonché della giustificazione antropocentrica dello sfruttamento animale, veicolati attraverso le forme della comunicazione pubblicitaria. Si disvela qui, in particolare, un doppio livello di mistificazione formale e verbale: il corpo animale, già privato della sua dimensione di individuo senziente che un tempo è stato - e che tale sarebbe dovuto rimanere - e quindi ridotto a puro oggetto plastico, a pura materia da modellare secondo i capricci della propria indole per divenire oggetto "artistico" (le virgolette sono d'obbligo) si presta ad essere ulteriormente manipolato (a divenire ulteriormente oggetto) così da veicolare un discorso "artistico" (e sempre le virgolette sono d'obbligo) che altro non fa che ribadire e confermare la posizione dominante dell'uomo rispetto agli altri animali, l'antropocentrismo come valore e come giustificazione dello sfruttamento animale. Dopo il danno, la beffa, aggiungerei.
Ascoltate bene tutto il discorso degli attori dello spot e poi sappiatemi dire.



Personalmente ho scelto di non servirmi più presso i supermercati Coop ed affiliati per una serie di motivi: da anni ormai la loro politica cerca di far passare l'osceno messaggio del "benessere animale" (anche qui le virgolette sono d'obbligo), utile solo a tacitare le coscienze di coloro che, ingenuamente, vogliono continuare ad illudersi che sia possibile uno sfruttamento meno doloroso, un diverso trattamento, amorevole e rispettoso, di quelle stesse vite che, nondimeno, saranno condotte al macello per finire sulle tavole dei "consumatori".
Sono anni che la Coop, con le sue pubblicità ingannevoli, va predicando di tutela dell'animale e di allevamenti rispettosi del "benessere animale" (ancora le necessarie virgolette), pubblicità che fanno leva sull'ignoranza o scarsa volontà di informarsi degli Italiani - si sa che certe cose si preferisce non saperle, per ignavia, per comodità, per bieco opportunismo ed egoismo - e che, ponendo l'accento su questo fantomatico miglior trattamento degli animali allevati, tacciono volutamente il destino - anzi, è il caso dire la destinazione finale - cui questi ultimi sono sempre comunque diretti. Secondo quello che vorrebbe far credere la Coop, gli animali, dopo aver vissuto una bella vita, vengono magicamente trasformati in salami, bistecche, macinato di qualità, e tutto questo senza che vi sia stata crudeltà e violenza, come se esistesse un metodo d'uccisione meno terrificante ed orrorifico per la vittima, come se privare un individuo della propria vita potesse essere definito, in alcuni casi e a seconda del metodo usato, una pratica accettabile o persino "etica" (mai parola è così tanto spesso e così tanto a sproposito tirata in ballo come questa).  
 
Sempre la Coop vende uova di galline allevate a terra, peccato che la dicitura non spieghi affatto le condizioni in cui queste galline, pure se a terra, sono comunque tenute: ammassate le une sulle altre, chiuse dentro capannoni illuminati da luce artificiale e con possibilità di uscire all'aperto solo in determinati periodi dell'anno, e peccato che comunque, dopo qualche anno, quando considerate non più produttive secondo determinati parametri stabiliti dal mercato, verranno comunque uccise; per non parlare del destino dei pulcini maschi, tritati vivi o gettati, sempre vivi, nella spazzatura poiché considerati inutili ai fini della produzione di uova. E queste sarebbero le "uova etiche" vendute nei supermercati Coop.
Sempre nei supermercati Coop ed affiliati vengono venduti astici ed altri crostacei vivi, tenuti in vasche con le chele legate. Così come, a quanto mi risulta, la carne macellata halal e kosher, per rispetto delle tradizioni religiose. Ma ovviamente, in questo caso, il rispetto degli animali passa in secondo piano perché ciò che conta è mostrare il proprio lato "politically correct", così apprezzato da una certa sinistra progressista bon ton e perbenista per cui guai a criticare le pratiche delle altrui religioni, anche se queste implicano lo sgozzamento e dissanguamento lento degli animali, condannandoli così, di fatto ad una morte atroce.

Ricordatevi che non esiste sfruttamento animale senza violenza e sofferenza, non esiste un'uccisione meno iniqua o più giusta di altre, privare un individuo senziente della propria libertà e vita e ridurlo ad oggetto, a merce rinnovabile, è sempre un atto di massimo abuso e prevaricazione. 
Non esiste alcun "benessere animale" all'interno delle pratiche e strutture che conducono allo sterminio sistematico di migliaia di esseri senzienti al giorno (allevamenti, macelli, laboratori per la vivisezione ecc.). E la Coop, non solo non fa eccezione, ma, con le sue tante pubblicità ingannevoli e mistificatorie, si mostra ben peggiore di tante altre aziende proprio perché si ostina a voler rassicurare il "consumatore" che mostra una certa sensibilità, quello che qualche domanda sull'orrore dello sfruttamento animale comincia a farsela. Ovvio che se poi la risposta data sarà quella di una rassicurante menzogna, non sarà in grado di compiere la scelta opportuna (l’unica che opportunamente sarebbe da fare, ossia smettere di mangiare animali e derivati animali).
La Coop sei tu? No! Io no! Me ne guardo bene. Io le cose le chiamo col loro nome. Lo sfruttamento e la violenza sempre sfruttamento e violenza rimangono, pure quando gli si appiccica davanti l'etichetta "bio" o "felice" o "arte".

martedì 27 novembre 2012

E se vivessimo tutti insieme?: la vecchiaia secondo Stéphane Robelin, con ironia e delicatezza

La cosa terribile non è la morte, ma le vite che la gente vive o non vive fino alla morte.
(Charles Bukowski)

Dopo Amour, il film di Haneke vincitore dell’ultimo Festival di Cannes, un altro film sulla vecchiaia (che non definisco, per scelta, “terza età” in quanto detesto i neologismi “politically correct” e perché invecchiare non è una malattia, una sfortuna, bensì un traguardo: se non si invecchia, in fondo, vuol dire che si è morti prima), o meglio, sulla vita, sui desideri, sull’amicizia, sulle passioni e l’amore che, nonostante i vari acciacchi ed impedimenti fisici e mentali, non per questo si affievoliscono o vengono meno.

lunedì 26 novembre 2012

Sta' zitta!!!

Oggi una cara amica mi ha detto che il nostro rapporto si sta incrinando perché sono diventata un'estremista (riferendosi al mio impegno contro lo sfruttamento animale). 
Sempre dalla stessa ho saputo che un'altra amica in comune si sente ormai in soggezione ed ha timore di invitarmi a cena, come, ad esempio, l'anno scorso a capodanno, quando avrebbe tanto voluto mettere in tavola del foie gras, ma, temendo una mia reprimenda, si è sentita costretta a farne a meno; letteralmente: "per paura di quello che avresti potuto dire". 
La cara amica mi ha espressamente richiesto di non parlare mai più di questioni legate all'animalismo in sua presenza.
Scopro quindi di essere diventata - parole sue - una persona rigida, estremista, intollerante, che ha preso una brutta china, che si sta chiudendo sempre di più al prossimo

Quindi gli altri devono poter essere liberi di mangiare gli animali, ma io non posso dirgli che sbagliano. Devo tacere, acconsentire, far finta di niente, per quieto vivere e per risanare un rapporto che altrimenti sarebbe destinato a perdersi. 

Sorvolando su tutto, quello che noto è che ancora una volta del dolore animale non si deve parlare. Ci si sente in soggezione a mettere in tavola del foie gras per paura di quello che IO potrei dire e NON per QUELLO che esso comporta, ossia l'indicibile dolore delle oche costrette ad ingrassare a forza tramite un tubo infilato nel becco (provate ad immaginare cosa significhi stare dentro gabbie contenitive, impossibilitati a muovervi, con la bocca spalancata a forza ed un tubo metallico infilato dentro che arriva direttamente fino allo stomaco con il quale vi vien fatta ingerire una quantità spropositata di cibo, fino a scoppiare e questo più volte al giorno per non so quanti mesi, fino a che il fegato non diventa steatosico). 
Ciò che desta preoccupazione e soggezione è dunque la mia reazione e non il trattamento riservato agli splendidi volatili. Questa gente invece di preoccuparsi di come viene prodotto il foie gras, della sofferenza che realmente comporta, si preoccupa di quello che io potrei dire. Dell'animalista guastafeste che vuole ricordare a tutti la crudeltà dello sfruttamento animale. Il problema sono io dunque, non lo sfruttamento animale in sé, che, a detta della mia cara amica, è un argomento triste, angosciante, meglio metterlo da parte per parlare di cose più allegre

Ieri sera sono stata aggredita verbalmente, sbeffeggiata, criticata, giudicata estremista, limitata mentalmente, fissata (al pari di un fanatico religioso) solo perché, all'ennesima frecciatina maligna sul mio essere animalista, ho risposto per le rime. 
Preciso che mai, mai e poi mai sono la prima a dare avvio a discorsi che vertono sull'antispecismo, animalismo, veganismo e varie. Le discussioni avvengono perché c'è sempre qualcuno che comincia a fare domande e poi, nel momento in cui passo ad esporre le mie idee, le si vorrebbe in tutti i modi screditare, far passare per esagerazioni, assurdità, aberrazioni, cose contro natura. In pratica, diversamente da ciò di cui mi accusa la mia amica, quando mi trovo in compagnia non sono mai io a rompere le scatole agli altri che mangiano la carne -  mai! - né cerco di convincerli, sapendo bene (ormai c'ho una certa esperienza) la sterilità di discussioni di questo tipo, a meno che, dall'altra parte, non ci sia una sincera volontà di informarsi. Succede invero piuttosto sempre il contrario, ossia quello che va puntualmente in scena è il penoso tentativo di convincermi che: mangiare carne è naturale e normale, che l'uomo abbisogna di proteine animali, che gli animali si mangiano tra loro e - poiché non esiterebbero all'occorrenza a farci fuori - è dunque legittimo mangiarli, che noi siamo al vertice della catena alimentare, che se si abolissero i macelli un sacco di gente perderebbe il lavoro, che le scelte degli altri devono essere rispettate perché ognuno deve essere libero di mangiare quello che gli pare, che tutti amano gli animali, ma addirittura non mangiarli è proprio un estremismo, che un cane ed un bambino non saranno mai la stessa cosa e, per l'amore di Dio, mica mi vorrai paragonare la sofferenza di un bambino con quella di un agnellino e poi, si sa, l'uomo è l'essere più intelligente di tutti e quindi alla fine gli altri animali è giusto che siano sfruttati da lui, ma comunque sempre amandoli, perché li si ama, eh, (sono io che sono troppo estremista, e ci mancava solo che mi dessero pure della fascista), e comunque ci sono animali cattivi ed altri buoni, ad esempio i coyotI (sic!) sono cattivi, e vuoi mettere gli avvoltoi? E insomma, gli animali si sono sempre mangiati, l'uomo è carnivoro, cacciatore, onnivoro, di tutto un po' e nessuno potrà mai impedirgli di mangiarsi una succulenta bistecca!

Tutto quanto sopra come altro definirlo se non il tentativo di convincermi della giustezza del mangiar carne, in mancato recepimento del quale venir definita estremista, intollerante, fastidiosa, noiosa, limitata, esagerata? E cos'altro è se non l'ennesimo tentativo di rimuovere la sofferenza animale attraverso un'accusa personale? Ciò che si fa è screditare me, la mia scelta di non voler più partecipare dello sfruttamento degli animali, per negare ancora una volta il diritto alla vita agli animali, della cui sofferenza non si deve parlare perché argomento triste e noioso, ché tanto il mondo è cattivo e non lo cambi.
Quindi la gente deve sentirsi libera di mangiare esseri senzienti ed io devo essere zittita, messa a tacere, per così mettere a tacere anche le tanto sconvenienti urla degli animali offesi. 

P.S.: se vi state chiedendo se ho mandato affanculo la mia amica: sì, ce l'ho mandata. Ma, essendo un'amica, ci siamo anche riappacificate, a patto che non si parli più di animalismo nelle occasioni conviviali. 
Meno male che c'ho il blog! :-D) 

domenica 25 novembre 2012

E gnam, e gnam, e gnam... che profumo che bontà


No, non sono impazzita. E però, da persona che non smette mai di vigilare criticamente sulla cultura imperante dello sfruttamento animale, faccio probabilmente caso a molti particolari che ai più risulteranno ininfluenti. 
Curiosando quindi tra le varie notizie riportate su Repubblica online ho letto quella relativa al vincitore dello Zecchino d'oro (che guardavo sempre da piccola), così sono andata a guardare il video. E, senza voler mettere in discussione l'assoluta dolcezza e meraviglia del bimbo di quattro anni, prendo atto di quanto anche attraverso un'innocua canzoncina per bambini si veicoli quella rimozione dell'orrore che è il massacro degli animali per la produzione di cibo. Così 'il pane con il prosciutto' diventa una bontà culinaria, il suo profumo talmente inebriante e gustoso da meritarsi il primo posto tra tutti gli altri odori. 
Precisamente, così i versi della canzone: "(il mio nasino) Crede di essere un grande professore, perché conosce qualunque odore. Ma ce n'è uno che a lui piace soprattutto, è quello del pane con prosciutto. E gnam, e gnam, e gnam... che profumo che bontà".

Il pane con prosciutto quindi, sin dalla più tenera età (pensate a quanti bambini guardano Lo zecchino d'oro, compreranno il relativo cd ed ascolteranno la canzoncina a ripetizione), è visto come un qualcosa di assolutamente buono da mangiare, gustare, assaporare; il suo odore - definito, non a caso, 'profumo' - associato alla parola 'bontà', dichiarato come quello che piace di più tra tanti altri, quindi veicolante un'idea positiva. 
Certo, direte voi, c'è di peggio: le pubblicità, l'educazione famigliare che  induce al consumo di carne ed anzi lo incentiva portandosi dietro una serie infinita di luoghi e credenze comuni ("la carne fa bene", "la carne fa crescere", "la carne è buona" ecc.), ma intanto tutto concorre a strutturare, ribadire, confermare il pregiudizio che mangiare carne sia "normale", "cosa buona e giusta" e questo vero e proprio lavaggio del cervello comincia sin da quando si è bambini. 
Io mi diverto sempre a notare e rilevare tutti questi meccanismi. Mi diverto e faccio il possibile per smontarli, decostruirli, smascherarli in tutta la loro ipocrisia, adoperandomi per cercare di fare emergere la violenza in essi sottesa che invece viene prodigiosamente mascherata tramite il linguaggio; linguaggio che parla da sempre la lingua del potere, dello sfruttamento dei più deboli, del dominio. Non a caso, associazione per associazione, che lingua apprende l'indigeno Venerdì che incontra il 'colono' Robinson Crusoe? Quella inglese. Il dominatore insegna la lingua al dominato. E così nella propaganda del marketing dello sfruttamento animale abbiamo le seguenti espressioni e sintagmi: carne felice, carne biologica, allevamento sostenibile, prosciutto che profuma di buono, salsicce saporite ecc.. 
Riappropriamoci della nostra lingua, di quella autentica che dice le cose, che è fedele ai corpi, a quella carne di cui siamo fatti e che sempre andrebbe salvaguardata e che, guarda caso, costituisce anche il comune denominatore di tutti i viventi.
Basta parlare di 'prosciutto', di 'mortadella', 'salsicce', 'bistecche'! Parliamo invece di corpi, di individui, di esseri senzienti. Cominciamo col riprendere i nostri amici e conoscenti quando dicono "cosa mangio?", riferendosi a qualche corpo animale e facciamogli capire che non si tratta di una 'cosa', ma di un 'CHI'.
Restituiamo individualità ai corpi animali ormai resi cadaveri sulle bancarelle dei supermercati, restituiamo loro quella dignità che gli è stata sottratta. 
E se servirà criticare anche un'innocua (che poi, appunto, tanto innocua non è) canzoncina dello Zecchino d'oro, che lo si faccia. Senza timore di apparire esagerati o sciocchi. 

P.S.: e ancora a proposito del linguaggio, ieri, di fronte alla stazione Termini, un manifesto gigantesco con la pubblicità del Mc Donald's recitava: "carne o pollo?". Ed è così che il pollo non è nemmeno più considerato carne, che il suo attributo fisico corporeo dell'essere senziente che è stato viene completamente ed arbitrariamente rimosso. Infatti, vi ricorderete che una volta un conoscente mi disse che il pollo nemmeno poteva essere considerato carne (qui).
Facile capire come poi ci si crogioli nell'illusione che mangiare un 'pollo' (o del prosciutto) non sia mangiare un essere vivente, un corpo. Un pollo è solo un pollo, nemmeno carne, bensì, qualcosa di astratto, che ha perso ogni connotazione e riferimento a tutta la violenza dell'atto di aver privato della vita qualcuno.

sabato 24 novembre 2012

Giù la maschera!


Ho condiviso questa notizia con un po' di persone, sia vegane, che onnivore, sia con spiccata sensibilità animalista, che indifferenti alla questione. Tutte hanno espresso eguale raccappriccio nei confronti del video. Tutte hanno unanimamente giudicato il grado di efferatezza, sadismo e crudeltà del popolo cinese di gran lunga superiore a quello di noi occidentali; in fin dei conti i Cinesi mangiano cani e gatti, costringono orsi bellissimi in gabbie che a malapena riescono a contenere la loro mole per prelevargli la bile dalla cistifellea (le cosiddette "fabbriche della bile", una forma di sfruttamento tra le più deprecabili), scuoiano numerose specie animali per farci le pellicce (cani, gatti, conigli, cincillà, fino alle specie più "pregiate"), mangiano brodo di tartaruga e zuppa di pinne di squali (quest'ultima anche detta "zuppa di pinne di pescecane", per la cui preparazione gli squali vengono depinnati vivi, quindi rigettati in acqua a morire dissanguati, in una lenta e dolorosa agonia) e tante altre belle cosette. Ora si scopre che addirittura infilzano scorpioni ancora vivi per poi arrostirli, sempre ancora vivi, così da poter ottenere "gustosi" spiedini. 
Noi occidentali inorridiamo. Come si può pensare di mangiare questi animaletti che dietro richiesta del cliente vengono arrostiti tra spasmi di dolore impensabili? I Cinesi sono matti, vien da pensare, sono dei pazzi sadici pronti a mettere sotto i denti qualsiasi cosa che si muova. In effetti, chi pensa così non ha poi tutti i torti. 

Eppure.... eppure... noi occidentali non siamo affatto tanto diversi. Anzi, non siamo per nulla diversi. 
Non infilzeremo scorpioni vivi per arrostirli, ma cosa facciamo alle aragoste? Non vengono forse anch'esse bollite vive? E gli astici? Gli scampi? Stessa sorte. Non avete mai visto questi poveri crostacei agonizzanti sul ghiaccio esposti nelle vetrine dei ristoranti? Oppure - secondo la normativa comunale e sempre che la si rispetti - adagiati sul fondo di minuscole vasche, con le chele legate? Ecco, dico, pensateci un attimo: questi poveri crostacei vengono venduti o ordinati al ristorante quando sono ancora vivi, per poi venire gettati nell'acqua bollente. Ancora vivi. Avete mai sentito le loro urla? Emettono un fischio straziante. Pensate che non cerchino di sfuggire all'iniqua morte? Beh, vi sbagliate. Lottano per cercare di uscire dalla pentola.
Fine non certo migliore fanno le lumache (nella civilissima, illuminantissima Francia considerate un piatto pregiato e prelibato). E che dire di quelle fabbriche dell'orrore che sono gli allevamenti per la produzione di foie gras? Le "fabbriche" della bile degli orsi della luna vi provocano angoscia al solo pensiero? Ecco, gli allevamenti di oche destinate ad essere meccanicamente ingozzate fino a che - letteralmente - non gli scoppia il fegato, non sono certo meno crudeli. 
Per non parlare del massacro su scala planetaria che viene quotidianamente compiuto e poi rimosso, negato, normalizzato: quello all'interno dei mattatoi, degli ambulatori in cui si pratica la vivisezione, degli allevamenti di animali uccisi per la loro pelliccia (hanno avuto la sfortuna di nascere con un bel pelo, pensate un po'). Un massacro che solo l'abitudine e l'introiezione di quella grande menzogna culturale che è la giustificazione di esso in virtù di una presunta superiorità di specie (dicesi altresì specismo, antropocentrismo) non viene percepito come tale. 
Dunque, chi si indigna ed inorridisce di fronte al video degli scorpioni infilzati vivi, dovrebbe altrettanto inorridire di fronte ad un risotto con gli scampi o ad una fretta di prosciutto. Notare invece come persino la terminologia adottata lavora affinché ciò che viene definito "cibo" non possa più essere ricollegato all'animale che un tempo è stato. All'individuo che un tempo è stato. Dire animale infatti non significa nulla. O meglio, esprime anch'esso - nel nome di una generalizzazione semantica - quella rimozione della singola individualità che negli orrori dei macelli, allevamenti ecc. viene brutalmente violentata ed azzerata.
Anche noi siamo animali. Questo ce lo dimentichiamo troppo spesso. Noi siamo animali. Ogni qual volta si partecipa dello sfruttamento degli altri animali, finiamo così con l'infliggere una ferita anche a noi stessi. Una ferita sempre aperta, sanguinante e che continuerà a sanguinare fino a che non smetteremo di perpetrare violenza sugli altri esseri senzienti che condividono con noi il pianeta. Abbiamo definito la nostra "umanità" in opposizione ad un'animalità a cui ci saremmo sottratti. Eppure questo confine ontologico è solo arbitrario. Ci siamo raccontati il mondo a partire da una visione esclusivamente antropocentrica e ci siamo autogiustificati nell'esercizio del dominio e della sopraffazione. Una giustificazione che oggi sta per essere finalmente smascherata in tutta la sua finzione. Noi creiamo continuamente finzione. Il primo racconto di finzione è stato quello su noi stessi in quanto specie che si differenzierebbe da tutto il resto del mondo animale. Ma, come ogni finzione, (non a caso l'etimologia del termine "persona" indica la maschera che nel teatro greco classico veniva usate per coprire il volto, il vero volto dell'attore che doveva quindi calarsi, "impersonare" qualcun altro) esso è teso ad occultare la verità. 
E se scoprissimo che tutta la cultura occidentale è un inganno? Che tutti i valori fondanti la nostra cultura sono solo le regole di un gioco che noi stessi abbiamo inventato, con regole da noi stessi stabilite e di cui ci siamo eletti arbitri insindacabili ed incontestabili? 
Giù la maschera allora! Non abbiamo paura di scoprire la vera meraviglia del nostro volto animale!
Rabbrividiamo sì, per gli scorpioni arrostiti vivi. Rabbrividiamo per l'oblio della nostra natura animale, ciò che ci ha condotti ad abusare dei nostri fratelli senzienti. 
Come dice Marco Maurizi in Al di là della Natura: "la Storia non è il luogo della memoria, bensì dell'oblio". 
L'orrore che in noi si manifesta di fronte allo spettacolo degli scorpioni infilzati vivi è forse la storia dell'orrore cui ci ha condotti questo oblio? E perché non proviamo lo stesso identico orrore di fronte alla fettina di salame, all'aragosta esposta sul bancone del pesce, alla bistecca di manzo? 
Che allora, se un senso si può dare a questo orrore, a questa ancora manifesta capacità che abbiamo di rabbrividire di fronte a quello che appare come un'assurda "novità" non ancora corrosa dall'abitudine, sia quello di uno scossone, di un memorandum, di un risveglio da questo oblio che dura da fin troppo tempo.

sabato 17 novembre 2012

Senza colpa di Felice Cimatti


La storia si svolge all’interno di un centro per lo studio della coscienza animale, da cui, un bel giorno, il primatologo Sauvage scompare improvvisamente. L’ispettore Mark Soul, incaricato di svolgere le indagini, cercando di farsi strada tra le scarne informazioni che gli altri membri del centro rilasciano – tutti curiosamente affetti da una strana forma di omertà e invero assai poco preoccupati di sapere che fine ha fatto Sauvage – si addentra a poco a poco nei gironi di quella che risulta essere a tutti gli effetti una prigione infernale in cui, senza colpa alcuna, sono rinchiuse le vittime di quella tracotanza tutta umana che i Greci chiamavano hýbris.

Nomen Omen

Ma a voi non fa ridere che il capo della polizia si chiami Manganelli?

Scherzi a parte, leggo questo titolo: "Manganelli: puniremo gli agenti violenti". E subito mi viene in mente il prologo di "2001: odissea nello spazio". Ma anche un bellissimo romanzo che ho letto di recente, "Senza colpa" di Felice Cimatti. E mi domando perché sia così difficile capire che la violenza è insita nella detenzione di armi, di qualsiasi tipo esse siano. Fai comparire una pistola in un romanzo e quella prima o poi spara, ho letto una volta da qualche parte. Ecco, metti un manganello in mano ad un poliziotto e quello prima o poi lo usa. 

giovedì 15 novembre 2012

Federfauna: almeno documentatevi meglio


Peccato che Hitler non fosse affatto vegetariano, basterebbe documentarsi un po' meglio (il che, nell'era digitale, non è poi così difficile). Uno dei suoi piatti preferiti era a base di carne (salsiccette viennesi). E non era nemmeno animalista, amare il proprio cane non significa affatto essere animalisti; se così fosse avremmo fatto un passo avanti, milioni di persone amano infatti il proprio cane, peccato che continuino bellamente a mangiare vitelli, maiali, polli, pesci e quant'altro secondo la propria cultura sia ritenuto commestibile. 
Detto ciò, la passione di Hitler per il suo cane, un pastore tedesco, è dovuta all'immedesimazione simbolica con il lupo. Ma non dubito che gli volesse bene, peccato che, appunto, da ciò non ne derivi automaticamente una sensibilità animalista.

Inoltre durante il terzo Reich furono abolite le associazioni vegetariane. Pensa un po'.
Ma poi, anche se Hitler fosse stato veramente vegetariano ed animalista (e non lo era!), il sillogismo "Hitler era vegetariano, gli animalisti sono vegetariani e dunque tutti gli animalisti sono come Hitler" non ha senso.

Hitler era pure un pittore. Dunque tutti i pittori sono nazisti? Dai, pure i bimbi di tre anni lo capiscono che questa non è la maniera di condurre un ragionamento.
 
Provocazione, questa di Federfauna? Mah, almeno potevate sforzarvi di trovare qualcosa di più originale.

Sono stanca di tutta questa gente che parla di animalismo senza nemmeno sapere cosa sia. Luoghi comuni su luoghi comuni. Puahh... mi viene sinceramente la nausea.

Federfauna, associazione che difende allevatori e cacciatori, pensasse piuttosto a fare silenzio dopo la notizia della morte del cacciatore dodicenne, per la quale davvero non ci sono parole.

martedì 13 novembre 2012

Philip Roth non scriverà più

OK, ne hanno parlato tutti, la notizia la sanno pure i muri, ma potevo non dire nulla io che sono la fan numero 1 di Philip Roth? 
Dunque Nemesi (che ho recensito qui) pare che sia stato il suo ultimo romanzo, dopodiché noi lettori italiani potremo ancora contare su pubblicazioni di suoi vecchi racconti e romanzi ancora inediti in Italia (o riedizioni di vecchie opere ormai fuori stampa) e sulla sua biografia che uscirà postuma, per la quale ha incaricato Blake Bailey. 
I motivi della sua ritirata li spiega qui, in questa intervista che ha rilasciato per la rivista francese LesInRocks.

Non la traduco tutta (magari nei prossimi giorni, ora ho fretta), riporto però un passaggio che mi ha colpita particolarmente: 

"Écrire, c’est avoir tout le temps tort. Tous vos brouillons racontent l’histoire de vos échecs. Je n’ai plus l’énergie de la frustration, plus la force de m’y confronter. Car écrire, c’est être frustré : on passe son temps à écrire le mauvais mot, la mauvaise phrase, la mauvaise histoire. On se trompe sans cesse, on échoue sans cesse, et on doit vivre ainsi dans une frustration perpétuelle. On passe son temps à se dire : ça, ça ne va pas, il faut recommencer ; ça, ça ne va pas non plus, et on recommence. Je suis fatigué de tout ce travail. Je traverse un temps différent de ma vie : j’ai perdu toute forme de fanatisme. Et je n’en ressens aucune mélancolie."

Trad.: "Scrivere è avere sempre torto. Tutte le vostre bozze raccontano la storia dei vostri fallimenti. Non ce la faccio più a provare questo tipo di frustrazione, non ho più la forza di confrontarmici. Perché scrivere, significa sentirsi frustrati: non si fa che scrivere parole sbagliate, frasi sbagliate, storie sbagliate. Ci si sbaglia di continuo, si fallisce senza sosta, e si è costretti a vivere in una sorta di frustrazione perenne. Si passa tutto il tempo a dire: questo non funziona, bisogna ricominciare; quest'altro non funziona più, e si ricomincia. Sono stanco di tutto questo lavoro. Sto attraversando un momento particolare della mia vita: ho abbandonato ogni forma di fanatismo. E non ne sento malinconia."

Beh, in effetti, come non comprenderlo? Solo chi almeno una volta nella vità avrà provato a buttare giù qualcosa di più sostanzioso di un pensiero sa quanta frustrazione si celi dietro la ricerca della parola giusta, dell'aggettivo appropriato, di quella precisa frase che solo potrebbe riuscire a rendere la sensazione ed il pensiero che si vuole comunicare.
Per di più, ogni volta che ci si rilegge, capita sempre di trovarsi vagamente ridicoli, ingenui, come dire... ci si sente nelle condizioni di chi ci ha provato, ma non ci è ancora riuscito. E questo succede sempre. Sempre. 
Insomma, io lo capisco Philip Roth, dopo una vita dedicata alla scrittura, alla letteratura, vorrà pure riposarsi un po' sugli allori giustamente meritati, eppure il pensiero che non leggerò più qualcosa di nuovo di suo, che dalla sua penna non uscirà qualcosa di nuovo, ecco... mi rattrista tanto. Ma apprezzo tanto la sua decisione, pare che abbia altresì dichiarato al suo editore che in effetti non ha più nulla da dire e beh, gente, questa è onestà intellettuale, un'onestà che me lo rende ancor più caro.
Sì, ho ancora qualche vecchio suo romanzo da leggere, ma non è la stessa cosa perché in questi anni, seguendo cronologicamente l'uscita delle sue opere, ho potuto seguire quello che è stato un po' il suo percorso letterario, un percorso che necessariamente ha seguito non solo l'evolversi della sua scrittura, ma anche delle sue tematiche, via via, con l'approssimarsi della vecchiaia, sempre più dimesse ed esistenziali. E quanta differenza c'è tra l'esorbitante e dissacrante prosa di Pastorale Americana e il tono più mesto ed intimista - una confessione che ha il sapore del timore reverenziale della morte, ma anche intrisa di una rabbia per un corpo ormai destinato al disfacimento fisico - di Everyman! 
Non si può leggere Roth saltando di palo in frasca, bisogna averlo conosciuto nei suoi esordi disillusi, cinici e dissacranti, poi saputo corteggiare per la circonvoluzione della sua prosa dalla sintassi costruitissima che ti costringe a soffermarti e ritornare indietro per poi riprender fiato e che ben si attaglia ed esprime tutta la pienezza di una mente sempre in fermento, per poi meglio saperlo apprezzare e comprendere nella sua ultima fase, quella appunto in cui il sarcasmo si stempera nelle ombre della sera e ci restituisce la grandezza di uno scrittore in tutta la fragilità dell'uomo. 
Avrei voluto scrivere un post migliore per Philip Roth, l'avevo in mente da sempre, ma poi non lo facevo mai e così ho deciso che è meglio così, buttar giù queste due righe in fretta e furia per salutare il suo addio alla scrittura.
C'è da aggiungere ancora che non sempre mi sono trovata d'accordo con le sue idee, con la sua visione del mondo, ma sempre sono rimasta affascinata dai suoi percorsi mentali e dalla capacità di dargli forma con la sua scrittura, e questo è ciò che per me significa apprezzare l'arte, a prescindere dall'artista, ossia separare l'opera dal suo creatore. 
Non credo che mi abbiano influenzata più di tanto le sue idee, ma la sua maniera di dargli forma, questo sì.  
E adesso non mi rimane che augurargli di vincere il Nobel, quel Nobel che nessuno più di lui si merita. 
Glielo volete dare questo Nobel, sì o no?   

domenica 11 novembre 2012

Il trionfo del kitsch

A volte accadono cose che mi fanno sentire irrimediabilmente stupida. O incredibilmente intelligente. O imbarazzata anche. Dipende dai punti di vista. O anche, semplicemente, mi fanno sentire come se ci fosse una parte di realtà tutta nuova improvvisamente materializzatasi intorno a me che, per qualche ragione, non riesco minimamente a comprendere, nonostante gli sforzi. O forse è arrivato semplicemente il momento di prendere atto che sto invecchiando e che al gap generazionale non si sfugge, nonostante la voglia di tenersi costantemente aggiornati, nonostante internet, nonostante i social network che, almeno in teoria, dovrebbero distribuire uniformemente informazioni, mode, tendenze (non che delle mode e tendenze di per sé mi sia mai interessato qualcosa, ma semmai mi interessano sotto il profilo sociologico, per capire le reazioni della gente che mi circonda, per comprendere le nascite e diffusioni di un fenomeno).

Sto parlando del flash mob di ieri a Piazza del Popolo, Roma, che ha riunito ben 30.000 persone. Trentamila persone. E guardate che trentamila persone sono tante, eh? 
Trentamila persone rivolte verso il Pincio a ballare e cantare Gangnam Style, il noto pezzo del rapper sudcoreano PSY, il cui video è attualmente posizionato al secondo posto della classifica youtube dei più visti al mondo.
OK, la musica è sempre stata capace di riunire folle di persone, così come il calcio, tuttavia qui non si tratta di un concerto, o di un evento sportivo o musicale cui assistere, ma di un moto organizzato per cui 30.000 persone si mobilitano (da cui il termine flash mob) per mettere in atto qualcosa. Io posso capire benissimo ad esempio un rave, evento anch'esso capace di riunire decine di migliaia di persone, e lo capisco perché riunisce in sé tutta una serie di situazioni che da sempre attraggono i giovani (musica, ballo, droga, sesso, istanze libertarie e di ribellione al sistema ecc.). Un rave ha comunque una durata nel tempo e quando si diffuse, alla fine degli anni ottanta, esprimeva anche un significato ben preciso, veicolava una serie di messaggi: occupazione di stabili abbandonati o di spazi metropolitani periferici, autoproduzione musicale, critica dell'establishment musicale e culturale in genere e molto altro ancora.

Non mi pare che nel flash mob di ieri si veicoli invece una qualche forma di consapevolezza politica e sociale ed è questo a lasciarmi davvero incapace di comprenderne l'attrattiva. In più, nel guardare le foto ed il video di ieri provo una strana forma di disagio, di imbarazzo quasi. Non posso farci niente, ma le foto di quei ragazzi che si sono contorti al ritmo di Gangnam Style mi imbarazzano. 
Leggo che lo scopo ultimo sarebbe stato quello di entrare nel record per il flash mob più partecipato. Stabilire un record dunque. Leggo poi di commenti entusiasti, di gente che afferma di essersi divertita un mondo, di aver sperimentato qualcosa di davvero stupendo. 
Io capisco che trovarsi in mezzo a tanta gente che si riunisce tutta per lo stesso identico motivo abbia qualcosa di esaltante e di emozionante; un po' come quando ci si riunisce per manifestare, per un concerto, per qualsiasi altro evento, tuttavia non riesco ad assimilare il flash mob di ieri a qualcosa di significativo e costruttivo. Esprime qualcosa che mi sfugge e che non sono nemmeno sicura di poter comprendere qualora mi venisse spiegato. Leggo ed ascolto i commenti di alcuni ragazzi e nuovamente la prima sensazione che mi assale è imbarazzo.
Ora, non voglio fare la moralista, non voglio nemmeno dire come ho letto in alcuni blog che c'è qualcosa di strano se trentamila persone si riuniscono in una piazza per ballare un pezzo e rimangono indifferenti di fronte ai governi e alla banche che ci affamano, alle guerre, povertà diffusa ed indotta da meccanismi globali in parte voluti e pianificati a tavolino, alla privazione del diritto alla cultura, sfruttamento lavorativo, sterminio di miliardi di animali al giorno ed altro ancora. No, io non voglio esprimere un giudizio di tipo morale, ma solo estetico. La verità quindi è che l'evento di ieri lo trovo esteticamente imbarazzante. Trovo imbarazzante riunirsi in una piazza per ballare Gangnam Style, tutti a ripetere le stesse mosse, tutti sincronizzati con i propri smartphone. Un po' come i balli di gruppo. Ed io ho sempre trovato i balli di gruppo tremendamente tristi, imbarazzanti. Ecco, che differenza c'è tra il ballo di gruppo o l'evento di ieri? Entrambi sono l'espressione del kitsch più assoluto, ecco cosa sono. Trovo irrecuperabilmente kitsch alzare tutti le braccia allo stesso ritmo, alzare tutti gli stessi iPhone o smartphone simili sincronizzati sullo stesso brano, tutti a ripetere come una serie di automi la stessa gestualità, le stesse smorfie, espressioni.  
E quindi realizzo che quello che mi ha lasciata perplessa dell'evento non è stato tanto l'inutilità di esso (ossia l'aver riunito trentamila persone per ballare un pezzo e non magari per protestare contro il governo delle banche), quanto il ripetersi di una bruttura, la totale assenza di estetica, di originalità, la mancanza del gesto artistico. Il kitsch mi imbarazza più di qualsiasi altra cosa e il flash mob di ieri è l'apoteosi del kitsch.
L'estetica soltanto potrà salvare il mondo. Sarà per questo che sono diventata animalista ed anticapitalista: perché la violenza mi repelle e la riduzione della meraviglia di ogni individuo a numero ancor di più. 
 

venerdì 9 novembre 2012

Oltre la specie: una storia d'amore


Ho il piacere di condividere con voi un racconto bellissimo che mi ha mandato l'amico di blog Alessandro.
Buona lettura!

 
Nel 2008, verso la fine di ottobre, decisi di spostarmi nel Nord Italia per cercare un nuovo lavoro. Approfittando dell'appoggio di mia sorella, mi trasferii da lei. Condividevamo una camera che si affacciava su un giardino, e dopo qualche giorno feci un incontro destinato a stravolgermi vita e abitudini. :)
Una gatta soriana di piccola statura, spaventatissima da ogni essere umano, che passava davanti alla nostra camera una volta al giorno, e scappava via non appena intravedeva movimenti da parte nostra, persino con la finestra chiusa.
Non avevo mai avuto gatti, ma iniziai a lasciarle del cibo ogni giorno, e ad avvicinarmi gradualmente a lei. Dopo qualche settimana riuscii a passarle la ciotolina aprendo la finestra di qualche centimetro senza che lei scappasse. Rimanevo poi immobile aspettando che finisse. Dopo tre mesi, tre luuuunghi mesi di croccantini, appostamenti e fughe, una mattina la micia finì di mangiare e decise di ricompensarmi dandomi delle capocciatine sulla mano. Le feci le prime carezze, beccandomi anche le prime zampate. Non era evidentemente abituata al contatto con l'uomo, e dovevo muovermi pianissimo per non spaventarla. Io e mia sorella (che, terrorizzata dai gatti, non voleva che lei entrasse in camera) ci chiedevamo se la micia avesse una casa o se fosse una gatta di strada. I miei dubbi si sciolsero l'indomani: dopo una notte di pioggia, al risveglio alzai la serranda e lei era fuori ad aspettarmi, riparandosi alla meno peggio sotto una pianta, e completamente fradicia. Faceva un freddo cane. Indossai un maglione, uscii a sedermi su un gradino e lei mi salii sulle gambe, addormentandosi mentre cercavo di coprirla.
Nel pomeriggio corsi a comprare una cesta e una copertina, che sistemai in giardino, accanto alla nostra finestra. La micia gradì molto e, da quel momento, capì di avere una nuova famiglia.
Non potendo lasciarla entrare in camera come avrei voluto, uscivo in giardino non appena veniva a chiamarmi, arrampicandosi sulla finestra e miagolando in un modo stranissimo. 


Aveva una vocina flebile, che emetteva una sorta di "miiiiio" appena percepibile. Decisi di chiamarla "Miagolina" :D

Trascorsero i mesi, l'estate si avvicinava e mia sorella, supplente, sarebbe tornata a Bari alla fine dell'anno scolastico. Il mio conto corrente andava ormai prosciugandosi e, a parte collaborazioni occasionali, non ero riuscito a trovare un lavoro. A malincuore, nell'impossibilità di restare a Verona, decisi di cercare un'adozione per Miagolina.

Dopo una lunga ricerca, si fece avanti una ragazza. Viveva con un gattone grigio, un bel certosino, in un appartamento al piano rialzato, che si affacciava su un giardino. Tristissimo, una domenica misi la micia in un trasportino e la portai in quella che sarebbe stata la sua nuova casa.

Piangevo, non riuscivo nemmeno a parlare. Sedetti e liberai la piccola in casa, chiedendo alla ragazza di non farla uscire prima che si fosse del tutto ambientata. Miagolina, ovviamente, non si fece avvicinare dall'estranea.
Il mattino seguente - stavo già preparando le valige - la ragazza mi chiamò. Mi disse che sarebbe stata costretta a liberare anzitempo Miagolina, in quanto si azzuffava con il suo gatto e forse in un territorio neutrale avrebbero avuto modo di tranquillizzarsi.
Non molto convinto, le chiesi di aspettare il mio arrivo per farlo. Una volta lì, vidi Miagolina gironzolare in giardino, esplorare il nuovo territorio. Dopo una mezz'oretta di preoccupazione, dovuta al fatto che l'avevo persa di vista, lei tornò e tornò con me nella nuova casa, seguendomi addirittura per le scale.
La salutai, e tornai in quella che, qualche giorno dopo, non sarebbe più stata la mia camera.
Il giorno seguente, in tarda mattinata, telefonai alla ragazza per chiederle se era tutto a posto. Mi rispose che aveva fatto uscire Miagolina, e che si era allontanata senza fare ritorno.
Preoccupato, mi recai nelle vicinanze del suo appartamento ed esplorai tutto il quartiere. Niente da fare, la gattina era scomparsa. Ero nel panico, avevo poco tempo per ritrovarla e mi sentivo in colpa per averle stravolto la vita, averla strappata via dal posto dove era nata e cresciuta mettendone a repentaglio la vita. Sentivo di averla tradita e soffrivo tantissimo.
Passarono tre giorni e tre notti. Insonne, in quanto il dormire era diventato, ai miei occhi, una perdita di tempo, uscivo persino a notte fonda per cercarla, chiamandola per le vie e nei campi. Sapevo di essere l'unico a poterla avvicinare, e questa enorme responsabilità gravava su un morale già a pezzi. Un pomeriggio - mancavano ormai un paio di giorni alla fine del contratto di affitto, dunque ero davvero sul piede di partenza - mi inoltrai in un campo incolto. C'erano quasi quaranta gradi, ed è difficile spiegare come fossi ridotto. A un certo punto, dopo l'ennesimo richiamo, sentii un debolissimo miagolìo. Continuai a chiamare, timoroso di essermi illuso, o che dalle sterpaglie venisse fuori uno dei tantissimi gatti presenti nella zona. E invece, dopo qualche esitazione, venne fuori proprio lei! L'avevo trovata, e anche lì lacrimoni, stavolta di gioia. Era visibilmente sfinita, disidratata. Si trascinava e appena riuscì ad avvicinarmi si lasciò letteralmente cadere su un fianco. La riportai nel giardino davanti alla mia camera.

Dopo aver mangiato e bevuto abbondantemente, si concesse un sonnellino ristoratore. Nel giro di poche ore tornò la gattina che avevo conosciuto, vispa e coccolona.
Ma ora che Miagolina era di nuovo lì, mi trovavo davanti a una scelta difficilissima. Non avrei potuto portarla con me a Bari, in quanto i miei vivono in un condominio che sarebbe una prigione per un animale abituato alla vita all'aperto. Ma non mi andava neanche di abbandonarla al suo destino, proprio ora che aveva scoperto cosa fosse una carezza, cosa significasse vivere senza la preoccupazione di cercare una preda da mangiare. Soprattutto, avevo il timore (tutt'altro che infondato) che, avvicinandosi alla mia camera come era ormai abituata a fare, potesse trovare qualcuno capace di farle del male.
Stavo malissimo all'idea di dovermi separare comunque da lei. Una cara amica di nome Graziella mi suggerì di portarla in un rifugio per animali di sua conoscenza. Si trovava a circa mezz'ora da dove abitavo.
Trascorsi l'ultima notte in giardino, con Miagolina sulle gambe. Inutile descrivere il mio stato d'animo in quelle ore.
Il giorno successivo, nel primo pomeriggio, Graziella venne da me per portare me e la gattina al rifugio. Dovetti nascondere mezza compressa di sedativo nella pappa di Miagolina, per evitare che il viaggio fosse troppo traumatico per lei. Fu straziante vederla barcollare e chiedermi con lo sguardo di starle accanto. La lasciammo entrare in camera. Si stese sul letto, e quando cercavo di alzarmi per andare incontro alla mia amica, che mi aspettava nel parcheggio adiacente al giardino, cercava di seguirmi ma finiva per cadere.
Mi sentivo impazzire. Restai accanto a Miagolina, mia sorella andò incontro a Graziella per poi accompagnarla in camera. Non ebbi le forze per prendere la micia, vidi Graziella sollevarla e infilarla nel suo trasportino. Miagolii lamentosi e spaventati sembravano implorarmi di liberarla, e io mi sentivo morire dentro.
Poco dopo eravamo a Isola della Scala, affidai Miagolina alla volontaria del rifugio e le ricordai che l'avrei mantenuta in regime di pensione in quanto sarei tornato, un giorno, a riprenderla.
Non troverò mai aggettivi adatti a rendere l'idea dello strazio che provavo. Qualche ora dopo ero in treno, Verona si allontanava e, con essa, anche un affetto importantissimo per me. 


Trascorsero settimane, poi l'intera estate. Una volta a settimana telefonavo al rifugio chiedendo come stesse Miagolina. Mi mancava terribilmente, addirittura più di quanto mi fosse mancata la mia famiglia nei mesi in cui ero stato lontano da casa.
Ma la mia serenità era destinata a durare ben poco. Non riuscendo per diversi giorni a contattare la proprietaria della struttura, venni poi a sapere che Miagolina era riuscita a fuggire e che da circa un mese nessuno l'aveva più vista. Erano i primi giorni di ottobre 2009, senza esitare preparai i bagagli e partii per Verona.
Durante il lungo e straziante viaggio, durato un'intera notte, pensavo e ripensavo ai momenti in cui veniva a trovarmi, alle foto che ci ritraevano insieme, all'affetto che riusciva a darmi quell'esserino dal passato ignoto. Stavo male.
Non avevo un'auto, mi toccava andare al rifugio al mattino e tornare con dei volontari quasi a mezzanotte. Passavo intere giornate vagando per i campi, chiamando Miagolina, agitando un sacchetto con dei croccantini. Nulla. Al tramonto calava una fitta foschia, e in qualunque direzione mi voltassi vedevo solo buio e nebbia. Sentivo un freddo molto più profondo di quello dovuto alle temperature, già rigide, di quei giorni.
Di tanto in tanto tornavo nel capannone in cui era stata portata Miagolina i primi giorni. Mi sentivo in colpa, non accarezzavo i tanti, splendidi gatti che mi si avvicinavano. Li evitavo perché volevo che Miagolina sentisse ancora il suo odore sulle mie mani quando l'avrei ritrovata, capisse che ero lì solo per lei.

Trascorsero i giorni. Io, sempre più disperato e fuori di me, sentivo di essere colpevole per tutto ciò che era accaduto. Provavo un astio profondo verso me stesso e mi sentivo vuoto. La mia (ex) ragazza e la mia amica Graziella cercavano di tirarmi su e di darmi consigli. E io ero schiacciato tra la voglia di lasciarmi andare e il pensiero di quegli occhioni innocenti smarriti chissà dove, in quel gelo.
Mi chiedevo se avesse trovato un riparo, se qualcuno la stesse nutrendo. Mi chiedevo anche se potesse esser stata investita da qualcuno.
La sensazione più brutta era causata dal non sapere. Non sapere se fosse viva o meno, non sapere se fosse rimasta incastrata in una trappola, se fosse caduta in un pozzo. Non sapere se potesse essere ferita, e se col suo debolissimo miagolio mi stesse chiamando mentre, inconsapevole, passavo accanto al cespuglio sotto il quale si era rintanata.
Non sapevo più dove cercare, e dopo sette giorni di ricerca continua ero stremato. Una mattina, Graziella venne a trovarmi con l'intenzione di darmi una mano nella ricerca. Passeggiammo su un sentiero sterrato, sino a giungere nelle vicinanze di un vecchio capannone adibito ad allevamento di tacchini. Chiamai ancora. Non era la prima volta che esploravo quella zona, ma in quell'occasione ebbi una strana sensazione, cosicché decisi che nei giorni successivi sarei passato ancora da li.
La mattina successiva, infatti, tornai in quella zona. Chiamai a gran voce Miagolina, invano. Giunto alla fine del sentiero, mi fermai per accendere una sigaretta. "Giuro che se la ritrovo smetto di fumare" - dissi tra me e me. Stavo per tornare verso il rifugio, ma provai ancora la strana sensazione che avevo avvertito il giorno precedente. Mi voltai nuovamente e proseguii il cammino, attraversando un terreno agricolo.
Mi ritrovai davanti un container, qualche rottame e delle piante. Degli abiti appesi ad un fil di ferro lasciavano presupporre che qualcuno avesse vissuto, o vivesse ancora li. Chiamai ancora la gattina. Sentii un miagolio. Incredulo, chiamai ancora e dopo qualche istante vidi la mia piccola corrermi incontro.
Ero emozionatissimo, tirai fuori dal marsupio della pappa e gliela versai. Lei non smetteva di miagolare, persino mentre mangiava. Aveva di nuovo il manto invernale, mentre quando l'avevo salutata il suo pelo era cortissimo e sembrava ancor più piccola di quanto i suoi tre chili e quattrocento grammi di peso potessero indicare. Telefonai a Graziella, non ricordo esattamente cosa le dissi, piangevo, ridevo come un ebete e balbettavo per l'emozione. Subito dopo, chiamai la volontaria del rifugio, chiedendole di venirmi incontro con una gabbietta. Accartocciai il pacchetto di sigarette, che non era nemmeno vuoto. Da quel giorno non ho più fumato.
Quella sera il mio ritorno a casa non fu triste come i precedenti. Liberai di nuovo Miagolina nel suo giardino, e lei prima di farsi un meritato giretto trascorse molto tempo sulle mie gambe, continuando a miagolare senza fermarsi un secondo. Son certo che mi stava raccontando, a modo suo, tutto ciò che le era successo in quei mesi. Sembrava felicissima.

Rimasi a Verona, intenzionato a non separarmi più da Miagolina. Finalmente, riuscii a trovare un lavoro, seppur part time, che mi consente ancora oggi di starle accanto.
Io e la gattina ci siamo trasferiti lo scorso luglio in un appartamento che oggi condivido con la mia compagna e altre due persone. Sta benone e si fa voler bene da tutti.
A quasi quattro anni dal mio trasferimento a Verona mi rendo conto di quanto possa sembrare assurda questa storia.
"Ma come, ti sei trasferito per stare con un gatto?"

Ebbene sì. Chiamate pure la neuro!

Vi presento Miagolina, la micia a cui appartengo. Quando siamo insieme dimentichiamo di appartenere a due specie viventi differenti e lei non mi fa (quasi) mai pesare il fatto che sono soltanto un umano.


di Alessandro Cassano

giovedì 8 novembre 2012

La nave dolce di Daniele Vicari: un sogno che si infrange

L’8 agosto 1991 una grossa nave mercantile, la Vlora, partita da Durazzo il giorno avanti, arriva nel porto di Bari. Non arriva con un carico di merce, bensì di donne, ragazzi, uomini, bambini; circa ventimila corpi, provati da un lungo e scomodo viaggio, sudati, affamati, stanchi, eppure in qualche modo felici, anzi, di più, inequivocabilmente entusiasti di aver finalmente messo piede nel nostro paese.

martedì 6 novembre 2012

La gatta che guardava la luna



All’incirca sette o otto anni fa capitò che io e il mio compagno ospitammo una gattina per un periodo. Proveniva da una colonia della casa di campagna di mio cognato - dove egli si recava a giorni alterni per distribuire il cibo umido (lasciando poi sempre a disposizione i croccantini) - e necessitava di cure giornaliere perché era malata e sofferente di reni.
Io accolsi quasi con indifferenza l’arrivo di questa gattina in casa, ossia, detti senza remora alcuna il mio consenso ad ospitarla per poterla curare, ma, un po’ perché sapevo che sarebbe stata una sistemazione temporanea (era previsto che dopo le cure tornasse nella colonia in campagna), un po’ perché all’epoca avevo scarsa confidenza con i gatti, non è che sin da subito le prestai moltissima attenzione; oggi me ne pento moltissimo, se tornassi indietro la riempierei di coccole ed attenzioni, pure perché, purtroppo, durante la permanenza in casa nostra la sua patologia andò peggiorando, nonostante le cure giornaliere, e alla fine fummo costretti a farla sopprimere (per evitarle un accanimento terapeutico inutile, essendo arrivati comunque ad un punto in cui non c’era più nulla da fare ed in cui mostrava segni di sempre maggiore sofferenza e dolore).
Come dicevo, io all’epoca non conoscevo i gatti, li avevo certamente visti mille volte, ma senza mai aver prestato loro particolare attenzione; diciamo che ero quella che in gergo si definisce più una “canara”, che “gattara”, avendo avuto cani sin da quando ero bambina, ma mai gatti (oggi invece convivo con nove gatti e un cane, più, last, but not least, il mio compagno, e sono diventata decisamente un’esperta gattofila).
Non sapevo quindi come interagire con questa gattina, e nemmeno ci provavo più di tanto. Certamente le davo da mangiare, da bere, le avevo preparato la cassettina per la lettiera, ogni tanto le dicevo “micia micia” con tono affettuoso, ma nulla di più.
Poi una sera accadde qualcosa di straordinario, una vera e propria epifania. Un qualcosa che rese comprensibile la meraviglia dell’altro da me, dell’altro animale in quanto individuo unico e singolare. Non so se riuscirò a spiegare con le parole quel che provai, ma farò un tentativo.
Ero uscita sul terrazzo per fumare una sigaretta, era una bella serata estiva, l’aria calda, ma non opprimente, una brezza leggera. Silenzio. Mi guardai attorno osservando i vari vasi di fiori, le finestre dei palazzi di fronte, la strada sottostante. Poi improvvisamente abbassai gli occhi a terra e fu allora che la vidi. Vidi la gattina poggiata sulle zampe posteriori, completamente immobile, il musetto rivolto all’insù, verso una luna piena bellissima. Anzi, fu proprio proseguendo la direzione del suo sguardo che potei notare quella bella luna. Lei non si accorse di me, continuava a starsene lì, ad osservare la luna, i baffetti tremolanti alla brezza leggera ben visibili in controluce, i suoi occhioni sgranati, colmi di stupore e meraviglia, di quello stupore e meraviglia che ho visto solo nei bambini piccoli. Fu immediato, il cuore mi si strinse in una morsa, tanto improvvisa quanto inaspettata, un’ inspiegabile commozione mi mosse quasi al pianto. Vederla lì, nel suo pieno esistere per sé stessa (e non già per noi umani, o come merce da vendere nei negozi), piena di curiosità verso il mondo ed al contempo completamente indifesa, vulnerabile, mi fece comprendere la meraviglia della sua unicità. Che è cosa banale da dire, me ne rendo conto, ma sentirlo, viverlo nel profondo è tutto un altro paio di maniche. In quel momento io smisi di vedere “un gatto”, ossia un esemplare qualsiasi della specie gatto, ed ho visto invece un altro essere, un essere pieno di aspettative verso il mondo e la vita; un essere che vive la sua vita indipendentemente dal nostro sguardo e dalla considerazione che noi abbiamo di esso, un essere che guarda la luna con i suoi occhi e la pensa, la sogna, la vive a modo suo, un essere che è soggetto della sua propria vita, vita che nessuno ha il diritto di calpestare, un essere che vuole vivere e che conduce la propria esistenza indipendentemente da noi. Direte, bella scoperta, eppure non ci giurerei che sia così scontato pensare agli altri animali come a qualcuno che esiste non già in funzione di qualcos'altro, ma per sé stesso. Qualcuno che tanto più appare fiducioso, pieno di meraviglia e curioso verso un mondo ancora tutto da sperimentare, quanto più appare anche indifeso, vulnerabile. 
Pensiamo spesso di essere gli unici soggetti che hanno un’idea del mondo, eppure sono certa che quella gattina, quella sera, stesse osservando e vedendo la luna esattamente come la osservo e vedo io. Magari non avrà sognato di poterci andare, magari non si sarà interrogata sui misteri dell’universo, ma ha gioito di esso, con tutti i suoi misteri, lo ha vissuto appieno, nell’immediatezza del momento e, sono certa, meglio di quanto abbia saputo farlo io. Ché quello che ci frega, a noi esseri umani, è la consapevolezza della morte ed anche questa capacità astratta che abbiamo di saperci raccontare il mondo - attraverso i miti, la storia, l’arte - ma di non saperlo vivere appieno, nel vissuto unico ed irripetibile dell’attimo che è l’unica forma di eternità che mai ci sarà concessa.
Da quella sera qualcosa è cambiato in me e se oggi sono quella che sono è anche perché la gattina che osservava la luna mi ha aperto una strada. Con quegli occhioni verdissimi e luccicanti rivolti all’insù mi ha mostrato qualcosa di più della bella luna piena; mi ha mostrato sé stessa. Ed io l’ho vista e da allora mai più dimenticata.