giovedì 31 dicembre 2015

Un anno di NOmattatoio

Il video che riassume i momenti più salienti della campagna NOmattatoio.
Con l'augurio che un giorno non ci debba essere più bisogno di campagne come queste, semplicemente perché schiavizzare animali - e qualsiasi altro individuo senziente - sarà una pratica considerata ormai anacronistica e non più accettata come normale.

video






lunedì 28 dicembre 2015

La finestra

Un racconto breve.

Le scarpe chiuse con un pezzo di corda e la testa piena di pidocchi. Gli abiti sdruciti di due taglie più grandi passati dai fratelli maggiori. In famiglia erano otto e vivevano tutti in una stanza: lui, il più piccolo di sei maschi e i genitori alcolisti.
Sedeva all’ultimo banco a destra della prima fila e accanto a lui c’era sempre un posto vuoto perché nessuno mai voleva stargli accanto. Non era per i pidocchi, i bambini non si preoccupano di queste cose, ma perché era leggermente ritardato e diverso da tutti gli altri. Se ne stava tutto il tempo voltato verso la finestra, come se non aspettasse altro che il momento opportuno per spiccare un salto, arrivare fin sul davanzale e volar via. Numeri, lettere, parole non gli interessavano. Era perso nel suo mondo interiore e non sembrava interessarsi granché a socializzare con gli altri. Ogni tanto sorrideva, ma non a qualcuno, sorrideva così, perché, tutto sommato, era un cuor contento. 
L’unico momento in cui sembrava realizzare di trovarsi in mezzo ad altre persone era durante la ricreazione. Al suono della campanella sembrava come risvegliarsi e cominciava a guardarsi attorno. Quel che gli interessava non era partecipare ai giochi, ma ottenere pezzetti di merenda qua e là perché nessuno a casa gli aveva preparato la sua. 
Una volta si mise di fronte a Sabrina che stava sgranocchiando le patatine e gliene chiese una. Lei fece no con la testa. Lui le ripeté la richiesta e lei ancora una volta scosse il capo. E continuò così per un buon quarto d’ora, con lei che continuava a sgranocchiare patatine una ad una, tirandole fuori dal sacchetto dopo averci rovistato dentro un po’, come a scegliere le più belle e le più grosse – quelle che solo a vederle ti sentivi pizzicare le papille gustative – e poi a infilarsele in bocca lentamente, socchiudendo gli occhi e rompendole con i denti facendo il più rumore possibile. E lui che continuava a implorarla con la bava alla bocca e lei che ancora scuoteva la testa, strizzava gli occhi e diceva no con un’ostinazione tale che a me venne voglia di tirarlo per una manica e portarlo via e non sapevo se provare più rabbia per lui che senza vergogna continuava a chiedere o per lei che non voleva dargli quella benedetta patatina. Fu quando gliene cadde una dal sacchetto, lui fece il verso di chinarsi per raccoglierla e lei veloce ci mise il piede sopra riducendola in poltiglia ormai immangiabile che qualcosa mi si rimescolò dentro e allora trovai il coraggio di prendergli la mano e portarlo via con me. 

Quell’anno era la terza volta che ripeteva la prima elementare e nei consigli di classe si discuteva se ammetterlo o no alla seconda, anche se a malapena sapeva scrivere il suo nome e non riusciva a leggere una sola parola senza sillabare. 
Angelo, si chiamava Angelo, che lui leggeva An – ge – lo e quando gli chiedevi come si chiamava lo scandiva allo stesso modo. 
Tra gli insegnanti c’era chi diceva che tanto più di così non avrebbe potuto imparare a allora tanto valeva ammetterlo alla seconda classe e fargli passare tutto il resto fino al termine della scuola dell’obbligo e chi invece era convinto che il problema fosse la famiglia in cui viveva, il fatto che non avesse spazio e concentrazione per fare i compiti e che i genitori non lo seguissero e lo lasciassero bighellonare tutto il giorno con i fratelli più grandi che già avevano lasciato la scuola per dedicarsi a lavoretti di ogni tipo portando a casa due spicci che poi finivano, puntualmente, nella tasche, pardon, nella gola dei genitori che era sempre arsa da una sete di alcol inestinguibile. 
Fatto sta che alla fine, durante il consiglio dell’ultimo trimestre dell’anno in cui andai in prima elementare, prevalse la linea del “non arrendiamoci!” e fu deciso che Angelo sarebbe stato affiancato da un bambino, particolarmente diligente e paziente, che il pomeriggio lo avrebbe invitato a casa sua a fare i compiti, nella speranza che avrebbe potuto migliorare. Quel bambino, fu deciso che fossi io. 
Per tutto il resto dell’anno mia madre venne a prenderci all’una e ci portava a casa nostra. Ci dava da mangiare e poi ci lasciava giocare un po’. Io avevo solo bambole perché, invero, ero una bambina, ma Angelo non sembrava farci caso, non era ossessionato come gli altri bambini maschi dal pallone da calcio, le figurine o le macchinine, né si preoccupava di essere preso in giro se fosse stato visto fare giochi da femmina. Più di ogni altra cosa gli piaceva ascoltare i dischi e ballare. Quando accendevo e spegnevo la luce per imitare quelle a intermittenza delle discoteche, andava letteralmente in visibilio. Saliva sul letto e si dimenava come se sotto avesse una platea piena di gente ad applaudirlo. 
Mia madre gli fece tagliare i capelli e lo ripulì dai pidocchi, poi gli comprò le scarpe nuove e qualche vestito della sua misura. In poche parole, lo adottammo, anche se la sera lo riaccompagnavamo a casa sua, fin dentro quella specie di stanzone di un sottoscala umido e puzzolente. La madre una volta uscì fuori e ci ringraziò per gli abiti nuovi e tutto il resto, ma lo disse come attraverso un vetro, come se tra noi e lei ci fosse una distanza che sarebbe stato impossibile colmare. 
Il rendimento scolastico di Angelo non migliorava granché però gli piaceva giocare con me e sembrava reagire di più agli stimoli esterni. A scuola era più attento e sembrava più interessato alle attività, comprese quelle di gioco. 
Ormai a ricreazione non doveva più andare in giro a mendicare pezzetti di colazione perché mamma me ne metteva due dentro la cartella, una per me e una per lui. 
Scoprì che gli piaceva stare al centro dell’attenzione e così si prestava a fare un po’ il giullare della situazione, assecondando le richieste degli altri bambini di ballare, cantare o fare altro. Era molto bravo e particolarmente intonato e tutti lo applaudivano alla fine di ogni esibizione. Fuori da quel momento però, nessuno se lo filava più di tanto e fuori dalla classe, fuori dall’ora di ricreazione, non gli dicevano nemmeno ciao. Lui ci restava male, non capiva perché poche ore prima tutti lo avessero supplicato di fare cose e poi dopo era come se fosse diventato invisibile. 
Allora lo prendevo per mano e lo portavo a casa mia dove, se non proprio al centro dell’attenzione al cento per cento, almeno tornava a essere visibile.
  
Un bel giorno Angelo non si presentò in classe. La maestra fece l’appello e si accorse che non c’era. Io mi ero accorta già da prima. Nessuno si preoccupò più di tanto, nemmeno io, pensammo che forse si era preso l’influenza o che non si fosse svegliato in tempo. Ma quando non si presentò nemmeno il giorno dopo la maestra chiese a mamma di andare a controllare a casa sua. Io andai con lei. A casa c’erano dei parenti venuti da chissà dove che erano stati mandati a chiamare. Due sere prima i genitori di Angelo, ubriachi fradici, erano andati a sbattere con la macchina contro un albero ed erano rimasti uccisi sul colpo. 
Allora feci fatica a comprendere la situazione, mi venne detto soltanto che Angelo sarebbe andato a vivere con questi parenti o forse messo in un orfanotrofio, non so bene. Feci giusto in tempo a vederlo un istante, prima che mia madre mi portasse via. Se ne stava seduto sul letto e aveva di nuovo quello sguardo perso come quando in classe restava per ore voltato verso la finestra, solo che ora, lì, non c’era nessuna finestra. 
Gli feci ciao con la manina, ma lui non sembrò farci caso. 
Mamma mi tirò via e quando le chiesi se sapesse cosa stesse guardando Angelo, mi rispose che certe persone vedono cose che noi non vediamo e che è come se stessero sempre affacciati alla finestra di un mondo diverso.  

(Rita Ciatti)

martedì 22 dicembre 2015

È stato l'anno




È stato l'anno della campagna NOmattatoio, del consolidarsi dell'amicizia con Eloise, dei tanti appuntamenti per organizzare i presidi, le corse per andare a ritirare i cartelli, a chiedere i permessi in questura, i pomeriggi interi trascorsi a scegliere frasi, immagini, a buttare giù pensieri, idee, scartarne tanti altri, vederne alcuni germogliare e poi crescere e fiorire. E quelli sul divano a guardare film e mangiare patatine, tra un sonnellino e l'altro. 
È stato l'anno di qualche delusione, che alla fine si è rivelata l'esatto contrario perché quando ti accorgi che alcune persone sono peggiori di come le avevi immaginate in fondo c'è da festeggiare; ché è meglio averle perse, che trovate.
È stato l'anno dei piccoli viaggi, io che negli ultimi anni avevo perso il gusto di spostarmi e stavo pericolosamente scivolando nella fossa dell’immobilità per evitare l’ansia da preparativi per poi scoprire che invece infilare due stracci in una borsa e mettersi in moto è più facile di quanto sembri.
È stato l’anno in cui ho rifatto il primo bagno al mare dopo otto anni. Quello delle gite a Sabaudia con Eloise in cui non riuscivamo mai a rilassarci completamente come volevamo perché alla fine succedeva sempre qualcosa, ma comunque sia la costanza nel provarci era già un premio di per sé. 
È stato l’anno in cui mamma si è aggravata, delle nottate in quell’ospedale triste e freddo trascorse tra il suo capezzale e il balcone dove uscivo a fumare una sigaretta e delle albe rosate con l’andirivieni delle rondini al nido, rubate attraverso uno spiraglio dalla finestra.
È stato l’anno in cui, dopo quasi undici anni, io e Andrea abbiamo deciso di sposarci. Così, su due piedi, spronati da una coppia di amici, Daniele e Francesca, e messo in piedi i preparativi quasi fosse un gioco. E dell’ansia degli stessi. Ché la mia psicologa mi diceva sempre che non so vivere le emozioni e le sposto tutte sul piano dell’organizzazione e del fare pratico. È stato l’anno, quindi, di quel giorno magico interamente vissuto come se fossi dentro un sogno. Ricordo, di quel pomeriggio, soprattutto il momento in cui sono salita nella macchina di Elo e abbiamo messo il navigatore per raggiungere il posto dove si sarebbe tenuta la cerimonia e c’era un po’ di traffico e temevo che non avremmo fatto in tempo mentre dentro di me continuavo a ripetere, cazzo, sto andando a sposarmi. Della paura che piovesse, di bagnarmi i capelli e rovinarmi il trucco perché sì, era il mio matrimonio e volevo essere bella. Ricordo la serata che è volata in un attimo, l’emozione di avere accanto gli amici e parenti più cari e dello sforzo di evitare lo sguardo di mia madre perché altrimenti sapevo che mi sarei messa a piangere per la commozione. 
È stato l’anno in cui ho ricominciato a fare sport e a riprendermi cura del mio corpo perché non è vero che voler essere belli sia frivolo. Così come ci si prende cura di una bella pianta, o di un bel giardino, si custodisce un tramonto nel cuore o si allestisce la propria casa al meglio, allo stesso modo è giusto valorizzare se stessi. 
È stato l’anno delle colonie di gatti che ci sono piovute così tra capo e collo perché la signora anziana che se ne occupava è caduta e si è rotta il femore. E che lasci i gattini senza mangiare? Non sia mai! Così è cominciata l’avventura dell’appuntamento serale con le bustone di pappa e l’acqua e tanta fatica, soprattutto mentale, e un po’ di scoraggiamento, ma il tutto ampiamente ripagato dalle corse festose dei mici, le codine svettanti e i miagolii di benvenuto alla luce del crepuscolo. 
È stato l’anno dei festival antispecisti in giro per l’Italia, dell’incontro con tante persone, della nascita di nuove amicizie.
È stato l’anno della morte di mamma. Un evento che ancora non credo di aver messo bene a fuoco. So solo che c’era un prima e ora c’è un dopo: una cesura incolmabile. In mezzo c’è tutta una vita, sentimenti strani che ho deciso di vivere nell’immediatezza senza per forza doverli intellettualizzare.
È l’anno in cui mi sono risvegliata da un lungo sonno e ho deciso una cosa tanto semplice quando difficile a mettersi in pratica: ho capito che posso essere esattamente quella che voglio essere. 
È l’anno in cui ho ritrovato la voglia di scrivere, di leggere, di darmi da fare e ho capito che che se si fanno le cose prima o poi i risultati arrivano; magari non nella maniera in cui avevi immaginato, magari in maniera diversa, in una maniera che non avresti mai nemmeno minimamente sospettato, ma proprio per questo ancora più belli e sorprendenti. 
È l’anno di alcuni fermo immagine stampati nella mia testa: tipo, noi quattro in auto verso Viareggio, io, Elo, Marco e Arianna a sentire la musica e poi di colpo ammutoliti quando il camion con dentro quelle splendide mucche ci è passato accanto; e poi la scoperta di Baratti e quell’aperitivo sui Navigli a Milano e le cene al ristorante cinese io e Andrea da soli dopo il giro dei gatti e poi ancora l’asfalto che macino sotto le scarpe durante le mie lunghe camminate e le mattine che di nuovo sono promesse a venire e non chiamate al patibolo.
I fermo immagine che fanno sbiadire tutto il resto però rimangono due: io che bacio mio marito dopo che ci siamo sposati e il momento in cui arrivo in ospedale e capisco che è troppo tardi per dire addio a mia madre che già non è più cosciente. E la cosa che più mi è dispiaciuta non è stata non averle io potuto dire addio, ma che lei non abbia potuto dirlo a me perché so quanto ci avrebbe tenuto. 

È stato l’anno delle promesse mantenute. A me stessa, soprattutto. 
E del dispiegarsi della vita poco a poco che alla fine non giunge mai del tutto inaspettata, ma è sempre un rivelarsi di qualcosa che in fondo già sapevi e allora un senso di compiutezza inspiegabile a parole è tutto quel che avverti, nel bene e nel male.

Foto di Angelica Morini.

lunedì 21 dicembre 2015

Otto, maiale speciale


Di recente mi è capitato di entrare in una libreria in cerca di un libro per bambini che parlasse di animali. Era mia intenzione fare un regalo che potesse essere al tempo stesso utile e divertente. Purtroppo sono dovuta uscire a mani vuote e ho dovuto ripiegare per un giochino d’altro genere. Perché mai, penserete voi, di storie con animali non sono forse pieni gli scaffali del reparto infanzia? Vero, ma purtroppo si tratta quasi sempre di storie a sfondo specista, ossia dove gli animali sono considerati produttori di qualcosa - mucche da latte, galline per le uova, maiali felici di essere trasformati in salsicce e via dicendo - o bestie selvatiche e feroci a simboleggiare il male; certo, ci sono anche storie edificanti di cani fedeli o altri animali con cui i protagonisti intessono relazioni speciali, ma il tutto è sempre visto in un’ottica paternalista o compassionevole dove comunque non si arriva mai a mettere in discussione la maniera in cui nella nostra società trattiamo gli animali, specialmente quelli definiti da “reddito”. 
Poi, per fortuna, un’amica mi ha parlato di Otto, la storia di un maiale speciale raccontata sotto forma di filastrocca, scritta e illustrata da Stefania Bisacco. Un libro che ha molto di più di un lieto fine perché si tratta di una storia vera che racconta la liberazione di un maiale di nome Otto da uno dei tanti luoghi di dominio e sfruttamento in cui il sistema in cui siamo immersi confina gli animali non umani e al tempo stesso fa capire, con un messaggio semplice e immediato, quanto ogni animale sia speciale a suo modo poiché unico e desideroso di vivere esattamente come tutti noi. 
Penso che trasmettere ai bambini il rispetto per ogni individuo senziente sia fondamentale e se poi lo si fa raccontando loro una bella storia realmente accaduta, meglio ancora!
Per di più, decidendo di regalare Otto ai bambini, si supporta anche un significativo progetto di editoria antispecista indipendente e si contribuisce alla realizzazione della casa famiglia LunaCorre, una struttura che ha come obiettivo quello di offrire una casa, nell’attesa dell’adozione definitiva, ad alcuni dei cani - ma non solo, la struttura ospita anche gatti felv, conigli, capre, galline - ospiti dei due canili gestiti da due fondatori Davide e Rebecca. L’idea è quella di cominciare a farli sentire a proprio agio all’interno di un contesto famigliare in cui possano già cominciare a intessere relazioni con umani e a conoscere la libertà. 
Otto maiale speciale, quindi, è qualcosa di più di una bella storia illustrata: è un progetto concreto di liberazione e di libertà, nonché di rispetto dell'altro, concetti che il maialino protagonista ha potuto sperimentare di persona, ma che, ahimè, sono ancora ben lontani dall’essere fondanti e costitutivi della nostra società attuale. I maiali infatti, come tutti gli altri animali cosiddetti da “reddito”, sono considerati al pari di cose, quindi soggetti a una forma di dominio totale che va dalla nascita fino all’uccisione violenta dentro i mattatoi. Tutto ciò nelle nostre società è considerato normale ed è sostenuto dalla maggioranza, risultato di un lungo processo culturale di denigrazione ontologica dell’alterità animale - e della diversità in genere - che anziché essere considerata arricchimento è invece soggetta a meccanismi di esclusione e di un altrettanto lungo processo di sfruttamento atto al mantenimento delle strutture gerarchiche di controllo e potere socio-politici; strutture in cui, anche se in forme diverse, siamo tutti invischiati, noi animali umani compresi.
Da sempre le favole sono una forma efficace per veicolare messaggi di contenuto etico o anche per mettere in luce i paradossi e le ingiustizie sociali (basti pensare a Pinocchio, specchio di un’Italietta corrotta e misera ancora molto attuale, o alle favole di Esopo, dal sapore più moraleggiante) e credo che sia arrivato il momento di includervi anche i messaggi di antispecismo libertario, come l’esempio di Otto, maiale speciale magnificamente ci illustra! 
Per sostenere, approfondire le info sul progetto e acquistare la favola, cliccare qui

mercoledì 9 dicembre 2015

NOmattatoio 12° presidio: il resoconto


Da oltre un anno scendiamo in strada ogni mese per mettere in luce ciò che costituisce una delle pratiche più oscure della nostra società: la violenza istituzionalizzata che si cela dietro la cosiddetta “industria della carne”. 
Il 28 novembre scorso si è tenuto infatti il dodicesimo presidio nei pressi del mattatoio comunale di Roma, lungo la via ad alto scorrimento Palmiro Togliatti. 
Dei mattatoi i media parlano solo saltuariamente, quando fa notizia la scoperta di particolari maltrattamenti – rivelati grazie a investigazioni sotto copertura – ai danni degli animali, come se già il dominio totale – dalla nascita programmata alla reclusione forzata fino all’uccisione – non fosse un maltrattamento di per sé. A tal proposito ci preme ricordare quanto detto di recente da Annamaria Manzoni durante la sua ultima conferenza cui abbiamo assistito durante il Vegan Days di Pontedera: si pensa che all’interno di determinate istituzioni di dominio totale ci siano delle “mele marce” di cui bisogna liberarsi affinché tutto venga condotto nel rispetto delle normative vigenti sul “benessere animale”, ma il punto è che non sono i singoli addetti a perpetrare eccezionalmente trattamenti di particolare sadismo, ma è l’intero contenitore – quindi il mattatoio o l’allevamento in sé – ad essere marcio. Una volta che si consente l’esistenza di luoghi in cui gli animali possono essere manipolati, reclusi e uccisi, non c’è più limite al dominio sui loro corpi e il confine tra ciò che è lecito – le normative vigenti – e ciò che non lo è – abusi ulteriori, calci, percosse, violenze di ogni tipo – viene a cadere.

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giovedì 3 dicembre 2015

Mattatoi e lager

"Il parallelo tra mattatoi e lager non deve quindi suscitare imbarazzi, perché non è in alcun modo una minimizzazione dell'Olocausto o un'impropria esasperazione che ha l'unico scopo di scioccare. Tutt'altro. È semmai un'osservazione che può aiutare a riflettere sulle strutture di dominio e di morte che caratterizzano la società contemporanea e sul fatto che si giovano della diffusa complicità di chi si crede innocente, non responsabile, non chiamato in causa". 

(Restiamo Animali di Lorenzo Guadagnucci)



Immagine di Andrea Festa