mercoledì 29 marzo 2017

Informazione, non proselitismo


Accade sempre più di frequente che miei contatti di FB non veg mi scrivano dicendo: sai, leggendoti e guardando le foto e video che posti ho capito quanto sia ingiusto sfruttare e mangiare animali, così mi sono finalmente deciso/a a diventare veg.
Notizie così mi fanno felice, doppiamente felice: in primis per gli animali perché si trovano una persona in più dalla loro parte, una persona in più a combattere per la loro liberazione; e poi per la persona stessa perché è una persona che ha ritrovato o forse scoperto per la prima volta la sua sensibilità e empatia. Una persona capace di vedere tutti gli aspetti della realtà nella sua interezza e quindi guarita dalla dissociazione cognitiva indotta dal carnismo.
Io, come altri, facciamo informazione. Non proselitismo. Ma quando l'informazione racconta la vera realtà non è poi così difficile che le persone aprano gli occhi e gettino via quelle terribili lenti oscuranti che non gli fanno percepire la violenza e l'ingiustizia del dominio sugli altri animali. 

martedì 28 marzo 2017

Sorella mucca


Ieri sera, durante la terza puntata di Animali come noi, la trasmissione inchiesta di Giulia Innocenzi, si sono viste immagini molto dure che raccontano la vera realtà della produzione di latte.
Per quanto tempo le persone continueranno a pensare che le mucche producano latte semplicemente mangiando erba? Non credo ancora per molto. 

Vedere queste sorelle di altre specie così manipolate, schiavizzate, sfruttate fino allo sfinimento e poi eliminate dopo uno, due, massimo tre anni causa incapacità di reggersi in piedi per la troppa usura del loro corpo (l'allevatore ha usato la parola "riformare", termine usato anche nelle dittature e nelle opere del famigerato Marchese de Sade per dire "uccidere"), mi ha fatto provare una grandissima rabbia. 
Rabbia che, come sempre, incanalerò al massimo in determinazione per lottare contro questa assurda ingiustizia.

Ieri mattina c'è stato anche il 28° presidio NOmattatoio durante il quale, guarda caso, siamo riusciti a filmare un camion carico di mucche. Qui il video. Oltre a un altro (questo il video) carico di agnellini e pecore che urlavano in maniera straziante.


Chi mangia gli animali e i prodotti del loro sfruttamento è spesso ancora molto ignorante, nel senso che ignora la vera realtà degli allevamenti, dei tir carichi di animali, dei mattatoi. Ma questa realtà sta per uscire sempre più allo scoperto. 
Nessun individuo sarà più lasciato solo a morire nell'invisibilità. Non potremo fermare tutto questo in tempi brevi, ma non permetteremo che continui ad accadere per sempre.


sabato 25 marzo 2017

Free John Doe: nuova realtà attiva nel movimento per i diritti animali

Nasce una nuova realtà attiva e impegnata direttamente nel movimento italiano per i Diritti Animali
Un investigatore di “Free John Doe” impegnato in riprese all’interno di un allevamento di suini
 
Il Gruppo di Supporto della nuova Unità Investigativa “Free John Doe” lancia l’attività di diffusione di materiale fotografico e video attraverso la relativa pagina Facebook (facebook.com/SupportFreeJohnDoe) e altri social media (instagram.com/free_john_doe).
La neonata Unità Investigativa è formata da attivisti e investigatori che si occupano di indagini e salvataggi di animali grazie all’utilizzo di attrezzatura tecnica specifica. Le tecniche usate prevederanno un approccio diretto per permettere di denunciare il più possibile ciò che accade realmente all’interno degli allevamenti e dei macelli, e in alcuni casi di intervenire per salvare animali trovati in condizioni critiche all’interno delle strutture sotto indagine.
Il gruppo di supporto a breve diffonderà una serie di lavori molto importanti che caratterizzeranno l’impegno dell’Unità Investigativa costantemente impegnata sul campo. A tal proposito vi forniamo il link a questo video già pubblicato sulla relativa pagina Facebook (https://www.facebook.com/SupportFreeJohnDoe/?pnref=storyche illustra parte di ciò che è stato portato avanti in questi mesi. Il video, della durata di poco più di un minuto, descrive l’attuale situazione dei suini nei reparti all’ingrasso di alcuni allevamenti italiani considerati “d’eccellenza”. Animali feriti, stressati e ormai in fin di vita, che hanno avuto solo la possibilità di ricevere un gesto di affetto e di conforto degli investigatori, prima della fine della loro agonia all’interno di un allevamento intensivo.
            L’Unità Investigativa agisce in maniera indipendente portando avanti progetti autofinanziati e molto impegnativi. Ogni iniziativa sarà svolta e pubblicata con una finalità ben precisa, ossia per denunciare le pratiche svolte all’interno degli allevamenti e dei macelli, trasmettendo, quando possibile, le testimonianze a media nazionali ed internazionali, associazioni e/o enti preposti interessati a portare avanti iniziative di diffusione pubblica e di denuncia, anche legale. Al di là delle presunte normative specifiche che regolamenterebbero le condizioni di trattamento degli animali, lo scopo dell’Unità rimane comunque quello di mostrare direttamente all’opinione pubblica ciò che avviene, fornendo degli strumenti di conoscenza per poter denunciare pubblicamente la violenza inferta agli animali.
A testimonianza della collaborazione con i media menzioniamo che nella prima puntata del programma “Animali Come Noi” in onda su RaiDue e curato da Giulia Innocenzi, alcuni componenti dell’Unità Investigativa “Free John Doe” hanno accompagnato la giornalista e alcuni collaboratori all’interno di diversi allevamenti. L’apporto degli investigatori è stato fornito in maniera totalmente indipendente, con l’unica finalità di accompagnare una troupe interessata a vedere cosa è possibile riscontrare all’interno degli allevamenti intensivi, in questi caso di suini. È possibile visionare alcuni estratti specifici attraverso questi links:

Il Gruppo di Supporto dell’Unità Investigativa “Free John Doe” è formato da volontari che avvalendosi del diritto d’informazione riportano quanto gli viene comunicato senza alcun coinvolgimento o responsabilità nelle azioni che vengono rese pubbliche (immagini video e fotografiche via internet e in alcuni casi attraverso i media nazionali e internazionali). Inoltre il Gruppo di Supporto, grazie al contributo dei propri volontari, si impegnerà nei prossimi mesi ad essere presente ad eventi informativi pubblici, con l’intenzione di diffondere materiale informativo e promozionale sulle attività dell’Unità Investigativa e delle campagne mediatiche che verranno lanciate prossimamente.

venerdì 24 marzo 2017

Semi di liberazione


Alla fin fine, ciò che muove in maniera preponderante ogni mio pensiero e azione è il senso di giustizia. 
Ho sempre avuto, sin da bambina, questa chiarezza nel percepire la gravità dei danni - psicologici o fisici che fossero - inflitti ad altri esseri viventi, che fossero altri bambini come me, adulti o animali non umani. 
Ho sempre appoggiato con naturalezza le cause dei disperati - alcuni le chiamerebbero "cause perse" - dei deboli (resi deboli dalla società), degli emarginati. 
A scuola facevo amicizia con i bambini più in disparte, con quelli con cui nessuno voleva avere a che fare (e che magari poi spesso erano anche i più sensibili e intelligenti) e ho sempre detestato le manifestazioni di potere e il bullismo in ogni sua forma. 
Sarà per questo che a un certo punto della mia vita ho diretto il mio sguardo verso i più sfruttati e bistrattati di tutti, verso coloro che non vengono ritenuti degni di alcuna considerazione morale.
Ieri sera mio padre mi ha detto: mi spiace che sei costretta a vivere in questo mondo brutto, ma almeno hai un ideale, riferendosi al mio impegno verso gli animali.
Ecco, quel senso per la giustizia che mi porto dentro da sempre me l'ha insegnato proprio lui. Lui che da giovane si è battuto per i diritti dei lavoratori facendo scioperi per ottenere il pagamento degli straordinari e per altre questioni basilari che all'epoca non erano affatto scontate; e che non lo sono più nemmeno oggi.
Dev'essere triste vedere che quei diritti per cui ci si è battuti e che per un periodo sono stati affermati tanto da non immaginare che sarebbero mai potuti esser messi in discussione, oggi sono stati di nuovo spazzati via. Il mondo del lavoro è un disastro: precariato, sfruttamento, violazione di diritti basilari. 
Questo ci insegna che non bisogna mai fidarsi di chi gestisce il Potere perché così come talvolta nella storia è pronto a concedere qualcosa, altrettanto è pronto a toglierlo. 
Dobbiamo lavorare per rendere le persone consapevoli dei loro diritti. Un diritto concesso senza consapevolezza di chi ne gode, è un diritto fragile. 
Dobbiamo lavorare in senso liberazionista, per affrancarci da gabbie mentali e fisiche.
Dobbiamo lavorare per render chiaro a tutti quali siano i confini oltre i quali inizia l'inviolabilità dei corpi altrui. 
Il Potere è sempre un biopotere, ossia un potere - assoluto o parziale - sui corpi.
Ecco, riconoscere che gli animali non umani subiscono un potere assoluto in quanto i loro corpi sono controllati dalla gestazione alla fine, sarebbe già un qualcosa. 
È nel riconoscimento di questa profonda ingiustizia che germogliano i semi della liberazione.

martedì 21 marzo 2017

Altra breve nota sulle strategie


La liberazione animale è un processo. 
Assodato questo, non credo sia ragionevole pensare che tutti gli allevamenti chiudano per motivi soltanto etici.
Ci sarà una fase in cui inizieranno a chiudere gli intensivi a fronte dell'adeguarsi del mercato rispetto alla richiesta dei consumatori, ma, come dicevo giorni fa, l'ipotesi della semplice conversione da intensivo ad estensivo non è facilmente realizzabile. 
Ogni allevamento, grande o piccolo che sia, dovrebbe acquistare terreni, dismettere capannoni, cambiare la pratica di produzione che non dovrebbe essere più automatizzata. Avete idea di quanto costerebbe ciò in termini di investimento? 
E se intanto chiudesse la metà degli attuali allevamenti, pur non essendo affatto una vittoria, ma un passo intermerdio, morirebbe la metà degli animali di oggi. Noi vogliamo salvarli tutti, certamente, ma, - e qui torniamo all'inizio della mia sintetica riflessione - la liberazione animale non è un atto immediato, ma un processo lento e lungo.

Se potessi aprire tutte le gabbie oggi stesso, ma, al di là dei proclami stile slogan, non credo sia fattibile.

Quindi, un conto sono gli obiettivi, un altro le strategie.

E chiarisco meglio, per non dare adito a equivoci: qui non si tratta di essere favorevoli agli estensivi, ma di capire che, comunque la si pensi noi, la reazione del sistema probabilmente tenterà quella strada. Starà a noi rivendicare allora con determinazione - anzi, continuare come sempre - ciò che ci sta a cuore: la fine di ogni tipo di allevamento e di ogni forma di sfruttamento, dominio e uccisione degli altri animali.
La via dell'estensivo aprirà una falla: noi dovremo insinuarci lì.

lunedì 20 marzo 2017

Nella metro di Roma si riflette sul futuro degli animali

Un articolo di Paola Re per Gallinae in Fabula sulle affissioni in metro di NOmattatoio.


Dal 9 al 22 Marzo, in tutte le fermate delle linee A e B della metropolitana di Roma, 185 cartelli mandano un messaggio: scegli vegan. Tre diverse immagini con altrettante frasi e una breve informazione invitano a riflettere sul rapporto con gli animali destinati a diventare cibo secondo una tragica ideologia di dominio e sfruttamento che molto lentamente, ma inesorabilmente, sta dando qualche segno di cedimento. Queste affissioni sono una delle tante testimonianze quotidiane di un cambiamento di cui oggi forse non ci si rende completamente conto ma che è in corso. La campagna di affissioni arriva da NOmattatoio http://www.nomattatoio.org/ che durante l’anno organizza presidi a cadenza mensile davanti al mattatoio di Roma per raccontare la realtà celata dietro quei cancelli.

Gli animali ritratti sono vivi e il messaggio che si dà è sul loro ipotetico futuro. Non si pensa a questo aspetto quando sono ridotti a cibo, smontati in pezzi, ognuno dei quali con un nome di mercato, ma se riavvolgiamo il nastro ci rendiamo conto che i pezzi erano un essere intero, vivente e senziente.

Continua su Gallinae in Fabula

Della campagna ha parlato anche Anna Ditta per TPI

domenica 19 marzo 2017

Vuoi immaginare il mio futuro da grande? - NOmattatoio in metropolitana


Lo sapete, no, come ci si sente quando si entra in metropolitana?
Il fatto di prendere le scale per andare sottoterra, dove prendere un treno che in gallerie sotterranee ci trasporterà tra punti distanti della città - una specie di 'salto in iperspazio', però dal retrogusto ctonio delle piste per le biglie al mare - ci pone subito in uno stato di attenzione che non è quello normale - che in città è già ipercinetico di suo.
Infatti, ecco che tutto quello che ci sta intorno - paesaggio totalmente artificiale - ci sollecita con evidenze raddoppiate, enfatizzate, che hanno l'effetto paradosso di avviluppare i sensi in un domopak di distacco.
E però non siamo ciechi o distratti: filtrano invece fino a noi quei messaggi che con il loro aspetto familiare, noto, consuetudinario, riescono a portare fino alla nostra attenzione multi-scopo, contenuti in qualche modo sorprendenti. Che cioè hanno il colpo di scena, che ribalta e capovolge tutte le ovvietà.











sabato 18 marzo 2017

Strategia amica mia


Avere una strategia economica è fondamentale perché gli animali si sfruttano per profitto, mica per odio o sadismo. Quello è secondario, è venuto dopo. Ovvio che dopo secoli in cui gli animali sono stati visti come mere risorse rinnovabili - materia prima a costo basso rispetto al profitto (come era una volta per gli schiavi) - poi si è prodotta la dissociazione cognitiva e tutti abbiamo iniziato a vederli solo come merci. A quel punto si può dire che abbiamo iniziato a produrre, come specie, una cultura pienamente carnista e a considerare altre specie solo come animali da redditto.
Come si inverte il processo? Lavorando sulla cultura a tutto tondo, e per cultura intendo qui quell'insieme di attività che la nostra specie produce, compresa l'economia, non solo la filosofia.

Riassumendo: vero che dobbiamo cambiare dal punto di vista culturale in senso ampio la considerazione che abbiamo degli altri animali (quindi dobbiamo lavorare a livello di etica, filosofia, linguaggio, letteratura, tutto insomma), ma è anche vero che questa distinzione ontologica si è prodotta nei secoli dopo che abbiamo iniziato a sfruttare gli altri animali per profitto, di fatto negando loro l'individualità. E a forza di fare una cosa, cambia la percezione che abbiamo di un determinato soggetto. A forza di sfruttare gli animali non abbiamo saputo far altro che vederli come oggetti, ma è anche vero che tutto questo è accaduto per motivi essenzialmente economici e quindi dobbiamo cercare strategie utili per mettere in ginocchio il settore degli allevamenti intensivi.
Perché solo quelli intensivi? Perché, come spiegavo nel post di ieri, di fatto, ossia concretamente (non solo quindi perché costituiscono una menzogna dal punto di vista etico), quelli estensivi non sono realizzabili concretamente, trattasi di pura utopia in quanto non riuscirebbero mai a soddisfare l'attuale richiesta di carne. Per poterlo farlo bisognerebbe convertire a pascolo tre quarti della superficie terrestre (dati alla mano: è spiegato benissimo in Cowspiracy). Ciò è semplicemente irrealizzabile. 

E ovviamente dobbiamo insistere nel dire che tutti gli animali allevati, a prescindere dal tipo di allevamento, finiscono fatti a pezzi nei mattatoi. Fatto che costituisce un'ingiustizia massima di per sé. 

Poi aggiungo una considerazione personale, ma che la dice lunga sui meccanismi psicologici delle persone. Io stessa e altri siamo diventati vegani dopo una serie di passaggi mentali. Dapprima abbiamo messo in discussione gli allevamenti intensivi. Ci sembravano il male assoluto, Poi abbiamo capito che l'ingiustizia è nel concetto di allevamento e sfruttamento in sé degli altri animali.

venerdì 17 marzo 2017

L'insostenibile leggerezza dell'allevamento estensivo


Molte persone amano rifugiarsi nell'idea confortevole dell'allevamento estensivo, ma di fatto esso è insostenibile almeno sotto due punti di vista: quello etico, perché programmare, allevare, gestire, deportare, mandare a morire ammazzati - quindi sottomettere a un biopotere dominante assoluto - individui senzienti per trarne profitto non potrà mai essere etico;
e quello economico perché, di fatto, esso non potrà mai soddisfare la richiesta di produzione e consumo di carne della società attuale.
Ora, immaginatevi quegli allevatori che oggi stipano 5000 maiali (ma ce ne sono anche di immensamente più numerosi) dentro una struttura e lo fanno perché solo così riescono a ottenere un profitto maggiore rispetto all'investimento. Immaginate che gli si chieda di ampliare gli spazi, di smettere di allevare in maniera intensiva, di rispettare tutte le norme sul fantomatico "benessere animale". Sapete cosa succederebbe? Che sarebbero costretti a chiudere perché a quel punto non avrebbero più i 5000 individui stipati alla cazzo dentro allevamenti fatiscenti, ma dovrebbero acquistare terreni, costruire, investire. Traendone la metà del profitto. Di conseguenza dovrebbero alzare i prezzi della carne a cifre assurde oppure chiudere. 
Chiuderebbero comunque, anche se decidessero di alzare i prezzi perché la gente non sarebbe disposta a pagare più di tanto. La carne diventerebbe un prodotto di élite. Oppure comprerebbe quella importata da altri paesi, ma comunque sia gli allevamenti intensivi italiani fallirebbero comunque. L'economia funziona così nel mercato globale. Per questo motivo nell'ultimo decennio tantissimi settori italiani sono entrati in crisi e hanno chiuso. 
Subentra poi l'effetto domino. Quando alcune grosse aziende crollano, trascinano con loro anche i piccoli. 
La storia dell'allevamento sostenibile è una menzogna. Non sarà mai sostenibile perché proprio impraticabile come strada. Lo spiegano anche nel documentario Cowspiracy.
Per questo dobbiamo innanzitutto mettere in ginocchio gli intensivi.
Non perché siamo a favore degli allevamenti cosiddetti etici (siamo attivisti che vogliamo la fine di ogni forma di sfruttamento animale), ma perché abbiamo capito che la strategia, a volte, è meglio di qualsiasi altro discorso si potrebbe fare. Almeno per la massa, per le persone che di certo non hanno né la voglia, né il tempo, né la capacità, forse, di avvicinarsi all’antispecismo.
Quello verrà dopo. Come dice Melanie Joy, una volta usciti dal carnismo si assume una prospettiva del tutto diversa sul mondo e sui meccanismi socio-politici perché si smette di considerare gli animali come prodotti. L’azione, il comportamento, le abitudini influenzano il nostro modo di percepire le cose. Smettendo di mangiare animali, si smette di vederli come oggetti. 
Poi ovvio che noi, in quanto attivisti, dobbiamo continuare a fare il nostro lavoro, ossia a parlare di liberazione animale. Ma dobbiamo pure essere scaltri, realisti, lucidi. Non bloccati ideologicamente, ma strategici.
Tutti i grandi movimenti di liberazione hanno avuto successo quando hanno lavorato sinergicamente per allargare le brecce aperte dalla crisi economica in un dato settore.
Le donne sono entrate nel mondo del lavoro perché agli imprenditori faceva comodo avere nuove braccia da sfruttare; da lì (i primi movimenti femministi iniziano in ambito operaio) abbiamo iniziato a chiedere sempre più diritti, a organizzarci, a farci sentire. 
La schiavitù è finita per motivi essenzialmente economici.
La liberazione animale avverrà per una sinergia di fattori e non possiamo permetterci di non tentare tutte le strade. Invito a riflettere chi oggi ha paura dell’accettazione da parte della massa (che si tranquillizza e mette a tacere gli scrupoli di coscienza) dell’allevamento cosiddetto etico, ossia estensivo: non sarà mai realizzabile. Di fatto è solo uno spauracchio. 
Lavoriamo per abbattere gli intensivi. Non sarebbe forse un primo traguardo – di cui certamente non ci accontenteremmo – che di fatto ridurrebbe di molto lo sfruttamento degli animali? 
Attenzione, non sto parlando di un fine, di un obiettivo, ma di una strategia. Il fine è sempre quello: liberazione animale. 
La strategie possono essere tante e io dico che abbiamo il dovere morale di tentarle tutte; affinché un giorno nessuno di noi potrà dire: forse c’era questa strada, ma l’ho scartata a prescindere.
Di fatto, essendo gli estensivi solo un'utopia, se veramente si riuscisse a far abolire gli intensivi, avremmo la strada spianata per l'abolizione degli allevamenti tout court.

giovedì 16 marzo 2017

NOmattatoio su Il Corriere della Sera


Grazie a Beatrice Montini si parla della nostra campagna metro che sarà visibile per un'altra settimana ancora. 

"Immagina se io potessi rimanere in vita”. “Ti sei mai chiesto cosa farò io da grande?”. “Ti piacerebbe darmi un futuro?”. Le frasi campeggiano su 185 cartelloni che fino al 19 marzo si trovano in tutte le fermate della metro A e B di Roma."

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mercoledì 15 marzo 2017

Nel guscio


Trovo il linguaggio del nuovo libro di McEwan troppo pomposo, quasi barocco, retorico. E non si tratta della traduzione perché anche in inglese è così, tanto che lo avevo abbandonato. Ora sto provando a rileggerlo in italiano, ma niente, la sensazione non cambia. 
Confido nella storia, però che delusione, non sembra la sua scrittura. Io che l'adoravo proprio per quella sua capacità di cercare e trovare tra le parole proprio quelle più adatte a trasmettere sensazioni. La sua era una scrittura sensoriale.
Ora invece sento uno scollamento enorme tra le parole e la realtà.
Speriamo che magari siano solo le prime pagine, che poi il registro narrativo cambi, come un vino che va lasciato decantare prima che inizi a sprigionare i suoi aromi.
Ecco, giust'appunto, sentite quanto suona male l'ultima mia frase? Come suoni di artefatto, come blocchi l'immaginazione? "Come un vino che...". Analogia pessima, retorica. Giusto per farvi capire com'è questo inizio di "Shell" e... come non si dovrebbe mai scrivere.
Ad esempio, a pag. 5 leggo: "Ho saputo sin dall'inizio, da quando ho scartato il dono della coscienza dal dorato involucro in cui era avvolta..."; e ancora prima, siamo praticamente all'incipit: "Mi si chiudono gli occhi di nostalgia al ricordo di quando fluttuavo libero nel mio sacco opalescente, a spasso dentro la bolla sognante dei miei pensieri, tra capriole al ralenti in un oceano privato, e delicate carambole contro i confini trasparenti della mia prigione".
Ma che sono tutti questi aggettivi? Sognante, delicate, trasparenti, dorato... 

Insomma, 'sto bambino ancora deve nascere e già ha stufato. In ogni senso. 

Vi dirò meglio quando l'avrò finito. Magari mi sbaglio. 

lunedì 13 marzo 2017

Paragoni


Una delle convinzioni più diffuse usata da sempre per giustificare l'oppressione di altre specie o di altre etnie è quella di affermare che alcuni individui soffrano di meno solo perché hanno la pelle di un colore diverso o ricoperta di pelo, squame o piume.

Dicevano la stessa cosa dei neri. Non soffrono come i bianchi, sono bestie, sono abituati a lavorare. 

Poi delle donne: non hanno le stesse esigenze degli uomini, il loro ruolo è solo quello di procreare e crescere figli (al massimo andare a fare shopping, spettegolare tra loro, leggere qualche romanzetto rosa di infimo livello).

Degli animali, da sempre e tutt'oggi (nonostante le evidenze etologiche e quelle dell'esperienza comune), si dice: non soffrono, non sono consapevoli, non hanno esperienza del mondo, non sanno cosa sia la libertà, sono abituati a stare chiusi, a trainare pesi, a sopportare ogni tipo di ingiuria e ingiustizia. Heidegger diceva: gli animali non possono morire veramente (nel senso di non avere la stessa nostra esperienza della morte) perché sono poveri di mondo. Si sbagliava: povero di mondo è chi non riesce a comprendere altri orizzonti, a vedere che ci sono infiniti altri mondi oltre al proprio.
Peraltro è proprio assimilando chiunque altro agli animali che si giustifica ogni tipo di abuso.
Se è assodato e legittimato culturalmente che agli animali si possa fare di tutto senza che essi soffrano o che ciò che venga percepito come ingiustizia, allora assimilo te (nero, ebreo, rom, donna ecc.) a un animale e poi ne giustifico l'oppressione, la violenza, il dominio, l'uccisione. 

domenica 12 marzo 2017

Le cose sono sempre andate così


Tu dici che le cose non cambieranno mai, che le persone non smetteranno mai di sfruttare, di opprimere, di schiavizzare gli animali perché comunque sono risorse a costo zero e questo fa comodo al sistema basato sul profitto economico in cui viviamo.
Ok, diamo per vero che le cose non cambieranno mai. Ma, comunque sia, non credi che smettere di prender parte a tutta questa violenza e di finanziarla direttamente sia anche una questione di integrità morale, di dignità, di pienezza dell'essere individuo pensante e non solo consumatore?

Una volta mi sono detta queste cose che ora dico a te: se anche le cose dovessero restare così per sempre, se anche gli animali continueranno a esser fatti nascere per diventare cibo, borse, scarpe, pellicce e quant'altro, io comunque non voglio più farne parte, non voglio più esser come la massa cieca, pavida e anche un po' egoista di fronte alle ingiustizie, non voglio più sentirmi in colpa. Chi si volta dall'altra parte, chi rimane zitto, chi acconsente, chi tace, chi non si mette in gioco per non perdere i propri miserabili privilegi (ah, il privilegio di scegliere se mangiare salame o mozzarella, di vitare Roma o Milan, di comprare quel cellulare di ultima generazione anziché tenersi il precedente), chi non prende posizione in realtà una posizione la sta prendendo: restare dalla parte degli oppressori. 

Una vita passata a difendere il proprio miserrimo orticello innaffiato col sudore degli oppressi e concimato col sangue degli ultimi degli ultimi, ma che vita è?

sabato 11 marzo 2017

Solo sofferenza?


Un pensiero abbastanza comune è: va bene mangiare carne, ma perché farli soffrire così?
A parte che non si può ottenere la carne senza che ci sia stata comunque enorme sofferenza e non solo nell'atto finale della macellazione (gli animali sono consapevoli di quello che gli sta per accadere e provano terrore, angoscia, panico, insomma, tutta la gamma di sensazioni che sentiremmo noi se ci trovassimo in quella raccappricciante situazione), ma durante tutta la loro, seppur breve, esistenza perché gli allevamenti sono un inferno inimmaginabile; ora, discorso della sofferenza a parte, è proprio ingiusto avere il dominio totale su altri individui senzienti, dominio che regola ogni singolo istante delle loro vite, dalla fase di ingravidamento della madre fino alla deportazione sui tir per andare al mattatoio.
Non è SOLO questione di sofferenza, ma di ingiustizia. Se anche non soffrissero, sarebbe ingiusto lo stesso. Cos'è l'ingiustizia? Quando si crea a un danno a qualcuno, lo si limita nella sua libertà, gli si impedisce di essere realizzato, felice, di avere totale esperienza del mondo si produce un'ingiustizia.
Ingiustizia è essere considerato oggetto, merce, quindi secondo un'ottica meramente utilitaristica. 
Ogni individuo dovrebbe nascere unicamente per sé stesso e non per soddisfare capricci o profitto economico per qualcun altro.
Gli altri animali sono materia prima gratis, sono schiavi, sono risorse rinnovabili, sono la base della gerarchia del potere economico e politico-sociale.
Se sei contro le ingiustizie, contro la schiavitù, contro lo sfruttamento, contro la povertà, se sei soprattutto contro la violenza, non puoi non essere contro i mattatoi e gli allevamenti.
Smettere di mangiare animali (carne, così viene chiamata dalla società carnista, in realtà si tratta di miliardi di individui fatti a pezzi) non dovrebbe essere un'opzione, ma un dovere sentito dal profondo del cuore per chiunque riconosca che gli altri animali siano individui e non merci.

L'immagine è quella che potrete trovare, insieme ad altre due, su tutte le fermate della metro A e B di Roma fino al 22 marzo.

venerdì 10 marzo 2017

giovedì 9 marzo 2017

NOmattatoio sulla metropolitana di Roma


A partire da oggi e fino al 22 marzo potrete vedere la nostra campagna di affissioni su tutte le fermate delle linee A e B della metropolitana di Roma. Potrete trovare alcuni manifesti sulla banchina di attesa dei treni, altri lungo il corridoio di accesso ai medesimi.
Tre diverse immagini con altrettante frasi e una breve informazione per invitare le persone a riflettere sul nostro rapporto con gli altri animali e a mettere in discussione il dominio, lo sfruttamento e le pratiche di violenza che perpetriamo nei loro confronti.
Noi ci abbiamo messo, come sempre, un impegno che viene dal cuore e da un sentito senso di ribellione verso l’ingiustizia dello sfruttamento animale. Speriamo che vi piaccia. 
Dedichiamo questo progetto a Tom Regan, noto filosofo statunitense impegnato per i diritti animali che ci ha lasciati il 17 febbraio 2017.
Ringraziamenti: 
Anita Krajnc e The Save Movement perché senza il loro sostegno tutto ciò non sarebbe stato possibile;
Corinna Elfie del Rifugio Hope - che ospita individui di diverse specie salvati dallo sfruttamento e dal mattatoio - presso il quale sono state scattate le foto dei soggetti ritratti;
Revers Lab per il logo di NOmattatoio;
Gallinae in Fabula;
Ideare Communication;
tutti gli amici attivisti che ci hanno dato consigli e prestato attenzione e collaborazione.
Grafica e immagini di Andrea Festa.

martedì 7 marzo 2017

Passo dopo passo

(Immagine presa dal web)

Vi voglio raccontare qualcosa sulla corsa: di come sono arrivata a correre per un’ora e mezza di fila, a un buon ritmo, senza stramazzare al suolo e anzi, sentendo di poter fare anche di più, volendo. 
Ma, soprattutto, vi voglio raccontare di cosa sia in realtà la corsa, del perché in tutto il mondo ci siano migliaia di persone che non rinunciano a uscire nemmeno con la pioggia, il freddo o il caldo che toglie il respiro. 
Non dirò certo cose nuove, ci sono tantissimi libri sul tema, alcuni anche di scrittori famosi come quello di Murakami (L’arte di correre) in cui fa un’analogia tra l’impegno nello scrivere e nel correre. Due attività apparentemente distanti, ma che in realtà hanno diversi punti in comuni. 
Il fatto è che la corsa come metafora del vivere non è un discorso nuovo,  così come la scalata in montagna, il trekking o altri sport: ci sono discipline che richiedono impegno, costanza e volontà più di altre (ma non solo, non sono infatti esenti da aspetti più tecnici)  quello che però forse non è abbastanza chiaro è il perché alcune discipline si prestino a diventare altro e cosa si può imparare da esse.
Ho iniziato a correre la scorsa estate. L’ultima volta lo avevo fatto nel 1999. Caspita, un sacco di anni prima, quando ero più giovane e abituata a fare sport con regolarità. 
Comunque non ho iniziato proprio da zero in quanto da circa un annetto avevo preso a camminare con regolarità, anche per due ore. Durante l’inverno mi ero aiutata con il tapis- roulant (magnetico e non elettrico), mettendolo leggermente in salita e cercando di aumentare gradualmente la resistenza. Poi a un certo punto ho sentito che camminare non era più abbastanza, come se il mio corpo fremesse per sollevare i piedi da terra. Non è una sensazione facile da spiegare, ma so essere abbastanza comune in chi cammina con regolarità. Sul tappeto magnetico però correre è molto difficile (e anche dannoso per la schiena), per cui, dopo averci provato qualche volta, con risultati buoni dal punto di vista dell’allenamento, ma frustranti per la mente e per il corpo, alla fine mi sono decisa ad uscire. 
Era giugno. Faceva già molto caldo. La prima volta ho corso per circa 40 minuti. Il fiato ce l’avevo, le gambe… quella prima volta pure, ma già verso la fine avevo iniziato a sentire i muscoli contratti. 
Il giorno dopo – ma direi già dalla fine della sessione stessa – non camminavo dai dolori. Acido lattico, muscoli rigidi. Decisamente avevo esagerato, come prima volta. Il giorno dopo però, con testardaggine – e anche molta improvvisazione sul tema – sono uscita di nuovo. E così quello dopo ancora. Dopo quattro o cinque giorni ho scoperto l’esistenza di muscoli mai avvertiti prima. La cosa strana è che ogni volta c’era un dolore nuovo. Ho avuto una contrattura al femorale posteriore per dieci giorni e ci ho corso sopra. Poi contratture in svariati altri punti, ma io, imperterrita, ho ignorato il dolore e sono andata avanti. O meglio, ho resistito al dolore. Allo sconforto di sentire il mio corpo come se fosse scollegato dalla mia mente (ricordatevi questo punto). Io volevo correre, lo sognavo anche di notte (la cosa curiosa? Sono anni che sogno di correre. Letteralmente), la mia mente si predisponeva a farlo, ma il mio corpo non la seguiva, non riusciva a stargli dietro. Dev’essere così che a un certo punto ci si accorge di invecchiare. Quando vuoi fare cose, ma non ci riesci più. Ma dev’essere anche così che si scoprono le potenzialità della volontà, del desiderio, della spinta a volersi superare. Volontà e desideri che spingono il tuo corpo al limite e che nel farlo, passo dopo passo, lo modificano, lo sollecitano, lo ri-svegliano, fino a fartene riappropriare. 
Non sto dicendo che non ho sentito più il peso dei miei anni, ma che spesso questi sono limiti, in parte, superabili. Con tanta pazienza, tenacia, testardaggine. E, nel mio caso, un pizzico di irresponsabilità.
Ora, dovete sapere che nelle mie prime settimane di allenamento ho fatto quanto di più sbagliato si possa fare nella corsa: correre sul dolore intendo. Specialmente se si è principianti. Senza alternare giorni di riposo a quelli di uscita (in gergo si chiamano carico e scarico: eh sì, poi a un certo punto mi sono messa a studiare cercando informazioni in rete e non solo). Mi è andata bene ché non mi sono fatta male veramente. Il rischio di infortuni in questi casi è alto. 
Anzi, proprio liscia non è andata. 
Dopo circa due settimane di allenamento quotidiano in quelle condizioni di muscoli contratti e doloretti sparsi qua e là, ho iniziato a sentire qualcosa che non andava alle caviglie. Dolori strani, come di tendini e legamenti infiammati, ma, come sopra, ho continuato a correrci sopra. Finché una mattina mi sono alzata, ho messo i piedi giù dal letto e ho realizzato che il dolore era aumentato a tal punto da non permettermi nemmeno di camminare decentemente. Figuriamoci correre. È a questo punto che ho iniziato a documentarmi per capire cosa mi fosse successo. La prima cosa di cui ho dovuto prendere atto è che avevo esagerato. Non si comincia a correre così. Che poi è il tipico errore che fanno tutti i principianti e anche uno dei motivi principali per cui molti mollano e si convincono che la corsa non faccia per loro.
Ho dovuto fermarmi, con il morale sprofondato. Per una decina di giorni circa.
Nel frattempo, fastidiosissime e indisponenti vocine non facevano che sussurrarmi: sei troppo vecchia per correre! Hey, ma cosa ti credevi, mica hai più vent’anni! Amica mia, dammi retta, lascia perdere, non è cosa per te! No, ma dico, sei diventata matta? Già la vita è abbastanza dura e vai pure a cercarti guai? Sai cosa significa vero infortunarti, rischiare interventi, fisioterapia, stampelle, gessi, barelle?!
Insomma, nella mia prolifica mente si susseguivano scene di ogni tipo. Complici anche tanti racconti di infortuni trovati su forum a tema (dove peraltro ognuno dice la sua e spesso tutto è il contrario di tutto. Ma questo lo impari a dopo: a capire che ogni esperienza è personale, così come il corpo, la resistenza alla fatica, i recuperi e tutto).
Insomma,  mi immaginavo sulla sedia a rotelle per il resto della vita. In alternativa: stroncata da un attacco di cuore improvviso.
Io, che avevo voluto sfidare il tempo e lanciare il mio corpo in un’impresa esagerata - insomma, manco avessi voluto correre la maratona di New York! - ma ancora una volta la mia mente stava andando per conto suo (lei sì che potrebbe correre anche le supermaratone!). Io, affetta da una hybris esagerata, punita dagli Dei della corsa e rimessa al posto suo.
Lo confesso. In quei dieci giorni ho pensato seriamente di mollare. Inoltre, sembravo ossessionata. Non pensavo ad altro. Cosa faccio? Continuo o non continuo? Un attimo la cosa mi sembrava fattibile, quello dopo, il doloretto che si faceva sentire mi scoraggiava di nuovo.
Però. Tra le tante vocine maligne e dispettose ce n’era anche un’altra che, pian pianino, discretamente, senza cercare di sovrastare troppo le altre, non aveva smesso un attimo di dirmi: cosa, vuoi mollare? Per così poco? 
Sii razionale. Analizziamo quanto successo con lucidità. Lo sai bene cosa è successo: hai voluto strafare. Ma questo non significa che tu non possa riprovarci – con cautela, questa volta, senza esagerare con gli allenamenti – e poi anche le scarpe… non sono quelle giuste (per inciso: non esiste una scarpa giusta e una sbagliata in assoluto: ogni piede ha la sua e la troverà… strada facendo. Come la scarpetta di Cenerentola)! Ma insomma, vuoi mollare così e non provare mai più quella sensazione inebriante di quando, proprio una delle ultime volte, dopo aver rotto il fiato, trovato l’andatura giusta e il fisico ha inizia a produrre le endorfine, hai finalmente visto gli elefanti rosa? Elefanti rosa, insomma, si fa per dire, però il sentire cambia, la percezione si modifica e ti sembra che le cose attorno siano, come? Più belle? Diverse. Più vive. O forse sei semplicemente tu. Ad esser più vivo.

Insomma, tentenna di qua e tentenna di là, alla fine ci ho riprovato. Con un altro paio di scarpe. Dopo aver letto migliaia di recensioni su internet. Per poi scoprire quanto detto sopra, ossia che ogni piede deve trovare il suo tipo di scarpa adatto in base al tipo di appoggio, punti deboli del corpo, tipo di terreno e di allenamento, obiettivi ecc.. 
Le mie le ho trovate, ma non quella volta lì quando ho deciso di riprovarci. Quella dopo ancora.
Eh sì, perché in tutti questi mesi, l’incidente delle caviglie doloranti, non è stato l’unico ostacolo che ho dovuto superare. 
Intanto, sempre loro, le caviglie, mi si sono infiammate un’altra volta ancora. Poi ho avuto una leggera tendinite. E sempre per la storia di non riuscire a mediare tra la voglia mentale di fare e quella del mio corpo di stargli dietro. Mi sono fermata e ho ricominciato almeno altre tre o quattro volte. 
Ero ancora disconnessa. 
Poi a metà settembre son partita per Londra. Scarpe in valigia e ricerca su internet dei parchi o percorsi vicino all’albergo. Ma, per un motivo o l’altro – soprattutto la sensazione di non avere ancora le caviglie a posto – non ho mai corso. Camminato molto, sì. Corso, solo con la mente. Oh, con la mente mi son fatta tutti i parchi di Londra. Un po’ invidiando quelli che correvano davvero. Ma solo un po’. Mi sono comunque sentita una di loro. 
Perché non si corre solo sul terreno, ma ci si prepara anche con il pensiero. Anche stando fermi. E a volte stare fermi è la cosa migliore che si possa fare.
I primi di ottobre, tornata a Roma, ho ripreso a uscire.
E questa volta ho sentito che c’era qualcosa di nuovo e di diverso.
Avete presente quelle immagini che si chiamano stereogrammi? Le fissi per minuti interi senza vedere nulla e poi all’improvviso ci sei dentro. 
Ecco. 
Io adesso c’ero dentro. Finora ci ero solo passata vicino. Avevo, per così dire, preso le misure. Fatto la mia gavetta da brava principiante, commettendo molti errori, ma anche imparando molto.
La cosa più bella di tutte è sentirsi di nuovo connessi con il corpo e capire che non c’è cosa più falsa della separazione tra corpo e mente. 
Quando sono separati, ossia li percepiamo tali, è perché non stiamo bene.
E poi da lì in poi sono successe un sacco di altre cose.
Il discorso degli stereogrammi di cui sopra, si è verificato pure riguardo la storia dell’azione che segue il pensiero o viceversa. 
Essendo una persona incline alla speculazione… ma che vuol dire, poi? Scusate, è una frase fatta e ora vi spiego perché. Ricominciamo. Essendo una persona che pensava che ci fossero persone più inclini alla speculazione e altre più inclini al pensiero, a un certo punto ho fatto una scoperta.
Dell’acqua calda, direte voi. Eh beh, forse sì, ma era nuova per me.
Ho scoperto che così come non esiste separazione tra corpo e mente, non esiste nemmeno quella tra pensiero e azione.
Correre mi ha insegnato a resistere. Ad affrontare le salite senza temerle, passo dopo passo, col fiato spesso corto, ma che migliora di volta in volta.
Mi ha fatto capire che quando il mio corpo manda un segnale, devo ascoltarlo. A fermarmi senza sentirmi frustrata. E restare in ascolto. A sentirmi. 
Mi ha fatto capire che i consigli di chi ha più esperienza bisogna seguirli e che possiamo ispirarci, prendere esempio, fare da esempio, anche, ma che, alla fine, ognuno rimane col proprio percorso ed è gettando un occhio a questo, voltandosi indietro e osservando la strada fatta, che si può imparare di più; mi ha fatto capire che, battuta dopo battuta, le orme lasciate dal mio piede sul terreno sono diverse da quelle di ogni altro.
Non si corre contro gli altri. Né contro sé stessi. Si corre con sé stessi. 
Chi va piano va sano e va lontano, dice il proverbio. 
E ci si va, lontani, ci si va, mettendo in conto stop vari, ma anche qualche accelerata quando serve. 

“Forza, non mollare!”, mi ha detto un giorno un vecchietto. Uno di quelli che incrocio sempre al parco, a prendere il sole con i suoi cani. 
“Non mollo!”, gli ho risposto. E in quel momento, senza volerlo, mi sono scese delle lacrime. Perché era un momento difficile, nella mia vita. Difficile e pesante. Ma ce la stavo facendo. Uscita dopo uscita. Passo dopo passo. Salita dopo salita. 
E poi a un certo punto ho realizzato che finalmente stavo volando. I piedi che battono il terreno e ci si sente leggeri, leggeri, leggeri come se, appunto, ci potesse alzare in volo da un momento all’altro. Proprio come avevo sempre sentito nei miei sogni.

lunedì 6 marzo 2017

L'homo sapiens è ancora un neonato


L'homo sapiens ha sempre avuto, sin dagli esordi della sua evoluzione, una propensione al dominio. Dominio che poi è stato perfezionato con la tecnologia e che ha creato sempre più danni in conseguenza alla sempre maggiore richiesta di risorse per soddisfare una popolazione in continuo aumento. Ma la propensione al dominio ce l'abbiamo sempre avuta ed è qui che dovremmo lavorare, oltre che sulla decrescita.
Ora, il dato biologico di per sé non è mai di assoluta e totale rilevanza in quanto siamo anche frutto dell'ambiente sociale in cui viviamo, quindi la propensione al dominio non è di per sé insanabile. 
Per questo, pur non nutrendo particolare simpatia nei confronti dei membri della mia specie (ma non sono nemmeno un'irriducibile misantropa, e ovviamente conosco diverse eccezioni che invece mi danno occasione di ricredermi), spero nel cambiamento, nel passaggio da una cultura antropocentrica a una biocentrica e lotto affinché avvenga.
Fondamentalmente credo che se la specie homo sapiens sia così distruttiva e autodistruttiva è perché si trovi ancora in una fase infantile ed immatura della sua evoluzione; un po' come i bambini quando si trovano ancora nella fase di assoluto egocentrismo e non riescono a separare la loro identità dall'esterno, per cui ogni loro bisogno diventa richiesta e ricerca spasmodica di egotico soddisfacimento.
Sostanzialmente noi pensiamo che il pianeta e il resto dei suoi abitanti non umani esistano in funzione nostra, per soddisfare i nostri capricci e interessi. Il giorno che tutti ci renderemo conto che non è così e che noi siamo solo una parte del tutto - non più importante delle altre parti, anche se al momento la più distruttiva - forse capiremo il valore del bene comune.

La verità della letteratura


Scorrere la home di Facebook di lunedì mattina e ritrovarsi foto che omaggiano, esaltano e inneggiano al grande Stalin.
Grazie, ma anche no.
Passi la divergenza di idee sui sistemi sociali, sulle teorie politiche, ma omaggiare un dittatore che ha perfezionato ed esaltato sistemi di polizia repressivi e violenti, che ha fatto fuori gli oppositori politici, che ha represso libertà di stampa e di idee mi sembra troppo.

Colgo l'occasione per consigliare un romanzo (in realtà un'autobiografia romanzata, basato su fatti realmente accaduti) molto illuminante sul periodo buio della dittatura di Stalin: Buio a Mezzogiorno di Arthur Koestler (credo di averlo già citato in precedenza qui sul blog).

Il pugno di ferro come tentativo di educare le masse in realtà si risolse in sistemi di oppressione poliziesca violenti che coinvolsero persino molti membri del partito stesso, come lo stesso Koestler che fu costretto all'esilio in Inghilterra e che si suicidò insieme alla moglie anni dopo per l'incapacità di far pace con il suo passato in quanto egli stesso, prima che si rendesse conto di quanto stava accadendo, aveva contribuito, anche se indirettamente, all'installarsi di una feroce dittatura.
Penso che molti giovani esaltino le figure di Stalin e Fidel Castro solamente perché hanno conosciuto solo il mito e non il personaggio storico reale.
Del resto la storia è spesso di parte. Nel nostro paese non si è mai fatta abbastanza chiarezza su quanto accadde nell'ex Unione Sovietica sotto Lenin (creatore dell'organo poliziesco chiamato Ceca e poi perfezionato dal KGB) e Stalin.
Un altro romanzo illuminante è lo stra-noto 1984 di Orwell, ma Buio a mezzogiorno, non è da meno (e ci sarebbe da chiedersi il perché, visto che è un capolavoro. Forse perché 1984 ha una polisemia maggiore).
E ricordiamoci sempre che mentre spesso la storia falsifica, la letteratura usa la finzione per dire la verità.

domenica 5 marzo 2017

Tempo di campagne contro il massacro degli agnellini


Tempo che precede la Pasqua, tempo di campagne contro il massacro degli agnellini e capretti. Ricordo brevemente che vengono uccisi a 21 giorni di età, quando sono ancora lattanti, dopo esser stati brutalmente strappati alla madre (e del resto qualsiasi strappo di tipo affettivo non può che esser brutale).
Nei social sto leggendo, come ogni anno, post che inneggiano contro l'ipocrisia della chiesa e della religione evidenziando quanto sia paradossale festeggiare la resurrezione di Cristo con un massacro di innocenti.
Secondo me il discorso della resurrezione ecc., insomma la parte prettamente religiosa, non c'entra più molto, nel senso che la prescrizione religiosa (peraltro ebraica, nemmeno cristiana) nel tempo si è secolarizzata e oggi l'agnello si mangia per tradizione culinaria (come il panettone a Natale, per dire), e non per stretta osservanza al dogma. 
Non lo mangia solo chi va in chiesa ed è religioso, ma anche gli atei o quelli che credono però non sono praticanti. 
Quindi facciamo sì informazione, ma come sempre; la chiesa, una volta tanto, non c'entra più di tanto. Vero che in questo periodo aumenta in maniera significativa il numero degli agnelli e capretti uccisi, ma nel rispetto della tradizione e non del precetto religioso.
Per cui rivolgiamoci a tutti, non solo ai credenti o a chi va a in chiesa.
La religione semmai ha ben altra e più gravissima colpa, quella di aver effettuato e rafforzato nel tempo (tutt'oggi) la divisione ontologica tra noi e gli altri animali, ma questo è un altro discorso più culturale/filosofico.
Altresì fuorviante è parlare di "sacrificio" in quanto il termine contiene ancora una marcata valenza semantica legata alla religione ed ha a che fare con la volontà della vittima di immolarsi (concetto peraltro già appartenente alle culture pagane e precolombiane); molto diverso dal massacro sistematico dell'industria della carne che uccide agnelli solo per profitto economico e specula sulle tradizioni per aumentare le vendite (un po' come succede per tante altre feste anche non religiose, come la festa della donna ecc..). 

sabato 4 marzo 2017

Basta che funzioni!

Il mio agnosticismo deriva da un atteggiamento non fideistico e mai dogmatico verso ogni aspetto dell'esistenza.
Per esempio, recentemente ho scoperto che spesso è l'azione che mi stimola i pensieri e non viceversa - a breve scriverò un post sulla corsa, sport che pratico da qualche mese e che mi sta dando soddisfazioni inaspettate proprio sul piano mentale: questo perché mente e corpo non sono separati, allenando e attivando il secondo, alleno e attivo anche il primo; uno dei danni maggiori della filosofia occidentale e anche delle religioni monoteiste è stato quello di aver detto che mente e corpo sono due enti ben distinti e separati - , ma lungi da me voler generalizzare tanto da farne una teoria che possa esser valida per tutti. Funziona così per me, non per altri.
Il problema delle religioni (ma anche della filosofia e psicanalisi), tutte, è la loro pretesa di assolutezza e universalità.
Come dice Woody Allen in un film, alla fine ciò che conta è che "basta che funzioni".

venerdì 3 marzo 2017

Il veganismo non è una filosofia di vita personale


Molte volte ho scritto che il veganismo è solo un punto di partenza, intendendo la punta di un iceberg di una questione molto più ampia che quella dello sfruttamento degli animali e che quindi non si deve considerare come punto di arrivo, essendo, tutto sommato, una prassi individuale; per quanto possa diventare, all'occorrenza, di testimonianza pubblica.
Spesso sento parlare di "filosofia vegana". A mio avviso porla in questi termini non aiuta a far comprendere alle persone cosa c'è dietro in quanto rimane un discorso circoscritto appunto alle scelte personali. Ciò che si recepisce dall'esterno è che ci sono alcune persone che seguono una precisa filosofia che è quella del rispetto per gli altri animali. Punto e basta. 
Invece il veganismo intanto non è una filosofia, ma una prassi, che è sì individuale, ma non in quanto scelta di vita, bensì in quanto presa di posizione politica contro un sistema che considera lecito sfruttare gli individui di altre specie. E da individuale, nel momento in cui si è capito che non si sta facendo qualcosa per sé stessi, come stile di vita nella propria esistenza, ma per combattere un'ingiustizia che riguarda altri individui, diventa collettiva, sociale, politica.
Restando nell'ambito semantico della "filosofia di vita" non si riesce a far capire che abbiamo riconosciuto lo sfruttamento degli altri animali come un'ingiustizia e che trattandosi di un'ingiustizia il discorso si fa sociale e politico.
Serve questo spostamento semantico dal piano filosofico/individuale a quello sociale/politico.
Inoltre chiedere alle persone di diventare vegane senza che abbiano compreso quanto sopra è come chiedergli di andare sulla luna. Cioè, diventa una richiesta dal loro punto di vista inaccettabile perché non comprensibile. Diventa quasi una richiesta autoritaria, come se volessimo imporre loro una nostra scelta di vita. 
Il punto è che quando si parla di "filosofia vegana", "cucina vegana", "dieta vegana" ecc. gli animali e il loro sfruttamento continuano a restare sullo sfondo, come referenti assenti.
Va fatto capire che gli allevamenti, i mattatoi e ogni altra forma di dominio sui corpi altrui distruggono esistenze di individui che sono senzienti quanto noi; distruggono nuclei familiari, impediscono ogni bisogno etologico essenziale (e poco importa che il maiale nato in gabbia non conosca la libertà, stare rinchiuso senza poter fare ciò che sarebbe nella sua natura fare è comunque un danno enorme, è comunque sofferenza, è ingiustizia), impediscono lo sviluppo evolutivo di intere specie, spezzano relazioni, soffocano interazioni, spazzano via interi mondi.
A volte ci stupiamo di come animali che da lungo tempo interagiscono con noi siano così intelligenti, comunicativi, comprensivi, volitivi (nel senso che esprimono desideri e bisogni propri) e non riflettiamo su quanto ogni individuo di quella massa inimmaginabile che finisce nei mattatoi sia come il nostro cane o gatto. Ossia, diverso da qualsiasi altro, unico, bisognoso di star bene, di gioia, di felicità, di libertà, di contatto, di interazione con i propri simili e a volte con noi.

Comunque sia, quando cominceremo a ottenere qualche risultato, quasi sicuramente il Potere di chi vuole continuare ad avere schiavi a costo zero ci contrasterà in due modi: 
con la repressione e censura vere e proprie; 

con la diluizione del messaggio, facendo sembrare le nostre lotte un fenomeno di costume (come sta accadendo appunto per il veganismo e per il movimento animalista nel suo complesso).