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domenica 19 marzo 2023

Sguardi che non possiamo dimenticare

 

Ieri, sotto a un post di un amico, un suo contatto ha chiesto: "Perché posti le foto dei maiali? Tanto non servono a far diventare la gente vegana".

Ora, sorvolando pure sul fatto che il contatto in questione non fosse vegano e fosse infastidito dal fatto che gli si ricordasse CHI era il prosciutto che mangia, la domanda merita una risposta approfondita.

Anni fa, con NOmattatoio, andavamo in prossimità del mattatoio di Roma e fotografavamo i tir pieni di animali che di lì a poco sarebbero stati ammazzati. Non solo maiali, ovviamente, ma anche agnelli, mucche, vitelli, capretti e persino cavalli. 

Non facevamo solo quello, distribuivamo anche volantini, facevamo discorsi al microfono per spiegare il senso delle nostre azioni di protesta, informazione e sensibilizzazione.

Lo facevamo perché la gente non riflette mai sui mattatoi. Non sa nemmeno dove sono situati, come sono organizzati, quanti animali uccidano al giorno e quali sono i passaggi che portano un individuo dalla sua nascita in un allevamento fino allo scaffale di un supermercato; questo perché sebbene siamo letteralmente invasi dalle pubblicità  dei "prodotti", descritti come eccellenze italiane, gustose, sane ecc., si attua una sorta di rimozione collettiva sulla realtà dello sfruttamento animale. 

Attenzione: non è che nel profondo non si sappia perché penso che tutti sappiano che la carne che mangiano è parte del corpo di un animale, ma semplicemente questo fatto viene costantemente rimosso.

Ricordo che la prima volta che vidi un tir pieno di agnellini sperimentai una sorta di epifania dolorosa, come uno schiaffo di realtà arrivatomi addosso, come se solo in quel momento prendessi coscienza di cosa significhi realmente produrre e mangiare carne. 

Allora raccontarlo con immagini e video, mostrare gli sguardi spenti o terrorizzati di questi individui - ognuno diverso dall'altro, anche nelle reazioni all'inferno che stanno sperimentando - ha un senso. 

Lo slogan della nostra campagna era "Se non potete eliminare l'ingiustizia, allora raccontatela a tutti", frase di un rivoluzionario iraniano, Ali Shariati", che poi modificammo in "Il primo passo per eliminare l'ingiustizia è raccontarla a tutti" perché ci sembrava meno rassegnazionista. 

Già, raccontare a tutti la violenza normalizzata nella nostra società, i fiumi di sangue non visti che scorrono tra le intercapedini delle nostre comode cucine dove ci nutriamo di quelle esistenze che avrebbero potuto essere, piene e meravigliose, e invece sono state distrutte per cinque minuti di sapore, di tradizione, ma soprattutto di abitudine, di pigrizia mentale, di indifferenza.

Esistenze annullate per indifferenza e nell'indifferenza. 

Sapendo tutto questo non si può tacere. E se non si tace si deve raccontare. E mostrare. 

Ed ecco il perché di queste foto e video, che forse non saranno sufficienti a far diventare le persone vegane, ma che almeno gli ricorderanno di cosa la nostra specie è capace e di quanto sia facile e banale cancellare individui ed esserne complici semplicemente perché "lo fanno tutti", "si è sempre fatto così".

mercoledì 15 marzo 2023

Il conforto delle parole


Un mio articolo per Essere Vegan in cui analizzo alcuni termini comuni usati dalle persone per giustificare il carnismo: onnivoro, allevamento intensivo, benessere animale.

"Nelle mie discussioni con le persone che mangiano animali ho notato quanto vengano date, con poche varianti, sempre le stesse risposte e che queste tendano a voler essere autoconclusive, totalizzanti, come a voler rassicurare chi le pronuncia, il quale, in tal modo, risolve così ogni dilemma morale.

Una di queste è che nell’allevare gli animali non ci sarebbe nulla di male perché noi siamo onnivori e quindi facciamo quello che fanno gli altri animali, solo che abbiamo semplicemente affinato la tecnica, modernizzandola, anche se ovviamente siamo tutti concordi nel ritenere deprecabili gli allevamenti intensivi.

Ecco, onnivoro è già un primo esempio di ricorso a un termine affinché questa assolutezza di pensiero resti salda; un pensiero che non vuole essere problematizzato, pena una dissonanza cognitiva molto forte perché se si ammettesse che mangiare animali non è affatto necessario allora si dovrebbe prendere atto del fatto che si stanno compiendo delle scelte cruente senza necessità e questo non collimerebbe con l’idea che generalmente le persone hanno di loro stesse: un’idea che non di rado include l’amore per gli animali; in pratica ci si autoconvince che mangiare gli animali sia necessario e che quindi non si possa fare altrimenti anche se dispiace, purché, certamente, lo si faccia rispettando le norme sul benessere animale. Ci si convince quindi che il problema quindi non stia tanto nell’uccidere gli animali, ma nei famigerati allevamenti intensivi.

Per continuare la lettura dell'articolo: https://bit.ly/3Te2BGV

venerdì 10 marzo 2023

Uguali nella morte

 



Ho pensato molto se scrivere di questo o meno, e alla fine ho deciso di farlo. 

La tragedia avvenuta di recente in mare ci ha sconvolto, forse più di altre volte, forse perché stavolta le vittime erano bambini e ragazzi, persone con tutta una vita da vivere davanti e che hanno messo a repentaglio proprio per avere una chance di viverla, quella vita. Hanno perso tutto, la vita stessa, nel tentativo di quella chance e anche noi - noi come umanità, come civiltà, come soggetti politici, come società - abbiamo scoperto di aver perso parecchio, cioè la capacità di aiutare chi sta peggio di noi, di essere solidali. 

Da quel giorno infausto ho letto molte dichiarazioni da parte dei soccorritori, in particolare quella di un pescatore, che è diventata virale: racconta il suo dolore, tutto lo strazio e l'impotenza che ha provato nel tirare su dall'acqua quei piccoli corpi ormai morti. 

Un altro, o forse sempre lo stesso, dice che se lui e i suoi compagni pescatori avessero saputo in tempo, se fossero stati avvisati, sarebbero usciti in mare tempestivamente perché i pescatori, si sa, salvano le vite in pericolo in mare.

Mi colpiscono queste affermazioni perché sono la prova evidente di una cecità assoluta nei confronti dello sterminio di tante altre vite, esistenze, che hanno la sola colpa di essere nate in corpi diversi dal nostro. Sterminio che essi stessi compiono.

Parlo degli animali marini, pesci, polpi, crostacei. Tirati su dal mare a migliaia con le reti. Lasciati agonizzare per lunghi minuti, a volte ore o addirittura giorni. 

La cultura in cui sono nati, la tradizione trasmessa di generazione in generazione, la società in cui vivono che normalizza le uccisioni dei pesci e degli animali in generale ha portato questi pescatori a essere desensibilizzati progressivamente fino ad arrivare a maturare un'empatia selettiva. Fino a non percepire le agonie di questi altri corpi che tirano su a migliaia dal mare; con la differenza che questi altri nel mare ci vivevano e che lì sarebbero dovuti restare. 

Mi colpisce questa sensibilità selettiva, questo non saper vedere la morte e la sofferenza se colpisce corpi diversi da quelli umani. 

Si può paragonare la morte di un pesce a quella di un bambino? 

Sì, se riconosciamo il valore ontologico di un individuo che voleva vivere, il suo valore intrinseco, non riducibile a null'altro se non alla sua volontà di essere, di esistere per sé stesso e non in funzione d'altro. 

Ma sappiamo che il valore ontologico degli altri animali è sempre stato arbitrariamente definito inferiore a quello di noi animali umani e che abbiamo giustificato questa presunta inferiorità utilizzando dei parametri esclusivamente umani, cioè il modo in cui noi ragioniamo, facciamo le cose, pensiamo, viviamo, la nostra intelligenza, come se fossimo gli unici esseri viventi e senzienti davvero tali sulla terra e tutto il resto che non assomiglia a noi non fosse nemmeno da dichiararsi tale, ma al massimo una macchina, un prodotto, oppure qualcosa che sì, respira, ma è "povero di mondo" in quanto solo le nostre esperienze contano davvero.

Già questo giudicare se qualcuno è degno di essere definito individuo solo se supera dei test è terribile perché appunto non gli si riconosce un valore intrinseco, ma esso prescinde da varie considerazioni. 

Eppure vivere ed esistere significa lo stesso per tutti gli animali e tutti condividiamo parecchie esperienze e sensazioni: nascere, respirare, vedere, udire, sentire dolore o piacere, muoverci nel mondo, farne appunto esperienza, ammalarci, giocare, sentire in senso ampio, cioè cogliere con i sensi, mangiare, dormire, comunicare e molto altro ancora. 

Già il fatto di nascere implica un dover morire. Quindi dovremmo considerare uguale per tutti, se non proprio la vita, l'esistenza, almeno la morte. 

Ed è in questo riconoscimento, chiamiamola pure agnizione, di essere uguali nella morte, più che nella vita, che dovremmo aver pietà, cioè empatia. E, se proprio non possiamo salvare chiunque, che almeno possiamo rifiutarci di uccidere e di essere complici degli stermini in mare.

Foto: Jo-Anne Mc Arthur.

domenica 15 maggio 2022

Ciao, Giovanni

 

Lo so, lo so, avevo scritto proprio a inizio anno che avrei voluto fare un uso anche più personale di questo blog, poi sono successe tante cose e non ho avuto più le energie e nemmeno, per un periodo, modo di scrivere seduta al pc. Ma di questo vi dirò un'altra volta.

Intanto, tra le brutte notizie di questo periodo, venerdì se n'è aggiunta un'altra, che sento di dover condividere con chi ancora mi legge qui e magari non sta su FB. 

Un collega di blog, un amico, soprattutto una grande persona, attivista antispecista, poeta, giornalista, ci ha lasciato venerdì scorso.

Il suo blog si chiama La confidenza Lenta e l'aveva avviato anche leggendo il mio, diciamo che si era convinto ad avere uno suo spazio in cui parlare delle cause e ideali che permeavano la sua vita, raccontare degli animali, animalità, fare reportage di eventi antispecisti a cui partecipava, recensire libri ecc.

Tante volte mi commentava, sempre con pensieri arguti, gentili, mai scontati, mai banali e io commentavo a mia volta i suoi splendidi post, in cui, peraltro, usava la seconda persona singolare (scelta inusuale in narrativa e scrittura creativa in generale).

Tanto ci sarebbe da dire di lui e tanto è stato detto da chi in questi giorni lo ha ricordato su FB, ma penso che la cosa migliore sia scoprirlo leggendo il suo blog. 

Vorrei infine ricordarlo riportando un pensiero che ho scritto per lui su FB e riportando uno dei suoi post, quello che aveva scritto in un'occasione luttuosa, la perdita di Kikiuz, una sua cagnolina amatissima.

*** *** ***

Continuo a pensare a Giovanni, che aveva così tanto da dire, da fare, da dare al mondo; che aveva degli ideali, dei valori di rispetto e altruismo, tante motivazioni. Che in questo modo era vivissimo, anche se le sue condizioni di salute non erano buone.

Quello che mi piaceva di lui è che era più animale che umano e so che questa frase la capiremo in pochi (spero almeno chi è antispecista).

Lui scriveva tanto di animalità e dall'animalità prendeva molto, ma sarebbe meglio dire, riscopriva molto. L'esserci, l'essere nel presente, nelle cose, nella natura. Mi confessò che a volte dormiva a terra con i suoi cani, per stare più vicino a tutti loro che forse sul letto non entravano o qualcuno non riusciva a salire. 

Gli piaceva osservare gli animali selvatici e fotografarli, sempre con enorme rispetto e delicatezza. 

Ma gli piacevano anche i social, i blog, commentava gli altri, curava il suo. Era socievole in tutti i sensi.

Giovanni era un bell'animale, nel senso che io do agli animali. 

Aveva poco di umano, nel senso negativo che io attribuisco al modo più diffuso di essere umani, proprio in contrapposizione a quell'animalità da cui invece dovremmo imparare. In modo più concreto e meno teorico.


*** *** ***

Dal suo blog, considerazioni sulla morte. 

Qui link al post originale con foto ecc.

"Bisognerebbe vivere ogni giorno nella consapevolezza della morte. La finitezza della vita, che tuttavia forse non finisce ma si trasforma e si travasa in altre vite

Bisognerebbe vivere ogni giorno nella inconsapevolezza della morte.La prospettiva della fine,che potrebbe paralizzare ogni azione, gesto, desiderio, volontà.

Un equilibrio complesso, che potrebbe forse avere delle ricadute positive.

Questa consapevolezza è il 'memento mori'. Forse ci viene più accettabile se pensiamo al "ricordati che devi morire!" che 'Savonarola' grida a Troisi in un film bellissimo. (mo' me lo segno, proprio...  non vi preoccupate).


Segniamocelo, infatti, per cercare di vivere col trasporto con cui vivono gli altri animali: cogliere le occasioni di gioia e bellezza quando si presentano e non procrastinarle. Altro che irresponsabilità, questa è forse la responsabilità più grande che abbiamo con noi stessi e nei confronti di tutti gli altri viventi - ed è forse una delle più difficili, anzi, per molti è quasi impossibile da seguire - e sono quelli che di più procurano sofferenze.


Kikiuz viveva con gioia pura tutte le cose che riusciva ad afferrare e a capire, si impegnava fino in fondo a essere cane. Tu, hai cercato solo di stare al passo con lei. La ricompensa? Avere ricordi, invece che rimpianti.  (Ma certo, ci sono anche i pianti, negarli o nasconderli, sarebbe deleterio e pericoloso!).

L'altro giorno, hai sentito - per ben due volte e per pura casualità - l'aria "Lascia la spina, cogli la rosa" di Georg Friedrich Händel.  Non hai potuto non pensare, in questi tuoi giorni di lutto, proprio a lei - la fatina degli unicorni, la Kikiuz.

Ti sono venute in mente tutte le piccole cose di cui lei era felice come una bambina, quando si sentiva al sicuro, protetta; tutte le piccole avventure - come toccare l'acqua fresca del torrente delle Sette Fontane, o i prati fioriti, o giocare coi pupazzini di peluche che non ha mai rotto né rovinato. Quando si vive con qualcuno come Kikiuz - o con un cane, generalmente parlando - bisognerebbe sempre cogliere con loro le occasioni che ci mostrano, di gioco, di avventura, di godimento del corpo, grazie alle sue sensazioni. Cogliere la rosa, lasciare la spina  - che pure c'è, non te lo stai nascondendo - così avremo fiori nei nostri ricordi, da donare alla memoria di chi non c'è più."


lunedì 21 marzo 2022

Noi, animali umani che uccidiamo per analogia: riflessioni sulla pena di morte

 


Immagine: "This is Not America" di Andrea Festa

Un mio articolo per R-evolver sul ripristino della fucilazione in Carolina del Sud per i condannati alla pena di morte con analogie sull'uccisione sistematica degli animali non umani. 

"È ufficiale la notizia del ripristino della fucilazione per la pena di morte nello Stato della Carolina del Sud.
La pratica era già stata reintrodotta lo scorso maggio a causa delle difficoltà a reperire il mix di farmaci necessari per l’iniezione letale, dato che molte case farmaceutiche ne hanno vietato l’esportazione negli Stati Uniti per motivi umanitari.
Tra i promotori e principali sostenitori della fucilazione, il senatore democratico Dick Harpootlian, ex pubblico ministero e ora avvocato penalista, il quale dichiara che l’uccisione per fucilazione è “il metodo meno doloroso e più umano che esista”.
Questi i fatti, agghiaccianti a dir poco; agghiacciante come può esserlo qualsiasi discussione intorno alle modalità di uccisione di un individuo senziente anziché sulla legittimità o meno della pratica in sé.
Le espressioni “uccisione indolore” o “uccisione umana” ci ricordano inoltre assai da vicino quelle di “macellazione umanitaria” o “allevamento etico” in riferimento agli altri animali; anche in questo caso la domanda che dovremmo porci non è quale metodo sia da considerarsi migliore, ma se sia lecito o meno imprigionare, sfruttare e uccidere individui senzienti nati, a quanto pare, con la colpa di appartenere a specie diverse dalla nostra."

Per continuare la lettura dell'articolo, cliccare qui:  https://bit.ly/3qlE5Gu

venerdì 25 febbraio 2022

Gli animali in guerra. Loro malgrado

 


(Foto di Andrea Festa. Monumento intitolato Animals in War che si trova a Londra)

Un mio articolo su R-evolver.

"Come tutti, ho passato gli ultimi due giorni a documentarmi sull’invasione russa in Ucraina.

Le immagini e testimonianze che più colpiscono sono quelle degli sfollati, dei feriti, delle persone comuni - comuni come me, come voi che state leggendo - che hanno visto irrompere nel loro quotidiano una tragedia immensa. Molti Ucraini che abitano nelle zone colpite dai missili o nelle vicinanze si sono messi in viaggio per raggiungere la Polonia. Le immagini televisive e le foto sui giornali mostrano file di auto lunghissime e anche gruppi di persone che si incamminano a piedi. Hanno abbandonato tutto per mettersi in salvo.

Sono eventi scioccanti che ci toccano da vicino perché riusciamo a immedesimarci con le loro storie, con il loro vissuto. Perché sono esseri umani come noi.

Ci sono però altre immagini, altre storie che non vengono narrate e che, se anche lo fossero, susciterebbero l’empatia di pochi: sono quelle degli animali. Di altri esseri viventi senzienti, ma diversi da noi e che abbiamo imparato a considerare inferiori a noi, quindi con un valore ontologico irrisorio oppure quantificabile soltanto in termini di profitto.

Già mi immagino l’obiezione: in un momento come questo in cui ci sono persone umane che hanno perso casa, lavoro e ogni punto di riferimento, ti metti a parlare degli animali?"

Per leggere l'articolo per intero, cliccare qui: https://bit.ly/3t973Kn


venerdì 4 febbraio 2022

Le ragioni del veganismo: cambiare i significati culturali associati alla carne

 


Articolo pubblicato su Progetto Vivere Vegan.

Nella quarta e ultima parte di questo lungo articolo sulle ragioni del veganismo proviamo ad analizzare il mito della carne e l’ideologia carnista alla luce dei significati ad essi associati culturalmente.

Si tende a credere che la nostra specie abbia sempre mangiato animali perché ne avrebbe necessità al pari delle specie carnivore. Questo è falso. Noi non siamo animali carnivori, ma onnivori, questo significa che possiamo avere una dieta varia e che non ci è affatto necessario mangiare altri animali per stare in salute. Da dove deriva allora questa convinzione che sia necessario mangiare animali e i loro derivati?

Sappiamo che sin dall’antichità ci sono state persone, più o meno famose, vegetariane e strettamente vegetariane (vegane, anche se il termine all’epoca non era ancora stato coniato) e senza che vi fossero in commercio tutti i prodotti sostitutivi che è facile trovare oggi. La gente comune mangiava soprattutto legumi, vegetali, cereali. La carne era considerata un “bene” di lusso.

Jeremy Rifkin, nel suo saggio Ecocidio, racconta come la “cultura della bistecca” si sia imposta in occidente attraverso i secoli, “dagli albori della civiltà umana, passando attraverso il mito dei cowboy, gli infernali mattatoi di Chicago e le stalle superautomatizzate, fino ai giorni nostri” per poi diffondersi su tutto il globo.

Per continuare la lettura, cliccare qui.

lunedì 10 gennaio 2022

"Ci sono cose più importanti a cui pensare!"

 Se porti da mangiare ai senza tetto sei una brava persona, se porti da mangiare ai gatti sei "'un'animalara" (e poco importa che magari si facciano tutte e due le cose).

La teriofobia non è soltanto la paura irrazionale o coadiuvata da narrazioni pregiudizievoli sugli altri animali, ma per estensione si applica anche a chi si prende cura degli animali stessi come se desse fastidio vedere che qualcuno si adoperi per esseri ritenuti ontologicamente inferiori. 

In definitiva è sempre l'antropocentrismo che spinge per affermarsi e per farlo necessità di una continua presa di distanza dall'animalità. 

Come se si potesse essere abbastanza umani solo rinnegando, distanziandoci e trattando in modo diverso gli altri animali. 

Quindi per la chiesa non sei abbastanza umano e cristiano se preferisci cani e gatti ai bambini, mentre per la società non hai valore e riconoscimento, politico e sociale, se ti dedichi alla causa animalista (sei uno che non ha niente da fare tutto il giorno e che anziché andare a lavorare si preoccupa degli animali quando ci sono persone che soffrono e problemi ben più gravi ecc.). 

La gerarchia di valore delle diverse forme di vita genera ovviamente la gerarchia di trattamento e considerazione. 

Lo specismo in fondo è razzismo applicato alle altre specie. E la teriofobia ne è il cuore.

venerdì 24 dicembre 2021

Le ragioni del veganismo: considerazioni sull'animalità e l'umanità

 Bisogna essere gente alquanto stupida per affermare che gli animali non provano né piacere, né collera, né paura, che ignorano sia l’anticipazione che il ricordo: secondo costoro, tutto accade come se l’ape avesse memoria, come se il leone diventasse collerico, come se la cerva avesse paura. Cosa risponderebbero se dicessimo loro, che non vedono e non intendono niente, ma che tutto avviene come se essi intendessero e vedessero, come se gridassero, come se, infine, vivessero, mentre di fatto sono morti? Tali propositi sono tanto contrari all’evidenza quanto ciò che quella gente vuol farci credere.” 

Plutarco, De sollertia animalium


Le menzogne

A volte l’esperienza mi viene in aiuto, Jung la chiamerebbe sincronicità, fatto sta che mentre mi accingo a scrivere la terza parte di questo lungo articolo dal titolo Le ragioni del veganismo (le prime due parti potete leggerle qui e qui), mi imbatto in un commento di una persona che sotto a un post in cui si fa informazione riguardo la crudeltà dell’industria del latte - in particolare citando la sofferenza delle mucche e dei vitellini al momento dell’inevitabile separazione - dichiara la necessità di dover intervenire per fare corretta informazione poiché noi antispecisti senz’altro umanizzeremmo troppo gli animali, dal momento che: le mucche non sarebbero capaci di proiettarsi nel futuro, non avrebbero coscienza, né memoria della loro gravidanza, insomma, non la vivrebbero affatto come noi, con i nostri stessi sentimenti, e quindi la separazione del vitellino sarebbe poco più di un accidente momentaneo, un disturbo dell’entità di poco superiore a quello provocato da un rumore improvviso, il tempo di voltarsi dall’altra parte e sarebbe già dimenticato.


Cosa mi ricorda questa sequenza di menzogne?

Continua a leggere su Progetto Vivere Vegan.

mercoledì 15 dicembre 2021

"Gli manca solo la parola"

 

Ariel, questa splendida gatta, oggi ci ha mostrato la sua zampa destra anteriore per farci capire che aveva un'unghietta lunga incarnita (è anziana e può succedere che i gatti anziani non si facciano più le unghie come un tempo). 

Il suo gesto è stato inequivocabile. È come se mi avesse detto: "Ehi, umana, ho un problema a questa zampa, guarda un po' che succede, mi aiuti?". 

In realtà la mia frase è sbagliata perché non è "come se mi avesse detto", lei, di fatto, mi ha DETTO questa cosa, solo attraverso un linguaggio non verbale.

Si dice che agli altri animali manchi solo la parola. Non è vero. A loro non manca nulla, sono perfetti così come sono, siamo noi, semmai, talvolta, carenti di empatia.

martedì 14 dicembre 2021

Veganismo e serie tv

 Nelle serie tv americane progressiste e politically correct si cerca sempre di dare visibilità a tutte le categorie possibili, solo che lo si fa in maniera spesso superficiale.

Ho notato per esempio che un accenno al veganismo non manca mai, il problema è che viene presentato o come una dieta alternativa da provare ogni tanto (es.: persone riunite a tavola che tra i vari piatti includono anche la torta vegan portata da tizia o comprata nella pasticceria x), o come una scelta personale, ma di cui non vengono mai menzionati i motivi e se vengono menzionati sono sempre quelli relativi alla salute o al minor impatto ambientale, non di rado accompagnati da battutine.

È così che le nostre società inglobano, masticano e risputano fuori le istanze di cambiamento più radicali facendole diventare un'opzione tra le tante o al più una scelta personale e non una battaglia di una minoranza che lotta contro un'ingiustizia.

Vorrei vedere dei bei dialoghi, anche accesi, in cui un personaggio vegano espone i motivi della sua scelta ed evidenzi la criticità in primis morale del mangiare gli animali. 

E comunque la normalità è ancora sempre mangiare animali. Cucinare bistecche, ordinare sushi, andare a pesca, grigliare salsicce e fare battutine o bere latte fresco appena munto perché si sa che il sogno di tanti americani è andare a vivere in una fattoria immersa nel verde. 

Nella serie This is Us, quinta stagione, c'è una scena in cui un personaggio attende fuori da un ospedale e fa amicizia con un anziano signore, anche lui in attesa di notizie. Quest'ultimo ha sul cruscotto una collezione di maialini di tutte le fogge e colori e spiega come siano diventati dei portafortuna per lui e sua moglie. Il fatto di parlare di maiali in modo affettuoso non fa mettere in discussione il loro uso che anzi, a un certo punto, viene persino rafforzato: "Qui abbiamo un'intera famiglia di bacon" o qualcosa del genere (vado a memoria). La funzione degli animali, anche quando vengono descritti come carini, dolci, affettuosi, simpatici, portafortuna, non è mai, mai, messa in discussione.

I maialini sono carini, ma sono pur sempre "bacon". 

Oppure nella serie Sex Education, la leader di un gruppo di un liceo dice all'amica che sta mangiando un sandwich al pollo "Ma come, non ti ricordi, ora siamo vegan!" con lo stesso tono con cui si direbbe e di fatto poi si dirà nel corso degli episodi, "Da oggi ci vestiamo così oppure il lunedì indossiamo tutti il colore viola e via dicendo". 

Alla luce di tutto ciò, ossia di narrazioni esplicitamente speciste, non ha alcun senso parlare di veganismo o inserire personaggi che portano torte vegan. 

Vorrei che questo accadesse solo nelle serie tv, invece le serie tv sono da una parte lo specchio della realtà (colgono alcuni segnali e li ripropongono), dall'altro spingono esse stesse verso dei cambiamenti solo di superficie; in sostanza, per citare il buon Tomasi di Lampedusa, per cambiare tutto senza cambiare niente.

venerdì 10 dicembre 2021

Giornata internazionale dei diritti animali

 


10 dicembre, giornata internazionale dei diritti animali.

Riporto un estratto dal mio libro "Ma le pecore sognano lame elettriche?" pubblicato da Marco Saya Edizioni, a proposito del concetto di diritti animali, che io vedo in modo critico in quanto penso che vada fatto un lavoro più profondo di cambiamento culturale. 

In questo passaggio peraltro faccio un'analogia con i diritti delle donne spiegando come al raggiungimento di questi sulla carta non è corrisposto un cambiamento radicale nel modo in cui veniamo trattate poiché la cultura in cui viviamo è rimasta sostanzialmente maschilista. 

"Una cosa importante, su cui tornerò meglio nei prossimi capitoli, è che non è sufficiente parlare di diritti animali, o chiedere riforme per migliorare la loro condizione, per liberarli dalla nostra oppressione e per smettere di agire come oppressori che mantengono determinati privilegi da questo sfruttamento. È anche importante riconoscere che persino la persona più povera e oppressa di questo mondo nei confronti degli animali si può comportare come oppressore.

Le leggi possono cambiare in superficie la modalità di alcune pratiche o anche ad arrivare, man mano che la società progredisce su alcuni temi, all’abolizione di altre, ma se non cambiamo nel profondo il nostro rapporto con gli altri animali - che deriva dall’interiorizzazione profonda dello specismo - tali leggi saranno soltanto palliativi o diritti che potrebbero essere rimessi in discussione in qualsiasi momento. È vero che la legittimazione, in senso giuridico, e la stigmatizzazione sociale che deriva dal fatto che un qualcosa sia illegale, nel tempo, tramite un percorso virtuoso, possono cambiare la mentalità e sensibilità collettiva, ma in genere si verifica il contrario, cioè il sistema giuridico è pronto ad accogliere alcune richieste ed istanze solo quando la sensibilità pubblica è veramente cambiata. Altrimenti le leggi non vengono nemmeno applicate o si cercano attenuanti per applicarle in modo meno rigido. Oppure, semplicemente - ed è ciò che accade più di frequente - le denunce vengono archiviate.

Di fatto oggi abbiamo delle leggi che tutelano alcune specie, come ad esempio cani e gatti e fauna selvatica (quest’ultima però si può cacciare in alcuni periodi dell’anno). Ma chi tortura e uccide un cane o gatto non va in galera, e molto spesso non prende nemmeno una multa. L’opinione pubblica, il giudice, gli avvocati, il sistema giuridico nel suo insieme non percepiscono ancora come grave l’uccisione di un cane, non la mettono sullo stesso piano di quella di una persona umana, pertanto al riguardo si cercano e usano attenuanti. Casi di maltrattamenti di animali spesso non sono nemmeno denunciati. Come ho raccontato nel primo capitolo, a proposito dei piccioni presi a calci dai ragazzini, la maggior parte delle persone rimane indifferente. I casi di cronaca di cui veniamo a conoscenza sono soltanto la punta di un iceberg. Altri avvengono indisturbati, senza che nessuno ne venga a conoscenza, tranne la vittima stessa. 

Lo stesso accade nei casi di femminicidio e di stupro. La narrazione mediatica è spesso assolutoria nei confronti degli uomini che hanno commesso il crimine. Si giudica ancora la vittima per come era vestita o se aveva bevuto o meno, anziché il criminale, che anzi, viene spesso giustificato perché era depresso o soffriva di ansia oppure era stato, poverino, vittima di un raptus improvviso. Fino a oltre la metà del secolo scorso esisteva il delitto d’onore che assolveva gli autori di femminicidio. Oggi non più, ma a livello di opinione pubblica chi uccide la compagna perché aveva un amante, è ancora leggermente giustificato. Chi stupra e uccide le donne spesso non viene nemmeno arrestato, è messo ai domiciliari o esce di prigione dopo pochi anni. Questo perché, nonostante la legge, la cultura patriarcale è ancora molto radicata e diffusa. Sulla carta avremmo dei diritti, ma a livello di pregiudizi noi donne siamo ancora considerate inferiori o isteriche (termine che già di per sé esprime un pregiudizio, a partire dall’etimologia), quindi non veniamo credute. Spesso le vittime di stupro sono messe nella situazione paradossale di dover dimostrare di non essersi comportate in modo equivoco. C’è ancora la convinzione profonda che dire “no”, talvolta, equivalga a un “sì”.

Uno sguardo all’evoluzione del movimento femminista ci consente di fare una semplice analogia: nel tempo abbiamo ottenuto molti diritti che ci hanno concesso, appunto, questa parità formale. Oggi abbiamo accesso allo studio, lavoriamo, entriamo in politica, non si pensa più che la donna debba stare a casa ad allevare figli (o almeno non lo si dice ad alta voce, ma i social, specchio della società, ci raccontano una realtà ben diversa, basti guardare i commenti sotto alle pagine femministe), non ci identifichiamo più nel ruolo esclusivo di madri e mogli (ma ci fanno sentire ancora sbagliate se decidiamo di non volere figli).

Eppure siamo ancora immersi in una società maschilista e patriarcale. Siamo costantemente e sistematicamente oggettificate; in continuo disagio nei nostri corpi, che al naturale vengono percepiti e giudicati negativamente; siamo condizionate sin dall’infanzia a seguire determinati canoni estetici, pena il bullismo o comunque la mancata accettazione sociale; non siamo libere di uscire da sole la sera perché temiamo ancora di essere molestate, stuprate, uccise. Che si verifichi un femminicidio ogni tre giorni è un dato di fatto, non una fantasia. Non esiste donna che nella propria vita non abbia subito molestie di vario genere, dal cat-calling (molestie verbali in strada), alle battutine in ufficio, fino alle violenze vere e proprie. Il movimento MeToo ha scoperchiato un vaso di Pandora e rivelato quanto fosse comune, cioè normale e quasi naturale, che una donna ricevesse avances sul luogo di lavoro da parte di uomini con una posizione di prestigio e di grado superiore.

Molte sono ancora costrette a prostituirsi per necessità, ed esiste un mondo sommerso di violenza legato alla tratta delle donne schiavizzate e vendute nei bordelli o gettate sulla strada.

E ancora: 

"I diritti giuridici sono come la struttura di una casa: se mancano gli infissi, le porte, le finestre, l’arredamento, quella casa rimarrà sempre uno scheletro vuoto. Gli infissi, le porte ecc. ce li può fornire solo un cambiamento culturale profondo. Cambiamento che, tornando agli animali, non si otterrà chiedendo riforme protezioniste improntate sul concetto mistificante delle normative sul benessere animale, perché nel momento stesso in cui queste normative vengono chieste continuano a riproporre e confermare l’idea degli altri animali come cibo, come risorse da consumare.

Una società giusta ed equa non si valuta infatti soltanto sulla base del corpus normativo e legislativo, ma sull’effettiva applicazione pratica di suddette leggi, e soprattutto sulle consuetudini, pratiche e abitudini reali - appunto gli infissi, le porte, le finestre, ossia ciò che rende una casa vera e non soltanto scheletro incompiuto.

Inoltre i diritti, come abbiamo visto spesso accadere nel corso della storia, possono essere revocabili in qualsiasi momento, se non accompagnati da un mutamento profondo della nostra considerazione dell’altro, chiunque sia questo altro."

(Ma le pecore sognano lame elettriche? Pag. 104 - 105 - 106 - 107 e 110)

P.S.: per tutto il mese di dicembre è libro, acquistabile sul sito della casa editrice, è scontato del 15%.

lunedì 6 dicembre 2021

Da che parte della gabbia stai?

 

"Ce stanno ingiustizie peggiori", "Ma li trattano bene", "Semo tutti in gabbia", "Annate a lavorà", "M'avete fatto piagne er regazzino"

Proviamo a rispondere alle solite frasi fatte dette dalla gente che sta portando i bambini al circo.

"Ce stanno ingiustizie peggiori". 

Peggiori non lo so, perché non mi risulta che ci siano umani tenuti a catena tutto il giorno, soli, in ambienti del tutto inadatti, costretti a fare esercizi contrari alla loro natura dietro il ricatto della privazione del cibo o le promesse delle botte. 

Che ci siano anche altre tante ingiustizie, sì, è vero, ma non mi pare che siano considerate un passatempo divertente.  

E sì, perché portare i figli al circo in fondo è come portarli ad assistere a una manifestazione di bullismo invitandoli a riderci su. 

"Ma li trattano bene". 

E no che non li trattano bene perché intanto li tengono in gabbia, e poi li costringono ogni giorno a esibirsi dietro il ricatto della privazione del cibo e delle botte. Gli animali addestrati nei circhi imparano sin da piccoli a ubbidire perché, essendo ovviamente intelligenti, capiscono che se vogliono mangiare ed evitare le botte devono proprio fare quello che gli vien chiesto. Anche se questo consiste nel fare cose che da soli non farebbero mai. 

Sono animali selvatici isolati, cioè che vivono soli, separati dal loro branco d'origine o genitori (spesso vengono venduti da circo a circo, se li passano come fossero oggetti), impossibilitati a esprimere le loro emozioni, sentimenti, necessità. 

Come si fa a pensare che un elefante sia felice di esibirsi a comando sotto a un tendone con la musica a palla di fronte a degli umani che sghignazzano, schiamazzano, urlano? O una tigre, un leone, un cavallo, uno scimpanzé? 

"Semo tutti in gabbia". Dipende. Metaforicamente sì, in molti paesi se la passano molto peggio di noi, siamo schiavi del lavoro e della società che noi stessi abbiamo costruito con le nostre stesse mani. Ma almeno possiamo prendercela con noi stessi. Perché questa società l'abbiamo costruita noi. E possiamo anche attivarci per cambiarla.

Gli animali invece sono vittime assolute, sempre, da sempre. E per quanto si attivino per ribellarsi, la sproporzione del dominio che subiscono è talmente enorme rispetto ai loro tentativi di resistenza che in qualche modo finiscono sempre per soccombere. 

Sì, ogni tanto qualche leone o elefante si ribella e uccide o ferisce gravemente il domatore, cioè il suo aguzzino, ma poi viene ucciso o comunque picchiato e domato con ancora più ferocia. Figuriamoci! Non è che poi gli altri del circo gli dicono "bravo!".

E comunque, se tu sei qui per passare una domenica al circo, forse non sei proprio nelle medesime condizioni degli animali che stai andando a guardare, per i quali la gabbia è reale, continua, fino alla morte.

Loro sono in gabbia. Tu stai dall'altra parte. E questa mi pare una differenza non da poco.

"Annate a lavorà". Lavoriamo tutti, a parte i ricchi, e nel tempo libero ci dedichiamo a lottare contro la peggiore ingiustizia che sia mai esistita. Ah, se sei un circense a dirmelo, magari comincia tu senza sfruttare gli animali, che ne dici?

"M'avete fatto piagne er regazzino". 

Forse perché qualcuno gli ha detto la verità? 

Pensa un po' quanto piangono gli animali schiavi da una vita...

Grazie agli  Attivisti Gruppo Randagio per aver organizzato un bel presidio ieri, purtroppo penalizzato dal fatto che al solito le forze dell'ordine impediscono di posizionarci di fronte all'entrata rendendo quindi difficile volantinare e informare. 

Viviamo proprio nel paese di Pinocchio (vi ricordate la parte di chi sta in carcere e chi esce?): chi vessa individui prigionieri, gli usa violenza e ci lucra sopra è protetto dalla legge; chi lotta per combattere un'ingiustizia viene fatto passare per uno da "controllare a vista". 

Alla fine ho intercettato, dalla strada, per un attimo, l'elefante dentro al tendone. L'elefante, quello che il circo in questione usa come simbolo per farsi pubblicità. 

La cosa che più mi ha messo tristezza, credetemi, non è stata sapere che fosse prigioniero da una vita, ma che fosse solo. Solo.

Cioè quell'elefante non ha nemmeno la possibilità di comunicare a un altro suo simile l'angoscia del vivere in quella condizione. 

E i circensi cosa scrivono? Che guardare un animale negli occhi vale più di mille documentari. 

Sicuri sicuri?

Ma li avete veramente mai guardati negli occhi gli animali prigionieri? 

Sicuri di voler veramente sapere cosa ci trovereste? 

Ci trovate la vostra immagine riflessa. Perché le chiavi della loro prigione le avete voi. Loro sono in gabbia e voi dall'altra parte.

Ecco, dopo che l'avrete fatto, potrete scegliere se iniziare ad aprirla un po' quella gabbia oppure no.

domenica 5 dicembre 2021

Cos'è il totalitarismo?

 

La violenza sugli altri animali è invisibile perché loro sono invisibili.

I pesci e in generale gli animali acquatici lo sono ancora di più.

Non vengono nemmeno nominati al plurale, ma indicati con un termine singolare che racchiude una moltitudine, cioè "il pesce".

Le scene di pesca nei film non nascondono l'agonia perché non ce n'è bisogno, cioè non viene minimamente percepita.

Anche i bambini pescano e tirano su con l'amo creature che poi soffocano davanti ai loro occhi e lo fanno tanto al mare per gioco, quanto con i loro genitori appassionati di questa pratica crudele.

Del resto anche nei ristoranti "di pesce" migliori vengono mostrati individui vivi negli acquari senza che questo fatto susciti la benché minima riprovazione o disagio. 

Se ci fossero dei maialini o degli agnellini in un recinto e poi si assistesse alla scena di qualcuno che li afferra per metterli in pentola e cucinarli, così come sono, magari direttamente nell'acqua bollente mentre sono ancora vivi, la gente fuggirebbe inorridita o tenterebbe di salvarli; sì, quella stessa gente che comunque non dovendo assistere direttamente alle scene di cattura e uccisione, poi ordina maiali e agnelli e vitelli o li compra direttamente a pezzi nei supermercati, ma che ancora saprebbe riconoscerne la violenza se li vedesse vivi. Violenza che è pronta a giustificare e a minimizzare facendo appello alle credenze speciste, ma che comunque viene riconosciuta.

Per i pesci salta anche questo passaggio. Non si riconosce la violenza nemmeno quando è agita dai bambini. Non si riconosce la prigionia dei loro corpi costretti in acquari, non si riconosce il significato autentico di quello che si fa quando li si sottrae al mare, al lago o al fiume, cioè un vero e proprio atto di deportazione fisica.

Giorni fa un amico mi ha chiesto cosa significhi per me "totalitarismo".

Dopo averci pensato ho risposto che ne abbiamo un esempio costante davanti agli occhi, cioè gli allevamenti di animali, di qualsiasi tipo. Compresi quelli acquatici. 

Totalitarismo è controllo della vita, dell'esistenza, è programmazione dei corpi dal concepimento all'uccisione. Di più, è anche modificazione di quei corpi affinché i loro corpi siano sempre più funzionali allo scopo per cui vengono fatti nascere.

Totalitarismo è quindi programmazione e controllo della vita.

Cioè l'antitesi esatta di quello che dovrebbe essere la vita. 

Ma il totalitarismo è soprattutto l'insieme delle false sicurezze date dalle gabbie invisibili. Le gabbie invisibili che la cultura e il sistema in cui viviamo ci costruisce attorno giorno dopo giorno e che poi ci rende sopportabili facendoci indossare le lenti della propaganda, di qualsiasi tipo sia.

Lo specismo è propaganda, la politica istituzionale lo è, lo è la scuola, la televisione tutto. E sì, tutti ne siamo vittime in qualche modo, ma tra noi e gli altri animali c'è una differenza sostanziale, cioè che noi siamo sempre i loro oppressori (mentre tra noi siamo sia vittime che oppressori) e che essi subiscono il dominio nella forma peggiore che esista, dal concepimento in poi. Non potendo nemmeno avere il conforto dell'illusione della propaganda, per loro le gabbie sono reali e visibili in qualsiasi momento. Vedono e sentono la violenza sui loro corpi istante dopo istante. 

Una violenza che noi non sappiamo riconoscere o che, all'occorrenza, subito giustifichiamo e minimizziamo. 

Una violenza che deridiamo. Costantemente. Deridendo anche chi ha deciso di opporvisi, come le persone vegane.

Credo che non ci sia nulla di più becero di chi deride gli altri animali. Vittime assolute di ogni sistema che l'umano abbia saputo costruire.

Qualsiasi tentativo di progresso morale e politico che non tenga conto dello specismo è vuoto. 

Foto presa da Wikipedia.

lunedì 29 novembre 2021

Credenze speciste

 



Lo specismo non consiste tanto nell'uccidere e usare gli animali - perché è ovvio che in molte pratiche c'entri soprattutto il profitto - ma nelle giustificazioni che adottiamo e che abbiamo interiorizzato e normalizzato per poterlo fare; queste giustificazioni assurgono al ruolo di credenze e convinzioni e non necessitano nemmeno più di essere poste al vaglio del pensiero critico e del dubbio.
Inoltre a loro volta producono effetti nefasti riguardo il ruolo degli altri animali in generale che continuano a essere visti sempre in funzione di qualcosa, cani e gatti compresi e ogni qualvolta questa funzione smette di funzionare (scusate l'allitterazione), allora si scatena tutta la teriofobia irrazionale possibile (vedasi animali selvatici come i cinghiali nel momento in cui superano i confini mentali e fisici da noi pensati e creati).

giovedì 25 novembre 2021

L' altra pelle

 

Negli ultimi anni ho letto spesso di progetti al femminile in cui giovani donne decidono di avviare aziende di produzione di formaggi mettendo su allevamenti di capre, pecore, mucche o aziende di salumi con maiali allevati in proprio. 

Ed eccolo qua l'articolo (già accennato tramite il post di Paola Gagliano condivido poc'anzi) che parla di questo progetto inclusivo per le donne vittime di violenza. 

Si chiama "La.b L'ALTRA PELLE" ed è un laboratorio dove si lavorano le pelli delle bufale per confezionare borsette: https://bit.ly/3p2pez8

L'altra pelle, cioè quella delle bufale anziché delle solite mucche (o coccodrillo, pitone ecc.). 

Lo specismo è evidente laddove riguardo un progetto inclusivo per le donne vittime di violenza, cioè per persone che hanno subito la violenza sulla loro PELLE, il collegamento con la violenza sulla PELLE di altre femmine dovrebbe venire naturale, se queste fossero riconosciute come individui senzienti e non soltanto come macchine viventi - cioè che respirano, mangiano, sì, ma che comunque non esistono per loro stesse, bensì sempre in funzione di (metteteci quello che volete, produrre latte, uova, carne, pelle); il termine "altra pelle" infatti continua a significare "altro materiale", cioè materiale diverso da quello usato solitamente e non "altra pelle vittima di violenza", come dovrebbe essere se gli altri animali non fossero visti attraverso la lente dello specismo.

La pelle delle bufale non è percepita quindi come pelle di un senziente, ma sempre con materia da usare.

Detto questo, un femminismo che non riconosce l'orrore che subiscono le femmine di altre specie e che anzi si afferma proprio sfruttandole per me è davvero miope. Io non sono nemmeno intersezionalista, cioè riconosco la specificità e unicità di ogni oppressione e quindi lotta - proprio perché appunto, riguardo gli altri animali, se non si analizza e mette in discussione lo specismo, ecco che continua a restare invisibile -, ma penso che a maggior ragione quando si parla di progetti di accoglienza per persone abusate, la critica per aiutare ad aprire gli occhi su quello che accade agli altri animali sia doverosa. E no, non è questione di benessere animale o etica del lavoro, di trattare questi individui più o meno bene, quindi di modalità di allevamento, ma di combattere proprio lo specismo intrinseco nel continuare a negargli il valore di individui e quindi delle loro esistenze.

Riscattarsi avviando allevamenti o aziende basate sulla lavorazione dei corpi animali è semplicemente riproporre un modello di dominio fondato su una gerarchia ontologica del vivente. Che è la stessa che poi discrimina anche noi donne, per secoli considerate inferiori agli uomini e viste unicamente nei ruoli di procreazione, accudimento dei figli e della famiglia o come oggetti sessuali che devono soddisfare sguardi e piacere maschili.

Come femministe abbiamo messo in discussione i ruoli assegnatici per una differenza anatomica e biologica, come persone umane ora dobbiamo mettere in discussione quelli assegnati agli altri animali per differenze di specie, quindi sempre biologiche e anatomiche.


mercoledì 17 novembre 2021

Il benessere animale è l'ingrediente segreto (dello specismo)

 Aspettando domenica, l'evento al Bookcity in cui si parlerà proprio della menzogna del benessere animale. 

Il consorzio che produce il parmigiano reggiano dichiara che l'ingrediente segreto della qualità dei loro formaggi è il benessere animale perché, in sintesi, meno stress per le bovine da latte (sic) consente la produzione di un latte migliore. 

Poi aggiunge che allevare animali nelle stalle, cioè tenerli sempre al chiuso, non è detto che sia un male, anzi, in estate è sicuramente un bene in quanto nella pianura padana all'aperto ci sarebbe un caldo eccessivo.

In sintesi: allevano mucche in funzione della produzione (bovine DA latte), le tengono tutta la vita chiuse dentro le stalle, gli sottraggono i cuccioli appena nati, quando la produzione calerà le manderanno al macello, però vogliono convincere che il benessere animale sia l'ingrediente segreto.

Infatti lo è: il benessere animale è l'ingrediente segreto che serve a perpetuare lo specismo. E di conseguenza l'ingrediente segreto che consente ad aziende e consorzi che traggono profitto dallo sfruttamento degli animali di continuare a esistere. Il benessere animale è una manna per gli allevatori e i consumatori, ma lascia inalterato lo specismo, ossia ciò che consente la normalizzazione dello sfruttamento degli animali.

Il problema al solito è parlare di benessere animale all'interno di un contesto di sfruttamento in cui gli altri animali vengono concepiti esclusivamente in funzione del prodotto che sono e che renderanno. 

Questo fatto del rispetto del benessere animale strettamente legato alla qualità del prodotto è dichiarato esplicitamente, cioè si dice "meno stress per le bovine consente la produzione di un latte di qualità migliore" però ci dev'essere un passaggio nella mente delle persone che gli consente di credere alla menzogna dell'allevatore che ama e tratta bene gli animali e a quella che sia possibile continuare a mangiarli e a trattarli come macchine senza che sorga un problema di natura etica. 

Questo passaggio io lo chiamo, citando Orwell, semplicemente bi-pensiero: ossia, sai che è una menzogna, ma continui a crederci.

Questo in alcuni casi. 

In tutti gli altri vale il solito specismo, ossia la convinzione diffusa, la mastodontica credenza che gli altri animali siano inferiori, che siano inferiori i loro sentimenti, che inferiore sia la loro sofferenza emotiva, psicologica e fisica, che inferiore sia la loro capacità di esperire il mondo (e quindi cosa importa se li teniamo chiusi in una stalla?), che inferiore sia la capacità di godere del sole, dei tramonti, di stringere relazioni, di interrogare il mondo, di fare esperienze emotivamente complesse, e quindi inferiore, cioè minimo, di poco conto, irrilevante, il danno che loro infliggiamo costantemente usandole e schiavizzandole per far guadagnare qualcun altro e per avere un sapore che è solo gusto apprezzabile poiché indotto dall'abitudine.

La cosa più grave oggi non è tanto che le aziende che usano gli animali parlino di benessere animale, ma che ne parlino anche associazioni animaliste così reiterando e rafforzando la convinzione che sia giusto usare gli animali (neowelfarismo).



martedì 9 novembre 2021

L'ultimo raggio di sole


 Per sensibilizzare sulla questione animale - questione? Tragedia, direi più tragedia - ci sono immagini che funzionano meglio di altre.

Spesso quelle che raffigurano l'atto brutale della macellazione allontanano le persone.

Invece questa è perfetta nella sua disarmante tragicità. Un individuo si abbandona al tepore del sole, un sole che probabilmente sta assaporando per la prima volta, socchiude gli occhietti, ignaro che a breve gli saranno chiusi per sempre. Violentemente, barbaramente, ferocemente.

Ignaro di esser nato per diventare prodotto.

Noi però, noi che possiamo, dobbiamo smetterla di chiudere gli occhi di fronte a questo sterminio sistematico. Noi gli occhi dobbiamo mantenerli ben aperti. E imparare a vedere gli altri animali oltre la patina sporca dello specismo. Una patina viziata e violenta. Mangiare animali non è un'abitudine, ma un vizio immondo.

Lo specismo nell'arte

 


L'antefatto. Vittorio Sgarbi si fa fotografare di fronte a una vetrina con parti di corpi di animali squartati. I vegani lo criticano. Lui liquida la questione dicendo che i vegani dovrebbero studiare la storia dell'arte e cita La bottega del macellaio di Carracci.* 

Vittorio Sgarbi dice che noi vegani dovremmo studiare la storia dell'arte perché di dipinti che raffigurano macellerie o animali squartati è piena l'arte.

Che novità!

E dunque? La storia dell'arte è anche piena di donne uccise, seviziate, martirizzate, di neonati abbandonati, gettati giù dalla rupe, di schiavi, di racconti mitologici. 

Non per questo oggi giustifichiamo certi orrori del passato, cioè non perché grandi artisti li hanno riprodotti sulla tela facendoli diventare dei capolavori. Un conto è raccontare la realtà, un altro è giustificarla, infatti, specialmente se questa realtà inizia a essere messa in discussione per tutta una serie di motivi assai significativi.

Io posso anche riconoscere il capolavoro di un Carracci, ma ne contestualizzo la scena in riferimento ai tempi. Tempi in cui degli altri animali non si sapeva nulla e si credeva che fosse necessario mangiarne i corpi per vivere. 

L'arte infatti riflette e riproduce i valori dell'ideologia dominante, rappresenta precise visioni del mondo e della società. Il fatto che gli altri animali siano sempre stati riprodotti come esseri al servizio dell'uomo, che siano cadaveri esposti sui banchi delle macellerie, o buoi che tirano l'aratro o anche cavalli montati da cavalieri in guerra, non è di per sé indicativo di qualcosa di necessariamente giusto, normale e  naturale; è invece il racconto di un dominio, di un'oppressione, di un rapporto egocentrico, antropocentrico e specista con il resto dell'animalità.

La storia dell'arte, come il resto della produzione culturale (libri, film, filosofia) ci racconta una storia: una storia appunto fatta di dominio e di attribuzione arbitraria di valore secondo una scala rigidamente antropocentrica in cui la nostra specie si erge a capo del resto dei viventi. Ci racconta lo specismo. Anzi, studiare l'arte - e analizzarla magari da una prospettiva antispecista - è interessante proprio per capire meglio lo specismo e come l'idea che abbiamo maturato nel corso dei secoli degli altri animali sia stata veicolata proprio anche grazie ad essa che nel riproporre valori e idee del mondo attuali li normalizza e naturalizza consegnandoli ai posteri. 

Ma i posteri dovrebbero avere la capacità critica appunto di contestualizzare quei valori e quelle idee del mondo che per fortuna nello scorrere dei secoli mutano, o dovrebbero, con il mutare della sensibilità e in accordo con le nuove scoperte scientifiche, etologiche ecc.

Sarebbe ora di mettere in discussione questa visione arcaica in cui la nostra specie si arroga il diritto di usare tutte le altre solo perché ha la forza e i mezzi per farlo e di approfondire un po' quello che dicono i vegani senza liquidarli con frasi fatte. Il problema infatti non è che i vegani non studino l'arte (poi quali vegani? Perché etichettare e ridurre così un movimento eterogeneo?), ma che non si studino abbastanza gli altri animali, o meglio, che li si continui a guardare soltanto attraverso il filtro dello specismo, quindi non vedendoli quali gli individui senzienti che sono, ma come prodotti da consumare, come massa di carne indistinta.

Che Sgarbi studi un po' l'antispecismo, quindi, quanto meno, prima di definire i vegani esaltati o talebani. 

Che legga i testi dei principali filosofi prima di dire la sua e che abbia il coraggio di confrontarsi sui contenuti senza buttare tutto in caciara, come si dice a Roma. 

Quella del vegano esaltato è una fallacia, la fallacia dello straw man, per l'esattezza. Cioè, si crea un fantoccio e lo distrugge con sarcasmo senza prendersi la briga di riflettere sui contenuti che propone.

Liquidare le critiche delle persone vegane definendo queste ultime come persone ignoranti che non studiano l'arte non è un argomento. 

E anzi che ci ha risparmiato almeno il suo "Capra, capra, capra!", frase indicativa di un linguaggio antropocentrico che si serve degli altri animali per insultare la nostra specie, indicativo quindi di un'attribuzione arbitraria di inferiorità che nell'uso reiterato viene interiorizzata, senza riflettere sul fatto che ogni specie ha la sua intelligenza specie-specifica e che paragonare intelligenze diverse, intese come sforzo di adattamento all'ambiente, è non solo sbagliato, ma proprio scientificamente insensato.

*Di macellerie (e pescherie) nella storia dell'arte ho accennato anche in un capitolo di "Ma le pecore sognano lame elettriche?"

lunedì 8 novembre 2021

"Il benessere animale è il loro malessere" al BookCity di Milano

 

Tra qualche giorno inizierà il BookCity di Milano, evento culturale dedicato ai libri, alla letteratura, agli incontri con gli autori, editori, lettori diffuso su tutta la città, in spazi pubblici o privati.

Ci saremo anche io e Teodora Mastrototaro, insieme al nostro editore Marco Saya Editore per parlare di antispecismo in un evento intitolato "Il benessere animale è il loro malessere".

Sono molto felice di portare la questione animale in uno spazio diverso dal solito, di fronte a un pubblico che magari non avrà ancora mai avuto modo di riflettere sulle implicazioni del nostro rapporto di dominio sugli altri animali.

L'evento sarà domenica 21 novembre alle ore 12,00 presso Il Mare Culturale Urbano, sala Polivalente. 

                                                ***

"Ma le pecore sognano lame elettriche?" di Rita Ciatti  è un testo che analizza il nostro rapporto con gli animali alla luce dello specismo. Il titolo, in omaggio al noto capolavoro di Philip K. Dick (“Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”), ci mette in guardia da soluzioni future ancora più alienanti e distruttive per gli animali che passano sotto il nome di “benessere animale” e che, nel pretendere di migliorarne leggermente le sorti, ne ribadiscono e continuano a legittimarne il silente sterminio. Questo libro è sicuramente portatore di una visione radicale, ma ormai non più rimandabile.

Raramente in poesia è accaduto che un argomento come lo sfruttamento animale sia stato approfondito attentamente. Fu il caso del fortunato libro di Ivano Ferrari, Macello, racconto in versi di un’esperienza crudissima vissuta in un mattatoio. Ed è anche il caso di questo secondo libro di Teodora Mastrototaro, dal titolo "Legati i maiali". Con le dovute e ovvie differenze, l’autrice di origini pugliesi attraversa un’esperienza simile a quella di Ferrari, muovendo però le due sezioni del libro in altrettanti momenti dove sono inizialmente gli stessi animali a parlare del proprio dolore, e di seguito i loro carnefici.  È questo il messaggio più importante di un libro di denuncia del genere: che la vita resti alla vita e che la morte non sia un esercizio voluto dall’uomo ma solo il destino di ogni essere vivente.

Amici di Milano, mi farebbe molto piacere se veniste ad ascoltarci e a darci sostegno. 

Qui il link all'evento, la prenotazione è obbligatoria:

https://bookcitymilano.it/.../il-benessere-animale-e-il...