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domenica 19 marzo 2023

Sguardi che non possiamo dimenticare

 

Ieri, sotto a un post di un amico, un suo contatto ha chiesto: "Perché posti le foto dei maiali? Tanto non servono a far diventare la gente vegana".

Ora, sorvolando pure sul fatto che il contatto in questione non fosse vegano e fosse infastidito dal fatto che gli si ricordasse CHI era il prosciutto che mangia, la domanda merita una risposta approfondita.

Anni fa, con NOmattatoio, andavamo in prossimità del mattatoio di Roma e fotografavamo i tir pieni di animali che di lì a poco sarebbero stati ammazzati. Non solo maiali, ovviamente, ma anche agnelli, mucche, vitelli, capretti e persino cavalli. 

Non facevamo solo quello, distribuivamo anche volantini, facevamo discorsi al microfono per spiegare il senso delle nostre azioni di protesta, informazione e sensibilizzazione.

Lo facevamo perché la gente non riflette mai sui mattatoi. Non sa nemmeno dove sono situati, come sono organizzati, quanti animali uccidano al giorno e quali sono i passaggi che portano un individuo dalla sua nascita in un allevamento fino allo scaffale di un supermercato; questo perché sebbene siamo letteralmente invasi dalle pubblicità  dei "prodotti", descritti come eccellenze italiane, gustose, sane ecc., si attua una sorta di rimozione collettiva sulla realtà dello sfruttamento animale. 

Attenzione: non è che nel profondo non si sappia perché penso che tutti sappiano che la carne che mangiano è parte del corpo di un animale, ma semplicemente questo fatto viene costantemente rimosso.

Ricordo che la prima volta che vidi un tir pieno di agnellini sperimentai una sorta di epifania dolorosa, come uno schiaffo di realtà arrivatomi addosso, come se solo in quel momento prendessi coscienza di cosa significhi realmente produrre e mangiare carne. 

Allora raccontarlo con immagini e video, mostrare gli sguardi spenti o terrorizzati di questi individui - ognuno diverso dall'altro, anche nelle reazioni all'inferno che stanno sperimentando - ha un senso. 

Lo slogan della nostra campagna era "Se non potete eliminare l'ingiustizia, allora raccontatela a tutti", frase di un rivoluzionario iraniano, Ali Shariati", che poi modificammo in "Il primo passo per eliminare l'ingiustizia è raccontarla a tutti" perché ci sembrava meno rassegnazionista. 

Già, raccontare a tutti la violenza normalizzata nella nostra società, i fiumi di sangue non visti che scorrono tra le intercapedini delle nostre comode cucine dove ci nutriamo di quelle esistenze che avrebbero potuto essere, piene e meravigliose, e invece sono state distrutte per cinque minuti di sapore, di tradizione, ma soprattutto di abitudine, di pigrizia mentale, di indifferenza.

Esistenze annullate per indifferenza e nell'indifferenza. 

Sapendo tutto questo non si può tacere. E se non si tace si deve raccontare. E mostrare. 

Ed ecco il perché di queste foto e video, che forse non saranno sufficienti a far diventare le persone vegane, ma che almeno gli ricorderanno di cosa la nostra specie è capace e di quanto sia facile e banale cancellare individui ed esserne complici semplicemente perché "lo fanno tutti", "si è sempre fatto così".

mercoledì 15 marzo 2023

Il conforto delle parole


Un mio articolo per Essere Vegan in cui analizzo alcuni termini comuni usati dalle persone per giustificare il carnismo: onnivoro, allevamento intensivo, benessere animale.

"Nelle mie discussioni con le persone che mangiano animali ho notato quanto vengano date, con poche varianti, sempre le stesse risposte e che queste tendano a voler essere autoconclusive, totalizzanti, come a voler rassicurare chi le pronuncia, il quale, in tal modo, risolve così ogni dilemma morale.

Una di queste è che nell’allevare gli animali non ci sarebbe nulla di male perché noi siamo onnivori e quindi facciamo quello che fanno gli altri animali, solo che abbiamo semplicemente affinato la tecnica, modernizzandola, anche se ovviamente siamo tutti concordi nel ritenere deprecabili gli allevamenti intensivi.

Ecco, onnivoro è già un primo esempio di ricorso a un termine affinché questa assolutezza di pensiero resti salda; un pensiero che non vuole essere problematizzato, pena una dissonanza cognitiva molto forte perché se si ammettesse che mangiare animali non è affatto necessario allora si dovrebbe prendere atto del fatto che si stanno compiendo delle scelte cruente senza necessità e questo non collimerebbe con l’idea che generalmente le persone hanno di loro stesse: un’idea che non di rado include l’amore per gli animali; in pratica ci si autoconvince che mangiare gli animali sia necessario e che quindi non si possa fare altrimenti anche se dispiace, purché, certamente, lo si faccia rispettando le norme sul benessere animale. Ci si convince quindi che il problema quindi non stia tanto nell’uccidere gli animali, ma nei famigerati allevamenti intensivi.

Per continuare la lettura dell'articolo: https://bit.ly/3Te2BGV

venerdì 10 marzo 2023

Uguali nella morte

 



Ho pensato molto se scrivere di questo o meno, e alla fine ho deciso di farlo. 

La tragedia avvenuta di recente in mare ci ha sconvolto, forse più di altre volte, forse perché stavolta le vittime erano bambini e ragazzi, persone con tutta una vita da vivere davanti e che hanno messo a repentaglio proprio per avere una chance di viverla, quella vita. Hanno perso tutto, la vita stessa, nel tentativo di quella chance e anche noi - noi come umanità, come civiltà, come soggetti politici, come società - abbiamo scoperto di aver perso parecchio, cioè la capacità di aiutare chi sta peggio di noi, di essere solidali. 

Da quel giorno infausto ho letto molte dichiarazioni da parte dei soccorritori, in particolare quella di un pescatore, che è diventata virale: racconta il suo dolore, tutto lo strazio e l'impotenza che ha provato nel tirare su dall'acqua quei piccoli corpi ormai morti. 

Un altro, o forse sempre lo stesso, dice che se lui e i suoi compagni pescatori avessero saputo in tempo, se fossero stati avvisati, sarebbero usciti in mare tempestivamente perché i pescatori, si sa, salvano le vite in pericolo in mare.

Mi colpiscono queste affermazioni perché sono la prova evidente di una cecità assoluta nei confronti dello sterminio di tante altre vite, esistenze, che hanno la sola colpa di essere nate in corpi diversi dal nostro. Sterminio che essi stessi compiono.

Parlo degli animali marini, pesci, polpi, crostacei. Tirati su dal mare a migliaia con le reti. Lasciati agonizzare per lunghi minuti, a volte ore o addirittura giorni. 

La cultura in cui sono nati, la tradizione trasmessa di generazione in generazione, la società in cui vivono che normalizza le uccisioni dei pesci e degli animali in generale ha portato questi pescatori a essere desensibilizzati progressivamente fino ad arrivare a maturare un'empatia selettiva. Fino a non percepire le agonie di questi altri corpi che tirano su a migliaia dal mare; con la differenza che questi altri nel mare ci vivevano e che lì sarebbero dovuti restare. 

Mi colpisce questa sensibilità selettiva, questo non saper vedere la morte e la sofferenza se colpisce corpi diversi da quelli umani. 

Si può paragonare la morte di un pesce a quella di un bambino? 

Sì, se riconosciamo il valore ontologico di un individuo che voleva vivere, il suo valore intrinseco, non riducibile a null'altro se non alla sua volontà di essere, di esistere per sé stesso e non in funzione d'altro. 

Ma sappiamo che il valore ontologico degli altri animali è sempre stato arbitrariamente definito inferiore a quello di noi animali umani e che abbiamo giustificato questa presunta inferiorità utilizzando dei parametri esclusivamente umani, cioè il modo in cui noi ragioniamo, facciamo le cose, pensiamo, viviamo, la nostra intelligenza, come se fossimo gli unici esseri viventi e senzienti davvero tali sulla terra e tutto il resto che non assomiglia a noi non fosse nemmeno da dichiararsi tale, ma al massimo una macchina, un prodotto, oppure qualcosa che sì, respira, ma è "povero di mondo" in quanto solo le nostre esperienze contano davvero.

Già questo giudicare se qualcuno è degno di essere definito individuo solo se supera dei test è terribile perché appunto non gli si riconosce un valore intrinseco, ma esso prescinde da varie considerazioni. 

Eppure vivere ed esistere significa lo stesso per tutti gli animali e tutti condividiamo parecchie esperienze e sensazioni: nascere, respirare, vedere, udire, sentire dolore o piacere, muoverci nel mondo, farne appunto esperienza, ammalarci, giocare, sentire in senso ampio, cioè cogliere con i sensi, mangiare, dormire, comunicare e molto altro ancora. 

Già il fatto di nascere implica un dover morire. Quindi dovremmo considerare uguale per tutti, se non proprio la vita, l'esistenza, almeno la morte. 

Ed è in questo riconoscimento, chiamiamola pure agnizione, di essere uguali nella morte, più che nella vita, che dovremmo aver pietà, cioè empatia. E, se proprio non possiamo salvare chiunque, che almeno possiamo rifiutarci di uccidere e di essere complici degli stermini in mare.

Foto: Jo-Anne Mc Arthur.

mercoledì 8 marzo 2023

Destino comune

 Tra le altre cose, il femminismo è presa di coscienza di un destino comune tra simili, tra persone dello stesso sesso. 

È la deflagrazione interna che avviene quando, confrontandoti con altre donne, capisci che non sei la sola ad aver subito certe molestie e ad essere stata vittima di comportamenti che ti facevano sentire a disagio - ma a cui, allora, non avresti saputo dare un nome - e che solo nel momento in cui l'hai appreso hai capito che il tuo disagio era legittimo, giustificato, normale e che no, non eri strana tu, ma erano maschilisti e prepotenti gli uomini che avevi incontrato. 

Per questo il confronto tra donne è fondamentale perché ti fanno capire che certi meccanismi non sono casuali o eccezionali, ma sistemici e culturali.

Ecco, vorrei che l'8 marzo fosse un momento di riflessione per noi tutte e vorrei che anziché mimose venissero distribuiti e regalati libri sul femminismo, saggi o romanzi che siano. 

Poi mi piacerebbe anche che le donne arrivassero a comprendere che se il sesso di appartenenza ci unisce e rende simili in tanti destini, questo è lo stesso per le femmine di altre specie. 

So che la normalità con cui abbiamo sempre sfruttato gli animali e l'occultamento della realtà riguardo la produzione del latte, uova, carne non ci fa percepire gli allevamenti e i mattatoi come sbagliati, eppure lo sono perché sfruttano, controllano e uccidono i corpi delle femmine di molte specie e dei loro cuccioli. Un controllo totale che comprende la visione che abbiamo degli animali concepibile, materialmente e metaforicamente, nei limiti della funzione che gli viene assegnata (da reddito, utili o dannosi, domestici o pericolosi). Non esistono allevamenti etici perché tutti contemplano sfruttamento e fine violenta al mattatoio e questa riduzione della loro soggettività a una funzione.

Se ci riconosciamo come femmine di homo sapiens unite da problematiche simili, facciamo uno sforzo e includiamo nella nostra considerazione morale e nelle nostre battaglie anche le femmine di altre specie, che sebbene non parlino il nostro linguaggio,  comunicano e soffrono non meno di noi. 

I corpi sono fatti della stessa materia, carne, sangue, muscoli e così le emozioni e sensazioni scaturite dal cervello. Se riconosciamo come ingiusto il nostro sfruttamento basato sull'uso dei nostri corpi, allora dobbiamo riconoscere come ingiusto anche quello degli altri animali, delle femmine e dei loro cuccioli.


lunedì 6 marzo 2023

Nessuno tocchi Tina

 

#nessunotocchitina è l’hashtag che è diventato virale in questi giorni nel mondo animalista, e non solo, affiancato agli innumerevoli appelli e petizioni rivolti alle autorità affinché Tina non venga uccisa.

Ma chi è Tina? Nata da una maialina vietnamita domestica (allontanatasi da casa e accoppiatasi con un cinghiale), è stata adottata da Gabriele, che vive in provincia di Novara, quando era ancora cucciola ed è cresciuta con la sua famiglia e i suoi cani, stringendo in particolare un legame molto forte con una cagnolina che l’ha presa sotto le sue cure come se fosse sua figlia.

Tina quindi non è un cinghiale selvatico, pur avendo una parte di geni del cinghiale, ma domestico: a tutti gli effetti un membro della famiglia di Gabriele.

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venerdì 3 marzo 2023

La guerra spietata ai cinghiali

 

Da qualche anno il nostro paese ha dichiarato guerra agli animali selvatici e in particolare ai cinghiali.

È iniziata dapprima con accordi tra le singole regioni e i municipi, come a Roma, quando nel 2019 fu siglato il primo piano di abbattimento tra Comune di Roma e Regione Lazio - poi rinnovato sotto le successive amministrazioni -, in Toscana con la legge Cremaschi, poi a seguire in Liguria, Reggio Calabria, Campania e altre ancora. Una guerra spietata accompagnata da un odio feroce per questi animali pacifici e da episodi di crudeltà inaudita, come il recente caso di un cinghiale investito e poi lasciato agonizzare a bordo strada per circa 16 ore o l’altro in cui ad alcune volontarie di un Rifugio è stato impedito di soccorrere un cucciolo di cinghiale caduto in un fossato, che poi è stato freddato davanti alle volontarie stesse.

Un elemento essenziale di ogni guerra è infatti la propaganda, cioè la diffusione mediatica di notizie funzionali a far credere che esista un problema o una vera e propria emergenza così creando un clima di terrore, odio o comunque di preoccupazione per poi giustificare le varie misure in corso.

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giovedì 2 marzo 2023

Proteus, eroe o schiavo?


 Una riflessione critica sui cani impiegati in varie mansioni al servizio della nostra specie, partendo dalla storia di Proteus, il cane divenuto suo malgrado “eroe”.

Proteus era un cane “impiegato” per cercare e sottrarre i feriti dalle macerie del recente terremoto avvenuto in Turchia. Ne scrivo al passato perché purtroppo durante una di queste operazioni il suo cuore ha cessato di battere, sembra per l’eccessiva fatica cui era stato sottoposto; infatti, così riportano i media, aveva “lavorato” instancabilmente per due giorni. I media locali e internazionali lo hanno trasformato in un “eroe”, suo malgrado, e gli hanno dedicato anche una statua. Proteus, che in effetti porta il nome di un dio della mitologia greca, veniva dal Messico ed era stato inviato in Turchia insieme ad altri cani allevati ed addestrati a svolgere il “lavoro” di soccorritori di feriti.

Ho messo alcuni termini tra virgolette perché sono termini che mal si addicono ai cani e agli animali in generale. Curioso come nella nostra società specista stiamo sempre a specificare di prestare attenzione a quello che diciamo sugli animali perché è sbagliato antropomorfizzarli - cosicché non si può nemmeno dire che abbiano sentimenti, ricordi, propositi, volontà e intenzioni in quanto agirebbero solo per una sorta di automatismo - eppure non ci facciamo scrupoli ad attribuirgli concetti e termini quando ci fa comodo usarli per i nostri fini.

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sabato 21 maggio 2022

Di animali selvatici , animali "da compagnia" e di un famoso regista romano

 Metto qui il link agli ultimi due miei articoli, uno per R-evolver sulla situazione degli animali selvatici a Roma, compresa quella degli individui tenuti in cattività e usati come schiavi; l'altro per Progetto Vivere Vegan sul superamento del concetto di "animali da compagnia", "mercato di pets" ecc.

Immagine di Andrea Festa

Un cinghiale si disseta a una fontanella di una famosa Villa romana adibita a parco pubblico, un gabbiano scende da un tetto per andare a raccogliere un pezzetto di pane, alcuni gatti, la coda a punto interrogativo in segno di gioia, corrono fusacchiando verso il gattaro che tutte le sere gli porta da mangiare, una fila di elefanti bardati di rosso e blu e montati da umani sfilano lungo i Fori Imperiali e arrivano a Piazza Venezia, tra una folla festosa ed esultante con l’immancabile telefonino pronto in mano a scattare una foto.

Non è lo scenario di una fiaba moderna, ma quello di una società all’incontrario, sbagliata e specista, dove le prime tre situazioni vengono viste con preoccupazione, diventano fonte di paure irrazionali amplificate dai media e da narrazioni catastrofiche, mentre l’ultima, quella degli elefanti, che è l’unica che dovrebbe apparirci mostruosa per ciò che implica (sfruttamento di animali) è salutata con gioia, divertimento, senso di meraviglia.

Per continuare la lettura, cliccare qui.


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Topi da laboratorio, mucche da latte, cavalli da corsa, cani da guardia, vitelli da carne, conigli da carne, animali da pelliccia, animali da circo, animali da compagnia. DA: preposizione semplice che unisce tra loro due elementi di una frase o di più frasi; la preposizione da può svolgere diversi funzioni. Negli esempi sopra esprime la funzione di complemento di fine o scopo. Significa che agli animali sopra indicati viene assegnato un fine o uno scopo. 

A tutti noi, talvolta, e nell’ambito di un preciso contesto, lavorativo, ad esempio, o sociale, può venire assegnato un preciso ruolo o venire riconosciuto uno scopo e una finalità, ma questi non sono riducibili al nostro valore ontologico complessivo.

Gli altri animali invece esistono e vengono riconosciuti e considerati solo in virtù della funzione che la nostra società gli assegna e hanno valore solo nella misura in cui assolvono più o meno bene questa funzione.

Così una mucca sfiancata da un parto dopo l’altro al fine di produrre latte verrà macellata nel momento in cui la produzione del prodotto per cui è stata mantenuta in vita fino a quel momento smetterà di rendere un buon profitto; il pollo sarà tenuto in vita fino a raggiungere il peso ottimale richiesto dal mercato, così il vitello e il coniglio e altri animali cosiddetti da carne; il cavallo finché avrà gambe buone per gareggiare o servire il suo cavaliere con la passione dell’equitazione, il topo da laboratorio per tutto il tempo che il suo corpo sarà ritenuto utile agli esperimenti in corso.

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domenica 15 maggio 2022

Ciao, Giovanni

 

Lo so, lo so, avevo scritto proprio a inizio anno che avrei voluto fare un uso anche più personale di questo blog, poi sono successe tante cose e non ho avuto più le energie e nemmeno, per un periodo, modo di scrivere seduta al pc. Ma di questo vi dirò un'altra volta.

Intanto, tra le brutte notizie di questo periodo, venerdì se n'è aggiunta un'altra, che sento di dover condividere con chi ancora mi legge qui e magari non sta su FB. 

Un collega di blog, un amico, soprattutto una grande persona, attivista antispecista, poeta, giornalista, ci ha lasciato venerdì scorso.

Il suo blog si chiama La confidenza Lenta e l'aveva avviato anche leggendo il mio, diciamo che si era convinto ad avere uno suo spazio in cui parlare delle cause e ideali che permeavano la sua vita, raccontare degli animali, animalità, fare reportage di eventi antispecisti a cui partecipava, recensire libri ecc.

Tante volte mi commentava, sempre con pensieri arguti, gentili, mai scontati, mai banali e io commentavo a mia volta i suoi splendidi post, in cui, peraltro, usava la seconda persona singolare (scelta inusuale in narrativa e scrittura creativa in generale).

Tanto ci sarebbe da dire di lui e tanto è stato detto da chi in questi giorni lo ha ricordato su FB, ma penso che la cosa migliore sia scoprirlo leggendo il suo blog. 

Vorrei infine ricordarlo riportando un pensiero che ho scritto per lui su FB e riportando uno dei suoi post, quello che aveva scritto in un'occasione luttuosa, la perdita di Kikiuz, una sua cagnolina amatissima.

*** *** ***

Continuo a pensare a Giovanni, che aveva così tanto da dire, da fare, da dare al mondo; che aveva degli ideali, dei valori di rispetto e altruismo, tante motivazioni. Che in questo modo era vivissimo, anche se le sue condizioni di salute non erano buone.

Quello che mi piaceva di lui è che era più animale che umano e so che questa frase la capiremo in pochi (spero almeno chi è antispecista).

Lui scriveva tanto di animalità e dall'animalità prendeva molto, ma sarebbe meglio dire, riscopriva molto. L'esserci, l'essere nel presente, nelle cose, nella natura. Mi confessò che a volte dormiva a terra con i suoi cani, per stare più vicino a tutti loro che forse sul letto non entravano o qualcuno non riusciva a salire. 

Gli piaceva osservare gli animali selvatici e fotografarli, sempre con enorme rispetto e delicatezza. 

Ma gli piacevano anche i social, i blog, commentava gli altri, curava il suo. Era socievole in tutti i sensi.

Giovanni era un bell'animale, nel senso che io do agli animali. 

Aveva poco di umano, nel senso negativo che io attribuisco al modo più diffuso di essere umani, proprio in contrapposizione a quell'animalità da cui invece dovremmo imparare. In modo più concreto e meno teorico.


*** *** ***

Dal suo blog, considerazioni sulla morte. 

Qui link al post originale con foto ecc.

"Bisognerebbe vivere ogni giorno nella consapevolezza della morte. La finitezza della vita, che tuttavia forse non finisce ma si trasforma e si travasa in altre vite

Bisognerebbe vivere ogni giorno nella inconsapevolezza della morte.La prospettiva della fine,che potrebbe paralizzare ogni azione, gesto, desiderio, volontà.

Un equilibrio complesso, che potrebbe forse avere delle ricadute positive.

Questa consapevolezza è il 'memento mori'. Forse ci viene più accettabile se pensiamo al "ricordati che devi morire!" che 'Savonarola' grida a Troisi in un film bellissimo. (mo' me lo segno, proprio...  non vi preoccupate).


Segniamocelo, infatti, per cercare di vivere col trasporto con cui vivono gli altri animali: cogliere le occasioni di gioia e bellezza quando si presentano e non procrastinarle. Altro che irresponsabilità, questa è forse la responsabilità più grande che abbiamo con noi stessi e nei confronti di tutti gli altri viventi - ed è forse una delle più difficili, anzi, per molti è quasi impossibile da seguire - e sono quelli che di più procurano sofferenze.


Kikiuz viveva con gioia pura tutte le cose che riusciva ad afferrare e a capire, si impegnava fino in fondo a essere cane. Tu, hai cercato solo di stare al passo con lei. La ricompensa? Avere ricordi, invece che rimpianti.  (Ma certo, ci sono anche i pianti, negarli o nasconderli, sarebbe deleterio e pericoloso!).

L'altro giorno, hai sentito - per ben due volte e per pura casualità - l'aria "Lascia la spina, cogli la rosa" di Georg Friedrich Händel.  Non hai potuto non pensare, in questi tuoi giorni di lutto, proprio a lei - la fatina degli unicorni, la Kikiuz.

Ti sono venute in mente tutte le piccole cose di cui lei era felice come una bambina, quando si sentiva al sicuro, protetta; tutte le piccole avventure - come toccare l'acqua fresca del torrente delle Sette Fontane, o i prati fioriti, o giocare coi pupazzini di peluche che non ha mai rotto né rovinato. Quando si vive con qualcuno come Kikiuz - o con un cane, generalmente parlando - bisognerebbe sempre cogliere con loro le occasioni che ci mostrano, di gioco, di avventura, di godimento del corpo, grazie alle sue sensazioni. Cogliere la rosa, lasciare la spina  - che pure c'è, non te lo stai nascondendo - così avremo fiori nei nostri ricordi, da donare alla memoria di chi non c'è più."


venerdì 25 marzo 2022

Invito a cena con delitto

Un mio articolo pubblicato su Progetto Vivere Vegan.

Pasqua si avvicina e al pari di altre feste che prevedono pranzi in famiglia, o di qualsiasi altro momento di socialità a tavola, può diventare un motivo di stress per le persone vegane.

Intanto, una premessa: qualsiasi forma di disagio o dolore che proviamo noi che ci occupiamo dei diritti degli animali è nulla rispetto alle condizioni di estrema sofferenza che vivono gli animali stessi, tuttavia esiste anche la sindrome da stress post traumatico secondario che è la patologia di cui soffrono le persone che si occupano o che sono in qualche modo vicine alle vittime principali di una violenza; di questo non soltanto va tenuto conto, ma sarebbe anche utile parlare per evitare di andare in burn out, cioè ammalarci di esaurimento nervoso, depressione, ansia e patologie simili a carico della nostro sistema psichico.

Noi vegani, soprattutto se facciamo anche attivismo, siamo sottoposti infatti a una condizione di stress continuo poiché vediamo e riconosciamo tutte quelle forme di sfruttamento e violenza sugli animali che solitamente restano invisibili ai più in quanto normalizzate e naturalizzate.

È come se vedessimo una realtà nascosta dietro quella ordinaria.

Per continuare a leggere l'articolo, cliccare qui: https://bit.ly/36M9Guf

lunedì 21 marzo 2022

Noi, animali umani che uccidiamo per analogia: riflessioni sulla pena di morte

 


Immagine: "This is Not America" di Andrea Festa

Un mio articolo per R-evolver sul ripristino della fucilazione in Carolina del Sud per i condannati alla pena di morte con analogie sull'uccisione sistematica degli animali non umani. 

"È ufficiale la notizia del ripristino della fucilazione per la pena di morte nello Stato della Carolina del Sud.
La pratica era già stata reintrodotta lo scorso maggio a causa delle difficoltà a reperire il mix di farmaci necessari per l’iniezione letale, dato che molte case farmaceutiche ne hanno vietato l’esportazione negli Stati Uniti per motivi umanitari.
Tra i promotori e principali sostenitori della fucilazione, il senatore democratico Dick Harpootlian, ex pubblico ministero e ora avvocato penalista, il quale dichiara che l’uccisione per fucilazione è “il metodo meno doloroso e più umano che esista”.
Questi i fatti, agghiaccianti a dir poco; agghiacciante come può esserlo qualsiasi discussione intorno alle modalità di uccisione di un individuo senziente anziché sulla legittimità o meno della pratica in sé.
Le espressioni “uccisione indolore” o “uccisione umana” ci ricordano inoltre assai da vicino quelle di “macellazione umanitaria” o “allevamento etico” in riferimento agli altri animali; anche in questo caso la domanda che dovremmo porci non è quale metodo sia da considerarsi migliore, ma se sia lecito o meno imprigionare, sfruttare e uccidere individui senzienti nati, a quanto pare, con la colpa di appartenere a specie diverse dalla nostra."

Per continuare la lettura dell'articolo, cliccare qui:  https://bit.ly/3qlE5Gu

venerdì 25 febbraio 2022

Gli animali in guerra. Loro malgrado

 


(Foto di Andrea Festa. Monumento intitolato Animals in War che si trova a Londra)

Un mio articolo su R-evolver.

"Come tutti, ho passato gli ultimi due giorni a documentarmi sull’invasione russa in Ucraina.

Le immagini e testimonianze che più colpiscono sono quelle degli sfollati, dei feriti, delle persone comuni - comuni come me, come voi che state leggendo - che hanno visto irrompere nel loro quotidiano una tragedia immensa. Molti Ucraini che abitano nelle zone colpite dai missili o nelle vicinanze si sono messi in viaggio per raggiungere la Polonia. Le immagini televisive e le foto sui giornali mostrano file di auto lunghissime e anche gruppi di persone che si incamminano a piedi. Hanno abbandonato tutto per mettersi in salvo.

Sono eventi scioccanti che ci toccano da vicino perché riusciamo a immedesimarci con le loro storie, con il loro vissuto. Perché sono esseri umani come noi.

Ci sono però altre immagini, altre storie che non vengono narrate e che, se anche lo fossero, susciterebbero l’empatia di pochi: sono quelle degli animali. Di altri esseri viventi senzienti, ma diversi da noi e che abbiamo imparato a considerare inferiori a noi, quindi con un valore ontologico irrisorio oppure quantificabile soltanto in termini di profitto.

Già mi immagino l’obiezione: in un momento come questo in cui ci sono persone umane che hanno perso casa, lavoro e ogni punto di riferimento, ti metti a parlare degli animali?"

Per leggere l'articolo per intero, cliccare qui: https://bit.ly/3t973Kn


giovedì 24 febbraio 2022

R-evolver

 


(Immagine di Andrea Festa - 3D model Tito_Rufo)

Tempismo sbagliatissimo, si potrebbe pensare, o forse perfetto per il lancio di un nuovo blog che si chiama R-evolver e che si occuperà di attualità, cultura, costume, politica, ma anche di argomenti più leggeri quali film, serie tv e rubriche varie. Della redazione faccio parte anche io e scriverò sicuramente di antispecismo, ma non solo. 

Per ora abbiamo messo on line la presentazione, nei prossimi giorni pubblicheremo qualcosa sulla, ahimè, guerra appena iniziata, con uno sguardo particolare sugli animali non umani.

"Qualcuno si chiederà cosa avrà da dire, in questo giorno di guerra, un nuovo media in un panorama per lungo tempo “infodemico”.

Prosegue qui: https://bit.ly/3BUOpKk


giovedì 17 febbraio 2022

Cose scomode

 A volte bisogna dire delle cose scomode, pur sapendo che le proprie parole verranno strumentalizzate*. 

Il 15 febbraio è stata emessa la sentenza che condanna a venti anni di carcere l'uomo che ha violentato e ucciso Agitu Gudeta, la donna etiope che si guadagnava da vivere allevando capre e vendendo formaggi.

La sua storia passa per essere un simbolo del riscatto. Lei era arrivata in Italia nel 2010 fuggendo dal proprio paese e dandosi da fare per rendersi autonoma lavorativamente e integrandosi.  Della sua storia, leggo: "Agitu era scappata dalle violenze e gli scontri in Etiopia ed era arrivata in Trentino nel 2010. Poi si è laureata in Sociologia a Trento e si è specializzata in arte casearia in Francia. Aveva iniziato con sole 15 capre di razza pezzata mochena e camosciata ma ora ne aveva 180 e grazie a “La Capra Felice”, azienda agricola biologica dove coltivava anche ortaggi, produceva uova e una linea cosmetica, si guadagnava da vivere vendendo i prodotti del suo lavoro."

Ora, mi rendo conto che lo sfruttamento degli animali è una pratica normalizzata e naturalizzata e di questo non posso fare una colpa ad  Agitu, che comunque sia non meritava certo di morire ammazzata. 

Quello che però va contestata, almeno se siamo antispecisti, è la narrazione stucchevole, fuorviante, mistificante che viene fatta della sua attività. 

Addirittura sono state fatte vignette in cui si mostrano le capre piangenti vicino a un pezzo di formaggio o le capre felici attorno alla figura disegnata di Agitu. La vignetta è dell'artista che si fa chiamare Roby il pettirosso e sulla sua pagina potrete vederla. È stata pubblicata anche sulla pagina GreenMe

Le capre non sono felici di essere sfruttate, soprattutto tenendo conto del fatto che per produrre il latte devono essere ingravidate di continuo e che poi in ogni allevamento di capre finalizzato a produrre latte e formaggi, i cuccioli maschi, gli agnellini, saranno inevitabilmente mandati al macello in quanto inutili per l'attività. 

Io non ce l'ho con Agitu, come già scrissi a suo tempo, anzi, il suo femminicidio mi colpì moltissimo e vorrei che non fosse mai accaduto. Ovviamente è con i media che me la prendo, i media che la dipingono come una benefattrice delle capre, quando lei le capre le allevava e usava per profitto, non certo per spirito animalista.

Le storie di donne che si riscattano da una vita di abusi, violenza e povertà, ma lo fanno sfruttando, usando (l'abuso è nell'uso!) e condannando al macello altri individui senzienti, non sono storie di riscatto, ma storie di dinamiche di potere del più forte sul più debole. Il potere è trasversale e anche persone che sono state vittime o che non hanno diritti possono a loro volta diventare oppressori. 

Agitu era una donna immigrata e in quanto donna immigrata ha lottato all'interno di un sistema feroce ed è diventata vittima di un uomo violento e maschilista, probabilmente frustrato e arrabbiato che una donna ce l'avesse fatta e incapace di accettare il suo successo. Ma in questo stesso sistema di logica di dominio sui più deboli, Agitu è stata a sua volta carnefice di esseri più deboli e incapaci di difendersi, cioè quelle capre che asseriva di amare, ma che usava per profitto. 

So che lo specismo, ideologia invisibile naturalizzata, normalizzata, legittimata, rende difficile capire che la vita degli altri animali ha un valore non minore di quello di noi animali umani, ma noi antispecisti abbiamo il dovere di dirlo, di opporci alla narrazione mediatica che faceva di lei "la regina delle capre felici" e soprattutto di raccontare le menzogne sugli allevamenti etici. 

Non esistono allevamenti etici, non c'è proprio modo di rispettare qualcuno allevato per profitto.


*Qualcuno ha chiesto: dunque meritava di morire? Penso che porre una domanda simile significhi essere incapace di leggere un testo, di elaborare un pensiero, in poche parole, o si fa una domanda del genere al solo scopo di provocare, oppure si è analfabeti funzionali. 

Comunque rispondo: no, non meritava certo di morire. Nessuna merita di morire ammazzato. Ma la cosa scomoda da dire è che non era una benefattrice delle capre, ma un'imprenditrice che sfruttava gli animali. 

Qualcun altro ha obiettato che non era il momento di stare a rimarcare lo specismo. E invece lo è perché i media hanno colto l'occasione per raccontare la solita menzogna dell'allevamento felice e stupidaggini simili e queste menzogne vanno combattute perché le capre meritano rispetto quanto una donna uccisa.

Quindi, chi ha mancato di rispetto ad Agitu non è stato qualche antispecista che ha ricordato cosa significhi realmente allevare capre, ma i media che hanno strumentalizzato la sua morte per fare l'elogio dell'allevamento felice (che non esiste!).

venerdì 4 febbraio 2022

Le ragioni del veganismo: cambiare i significati culturali associati alla carne

 


Articolo pubblicato su Progetto Vivere Vegan.

Nella quarta e ultima parte di questo lungo articolo sulle ragioni del veganismo proviamo ad analizzare il mito della carne e l’ideologia carnista alla luce dei significati ad essi associati culturalmente.

Si tende a credere che la nostra specie abbia sempre mangiato animali perché ne avrebbe necessità al pari delle specie carnivore. Questo è falso. Noi non siamo animali carnivori, ma onnivori, questo significa che possiamo avere una dieta varia e che non ci è affatto necessario mangiare altri animali per stare in salute. Da dove deriva allora questa convinzione che sia necessario mangiare animali e i loro derivati?

Sappiamo che sin dall’antichità ci sono state persone, più o meno famose, vegetariane e strettamente vegetariane (vegane, anche se il termine all’epoca non era ancora stato coniato) e senza che vi fossero in commercio tutti i prodotti sostitutivi che è facile trovare oggi. La gente comune mangiava soprattutto legumi, vegetali, cereali. La carne era considerata un “bene” di lusso.

Jeremy Rifkin, nel suo saggio Ecocidio, racconta come la “cultura della bistecca” si sia imposta in occidente attraverso i secoli, “dagli albori della civiltà umana, passando attraverso il mito dei cowboy, gli infernali mattatoi di Chicago e le stalle superautomatizzate, fino ai giorni nostri” per poi diffondersi su tutto il globo.

Per continuare la lettura, cliccare qui.

giovedì 27 gennaio 2022

Attraverso l'orrore

 

Quando andai a Berlino, nel 2017, visitai il Memoriale dell'Olocausto, un'opera in memoria degli Ebrei assassinati che  è composta di tanti blocchi di cemento di diverse dimensioni posizionati lungo un reticolo di corridoi in cui è possibile addentrarsi fisicamente. La sensazione, man mano che si procede, è quella di essere sovrastati da strutture sempre più opprimenti in cui è facile scomparire, come dentro un labirinto.

Ho percorso il Memoriale per un po' e ho provato lo stesso smarrimento di quando ho percorso un allevamento di maiali.

"Queste strutture assomigliano molto ai lager nazisti, sono concepite architettonicamente più o meno allo stesso modo. Corridoi in mezzo e stanzoni ai lati - con barriere, delle specie di vasche di cemento - pieni di maiali." ( Estratti dal libro "Ma le pecore sognano lame elettriche?", mi autocito).

Labirinti-non-luoghi in cui tutto si perde. 

Retoricamente si potrebbe dire "in cui l'umano ha smarrito se stesso", ma invece io penso che questi siano i luoghi in cui l'umanità ha trionfato perché il concetto di umanità è sempre stato elaborato e costruito in opposizione a qualcun altro, ridotto anch'egli a concetto, da annientare. Tanto sull'idea di un umano ariano perfetto, quanto su quella di un umano diverso dagli altri animali di cui può abusare per ribadire a se stesso la propria superiorità.

Se non ci sbarazziamo di questa idea di umanità qui, in opposizione all'animalità o a tutti coloro che via via saranno, per vari motivi, assimilati agli altri animali, questi non-luoghi infernali continueranno a essere il nostro segno distintivo.


lunedì 10 gennaio 2022

"Ci sono cose più importanti a cui pensare!"

 Se porti da mangiare ai senza tetto sei una brava persona, se porti da mangiare ai gatti sei "'un'animalara" (e poco importa che magari si facciano tutte e due le cose).

La teriofobia non è soltanto la paura irrazionale o coadiuvata da narrazioni pregiudizievoli sugli altri animali, ma per estensione si applica anche a chi si prende cura degli animali stessi come se desse fastidio vedere che qualcuno si adoperi per esseri ritenuti ontologicamente inferiori. 

In definitiva è sempre l'antropocentrismo che spinge per affermarsi e per farlo necessità di una continua presa di distanza dall'animalità. 

Come se si potesse essere abbastanza umani solo rinnegando, distanziandoci e trattando in modo diverso gli altri animali. 

Quindi per la chiesa non sei abbastanza umano e cristiano se preferisci cani e gatti ai bambini, mentre per la società non hai valore e riconoscimento, politico e sociale, se ti dedichi alla causa animalista (sei uno che non ha niente da fare tutto il giorno e che anziché andare a lavorare si preoccupa degli animali quando ci sono persone che soffrono e problemi ben più gravi ecc.). 

La gerarchia di valore delle diverse forme di vita genera ovviamente la gerarchia di trattamento e considerazione. 

Lo specismo in fondo è razzismo applicato alle altre specie. E la teriofobia ne è il cuore.

domenica 9 gennaio 2022

Un addio e un nuovo inizio

 

Caspita, non aggiorno il blog dal 24 dicembre, anche se a dire il vero su questo blog ormai non riverso più molti pensieri, mi limito a riportarci i post sull'antispecismo che scrivo di getto su FB o qualche riflessione su film e libri letti e anche prima non è che fosse uno spazio proprio personale, anche se secondo me si possono capire molte cose del carattere di una persona anche da quello che scrive su un film o su un libro (ho messo qualche anche di troppo).

Vabbè, detto questo, il 31 dicembre abbiamo salutato per sempre il nostro cagnolino Marty. Aveva 19 anni, quindi non è stata una morte a sorpresa, stava anche (di nuovo questo anche) piuttosto male già da un po', ma chiunque abbia vissuto con un cane (o qualsiasi altro animale, persona umana e non umana che sia) per un così lungo periodo sa che tipo di vuoto e dolore lascia quando non c'è più. 

Tante volte ho scritto del lutto, dell'assenza, della morte, non c'è molto altro da dire, se non ribadire che è un evento che ci sconvolge sempre per la sua definitività. Definitività. Mi piace questa parola e mi fa paura allo stesso tempo. Dalla morte non si torna indietro. Almeno questo sappiamo scientificamente. 

Mi consola sapere che, almeno, Marty se ne sia andato senza soffrire. Questa morte serena ha avuto però un prezzo molto alto: quello di aver dovuto fare una scelta difficilissima, cioè decidere di chiamare il veterinario a casa per fargli l'eutanasia, dal momento che negli ultimi giorni aveva iniziato a soffrire e non solo non c'era alcuna possibilità che potesse migliorare, ma aveva crisi convulsive sempre più violente e sarebbe morto molto male durante una di queste. 

Il momento più terribile del 31 pomeriggio è stato quando sono dovuta andare a lavarmi e vestirmi per decenza perché doveva venire questo medico a casa. Non so se ci avete mai fatto caso, ma nei momenti più tragici della nostra esistenza compiere quelle operazioni banali ma anche necessarie come lavarsi, pettinarsi, mettersi le scarpe, mangiare, bere diventa surreale, assurdo, insensato. 

Cioè, vestirsi per aspettare il medico che viene ad addormentare per sempre qualcuno di amatissimo che in quel momento ancora vive e che poi smetterà di essere perché lo hai deciso tu, beh, credetemi, è stata una delle esperienze più tristi della mia vita. 

Razionalmente so, sappiamo - è una scelta che io e mio marito abbiamo preso di comune accordo - di aver fatto la cosa migliore per lui, ma emotivamente dover fare i conti con questa decisione è tutto un altro paio di maniche.

E quindi abbiamo saluto il 2021 con questo evento triste e sono anche molto stressata per via della condizione sociale in cui ci troviamo tutti da un paio di anni. 

Ci sono due cose positive che però sono riuscita a fare nel 2021: una, vivere un po' più nel momento presente, ovverosia controllare meglio l'ansia, i pensieri negativi che si intorcinano su se stessi e che trasmettono al cervello l'idea che qualcosa di terribile stia accadendo, quindi attivando uno stato di malessere; due, veder pubblicato il mio libro sull'antispecismo. 

Una cosa strana che ho provato riguardo al libro è che pensavo mi sarebbe piaciuto un sacco fare le presentazioni e invece no, per niente. Non amo parlare (anche se poi, una volta che ho preso il via e se sono in un giorno buono, non vorrei fermarmi più), mi imbarazza sentirmi fare i complimenti. Intendiamoci, non che non mi facciano piacere, ma mi imbarazzano allo stesso tempo.

La scorsa estate ho iniziato anche (anche, anche, ma perché uso tutti questi anche? Anche rispetto a cosa?) un romanzo, mi manca poco per finirlo, forse (dipende ovviamente da quanto mi ci applicherò e io sono la regina della procrastinazione) quindi speriamo che nel 2022 riuscirò a dare alla luce anche un altro libro. 

Per il resto, faccio le cose di sempre: aiuto gli animali come posso, leggo, guardo tantissime serie tv e film. Dormo molto e mi alzo più tardi di quello che dovrei, ma nel 2022 conto di migliorare un po' sotto questo punto di vista. Mi piace sempre tanto sognare. Alcuni sogni sono dei luoghi a cui ritorno sempre volentieri e che mi lasciano una sensazione di benessere generale.

A proposito di dormire, sognare, ho fatto caso al fatto che in quasi ogni foto che ho sto con gli occhi chiusi o socchiusi. Penso che sia un po' il simbolo del modo in cui ho sempre affrontato l'esistenza: spesso lottando a occhi chiusi, tirando colpi alla cieca per paura di guardare bene in faccia il nemico, altre imponendomi proprio di non guardare la realtà, ma soprattutto, sempre, facendo appello a una vista interiore, non in senso mistico ovviamente, ma nel senso di nutrirmi di vita interiore, fantasia, immaginazione, sogni, pensieri. 

L'altra sera mi sono scattata questo selfie nell'androne di casa. Sono io, nel senso che mi rappresenta, un po' sognante, un po' crepuscolare, un po' rivolta all'interno anziché all'esterno: 


Comunque ho deciso che voglio iniziare a usare questo blog in modo diverso. Lo userò anche come diario personale per raccontare qualcosa di me, della mia vita, di quello che penso, più che altro. Più intimista e meno sociale. Lo so, lo so, è assurdo, in un'epoca in cui i social e la comunicazione sui social cambiano alla velocità della luce, io decido di tornare indietro, di riprendere a scrivere su un blog alla vecchia maniera, per raccontarsi, più che per sensibilizzare (farò anche quello, comunque). Che poi, non è che abbia una vita così ricca di eventi. L'evento più avventuroso di oggi sarà uscire per andare a fare la spesa, cosa che comunque mi genera sempre un po' di ansia, non so perché. Chissà nella mia mente cosa mi aspetto che ci sia là fuori. A volte esco con la determinazione di chi va ad affrontare chissà quale nemico feroce, poi una volta fuori invece sto bene e non vorrei più rientrare.
Dopo la spesa riprenderò a leggere il nuovo di Houellebecq, Annientare. 700 e passa pagine, ma io amo i libri di tante pagine.
Il primo capitolo è scritto divinamente. Houellebecq lo si può condividere o meno nelle sue idee, ma di certo non si può dire che non sappia scrivere ed è anche uno dei pochissimi scrittori che vorrei davvero incontrare per farci due chiacchiere.
Dopo La carta e il territorio, che considero uno dei suoi migliori romanzi, forse il migliore, avevo anche pensato di scrivergli, il francese un po' lo conosco, ma è una di quelle cose che poi ho lasciato stare.



 



venerdì 24 dicembre 2021

Gli ultimi

 

Alcune riflessioni dopo la notizia del divieto di allevare visoni e altri animali "da pelliccia" nel nostro paese.

Perché penso che sia una buona notizia.

L'Italia ha seguito la rotta già indicata da altri paesi europei riguardo l'abolizione degli allevamenti di animali "da pelliccia"; nel mentre molti grandi brand - i quali, che ci piaccia o meno, dettano tendenze nell'industria del fashion, contribuendo anche a condizionare socialmente l'idea che le persone hanno delle pellicce - hanno dichiarato che non confezioneranno o venderanno più pellicce.

Sì, è vero, le pellicce potranno essere ancora importate dai paesi extraeuropei o da quei pochi allevamenti rimasti in UE che allevano visoni e altri animali, ma oltre ai costi maggiori, c'è da considerare appunto l'impatto sociale che un simile passo comporta.

Da qualche parte si deve pur partire, i cambiamenti avvengono sempre gradualmente; l'importante - non smetterò mai di dirlo - è che siano passi in direzione abolizionista e non semplicemente protezionista o welfarista che dir si voglia.

E del resto ogni nostra azione, battaglia, campagna ecc. non potrà che essere limitata nel tempo e nello spazio: pensare a vittorie globali nello stesso momento è pura illusione. I cambiamenti iniziano sempre da qualche parte e poi semmai si diffondono. Oppure possono avvenire anche simultaneamente in più paesi, indice di cambiamenti culturali significativi diffusi globalmente in una certa misura, ma è impensabile che una pratica cessi dall'oggi al domani in tutto il mondo anche perché ogni paese ha le sue leggi e normative. 

Il nostro paese comunque intanto sta facendo un passo abolizionista. Attenzione, non welfarista o protezionista, non stiamo parlando di gabbie più grandi, ma di dismissione di queste gabbie. E questo è qualcosa di cui dobbiamo gioire. Per una volta possiamo essere d'esempio. 

A proposito di "benessere animale", noi sappiamo che è una menzogna, ma è su questa menzogna che le aziende italiane produttrici di pellicce basavano i loro "valori" e la loro "etica", cioè asserivano che le pellicce da loro confezionate venivano prodotte nel "rispetto degli animali allevati". Ora che in Italia non ci saranno più gli allevamenti e dovranno acquistare all'estero, sicuramente non potranno più dire la stessa cosa perché è risaputo che in Cina, per esempio, il benessere animale non è rispettato nemmeno come menzogna, cioè a livello di diritti animali sono ancora più indietro di noi. 

Le persone si lasciano ingannare facilmente dalla propaganda del benessere animale perché desiderano credere che gli animali non siano trattati poi così male.

Ora che viene a cadere anche questa possibilità di credere in una menzogna, forse smetteranno di acquistare pellicce o giacconi con guarniture di pelliccia. 

E del resto è la stessa cosa che è successa riguardo la chiusura di Green Hill (che tutti noi abbiamo accolto come notizia assolutamente positiva) e il divieto che ne è seguito di allevare cani destinati alla vivisezione nel nostro paese.

La vivisezione non è finita, purtroppo e cani continuano a essere comprati all'estero per poi essere torturati nei nostri laboratori, ma intanto quello è stato un traguardo che ha contribuito a un cambio di paradigma nei confronti della vivisezione e che ha acceso un dibattito e i riflettori sugli orrori compiuti nel nome della scienza. 

Lo stesso avverrà per le pellicce, che pian piano saranno percepite sempre di più per quello che sono: un prodotto frutto di enorme violenza sugli altri animali.

Alcuni chiedono: che fine faranno gli animali attualmente detenuti in questi ultimi allevamenti.

Ho letto che molti di loro, si spera tutti (sono più di 7.000 individui) potrebbero essere accolti nei rifugi. 

Io mi auguro che gli altri vengano semplicemente liberati. 

Ma ad ogni modo, se anche non dovessero farcela a vivere liberi o dovessero venire uccisi, almeno saranno gli ultimi. L'importante è che non saranno più fatti nascere per essere poi uccisi. Lo so, per quelle vite la loro esistenza è tutto e se fossimo noi al loro posto non diremmo così e non diremmo così nemmeno se fossero umani, ma la società è ancora specista e forse al momento per questi visoni è il massimo che ci potremo augurare (che siano almeno liberati). Questo problema riguarderà in futuro anche tutti gli altri animali nel momento in cui si deciderà di abolire altri tipi di allevamenti. Sicuramente non tutti potranno essere salvati.

Ci saranno gli ultimi uccisi, ma almeno saranno gli ultimi.

Le ragioni del veganismo: considerazioni sull'animalità e l'umanità

 Bisogna essere gente alquanto stupida per affermare che gli animali non provano né piacere, né collera, né paura, che ignorano sia l’anticipazione che il ricordo: secondo costoro, tutto accade come se l’ape avesse memoria, come se il leone diventasse collerico, come se la cerva avesse paura. Cosa risponderebbero se dicessimo loro, che non vedono e non intendono niente, ma che tutto avviene come se essi intendessero e vedessero, come se gridassero, come se, infine, vivessero, mentre di fatto sono morti? Tali propositi sono tanto contrari all’evidenza quanto ciò che quella gente vuol farci credere.” 

Plutarco, De sollertia animalium


Le menzogne

A volte l’esperienza mi viene in aiuto, Jung la chiamerebbe sincronicità, fatto sta che mentre mi accingo a scrivere la terza parte di questo lungo articolo dal titolo Le ragioni del veganismo (le prime due parti potete leggerle qui e qui), mi imbatto in un commento di una persona che sotto a un post in cui si fa informazione riguardo la crudeltà dell’industria del latte - in particolare citando la sofferenza delle mucche e dei vitellini al momento dell’inevitabile separazione - dichiara la necessità di dover intervenire per fare corretta informazione poiché noi antispecisti senz’altro umanizzeremmo troppo gli animali, dal momento che: le mucche non sarebbero capaci di proiettarsi nel futuro, non avrebbero coscienza, né memoria della loro gravidanza, insomma, non la vivrebbero affatto come noi, con i nostri stessi sentimenti, e quindi la separazione del vitellino sarebbe poco più di un accidente momentaneo, un disturbo dell’entità di poco superiore a quello provocato da un rumore improvviso, il tempo di voltarsi dall’altra parte e sarebbe già dimenticato.


Cosa mi ricorda questa sequenza di menzogne?

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