venerdì 1 luglio 2011

Ritorno a noi stessi (con una breve riflessione su Lo straniero di A. Camus)

E ho finito per non annoiarmi più affatto dall’istante in cui ho imparato a ricordare. A volte mi mettevo a pensare alla mia camera e, con l’immaginazione, partivo da un angolo per ritornarvi enumerando mentalmente tutto ciò che trovavo sulla mia strada. In principio era una cosa presto fatta. Ma ogni volta che ricominciavo, era un po’ più lungo. [...] E così più riflettevo e più tiravo fuori dalla mia memoria cose sconosciute e dimenticate. E allora ho compreso che un uomo che fosse vissuto un giorno solo potrebbe senza difficoltà vivere cento anni in una prigione. Avrebbe abbastanza ricordi per non annoiarsi.
(A. Camus, Lo straniero, Milano, Bompiani, 2001).

Il protagonista de Lo straniero - da cui ho trascritto il brano sopraindicato - Mersault, si trova in una piccola cella di una prigione perché ha commesso un omicidio.
Ora non mi interessa analizzare tanto il  romanzo, quanto soffermarmi su questo punto della storia, quello appunto in cui, trovandosi racchiuso dentro quattro mura, privato della libertà, riesce a trovare il modo per far passare il tempo - e quanto deve scorrere lentamente dentro una cella! - semplicemente mettendosi a rievocare i particolari della sua camera.
L’atto del ricordare per Mersault non è più soltanto un fenomeno accidentale occorso grazie al potere evocativo di un profumo, di un sapore (com’è nella famosa madeleine proustiana) o ancora di un gesto o di una parola, bensì un preciso ordine della volontà che impara ad eseguire in maniera sempre più artificiosa e complessa, fino a riportare in vita episodi - e le emozioni ad essi connesse - che credeva aver perduto per sempre.
Scopre così di avere un potenziale enorme dentro di sé, e di poterne attingere ogni qualvolta ne ha desiderio. Il passato, i giorni trascorsi, i dialoghi intercorsi tra lui e gli altri, i particolari di ogni singola giornata riescono a rivivere e ad arricchire con pienezza il momento presente grazie al semplice atto del ricordare.
E scopre così di poter compiere un vero e proprio viaggio interiore, non meno denso e carico di emozioni quale sarebbe un viaggio fisico vero e proprio in cui ci si sposta materialmente nello spazio e nel tempo. E scopre anche che questo peculiare viaggio ha il potere di ricongiungerlo con se stesso, di portarlo all’incontro ed al confronto con il proprio mondo affettivo dal quale era stato per lungo tempo esiliato.
Mersault è infatti non solo straniero rispetto alla società e alla realtà che lo circonda, ma anche straniero rispetto a se stesso, rispetto alla capacità gestionale delle proprie emozioni.

Mi domando quanti di voi abbiamo mai percepito come propria la condizione esistenziale del protagonista de Lo straniero. E non mi riferisco appunto alla sensazione di inadeguatezza talvolta provata rispetto a ciò che la società esige da noi, ma proprio a quel senso di perdita di contatto con quel nucleo più profondo di noi stessi, tanto da non farci più sapere esattamente chi siamo e cosa vogliamo per noi.
Il ricorso all’atto volitivo del ricordare - così come l’ho spiegato sopra - può essere allora utile per recuperare quei frammenti di noi che con lo scorrere del tempo sono andati apparentemente perduti; solo apparentemente però, poiché nulla di ciò che abbiamo vissuto, sentito, provato, nulla di ciò per cui ci siamo emozionati, arrabbiati, stupiti, meravigliati è andato veramente perduto.
Io, come Mersault, potrei trascorrere interi pomeriggi seduta sul divano semplicemente intenta a recuperare giornate del passato, e ogni volta mi stupisco di quanti particolari, che credevo dimenticati, riesco invece a riportare al presente, vividi come non mai, come se il tempo non fosse realmente mai trascorso.
Lo trovo un esercizio molto utile perché, in qualche maniera, riesce a ridarmi indietro pezzettini di me stessa e a collocarli su una sorta di disegno immaginato, in un ordine atto a ristabilire quel senso che fino a quel momento non ero riuscita a dargli.
L’esercizio della memoria, il ricordo del passato diventa così complemento insostituibile del presente, ma non in un’accezione di recupero di un qualcosa che si è ormai cristallizzato e che è divenuto solo peso morto (in questo senso il ricordo sarebbe solo una pura operazione nostalgica), ma in quella costruttiva di uno studio attento su noi stessi, su quello che eravamo e che, presumibilmente, sebbene sotto innumerevoli stratificazioni, siamo ancora.
Sono infatti convinta che, per quanto con il tempo si possa cambiare, crescere, maturare, evolvere, esiste una piccola parte di noi che resta sostanzialmente immodificabile e a cui, sebbene nel corso degli anni ce ne distacchiamo e ce ne allontaniamo e talvolta rinneghiamo, bramiamo far ritorno.
Riprendendo allora la metafora del viaggio interiore, aggiungerei che l’intero corso della nostra esistenza altro non è che il tentativo di ritornare a quel luogo da cui tutto ha avuto inizio: noi stessi.
Nulla risulta più insondabile e ci incuriosisce di più, infatti, del mistero della nostra mente.

11 commenti:

ivaneuscar ha detto...

L'attività del ricordare è essenziale. Hai ragione però a specificare che ci sono diversi modi di far riaffiorare eventi vissuti nel passato.
L'atteggiamento puramente nostalgico, che pure può costituire a volte e in certe circostanze una tentazione o persino una necessità soggettiva, alla lunga è sterile, porta a muoversi su un binario di pura illusione e può condurre a costruirsi nicchie ideali o mentali di consolazione e persino a staccarsi in maniera preoccupante dalla realtà.
Bisogna invece partire dalla constatazione "di fatto" che il passato è ciò che più non esiste, e che nulla, nessun miracolo e nessuna alchimia ideologica possono riportare in vita ciò che si è fatalmente dissolto. Fatta - innanzitutto a beneficio di se stessi - questa premessa, poi, come tu dici, è un esercizio necessario e importante rievocare fatti, momenti e giornate del passato; anche a me capita di farlo.
Ma in questo caso è un modo di far giocare assieme la memoria e ciò che noi oggi siamo, per cercare somiglianze e differenze rispetto a "ciò che eravamo", per capire ciò che è rimasto e ciò che si è perduto, ma soprattutto *perché* ci è rimasto X e non Y; e perché abbiamo perso Y e non X. In questi personali "esercizi" tante volte mi capita di scoprire che in fondo i cambiamenti o le delusioni che in passato mi avevano turbato, si sono col tempo rivelati occasioni di rinnovamento importanti, e quindi potrei definirli addirittura - se nella provvidenza io credessi - "provvidenziali".

some1elsenotme ha detto...

"Il ricorso all’atto volitivo del ricordare - così come l’ho spiegato sopra - può essere allora utile per recuperare quei frammenti di noi che con lo scorrere del tempo sono andati apparentemente perduti; solo apparentemente però, poiché nulla di ciò che abbiamo vissuto, sentito, provato, nulla di ciò per cui ci siamo emozionati, arrabbiati, stupiti, meravigliati è andato veramente perduto.
Io, come Mersault, potrei trascorrere interi pomeriggi seduta sul divano semplicemente intenta a recuperare giornate del passato, e ogni volta mi stupisco di quanti particolari, che credevo dimenticati, riesco invece a riportare al presente, vividi come non mai, come se il tempo non fosse realmente mai trascorso. "

Nei libri dei neurologi Ramachandran e Sacks si trovano esempi di lesioni cerebrali o di sindromi che fanno sì che il 'malato' improvvisamente cominci a ricordare ogni singolo dettaglio di giornate anche vissute 30 anni prima. Questo fa pensare che il cervello memorizzi un numero pazzesco di informazioni e che - forse per non complicarci troppo le cose - tenda a rendere disponibili solo alcune di esse, quelle che giudichiamo più significative. Ma sotto sotto, così sembra, si nascondono infinite tracce del nostro passato.

Insomma, il tuo post mi ha fatto pensare a questo :)

"Sono infatti convinta che, per quanto con il tempo si possa cambiare, crescere, maturare, evolvere, esiste una piccola parte di noi che resta sostanzialmente immodificabile e a cui, sebbene nel corso degli anni ce ne distacchiamo e ce ne allontaniamo e talvolta rinneghiamo, bramiamo far ritorno. "

Credo che la continuità con i 'noi' di allora sia permessa solo - appunto - dai ricordi. Chi non ricorda e non immagazzina ricordi non ha identità.

some1elsenotme ha detto...

"Nulla risulta più insondabile e ci incuriosisce di più, infatti, del mistero della nostra mente."

The frontier of our minds is the last place we find, but maybe the first place we should go (Queensryche, The right side of my mind)

Giorgio Cara ha detto...

Così come ne parli, mi viene in mente di accostare quest’aspetto “carcerario” de Lo straniero al romanzo Il vagabondo delle stelle (The Star Rover) di Jack London, che ho appena finito di leggere. Come te talora, NON sarò breve.
Per quel che ho capito - mi è stato di recente suggerito che avrei qualche difficoltà a cogliere sottigliezze, e chi vuol capir capisca :-) - in questo bellissimo e diseguale romanzo London cerca di trattare più temi: l'assurdità della pena di morte, le terribili condizioni carcerarie e le punizioni corporali - leggi torture - negli Stati Uniti d’America all'inizio del secolo (parlo dell’inizio del ventesimo secolo - nel presente ventunesimo ci siamo evoluti e non esistono più cose simili cose, giusto?); i princìpi dell'eterno maschile e femminile (con una divisione di ruoli tra i due sessi che forse non dispiacerebbe neppure a una Costanza Miriano); l’esaltazione della razza bionda, ariana e nordica e nel contempo (!) la difesa a spada tratta degli umili, i pacifici, e i diseredati ben riassunta in questa considerazione: "Sento l'obbligo di dire, a questo punto, che ho vissuto una quantità innumerevole di anni e di vite, un arco di tempo durante il quale mi sono accaduti fatti di cui potevo menare vanto, eppure di nulla vado orgoglioso quanto dell'apprezzamento che i miei compagni di cella di isolamento manifestarono nei miei confronti. Ed Morrell e Jake Oppenheimer erano anime nobili e il sentimento di amicizia che hanno voluto condividere con me è l'onore più grande che mi sia stato concesso. Sono stato nominato cavaliere da questo o quel monarca, ho ricevuto titoli nobiliari da imperatori e io stesso, quando sono stato re, ho conosciuto la magnificenza delle corti, ma nulla eguaglia in splendore la stima di questi due ergastolani che per il mondo erano due autentici topi di fogna".
Ma il romanzo di London, come si può forse intuire dal periodo sopra ricordato, è soprattutto una storia di reincarnazione, e con essa - nonostante le tinte fosche con cui viene descritta l’età contemporanea (ovvero il 1915 dell’autore) - di grande speranza; di una speranza che coinvolge tutto il creato - dalle creature più minute che innumerevoli eoni fa strisciavano nel fango - ai Prìncipi dei più grandi e splendidi imperi umani: ove viene innumerevoli volte, quasi ossessivamente ripetuto questo concetto, in mille varietà: "Non posso fare altro che ripeterlo: la morte non esiste, la vita è spirito, e lo spirito non può morire. Solo la carne muore e transita ... Solo lo spirito nella sua ascesa verso la luce, resiste e continua a crescere su se stesso in virtù di successive e infinite incarnazioni".
Quel che importa è che London, per non fallire nell’amalgamare tutto questo eterogeneo materiale, è costretto a creare un capolavoro: e in questo, per fortuna, riesce mirabilmente; un capolavoro affascinante per quanto è incostante e che reca in sé, in un fluire continuo che diviene norma ad un certo punto del romanzo, il racconto di questo travaso tra la "piccola morte" del protagonista - provocata dal terribile strumento di costrizione inflittogli in prigione per punizione, the Jacket (che è proprio il titolo con cui il romanzo è conosciuto nel Regno Unito), in italiano tradotto con camicia di forza, e il salto nel passato che, paradossalmente, proprio questo terribile tormento gli consente di effettuare: sfruttando il tormento quindi come se fosse quasi una benedizione: vere esperienze di ritorno ad esistenze passate effettuate in uno stato di pre-morte, ingegnose via di fuga da un presente intollerabile, o accesso ad un misterioso serbatoio universale delle esperienze di uno, mille popoli?
[1/4 - PROSEGUE NEL COMMENTO SUCCESSIVO]

Giorgio Cara ha detto...

[PROSEGUE DAL COMMENTO PRECEDENTE - 2/4]
Il libro lascia in qualche modo in sospeso la domanda se si tratti appunto di un’ossessione propria del protagonista; un funzionale - nel senso come sopra detto - metodo nella "follia" per rendere sopportabile una realtà che sopportabile non è; un espediente apotropaico per scongiurare il fatale baratro che a breve lo attenderà; una personale credenza dell'autore; ovvero un mero meccanismo letterario per rendere più avvincente il libro. La risposta non è semplice, anche se sembra che si propenda per la prima delle ipotesi ricordate sopra: cioè della realtà, nella finzione del libro, delle esperienze vissute dal suo protagonista, Darrell Standing, professore di agronomia in un’università della California, assassino, detenuto incorreggibile e come tale gettato in cella di isolamento.
Nella postfazione all'edizione Adelphi (2007), O. Fatica - dopo averci ricordato che i comprimari del libro, i già ricordati sopra E. Morell e J. Oppenheimer, sono personaggi realmente esistiti, carcerati costretti in regime di massimo isolamento per anni: ed anzi al primo di questo il libro in qualche modo servì per aprire le porte del carcere nel senso di farlo liberare, dopo durissimi anni di privazioni e punizioni corporali ben sublimate nel frequente uso della camicia di forza ricordata prima - Fatica, dicevo, loda la sostanziale originalità del tema, che in qualche modo era stato preceduto dal romanzo breve "L'ultimo giorno di un condannato a morte" di V. Hugo - riferimento che ci può stare, vista la statura dell’autore - nonché da Eureka del geniale, oscuro E. A. Poe (che purtroppo non ho letto e, se invece l'ho fatto, non me lo ricordo).
Biancaneve, che ha contribuito (grazie!) a indirizzarmi verso la scrittura di Jack London, ha nel suo post indirettamente citato un altro parente de Il vagabondo delle stelle, benché successivo di oltre cinque lustri; e - appunto parlando de Lo straniero di Camus - come sempre ci gratifica con un'analisi appassionata e vivace.
Di per me, voglio ricordare invece (come sempre faccio) un fumetto, Mort Cinder, pubblicato negli anni ’60 su testi di H. G. Oesterheld (il celeberrimo autore de l'Eternauta, altra storia - fumetto - di salti temporali, invasioni aliene e resistenza umana che fu definita, forse a spoposito, la più bella storia mai raccontata su Che Guevara) e magistralmente disegnato da un A. Breccia in stato di grazia: "Cinder is an enigmatic man that comes back from the grave each time he dies. In his very first appearance, Cinder was presented as an assassin who has been just executed ... Cinder has lived since ancient times, and took part in many famous historical episodes including the building of the Tower of Babel, World War I and the Battle of Thermopylae ... He has been described as "an unquiet conscience of humanity, a witness, sometimes sorrowfully torpid, of the great and small events of the Man, though often a rebellious one who never surrendered to those trying to silence him" (Wikipedia english, voce omonima). Insomma, come si vede, il meccanismo narrativo è sostanzialamente lo stesso, benché nel fumetto vi siano accenni sinceramente horror: ricordo ancora l'emozione che mi provocava quando, adolescente o poco più, ne divoravo le tavole e i loro tratti decisi ed oscuri anche nelle scene più assolate.
[2/4 - PROSEGUE NEL COMMENTO SUCCESSIVO]

Giorgio Cara ha detto...

[PROSEGUE DAL COMMENTO PRECEDENTE - 3/4]
Ove invece J. London predilige, ovviamente, l'avventura: ne Il vagabondo delle stelle ci sono non meno di tre naufragi, corti polinesiane e - meravigliosamente descritte - coreane, una triste avventura western rigorosamente tratta da un episodio orribile, ma reale, della storia americana, Il massacro di Mountain Meadows perpetrato da parte della cosiddetta milizia mormone contro un gruppo di pacifici emigranti diretti in California dall’Arkansas: episodio di cui peraltro si interessò persino A. Conan Doyle nel suo celeberrimo Uno studio in rosso del 1887, il primo libro avente come protagonista il detective Sherlock Holmes e il cui cuore centrale è appunto costituito - per quanto possa sembrare strano - da un racconto ambientato nella c.d. Terra dei Santi, cioè nello stato americano e mormone dello Utah). E poi, ricordi lontani di grandi migrazioni avvenute in epoca preistorica, l'invenzione del fuoco e l’intuizione dell’agricoltura, le false tombe colossali dell'antico egitto contrapposte a quelle piccole, disadorne e sicure costruite da schiavi poi giustiziati in una valle sicura (qui London pecca un po’ nelle conoscenza imperfetta che all’epoca si aveva dell’Egitto faraonico); e persino due incontri - brevissimi ma incredibilmente significativi - con Gesù da parte di un biondo gigante danese che nel libro di London - è esemplare - nasce a bordo di un drakkar vichingo mentre infuria una tempesta poiché la madre è stata rapita dai formidabili guerrieri nordici e che morirà dandolo alla luce; viene donato agli Juti; rapito dai Frisoni; diviene schiavo dei Sassoni; pastore per gli Unni; è uomo libero tra i Teutoni ed infine - catturato e messo in catene dai romani - finisce quale fedele militare di stanza al servizio di Roma in Palestina a fianco di Pilato!
Si potrebbe continuare citando altri parenti, letterari e non, del London di Il vagabondo delle stelle: tra cui il “clamoroso” Borges di Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, l’Aleph, la Biblioteca di Babele e di cento altri suoi racconti; il P. K. Dick (come sempre :-) ) almeno di Ubik (“Io sono vivo, voi siete morti”), Scorrete lacrime, disse il poliziotto, Divina Invasione e - naturalmente - il D. Lynch di Lost Highway, Mulholland Drive e Inland Empire. E finanche il F. Coppola del film Un'altra giovinezza (Youth Without Youth) tratto da un'opera di M. Eliade ed interpretato da uno splendido T. Roth: film minore, incompreso e splendido, nel quale il meccanismo narrativo - e la funzione esorcizzante dell'”altro” (nel tempo e nello spazio) contro il baratro che ci ingoierà tutti - sono tutto sommato simili; con esiti tuttavia affatto diversi da quelli sostenuti in un’altra, parimenti incompresa e parimenti bellissima pellicola del medesimo regista, sempre incentrato su una “fuga temporale” ma ancor prima, mentale: Peggy Sue si è sposata con K. Turner. Ed - infine - Stati di Allucinazione di K. Russell (1980), protagonista W. Hurt, che forse qualcuno ricorderà ancora.
Grandi esempi.
Ma, verrebbe da chiedersi, tutte queste opere successive segnano necessariamente il passo rispetto al modello londoniano?
[3/4 - PROSEGUE NEL COMMENTO SUCCESSIVO]

Giorgio Cara ha detto...

[PROSEGUE DAL COMMENTO PRECEDENTE - 4/4]
Non è detto. Forse sì, a sentire l’E. Flaiano del Diario notturno (Bompiani, 1956), ove parlava delle emozioni provate nel “riscoprire” Tempi Moderni di C. Chaplin: "Sono passati vent'anni da quando abbiamo visto la prima volta questo film e oggi, rivedendolo, lo sapevamo a memoria, tutto s'era inciso alla perfezione, in noi, di questa magnifica favola espressa coi mezzi del circo equestre e che corre come una fucilata. All'uscita del cinema Giovanni Russo, che vedeva il film per la prima volta, dice: ”.
Ma la risposta può anche essere di segno contrario: così come, dicono, nulla si crea e nulla si distrugge e, come pure ricorda London, lo spirito sopravvive alla materia, anche ogni idea può ben essa stessa essere soggetta ad un’ontologia circolare, come in una dottrina dell’eterno ritorno, quello rappresentato dal simbolo dell’uroboro (il serpente che divora la propria coda: http://it.wikipedia.org/wiki/Uroboro ). E allora se è così, proprio in tema di moderni tempi (non sembri fuoritema) si può ricordare il fantastico corto amatoriale, ma girato con piglio professionale e tecnica straordinaria, intitolato proprio Modern Times (Tempi moderni) di BC2010 ( http://vimeo.com/17631561 ).
Ma nulla di quanto sopra è un assioma; e come scriveva il Foscolo quando difendeva il suo Le ultime lettere di Jacopo Ortis dall’”accusa” di essersi ispirato un po’ troppo a I dolori del giovane Werther, si può sostenere che l’opera successiva non deve necessariamente cedere al modello, e può anzi pure, a volte, sopravanzarlo. E, incidentalmente, l’Ortis del racconto scrive - nel principio dell’opera - una lettera con un’affermazione che sarebbe forse stata bene in bocca al protagonista D. Standing de Il vagabondo delle stelle: “aspetto tranquillamente la prigione e la morte”.
Insomma, non è detto che ciò che più nuovo sia, di per ciò solo, inferiore o superiore: solamente diverso. I secoli passano, i miti riappaiono secondo nuove forme: e così Batman e Robin sono forse oggi i moderni Dioscuri; e Superman un novello Ercole. Ne parlava, di recente, un noto quotidiano: e se è scritto su un giornale, deve per forza esser vero.
Verrebbe ancora da citare il Prof . De Ruggiero de La filosofia del Cristianesimo (Laterza, 1967) ove scriveva - parlando di Ario e della sua dottrina condannata al Concilio di Nicea - che con il concetto ortodosso e anti-ariano: "l'ansia del vivere non è una degradazione del mondo; che la perfezione non sta soltanto nel passato, nell'intatta virtù dei padri, ma che permane identica nei figli". Che anzi, "darà ai figli una realtà anche superiore e più perfetta che non quella dei padri".
Ma si tratta di sottigliezze: e questa ed altre riflessioni, come tali - me ne rendo conto - mi sono ora e sempre precluse.
Ciao e grazie!

Biancaneve ha detto...

@ ivaneuscar

“Ma in questo caso è un modo di far giocare assieme la memoria e ciò che noi oggi siamo, per cercare somiglianze e differenze rispetto a "ciò che eravamo", per capire ciò che è rimasto e ciò che si è perduto, ma soprattutto *perché* ci è rimasto X e non Y; e perché abbiamo perso Y e non X. In questi personali "esercizi" tante volte mi capita di scoprire che in fondo i cambiamenti o le delusioni che in passato mi avevano turbato, si sono col tempo rivelati occasioni di rinnovamento importanti, e quindi potrei definirli addirittura - se nella provvidenza io credessi - "provvidenziali".”

Esatto. Hai sintetizzato benissimo il nocciolo delle mie riflessioni. Comprendere perché ci è rimasto X e non Y, citandoti, ci aiuta infatti a far luce sulla nostra essenza più profonda, quello che io ho chiamato “il nucleo immodificabile di noi stessi”. Capire il perché di un ricordo piuttosto che di un altro, di un particolare anziché di un altro può essere sintomatico e significativo di ciò che davvero ci preme.
C’è poi un’altra considerazione da aggiungere: se è vero che l’atto del ricordare ci può restituire qualcosa di noi, è anche vero il contrario, ossia che il presente, in qualche modo, proprio nello scandire solo alcuni ricordi e non altri, modifica il passato perché nessuno potrà mai avere la certezza che quello che riesce ad emergere dalla memoria corrisponda effettivamente a ciò che realmente è accaduto. Esistono infatti distorsioni ed errori della memoria che hanno una funzione salvifica e riparatrice nei confronti di ciò che sarebbe troppo doloroso ricordare. Non a caso si parla infatti di memoria selettiva. E non mi riferisco soltanto alla rimozione intesa in senso freudiano, ma proprio a quei sottili cambiamenti che la prospettiva presente attua sul passato.
Tante volte mi sono stupita di quante divergenze fosse possibile riscontrare nel resoconto di un evento vissuto da me e da un’altra persona (o più persone); curioso come io abbia ricordato particolari che l’altra aveva completamente omesso (anche se in realtà potrebbe essere stata una scelta effettuata solo all’atto della narrazione, magari per dare più enfasi o per sintetizzare, e quindi per promuovere una scelta di mero valore narrativo).
Sarebbe poi interessante anche parlare della rielaborazione del senso di colpa resa possibile attraverso il procedere a ritroso verso ciò che eravamo un tempo, come tentativo di “perdonarci” nell’accoglimento e nella lucida accettazione di quello che eravamo allora e che altrimenti non avremmo potuto essere.
Vedo la memoria allora come un circolo senza fine di presente e passato, come un work in progress permamente su noi stessi; fermo restando che appunto indietro non si può tornare e che lo sguardo deve essere sempre rivolto al futuro, altrimenti, come dici anche tu, si rischia di restare impantanati in uno stato mentale distaccato dalla realtà.
Tuffarsi nel groviglio, prendere ciò che - dopo essere stato passato al setaccio - capiamo esserci ancora utile, quindi riemergere a rivedere la luce.
Associazione per associazione, mi vengono in mente i primi versi della prima cantica (Inferno) della D.C.: “nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura” e gli ultimi, sempre della medesima cantica: “e quindi uscimmo a rivedere le stelle”. :-)

Biancaneve ha detto...

@ some1elsenotme

curioso come nel tuo post tu abbia parlato di Borges e di come mi sia ricordata che tempo addietro un mio amico mi abbia riferito di un suo racconto (non ricordo però al momento il titolo, dovrò chiederglielo) in cui un uomo, in seguito ad un incidente, non fa che rivivere la stessa giornata - rievocandone tutti i dettagli - all’infinito. Ogni mattino si sveglia ed inizia a rivivere sempre lo stesso giorno. In una sorta di eterno presente. Ecco, lo trovo attinente agli studi sulle lesioni cerebrali o sindromi fatti da Sacks o Ramachandran (di quest’ultimo, per inciso, mi sono ripromessa di leggere qualcosa dopo aver letto con curiosità i tuoi post sui suoi lavori).
Sono altresì convinta che la nostra “scatola” della memoria non sia tanto diversa da quella di un computer, organizzata con le varie cartelle, files ecc.; per forza di cose ad ogni nuova informazione aggiunta il cervello attua una cernita di ciò che reputa funzionale ed utile ricordare al momento, nel presente, e quindi mette via i dettagli che, sempre sul momento, considera più irrilevanti. So anche però che in determinate condizioni e situazioni la mente riesce a ripescare alcune informazioni, specialmente nei casi in cui entra in gioco la propria sopravvivenza. Sono convinta che se per caso mi trovassi sperduta in un bosco riuscirei a ricordare nozioni apprese nell’infanzia dal Manuale delle Giovani Marmotte :-DDD .
Ed è verissimo che chi non riesce ad immagazzinare i ricordi non ha identità. E qui mi viene in mente quel bellissimo film che è Memento di C. Nolan. E penso anche al trauma enorme che sicuramente si trovano a vivere tutte le persone colpite da amnesia, non potendo far riferimento ad un nucleo già formato del proprio “io”, trovandosi nella necessità di ricostruirlo da capo.
Sarebbe curioso vedere se io, quel che reputo “io”, diventerei nuovamente me stessa dopo un’amnesia senza ritorno, ossia senza poter più far ritorno ai ricordi del passato.

Insomma, le riflessioni e gli studi sulla memoria, così come quelli sull'attività onirica (di cui magari parlerò un'altra volta) sono fonti inesauribili di scoperte sulla nostra mente, quindi su noi stessi.

Bellissima la citazione dei Queensryche; l'unico vero viaggio importante alla fine resta quello all'interno della nostra mente.

Biancaneve ha detto...

@ giorgio cara

(prima parte commento)

Mi fa immensamente piacere il tuo riferimento a Il vagabondo delle stelle di London, ma ancor più mi dà gioia veder scorrere davanti ai miei occhi il concretizzarsi nel tuo scritto di una pienezza di associazioni e rimandi poiché è in questa “superfetazione” che io scorgo la vera importanza della conoscenza e di ciò che definiamo (con termine ambiguo) “cultura”.
La conoscenza, per come la vedo io, è un arazzo infinito di fili multicolore, gli uni legati agli altri. A volte questi fili sono pienamente visibili, ed è il caso di quando un autore cita espressamente un altro, per cui, al lettore, vien voglia di procedere subito anche all’acquisto di quel testo appena citato, e così via, in un continuo gioco, appunto, tipicamente, borgesiano; e ci sono poi anche tutti gli altri fili, quelli invisibili, che ognuno di noi tesse dentro di sé, e che sono costituiti dall’attività del procedere associazione per associazione, nella piena accezione di uno stream of consciusness travolgente e senza fine. Il contributo di ognuno allora si delinea come un fiume in piena che rastrella e porta con sé tutti i detriti, i piccoli ramoscelli, le foglie, il terriccio e che alla fine andrà ad arricchire l’infinito mare della conoscenza.
Insomma, siamo partiti (sono partita) dalla cella in cui è rinchiuso Mersault, per andare a finire (sei finito) a quella in cui si trova imprigionato il protagonista - multiforme - de Il Viaggiatore nelle stelle.
Ahimé, ti devo contraddire su un piccolo punto: le torture ed i metodi più o meno brutali esistono ancora, tanto negli Stati Uniti quanto in altri paesi del mondo. Guantanamo è una realtà che, per quanto i media cerchino di eludere o giustificare (terrificante, a mio avviso, il messaggio fatto implicitamente passare in seguito alla cattura ed uccisione di Osama Bin Laden, per cui la “durezza” - per usare un eufemismo - di un carcere come Guantanamo ed il ricorso alle torture tipo il water-boarding siano stati in fin dei conti “espedienti” utili per riuscire a rintracciare Bin Laden; messaggio terrificante perché la tortura e la pena di morte sono contrarie a qualsiasi stato di Diritto ed in nessun modo e mai dovrebbere essere giustificate), ancora esiste.
Fatta questa doverosa, almeno per me, premessa (ma sono sicura che la tua affermazione volesse essere in realtà un’antifrasi), aggiungo che il tuo riferimento al romanzo di London si dispiega e si può spiegare non solo attraverso l’associazione della cella, ma anche, e soprattutto direi, al tema della memoria. Ora non spetta certo a me affermare se esista o meno la reincarnazione, come sai bene io sono spirito essenzialmente laico, ma nulla vieta a qualcosa di poter esistere semplicemente perché io “non ci credo abbastanza o per nulla”; e qui, prendendo a “sistema” il tuo flusso di libere associazioni, allora mi lascio andare al ricordo di un bellissimo film che è “Picnic a Hanging Rock”, in cui il ragazzo protagonista si stupisce dell’esistenza di una pianta ed il giardiniere che gliela stava mostrando replica:” ci sono tante cose che non conosci, ma questo non significa che non esistano”.
Tornando alla memoria e alla reincarnazione di cui parla London, sono noti i casi di tanti studiosi (soprattutto psicanalisti) che, dopo aver indotto in alcuni pazienti lo stato dell’ipnosi, sono riusciti a farsi raccontare da questi ultimi episodi risalenti ad altre vite da loro vissute in precedenze. Ferma restando l’inappellabilità scientifica di questi “esperimenti” (tutto ciò che concerne la psicanalisi non ha infatti valenza propriamente scientifica), restano episodi curiosi. Jung avrebbe parlato di serbatoio cosmico dei ricordi. Oggi magari si tende più a parlare di trasmissione genetica che procede di generazione in generazione, per cui può essere che un ricordo che sembri appartenere a qualcuno sia in realtà un testamento residuale di un lontano parente.

(segue nel prossimo commento)

Biancaneve ha detto...

@ giorgio cara
(segue da commento precedente)

Ad ogni modo tutto ciò ci riconduce al fulcro del nostro dibattito che è quello sulla memoria e dell’importanza del ricordare.
Passi poi a citare una miriade di autori, testi e film. Molti, lo ammetto, non li conosco (ad esempio non ho la tua preparazione sui fumetti: io mi sono fermata a Topolino, Geppo, Soldino e Nonna Abelarda e pochi altri :-DDD), altri mi colpiscono perché sono stati pietre miliari della mia formazione: Lost Highway del mio amato Lynch che citi (così come Mulholland Drive dello stesso, o Peggy Sue si è sposata e Un’altra giovinezza di Coppola) sono tutti esempi molto pertinenti utili ad introdurci in quell’officina instancabile di lavoro perpetuo che è la nostra mente. La memoria, così come l’invenzione, la creazione di realtà e persino di nostri “io, altri” rispetto ad una situazione contingente divenuta insopportabile sono tutti tentativi salvifici che la nostra mente mette in atto per salvare... in definitiva, se stessa.
Sembra che la mente sia un organo in grado di autorepararsi a vicenda e, in quest’ottica, persino la malattia, può essere vista come un tentativo di guarigione da uno stato che sarebbe altrimenti peggiore.
La follia, a volte, può essere il rimedio. Come ci insegna il maestro Pirandello nell’Enrico IV.
A mio avviso, il rimedio è sempre in noi stessi. E per questo l’atto del ricordare, la memoria, tante volte possono venirci in concorso.
Tante altre sarebbero le riflessioni da aggiungere a questo splendido e ricco mosaico che sapientemente hai spiegato, ma, al momento, lascio riposare un po’ i polpastrelli (e la mia, a me cara, testolina) ;-)