lunedì 21 ottobre 2019

I cattivoni dei vegani ci vogliono imporre il loro "credo"

Spesso noi vegani siamo accusati di voler fare proselitismo e di voler imporre la nostra ideologia agli altri.
Quello che si tende a ignorare è che anche mangiare animali e usarli per i più disparati scopi è un'ideologia, altrettanto imposta, culturalmente, sin da quando nasciamo, in modo talmente efficace, subdolo, pervasivo, da non essere più percepita come tale.
Le ideologie più temibili sono infatti quelle invisibili, normalizzate, naturalizzate.
Ora che questa ideologia è sotto attacco da parte dei vegani, si inizia a mettere in campo delle precise strategie di rafforzamento facendo largo uso di una propaganda falsa e fuorviante, ma anche molto efficace perché comunque è sempre più facile consolidare pratiche e abitudini che si sono stratificate nei secoli, dato che per sua natura le società tendono al mantenimento dello status quo. I condizionamenti culturali sono molto difficili da eradicare. Tra le strategie di consolidamento più efficace ci sono: il welfarismo, ossia il concetto che non si debba mettere in discussione lo sfruttamento degli animali, ma solo il metodo; e veganwashing, ossia l'illusione che si stia lavorando per cambiare il sistema, ma in realtà lo si sta solo consolidando nelle vecchie pratiche di sempre.

Sfruttare gli animali è a sua volta il frutto di una precisa ideologia di dominio della nostra specie sulle altre e dello specismo, il quale si regge su una serie di argomentazioni date per ovvie e scontate, quando in realtà presentano tutta una serie di fallacie logiche. Queste argomentazioni spesso si presentano come non necessarie di essere dimostrate poiché ovvie. Del tipo: gli animali si sono sempre mangiati. Noi esseri umani siamo superiori agli animali. La gallina è stupida. Mangiare carne è necessario. Affermazioni apodittiche che per la loro essenza populista non necessitano di essere discusse. I famosi luoghi comuni.

Ovviamente il cervello cerca sempre scorciatoie mentali: è più facile, meno dispendioso e soprattutto rassicurante continuare a credere alle favole che ci hanno sempre raccontato e continuano a raccontarci senza porci mai un perché.

domenica 13 ottobre 2019

Vuoi giocare con me?


Titti gioca a nascondino con me.
Non gliel'ho insegnato io, è lei che mi ha invitata al gioco la prima volta.
Quando mi sente arrivare si nasconde dietro una porta e sporge solo la testolina per farsi notare. Poi io vado lì e lei fugge via, cercando di non farsi prendere, fa alcuni giri nella stanza, dopodiché si infila sotto al divano e aspetta che io guardi sotto e la trovi; quando i nostri occhi si incrociano, fugge di nuovo, si assicura che la stia inseguendo e poi si va a nascondere da qualche altra parte e rifacciamo come sopra. Questo fino a che una di noi due non decide di smettere.

Titti non è speciale (cioè, lo è per me, ma questo perché siamo amici e viviamo insieme), tutti gli animali giocano. E quando intendo gioco non mi riferisco all'insegnamento coatto del riportare la pallina dietro compenso, ma a dimensioni relazionali nate spontaneamente tra umani e non umani. Il gioco non è una cosa da poco, ma presuppone la capacità di comprensione di regole stabilite. È il primo esercizio di socializzazione e di esperienza del mondo tra i cuccioli. E non si smette mai di farlo, anche se da adulti facciamo giochi diversi. Rafforza legami. Tra genitori e figli, tra amici e tra individui umani e non.
Tutti gli animali giocano, non solo noi.

Pensateci quando nella vostra mente, nel linguaggio che usate, nelle azioni e comportamenti stabilite gerarchie di valore tra voi e gli altri animali.

Non si possono schiavizzare, mangiare, uccidere, tenere in gabbia individui che giocano.

venerdì 11 ottobre 2019

Vegan fot the Planet?


Raramente un concetto è stato tanto distorto e divulgato in maniera errata quanto quello del veganismo. Sicuramente i media, nel loro perenne tentativo di spettacolizzare e creare arene televisive anziché fare informazione, hanno contribuito in gran parte a questa confusione, ma anche gli attivisti vegani, animalisti e antispecisti hanno la loro responsabilità. Troppo spesso, infatti, nel parlare di veganismo si tende a scivolare su quelli che comunemente vengono chiamati argomenti indiretti, cioè inerenti alla nostra salute o ai benefici che il veganismo arrecherebbe al Pianeta, dato l’elevato impatto inquinante e di consumo in termini di risorse idriche e devastazione territoriale causato dagli allevamenti, in questo modo però riducendolo a una semplice dieta vegetale da cui è stato del tutto espunto il concetto di antispecismo e di liberazione animale.
Ultimamente molti attivisti che si occupano della questione animale, e/o associazioni che si definiscono animaliste, sono scesi in piazza ad affiancare e supportare le contestazioni contro il cambiamento climatico e gli effetti devastanti sulla Terra derivanti dalle nostre abitudini di vita e dalle politiche dissennate dei governi. L’analisi di questo movimento non è tuttavia oggetto di questa breve riflessione, interessa invece porre l’attenzione sull’alta incidenza di cartelli e striscioni recanti le scritte “Vegan for the Planet”, “Vegan per il Pianeta”, “Vegan per la nostra Terra”, “Gli allevamenti inquinano” che vengono portati in questi eventi di piazza; immagini e scritte che vengono poi moltiplicate grazie alla loro diffusione in rete e sui social e che quindi contribuiscono a distorcere il significato del concetto di veganismo. Un veganismo che, come si diceva sopra, non menziona nemmeno più gli altri Animali quali soggetti schiavizzati per i nostri interessi (oggetti da allevare, trasformare in prodotti, mercificare e comunque non degni di considerazione morale secondo la gerarchia di valori specista), ma semplicemente mette al centro ancora una volta delle motivazioni antropocentriche, ossia salvare il Pianeta perché è la “nostra” casa e ne va del nostro futuro come specie. Che poi la Terra ospiti anche tutti gli altri Animali e quindi la devastazione ambientale uccida e danneggi anche le altre specie è indubbio, ma se l’interesse precipuo fossero anche gli altri Animali, allora non si dovrebbe fare appello a slogan in cui la loro condizione di soggetti oppressi non è nemmeno menzionata.

Continua su Veganzetta.

lunedì 7 ottobre 2019

Joker



Attenzione, contiene SPOILER.

- Cosa c'è di divertente?
- Stavo pensando a una battuta.
- Vuoi raccontarmela?
- Lasciamo stare. Non capirebbe...

Un film perfetto. Talmente perfetto che rimane ben poco da dire.
La scelta di Joaquin Phoenix come attore protagonista non poteva essere più azzeccata perché ha la giusta dose di intensità, fascino e seduzione, oltre che bravura.
Un film spettacolare, ma profondo. La parabola di Arthur Fleck è una parabola esistenziale, sociale, politica, ma soprattutto una tragedia umana, o una commedia, sebbene amara, come afferma lui stesso. La commedia in fondo è solo una storia tragica vista sotto la lente distorta dell'umorismo.
L'intera sceneggiatura si regge su questo delicatissimo filo portante del comico che si nutre del tragico. Un equilibrio che non si spezza mai dall'esito perfetto; mai grottesco, mai sopra le righe.
Ci sono diverse reminiscenze di altri capolavori, per esempio l'uso delle maschere che diventano un simbolo di ribellione le avevamo già viste in V for Vendetta, ovviamente Re per una notte, Freaks (solidarietà tra i "diversi"), Taxi Driver, mentre Gotham City a tratti ricorda la New York de I guerrieri della notte: sporca, decadente, violenta, ma soprattutto in discesa libera verso la perdita di ogni senso. Ed è in questa perdita di senso dell'esistere che il film si eleva a una dimensione che va oltre la mera analisi socio-politica.
Certo, c'è l'esplicita condanna a una società che anziché aiutare le persone in difficoltà o comunque disagiate le abbandona ai margini, infierisce, le calpesta e finisce o per trasformarle in mostri o per schiacciarle irrimediabilmente. Gli "invisibili" da cui i bulli e i potenti traggono linfa e nutrimento. Emblematica, in questo senso, la cattiveria di Murray, che dapprima bulleggia Fleck e poi lo usa per far salire gli ascolti del programma.
Ma ridurre il film alla sola lettura socio-politica sarebbe limitante: emerge la ferocia di un'umanità senza più freni inibitori, dionisiaca quasi, che si ribella o che, forse, ha finalmente il coraggio di essere se stessa, una volta consapevole di non avere più nulla da perdere.
Il macabro trionfo finale è addirittura commovente. Sublime.

Bellissimo il parallelismo tra la scena in cui fugge dalla metro e quella in cui fugge dalla clinica psichiatrica dopo aver rubato il fascicolo della madre: entrambe strutture opprimenti, di lucido acciaio e degrado, la prima per trasportare un'umanità che ancora si muove entro le norme del vivere sociale, la seconda per contenere un'umanità derelitta che ormai ha abdicato a sé stessa. Joker le attraversa entrambe, lucidamente, danzando e in corsa, leggero, finalmente visibile, il re della follia, ma anche della ragione di un mondo spietato.
Folle è il mondo, saggio colui che lo capisce e lo rifiuta. E quando non si può più vivere non rimane che danzare, o ridere, o bruciare tutto... perché tanto... nessuno capirebbe.

martedì 1 ottobre 2019

Teriofobia

Spesso quando si vuole esprimere un giudizio su persone che hanno commesso atti riprovevoli si usa dire "sono bestie!", "sono animali!", "porci schifosi!" e difatti da sempre l'attribuzione di valori positivi al concetto di umanità si costruisce a partire da quello spartiacque che la separa dall'animalità a cui, in opposizione, si riserva tutta la gradazione del negativo. Non ammettiamo che una persona umana, una della nostra stessa specie, possa fare cose che riteniamo sbagliate e quindi ci mettiamo al sicuro dai nostri stessi giudizi definendola "bestia", "dis-umana".
Implicitamente, ogni volta che diciamo così, partecipiamo alla nostra stessa auto-esaltazione: narrazione narcisistica per eccellenza che svilisce gli altri per meglio esaltare se stessa.
Abbiamo costruito la nostra identità unicamente in opposizione a quella di animalità, senza mai avere il coraggio di guardarci davvero a fondo e quando lo facciamo, se lo facciamo, siamo subito pronti a mascherare il riflesso di noi stessi poggiandoci sopra una maschera. Ma questa maschera è una finzione perché ciò che facciamo è umano, solo umano e appartiene a noi, alla nostra cultura. Quel che dobbiamo rigettare, rifiutare, cambiare è la nostra cultura e noi stessi, non gli altri animali.

La teriofobia non è altro che una maschera che copre il rifiuto di noi stessi.