domenica 17 novembre 2019

Luoghi di memoria

Ex mattatoio di Roma, Testaccio.

Un giorno, 
speriamo non troppo lontano,
 tutti i mattatoi saranno i nostri luoghi di triste memoria, 
al pari di Auschwitz.

L'ex mattatoio di Testaccio, come tutti i romani sanno, ma non solo, oggi è diventato luogo di aggregazione culturale. Al suo interno ci sono vari locali a disposizione per iniziative di vario tipo, c'è un museo di arte contemporanea, un supermercato, un bar, ci sono molti spazi esterni per allestire festival, mercatini ecc.

Il luogo è frequentato da tante persone che ogni giorno percorrono quelle stradine interne, che entrano o danno un'occhiata in alcuni dei locali in cui ancora si può vedere molta dell'attrezzatura originaria (carrucole, ganci che pendono dal soffitto, vasche per liquami e dove veniva scolato e raccolto il sangue, stalle di sosta, abbeveratoi), ma non mi pare che sia un luogo di memoria di quel che è stato una volta, se non in modo molto superficiale. E del resto è anche vero che di luoghi di memoria del passato si può parlare solo quando quel passato non esiste più, mentre invece di mattatoi in funzione è pieno il mondo e anche nella stessa Roma c'è quello sulla Palmiro Togliatti.

Mi domando: quante di queste persone, nel loro viavai, prese dall'evento del momento, alzando gli occhi e vedendo quelle carrucole e ganci arrugginiti, probabilmente ancora intrisi del sangue dei poveri animali, saranno in grado di riflettere sull'orrore, la violenza, la paura, l'angoscia che ha pervaso quel luogo? Quanti sentiranno le grida degli animali risuonare ancora attraverso le pareti?

  
 




giovedì 14 novembre 2019

Amabili Resti

Ieri sono andata a ritirare le ceneri di mio padre. Me le hanno consegnate dentro un'urna, un barattolino nero con una targhetta appiccicata su un lato recante nome, data di nascita e morte di papà. Poi mi hanno consegnato una sacchetta di velluto per infilarci il tutto.
Con questo sacchettino mi sono incamminata verso la macchina, parcheggiata poco distante dagli uffici amministrativi del cimitero, sotto la pioggia, ombrello in una mano, urna con le ceneri nell'altra.
Descritta così sembra il racconto di una situazione surreale. E lo è stata, infatti.
Ciò che mi ha turbata e distrutta psicologicamente è l'aspetto della dissociazione cognitiva che in quel momento mi si è spalancata davanti come un abisso: faccio fatica a ricondurre la persona viva che è stata mio padre - la sua camminata, per esempio, la sua voce, il suo sguardo - al mucchietto di resti che tengo sotto al braccio e che appoggio sul sedile della macchina, quasi fosse una borsa, un pacchetto, un oggetto.
Amabili resti, dice Alice Sebold in un suo bellissimo romanzo. Ma pur sempre resti.

Mio padre era un individuo, con i suoi pensieri, una sua esistenza, ha vissuto e mi ha messa al mondo e mi ha trasmesso delle cose. Ora è un mucchietto di cenere raccolto dentro un'urna. La persona che fine ha fatto? Faccio fatica a collegare le due cose: l'immagine che ho nella mia memoria, il ricordo di lui e quello che ora sta dentro un'urnetta.

Una dissociazione cognitiva in piena regola. Ho riflettuto un po' su questo. E per associazione non ho potuto non pensare al tipo di dissociazione cognitiva che riguarda il modo che le persone hanno di pensare agli altri animali; o meglio, che si sperimenta nel momento in cui i loro resti, trasformati in prodotti, appaiono davanti ai loro occhi sotto forma di prodotti alimentari o di cibo cucinato.

In questo caso si verifica esattamente il contrario: si conoscono bene i resti, non si fa fatica ad accettarne la realtà, ma si fa fatica a ricollegarli all'individuo vivo cui sono appartenuti. Perché non lo si è mai incontrato, mai conosciuto e perché c'è anche tantissima ignoranza sugli altri animali. Non sappiamo chi sono perché non li vediamo mai e se li vediamo sappiamo relazionarci a loro nella sola maniera che ci hanno insegnato, attraverso una relazione di dominio.

Anche quel pezzo di mortadella sul banco frigo potrebbe essere visto come un amabile resto, anziché come un prodotto da consumare e digerire. Ma per farlo serve di riconoscere l'individuo a cui è appartenuto e averlo saputo, se non proprio amare, almeno considerare nel suo valore intrinseco.

È tutta una questione di sguardi, di prospettive, di pensieri e di incontri, ossia di esperienze. Quelle esperienze che agli animali sono negate di default, quegli sguardi e incontri che ci sono preclusi.
Consumare i corpi degli animali impoverisce anche la nostra realtà e percezione che abbiamo del mondo.

Mio padre non è solo quei resti perché nella mia memoria continua a persistere quale la persona che è stata, esperienza straniante a parte della dissociazione momentanea che ho provato; ma anche gli altri animali non sono solo quel cibo che comprate al supermercato, anche se nella mente avete pochi riferimenti da richiamare alla memoria.

L'antispecismo, scrivevo l'altro ieri in un post su Facebook, è il punto di vista degli invisibili, ma è anche, soprattutto, la ricomposizione di una frattura, il riempimento di un abisso, quello che ci si spalanca davanti nel momento in cui neghiamo il corpo, la vita, le esperienze degli altri animali.

lunedì 11 novembre 2019

Eden (ma paradiso per chi?)


Eden è tratto da una storia vera e racconta la storia di una ragazza americo-coreana che viene rapita in Nuovo Messico e deportata in Nevada per essere usata, insieme a tante altre, anche bambine, come oggetto sessuale: ossia viene prostituita.

Il film racconta dell'Organizzazione di cui è vittima, un'associazione a delinquere in cui lo sfruttamento delle ragazze prostituite affianca anche il traffico di droga e la vendita di neonati (le ragazze rimaste incinte vengono fatte partorire e poi gli vengono sottratti i bambini). Le ragazze, dopo qualche anno, sfiancate dallo sfruttamento e ormai troppo grandi per continuare a esercitare - perché i clienti vogliono sempre carne fresca e giovane - vengono poi fatte sparire, cioè uccise. Il tutto con l'aiuto di uno sceriffo compiacente e corrotto e di vari attori in gioco che si impegnano a far filare tutto liscio e a controllare il territorio.
Eden capisce che l'unico modo che ha per sopravvivere è allearsi con i suoi rapitori e schiavisti e dopo due anni di prigionia riesce a fuggire.

Ve lo consiglio perché il film offre una panoramica molto realistica dell'industria del sesso in Nevada, ma non solo. Ovviamente le ragazze, recluse dentro capannoni e accompagnate dai clienti di volta in volta, sono continuamente vessate e minacciate: minacciate di essere uccise se solo provano a raccontare ai clienti di non essere consenzienti o si mostrano sgarbate; gli vien detto che la loro famiglia verrà uccisa se solo provano a ribellarsi; drogate, picchiate, sottomesse nello spirito e nel corpo, alcune ancora bambine, comunque tutte minorenni.

L'analogia con gli allevamenti degli animali è sempre presente. Queste ragazze non sono più individui, ma oggetti per ottenere profitti. 

Si trova su Amazon Prime, ma essendo del 2012 penso sia facile reperirlo anche altrove. Aggiungo che il film non ha scene sessualmente esplicite, ma riesce benissimo a raccontare l'orrore e la disperazione che queste ragazze vivono.

mercoledì 6 novembre 2019

Se niente importa


Giorni fa io e mio marito siamo stati vittime di una truffa telefonica, per fortuna ce ne siamo resi conto praticamente quasi subito e siamo andati a sporgere denuncia.
Abbiamo quindi appreso che si tratta di truffe molto frequenti: praticamente ti chiamano spacciandosi per il tuo operatore (a me hanno detto proprio che era l'amministrazione della Telecom), ti dicono che a partire dal prossimo mese ci sarà un aumento di 15 euro o di un tot per cento sulla bolletta e quindi ti fanno una serie di domande trabocchetto a cui tu, ingenuamente, rispondi sì o no oppure "ho capito", "ne prendo atto"; in questo modo, tagliando vari pezzi della conversazione, ti fanno un nuovo contratto telefonico. Chiamando la Tim per avere conferma del tutto, ci è stato risposto che si era trattato appunto di una truffa perché loro (Tim) non fanno mai contratti o comunicazioni relative a eventuali aumenti tramite procedure telefoniche e ci hanno suggerito di correre subito a denunciare il tutto.
Al solito, parto da un aneddoto personale per arrivare a un ragionamento più ampio e che spero sia interessante per tutti voi.

Come sappiamo viviamo in una società e in un paese difficili: contratti precari, disoccupazione, sfruttamento, mancanza di obiettivi a lungo termine, ignoranza collettiva ecc.; tutto ciò favorisce imprenditori, piccoli, medi o grandi, ad approfittarsi delle persone in difficoltà. Lavorare nei call center è logorante e alienante e sicuramente coloro che accettano lo fanno poiché spinti da necessità. Ma rendersi complici di truffe solo per guadagnare pochi spicci - quanto danno per ogni contratto portato a termine? Trenta euro? - è comunque un atteggiamento infame e sbagliato. Non si può giustificare il truffatore (che poi spesso truffa persone anziane e sole che nemmeno si rendono conto di essere state truffate, salvo poi trovarsi addebiti onerosi sulla pensione) con la scusa che non si trova lavoro, che sono tempi difficili, che bisogna pur guadagnare. Perché, di nuovo ri-cito Safran Foer (o meglio, sua nonna), "se niente importa", allora veramente mangiamoci tra di noi e facciamo prima.

Tutto questo per arrivare anche al discorso dei macellai o di chi svolge altri lavori che comportano violenza su altri esseri viventi. Se niente importa, se c'è necessità di lavorare, se la società fa schifo, veramente siamo autorizzati a fare di tutto?

Ora, so bene che una truffa è una truffa, ossia riconosciuta dal nostro ordinamento giuridico, mentre macellare e sfruttare animali è considerata una pratica normale dalla maggioranza delle persone, ma il nostro compito di antispecisti non dovrebbe essere proprio quello di mettere in discussione questa normalità e di prendere posizione ponendoci dalla parte delle vittime?
Io non dico che dobbiamo fare una guerra contro i macellai (o cacciatori, vivisettori, allevatori), ma nemmeno essere compiacenti e comprensivi perché, poverini, hanno bisogno di lavorare.
Potreste pensare che io parli da una posizione privilegiata, innanzitutto di bianca occidentale, poi di donna (e in quanto donna comunque vittima della cultura patriarcale) di origini borghesi che nella vita ha avuto molto, innanzitutto la possibilità di studiare, pensare, riflettere; sì, è vero, ma anche Marx quanto teorizzò il Capitale partiva da una posizione privilegiata, e così Che Guevara o i pensatori anarchici, questo per dirvi che non è perché parto da una posizione privilegiata non ho occhi per vedere le ingiustizie e non abbia il diritto di ribellarmi ad esse e di chiamare assassini o truffatori chi si approfitta di chi sta ancora più sotto di lui nella scala gerarchica sociale, verticale o orizzontale che sia.
Io sono privilegiata, ma ho lo stesso il diritto di dire che il macellaio fa un lavoro ignobile, violento, che uccide e che, dalla posizione in cui si trova dentro il luogo di lavoro, anch'egli è un privilegiato nei confronti dell'animale cui sta per tagliare la gola perché, in fin dei conti, lui alla fine torna a casa, mentre il maiale viene fatto a pezzi da un suo collega e una casa, cioè una famiglia, un habitat consono, non ce l'ha mai avuto perché altri, gli allevatori, lo hanno fatto nascere recluso e già prodotto da consumarsi di lì a pochi mesi.
Tutti siamo vittime rispetto a qualcun altro, tutti occupiamo un certo gradino o una certa posizione della scala sociale che ci pone come aguzzini e vittime allo stesso tempo nei confronti di qualcun altro; l'operaio che uccide gli animali, vittima di un sistema di sperequazioni sociali fortissime e sicuramente sfruttato dal suo capo, oltre a uccidere gli animali, poi magari va a casa e picchia la moglie e questo, questa sua posizione di maschio in una società maschilista e di colui che esercita violenza su un animale indifeso, non lo assolve dalla responsabilità di quel che fa.

Da antispecisti bisogna prendere una posizione chiara e netta contro qualsiasi pratica di sfruttamento degli animali. E questa posizione ci mostra chiaramente, dalla sua prospettiva, che il macellaio non è vittima. Come non sono vittime i dipendenti dei call center che truffano.
Se niente importa, non la morale, non l'etica, allora sdoganiamo tutto, anche l'omicidio, la mafia, il fascismo, il nazismo, lo stupro.

Non è che perché una persona si trova ad occupare una certa posizione sociale allora può essere giustificato o esonerato da assunzioni di responsabilità.

E così come, da femminista, non esito a definire la prostituzione come "stupro a pagamento", anche se è legale (e i clienti stupratori), allo stesso modo, da antispecista, non esito a definire come violenta la pratica di macellare animali e i macellai come assassini (idem cacciatori, vivisettori ecc.).
Questo doppio standard per cui quando si parla degli animali dobbiamo stare attenti a cosa diciamo e dobbiamo essere comprensivi perché la colpa è del sistema ecc. è frutto della specismo.
Lo specismo interiorizzato è fortissimo, anche in molti di noi. Si tratta di uno specismo subdolo perché emerge nei nostri discorsi, narrazioni e sensi di colpa quando osiamo opporci al sistema e ai suoi mandanti violenti. Ci dispiace dire a un macellaio che è assassino perché empatizziamo magari con la sua povertà (e con la sua specie di appartenenza, dato che è la nostra) e bisogno di lavorare, ma è quello che è, anche se la pratica è ancora legale e considerata normale (come la prostituzione, del resto).
Se non la facciamo noi questa cosa di chiamare le cose per come sono, di creare un'altra narrazione che metta al centro il riconoscimento dell'individualità degli altri animali, chi lo farà? Non certo quelli che lottano contro il cambiamento climatico, non certo chi vuole continuare a trarre profitto dallo sfruttamento animale inventandosi l'assurdo concetto di "benessere animale" e nemmeno la sinistra antagonista che ha sempre difeso cacciatori e allevatori solo perché "povera gente".

martedì 5 novembre 2019

American Son


Tratto da una pièce teatrale rappresentata a Broadway, American Son è un bellissimo film diretto da Kenny Leon - e una straordinaria prova attoriale: gli attori sono gli stessi che recitano a teatro - che mette in scena i pregiudizi razziali attraverso un dialogo serrato tra una coppia mista (lei afroamericana, lui irlandese) e il personale di una stazione di polizia della Florida.
Interamente girato in una stanza, con telecamera quasi fissa, a parte qualche fuori campo di pochi secondi, la prima scena ci catapulta subito nel vivo della vicenda, senza alcuna introduzione: sono le prime ore del mattino, la luce di un'alba livida sotto la pioggia filtra dai vetri dando l'impressione di trovarsi dentro un acquario o in un dipinto di Hopper: prevalgono la rabbia, l'incomunicabilità della propria condizione, diversa a rispetto a quella di qualsiasi uomo bianco e la solitudine interiore data dalla difficoltà di essere ascoltata e creduta in merito alla certezza che qualcosa di grave sia successo al proprio figlio - solitudine interiore che scaturisce quindi da quella sociale. L'arrivo in questura del marito bianco porta la tensione dello scontro razziale a un altro livello, più interpersonale e psicologico, attraverso uno scambio acceso di battute tra i due coniugi, che ormai però sono separati, non vivono più insieme.
Il tema principale è il razzismo, ma anche il sessismo, l'adolescenza, l'identità, il sogno americano. La donna è una psicologa che insegna all'università, eppure il tenente, che pure è nero, le dice che in un mondo fatto di regole stabilite dai bianchi bisogna stare zitti e al proprio posto, e sarcasticamente le dà della ribelle. Se sei donna, e per di più nera, non bisogna alzare la voce o perseguire il sogno americano, bisogna solo eseguire gli ordini.
Di classe sociale superiore, la donna è vista dal tenente come colei che ha osato proprio raggiungere quel sogno e viverlo. Sogno di vivere da donna libera e che ha trasmesso a sua volta a suo figlio, un adolescente che dopo l'abbandono del padre diventa ribelle e cerca una sua identità mettendo in discussione il sistema entro cui è cresciuto; gli hanno insegnato a far rispettare propri diritti, a non parlare nello slang da strada, a camminare e vestirsi come si vestono i bianchi per garantirgli l'accesso al sogno americano che va in frantumi dopo l'abbandono del padre.
Ci sono tanti temi che si incontrano, scontrano e intersecano in questo dramma sociale, politico, ma anche psicologico, denso di sfumature.

Forse l'aspetto maggiormente complesso è proprio questa ambivalenza tra l'orgoglio della propria identità e il persistente sentimento di una condizione di diversità che, per quanti sforzi si facciano, nell'America odierna ancora è causa di un diverso trattamento morale. Il razzismo esiste ed è più forte che mai, anche per coloro che pensano di avercela fatta a vivere il sogno americano.

Lo trovate su Netflix.

lunedì 4 novembre 2019

Etica al ribasso

Campionario di etica al ribasso:
- non sono vegana, quindi tanto vale che porti i bambini allo zoo;
- quando cammino calpesto un sacco di insetti, quindi tanto vale che mangi anche la porchetta;
- eh, ma oggi qualsiasi cosa tocchi include una qualche forma di sfruttamento, quindi tanto vale comprarmi pure quel giacchetto col collo di pelliccia;
- se usi il pc e il telefono e vai in macchina ecc. ecc.

La logica degli esseri umani: se sbagli, sbaglia di più, almeno sei sicuro di farlo bene.

P.S.: se non ricordo male, ho scritto pure qualche altro post sull'etica al ribasso.