sabato 30 gennaio 2021

L'ideologia rende ciechi

 


I vivisettori dicono che i macachi non sono stati catturati in natura, ma sono stati fatti nascere apposta per farci esperimenti.

Un altro abisso ci separa, ossia quel che a loro, ai vivisettori, appare come una riduzione del danno, a noi risulta essere invece per quello che è, ossia un'aberrazione massima, quella di far nascere qualcuno appositamente per poterlo usare, torturare e infine uccidere. 

Ieri un vivisettore che lavora all'università di Parma ha scritto sulla sua bacheca che l'ideologia, intendendo quella animalista, rende ciechi.

Ma la nostra non è ideologia, la nostra è anzi lotta contro la vera ideologia che rende ciechi e sordi e insensibili alla sofferenza degli altri animali: quella specista.

Lo specismo è un'ideologia oppressiva invisibile.

venerdì 29 gennaio 2021

Criminali in camice bianco

 


Il Consiglio di Stato ha rigettato il ricorso della Lav e deciso che gli esperimenti sui macachi per il "progetto" chiamato Light up - che consiste nell'intervenire sul cervello dei poveri animali per creargli un'aerea di oscurità al fine di studiare la cecità - possono riprendere. 

A nulla sono valsi due anni di battaglie, giuridiche e non, manifestazioni, presidi, documenti sull'inevitabile sofferenza di questi esseri senzienti (che già comunque soffrono anche solo per vivere in cattività, rinchiusi dentro gabbie, senza mai conoscere la libertà).

Purtroppo viviamo in un sistema radicalmente specista, cioè interamente basato sulla distinzione morale tra esseri umani e animali (anche se siamo animali pure noi) e dove il valore ontologico e giuridico dei primi conta più dei secondi.

Se non scardiniamo questa visione malata e oppressiva, non ci sarà mai speranza per gli altri animali; che continueranno a essere usati, vessati, oppressi, uccisi per i più biechi scopi. 

Il sistema giuridico è figlio di questa visione specista.

Una sentenza favorevole ai macachi e quindi alla sospensione degli esperimenti avrebbe costituito un pericoloso precedente per la ricerca basata sugli animali: obsoleta ma ancora dogmatica e molto fruttifera per tante parti in gioco, tranne ovviamente per le vittime.

Così è per ogni questione che viene portata di fronte alle istituzioni. Che si tratti di macachi, cinghiali o orsi (e tutti gli altri allevati per altri motivi) è un intero sistema basato sullo specismo che continua ad affermarsi: prepotente, in sprezzo a ogni ragionevolezza, etica e soluzione alternativa.

La sentenza del Consiglio di Stato non fa che ribadire l'abisso incolmabile che c'è tra chi, come tanti di noi, si ferma a raccogliere una chiocciolina sul marciapiede per metterla in un luogo più sicuro e altri che la mattina indossano camice e guanti per torturare e uccidere individui appartenenti ad altre specie.
In fondo a quell'abisso c'è il riflesso di chi siamo noi, come specie, e non è una bella immagine.

L'altro giorno ci sono state le celebrazioni annuali per la giornata della memoria e giustamente in tanti hanno ricordato gli orrori compiuti durante il nazifascismo. Eppure la maggior parte di questa società, che oggi si definisce evoluta, continua tranquillamente ad accettare l'esistenza di altri lager, di altre oppressioni, di tanta violenza ai danni di esseri indifesi, ma perfettamente coscienti, intelligenti, sensibili, capaci di avere esperienza del mondo e di provare emozioni, dolori, gioia, piacere. 

martedì 26 gennaio 2021

Di fallacie logiche, etica al ribasso, estinzione e "salvezza", ma anche, semplicemente, di specismo e dintorni

 Faccio un riassunto di una tipica risposta esempio di etica al ribasso e di insensatezze logiche che mi capita spesso, troppo spesso, di leggere sui social da parte di chi difende il "proprio diritto" (sic!) a indossare le pellicce vere: "Io non sono vegana, mangio carne ecc. e quindi tanto vale che indossi pure le pellicce, tanto comunque poi sono di animali allevati apposta o che verrebbero uccisi per la carne e molti dovrebbero ringraziarci perché sono specie in via d'estinzione, altrimenti sarebbero scomparsi da un bel po'. Siamo a capo della catena alimentare e non mi pare che sia illegale".

Certamente diventare vegani può sembrare impegnativo, quando non se ne sono compresi bene i motivi e non si è mai fatto lo sforzo di analizzare il tipo di relazione di dominio che intratteniamo, come specie, verso tutte le altre e chiedersi se sia davvero necessario o meno; impegnativo perché si chiede di sostituire molti di quelli che vengono considerati alimenti - ma che, non dimentichiamolo, sono pezzi di esseri senzienti o prodotti realizzati a costo del loro sfruttamento e inevitabile fine precoce al mattatoio - e all'inizio può sembrare faticoso; anche se oggi non lo è come poteva esserlo dieci anni fa in quanto si trovano prodotti vegan ovunque e soprattutto, senza bisogno di acquistare quelli già confezionati, si possono realizzare migliaia di ricette con legumi, cereali, verdure, semi, frutta ecc. 

Ma non comprare pellicce vere, che sacrificio sarebbe? Che fatica sarebbe?

Cioè, veramente non si riesce a rinunciare a un prodotto di lusso per il solo capriccio di vanità o per essere trendy e seguire quello che fanno alcune influencer? 

Il discorso poi sugli "allevamenti appositi" mi lascia inorridita perché far nascere animali per ucciderli e scuoiarli, a mio avviso, lungi dall'essere una giustificazione, è più aberrante che mai. 

Poi non è vero che si tratta di animali che sono comunque uccisi per la carne, in quanto non mi risulta che ci siano pellicce di maiale, di gallina, di mucca (e non diciamolo troppo forte, ché non c'è limite alla perversione della nostra specie e della moda quando si tratta di animali). 

Un'altra obiezione è che si tratterebbe, a volte, di animali in via di estinzione e che così, allevandoli, gli si farebbe un favore. Due minuti di silenzio per questa insensatezza, ma giuro che l'ho sentita diverse volte. L'ho sentita anche una volta che discussi con un appassionato della corrida e mi disse che i tori allevati erano di una razza particolare che altrimenti si sarebbe estinta da un pezzo. Quindi in sostanza i toreri sarebbero degli animalisti di buon cuore che lottano per difendere il diritto a esistere di alcune razze di tori. Un po' i cacciatori che sarebbero amanti degli animali.  

Come dire "ti mantengo in vita affinché io possa ucciderti per mio divertimento o vanità".

E il bello è che questi discorsi, amici miei, provengono anche da persone intellettuali e con un minimo di istruzione (ché uno pensa, se hai finito l'università, due chicchi di sale in zucca dovresti pure averli e quanto meno essere in grado di rilevare le fallacie logiche insite nei tuoi stessi ragionamenti).

C'è una spiegazione al fatto che persone istruite e mediamente intelligenti dicano tante stupidaggini prive di logica ed eticamente deboli, cioè piene di fallacie logiche e filosofiche?

Sì. La spiegazione c'è ed è lo specismo: quell'ideologia invisibile che ti fa dire e sostenere cose che se fossero riferite agli umani farebbero ridere pure i sassi, ma sono ritenute perfettamente furbe e intelligenti quando la parte in causa sono gli animali. Un corto circuito dal quale è difficile uscire, ma che dobbiamo provare a spezzare.

Lo so, è faticoso dover ogni volta ribattere a frasi che a noi appaiono chiaramente per frasi senza senso, così come fa un po' male rendersi conto per quanto la teoria antispecista e il nostro dibattito interno abbiano raggiunto livelli di sofismi ormai anch'essi ridicoli, a volte, là fuori c'è ancora una massa sterminata che con il massimo candore possibile ti dice: "Ma sono animali allevati apposta, altrimenti si estinguerebbero". 

Fa male, ma prendiamone atto e non perdiamo la pazienza di informare, rispondere, sensibilizzare.

Qui un link informativo dal sito di Animal Ethics: https://bit.ly/3pxmjOl

domenica 24 gennaio 2021

Donne fortunate?

 Nel solito gruppo su FB di ricette vegan, già menzionato qualche post sotto, c'è un tipo che posta i piatti che cucina per la donna con cui sta insieme, aggiungendo "non è fortunata a stare con me?".

Coro di altre donne: "Wow, sei proprio un ragazzo da sposare!".

Il primo commento ironico che mi viene da fare è: vi accontentate di poco! 

Ma in realtà la questione è più seria. Un uomo che cucina non sta facendo qualcosa di eccezionale, noi donne lo facciamo da secoli e se ora, per fortuna, stiamo un pochino superando il medioevo e cominciano a farlo anche gli uomini, in una normale divisione di compiti casalinghi, non è fortuna, ma è, direi, il minimo sindacale.

Alcune dicono: sì, non è il fatto che cucini, ma che abbia delle attenzioni particolari (il tipo cucina vegan perché la ragazza è vegan, ma lui no). Beh, anche qui, io direi che è il minimo sindacale perché, come ha scritto un mio contatto, cosa avrebbe dovuto cucinarle, una bistecca? 😃

Io dico che stracciarsi le vesti per un uomo che cucina è un po' la cartina al tornasole di quanto ancora ci sentiamo in debito verso un uomo che fa qualcosa di normale per noi, come se il solo fatto di considerarci fosse un dono e non il minimo che ci si aspetti in una relazione paritaria.

Ricordo quando, in un lontano passato, ho accettato di essere trattata male perché mi sembrava già tanto che un uomo, che io giudicavo eccezionale per i miei canoni di allora, che erano molto bassi, mi degnasse di attenzione e facesse, ogni tanto, qualcosa di carino come regalarmi un cioccolatino a sorpresa o mandarmi un sms con parole carine, salvo poi comportarsi da stronzo in tanti altri casi. 

Oggi riconosco la fragilità di quella donna bisognosa di attenzioni, di essere vista, ma soprattutto insicura di se stessa, del proprio valore e con una stima e valutazione di se molto bassa. E ho dovuto lavorarci sodo su quelle fragilità, non è che sono sparite per magia. E proprio perché la riconosco, sento anche lontano un miglio la puzza di quelli che ti dicono "sei fortunata a stare con uno come me" solo perché cucinano un piatto ogni tanto o regalano dei fiori o fanno altro di carino. 

Già uno che dice "non è fortunata?" sta dicendo qualcosa di sbagliato perché è come se stesse vantandosi del proprio valore, obnubilando quello della donna, che difatti è come se non avesse meriti, ma fosse soltanto fortunata.

Ora, sia chiaro, io non conosco il tipo in questione e magari è veramente una brava persona e ha fatto solo un'uscita infelice (sebbene non sia la prima volta che accada e soprattutto sono stati tanti i commenti di donne che lo hanno esaltato); in questa mia riflessione, come ho già fatto altre volte, prendo come spunto un caso e ne traggo alcune considerazioni più ampie e il caso non importa se sia vero o meno, se sia inventato, se sia romanzato, quello che conta è la riflessione che ne scaturisce. Quello che è vero è che molte donne si accontentano di poco perché non hanno stima di se stesse e pensano che sia già tanto che un uomo le degni di uno sguardo, fosse anche solo per dirgli "che bel culo!"


sabato 23 gennaio 2021

Quali scuse?

 

Vediamo, quali erano le giustificazioni che vi davate quando ancora mangiavate animali, ma eravate messi di fronte all'eventualità di cambiare?

Io mi dicevo che mangiare animali era parte della mia cultura, che non era colpa mia se ero nata e cresciuta e continuavo a vivere in una cultura in cui era considerato normale farlo e che sarei stata disposta a cambiare quando quella cultura fosse cambiata. 

In pratica non mi assumevo la responsabilità di essere io parte attiva di quel cambiamento. Mi dispiaceva per tutti quegli animali uccisi che ho sempre saputo essere individui coscienti, senzienti, intelligenti, sensibili (anche se non conoscevo la realtà brutale e violenta di alcune pratiche necessarie a produrre latte, uova, insomma, i derivati), ma mi dicevo che io non potevo farci nulla.

Una volta una conoscente vegetariana mi disse "Se ti dispiace veramente, smetti di mangiarli, altrimenti smettila di dire che ti dispiace perché suona un po' ipocrita".

Ma la vera folgorazione la ebbi qualche tempo dopo leggendo I diritti animali di Tom Regan. In quel testo ogni giustificazione veniva smontata e svelata per quello che è, ossia una giustificazione priva di logica che ci raccontiamo solo perché intimamente siamo convinti che gli animali contino meno di noi, che siano meno intelligenti, che soffrano meno, che i loro interessi valgano meno dei nostri, ovviamente assumendo come parametro di giudizio solo ciò che ci fa comodo dimostrare e che mantiene intatti i nostri privilegi, convinzioni e credenze che assumiamo in maniera pressoché inconscia e che quindi vanno a formare un'ideologia tanto invisibile quanto difficile da smantellare e difficile da smantellare proprio perché invisibile e poi naturalizzata e normalizzata: un'ideologia che si chiama specismo.

Smontata questa, ho capito che non avevo più scuse. 

Certo, ero e sono consapevole che la mia decisione influisce poco e niente sulla produzione mondiale, ma io non voglio essere complice della violenza sugli animali e penso che se riteniamo qualcosa ingiusta e sbagliata dobbiamo agire di conseguenza.

Moltissime ingiustizie possono continuare indisturbate proprio perché ognuno di noi pensa di avere poca voce in capitolo, ma non è così, questo è il grande inganno di cui siamo tutti vittime, pensare di non contare e demandare tutto ai governi, alle istituzioni, che è ciò che hanno sempre voluto, ossia deresponsabilizzarci.

Deresponsabilizzare è la mano armata del Potere. Anche quello travestito con abiti democratici.


Foto scattata durante un presidio NOmattatoio. Due maiali cercano conforto reciproco nell'attesa di entrare al mattatoio. 

venerdì 22 gennaio 2021

La frustrazione del carnista

 


Oggi voglio perdere qualche minuto a provare ad analizzare quel fenomeno cui assistiamo spesso noi persone vegane.

Il fenomeno è quello di ricevere, sotto ai nostri post sullo sfruttamento animale, commenti del tipo: "Ah, stasera mi mangio una bella bistecca al sangue!", oppure altri in cui vengono postati, senza aggiunta di parole, fotografie di maiali arrostiti, grigliate varie ecc. Come se, peraltro, in vita nostra, non avessimo mai visto foto di maiali arrostiti... Basta fare un giretto all'interno di un supermercato per vedere corpi di animali confezionati o appesi al gancio di una macelleria. Quindi dove sarebbe la novità? Cioè, che tipo di informazione pensa di darmi la persona che commenta così? Che gli animali continuano a venire sfruttati e uccisi? Beh, lo sappiamo.

Purtroppo non lo fanno soltanto i troll, ma anche amici e conoscenti e persone che reputiamo intelligenti.

(Beh, a volte si tratta anche semplicemente di idioti, ma non è su queste che vorrei soffermarmi).

Non so cosa sperino di ottenere, probabilmente infastidirci e allora  spendiamo due minuti anche sul fenomeno di chi gode nell'infastidire gli altri, come se questo potesse portare chissà quale arricchimento nelle loro vite o sottrarli alla frustrazione che stanno provando in quel momento.

Di recente in un commento a un post di un mio blog, una persona ha scritto "Stasera mi farò una bella pizza al gorgonzola e salame dolce", mancava poco che aggiungesse "alla faccia tua". 

Non so cosa sperasse di ottenere con questo commento, forse la possibilità che le mie convinzioni franassero o suscitarmi invidia o cosa? Sicuramente infastidirmi. Ma infastidirmi per cosa, dal momento che sono perfettamente consapevole di esser parte di una minoranza esigua e so benissimo che nel mondo è ancora considerato normale uccidere e sfruttare animali anche se non c'è più necessità alcuna di farlo?

E veramente il piacere di qualcuno può risiedere nell'infastidire gli altri?

Che vita povera che dev'essere! Io provo piacere quando mi realizzo, quando porto a termine un mio progetto, quando sono felice insieme alle persone che amo, quando faccio qualcosa che mi piace, di certo nei miei desideri di autorealizzazione non c'è quello di infastidire gli altri.

Peraltro il fastidio dato da questi commento è minimo perché più che di fastidio si tratta di un sentimento di disagio e pena per queste persone. Disagio e pena scaturiti dal fatto di assistere a qualcosa di totalmente insensato e stupido.

Io ho mangiato il salame in passato, so cosa sia, mi piaceva anche parecchio, ma quando ho riflettuto a lungo sul tipo di violenza che è necessaria a produrlo, ho deciso che l'attaccamento a un sapore e a un'abitudine non sono più importanti del diritto alla libertà e alla vita di un maiale. E poca importa il modo in cui questo maiale venga allevato e ucciso, è importante invece che continui a vivere e a soddisfare tutti gli interessi tipici della specie cui appartiene, anche se a noi sembrano interessi di poco conto. 

Quello che le persone che lasciano questi commenti forse non comprendono è che noi non rimpiangiamo il fatto di non poter più mangiare bistecche o salame, non ci appare come una rinuncia, esattamente come non ci è mai sembrata una rinuncia non mangiare cani e gatti, bere latte di gatta o mangiare uova di pavone.

I maiali, i polli, i pesci, il latte di mucca, le uova delle galline non li vediamo più come cibo, come prodotto da consumare. Vediamo i polli e le galline e i pesci per quello che sono: esseri intelligenti e capaci di fare esperienze del mondo, esperienze diverse dalle nostre, ma lo stesso piene di significato e valore.

Gli altri animali si mangiano per cultura, per tradizione, perché così ci insegnano da quando nasciamo e ovviamente i prodotti animali vengono messi in commercio per ottenere profitto. 

Tra produttore e consumatore c'è il solito patto della domanda e dell'offerta. Gli animali vengono visti come prodotti. 

 Oltre a questo desiderio di infastidire, c'è dell'altro: sicuramente quello che questi commentatori stanno mettendo in atto è un comportamento di difesa della loro identità carnista e specista. 

Di fronte all'informazione di poter fare un certo tipo di scelta, cioè affrancarsi dal consumo di prodotti che provocano molta sofferenza agli animali - e questa scelta viene presentata attraverso le nostre testimonianze - queste persone si sentono attaccate e giudicate (anche se l'intento del post è magari solo quello di informare sulle procedure di una pratica) e quindi avvertono il bisogno di difendere quella che a loro continua ad apparire come normalità. È una reazione comprensibile, anche se molto superficiale e immediata.

Quello che ci vogliono dire è: noi siamo normali, voi siete pazzi. 

Certo, una scelta così di nicchia che mette in discussione tutto quello che crediamo sia normale - e lo crediamo pure perché supportato da una maggioranza - noi appariamo come dei pazzi estremisti perché va bene amare gli animali, ma addirittura smettere di mangiarli pare un po' troppo. 

Ma se è possibile, perché appare troppo? Appare troppo perché se veramente dovessero ammettere che quello che si fa da secoli è sbagliato, allora dovrebbero rivedere tutte le loro scelte e in primis autogiudicarsi. La domanda che si dovrebbero fare è: davvero con i miei comportamenti e le mie scelte quotidiane sono corresponsabile di tanta sofferenza provocata agli animali e parte di un sistema che annienta migliaia di esistenze e maciulla migliaia di corpi in un batter di ciglio?

Siccome la risposta farebbe troppo male perché a tutti piace pensarsi come brave persone che non arrecano dolore ingiustificato, allora si fa ricorso a tutte le solite obiezioni speciste che conosciamo (e che la letteratura antispecista ha smontato radicalmente). 

In sostanza, il commento "Bistecca tutta la vita!" o la foto della grigliata non è altro che la resa di fronte all'incapacità di approfondire la realtà e le dinamiche che regolano i rapporti tra i viventi, nonché il rifiuto di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e delle proprie scelte. 

La foto dell'animale grigliato ribadisce l'ovvio. "Gli animali si mangiano perché si sono sempre mangiati, e non mi importa di approfondire se si possa o meno fare in modo diverso o di conoscere la loro sofferenza, continuo a farlo perché posso farlo, perché è facile, perché la legge me lo consente e tu che invece mi stai suggerendo altro meriti di sparire e di essere ridicolizzato e bullizzato".

Il bullismo, di qualsiasi tipo e in qualsiasi contesto, è sempre un meccanismo di difesa, una risposta, ma non dà soddisfazione piena perché non costruisce nulla, non cura ferite e traumi precedenti, ma si basa solo sull'immediata gratificazione di saper di aver ferito gli altri che, per un attimo, vengono quindi trascinati sullo stesso piano di disagio di chi colpisce. Una sorta di ricerca di malessere condiviso. Come a dire, io sto male, provo disagio, ora ti ferisco, ti bullizzo, così stai male anche tu; e questa momentanea consapevolezza pare alleviare momentaneamente il proprio, di dolore, ma in realtà lo sposta soltanto.

Le persone che più insistono con questo tipo di commenti a volte sono proprio quelle che maggiormente sentono il disagio delle conseguenze delle loro scelte, si sentono in colpa, comprendono di essere responsabili, ma poiché, per vari motivi, non riescono a cambiare, se la prendono con chi invece è cambiato.

Il senso di colpa si trasforma in rabbia e odio. 

Senso di colpa verso gli animali, senso di colpa, impotenza e inadeguatezza verso chi è riuscito a cambiare e ha dimostrato di fare delle scelte adulti e consapevoli. 

Per questo noi vegani diamo così fastidio e infastidiamo: con la nostra presenza ricordiamo agli altri che quello che facciamo agli altri animali è sbagliato e gli provoca sofferenza, ma soprattutto che si può cambiare e agire diversamente. Siamo testimoni scomodi perché facciamo appello a convinzioni profonde e le sradichiamo con la nostre semplici scelte quotidiane.

Mangiamo piselli anziché una bistecca. Si può fare e lo facciamo responsabilmente perché abbiamo detto no alla violenza sugli animali.

sabato 16 gennaio 2021

Bipensiero e riscrittura della storia

 In 1984 di Orwell la storia veniva completamente riscritta in base alla propaganda del partito attraverso un rimaneggiamento continuo della stampa e dei libri. Così la versione ufficiale era sempre e solo una e se a un certo punto ci si alleava con un paese con cui precedentemente si era stati in guerra, tutto quello che era avvenuto prima - le notizie delle battaglie, degli scontri commerciali ecc. - veniva cancellato.

Certo, le persone a volte si ricordavano, ma, e in questo consisteva il bi-pensiero, mentivano a loro stesse in un esercizio costante di negazione della propria memoria e fede assoluta in quella che era la versione ufficiale rinnovata.

Chi non lo ha mai letto, faccia uno sforzo e si immerga nelle pagine di questo meraviglioso romanzo, scritto con una prosa divina, pieno di inventiva e genialità.

Credo di aver già parlato di 1984 anche qui sul blog, sicuramente l'ho fatto sui social e ne parlo oggi perché ho appena letto un articolo in cui si dice di voler rimuovere dal famoso film Mamma ho perso l'aereo la scena con il cameo di Trump.

Ora, per quanto la politica e le idee di Trump siano lontane anni luce dalle mie e per quanto sia un personaggio maschilista, razzista, volgare e anche abbastanza ridicolo (per lo meno per il mio senso estetico), non mi piace affatto questa forma di censura nei suoi confronti. La trovo pericolosa perché le idee e i personaggi pericolosi non si combattono censurandoli, oscurandoli o facendone sparire la presenza dai media e dai film, ma criticandoli e opponendovi idee migliori e più ragionevoli. 

Trump era presente in un film? E allora? Si vede che all'epoca il gusto popolare accoglieva accoglieva con divertimento il fatto e si vede che la sua persona non costituiva un problema, altrimenti il film non avrebbe avuto il successo che ha. 

Poi Trump è entrato in politica e si è dimostrato un razzista, ma la storia è storia, anche quella cinematografica e letteraria e non va rivista a posteriori altrimenti diventa censura e un tipo preciso di censura, simile a quella esercitata dai regimi totalitari.

La storia del cinema e della letteratura è piena di opere razziste e maschiliste o di propaganda, per non parlare dello specismo presente ovunque, ma ogni opera va contestualizzata al periodo in cui è stata realizzata. 


Non potevo non comprarlo!

 

Andavo alle medie e nel primo pomeriggio mi piazzavo sulla grande poltrona nera davanti alla TV insieme a Bubes, il pinscherino color nocciola sempre freddoloso che immancabilmente si infilava sotto al maglione. Mi sintonizzavo su Quinta Rete e da quel momento la mia esistenza entrava in una dimensione parallela. Guardavo un po' tutta la programmazione dei cartoni dell'epoca, Jeeg Robot, Mazinga, L'ape Magà, ma la grande attesa era per Candy Candy, mito indiscusso delle ragazzine (e anche qualche ragazzino) della mia generazione. La mattina successiva all'episodio in cui morì Anthony, i professori in classe ci chiesero come mai avessimo quei musi lunghi, sembrava che veramente avessimo perso un amico. All'epoca non c'erano le serie TV, a parte Dallas che era un mix tra soap opera e serial, ma Candy, con i suoi cliffhanger e focus sulle dinamiche sentimentali dei personaggi conteneva già tutti gli elementi per tenere gli adolescenti incollati allo schermo. In breve uscì anche tutto un merchandising dedicato, io avevo l'album delle figurine, e in classe disegnavamo i vari personaggi sul diario. Infatuate dei personaggi maschili, facevamo il tifo per questa o quella coppia, sognando magari di incontrare qualcuno che assomigliasse al bel principe della collina o al tenebroso Terence. Sullo sfondo la prima guerra mondiale e la società dell'epoca, cenni storici didascalici, certamente, ma senza risparmiare ombre e dolori. Lo scorso dicembre è uscito il romanzo scritto da una delle autrici dell'anime originale, peraltro con il vero finale, che è diverso da quello che venne lasciato intendere nel doppiaggio mandato in onda da noi.

Ci sono storie e personaggi che hanno fatto parte della nostra crescita, che in qualche modo ci hanno formato, e non importa quanti anni si abbiano, rimangono come dei luoghi mentali a cui tornare, magari per osservarli da prospettive diverse o perché, semplicemente, sono luoghi rassicuranti, in cui ci sentiamo a casa. Un po' come accade in certi sogni ricorrenti.

mercoledì 13 gennaio 2021

Di polli e avocado

 Sono in un gruppo su Facebook di ricette vegan.

Una persona posta una ricetta per fare dei toast vegani e tra gli ingredienti ci sono pomodori pachino e avocado.

Interviene un utente affermando che non è abbastanza vegan usare avocado e pomodorini perché hanno un costo ambientale elevato. Gli fanno presente che comunque sono avocado coltivati in Italia e che non sempre si riesce ad acquistare a km. 0. Il tizio, piccato, risponde che è ipocrisia e che sicuramente, allora, ha meno impatto ambientale il pollo a km 0 che compra ogni tanto.

Purtroppo si confondono due teorie diverse, quella ecologista e quella antispecista (di cui il veganismo è conseguenza ovvia), finendo per considerare polli e avocado alla stessa stregua, trattandoli come se entrambi fossero alimenti vegetali di cui calcolare l'impatto ambientale.

Il pollo però è qualcosa di più di un semplice coefficiente ambientale di cui calcolare benefici e costi in termini di impatto ambientale, il pollo è un CHI, è un essere senziente e ha quindi un valore irriducibile inerente al suo essere individuo unico.

Sicuramente tra gli argomenti indiretti in favore del veganismo c'è anche quello del minor impatto ambientale rispetto a un'alimentazione basata sul consumo di animali e quindi su allevamenti che consumano risorse idriche, di terreni e inquinano, ma sono appunto questioni secondarie che riguardano gli effetti del veganismo e non la sua definizione, significato e storia.

Il veganismo è una scelta etica di opposizione allo sfruttamento e uccisione degli animali per questioni di giustizia e rispetto e riconoscimento della loro individualità. Degli eventuali effetti positivi si può parlare e discutere, ma mai e poi mai si possono paragonare polli, pesci o mucche a pomodori e carote. 

E no, il presunto pescatore asiatico che pesca con metodi meno invasivi in termini di rispetto ambientale non è più vegano dell'occidentale che compra un burger al supermercato perché sicuramente se si sfruttano, uccidono e mangiano animali NON si è proprio per niente vegani.

E sì, il toast con avocado e pomodori è perfettamente vegan, a prescindere dall'impatto ambientale di pomodori e avocado.

venerdì 8 gennaio 2021

"Anche quella dei pesci è carne"

 


Il pensiero della sofferenza degli animali entra spesso in maniera prepotente anche nei miei sogni (e del resto come non potrebbe?). 

Stanotte mi trovavo in Sicilia, su una spiaggia bellissima, il mare era azzurro, la sabbia morbida, il sole caldo ma non insopportabile.

A un certo punto approda sulla riva un peschereccio, colmo di pesci agonizzanti e di piccoli tonni già morti, decapitati, immersi nel loro sangue.

Inizio a urlare alle persone in spiaggia e gli chiedo come possano consentire tutto questo, ma l'incubo si aggiunge all'incubo perché queste persone sembrano non capire, parlano con atroce indifferenza di fritture e di spaghetti agli scogli, qualcuno ride, altri si voltano e si rimettono a prendere il sole. 

Solo una famiglia, accanto al mio ombrellone, interviene dicendo che in effetti è vero, causiamo tanta sofferenza; la figlia, una ragazzina, dice: "Anche quella dei pesci è carne.". 

Il sogno si chiude con la famiglia che mi chiede consigli su come diventare vegana. 

Nel nuovo anno mi riprometto di parlare di più dei pesci, dei tonni, dei polpi, di tutti gli abitanti marini che vengono trucidati senza pietà o tirati su con le reti e poi lasciati agonizzare per ore. 

Le immagini le ho prese da un articolo di un giornale che si chiama IlSicilia.it in cui si dice che "La mattanza sia qualcosa di più di una semplice battuta di pesca, è tradizione millenaria che non si dovrebbe perdere perché è cultura e identità di un popolo, è rito che sconfina nel sacro e nel religioso ma è anche allegoria dell’esistenza attraverso il trionfo della morte che spinge l’uomo, alla vana ma allo stesso tempo incessante e costante lotta con la natura. È lo spettacolo della vita nei tratti forse più macabri e crudeli ma anche affascinanti.". 

Io dico che invece è la cultura specista in tutto il suo macabro splendore.

Metto il link qui per chi volesse andare a leggerlo: https://bit.ly/2JVP87j