sabato 16 giugno 2018

Ancora di donne e animali

Questa cosa di giudicare e imputare responsabilità alle vittime anziché agli oppressori deve finire. 
Ripetete con me: se una donna viene uccisa, non è colpa sua. Se una donna viene stuprata, non è colpa sua. Se viviamo in una società patriarcale non è colpa delle donne. Se un animale viene portato al macello, non è colpa sua. Se un animale vive dentro un allevamento lurido non è colpa sua, non è perché gli piace così.

Femminismo e maschilismo non sono la stessa cosa: il primo è movimento teorico e pratico di liberazione da una forma di oppressione millenaria, e questa forma di oppressione millenaria è, guarda caso, proprio il secondo. 
Antispecismo e specismo non sono la stessa cosa: il primo è un movimento teorico e pratico di liberazione da una forma di oppressione millenaria e questa forma di oppressione millenaria è, guarda caso, proprio il secondo.

Pensare che un animale schiavizzato stia bene come sta perché non metterebbe in gioco abbastanza risorse per liberarsi è stupido; pensare che alle donne piaccia essere oppresse perché spesso sono le prime ad essere accondiscendenti è altrettanto stupido: significa non tener conto dei danni psicologici che provocano migliaia di anni di oppressione e dei condizionamenti radicati a livello sociale e interiorizzati a livello psicologico che spesso rendono difficile che una vittima sappia di esser tale. Ma, per fortuna, il femminismo e l'antispecismo è questo che fanno, cioè mettono a nudo e rendono comprensibili queste dinamiche di potere e oppressione millenarie: negarli, ostracizzarli, significa essere parte del problema, significa voler mantenere intatte queste strutture e dinamiche di potere.

Siate dalla parte delle donne, siate dalla parte degli altri animali. Abbiate il coraggio di rompere le catene e smettete di essere parte degli anelli che le compongono.

sabato 9 giugno 2018

Di sessismo e specismo

I pregiudizi sulle donne si basano spesso sulla discriminazione degli altri animali: donne stupide come galline, come oche, troie (la troia è la femmina del maiale), vacche e via dicendo. Le oppressioni e le discriminazioni sono tutte collegate e procedono per associazione e analogia. Prima si svilisce il non umano, poi si paragonano altri soggetti umani (che siano donne, immigrati, gay, lesbiche) agli animali per giustificarne l'oppressione. Se una femminista o qualsiasi altra persona che lotta contro i pregiudizi e le oppressioni non capisce questi collegamenti difficilmente avrà gli strumenti per combattere pure la sua stessa oppressione.

venerdì 8 giugno 2018

Paraventi intellettuali

Spesso, per regolamentare o edulcorare una pratica di sfruttamento, si fa strumentalmente ricorso ai casi eccezionali o alla complessità della questione in sé. In realtà è un paravento intellettuale molto furbo che permette di nascondere le proprie vere idee a favore di questa o quella pratica di sfruttamento.

Alcuni esempi di questo paravento intellettuale: 
- "alcune donne scelgono di prostituirsi, per cui la prostituzione non è sempre sfruttamento". Ammesso e non concesso, ciò non rende la pratica in sé dello sfruttamento e mercificazione del corpo femminile meno evidente e reale e non trasforma per magia il sistema prostituente in un'opera di benevolenza;

- "ma esistono anche le uova del contadino". Ammesso e non concesso che sia vero che ci sia così grande disponibilità di uova del contadino (a quanto pare ognuno ha un contadino per vicino di casa), cioè non rende lo sfruttamento degli animali una pratica meno ingiusta, da condannare senza se e senza ma, né può impedire di prendere una posizione chiara, netta, inequivocabile;

- questione "utero in affitto". Ammesso e non concesso che ci siano casi di donne che scelgano di aiutare la loro sorella, amica, cugina portando avanti una gravidanza al posto loro, senza chiedere nulla in cambio e quindi non per bisogno di denaro, questo non vuol dire che la mercificazione dell'utero della donna (e del bambino, trattato anche lui come oggetto) sia meno grave.

Insomma, i casi limite non costituiscono argomentazioni valide, né a sostegno, né contro una pratica. Bisogna essere onesti intellettualmente e sviscerare la pratica in sé per arrivarne al nocciolo e poi decidere da che parte si vuole stare, altrimenti si cade nel qualunquismo e pavidità nell'esprimere le proprie posizioni, nella migliore delle ipotesi; nella disonestà intellettuale, nella peggiore.

domenica 3 giugno 2018

Le parole contano!


È fondamentale parlare sempre degli animali come individui e non come cibo. 
Le parole che usiamo afferiscono a determinate aree semantiche diverse e richiamano per associazione altri termini legati a quella di appartenenza (vi ricordate il giochino delle parole che facevate da piccoli, quello in cui un bambino dice una parola e il bambino successivo ne dice un'altra per associazione?) e tutti insieme concorrono a esprimere o rafforzare un determinato concetto. Quando parliamo di "carne" inevitabilmente la mente del nostro interlocutore va a tutta una serie di questioni che ci riconducono - come in un loop - al concetto di cibo, e quindi alla salute, al ferro, alla B12, al biologico, all'igiene, alla salubrità del prodotto, agli antibiotici, alla sicurezza alimentare, all'asetticità della macellazione, al rispetto delle norme sulla produzione ecc.; in questo modo non ci allontaniamo di un centimetro dalla concezione dell'animale come prodotto. L'animale come individuo sparisce, rimane un referente assente, e al suo posto c'è la merce, il cibo, il prodotto. Ovviamente il messaggio che le persone recepiranno più facilmente è quello che sia legittimo e normale considerare gli animali come prodotti in quanto è quello che, come scrivevo nel post di ieri, conferma il sistema di credenze in cui siamo cresciuti. Nominare la realtà con le parole corrette è importantissimo. La realtà che vediamo è quella che noi nominiamo. Le cose cominciano a esistere solo quando gli troviamo un nome e le definiamo. Se continuiamo a parlare della carne e degli animali come cibo, gli individui resteranno sottotraccia, in un non detto inesprimibile che li condanna all'invisibilità di sempre. E poiché noi siamo immersi in una ragnatela di significati, il termine giusto al posto e momento giusto può contribuire a far cadere le lenti del carnismo e a farci cogliere la possibilità di parlare degli animali e non della carne o di cosa mangiamo noi vegani.

Allo stesso modo le singole campagne welfariste promosse con la scusante dei "piccoli passi" in realtà rassicurano la collettività sul fatto che possa esistere il benessere animale in un sistema che ne legittima il loro uso (e comunque il benessere animale è sempre funzionale al miglioramento del prodotto e non delle condizioni degli animali). Vero che alcune associazioni dichiarano di lavorare comunque in finalità dell'obiettivo ultimo della liberazione animale, ma di fatto si comportano esattamente come l'industria che divulga l'enorme mistificazione del benessere e rispetto degli animali.
Quando parliamo di libertà, parliamo innanzitutto di libertà e autodeterminazione nell'agire, di inviolabilità dei corpi da qualsivoglia dominio e controllo istituzionale. Dal momento invece che l'industria della carne, del latte, delle uova, delle pelli, pellicce, del divertimento ecc. detengono un potere e dominio assoluto sulle esistenze degli animali, questo dominio non può essere affatto scalfito o alleggerito da misure protezioniste, giacché, al di là del metodo della schiavitù e sfruttamento, è la schiavitù e lo sfruttamento stesso che privano l'individuo della sua libertà ed esistenza; inoltre, sempre per il discorso semantico di cui sopra, si rassicura la collettività sul fatto che si possa continuare a fare come si è sempre fatto: allevare e mangiare animali, considerarli oggetti su cui lucrare sopra e via dicendo.

sabato 2 giugno 2018

Via la maschera!


Se bastasse raccontare alle persone la realtà dello sfruttamento degli animali per convincerle di quanto sia ingiusto, come se ciò fosse un processo razionale, allora probabilmente saremmo già sulla buona strada perché l'unico vero ostacolo da combattere sarebbe quello economico delle lobbies e delle aziende che lucrano sugli animali. Potremmo comunque contare su una massa crescente di persone convinte - e convinte poiché raggiunte dall'informazione corretta - disposte a lottare. 
Ma i processi cognitivi non sono del tutto razionali. Le persone, generalmente, cercano conferma del proprio sistema di valori. Nessuno ama sentirsi dire che con le proprie scelte sta in realtà partecipando alla violenza sugli animali. Perché nessuno definirebbe sé stesso come una persona violenta in generale. Così, sostanzialmente, quando comunichiamo, nella stragrande maggioranza dei casi, ci troviamo di fronte a un blocco pressoché inespugnabile, che è dato dall'insieme dei pregiudizi e delle menzogne sugli altri animali, dalla necessità del mangiar carne e dalla definizione di noi stessi in quanto specie e in quanto individui singoli. 
Ora, quando qualcuno si trova di fronte a qualcun altro che sta mettendo in discussione tutto ciò, la sua prima reazione è di entrare in una modalità di "congelamento" dei propri canali ricettivi in quanto, ciò che sta ascoltando, primo, non conferma le proprie certezze, secondo, provoca una frattura dolorosa, quella che viene definita dissonanza cognitiva, ossia un indebolimento delle proprie strutture mentali - e della propria idea di sé stesso - che fino a quel momento potevano poggiare sulla sicurezza di un tappeto solido composto dall'insieme di scelte corrispondenti ai propri valori morali. Ciò che disturba di più le persone è sapere di fare cose non in linea con i propri principi morali, tant'è che quando "deviano" dalla propria personale idea di giustizia si danno un gran da fare per cercare tutte le giustificazioni possibili (non avevo scelta, sono stata costretta dalle necessità, l'ho fatto per un fine superiore: è ciò che si racconta chiunque prenda una decisione che non è in accordo con i propri valori più profondi).
La messa in discussione di ciò che si è sempre ritenuto giusto, esige una risposta mentale veloce: prendere atto di aver fatto scelte che si pensavano giuste, ma che non lo erano, e quindi cambiare di conseguenza; oppure, la via più facile, negare e rimuovere la nuova realtà che viene presentata per non scardinare le radici su cui è stata fondata anche la propria identità, dal momento che noi siamo anche quello che facciamo e ci definiamo in base alle scelte etiche e morali che prendiamo ogni giorno.
Per questo non basta raccontare a una persona cosa accade agli animali per riuscire a ottenere una sua presa di posizione immediata. Non è così semplice. Per scalfire credenze così radicate servirebbe, primo, una controinformazione talmente capillare e martellante, paese per paese, piazza per piazza, vicolo per vicolo, giorno dopo giorno e protratta nel tempo da fare in modo che la realtà si sostituisca alla menzogna radicata. Secondo, questa campagna massiccia e capillare dovrebbe comunque arrivare a sostituire quella pervasiva dell'industria che lucra sui corpi degli animali e che trova un terreno fertile di ascolto, non solo per l'enormità di mezzi e forze messe sul campo, ma soprattutto perché è più rassicurante e confortante in quanto conferma e rafforza il sistema di credenze culturali in cui siamo nati e cresciuti.

Poi c'è un secondo ostacolo: vero che l'oppressione sugli animali è sostanzialmente di tipo economico e politico, ma è anche vero che per giustificarla abbiamo dovuto, come specie, inventarci tutta una serie di attributi negativi, funzionali all'oppressione da una parte, e tutta una serie di attributi positivi, funzionali a innalzarci come specie superiore che fa cose giuste, dall'altra. Ora, poiché il nostro cervello è plastico, queste pratiche di oppressione e dominio si sono in un certo senso naturalizzate, ossia sono diventate parte fondante delle nostre strutture identitarie profonde. E per scardinarle serve qualcosa di più di una controinformazione capillare. Se tutto andasse bene, ossia se non avessimo le risposte continue ancora più convincenti dell'industria della carne, ci vorrebbero comunque decenni. 
Quindi stiamo combattendo non solo contro chi lucra sugli animali, ma contro la nostra stessa definizione di umani. E questo è un lavoro che enorme, che, come ho già avuto modo di dire altre volte in passato, è culturale in senso ampio e va fatto senza tralasciare nessun campo delle attività umane.

Due cose vanno fatte: combattere il mostro economicamente, cambiare l'identità individuale e collettiva della nostra specie. 
Come accelerare questo processo, dal momento che ci sono individui che soffrono costantemente e vengono uccisi ogni secondo?

Sappiamo che si è disposti a cambiare più facilmente quando viene meno il consenso sociale. Quando quello che facciamo ottiene giudizi negativi. La collettività cambierà quando sull'atto di addentare una salsiccia si abbatterà lo stigma sociale. Per molti, legalità equivale a giustizia. Penalizzare chi fa certe cose, d'altro canto invece serve a rafforzare lo stigma sociale.

Forse dovremmo iniziare a lavorare di più sul fattore dello "stigma sociale". Sul formare un movimento, anche se in minoranza, che si fa sentire di più e che chiede cose precise. 
Vi racconto un piccolo aneddoto per chiudere: durante l'ultimo presidio NOmattatoio a Passo Corese siamo stati tre ore a osservare, in un forte dissenso silenzioso, il lavoro dei macellai che entravano e uscivano dal mattatoio. Alcuni di loro hanno reagito con rabbia (scherno, derisione, aggressività verbale) perché sapevano che qualcuno li stava giudicando. Per un attimo, nel breve lasso di tempo di una mattinata, qualcuno gli ha mostrato un'altra prospettiva dalla quale osservare le loro azioni. Il fatto che uno di loro, davanti a noi, abbiamo sentito l'urgenza di schernire degli agnellini, significa che per un momento ha comunque visto quegli agnellini per quello che sono, ossia individui e non prodotti. La derisione e lo scherno sono funzionali all'oppressione, giacché non si può opprimere senza svilimento dell'altro. Ma se si sente il bisogno di svilire, significa che l'altro non è ancora del tutto oggettificato. Dobbiamo inserirci lì. Cogliere il tentennamento, l'esitazione e poi rovesciarci sopra tutto il nostro stigma sociale.
Abbiamo avuto fin troppa paura di apparire come moralisti, come fanatici di una setta, come aggressivi, come estremisti. E così abbiamo giocato al ribasso. 
Ora è tempo di alzare la posta in gioco. Non siamo noi che dobbiamo temere lo stigma e l'accusa di estremismo, ma gli altri.

Mi piacerebbe che un giorno i carnisti divenissero, metaforicamente parlando, portatori di una lettera scarlatta sul petto, una lettera di infamia e vergogna per ciò che fanno. Non è moralismo (anche se mi rendo conto che ho usato una metafora estrapolata da un noto romanzo che diceva l'esatto contrario, ma in quel caso a ragione in quanto Hawthorne metteva in guardia dal moralismo del puritanesimo, mentre la mia è una riappropriazione semantica che ne distorce il significato originario), ma battaglia di giustizia sociale perché mangiare i corpi degli animali non può essere definita semplicemente una scelta personale in quanto ci sono altri soggetti coinvolti: le vittime.

Perché temiamo così tanto di essere definiti "giudicanti"? Sì, giudichiamo, ma ci teniamo sempre a specificare che non stiamo giudicando le persone, bensì la pratica di sfruttare e mangia animali. Questo perché altrimenti verremmo tacciati di moralismo, ossia di giudicare qualcuno per ciò che fa e non semplicemente quello che fa, lasciando intatta la sua persona, senza lasciare che venga sfiorata dal giudizio; ciò avviene in parte perché anche noi abbiamo mangiato animali e perché continuano a farlo persone cui vogliamo bene e che stimiamo in altri campi.
E non vogliamo alienarci chi amiamo e dalla società.

In questo modo però continuiamo a scindere e a giustificare, a considerare inferiore la nostra battaglia (tanto che per darle dignità dobbiamo sempre associarla ad argomentazioni indirette e ad altri movimenti di liberazione) e a rafforzare inconsciamente lo specismo. 
Insomma, scindereste una persona nazista da quel che ha fatto? Direste mai, ha fatto una cosa terribile e sbagliata, ma nel complesso era una brava persona? 
Eppure riguardo quello che vien fatto agli altri animali tendiamo sempre a dare troppe giustificazioni, troppe attenuanti. 
A volte servono per strategia, ma spesso le diamo perché noi in primis ci vogliamo autoassolvere per quel che abbiamo fatto e vogliamo assolvere chi ci sta accanto. 
E, soprattutto, ho come il dubbio che lo facciamo anche perché a nessuno di noi piace davvero pensare a quanto schifo facciamo come specie. 
È tutto un prendere le distanze. Tutto un giustificare. Tutto un parlare di redenzione e progresso morale. 
E se fossimo davvero dei mostri? Non tutti, ovvio. Ma il cervello è plastico e a forza di opprimere, mentire, ingannare, mistificare, dominare siamo, di fatto, diventati dominatori, oppressori, assassini. 
Ci sono azioni e pratiche di una gravità talmente enorme che inquinano e contaminano la persona che le compie. L'assassinio è una di queste. La violazione dei corpi altrui è un'altra di queste. Le molestie, le violenze, le torture, le uccisioni non sono azioni come le altre, non sono azioni neutre. Le abbiamo giustificate per troppo tempo perché è ciò che, come specie, facciamo dalle origini. E questo ci fa immensamente paura. Ci fa paura ammettere come siamo.
Temiamo di dire al vivisettore che è un assassino perché se ci guardiamo allo specchio temiamo di esserlo un po' anche noi e quindi giustifichiamo gli altri per giustificare un po' anche noi stessi, dal momento che siamo tutti coinvolti. 
Vorrei che riflettessimo su questo. 
Su quanto siamo indulgenti con gli altri perché proviamo vergogna per ciò che siamo come specie. E questa vergogna la copriamo con una maschera.
Ma è da qui che dobbiamo partire. Dal fare i conti con noi stessi e con quella che, a forza di praticarla (ricordate: il cervello è plastico) è diventata la nostra natura. Non è uno stigma irreversibile. Ma dobbiamo ammetterlo e accettarlo.

Io ho potuto scegliere di diventare vegana e antispecista solo dopo aver provato un'immensa vergogna per ciò a cui, con le mie scelte, stavo collaborando.

La vergogna è il sentimento che ci salverà.

lunedì 28 maggio 2018

Stupri a pagamento


Ieri sono andata ad ascoltare una conferenza, organizzata da Resistenza Femminista, sull'industria del sesso e la tratta delle schiave. Hanno preso la parola diverse relatrici, tra cui anche due donne che sono riuscite a fuggire dal mondo della prostituzione. 
Difficile adesso riassumere tutto in un post, ma la cosa più importante che mi è arrivata (fatto di cui ero già convinta) è che liberalizzare la prostituzione sarebbe un'ulteriore condanna per le donne sfruttate, come si sta osservando in Germania e in Nuova Zelanda; in questi modelli di liberalizzazione gli unici che vengono tutelati sono i clienti e gli sfruttatori; clienti cui è concessa praticamente ogni cosa per il solo fatto che pagano una merce e più sono disposti a pagare e più si sentono in diritto di usare quella merce nel modo che più gli aggrada; al contrario, il modello nordico che penalizza papponi e clienti è quello più auspicabile. Non si tratta, come pensano a torto alcuni di moralismo, ma di porre fine alla "normalizzazione" del comprare un corpo per violentarlo. 
Per tutte le altre considerazioni e per capire meglio di cosa si stia effettivamente parlando quando si parla di prostituzione (un mondo su cui, come quello della pornografia, circolano molti miti e fantasie per nulla corrispondenti alla realtà, tra cui la "normalizzazione e naturalizzazione") vi consiglio di leggere il libro testimonianza di Rachel Moran dal titolo "Stupri! A pagamento - La verità sulla prostituzione", in cui, attraverso la sua testimonianza, un racconto doloroso e molto lucido, fa un'accurata e spietata analisi non solo di quel mondo, ma anche della società e dei meccanismi spietati che conducono determinate ragazze alla (non)scelta di vendere il loro corpo. Uno stile di vita - lei si rifiuta di chiamarla professione - che annichilisce e distrugge corpo e mente e che porta inevitabilmente con sé dipendenze e traumi psichici. La violazione della propria intimità sessuale è un trauma ripetuto da cui queste ragazze si dissociano mentalmente con gravi ripercussioni sulla psiche e diventano poi incapaci di sentirsi parte della società, convinte che non siano degne di appartenervi; attenzione a questo punto, il tema dell'alienazione sociale è dirimente; una società che, di fatto, le considera rifiuti, scarti e a cui i clienti si rivolgono unicamente perché, pagando, si sentono in diritto di fare ciò che con una partner "normale" non farebbero mai. Uomini violenti o incapaci di avere relazioni sane. Uomini che amano proprio usare una donna come fosse un oggetto. Ma tutto questo potrete leggerlo nel libro.

Un'ultima cosa: mi hanno colpito molte espressioni poiché sono identiche a quelle che usiamo nell'antispecismo. Espressioni come "prodotti", "merce", "uso", "consumo", "annullamento della volontà", "dominio totale sui corpi", "invisibili", "senza voce" e infine "carne felice"; sì, perché anche per quanto riguarda la prostituzione - lo sfruttamento e la violenza sulle donne più antichi del mondo - esiste l'illusione che possa esistere la prostituta felice, ovverosia un individuo totalmente umiliato e annullato nella sua volontà, identità, considerazione di sé e che di fatto è ridotto a un pezzo di carne, felice di essere usato. 
Vi parlerò del libro più approfonditamente dopo averlo finito.

venerdì 25 maggio 2018

Non sono un uomo facile


Immaginate una società in cui gli uomini vengano trattati e considerati allo stesso modo in cui oggi vengono trattate e considerate le donne. 
Oggetti del desiderio, condizionati a dover apparire belli, seducenti, in forma, a depilarsi, tingersi i capelli e le unghie, curarsi e vestirsi secondo i canoni della bellezza del momento; ossessionati dalla paura di ingrassare, oggetto di sguardi, battute e molestie femminili; relegati a ruoli lavorativi minori e considerati sciocchi e sentimentali; liquidati come "incapaci di stare al gioco e capire l'ironia" ogni qual volta provano a ribellarsi a una battuta sessista, a un comportamento sessista, a una frase sessista.
È la realtà parallela in cui, dopo una botta alla testa, si trova il protagonista maschile della commedia francese "Non sono un uomo facile": un film divertente in grado di coniugare leggerezza e profondità. 
Fa sorridere, ma mette a disagio perché, ribaltati sul genere dominante, i comportamenti e i valori della società patriarcale risaltano in tutta la loro ingiustizia. Ciò che appare naturale, ma che in realtà è cultura che è stata "naturalizzata" per il mantenimento del privilegio, viene messo a nudo ed evidenziato nella sua vera natura di oppressione.
Ho sempre pensato che per capire quanto sia realmente diffusa la discriminazione di alcuni soggetti bisognerebbe mettersi nei loro panni dalla mattina alla sera: essere loro, vivere come loro nel quotidiano e immaginare questo quotidiano nell'arco di una vita intera; in particolare, per quanto riguarda le donne, sin da quando la cultura della differenziazione di genere si imprime come un marchio nelle loro giovani menti facendole sentire sempre giudicate, inadeguate, mai abbastanza capaci, in poche parole, inferiori; e, quel che è peggio, portandole appunto a credere naturale tutto ciò, come se non fosse il frutto della cultura, ma una specie di stigma biologico. 
Questa commedia aiuta a mettersi nei panni delle donne, o meglio a vedere come la società le tratta. 
Non vi aspettate un capolavoro, ma non è un film stupido ed ha un finale perfetto.
La prime scene dal momento in cui il protagonista si trova catapultato nella realtà parallela sono anche le più emblematiche: improvvisamente diventa oggetto d'attenzione di sguardi femminili e mentre cammina per strada gli vengono rivolte frasi apparentemente ingenue, ma che ne reificano la persona e che sono fastidiose e umilianti per chi le subisce, anche se ci hanno insegnato e credere che siano "soltanto complimenti" e che magari dovremmo anche ringraziare e "stare al gioco" (ma il gioco di chi?): "ciao bambolina, che bel sorriso, complimenti alla mamma, bel culo, belle tette, e così via".

Piccola nota personale: ieri, mentre ero in una sala d'attesa, ho sfogliato una rivista femminile; una di quelle che ho sempre giudicato non impegnate, esempi di pessimo giornalismo, ma comunque abbastanza innocue. Invece improvvisamente è come se avessi preso la "pillola rossa" e visto la natura profonda di quelle immagini, linguaggio, pubblicità e ne avessi intuito la devastante pericolosità. Nulla è fatto a caso. Tutto manda un messaggio, più o meno recepibile a livello conscio. Queste riviste strumento di propaganda con cui l'ideologia maschilista e la società patriarcale di sempre definisce i ruoli femminili senza minimamente metterli in discussione. Ci si rivolge alle donne come se fossero esseri incapaci di pensare, scegliere, decidere. Gli si dice come vestirsi, quali prodotti devono comprare per essere belle e via dicendo. 
In particolare mi ha atterrito la risposta di una psicoterapeuta di coppia a una donna che lamentava il distacco del marito e la preoccupazione per averlo visto chattare con un'altra. La premessa era: abbiamo tre figli e dopo aver lavorato, cucinato, badato ai bambini, sono stanca e non riusciamo a fare sesso con una certa regolarità.
I consigli che questa psicoterapeuta le ha dato sono stati allucinanti, riassunti nella frase: pure se sei distrutta da una giornata di lavoro, accogli tuo marito vestita in modo carino, sorridente, non farti trovare in tutta, mettiti un po' di rossetto e dedicati anche a lui, non solo ai figli. Rivista del 2018, non degli anni cinquanta. Eppure non è cambiato nulla nella mentalità non solo maschile, ma anche di tante donne.
Lo trovate su Netflix.