lunedì 11 novembre 2019

Eden (ma paradiso per chi?)


Eden è tratto da una storia vera e racconta la storia di una ragazza americo-coreana che viene rapita in Nuovo Messico e deportata in Nevada per essere usata, insieme a tante altre, anche bambine, come oggetto sessuale: ossia viene prostituita.

Il film racconta dell'Organizzazione di cui è vittima, un'associazione a delinquere in cui lo sfruttamento delle ragazze prostituite affianca anche il traffico di droga e la vendita di neonati (le ragazze rimaste incinte vengono fatte partorire e poi gli vengono sottratti i bambini). Le ragazze, dopo qualche anno, sfiancate dallo sfruttamento e ormai troppo grandi per continuare a esercitare - perché i clienti vogliono sempre carne fresca e giovane - vengono poi fatte sparire, cioè uccise. Il tutto con l'aiuto di uno sceriffo compiacente e corrotto e di vari attori in gioco che si impegnano a far filare tutto liscio e a controllare il territorio.
Eden capisce che l'unico modo che ha per sopravvivere è allearsi con i suoi rapitori e schiavisti e dopo due anni di prigionia riesce a fuggire.

Ve lo consiglio perché il film offre una panoramica molto realistica dell'industria del sesso in Nevada, ma non solo. Ovviamente le ragazze, recluse dentro capannoni e accompagnate dai clienti di volta in volta, sono continuamente vessate e minacciate: minacciate di essere uccise se solo provano a raccontare ai clienti di non essere consenzienti o si mostrano sgarbate; gli vien detto che la loro famiglia verrà uccisa se solo provano a ribellarsi; drogate, picchiate, sottomesse nello spirito e nel corpo, alcune ancora bambine, comunque tutte minorenni.

L'analogia con gli allevamenti degli animali è sempre presente. Queste ragazze non sono più individui, ma oggetti per ottenere profitti. 

Si trova su Amazon Prime, ma essendo del 2012 penso sia facile reperirlo anche altrove. Aggiungo che il film non ha scene sessualmente esplicite, ma riesce benissimo a raccontare l'orrore e la disperazione che queste ragazze vivono.

mercoledì 6 novembre 2019

Se niente importa


Giorni fa io e mio marito siamo stati vittime di una truffa telefonica, per fortuna ce ne siamo resi conto praticamente quasi subito e siamo andati a sporgere denuncia.
Abbiamo quindi appreso che si tratta di truffe molto frequenti: praticamente ti chiamano spacciandosi per il tuo operatore (a me hanno detto proprio che era l'amministrazione della Telecom), ti dicono che a partire dal prossimo mese ci sarà un aumento di 15 euro o di un tot per cento sulla bolletta e quindi ti fanno una serie di domande trabocchetto a cui tu, ingenuamente, rispondi sì o no oppure "ho capito", "ne prendo atto"; in questo modo, tagliando vari pezzi della conversazione, ti fanno un nuovo contratto telefonico. Chiamando la Tim per avere conferma del tutto, ci è stato risposto che si era trattato appunto di una truffa perché loro (Tim) non fanno mai contratti o comunicazioni relative a eventuali aumenti tramite procedure telefoniche e ci hanno suggerito di correre subito a denunciare il tutto.
Al solito, parto da un aneddoto personale per arrivare a un ragionamento più ampio e che spero sia interessante per tutti voi.

Come sappiamo viviamo in una società e in un paese difficili: contratti precari, disoccupazione, sfruttamento, mancanza di obiettivi a lungo termine, ignoranza collettiva ecc.; tutto ciò favorisce imprenditori, piccoli, medi o grandi, ad approfittarsi delle persone in difficoltà. Lavorare nei call center è logorante e alienante e sicuramente coloro che accettano lo fanno poiché spinti da necessità. Ma rendersi complici di truffe solo per guadagnare pochi spicci - quanto danno per ogni contratto portato a termine? Trenta euro? - è comunque un atteggiamento infame e sbagliato. Non si può giustificare il truffatore (che poi spesso truffa persone anziane e sole che nemmeno si rendono conto di essere state truffate, salvo poi trovarsi addebiti onerosi sulla pensione) con la scusa che non si trova lavoro, che sono tempi difficili, che bisogna pur guadagnare. Perché, di nuovo ri-cito Safran Foer (o meglio, sua nonna), "se niente importa", allora veramente mangiamoci tra di noi e facciamo prima.

Tutto questo per arrivare anche al discorso dei macellai o di chi svolge altri lavori che comportano violenza su altri esseri viventi. Se niente importa, se c'è necessità di lavorare, se la società fa schifo, veramente siamo autorizzati a fare di tutto?

Ora, so bene che una truffa è una truffa, ossia riconosciuta dal nostro ordinamento giuridico, mentre macellare e sfruttare animali è considerata una pratica normale dalla maggioranza delle persone, ma il nostro compito di antispecisti non dovrebbe essere proprio quello di mettere in discussione questa normalità e di prendere posizione ponendoci dalla parte delle vittime?
Io non dico che dobbiamo fare una guerra contro i macellai (o cacciatori, vivisettori, allevatori), ma nemmeno essere compiacenti e comprensivi perché, poverini, hanno bisogno di lavorare.
Potreste pensare che io parli da una posizione privilegiata, innanzitutto di bianca occidentale, poi di donna (e in quanto donna comunque vittima della cultura patriarcale) di origini borghesi che nella vita ha avuto molto, innanzitutto la possibilità di studiare, pensare, riflettere; sì, è vero, ma anche Marx quanto teorizzò il Capitale partiva da una posizione privilegiata, e così Che Guevara o i pensatori anarchici, questo per dirvi che non è perché parto da una posizione privilegiata non ho occhi per vedere le ingiustizie e non abbia il diritto di ribellarmi ad esse e di chiamare assassini o truffatori chi si approfitta di chi sta ancora più sotto di lui nella scala gerarchica sociale, verticale o orizzontale che sia.
Io sono privilegiata, ma ho lo stesso il diritto di dire che il macellaio fa un lavoro ignobile, violento, che uccide e che, dalla posizione in cui si trova dentro il luogo di lavoro, anch'egli è un privilegiato nei confronti dell'animale cui sta per tagliare la gola perché, in fin dei conti, lui alla fine torna a casa, mentre il maiale viene fatto a pezzi da un suo collega e una casa, cioè una famiglia, un habitat consono, non ce l'ha mai avuto perché altri, gli allevatori, lo hanno fatto nascere recluso e già prodotto da consumarsi di lì a pochi mesi.
Tutti siamo vittime rispetto a qualcun altro, tutti occupiamo un certo gradino o una certa posizione della scala sociale che ci pone come aguzzini e vittime allo stesso tempo nei confronti di qualcun altro; l'operaio che uccide gli animali, vittima di un sistema di sperequazioni sociali fortissime e sicuramente sfruttato dal suo capo, oltre a uccidere gli animali, poi magari va a casa e picchia la moglie e questo, questa sua posizione di maschio in una società maschilista e di colui che esercita violenza su un animale indifeso, non lo assolve dalla responsabilità di quel che fa.

Da antispecisti bisogna prendere una posizione chiara e netta contro qualsiasi pratica di sfruttamento degli animali. E questa posizione ci mostra chiaramente, dalla sua prospettiva, che il macellaio non è vittima. Come non sono vittime i dipendenti dei call center che truffano.
Se niente importa, non la morale, non l'etica, allora sdoganiamo tutto, anche l'omicidio, la mafia, il fascismo, il nazismo, lo stupro.

Non è che perché una persona si trova ad occupare una certa posizione sociale allora può essere giustificato o esonerato da assunzioni di responsabilità.

E così come, da femminista, non esito a definire la prostituzione come "stupro a pagamento", anche se è legale (e i clienti stupratori), allo stesso modo, da antispecista, non esito a definire come violenta la pratica di macellare animali e i macellai come assassini (idem cacciatori, vivisettori ecc.).
Questo doppio standard per cui quando si parla degli animali dobbiamo stare attenti a cosa diciamo e dobbiamo essere comprensivi perché la colpa è del sistema ecc. è frutto della specismo.
Lo specismo interiorizzato è fortissimo, anche in molti di noi. Si tratta di uno specismo subdolo perché emerge nei nostri discorsi, narrazioni e sensi di colpa quando osiamo opporci al sistema e ai suoi mandanti violenti. Ci dispiace dire a un macellaio che è assassino perché empatizziamo magari con la sua povertà (e con la sua specie di appartenenza, dato che è la nostra) e bisogno di lavorare, ma è quello che è, anche se la pratica è ancora legale e considerata normale (come la prostituzione, del resto).
Se non la facciamo noi questa cosa di chiamare le cose per come sono, di creare un'altra narrazione che metta al centro il riconoscimento dell'individualità degli altri animali, chi lo farà? Non certo quelli che lottano contro il cambiamento climatico, non certo chi vuole continuare a trarre profitto dallo sfruttamento animale inventandosi l'assurdo concetto di "benessere animale" e nemmeno la sinistra antagonista che ha sempre difeso cacciatori e allevatori solo perché "povera gente".

martedì 5 novembre 2019

American Son


Tratto da una pièce teatrale rappresentata a Broadway, American Son è un bellissimo film diretto da Kenny Leon - e una straordinaria prova attoriale: gli attori sono gli stessi che recitano a teatro - che mette in scena i pregiudizi razziali attraverso un dialogo serrato tra una coppia mista (lei afroamericana, lui irlandese) e il personale di una stazione di polizia della Florida.
Interamente girato in una stanza, con telecamera quasi fissa, a parte qualche fuori campo di pochi secondi, la prima scena ci catapulta subito nel vivo della vicenda, senza alcuna introduzione: sono le prime ore del mattino, la luce di un'alba livida sotto la pioggia filtra dai vetri dando l'impressione di trovarsi dentro un acquario o in un dipinto di Hopper: prevalgono la rabbia, l'incomunicabilità della propria condizione, diversa a rispetto a quella di qualsiasi uomo bianco e la solitudine interiore data dalla difficoltà di essere ascoltata e creduta in merito alla certezza che qualcosa di grave sia successo al proprio figlio - solitudine interiore che scaturisce quindi da quella sociale. L'arrivo in questura del marito bianco porta la tensione dello scontro razziale a un altro livello, più interpersonale e psicologico, attraverso uno scambio acceso di battute tra i due coniugi, che ormai però sono separati, non vivono più insieme.
Il tema principale è il razzismo, ma anche il sessismo, l'adolescenza, l'identità, il sogno americano. La donna è una psicologa che insegna all'università, eppure il tenente, che pure è nero, le dice che in un mondo fatto di regole stabilite dai bianchi bisogna stare zitti e al proprio posto, e sarcasticamente le dà della ribelle. Se sei donna, e per di più nera, non bisogna alzare la voce o perseguire il sogno americano, bisogna solo eseguire gli ordini.
Di classe sociale superiore, la donna è vista dal tenente come colei che ha osato proprio raggiungere quel sogno e viverlo. Sogno di vivere da donna libera e che ha trasmesso a sua volta a suo figlio, un adolescente che dopo l'abbandono del padre diventa ribelle e cerca una sua identità mettendo in discussione il sistema entro cui è cresciuto; gli hanno insegnato a far rispettare propri diritti, a non parlare nello slang da strada, a camminare e vestirsi come si vestono i bianchi per garantirgli l'accesso al sogno americano che va in frantumi dopo l'abbandono del padre.
Ci sono tanti temi che si incontrano, scontrano e intersecano in questo dramma sociale, politico, ma anche psicologico, denso di sfumature.

Forse l'aspetto maggiormente complesso è proprio questa ambivalenza tra l'orgoglio della propria identità e il persistente sentimento di una condizione di diversità che, per quanti sforzi si facciano, nell'America odierna ancora è causa di un diverso trattamento morale. Il razzismo esiste ed è più forte che mai, anche per coloro che pensano di avercela fatta a vivere il sogno americano.

Lo trovate su Netflix.

lunedì 4 novembre 2019

Etica al ribasso

Campionario di etica al ribasso:
- non sono vegana, quindi tanto vale che porti i bambini allo zoo;
- quando cammino calpesto un sacco di insetti, quindi tanto vale che mangi anche la porchetta;
- eh, ma oggi qualsiasi cosa tocchi include una qualche forma di sfruttamento, quindi tanto vale comprarmi pure quel giacchetto col collo di pelliccia;
- se usi il pc e il telefono e vai in macchina ecc. ecc.

La logica degli esseri umani: se sbagli, sbaglia di più, almeno sei sicuro di farlo bene.

P.S.: se non ricordo male, ho scritto pure qualche altro post sull'etica al ribasso. 

mercoledì 30 ottobre 2019

Basi

A volte mi piace ripassare le basi: per quale motivo la vita degli altri animali dovrebbe valere meno della nostra? Voglio dire, pregiudizio specista a parte, non ci sono risposte e argomentazioni valide o che non incorrino in evidenti fallacie logiche.
Il pregiudizio specista si evidenzia nel momento in cui le argomentazioni addotte non sono ritenute valide per la nostra specie, ma si ricorre ad esse solo per giustificare il diverso trattamento morale che riserviamo agli altri animali.

Non esiste alcuna caratteristica biologica, né capacità fisica che in sé possa contenere un giudizio di valore assoluto e superiore tale da discriminare chi non la possiede.

lunedì 21 ottobre 2019

I cattivoni dei vegani ci vogliono imporre il loro "credo"

Spesso noi vegani siamo accusati di voler fare proselitismo e di voler imporre la nostra ideologia agli altri.
Quello che si tende a ignorare è che anche mangiare animali e usarli per i più disparati scopi è un'ideologia, altrettanto imposta, culturalmente, sin da quando nasciamo, in modo talmente efficace, subdolo, pervasivo, da non essere più percepita come tale.
Le ideologie più temibili sono infatti quelle invisibili, normalizzate, naturalizzate.
Ora che questa ideologia è sotto attacco da parte dei vegani, si inizia a mettere in campo delle precise strategie di rafforzamento facendo largo uso di una propaganda falsa e fuorviante, ma anche molto efficace perché comunque è sempre più facile consolidare pratiche e abitudini che si sono stratificate nei secoli, dato che per sua natura le società tendono al mantenimento dello status quo. I condizionamenti culturali sono molto difficili da eradicare. Tra le strategie di consolidamento più efficace ci sono: il welfarismo, ossia il concetto che non si debba mettere in discussione lo sfruttamento degli animali, ma solo il metodo; e veganwashing, ossia l'illusione che si stia lavorando per cambiare il sistema, ma in realtà lo si sta solo consolidando nelle vecchie pratiche di sempre.

Sfruttare gli animali è a sua volta il frutto di una precisa ideologia di dominio della nostra specie sulle altre e dello specismo, il quale si regge su una serie di argomentazioni date per ovvie e scontate, quando in realtà presentano tutta una serie di fallacie logiche. Queste argomentazioni spesso si presentano come non necessarie di essere dimostrate poiché ovvie. Del tipo: gli animali si sono sempre mangiati. Noi esseri umani siamo superiori agli animali. La gallina è stupida. Mangiare carne è necessario. Affermazioni apodittiche che per la loro essenza populista non necessitano di essere discusse. I famosi luoghi comuni.

Ovviamente il cervello cerca sempre scorciatoie mentali: è più facile, meno dispendioso e soprattutto rassicurante continuare a credere alle favole che ci hanno sempre raccontato e continuano a raccontarci senza porci mai un perché.

domenica 13 ottobre 2019

Vuoi giocare con me?


Titti gioca a nascondino con me.
Non gliel'ho insegnato io, è lei che mi ha invitata al gioco la prima volta.
Quando mi sente arrivare si nasconde dietro una porta e sporge solo la testolina per farsi notare. Poi io vado lì e lei fugge via, cercando di non farsi prendere, fa alcuni giri nella stanza, dopodiché si infila sotto al divano e aspetta che io guardi sotto e la trovi; quando i nostri occhi si incrociano, fugge di nuovo, si assicura che la stia inseguendo e poi si va a nascondere da qualche altra parte e rifacciamo come sopra. Questo fino a che una di noi due non decide di smettere.

Titti non è speciale (cioè, lo è per me, ma questo perché siamo amici e viviamo insieme), tutti gli animali giocano. E quando intendo gioco non mi riferisco all'insegnamento coatto del riportare la pallina dietro compenso, ma a dimensioni relazionali nate spontaneamente tra umani e non umani. Il gioco non è una cosa da poco, ma presuppone la capacità di comprensione di regole stabilite. È il primo esercizio di socializzazione e di esperienza del mondo tra i cuccioli. E non si smette mai di farlo, anche se da adulti facciamo giochi diversi. Rafforza legami. Tra genitori e figli, tra amici e tra individui umani e non.
Tutti gli animali giocano, non solo noi.

Pensateci quando nella vostra mente, nel linguaggio che usate, nelle azioni e comportamenti stabilite gerarchie di valore tra voi e gli altri animali.

Non si possono schiavizzare, mangiare, uccidere, tenere in gabbia individui che giocano.