giovedì 28 novembre 2019

Usare il corpo in modo simbolico

Una riflessione che prende spunto da uno scambio di idee sotto a un post di un mio contatto su Facebook: l'oggetto del contenzioso è l'immagine di una donna che si para a seno nudo davanti a un plotone militare. 

Donne che si denudano per proteste di natura politica non sono certo una novità, penso che tutti conosciamo le Femen, ad esempio e anche in ambito animalista abbiamo spesso assistito a proteste contro le pellicce o altre forme di sfruttamento degli animali messe in atto da donne nude. 

Il corpo nudo non è certo qualcosa di cui vergognarsi, anzi, considero per esempio una forma di discriminazione sessista non poter andare a correre al parco a torso nudo quando fuori ci sono 35 gradi, esattamente come fanno molti uomini. Il torso nudo di un uomo dentro palestre o al parco non è un problema, ma se si presentasse una donna senza maglietta e reggiseno verrebbe arrestata o comunque tutti la guarderebbero e i commenti sessisti si sprecherebbero.
Ecco, ho detto la parolina, il problema è appunto il sessismo, non il nudo in sé.
Purtroppo viviamo in una società di stampo maschilista/patriarcale che sessualizza il corpo - o meglio, alcune parti del corpo - delle donne e che le mercifica, simbolicamente e materialmente. Dobbiamo assolutamente combattere tutto ciò e sarei per esempio favorevole a una protesta in cui ogni donna scendesse in piazza a seno nudo per protestare direttamente contro la sessualizzazione del seno (un po' come è avvenuto quando si è deciso di indossare magliette senza reggiseno in solidarietà a Carole Rackete); ma il discorso cambia quando si pretende di usare il seno nudo come provocazione per attirare l'attenzione su un'altra tematica (lo sfruttamento degli animali, la guerra, la religione ecc.) perché in quel caso si ribadisce un concetto: ossia, che noi donne per farci ascoltare non abbiamo altri mezzi che usare il nostro corpo, rinunciando in partenza a usare parole, linguaggio, discorsi non incentrati sul corpo. 
In una società ancora sessista, dove il seno, le natiche, la nudità femminile in generale è sessualizzata, bisogna prestare molta attenzione al modo in cui si sceglie di comunicare perché si rischia altrimenti di ottenere la solita sfilza di commenti sessisti, dimostrando che anziché un cervello, abbiamo solo gambe e tette per attirare l'attenzione.

Pensate a questa situazione: alcune donne si trovano in una stanza insieme ad alcuni uomini e si sta discutendo di una questione molto importante. Gli uomini alzano la mano per comunicare che hanno un intervento da fare e quando arriva il loro turno, semplicemente, parlano; le donne alzano la mano allo stesso modo, ma nessuno le lascia parlare e se ci provano vengono interrotte e zittite perché in una società maschilista è questo che avviene: le donne hanno meno peso politico, si è ancora convinti (cioè, gran parte della società ne è convinta!) che il loro ruolo debba essere solo quello di procreare, dedicarsi alla cura della famiglia e di allietare sessualmente gli uomini. Ora, anziché trovare un modo nuovo per farsi ascoltare e protestare contro questo fatto di risultare invisibili o di essere messe a tacere - cioè contro la loro oppressione - alcune pensano bene di spogliarsi, convinte così di riuscire ad attirare finalmente l'attenzione, convinte che quello sia l'unico modo per attirare l'attenzione. E l'attenzione la ottengono, ma su cosa la ottengono? Sul loro corpo sessualizzato e non su quello che hanno da dire. 
Un autogol pazzesco, a mio parere.

Il concetto dell'autodeterminazione, affermazione e riappropriazione del corpo femminile è importantissimo, ma va saputo condurre con molta attenzione perché giocare con i simboli culturali di una società (e il seno nudo in una società sessista è merce agli occhi del maschio) è sempre molto pericoloso in quanto, se gli individui singoli cambiano relativamente in fretta, non è così per la cultura e sottocultura nel complesso poiché rimangono radicate nel profondo e permangono tra gli interstizi delle società. 
Individui evoluti che usano simboli in un contesto composto per la maggioranza da individui che ancora interpretano quei simboli alla vecchia maniera rischiano di rafforzare quei simboli, anziché rinnovarli o abbatterli.

domenica 24 novembre 2019

La bicicletta

Caro papà, oggi è un mese che sei morto. Continuano a venirmi in mente tanti episodi, ricordi, la forma della tua assenza si ricompone a poco a poco di frammenti. Parole, frame di giornate.
Ricordo quella volta che mi insegnasti ad andare in bici senza rotelle. Eravamo al mare, al Lido di Giannella, sull'Argentario, lungo la stradina che tagliava in due la pineta dentro al resort. Ricordo l'odore della resina e gli aghi di pino sotto alle suole, la luce che taglia gli alberi in quella particolare ora del tardo pomeriggio. Sarà per questo che ancora amo tanto le pinete, quelle sul mare, e poi il crepuscolo, il momento della giornata che preferisco. Lo associo a quelle giornate d'estate, quando tutto era una scoperta e una meraviglia e i dolori e le delusioni si dimenticavano in fretta.
Ricordo la consistenza e il colore del sellino di cuoio, e poi della bici, rossa, il mio colore preferito, quale altro, sennò? Tutto rosso mi regalavate, bici, vestiti, cartella per la scuola, o al massimo blu, che comunque col rosso ci stava sempre bene.
Ricordo l'apprensione di mamma - Lucio, attento che la figlia non cada, che non si faccia male, mi raccomando. Quell'apprensione e ansia che, devo dirvelo, un po' mi è rimasta. Paura di fare le cose, ma poi le faccio, e quindi anche coraggio perché il coraggio non ci sarebbe se non ci fosse anche un po' la paura. A volte sono troppo frenata, lo so, dovrei buttarmi di più, come quella volta che mi tuffai nell'acqua dove non si toccava, ma quella è un'altra storia e lì tu non c'eri e nemmeno mamma.
Quella volta con la bici, però, c'eravate tutti e due, a fare il tifo per me. - Vai, sali su, forza, mi dicesti, inizia a pedalare, che ti tengo io. Mi sistemai sul sellino, sicura della tua presa dietro di me, e lentamente iniziai a muovere i piedi sui pedali. Sentivo il brecciolino scricchiolare sotto le ruote, provai i freni, rimisi un attimo giù i piedi, come a saggiare la possibilità di potermi fermare e scendere, e poi ripresi a pedalare, sempre con te che mi reggevi. Piano piano presi un po' di velocità e sicurezza, sempre di più, fino a che a un tratto mi lanciasti e mi dicesti - Vai, ora vai, non ti fermare, continua a pedalare. E io andai e andai, e a malapena ebbi il tempo di rendermi conto che le tue mani si erano sganciate dal sellino e stavo pedalando da sola. Sulla bici senza le rotelle. Come quelle dei bambini più grandi. Da sola. Pedalavo, pedalavo e a un tratto volavo perché ero così felice e tu, voi, così fieri di me che la felicità si raddoppiava.
E ora continuo a sentire quella voce, la tua voce, che mi dice - Vai, vai, non ti fermare, continua a pedalare. E anche se mi volto e tu non ci sei, e manca il sostegno della tua mano, l'incoraggiamento e lo sguardo fiero nei vostri occhi, io continuo a pedalare. Senza rotelle. Come i grandi.

venerdì 22 novembre 2019

Una testimonianza


Oggi riporto la testimonianza di un ragazzo che ho conosciuto su Facebook e che, a poco a poco, vedendo quello che pubblicavo sugli animali, ha deciso di approfondire l'argomento e infine di diventare vegano, coinvolgendo anche suo fratello. 
È bello sapere che non si scrive invano, che quando si posta o condivide un video, un pensiero, una riflessione, qualcosa là fuori, arrivi. 

*** 

Sono vegano da tre mesi. Ho iniziato a non nutrirmi più di animali e dei loro derivati nei primi giorni di agosto. A dire il vero, abbiamo iniziato. Perché si è aggiunto anche mio fratello.
La nostra famiglia e le persone che ci conoscono sono rimaste un po' interdette quando l'hanno saputo. Alcuni ritengono che sia una moda passeggera, una specie di blackout dal quale usciremo grazie all'appetito; altri invece sostengono che abbiamo deciso di passare al veganismo per adattarci ad un regime alimentare sano e in grado di farci stare bene fisicamente. Ovviamente non è così.

Prima di diventare vegani abbiamo preso coscienza di quello che succede agli animali non umani, esseri senzienti dotati di intelligenza, emozioni, sentimenti e caratteristiche fisiche atte alla loro sopravvivenza. Abbiamo avuto la possibilità di vedere coi nostri occhi gli orrori perpetrati nei mattatoi. Abbiamo visto il filmato di un vitellino che cammina in una specie di corridoio stretto - in modo che non possa voltarsi per tornare indietro - e viene spinto verso il suo carnefice con le scariche elettriche di un pungolo. Il cucciolo cerca disperatamente di voltarsi perché sa a cosa sta andando incontro. Pochi secondi prima è toccato ad un suo simile. Sapete già come va a finire.

Abbiamo visto il filmato di una mucca che insegue il suo piccolo, chiuso in una gabbia e potato via su un furgone. La mamma non si arrende e lo segue. Istinto materno. È la prima cosa che ci siamo detti una volta terminata la visione. Abbiamo saputo dei pulcini maschi tritati vivi in quanto inutili al consumo degli umani.
Un altro filmato mostra un maiale che attacca il macellaio che sta per sgozzare quello che potrebbe essere il suo fratellino. I versi disperati del poverino non mi hanno fatto chiudere occhio per tutta la notte. Il modo in cui ha fermato l'aguzzino ed è subito corso dall'amico mi ha aiutato a capire che cos'è il veganismo o, come ormai lo chiamano in molti, l'antispecismo.

È una presa di coscienza. È la consapevolezza di godere di una condizione di privilegi in quanto individui dotati di raziocinio e di cultura. Ed è proprio in base alla cultura che l'essere umano si è - per così dire - affrancato dalla natura, impadronendosi però delle altre specie senza che gli appartengano. Così sono nati i costrutti socioculturali, religiosi e non, che vedono alcuni animali meritevoli di affetto, cure, premure e, come possiamo notare oggigiorno, soggetti a leggi atte a tutelarli, e altri animali chiusi in gabbia per essere esibiti allo zoo opporre in uno spettacolo circense, uccisi per essere trasformati in prodotti, mangiati per soddisfare il palato o usati come vestiti per alimentare la moda capitalista e consumistica.

Sì, il fatto di essere contro la violenza contro cani e gatti non significa che amiamo gli animali, specialmente se poi rompiamo le palle per andare all'acquario o comprare la borsa realizzata con la pelle di coccodrillo. Perché il maiale, la mucca, la gallina, la pecora e la capra, il polpo e il salmone sono senzienti quanto loro. Recenti studi scientifici hanno confermato che il maiale possiede un livello di intelligenza superiore a quello di un cane. Eppure al cane lasciamo la possibilità di sviluppare i propri sensi, mentre ad un maiale chiuso in un allevamento intensivo neghiamo persino gli stimoli più elementari costringendolo a vivere una breve esistenza in luoghi angusti, tra i suoi escrementi e perennemente al buio. Forse l'unico raggio di luce lo riceve quando è diretto al macello.

L'uomo ha creato l'oppressione delle altre specie per soddisfare la propria megalomania. E per quanto si prodighi affinché un governo approvi una legge contro la violenza sugli animali, nel momento in cui appoggia il fatto che ad un vitellino venga tolta la mamma affinché non riceva il latte - che per natura è destinato soltanto a lui, non a noi, che così facendo sembriamo gli eterni poppanti - o che altri animali vengano considerati indegni della vita e della libertà, è da ritenersi specista. Nessuno di noi è esente da un passato specista. Ma ognuno di noi può diventare antispecista per riscattarlo, quel passato, e vivere in un futuro migliore, in cui gli animali saranno liberi di crescere i loro figli e di vivere la loro vita senza essere considerati prodotti di consumo per gli esseri umani.

(Vincenzo Postiglione)

domenica 17 novembre 2019

Luoghi di memoria

Ex mattatoio di Roma, Testaccio.

Un giorno, 
speriamo non troppo lontano,
 tutti i mattatoi saranno i nostri luoghi di triste memoria, 
al pari di Auschwitz.

L'ex mattatoio di Testaccio, come tutti i romani sanno, ma non solo, oggi è diventato luogo di aggregazione culturale. Al suo interno ci sono vari locali a disposizione per iniziative di vario tipo, c'è un museo di arte contemporanea, un supermercato, un bar, ci sono molti spazi esterni per allestire festival, mercatini ecc.

Il luogo è frequentato da tante persone che ogni giorno percorrono quelle stradine interne, che entrano o danno un'occhiata in alcuni dei locali in cui ancora si può vedere molta dell'attrezzatura originaria (carrucole, ganci che pendono dal soffitto, vasche per liquami e dove veniva scolato e raccolto il sangue, stalle di sosta, abbeveratoi), ma non mi pare che sia un luogo di memoria di quel che è stato una volta, se non in modo molto superficiale. E del resto è anche vero che di luoghi di memoria del passato si può parlare solo quando quel passato non esiste più, mentre invece di mattatoi in funzione è pieno il mondo e anche nella stessa Roma c'è quello sulla Palmiro Togliatti.

Mi domando: quante di queste persone, nel loro viavai, prese dall'evento del momento, alzando gli occhi e vedendo quelle carrucole e ganci arrugginiti, probabilmente ancora intrisi del sangue dei poveri animali, saranno in grado di riflettere sull'orrore, la violenza, la paura, l'angoscia che ha pervaso quel luogo? Quanti sentiranno le grida degli animali risuonare ancora attraverso le pareti?

  
 




giovedì 14 novembre 2019

Amabili Resti

Ieri sono andata a ritirare le ceneri di mio padre. Me le hanno consegnate dentro un'urna, un barattolino nero con una targhetta appiccicata su un lato recante nome, data di nascita e morte di papà. Poi mi hanno consegnato una sacchetta di velluto per infilarci il tutto.
Con questo sacchettino mi sono incamminata verso la macchina, parcheggiata poco distante dagli uffici amministrativi del cimitero, sotto la pioggia, ombrello in una mano, urna con le ceneri nell'altra.
Descritta così sembra il racconto di una situazione surreale. E lo è stata, infatti.
Ciò che mi ha turbata e distrutta psicologicamente è l'aspetto della dissociazione cognitiva che in quel momento mi si è spalancata davanti come un abisso: faccio fatica a ricondurre la persona viva che è stata mio padre - la sua camminata, per esempio, la sua voce, il suo sguardo - al mucchietto di resti che tengo sotto al braccio e che appoggio sul sedile della macchina, quasi fosse una borsa, un pacchetto, un oggetto.
Amabili resti, dice Alice Sebold in un suo bellissimo romanzo. Ma pur sempre resti.

Mio padre era un individuo, con i suoi pensieri, una sua esistenza, ha vissuto e mi ha messa al mondo e mi ha trasmesso delle cose. Ora è un mucchietto di cenere raccolto dentro un'urna. La persona che fine ha fatto? Faccio fatica a collegare le due cose: l'immagine che ho nella mia memoria, il ricordo di lui e quello che ora sta dentro un'urnetta.

Una dissociazione cognitiva in piena regola. Ho riflettuto un po' su questo. E per associazione non ho potuto non pensare al tipo di dissociazione cognitiva che riguarda il modo che le persone hanno di pensare agli altri animali; o meglio, che si sperimenta nel momento in cui i loro resti, trasformati in prodotti, appaiono davanti ai loro occhi sotto forma di prodotti alimentari o di cibo cucinato.

In questo caso si verifica esattamente il contrario: si conoscono bene i resti, non si fa fatica ad accettarne la realtà, ma si fa fatica a ricollegarli all'individuo vivo cui sono appartenuti. Perché non lo si è mai incontrato, mai conosciuto e perché c'è anche tantissima ignoranza sugli altri animali. Non sappiamo chi sono perché non li vediamo mai e se li vediamo sappiamo relazionarci a loro nella sola maniera che ci hanno insegnato, attraverso una relazione di dominio.

Anche quel pezzo di mortadella sul banco frigo potrebbe essere visto come un amabile resto, anziché come un prodotto da consumare e digerire. Ma per farlo serve di riconoscere l'individuo a cui è appartenuto e averlo saputo, se non proprio amare, almeno considerare nel suo valore intrinseco.

È tutta una questione di sguardi, di prospettive, di pensieri e di incontri, ossia di esperienze. Quelle esperienze che agli animali sono negate di default, quegli sguardi e incontri che ci sono preclusi.
Consumare i corpi degli animali impoverisce anche la nostra realtà e percezione che abbiamo del mondo.

Mio padre non è solo quei resti perché nella mia memoria continua a persistere quale la persona che è stata, esperienza straniante a parte della dissociazione momentanea che ho provato; ma anche gli altri animali non sono solo quel cibo che comprate al supermercato, anche se nella mente avete pochi riferimenti da richiamare alla memoria.

L'antispecismo, scrivevo l'altro ieri in un post su Facebook, è il punto di vista degli invisibili, ma è anche, soprattutto, la ricomposizione di una frattura, il riempimento di un abisso, quello che ci si spalanca davanti nel momento in cui neghiamo il corpo, la vita, le esperienze degli altri animali.

lunedì 11 novembre 2019

Eden (ma paradiso per chi?)


Eden è tratto da una storia vera e racconta la storia di una ragazza americo-coreana che viene rapita in Nuovo Messico e deportata in Nevada per essere usata, insieme a tante altre, anche bambine, come oggetto sessuale: ossia viene prostituita.

Il film racconta dell'Organizzazione di cui è vittima, un'associazione a delinquere in cui lo sfruttamento delle ragazze prostituite affianca anche il traffico di droga e la vendita di neonati (le ragazze rimaste incinte vengono fatte partorire e poi gli vengono sottratti i bambini). Le ragazze, dopo qualche anno, sfiancate dallo sfruttamento e ormai troppo grandi per continuare a esercitare - perché i clienti vogliono sempre carne fresca e giovane - vengono poi fatte sparire, cioè uccise. Il tutto con l'aiuto di uno sceriffo compiacente e corrotto e di vari attori in gioco che si impegnano a far filare tutto liscio e a controllare il territorio.
Eden capisce che l'unico modo che ha per sopravvivere è allearsi con i suoi rapitori e schiavisti e dopo due anni di prigionia riesce a fuggire.

Ve lo consiglio perché il film offre una panoramica molto realistica dell'industria del sesso in Nevada, ma non solo. Ovviamente le ragazze, recluse dentro capannoni e accompagnate dai clienti di volta in volta, sono continuamente vessate e minacciate: minacciate di essere uccise se solo provano a raccontare ai clienti di non essere consenzienti o si mostrano sgarbate; gli vien detto che la loro famiglia verrà uccisa se solo provano a ribellarsi; drogate, picchiate, sottomesse nello spirito e nel corpo, alcune ancora bambine, comunque tutte minorenni.

L'analogia con gli allevamenti degli animali è sempre presente. Queste ragazze non sono più individui, ma oggetti per ottenere profitti. 

Si trova su Amazon Prime, ma essendo del 2012 penso sia facile reperirlo anche altrove. Aggiungo che il film non ha scene sessualmente esplicite, ma riesce benissimo a raccontare l'orrore e la disperazione che queste ragazze vivono.

mercoledì 6 novembre 2019

Se niente importa


Giorni fa io e mio marito siamo stati vittime di una truffa telefonica, per fortuna ce ne siamo resi conto praticamente quasi subito e siamo andati a sporgere denuncia.
Abbiamo quindi appreso che si tratta di truffe molto frequenti: praticamente ti chiamano spacciandosi per il tuo operatore (a me hanno detto proprio che era l'amministrazione della Telecom), ti dicono che a partire dal prossimo mese ci sarà un aumento di 15 euro o di un tot per cento sulla bolletta e quindi ti fanno una serie di domande trabocchetto a cui tu, ingenuamente, rispondi sì o no oppure "ho capito", "ne prendo atto"; in questo modo, tagliando vari pezzi della conversazione, ti fanno un nuovo contratto telefonico. Chiamando la Tim per avere conferma del tutto, ci è stato risposto che si era trattato appunto di una truffa perché loro (Tim) non fanno mai contratti o comunicazioni relative a eventuali aumenti tramite procedure telefoniche e ci hanno suggerito di correre subito a denunciare il tutto.
Al solito, parto da un aneddoto personale per arrivare a un ragionamento più ampio e che spero sia interessante per tutti voi.

Come sappiamo viviamo in una società e in un paese difficili: contratti precari, disoccupazione, sfruttamento, mancanza di obiettivi a lungo termine, ignoranza collettiva ecc.; tutto ciò favorisce imprenditori, piccoli, medi o grandi, ad approfittarsi delle persone in difficoltà. Lavorare nei call center è logorante e alienante e sicuramente coloro che accettano lo fanno poiché spinti da necessità. Ma rendersi complici di truffe solo per guadagnare pochi spicci - quanto danno per ogni contratto portato a termine? Trenta euro? - è comunque un atteggiamento infame e sbagliato. Non si può giustificare il truffatore (che poi spesso truffa persone anziane e sole che nemmeno si rendono conto di essere state truffate, salvo poi trovarsi addebiti onerosi sulla pensione) con la scusa che non si trova lavoro, che sono tempi difficili, che bisogna pur guadagnare. Perché, di nuovo ri-cito Safran Foer (o meglio, sua nonna), "se niente importa", allora veramente mangiamoci tra di noi e facciamo prima.

Tutto questo per arrivare anche al discorso dei macellai o di chi svolge altri lavori che comportano violenza su altri esseri viventi. Se niente importa, se c'è necessità di lavorare, se la società fa schifo, veramente siamo autorizzati a fare di tutto?

Ora, so bene che una truffa è una truffa, ossia riconosciuta dal nostro ordinamento giuridico, mentre macellare e sfruttare animali è considerata una pratica normale dalla maggioranza delle persone, ma il nostro compito di antispecisti non dovrebbe essere proprio quello di mettere in discussione questa normalità e di prendere posizione ponendoci dalla parte delle vittime?
Io non dico che dobbiamo fare una guerra contro i macellai (o cacciatori, vivisettori, allevatori), ma nemmeno essere compiacenti e comprensivi perché, poverini, hanno bisogno di lavorare.
Potreste pensare che io parli da una posizione privilegiata, innanzitutto di bianca occidentale, poi di donna (e in quanto donna comunque vittima della cultura patriarcale) di origini borghesi che nella vita ha avuto molto, innanzitutto la possibilità di studiare, pensare, riflettere; sì, è vero, ma anche Marx quanto teorizzò il Capitale partiva da una posizione privilegiata, e così Che Guevara o i pensatori anarchici, questo per dirvi che non è perché parto da una posizione privilegiata non ho occhi per vedere le ingiustizie e non abbia il diritto di ribellarmi ad esse e di chiamare assassini o truffatori chi si approfitta di chi sta ancora più sotto di lui nella scala gerarchica sociale, verticale o orizzontale che sia.
Io sono privilegiata, ma ho lo stesso il diritto di dire che il macellaio fa un lavoro ignobile, violento, che uccide e che, dalla posizione in cui si trova dentro il luogo di lavoro, anch'egli è un privilegiato nei confronti dell'animale cui sta per tagliare la gola perché, in fin dei conti, lui alla fine torna a casa, mentre il maiale viene fatto a pezzi da un suo collega e una casa, cioè una famiglia, un habitat consono, non ce l'ha mai avuto perché altri, gli allevatori, lo hanno fatto nascere recluso e già prodotto da consumarsi di lì a pochi mesi.
Tutti siamo vittime rispetto a qualcun altro, tutti occupiamo un certo gradino o una certa posizione della scala sociale che ci pone come aguzzini e vittime allo stesso tempo nei confronti di qualcun altro; l'operaio che uccide gli animali, vittima di un sistema di sperequazioni sociali fortissime e sicuramente sfruttato dal suo capo, oltre a uccidere gli animali, poi magari va a casa e picchia la moglie e questo, questa sua posizione di maschio in una società maschilista e di colui che esercita violenza su un animale indifeso, non lo assolve dalla responsabilità di quel che fa.

Da antispecisti bisogna prendere una posizione chiara e netta contro qualsiasi pratica di sfruttamento degli animali. E questa posizione ci mostra chiaramente, dalla sua prospettiva, che il macellaio non è vittima. Come non sono vittime i dipendenti dei call center che truffano.
Se niente importa, non la morale, non l'etica, allora sdoganiamo tutto, anche l'omicidio, la mafia, il fascismo, il nazismo, lo stupro.

Non è che perché una persona si trova ad occupare una certa posizione sociale allora può essere giustificato o esonerato da assunzioni di responsabilità.

E così come, da femminista, non esito a definire la prostituzione come "stupro a pagamento", anche se è legale (e i clienti stupratori), allo stesso modo, da antispecista, non esito a definire come violenta la pratica di macellare animali e i macellai come assassini (idem cacciatori, vivisettori ecc.).
Questo doppio standard per cui quando si parla degli animali dobbiamo stare attenti a cosa diciamo e dobbiamo essere comprensivi perché la colpa è del sistema ecc. è frutto della specismo.
Lo specismo interiorizzato è fortissimo, anche in molti di noi. Si tratta di uno specismo subdolo perché emerge nei nostri discorsi, narrazioni e sensi di colpa quando osiamo opporci al sistema e ai suoi mandanti violenti. Ci dispiace dire a un macellaio che è assassino perché empatizziamo magari con la sua povertà (e con la sua specie di appartenenza, dato che è la nostra) e bisogno di lavorare, ma è quello che è, anche se la pratica è ancora legale e considerata normale (come la prostituzione, del resto).
Se non la facciamo noi questa cosa di chiamare le cose per come sono, di creare un'altra narrazione che metta al centro il riconoscimento dell'individualità degli altri animali, chi lo farà? Non certo quelli che lottano contro il cambiamento climatico, non certo chi vuole continuare a trarre profitto dallo sfruttamento animale inventandosi l'assurdo concetto di "benessere animale" e nemmeno la sinistra antagonista che ha sempre difeso cacciatori e allevatori solo perché "povera gente".