venerdì 2 dicembre 2016

Chi vuol essere libertario?


"Chi parla male, pensa male", diceva Moretti in Palombella Rossa. O non pensa affatto, aggiungo io, in particolare chi usa le frasi fatte, ossia quelle espressioni sentite in giro, nei media, trasmesse di generazione in generazione e che però non significano niente (da non confondersi con i proverbi e gli aforismi).

Per quanto riguarda la questione animale, ne sento ripetere tante. 
Ad esempio:

"Sto facendo la dieta Dukan, con buona pace degli animalisti e dei vegetariani". 

"Eh, mi dispiace per te, ma io la carne la mangio e anche tanta".

Ma ce la fate a capire che non fate un dispetto a noi animalisti? Massacrare individui senzienti dopo una breve vita di reclusione e dominio totale sui loro corpi sin da quando vengono al mondo è oggettivamente ingiusto, sbagliato e violento. Non ve lo stiamo dicendo per capriccio o per interessi nostri personali. Anzi, è chi sostiene il contrario che spesso ha interessi nel farvelo credere. 
La carne, prima di diventare quello che chiamate cibo - dopo aver subito processi di lavorazione anche abbastanza complessi -, era il corpo vivo e pulsante di un essere vivente. E dal momento che non siete leoni obbligati a nutrirvi di prede, potreste anche per un attimo fermarvi a riflettere sull'atroce assurdità di massacrare individui che non hanno nulla di diverso dal vostro cane o dal vostro gatto.

L'altro giorno ho visto un video della Peta, girato in Inghilterra, in cui venivano fermate delle persone chiedendogli di assaggiare un nuovo tipo di latte e che cosa ne pensassero. Il latte (del banalissimo latte di soia) ha superato la prova dell'assaggio alla grande, tutti hanno risposto che era buono, cremoso, dolce ecc.. Alla fine gli è stato detto che si trattava di latte di cane. A quel punto tutti, inorriditi, hanno sputato, si son fatti prendere da conati di vomito, hanno urlato contro i promotori dicendogli che erano dei pazzi, se ne sono andati sconvolti e via dicendo.
Ora, pensateci bene, perché bere il latte di cane vi susciterebbe orrore, mentre vi sembra normalissimo bere quello di un bovino adulto? Entrambi sono dei mammiferi di una specie diversa dalla nostra, entrambi producono latte dopo il parto per svezzare i loro cuccioli. Eppure il secondo ci sembra naturale perché lo beviamo per tradizione e abitudine culturale da sempre e sin da bambini ci hanno detto che ci faceva bene, che era buono e via dicendo. E soprattutto perché è così facile comprarlo. Maledettamente facile. Così come la carne. Basta andare al supermercato e comprarli. E tutto, la pubblicità, le immagini, gli slogan promozionali sono fatti per farci dimenticare o - nella maggioranza dei casi - non farvi mai sapere cosa ci sia realmente dietro la produzione del latte e della carne (legati a doppio nodo). 
Io lo capisco che è difficile rinunciare a delle abitudini, specialmente quando si tratta di cibo perché intorno ad esso si sono coagulati e formati affetti e memorie indistricabili. La nostra identità si è formata intorno al cibo. I sapori, le abitudini, i riti del mangiare, son fatti seri, serissimi, altroché. Il cibo è il primo elemento attraverso cui il bambino impara a relazionarsi con la madre e a esprimere le sue esigenze. Il cibo è gratificazione, è compensazione, è anche ossessione (per le persone affette da dca), è nutrimento, è status sociale, è moda, è cultura, è politica. 
Però gli animali non sono cibo, anche se ce lo hanno sempre detto. 
Nessun individuo nasce per essere oppresso da altri (la predazione è tutta un'altra faccenda), così come l'homo sapiens non è il centro del mondo e la terra non è il centro dell'universo. Nessuno di noi nasce con uno scopo o un destino già scritto (nemmeno le gazzelle perché solo alcune finiscono mangiate dai leoni). 
Noi possiamo decidere di non essere violenti perché l'industria della carne è violenza. 
Di cosa altro avete bisogno per capirlo? 
E a chi dice che ci sono questioni più importanti cui pensare rispondo che i valori su cui si basa il rispetto degli altri animali sono gli stessi su cui si dovrebbe basare il rispetto del tuo prossimo. Se non fai così fatica a non uccidere il tuo vicino di casa perché non ti verrebbe naturale pensare di prenderlo, deportarlo su un tir e poi condurlo al mattatoio, non vedo perché dovresti fare un'eccezione per una mucca o un maiale. Solo perché sono ricoperti di pelo e muggiscono o grugniscono anziché parlare? E da quando il tipo di pelle o l'uso del linguaggio verbale sono diventati il discrimine per capire se schiavizzare o meno un individuo? 
Da quando la nostra peculiare maniera in cui ci siamo evoluti è diventata metro di giudizio per tutte le altre, anche se appunto abbiamo a che fare con specie diverse che non hanno bisogno di comporre versi per relazionarsi tra loro e adattarsi nell'ambiente? 
Ah, già, da sempre. Si chiama antropocentrismo ed è una grande stronzata. Lo è perché basato su fondamenti e presupposti fallaci e qualsiasi persona dotata di un minimo di senso analitico (attributo che noi specie umana ci vantiamo tanto di possedere, salvo poi dimostrare di esserne carenti o di rinunciare ad esercitarlo con estrema facilità quando ci fa comodo) dovrebbe essere in grado di smascherarlo quale mito fondante la nostra autonarrazione. Mito, appunto. L'antropocentrismo è una narrazione mitologica.
Tutto il resto, quindi, cioè dominio, sfruttamento, massacro della altre specie si chiama violenza e oppressione. 
Possibili che siamo così inclini a credere alle menzogne che ci propinano per fare soldi? Sì, ci sono delle persone che hanno bisogno di credere: in dio, nei capi religiosi, nelle varie teorie che spiegano il senso della vita - altrimenti non si spiegherebbe il successo di sette come Scientology e simili o la credenza in complotti assurdi tipo che la terra sia piatta -, eppure la cecità con cui ci ostiniamo a credere che mangiare poca carne sia la soluzione o che solo gli allevamenti intensivi siano il male mentre gli altri siano oasi di pace e benessere, mi rimane veramente difficile da capire. 
O meglio, la capisco, anche se non riesco a darmi pace sul fatto che davvero molti di noi siano così creduloni; ecco, in realtà ci sono spiegazioni sociologiche, antropologiche e psicologiche: la pervasività di un messaggio che ci viene ripetuto sin da quando siamo al mondo fa sì che esso plasmi la nostra visione del mondo in maniera tale da vedere quest'ultimo sempre attraverso le lenti offuscate e distorte di QUEL messaggio (e secondo me Melanie Joy ha spiegato talmente bene questo concetto che non c'è bisogno di portare altri riferimenti: leggetevi "Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche" e capirete; per chi conosce l'inglese consiglio anche di dare un'occhiata al suo sito www.carnism.org).
E poi subentra il discorso della dissociazione e dissonanza cognitive e della difficoltà a cambiare, per cui quando ti dicono qualcosa che stride fortemente con il tuo sistema di valori che si è andato formando nel tempo - e che deriva dall'ideologia in cui sei nato e cresciuto - anziché prenderne atto e cercare di fare qualcosa per cambiare, si preferisce negarlo, rimuoverlo, giustificarlo. O allontanarlo come fatto noioso; lo so cosa pensa chi capita qui su questo blog: che palle, un'altra animalista che viene a dirci cosa dobbiamo o non dobbiamo mangiare. Che noia, che barba, che noia! Ma il sistema confida proprio in questa vostra indolenza e pigrizia. Confida sul fatto che non avete voglia di informarvi e approfondire e che continuate a pensare che la vostra felicità coincida con l'abuso di potere e di libertà. O, peggio, sul fatto che non sappiate e non vi interessi capire quando l'espressione del libero arbitrio diventa oppressione dell'altro. Pensate che io sia una moralista. Non è vero. Io sono una persona libertaria, molto di più di chi si dichiara tale ma poi non si preoccupa degli schiavi dentro gli allevamenti e basa la sua ricerca del piacere sullo sfruttamento e il massacro altrui.
Ricordate: negazione, rimozione, giustificazione. È su queste tre parole che si regge l'industria basata sul massacro animale. E per fare in modo che queste tre azioni mentali funzionino si usano vari stratagemmi. Tutti riassumibili sotto il termine di propaganda mediatica, che a sua volta si avvale di vari mezzi quali la mistificazione, la menzogna, le immagini, la musica, le parole e l'uso strumentale di altre narrazioni mitologiche che si rafforzano a vicenda (ad esempio la mercificazione del corpo femminile o dell'immaginario infantile). 
Siete contenti di subire tutto questo?
Io non uso mai gli argomenti indiretti, ma diamine, cercate di capire che in gioco c'è anche la vostra dignità e integrità mentale perché vivere dissociati, dissonanti e creduloni a un sacco di cazzate, non vi rende onore. Non rende onore alla specie intelligente che crediamo di essere. 
Indossare una pelliccia e mangiarvi l'ennesima bistecca non vi rende più liberi o più furbi, ma solo conservatori e proni a un sistema di dominio e profitto sulla pelle dell'altro.

mercoledì 30 novembre 2016

Sfruttamento animale: una questione di rapporti di forza e di pregiudizi culturali


Un altro problema della questione animale è che non riusciamo a farci prendere sul serio. 
L'animalista viene ancora visto come l'esaltato estremista da un lato e il patosensibile affetto da troppo amore per gli animali dall'altro; e ancora: un perditempo, uno che anziché andare a lavorare o occuparsi di questione più serie si mette a fare banchetti e presidi per strada; un idealista ingenuo, uno che non accetta il mondo così com'è, non capisce che la vita stessa è violenza e vorrebbe vivere in un paradiso in cui tutti gli animali parlano tra loro come nei fumetti della Disney; un disadattato, uno che pensa che Woodstock non sia mai finito. E l'antispecista, invece? Non pervenuto. What's antispecista? Antiché? 
Come fare per farci prendere sul serio?
Certamente alcune baracconate non aiutano. L'altra sera stavo guardando dei video animalisti su youtube. Mi imbatto in un evento contro le pellicce in cui vedo tizi di mezza età, (ma fossero stati giovani sarebbe stata la stessa cosa) seminudi, in una piazza, in mezzo a fischi, urla, slogan triti e ritriti (sempre quelli da vent'anni: anì-mà-li lì-be-ri! anì-mà-li lì-be-ri! anì-mà-li lì-be-ri! e poi sàngue, sàngue, sùlle vòstre màni! sàngue, sàngue, sùlle vòstre màni! sàngue, sàngue, sùlle vòstre màni! e infine il sempiterno assàssìni! assàssìni! assàssìni!). Ma diosanto, un po' di originalità, ma fate un discorso, ma mettete insieme due frasi in cui spiegate per cosa state manifestando, ma perché rendersi ridicoli così?
Ecco, non c'è da stupirsi se poi le persone, imbarazzatissime, si voltino dall'altra parte e dicano "ah, i soliti animalisti". 
Questo tipo di attivismo qui non funziona. 

Dalla parte opposta, abbiamo gli antispecisti antifà, antisù e antigiù. Quelli che ogni volta che si parla della questione animale devono metterci in mezzo ogni altro tipo di lotta e ogni altro argomento indiretto, come se parlare degli animali e basta non fosse abbastanza nobile. E pure qui si va avanti con slogan del tipo "liberazione totale", "liberi tutti" e via dicendo. Roba che il tipo che non ha confidenza con un certo linguaggio politico ti dice "ma, esattamente, da cosa dovrei essere liberato io?". Perché non è vero che siamo tutti schiavi. Alcuni lo sono più di altri. E a chi lo è meno, fa comodo che le cose rimangano così. Il mantenimento dei privilegi fa comodo praticamente a tutti, tranne a chi non li ha, che però vorrebbe passare dall'altra parte e quando ci passa, schiaccia chi prima stava al posto suo e quando dico tutti intendo anche persone che non è che navighino nell'oro o abbiano chissà quali imperi, ma anche impiegatucci o operai che tutto sommato a fine mese ci arrivano e gli avanza pure la tredicesima per il televisore a 50 pollici. E questo discorso vale non solo nel microcontesto delle fasce sociali (se non vogliamo parlare più di classi), ma anche nel macro dell'occidente Vs il resto del mondo. E alla stragrande maggioranza delle persone le cose vanno bene così perché nessuno vuole rinunciare alla corrente (ci lamentiamo tutti delle guerre, però sia mai che rinunciassimo a quegli oggetti di uso quotidiano che vengono alimentati grazie al petrolio o che sono accessibili e acquistabili a prezzi modesti grazie allo sfruttamento di donne, uomini e bambini e a un massacro inimmaginabile - e lo è, inimmaginabile, poiché inquantificabile e sommamente crudele - degli animali). Si lamentano tutti del lavoro, delle poche ferie, del lunedì, dello stato, del governo, ma la verità è che non saprebbero immaginare una maniera diversa di vivere perché non saprebbero che farsene della libertà. 
Ecco, parliamo della libertà. Mai concetto è stato più distorto di questo. La libertà, una volta capito che dio non esiste e che non dobbiamo sottometterci al volere di nessuno, la si è incominciata a intendere come esercizio di potere. La libertà è la potenzialità di fare qualsiasi cosa. Puoi essere ciò che vuoi, puoi andare dove vuoi, puoi realizzare i tuoi sogni e essere felice in qualsiasi momento. Basta volerlo. Volere è Potere e via dicendo. Ecco perché anche il mangiare o meno gli animali viene inteso come una scelta personale. Io posso mangiarti, cioè ho questo potere, quindi sono libero di farlo.
Ora, il problema è che dicendo "liberazione totale" non si capisce bene che tipo di società vorremmo avere perché noi antispecisti non abbiamo un terreno comune condiviso e nemmeno tanto le idee chiare. C'è chi vorrebbe una società comunista con amministrazione collettiva dei beni e supervisione dello stato, chi lo stato non lo vorrebbe, chi pensa che, nel bene e nel male, pur con le sue distorsioni ed eccessi, tutto sommato il capitalismo e il liberismo economico siano meglio del comunismo o dell'anarchia. Poi ci sono i primitivisti, gli anarco-comunisti, i liberali anarchici e, boh, ognuno ha in mente il proprio ideale di società (io in questo momento ho le idee molto confuse, non ho difficoltà ad ammetterlo, perché sono sempre più convinta di una parte di natura irriducibile dell'homo sapiens votata alla sopraffazione e dominio).
Ora, quando si fanno questi discorsi, pur necessari, gli animali dove vanno a finire? L'unica cosa certa è che essi, in ogni istante, in ogni tipo di società, sono sempre stati ritenuti inferiori agli umani e sfruttati in ogni modo. Inutile negarlo: esiste un pregiudizio ontologico nei confronti degli altri animali. Da tempo immemore, ossia dall'inizio della storia dell'uomo, noi ci siamo visti, raccontati, trasmessi alle generazioni future, rappresentati - simbolicamente o meno - come altro dagli animali. E questa menzogna è talmente radicata in noi che non riusciamo a scacciarla dal nostro linguaggio e cultura nemmeno quando ci mettiamo d'impegno. Tutti noi, compresi noi antispecisti, riteniamo la vita dell'homo sapiens più piena di significato e valore rispetto a quella di un moscerino. 
Forse dovremmo fare un passo indietro. Ritrovare, come movimento, alcuni valori condivisi e non più negoziabili e da qui ripartire. Ce ne sono almeno due: azzerare l'antropocentrismo e la divisione ontologica tra noi e gli altri animali (in ogni ambito della nostra cultura, quindi agire su diversi fronti e cercare di fare breccia in ogni ambito); combattere lo sfruttamento istituzionalizzato, ossia ogni tipo di allevamento che riduce la vita degli altri animali a una risorsa in funzione degli interessi dell'umano, sia quelli di animali destinati a uso alimentare, sia quelli per l'abbigliamento (io non posso credere che ancora nel 2016 esistano persone che comprano le pellicce, ma tant'è; basta sfogliare una qualsiasi rivista di moda per vedere quanto siano diffuse) e poi la vivisezione, l'uso degli animali nell'intrattenimento, ossia circhi, zoo, delfinari ecc., il commercio di cani, gatti, conigli e altri animali cosiddetti "domestici". 
Ora, il problema è che per combattere queste strutture bisogna, da un lato far capire che la vita degli altri animali abbia un valore inerente - e quindi si ritorna al punto uno, cioè combattere l'antropocentrismo e azzerare la divisione ontologica  (perché inutile che facciamo vedere le sofferenze degli animali al macello se tanto le persone sono convinte che essi non si rendano conto, non abbiano coscienza,  non soffrano quanto noi e che quello dove si trovano sia, tutto sommato, il loro posto, in quanto esseri al nostro servizio in virtù di un ordine gerarchico apodittico, accettato e condiviso per definizione senza che vi sia bisogno di argomentarlo e dimostrarlo); bisogna poi, dall'altro lato, mettere in discussione anche l'economia della società nella sua globalità perché è ovvio che se tutta l'economia si regge sullo sfruttamento animale, bisognerà trovare un'alternativa valida che regga. 
Ma, prima di tutto, a me pare fondamentale mettere in discussione l'antropocentrismo e mostrare l'inconsistenza del pregiudizio ontologico sugli altri animali. Io penso che questo pregiudizio sia sempre esistito. Vero che l'uomo ha iniziato a sfruttarli perché ha capito che poteva farlo - poteva sottometterli, dominarli, schiavizzarli, legarli, bastonarli e questo suo esercizio di forza arbitrario è stato cruciale - ma ormai le cause e gli effetti si sono talmente intrecciati insieme da aver reso pregiudizio e forza un tutt'uno. Inestricabilmente connessi.
E se ci pensate bene, ogni forma di esclusione, discriminazione, ogni guerra, ogni genocidio hanno sempre avuto queste due componenti: forza e pregiudizio. La forza bruta (delle armi, quella fisica, quella del denaro, intellettuale ecc.) e il pregiudizio culturale come giustificazione. Ossia, tradotto in parole povere: schiavizzo l'altro perché posso farlo in quanto ho più forza di lui (posseggo un'arma, sono costituzionalmente più forte, intellettualmente più riconosciuto) e motivo la mia sopraffazione - giustificandola - dicendo che non devo sentirmi in colpa perché l'altro è più stupido, più cattivo, inutile e via dicendo. Che poi è il pensiero elementare e basilare di ogni tipo di violenza. L'abbattitore al mattatoio si ripete che il maiale è lercio e stupido, l'uomo che picchia la donna perché lei è troia e se lo merita, l'imprenditore che sfrutta il dipendente perché lui ha bisogno e non ha avuto le palle per mettersi in proprio (sfortuna, condizione di partenza diverse? Che importa? Il mondo è di chi se lo prende!), i nazisti che deportavano gli Ebrei perché erano solo "luridi topi di fogna" (e il topo di fogna era già assodato che fosse un rifiuto della vita per via della distinzione ontologica ecc..).

Dunque, riassumendo: bisogna agire sul piano culturale e su quello che regola i rapporti di forza. Finora abbiamo agito solo sul primo, tranne qualche azione d'eccezione che però non ha sostanzialmente modificato in maniera radicale il nostro rapporto con gli animali e con l'altro in generale. Ad esempio la grandiosa campagna contro Green Hill ha portato a casa un risultato enorme, ossia, la chiusura dell'allevamento, la liberazione di migliaia di individui e, sul piano giuridico, il divieto sul territorio italiano di allevare cani, gatti e primati destinati alla vivisezione: obiettivo che mette in difficoltà gli istituti e laboratori in cui si pratica costringendoli a farli arrivare dall'estero, con più spese, quindi, ma che di, fatto, non mette in discussione la pratica stessa. Almeno fino a quando a fronte di queste aumentate spese si controbatterà con i vari battage pubblicitari per la raccolta fondi a rimpinguare le casse della ricerca basata sulla sperimentazione animale. Vale a dire, quella di danneggiare chi sfrutta gli animali sul piano economico - quindi di fatto ribaltando i rapporti di forza - potrebbe essere una strategia che funziona. Ma è difficile attuarla perché chi viene colpito, che continua comunque ad avere più risorse di noi, reagisce avvalendosi del potere mediatico.  

Come cambiare quindi i rapporti di forza in maniera decisiva? È qui che dobbiamo lavorare, è su questo punto che dobbiamo riflettere. Cosa abbiamo in mano? Come fare per ribaltare le forze in gioco se chi le possiede ovviamente non concederà nulla e reagire a ogni nostro successo con sempre maggiore veemenza? E cos'è il potere oggi? Quello economico-finanziario, quello delle armi, quello della comunicazione? 
Rifiutiamo quello delle armi, forse possiamo ambire a quello economico e della comunicazione, che son strettamente legati. L'anima del commercio è la pubblicità, quindi la comunicazione. Ma cosa comunicare esattamente? E come? Basterà dirlo che gli altri animali sono intelligenti e che non meritano di essere calpestati? Non basta. Bisognerà intervenire a fondo sulle coscienze e sull'immaginario collettivo per abbattere ciò che è radicato? Per farlo ci vuole una prassi che rimodelli a fondo la nostra visione del mondo e dello stare al mondo. Ma intanto gli animali continuano a essere massacrati al ritmo di 5.000 al secondo e solo chi non si è mai rispecchiato nello sguardo del maiale appeso a testa in giù (non è retorica, è verità) può dire che possiamo aspettare e che ci vuole pazienza. Un discorso, anche questo, molto, molto antropocentrico. E se ci fosse tuo figlio appeso a quel gancio? E se ci fossero i tuoi genitori sui quei camion della morte? Diresti che bisogna aspettare? Son tutti pazienti, col culo degli altri.

Penso che danneggiare economicamente le strutture che sfruttano gli animali sia tutto sommato una strada percorribile. Come? Facendogli una cattiva pubblicità. Danneggiandone l'immagine. 
Che poi non sarebbe nient'altro che mostrarne il vero volto. 
E per far questo dobbiamo "conquistare" (ritagliarci pù spazi possibili, non inquinati dalla propaganda e dalla disinformazione di cui parlavo nell'articolo precedente) i mezzi di comunicazione perché i social forse non bastano. Anche se è vero che l'aumento esponenziale dei vegani è avvenuto negli ultimi cinque anni -  e considerando sempre quanto sia stato distorto il concetto di veganismo - non possiamo però dire quanto e in che misura abbiano realmente inciso i social. A me pare che i media ufficiali come tv e giornali mainstream siano ancora determinanti e che i social non facciano che rimpallarsene i contenuti, magari commentandoli in maniera critica, ma sempre comunque contenuti prima codificati e diffusi dai canali mediatici ufficiali al servizio del sistema di potere. 
Dobbiamo assolutamente ritagliarci spazi non inquinati dalla disinformazione. O fare in modo che essa appaia in maniera talmente palese da essere messa a nudo e così neutralizzata. E parlare alla collettività. A tutti. In maniera semplice, ma senza banalizzare la questione animale.

lunedì 28 novembre 2016

Massacro animale, censura, rimozione e stupore della singolarità

Noi siamo testimoni viventi di quello
 che voi cercate disperatamente di dimenticare” 
(The Leftovers – 8° episodio – 1° stagione)

(Foto di Jo-Anne McArthur scattata durante un presidio di Toronto Pig Save)

Parlavamo di censura, nel post precedente. 
Dicevo, nei commenti, che siamo abituati ad attribuire al termine un significato ben preciso, quale quello di proibire la pubblicazione di un libro, film, cancellare una scena, vietare che un personaggio compaia in tv e via dicendo. 
In realtà ci sono tantissime altre forme di censura, anche se meno evidenti.
La disinformazione voluta è un chiaro esempio di censura. Prendiamo l'argomento del veganismo. Apparentemente sembra che se ne parli molto, il termine compare in articoli dedicati, in programmi televisivi, in convegni, alla radio ecc.. Quindi non si ha proprio l'impressione che sia oggetto di censura o che non gli si dia spazio o non ci sia dibattito intorno ad esso. 
Ma c'è.
C'è perché se ne parla solo riducendolo a una dieta e confondendo le persone introducendo altre questioni irrilevanti. Inoltre lo si spettacolarizza ricercando l'audience. Si invitano a parlare personaggi poco preparati, li si spinge a fare affermazioni equivoche o che possono dare adito a fraintendimenti - quasi sempre estrapolando frasi e parole da un discorso molto più ampio - e li si mette a confronto con altri personaggi che dicono sciocchezze. Così il livello della discussione si abbassa e non è possibile fare un discorso minimamente serio o interessante. 
Se qualcuno riesce a dire qualcosa, subito il conduttore passa la parola ad altri o manda la pubblicità. Oppure, a fronte di un video fatto bene, si fanno passare titoli in sovraimpressione volutamente ingannevoli o mirati a focalizzare l'attenzione su altro.
Tutto questo equivale a censurare in modo bieco e subdolo le informazioni corrette sul veganismo e sulla lotta per la liberazione animale. 
Degli animali non si parla proprio, o, se se ne parla, subito interviene il rafforzo positivo sugli allevamenti a terra o la battutina dell'ospite o conduttore mirata ad elogiare il buon sapore del San Daniele. 
Un altro modo con cui si censura il veganismo è mettendo in evidenza solo alcuni episodi da cui chiunque prenderebbe le distanze: quello del tipo che dice che sputerebbe dentro il panino degli onnivori, quell'altro di tizio che augura la morte a caio, quello ancora della tipa che dice che si può guarire dal cancro bevendo acqua e limone e che è vegana per convinzioni personali che nulla c'entrano con la questione animale.
In pratica il veganismo viene associato a questioni secondarie e del tutto irrilevanti che non hanno niente a che vedere con il discorso dello sfruttamento degli animali, la critica all'antropocentrismo e la messa in discussione dello specismo (per esempio avete mai sentito parlare di antispecismo in tv? Mai! Eppure il veganismo non è altro che la conseguenza dell'essere antispecisti e quindi per un corretta informazione dovrebbe essere fondamentale dire almeno che cos'è e cosa significhi). 
Il pubblico che legge o guarda il tal programma, così volutamente disinformato, penserà che il vegano sia un frikkettone tutto yoga, peace & love che ama gli animali, è complottista, rifiuta la medicina ufficiale e si faccia lavaggi dello stomaco con acqua e limone. Per dirne una. 
Si è creato così nell'immaginario collettivo lo stereotipo del vegano cui corrisponde una serie di attributi e comportamenti che ne mina la credibilità. 
La maniera migliore per non prendere in considerazione ciò che qualcuno sta dicendo è farlo passare per pazzo, ingenuo, esaltato o poco credibile.
In realtà il veganismo è solo la messa in pratica individuale del rifiuto di voler continuare a prender parte al sistema che sfrutta e massacra sistematicamente individui senzienti appartenenti ad altre specie, ossia una presa di distanza dalle leggi e meccanismi sociali che giustificano la violenza sull'altro da noi solo perché diverso. E per rifiutare questo massacro non serve amarli, ma basta riconoscere che siano esseri viventi (non difficile, direi) e che sia sbagliato arrecargli danni e dolore trattandoli invece come fossero oggetti inanimati o facendogli cose che se venissero fatte a un animale umano sarebbero ritenute orribili.
La questione è molto semplice. Se uccidere qualcuno per trarne profitto è una forma di violenza, allora questa violenza non necessaria va rifiutata; e non regolata o moderata.
Non si può pensare che sia ammissibile violentare con moderazione. Fa ridere una cosa del genere. 
Ecco, i media censurano questo tipo di informazione e così anziché parlare di chi sono gli animali, come sono costretti a vivere e come vengono massacrati, si preferisce scherzare sul tipo che beve acqua e limone e che accidentalmente è pure vegano. 
Questa è censura.

Un'altra forma di censura riguardo la questione animale (di cui, non mi stancherò mai di ripeterlo, il veganismo è solo una conseguenza) è quella che tutti noi, inconsapevolmente, mettiamo in atto ogni minuto della nostra vita. Tutti noi, anche noi vegani e attivisti.
Noi tutti sappiamo cosa avviene dentro i mattatoi, lo sappiamo vagamente. Molti di noi hanno visto video tratti da investigazioni. Ma se davvero ci concentrassimo su questo, non vivremmo più. L'orrore finirebbe per paralizzarci e così non possiamo fare altro che dimenticarcene. 
Questo meccanismo l'ho sperimentato io stessa durante i presidi NOmattatoio al momento del passaggio dei camion che trasportano gli animali. Ora, sappiamo che vengono uccisi e fatti a pezzi circa 5.000 animali al secondo, in tutto il mondo (e solo per fini alimentari; dal conteggio sono esclusi i pesci, che nemmeno sono considerati individui, ma vengono calcolati a peso), eppure nessuno di noi ha veramente contezza di cosa significhi questo.
Invece avvicinarsi ai tir e vedere questi individui, uno ad uno, nella loro esclusiva e irriducibile singolarità, fa tutto un altro effetto. Cioè, lì veramente si capisce che sono esseri viventi, ognuno diverso dall'altro, non solo fisicamente, ma anche nel carattere. C'è chi ha lo sguardo vitreo dal terrore, chi si avvicina in cerca del conforto di una carezza, chi tenta disperatamente di scappare dal camion, scalcia e morde le sbarre con i denti, chi, rassegnato, giace a terra senza più nemmeno la forza di muoversi, chi fugge spaventato e via dicendo. La cosa più disturbante è vedere i loro occhi. Ti guardano. E capisci che lì dentro c'è tutto un mondo. Un mondo che noi stupriamo, cancelliamo al ritmo di 5000 esecuzioni al secondo. Poi, e anche di questa cosa si ha poca contezza, tu vedi questi individui con cui hai brevemente interagito e poco dopo li ri-vedi uscire fatti a pezzi (quindi ormai irriconoscibili e privati di ogni riferimento alla loro precedente identità), dentro confezioni di polistirolo, belli impacchettati e pronti per andare a riempire gli scaffali dei supermercati. E vi giuro che sembra una cosa surreale. Tu guardi e ti dici "non è possibile"; non è possibile che quell'essere dallo sguardo gentile che prima mi ha leccato la mano, ora sia un pezzo di carne che tra qualche ora verrà distrattamente acquistato e poi digerito. 
Cancelliamo mondi, cancelliamo vite, cancelliamo respiri. 
E lo facciamo perché non vediamo i corpi da cui provenivano. Corpi come i nostri, con sangue, tendini, ossa, cervello, muscoli. E animati da una vita interiore, anche se diversa dalle nostre. 

Tutto questo la tv non ve lo mostrerà mai. E voi continuerete a comprare pezzi di carne incellophanati senza sapere quello che state facendo, di quale massacro vi state rendendo complici. 

Il veganismo è solo la manifestazione sul piano individuale dell'assunzione di responsabilità che deriva dal riconoscimento di quanto sia ingiusto lo sfruttamento e il massacro di altre specie. È il tentativo di far fronte a questa dimenticanza, a questa rimozione di un orrore collettivo cui tutti abbiamo preso o prendiamo parte senza esserne pienamente consapevoli.
Pensavamo di esserlo, ma non lo eravamo nella misura in cui non ci siamo mai abbastanza a lungo soffermati su cosa significhi stare appeso a un gancio a testa in giù sommersi da sangue, escrementi e urla di terrore. 

Diventare antispecisti e vegani significa ritrovare lo stupore del riconoscimento dell'altro da noi. Della sua irripetibile singolarità. Questo è il vero motivo per cui si diventa vegani. Chi lo fa per motivi di salute non ha capito cosa ci sia veramente in gioco: il rispetto per l'altro, la lotta di giustizia sociale. Chi lo fa per salute lo fa per se stesso. L'altro nemmeno lo vede. Continua a restare nell'oblio, nella censura, nella rimozione. Che invece è ciò che l'antispecismo combatte e con cui deve fare i conti.
L'antispecismo soltanto porta alla sola forma di veganismo che davvero abbia un significato e che è quella della scoperta e riconoscimento dell'altro, del ritrovamento della memoria dell'orrore quotidiano. Se non c'è questa apertura, se non lo si fa per l'altro, allora tutto resterà com'è, nonostante i cappuccini e cornetti vegani reperibili ormai ovunque. 

domenica 27 novembre 2016

Censura

Oggi a Roma c'è stata una grossa manifestazione nazionale per il NO e contro il governo Renzi cui hanno aderito vari movimenti sociali di sinistra, tra cui NoTav, NoTriv, gruppi studenteschi, centri sociali, comitati per l'acqua e beni comuni, comitati per il diritto alla casa e singoli cittadini.
Il Corriere della Sera non menziona proprio l'iniziativa, mentre Repubblica gli dedica un piccolo trafiletto, parlando solo di presunti lanci di uova contro la banca d'Italia e del ritrovamento di spranghe. La diretta video si sentiva malissimo e ha ripreso solo piccole parti del corteo. In compenso il faccione di Renzi troneggia ovunque. 

Se questa non è censura, ditemi voi cos'è. 





Convinzioni


- Guarda, io sono un carnivoro convinto.

- Davvero? E allora che ci fai ancora qui? Ma corri, sbrigati, torna nella Savana! 

giovedì 24 novembre 2016

Cani come appendici della propria virilità

Come interpretare il comportamento di un uomo, età sulla cinquantina, che si avvicina, petto in fuori, col suo cane molossoide mentre sto dando da mangiare ai gatti della colonia e lo istiga a ringhiargli contro facendoli scappare, il tutto ridendo e guardandomi con aria sorniona, in cerca di complicità e approvazione, come a dire: " hai visto quant'è figo il mio cane!"? 

La mia risposta non deve essergli piaciuta molto, visto che, dopo i gatti, il prossimo a darsela a gambe levate è stato lui, con cane al seguito (che, porello, non c'entra niente). 

mercoledì 23 novembre 2016

Una favola di Natale di Bonifacio Vincenzi per aiutare cani e gatti abbandonati

Vi giro questo comunicato stampa. Mi sembra una bella e lodevole iniziativa.


"È la magica atmosfera del Natale  a caratterizzare il terzo episodio della fortunata serie che vede protagonisti una gatta e un cane davvero simpaticissimi. L’autore è Bonifacio Vincenzi, un nome noto nell’ambiente letterario.
Un’indimenticabile notte di Natale  si intitola questo terzo episodio di Zoira e Max (Ag  Book Publishing Editrice). Le illustrazioni sono di Germana Di Rago.

Max è un cane sensibile che fa dell’umiltà la sua dote migliore; Zoira è una gatta viziatella dagli atteggiamenti aristocratici. Nonostante le differenze caratteriali e i continui bisticci, i due sono veri e grandi amici. Quando Strauss, angelo custode un po’ picchiatello e pasticcione, viene incaricato da Babbo Natale di coinvolgere Max nella consegna di un regalo molto speciale a Romeo, un bambino che ama i cani, lui non può fare a meno di trascinare anche Zoira nell’avventura. La magica atmosfera del Natale fa da sfondo a un viaggio in un mondo in cui i protagonisti sono gli animali, capaci di far riflettere con le loro azioni bambini e adulti su temi importanti della vita.

Grazie alla Casa Editrice AG Book Publishing,  chi acquisterà il libro illustrato per bambini "Zoira&Max: Un'indimenticabile notte di Natale",  contribuirà ad aiutare l'Associazione “Mi Fido” per la realizzazione dell'Oasi Arcobaleno per i cani e i gatti bisognosi.
L’ Associazione Mi Fido è una onlus di volontariato animalista fondata a Roma il 4 aprile 2005. Iscritta nel Registro Regionale delle Organizzazioni di Volontariato della Regione Lazio – Sezione Ambiente con il numero 580, è anche iscritta nell’Anagrafe Unica delle Onlus dal 2005. Per contatti, sede legale in via Nicolò Odero 19 - 00154 Roma (associazionemifido@gmail.com); telefono cellulare 331 6005643 .

Le copie di questa favola moderna possono essere ritirate a 10 euro nei tavoli informativi oppure prenotate inviando una mail a associazionemifido@gmail.com Il libro puo' anche essere acquistato a 12 euro con consegna a domicilio attraverso il sito della casa editrice a questo link http://www.agbookpublishing.com/…/bonifacio-vincenzi-zoira-…
Così augurate un Bellissimo Natale a tanti bambini con un occhio attento alla solidarietà .

AG BOOK PUBLISHING

P.S.: cani e gatti non si comprano. Si adottano dai rifugi e strutture apposite.