sabato 2 febbraio 2019

Produzioni culturali

Gli altri animali si sfruttano unicamente per il profitto (almeno nei paesi occidentali capitalisti, in altri paesi sono comunque usati come risorse rinnovabili o mezzi di sussistenza, sempre considerati prodotti o macchine per produrre). 
Poi, per giustificare il loro utilizzo, ossia per evitare che si obietti al fatto che esseri viventi vengano schiavizzati, uccisi, reclusi ecc. si usano una serie di giustificazioni che servono a normalizzare, legittimare, sminuire quel che gli viene fatto e questo insieme di argomentazioni/giustificazioni è quel che chiamiamo specismo. Lo specismo si appoggia su un pilastro fondamentale, che è l'antropocentrismo. Per sminuire quel che gli viene fatto ci si appoggia a delle credenze, errate sotto ogni punto di vista, che li vorrebbero meno capaci di sentire, di comunicare, di avere sentimenti, di provare dolore e gioia, di capire il mondo, di rendersi conto delle terribili torture che gli vengono continuamente inflitte. 
Tutta la nostra produzione culturale (filosofia, economia, diritto, religione, scienza, arte, media, quindi cinema, televisione, giornali, letteratura, quindi linguaggio verbale e visivo, ma anche il sistema scolastico e praticamente ogni attività di tipo intellettuale o pratico, inclusa la politica*) è funzionale a giustificare lo sterminio degli animali e lo fa attraverso una continua propaganda resa invisibile dal fatto che appunto si presenta come neutra, normale, naturale e approvata dalla legge. Questa propaganda è invisibile perché altro non è che la cultura in cui nasciamo, ci formiamo e viviamo. È molto difficile mettere in discussione qualcosa che ci viene propinato in un certo modo sin da quando nasciamo e in cui siamo immersi, ma non impossibile. Basta capire che di normale e naturale nello sfruttamento degli animali non c'è niente, che esso non ci è necessario per vivere, ma che è finalizzato solo al profitto di chi li fa nascere, alleva e uccide. 
Se un domani venisse fatta una nuova legge che consentisse di macellare i cani o i gatti o, che so, persone anziane, e ci volessero convincere della sua giustezza e necessità attraverso una continua propaganda che fa uso di pubblicità, articoli di giornali, scene di quotidiana normalità nei film e nelle letteratura, ci accorgeremmo subito che si tratta di una forzatura, la percepiremmo come ingiusta e insorgeremmo; ma se fossimo nati in un sistema così? Se sin da piccoli fossimo stati abituati a considerare normale uccidere cani, gatti e persone oltre una certa soglia di età, la cosa ci stupirebbe? Certo che no.
Ed ecco perché non ci sorprende oggi sapere quel che accade agli altri animali. Perché siamo stati convinti ad accettarlo come naturale. In realtà siamo stati vittime di un'ideologia invisibile. Un'ideologia funzionale a sostenerne l'oppressione, il dominio, la schiavitù per il profitto.

Ogni tipo di oppressione ha bisogno di un'ideologia funzionale a giustificarla.
Ma arriva un momento in cui si scopre che il re è nudo, come si suol dire e queste giustificazioni sono un castello di carta, di simboli, di modi di dire, che però producono violenza vera; oggi sappiamo che non abbiamo una reale necessità di mangiare e sfruttare gli animali e quindi dobbiamo opporci in tutti i modi possibile alla loro oppressione. 
Ognuno ha senz'altro modo di agire con più efficacia in base alle proprie competenze nel settore in cui lavora e si confronta.
I medici e ricercatori, i filosofi, gli artisti, i giornalisti, gli attivisti, che ognuno lasci la propria impronta in base alle proprie capacità. Un approccio multidisciplinare è necessario. Senza escludersi a vicenda. Purché il messaggio sia comune e compatto e che sia un messaggio RADICALE, ossia di lotta contro l'oppressione, il dominio, lo sfruttamento, la mercificazione, il massacro in sé degli animali e NON sulle modalità di continuare a farlo.

*La distinzione tra politica e cultura non ha senso perché la politica è sempre un prodotto della cultura, ossia rientra in tutto ciò che la nostra specie produce, di intellettuale o materiale che sia. Quando si parla di cultura infatti va considerato tutto ciò che l'homo sapiens fa, pensa, concretizza, tanto i frutti più eccelso della sua mente (filosofia, arte ecc.), quanto i risultati più bassi. Il modo in cui amministriamo, gestiamo, ci relazioniamo con gli altri è politica, ma il teorizzarlo e metterlo in pratica fa sempre parte di quell'insieme di attività che chiamiamo cultura.
Detto in parole più semplici: ogni attività dell'essere umano rientra in quel che definiamo cultura. 
P.S.: anche gli altri animali producono cultura, non solo la nostra specie; sebbene in modi diversi da noi.

martedì 29 gennaio 2019

Come animali


I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” diceva il noto filosofo Ludwig Wittgenstein, un’affermazione che molto semplicemente indica l’impossibilità di definire la realtà al di fuori di un linguaggio che sappia esprimerla e il linguaggio in ambito umano è quasi sempre un sistema di segni condivisi da una data comunità. In questo senso, il linguaggio è un creatore di mondi e un costruttore di senso e significati.
Nella neo-lingua orwelliana del romanzo distopico 1984 si dà vita a una serie di enunciati che ripetuti ossessivamente dalla propaganda del regime finiscono per diventare credibili, quindi reali. Non importa che qualcosa lo sia, basta ripeterlo fino allo sfinimento, farne, per così dire, un luogo comune e le persone finiranno per crederlo reale. In questo senso possiamo tranquillamente affermare che il linguaggio è sempre un atto politico.

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giovedì 24 gennaio 2019

Distopie che diventano realtà


Scimmie clonate per fare esperimenti sui danni derivati dall'insonnia a lungo termine. Le scimmiette, cinque macachi, sono state clonate da scimmiette modificate geneticamente per diventare insonni (gli hanno soppresso il gene che regola il ritmo sonno-veglia). Perché è così che funziona la sperimentazione sugli animali: prima si procura il sintomo della malattia, non importa in quale modo, poi gli individui fatti ammalare vengono usati per selezioni genetiche che ne fanno nascere altri già malati o vengono clonati, e quindi si fanno esperimenti per curare la malattia o per curare gli effetti progressivi della stessa sull'organismo.
Indurre insonnia (chiunque ne soffra sa quanto è terribile e come debilita l'organismo), privare esseri viventi reclusi persino di quelle poche ore di sollievo da una realtà brutale e vuota di qualsiasi soddisfacimento, è un qualcosa che non si può nemmeno immaginare per quanto è terribile. Del resto se nei paesi totalitari usavano la privazione del sonno come forma di tortura, un motivo ci sarà.

La chiamano scienza e invece è mostruosità pura, nazismo applicato al popolo degli altri animali.

Se vivessimo nel migliore dei mondi possibili, con paesi che compiono queste mostruosità, non solo non dovremmo fare transazioni economiche di nessun tipo, né collaborare, ma dovremmo proprio buttargli giù queste strutture, come si fece a suo tempo con i campi di concentramento. Invece viviamo in un mondo dove il denaro e il potere sono le due cose più importanti e quindi si è disposti a compiere e tollerare qualsiasi nefandezza su altri esseri viventi pur di guadagnare, battere la concorrenza ecc. Gli imperi farmaceutici sono uguali a qualsiasi altra azienda, quel che conta non è curare le persone, ma fare un mucchio di soldi. Non sono antiscientista, credo nella scienza, nella medicina, ma torturare esseri viventi non è mai stata e mai sarà scienza.

Per non parlare poi della clonazione di altri esseri al solo scopo di poterli usare nei laboratori.

La notizia era ieri su Repubblica, qui l'articolo: https://bit.ly/2FL0M1m 

lunedì 21 gennaio 2019

Natura umana


"In realtà le cose non andarono come previsto; il mondo esterno impose la propria presenza, e lo fece con brutalità: Camille mi chiamò quasi esattamente una settimana dopo, nel primo pomeriggio. Era in preda al panico, rifugiata in un McDonald's della zona industriale di Elbeuf. Aveva passato la mattinata in un allevamento industriale di galline, aveva approfittato della pausa pranzo per svignarsela e dovevo assolutamente raggiungerla, dovevo subito raggiungerla e salvarla. 
Riattaccai, furibondo: chi era l'imbecille della DRAF cui era venuta l'idea di mandarla lì? Conoscevo benissimo quell'allevamento, era un allevamento enorme, più di trecentomila galline, esportava uova fino in Canada e in Arabia Saudita, ma soprattutto aveva una fama orribile, una delle peggiori dell'intera Francia, tutte le visite si erano concluse con un parere negativo sulla struttura: negli hangar, illuminati dall'alto da potenti lampade alogene, migliaia di galline tentavano di sopravvivere stipate fino a toccarsi, non c'erano gabbie, era un "allevamento a terra", le bestiole erano spelacchiate, scheletriche, la loro epidermide era irritata e infestata dagli acari rossi, vivevano in mezzo ai cadaveri in decomposizione delle loro consimili, trascorrevano ogni istante della loro breve esistenza - al massimo un anno - a chiocciare di terrore. Succedeva anche negli allevamenti tenuti meglio, ed era la prima cosa che ti colpiva, quel chiocciare incessante, quello sguardo di panico permanente con cui ti fissavano le galline, quello sguardo di panico e incomprensione, non chiedevano nessuna pietà, ne sarebbero state incapaci, però non capivano, non capivano le condizioni in cui erano costrette a vivere. Per non parlare dei pulcini maschi, inutile per la deposizione delle uova, gettati ancora vivi, a manciate, nelle frantumatrici; tutte quelle cose le sapevo, avevo avuto modo di visitare molti allevamenti di galline, tra i quali quello di Elbeuf era senz'altro il peggiore, ma la bassezza morale di cui sapevo dar prova come chiunque altro mi aveva permesso di dimenticarlo.
Camille mi corse incontro appena mi vide arrivare nel parcheggio e si strinse tra le mie braccia, vi si strinse a lungo, senza riuscire a smettere di piangere. Come potevano gli uomini fare una cosa simile? Come potevano lasciare che venisse fatta? Sull'argomento non avevo niente da dire, a parte qualche banalità priva di interesse sulla natura umana.
Una volta in macchina, sulla strada per Caen, Camille passò a domande più imbarazzanti: com'era possibile che dei veterinari, ispettori della sanità pubblica, permettessero una cosa simile? Com'era possibile che visitassero quei posti in cui la tortura degli animali era quotidiana e li lasciassero funzionare, se non addirittura collaborassero al loro funzionamento, pur essendo, di base, veterinari? Confesso che su quel punto mi sono fatto anch'io qualche domanda: erano strapagati per mantenere il silenzio? In realtà non credo. In fondo nei campi nazisti c'erano sicuramente dei medici, gente con una laurea in medicina. Ma anche quella, a conti fatti, era una fonte di considerazioni banali e poco incoraggianti sull'umanità, preferii starmene zitto. 
Ma quando mi disse che era tentata di smettere, di rinunciare agli studi veterinari, intervenni. Era una professione liberale, le ricordai: niente poteva costringerla a lavorare in un allevamento industriale, e nemmeno costringerla a vederne un altro, e dovevo anche aggiungere che aveva visto il peggiore, la peggiore delle situazioni possibili (quantomeno in Francia, per le galline c'era ben di peggio in altri paesi, ma evitai di precisarlo). Adesso sapeva, tutto lì - era tanto ma era tutto lì. Evitai anche di precisare che i maiali non se la passavano meglio, e nemmeno, sempre più spesso, le mucche - mi sembrava che per quel giorno fosse già abbastanza."

(Serotonina - Michel Houellebecq)

N.B.: non si tratta di un romanzo antispecista, tutt'altro, anzi, il protagonista non esprime nessuna critica nei confronti degli allevamenti non industriali o sul mangiare animali; inoltre la visione che ha dell'universo femminile è a dir poco sessista. C'è da dire che il protagonista non è, per dirla in termini di narrazione classica, un eroe positivo, tutt'altro: è disilluso, cinico, amaro, sardonico, nonché profondamente depresso; riconosce la bassezza morale dell'umanità in generale di cui si sente un campione abbastanza rappresentativo. 
Proprio per questo, la descrizione realistica degli allevamenti di galline acquista particolare forza: se un uomo profondamente disilluso e amareggiato, cinico, sul punto di tagliare i ponti con la vita, è capace di restare ancora profondamente scioccato al ricordo di quanto vide anni prima, significa che effettivamente quella realtà, la realtà degli allevamenti, è qualcosa di insostenibile. Talmente insostenibile da essere paragonata ai campi nazisti. Peccato che, dice poi, la bassezza morale dell'umanità consenta di dimenticarsene e in questa considerazione sta la tragicità del personaggio e dell'umanità. Cionondimeno, l'assenza di retorica nella descrizione da parte di un personaggio che, ripeto, è sostanzialmente un cinico, così come le domande che si pone sul ruolo del veterinario, la rendono una testimonianza molto efficace. Efficace proprio perché da parte di un cinico. Lo stesso risultato non si sarebbe raggiunto se il personaggio, ad esempio, fosse stato sensibile, gentile ecc., il tutto sarebbe apparso come stucchevole.

giovedì 10 gennaio 2019

Pezzi di carne

Che il sessismo sia ancora profondamente radicato nella nostra società, al punto da non essere nemmeno riconosciuto come discriminazione, lo si capisce dal modo in cui ti rispondono taluni e talune quando fai notare che rappresentare donne in un certo modo, esporre così pezzi di carne non riconducibili a un soggetto, come fossero appunto solo pezzi di carne, è, per l'appunto un comportamento sessista. Ti dicono che è solo una battuta, che non sai stare al gioco.
Ora, mi domando, riterrebbero opportuna la stessa risposta in caso di rappresentazioni e immagini razziste? La cosa buffa è che molti di questi sono antispecisti, cioè sono sensibili all'oggettificazione e sfruttamento degli altri animali, ma accettano tranquillamente il paragone pezzo di carne/tette/culi.
Se non si capisce che il tipo di operazione che si fa in entrambe i casi è la cancellazione del soggetto - che diviene così solo un referente assente - perché è solo dopo averne spazzato via qualsiasi aspetto che ne ricordi l'individualità (nome, volto ecc.) e che quindi i due tipi di oppressione sono profondamente legati, allora non si è capito nemmeno lo specismo, ossia perché riteniamo normale sfruttare gli altri animali. Si potrà parlare di veganismo finché si vuole, ma esso rimarrà sempre e soltanto una dieta alternativa e non farà mai il salto di qualità per porsi come movimento politico.
Specismo, sessismo, razzismo, omofobia, abilismo, sono tutte ideologie basate su un unico assunto: l'annichilimento delle singole individualità in quanto soggetti di una vita e la trasformazione dei loro corpi in qualcosa di funzionale e utile a chi si arroga il potere di sfruttarli (come merci, organi di riproduzione, forza lavoro, strumenti motivazionali ecc.).

Suggerimenti di lettura: The sexual politics of meat di Carol Adams.

lunedì 31 dicembre 2018

Scelte


Testimoniare, sensibilizzare, raccontare, non è bastato. Non basta.

Ieri sono passata davanti al banco dei pesci all'interno di un supermercato. C'era questo pesce spada enorme, tutto intero, con la testa rivolta verso gli acquirenti e la spada che sporgeva dal banco, su cui avevano infilato un limone, suppongo per evitare che qualcuno, sfiorandola, potesse ferirsi. Era talmente evidente che fosse un animale e non una "confezione di cibo" che diverse persone, passandoci davanti, hanno distolto la testa dicendo "che brutto!", oppure "che schifo!". Ciò non ha impedito a tantissime altre di fermarsi lì davanti e di ordinarne una fetta, come se niente fosse. L'addetta che incideva il fianco e tagliava, la testa del pesce che ondeggiava per la pressione della lama, me ne fa quattro etti, anzi facciamo mezzo kg e ci aggiunga pure una manciata di quei gamberetti, l'importante è che sia fresco. Freschissimo signò, che non lo vede, guardi l'occhio, pare vivo. Già, già, pare vivo.

Non è vero che le persone non scelgono. Le persone scelgono, scientemente, ogni giorno.

venerdì 21 dicembre 2018

Liberarsi dal patriarcato

Per difendere la regolamentazione della prostituzione sul modello tedesco (che tradotto significa: liberalizzare lo sfruttamento, depenalizzare i papponi e favorire i clienti, mentre le prostitute diventano merce regolata dal libero mercato, quindi soggette poi a fenomeni come quelli dei bordelli all inclusive: orribili capannoni su più piani - ogni piano un tipo di donna che si può scegliere anche sul menu - in cui per cento euro si possono comprare corpi da usare, cibo da mangiare e qualcosa da bere) bisogna avere proprio una mente bacata intrisa del più becero patriarcato. Perché solo una mente bacata intrisa di becero patriarcato può pensare che una donna che non sia spinta da gravi necessità economiche possa scegliere come lavoro, come progetto di vita, ma anche come occupazione momentanea quella di farsi usare, umiliare, toccare, e spesso picchiare da uomini sconosciuti che vanno con le prostitute proprio perché gli piace avere un corpo tra le mani malleabile come un oggetto e trovano faticoso evidentemente relazionarsi con individui.

Solo una menta bacata intrisa del più becero maschilismo può paragonare la "scelta" di lasciar usare il proprio corpo (non vi servono i disegnini per capire cosa richiede sottoporsi a questa pratica, vero? Ricordo comunque che tra le "abilità richieste" Rachel Moran, ex prostituta, autrice di "Stupro a pagamento!", dice: abilità nel reprimere l'istinto di vomitare, abilità nel riuscire a dissociarsi da quello che si sta facendo, abilità nel sopportare il dolore) a quella di servire un caffè al bar e questo perché è stata interiorizzata una certa considerazione della donna come di un corpo sempre pronto all'uso, disponibile, al bisogno, a lasciarsi usare in ogni modo fantasioso espresso e richiesto dal maschio superiore e padrone; in fondo, sembrano pensare costoro, una donna, a parte a procreare e a farsi scopare, a cosa serve?

Non capire che non si tratta di moralismo, ma di evitare che le donne diventino ancora di più corpi sfruttati dal libero mercato è veramente imbarazzante. Del resto ci sarà un motivo se invece nella libera Svezia (che di certo non è un paese bigotto) la legge punisce i papponi e penalizza i clienti aiutando le prostitute a uscire dal sistema prostituente? 
E come non si fa a non capire che la tratta delle schiave non è un fenomeno esterno al sistema prostituente, ma un pilastro che lo sorregge? Perché senza profonda necessità economica non ci sarebbe abbastanza "carne da macello", dato che le "volontarie" sarebbero veramente poche (e che comunque nessuno vieterebbe loro di fare sesso a pagamento in una transazione privata). Pensare che si possa regolamentare la prostituzione proteggendo le donne coinvolte nel sistema prostituente da violenza, umiliazione, profonda sofferenza, riduzione a oggetto, annullamento dell'individualità (è questo che richiede il cliente, non un soggetto pensante, ma un corpo malleabile da usare) è come pensare che possa esistere un sistema di allevamento e uccisione degli animali senza violenza e in cui veramente vengano tutelati i loro interessi. Non a caso, sempre Rachel Moran ricorre spesso a questa analogia: corpi usati nel sistema prostituente=carne da macello.

Come dice un'altra ex prostituta citata nel libro dalla Moran: sì, il capitalismo sfrutta tutti e anche la persona che gira burger da Mc Donald's è sfruttata, ma nel sistema prostituente la donna non è quella che gira burger (o che serve il caffè o che fa le pulizie), la donna è il burger stesso.

Faccio veramente fatica a comprendere come ci si possa dichiarare femministe e poi sostenere che entrare nel sistema prostituente possa definirsi un lavoro, dal momento che si tratta di una pratica di antichissimo sfruttamento da parte del patriarcato, che annulla e ostacola quindi il riconoscimento della donna in quanto individuo. E che lo ostacolo per tutte noi, non solo per la donna stessa che si prostituisce. 
Come si può pensare che reprimere la propria soggettività e farsi carne malleabile nelle mani di uomini che cercano solo di usarti come un oggetto possa in qualche modo contribuire alla propria autodeterminazione? Come dice la Moran, lasciarsi usare è l'esatto opposto del controllo su se stesse. Significa farsi oggetto, in tutti i sensi.

Sugli uomini sedicenti femministi che difendono il "sex-work" non mi pronuncio: in fondo stanno solo difendendo i loro privilegi e, come ho detto sopra, hanno la mente bacata da secoli di patriarcato. Basta che non sia la loro figlia, sorella o mamma, e poi va bene. Si sa che il resto delle donne sono tutte troie da scopare, come cantano i tipi della trap.

Ora, prima di venire qui sotto a dire la propria, vi prego di informarvi su cosa si intenda per regolamentazione secondo modello tedesco e su quello che invece ci auspichiamo sul modello svedese. Andatevi anche a leggere le recensioni dei clienti dei bordelli per rendervi conto di come vedono queste donne, cosa pensano di loro, cosa si aspettano da loro. Infatti, più che parlare della donna nel sistema prostituente, di come è trattata e usata, qui serve un cambio di mentalità e il vero necessario cambio per mettere in discussione la pratica patriarcale di sfruttamento più antica è quello di focalizzarsi sul cliente, su chi usufruisce di certi servizi. Chi è il cliente tipo? Chi sono gli uomini che pagano per avere un corpo da usare? Nessuno vuole danneggiare le donne in stato di necessità, infatti serve parallelamente di inserirle in un progetto di fuoriuscita dal sistema prostituente e di instradamento nel mondo del lavoro. Noi vogliamo invece penalizzare i clienti, impedirgli di continuare a usare i corpi delle donne. 
Quello che serve, soprattutto, è un cambio radicale di mentalità per cui si smetta di vedere, pensare, immaginare come "normale e naturale" comprare corpi a pagamento perché questo è quello che vuole il patriarcato, questo è un pensare da maschilisti. Le donne non sono oggetti e il loro corpo non è merce.

La regolamentazione non protegge le donne, ma solo i papponi e gli interessi dei clienti sfruttatori.

Smettiamola di pensare al sistema prostituente come a un sistema in cui le donne possano autodeterminarsi e iniziamolo a vedere per quello che è: un sistema in cui gli uomini possono invece usarle, violentarle, fargli male, mercificarle, annullarle.

Pensare di liberarsi dal patriarcato legittimando la prostituzione è come pensare di liberare gli animali legittimando il welfarismo.