mercoledì 10 ottobre 2018

Cosa, non come

Ogni forma di lotta contro una determinata oppressione può solo prendere vita in una data epoca e non prima. Così è solo quando siamo arrivati alle catene di smontaggio dei grossi macelli di Chicago e agli allevamenti intensivi che abbiamo potuto prendere coscienza dell'orrore dello sfruttamento animale. Questo non vuol dire però che ciò che dobbiamo combattere sia solo la forma più estrema di una pratica e che basterebbe ritornare a forme di allevamento del passato, ma dovrebbe servire a mettere in discussione l'essenza della pratica in sé, a riflettere sull'aberrazione di un intero sistema che considera gli altri animali come risorse da consumare anziché individui senzienti. 
Lo svelamento dell'orrore degli intensivi e dei macelli, tramite immagini, investigazioni, documenti di vario genere, dovrebbe essere come un riflettore che illumina e mette a fuoco il nemico da colpire, non un raggio distorto che svia l'attenzione da cosa per concentrarsi sul come.

lunedì 8 ottobre 2018

La fiera degli orrori


"Queste so' quelle che ce magnamo dopo", dice uno, rivolto a suo figlio, che annuisce, ma forse non comprende fino in fondo il peso di quelle parole. 
"Queste" sono un piccolo numero di pecorelle che si fanno coraggio stando vicine tra loro, ammassate verso il punto più lontano dallo sguardo dei visitatori, protette da una staccionata e al riparo sotto a un tendone. Un riparo dalla pioggia, ma non dagli sguardi volgari di chi, in quei musetti spaventati, vede solo del "cibo" prossimo a essere consumato. 
Poco più avanti c'era lo spazio con i cavalli, tirati a lucido e dal passo apparentemente elegante, ma dallo sguardo oppresso e mortificato di chi ha dovuto subire un addestramento forzato e quindi violento. A caratteri cubitali campeggia la scritta "doma dolce" su dei cartelli affissi tutti attorno, ma anche in questo caso, come in quello di "benessere animale negli allevamenti" l'accostamento dei termini esprime una realtà ossimorica, l'inconciliabilità di due concetti. La doma è per sua natura un piegare la natura di un animale selvatico, una repressione delle sue abilità, necessità, potenzialità. E infatti lo vedevi questo cavallo, montato a turno da decine di bambini urlanti in fila uno dietro l'altro, prostrarsi di fronte al frustino e reprimere con immenso sforzo il desiderio di fuggire via, di saltare oltre quell'angusto recinto per immaginarsi altrove, a correre su verdi prati senza l'assillo di eseguire ordini di un padrone in cambio di un po' di cibo.

Ancora avanti c'era lei, una civetta con gli occhi feriti dalla luce diurna e la zampina legata, esposta come un fenomeno da baraccone ai ghigni degli astanti. 

E poi la teca dei coniglietti, cuccioli immobilizzati dalla paura e le caprette, i vitellini, tutti esseri dolcissimi spinti a divenire attori loro malgrado di un'esibizione pornografica in cui ognuno di loro vale per il peso della propria carne un tanto al chilo. 

Un evento di grandi proporzioni, questo messo in piedi dalla Coldiretti lo scorso fine settimana a Circo Massimo, un grande inganno mediatico in cui si è sfruttata vergognosamente l'innocenza dei bambini e degli animali, entrambi usati come richiamo: i primi, per indurre i genitori a portarli a fargli conoscere da vicino gli animali (gli stessi che poi, in un altro momento, saranno sgozzati e fatti a pezzi - ma questa parte, ovviamente, è stata ben tenuta nascosta), i secondi, doppiamente sfruttati: come soggetti pubblicitari dal vivo e, a seguire, come prodotti su cui lucrare.

Nel mezzo, un profluvio nonché un effluvio disgustoso di bancarelle che vendevano cibo, cioè parti di animali fatti a pezzi e prodotti derivati dal loro sfruttamento.

Una fiera degli orrori, una rappresentazione straordinaria dell'ordinaria banalità del male che è la realtà degli allevamenti, ma che ormai sempre più, nel tentativo di ripulirsi la facciata, mostra il suo lato grottesco e non si fa scrupolo di strumentalizzare l'ingenuità dei bambini.

Solo per questo io, se fossi in voi, consumatori di prodotti animali, cioè di individui violentati e fatti a pezzi, due domande me le farei.

#stoconglianimali

sabato 6 ottobre 2018

Stare con gli animali e non con gli allevatori

I termini "benessere animale" e allevamento sono inconciliabili.

Negli allevamenti, in qualsiasi allevamento, anche quello composto da dieci individui che vivono in spazi all'aperto, gli animali esistono per il solo e unico fine di essere trasformati in prodotti alimentari o di fornire prodotti alimentari.

Immaginate una comunità di persone umane che faccia nascere bambini al solo scopo di mangiarli o che allevi donne al solo scopo di farle partorire per poi prendergli il latte che sarebbe destinato al loro bambino e che quello stesso bambino gli venga sottratto per essere ucciso. Ora, anche nelle migliori condizioni, cioè nella condizione in cui queste comunità fossero provviste di ogni tipo di arricchimento (biblioteche, cinema, piscine, spazi verdi su cui giocare, cibo ottimale ecc.), ciò rappresenterebbe comunque un'aberrazione ai nostri occhi perché l'aberrazione è nella finalità dell'esistenza di tali luoghi e non nelle modalità o forma esteriore (a tal proposito vi invito a leggere un romanzo bellissimo del premio Nobel Ishiguro Kazuo dal titolo Non lasciarmi - ne ho parlato qui e qui. Non è un romanzo antispecista, ma per analogia può far comprendere benissimo il punto di vista che ho espresso qui sopra).

Perché il discorso dovrebbe cambiare se al posto delle persone umane ci mettiamo quelle non umane?

Non si può rispondere alla domanda dicendo che si tratterebbe di una strategia perché sono le strategie stesse che indicano l'obiettivo e se le strategie non chiedono l'abolizione di ciò che costituisce un'aberrazione allora non la intaccano minimamente, ma anzi, la rendono meno visibile e per questo la rafforzano.

Chi mi conosce sa che raramente critico i soggetti, ma sempre i concetti. Però questa volta, per onestà intellettuale, io devo dirlo: CIWF è un'associazione di allevatori che quindi ha tutto l'interesse nel continuare ad allevare gli animali. Una campagna promossa da CIWF è peggio che welfarista: è semplicemente conservazionista.  

Si tratta di un ombrello che mette gli allevatori al sicuro da possibili crisi dovute all'aumento di un consumo critico. Le persone vogliono ancora mangiare animali e bere latte, solo che vogliono farlo con la coscienza a posto, senza sentirsi dire che stanno sostenendo un sistema di crudeltà. E così gli allevatori gli danno quello che cercano: allevamenti senza crudeltà.

A un certo punto bisogna decidersi, o si sta con gli animali o con gli allevatori.

mercoledì 26 settembre 2018

Cosa significa allevamento intensivo?

Quando si parla di intensivi si pensa che la denominazione derivi dal numero di animali allevati, quindi la mente ricorre subito alle immagini di quei capannoni sovraffollati di individui rinchiusi in gabbie strettissime e che non hanno nemmeno uno spazietto per muoversi.

Invece: 
- intensivi sono anche gli allevamenti senza gabbie, in cui gli animali sono rinchiusi dentro un unico spazio o più spazi divisi; 
- intensivo è il metodo di allevamento, ossia il ritmo serrato e continuo di riproduzione (tramite inseminazione artificiale), svezzamento, ingrasso e deportazione al macello. E questo può avvenire anche in allevamenti di pochi individui.

Cosa voglio affermare con questo? Che ogni allevamento, al di là della tipologia, include violenza, oppressione, sfruttamento e controllo dei corpi e che comunque dire "aboliamo gli intensivi" non significa niente, è una frase priva di senso utile solo a illudere i consumatori, a trastullarli nella menzogna che possano esistere maniere migliori di allevare e uccidere animali o che possa esistere il benessere animale (di questo, ho parlato nel post precedente).

La frase "aboliamo gli intensivi" non ha senso, tecnicamente.

martedì 25 settembre 2018

La menzogna del benessere negli allevamenti


Il termine welfarismo deriva da welfare, che significa benessere e racconta una menzogna immensa, ossia che sia possibile che gli animali negli allevamenti vivano in uno stato di benessere, quando, tutt'al più, anche senza gabbie, vivranno in una condizione al limite della sopravvivenza, ossia avranno soddisfatte solo le loro esigenze basilari di essere nutriti, forse salvaguardati dal caldo eccessivo se i condizionatori funzionassero veramente a dovere (cosa che non avviene mai, in tutti gli allevamenti: sia a terra, che in gabbie, c'è un caldo infernale dato proprio dalla convivenza forzata tra tanti individui, caldo sprigionato dai corpi e, appunto, dai pessimi sistemi di aerazione).

Non ci potrà essere nessun tipo di benessere perché agli animali allevati viene negato di esprimere le loro potenzialità ed esigenze etologiche, di vivere nel loro vero habitat, di vivere gli anni che dovrebbero vivere, di sentire il sole sulla pelle (infatti gli devono somministrare la vitamina D), il vento, la pioggia, di conoscere l'alternarsi delle stagioni e del giorno e della notte.
Sono come prigionieri condannati alla reclusione forzata, solo che non hanno commesso nessun crimine se non quello di nascere in un corpo diverso da quello dell'homo sapiens.

Sono pensieri semplici, basilari, che ripetiamo da anni, ma che là fuori nessuno si prende la briga di capire veramente cosa significhino. Cosa significhi vivere da reclusi, nascere da reclusi, essere caricati su un camion a pochi mesi per andare al mattatoio. In questo orrendo ciclo di distruzione non ci potrà mai essere nessun tipo di benessere, mai. Potranno forse migliorare leggermente le condizioni legate alla sopravvivenza (cibo migliore, acqua più pulita, ambienti meno caldi, così come ci sono prigioni meno peggiori di altre), ma in nessun modo ci si potrà avvicinare a uno stato di benessere.

Se volete dare benessere agli animali allevati per essere trasformati in prodotti, smettete di considerarli prodotti, smettete di allevarli, di mangiarli. O si è soggetti o si è oggetti, non si può essere considerati a metà.

lunedì 24 settembre 2018

Il consenso condizionato

Giorni fa, in una discussione folle con un seguace del MRA (acronimo che sta per Men's Rights Activism), mi sono sentita dire che non è mai esistita storicamente l'oppressione delle donne e che il concetto stesso del patriarcato sarebbe un pensiero complottista nato dalle menti bacate di femministe acide, cieche e isteriche. 
Ho risposto riportando descrizione, abbastanza dettagliata per quanto sintetizzata, della vita che le donne conducevano fino al secolo scorso e tutt'oggi in alcuni paesi. Mi si risponde che tale vita avveniva dietro consenso femminile, che avevamo vantaggio dallo stare a casa a fare le mantenute. 

Ora, sorvolando sul fatto che venire private dell'accesso a istruzione, lavoro e ambienti esterni all'ambito domestico costituiva un danno enorme che impediva lo sviluppo delle potenzialità intellettuali delle donne, relegandole per sempre a un ruolo, psicologico e materiale, di subalternità, che esse accettavano in quanto considerato naturale, astorico e non frutto di determinate dinamiche di potere di un sesso sull'altro, mi ha colpito l'espressione "mantenute".

Vorrei quindi spendere due parole su questo luogo comune della donna che, stando a casa, cioè facendo il mestiere di casalinga, sarebbe mantenuta.
Questo luogo comune, per come la vedo io, è funzionale a rafforzare ulteriormente lo svilimento del sesso femminile: le cose che contano le fanno gli uomini, le donne fanno ciò che è considerato irrilevante, talmente irrilevante da non poter nemmeno essere considerato un lavoro vero e proprio, tanto che il mestiere di casalinga non è mai stato retribuito.

Ora, il concetto della semplicità e comodità del mestiere della casalinga è, semplicemente, falso. 
Si tratta di un lavoro faticoso e continuo da cui non si prendono mai ferie, giorni di riposo, né malattie. Culturalmente inoltre è stato associato alle qualità che fanno di una donna, di una moglie, di una madre, una buona donna. La casalinga perfetta che teneva la casa pulita, che faceva trovare la cena pronta al marito che tornava a casa dal lavoro era per antonomasia il ritratto della buona moglie. E doveva farlo con gioia, senza mai lamentarsi, come se anziché un lavoro fosse stato un passatempo gioioso di cui doveva esser grata. 
Nessuno rifletteva sul fatto che se gli uomini potevano dedicarsi alla carriera e al lavoro era anche perché venivano esonerati da tutto il lavoro quotidiano - e del tempo -  che altrimenti avrebbero dovuto spendere nell'occuparsi della manutenzione della casa, preparazione dei pasti ecc.. E, soprattutto, lasciando le donne in uno stato di dipendenza economica, potevano mantenerne il controllo.
Oggi le cose sono cambiate, non per tutte e non in ogni parte del mondo, ma persino qui nel ricco mondo occidentale siamo ben lontane dalla parità; le donne, per la maggior parte, fanno ancora lavori retribuiti in modo inferiore rispetto agli uomini e devono ancora fare i conti con quel condizionamento atavico a occuparsi in maniera preminente della casa e della cura dei bambini, impegno costante che le costringe a un'occupazione mentale cosiddetta multitasking, la quale, secondo i più recenti studi, genera uno stress non irrilevante poiché, data la mole di cose da pensare, impedisce alla mente di soffermarsi sui singoli compiti e la sovraccarica di preoccupazioni sulle tante cose da fare. Vero che oggi molti uomini aiutano in casa, ma raramente c'è una vera divisione dei compiti e questo perché resiste, nella mentalità comune, l'idea del lavoro casalingo come di un lavoro femminile per eccellenza. 
Le leggi cambiano, le donne oggi hanno accesso al lavoro e istruzione, ma gli stereotipi e i pregiudizi sul femminile sono duri da scalfire.
Comunque sia, anche quando non lavoravamo fuori casa, in nessun modo, mai siamo state "mantenute": eravamo lavoratrici non retribuite e frustrate poiché nel fare il mestiere di casalinga non c'erano riconoscimenti, non c'era carriera, non c'erano onori pubblici, c'era solo tanta fatica quotidiana non riconosciuta come tale: in poche parole, eravamo sfruttate e oppresse.

Il tipo di cui sopra mi ha fatto presente che comunque mangiavamo, avevamo protezione e un tetto sulla testa (poi eravamo anche picchiate, ma qui apriremmo un altro capitolo sulla violenza domestica, un fenomeno talmente specifico da aver appunto richiesto un'analisi e denominazione a sé); certo, anche gli schiavi erano nutriti e avevano alloggi. Ma restavano pur sempre schiavi, privati di accesso alla vita pubblica, di autodeterminazione, di possibilità di crescere ed emanciparsi come persone.
Avete presente quegli uccellini imprigionati in gabbia da tutta una vita? Se gli apri la porticina, spesso non fuggono, rimangono lì a guardare stupefatti la via di fuga, presi da un senso di panico, di stupore, di terrore. La libertà non è un atto improvviso che si può dare senza uno strumento. 
Le donne sono state private per secoli degli strumenti per vivere da individui autonomi, per questo è davvero squallido attribuirci il consenso di alcune scelte che, semplicemente, non erano scelte, ma effetti di una lunga oppressione. 
Molte ragazze ancora oggi scelgono di fare la velina o di partecipare a Miss Italia o di dedicarsi esclusivamente alla famiglia perché non hanno abbastanza stima e fiducia in loro stesse da pensare di poter fare ed essere di più.
Questo certamente è un lavoro su noi stesse che spetta a noi portare avanti. Ma è difficile se la società intorno continua a ricordarci che siamo solo oggetti sessuali, che valiamo solo per la nostra bellezza o sensualità, che non siamo portate per la matematica o altro, che siamo difettose nei ragionamenti logici, che facciamo solo cose da femmine (detto in senso spregiativo), che i nostri corpi al naturale fanno schifo, che siamo criminali se decidiamo di fermare una gravidanza, che siamo stupide, oche, cagne, vacche (ovviamente gli altri animali sono nella lista degli esseri inferiori in assoluto, anzi, nemmeno vengono riconosciuti come individui, ma solo come oggetti, prodotti, tutt'al più come soggetti appiattiti dentro un unico calderone su uno sfondo generico denominato "natura"), che possiamo sempre esercitare il "mestiere" di prostitute se cadiamo in stato di necessità (come se fosse davvero un mestiere), che, insomma, sì, siamo donne, femmine, esseri subordinati e inferiori, comunque "altro", rispetto al soggetto della storia dell'umanità per eccellenza: l'uomo. Bianco. Occidentale. Etero. Il maschio. Il macho. Da qui... il maschilismo come ideologia sottesa a tantissimi aspetti della nostra società.

Per questo c'è bisogno del femminismo. Per questo è semplicemente ridicolo parlare di "movimento per i diritti del maschi". 

Mercificazione della vita animale


Tutti gli allevamenti, per definizione, sono lager.
Sono luoghi in cui la vita animale viene progettata, manipolata, controllata al fine della sua trasformazione ultima in prodotto. 
Il concetto in sé di allevare individui e di pensarli non come tali, ma come risorse rinnovabili, costituisce un'aberrazione tanto più ingiustificabile quanto più oggi sappiamo non essere necessaria se non a far arricchire l'industria della carne.

Gli allevamenti rappresentano il culmine del capitalismo: la mercificazione della vita animale.