domenica 21 ottobre 2018

Liberazioni per la Liberazione

Sono totalmente d'accordo sul fatto che l'antispecismo debba essere anche anticapitalismo, antifascismo, combattere la società patriarcale, l'omofobia, la transfobia ed essere contro ogni forma di sfruttamento e discriminazione del vivente, ma penso altresì che poi debba declinarsi nella propria specificità (così come ogni altra lotta), altrimenti ci potremmo trovare nella situazione spiacevole e imbarazzante di dover esprimere solidarietà ai macellai; ora, comprendo che anche i macellai siano persone sfruttate, anelli di una catena di sfruttamento appena appena sopra agli animali che uccidono, ma nella relazione specifica che si viene a instaurare in quel contesto lavorativo sono pur sempre gli oppressori; così riguardo al femminismo: l'operaio sfruttato che torna a casa e picchia la moglie o la considera oggetto sessuale a sua disposizione, in quella specifica relazione è oppressore. 
Quindi ogni lotta deve teorizzarsi politicamente in modo autonomo e non può in alcun modo diventare secondaria rispetto ad altre. La lotta per la liberazione animale non è secondaria a quella contro il capitalismo, così come il femminismo non è secondario ad altre lotte. Sono tanti e diversi tasselli che devono esprimersi e rivendicare le proprie posizioni autonomamente, fermo restando il disegno più grande che li comprende tutti che è quello della liberazione totale e che si potrà realizzare solo quando ognuna di queste rivendicazioni avrà successo. Ognuna di queste. Non può esistere liberazione totale finché ci sarà anche un solo maiale oppresso, o donne sottomesse o persone omosessuali o trans discriminate.

mercoledì 17 ottobre 2018

Sguardi violenti


A proposito di circhi, zoo, zoomarine, acquari, agriturismi e strutture simili: molte persone, pur dichiarandosi contrarie alla detenzione di animali selvatici, affermano di volerci portare i bambini perché manifestano il desiderio di conoscere e vederli dal vivo.

Due considerazioni: i desideri sono legittimi, ma il diritto di realizzarli calpestando gli interessi altrui non lo è. Io anche desidero tanto poter vedere leoni, delfini, elefanti, ma il mio desiderio non è più importante del diritto alla libertà di questi individui. Non è giusto che siano catturati o fatti riprodurre in cattività al solo scopo di soddisfare i desideri di individui paganti. Non tutti i desideri possono essere legittimamente realizzati; non tutto può essere negoziabile economicamente e non dovrebbero esserlo i corpi altrui. La seconda è che non si riesce a uscire dalla dimensione antropocentrica che vede l'homo sapiens come soggetto guardante e tutte le altre esistenti come oggetto da guardare, studiare, sfruttare, manipolare, uccidere. 
C'è, nella visita allo zoo (circhi ecc.) questa duplice violenza. Una, ovviamente, quella di finanziare strutture che appunto imprigionano individui e li domano con metodi coercitivi, a dir poco; la seconda quella di assoggettarli al nostro sguardo, di renderli oggetti che noi guardiamo dall'alto di un piedistallo, ergendoci come superiori, che è già una violenza di per sé, anche se meno evidente poiché più simbolica. La violenza dello sguardo di chi vede gli altri come oggetti.

Il vetro o le sbarre che separano noi da loro, prima che materiali, sono simbolici, ontologici. Lo zoo, i circhi, rafforzano lo show della superiorità umana. Una superiorità di Potere.





Immagini scattate allo zoo di Roma, nel 2103, da Andrea Festa, che è andato come giornalista e quindi non ha pagato il biglietto. 

mercoledì 10 ottobre 2018

Cosa, non come

Ogni forma di lotta contro una determinata oppressione può solo prendere vita in una data epoca e non prima. Così è solo quando siamo arrivati alle catene di smontaggio dei grossi macelli di Chicago e agli allevamenti intensivi che abbiamo potuto prendere coscienza dell'orrore dello sfruttamento animale. Questo non vuol dire però che ciò che dobbiamo combattere sia solo la forma più estrema di una pratica e che basterebbe ritornare a forme di allevamento del passato, ma dovrebbe servire a mettere in discussione l'essenza della pratica in sé, a riflettere sull'aberrazione di un intero sistema che considera gli altri animali come risorse da consumare anziché individui senzienti. 
Lo svelamento dell'orrore degli intensivi e dei macelli, tramite immagini, investigazioni, documenti di vario genere, dovrebbe essere come un riflettore che illumina e mette a fuoco il nemico da colpire, non un raggio distorto che svia l'attenzione da cosa per concentrarsi sul come.

lunedì 8 ottobre 2018

La fiera degli orrori


"Queste so' quelle che ce magnamo dopo", dice uno, rivolto a suo figlio, che annuisce, ma forse non comprende fino in fondo il peso di quelle parole. 
"Queste" sono un piccolo numero di pecorelle che si fanno coraggio stando vicine tra loro, ammassate verso il punto più lontano dallo sguardo dei visitatori, protette da una staccionata e al riparo sotto a un tendone. Un riparo dalla pioggia, ma non dagli sguardi volgari di chi, in quei musetti spaventati, vede solo del "cibo" prossimo a essere consumato. 
Poco più avanti c'era lo spazio con i cavalli, tirati a lucido e dal passo apparentemente elegante, ma dallo sguardo oppresso e mortificato di chi ha dovuto subire un addestramento forzato e quindi violento. A caratteri cubitali campeggia la scritta "doma dolce" su dei cartelli affissi tutti attorno, ma anche in questo caso, come in quello di "benessere animale negli allevamenti" l'accostamento dei termini esprime una realtà ossimorica, l'inconciliabilità di due concetti. La doma è per sua natura un piegare la natura di un animale selvatico, una repressione delle sue abilità, necessità, potenzialità. E infatti lo vedevi questo cavallo, montato a turno da decine di bambini urlanti in fila uno dietro l'altro, prostrarsi di fronte al frustino e reprimere con immenso sforzo il desiderio di fuggire via, di saltare oltre quell'angusto recinto per immaginarsi altrove, a correre su verdi prati senza l'assillo di eseguire ordini di un padrone in cambio di un po' di cibo.

Ancora avanti c'era lei, una civetta con gli occhi feriti dalla luce diurna e la zampina legata, esposta come un fenomeno da baraccone ai ghigni degli astanti. 

E poi la teca dei coniglietti, cuccioli immobilizzati dalla paura e le caprette, i vitellini, tutti esseri dolcissimi spinti a divenire attori loro malgrado di un'esibizione pornografica in cui ognuno di loro vale per il peso della propria carne un tanto al chilo. 

Un evento di grandi proporzioni, questo messo in piedi dalla Coldiretti lo scorso fine settimana a Circo Massimo, un grande inganno mediatico in cui si è sfruttata vergognosamente l'innocenza dei bambini e degli animali, entrambi usati come richiamo: i primi, per indurre i genitori a portarli a fargli conoscere da vicino gli animali (gli stessi che poi, in un altro momento, saranno sgozzati e fatti a pezzi - ma questa parte, ovviamente, è stata ben tenuta nascosta), i secondi, doppiamente sfruttati: come soggetti pubblicitari dal vivo e, a seguire, come prodotti su cui lucrare.

Nel mezzo, un profluvio nonché un effluvio disgustoso di bancarelle che vendevano cibo, cioè parti di animali fatti a pezzi e prodotti derivati dal loro sfruttamento.

Una fiera degli orrori, una rappresentazione straordinaria dell'ordinaria banalità del male che è la realtà degli allevamenti, ma che ormai sempre più, nel tentativo di ripulirsi la facciata, mostra il suo lato grottesco e non si fa scrupolo di strumentalizzare l'ingenuità dei bambini.

Solo per questo io, se fossi in voi, consumatori di prodotti animali, cioè di individui violentati e fatti a pezzi, due domande me le farei.

#stoconglianimali

sabato 6 ottobre 2018

Stare con gli animali e non con gli allevatori

I termini "benessere animale" e allevamento sono inconciliabili.

Negli allevamenti, in qualsiasi allevamento, anche quello composto da dieci individui che vivono in spazi all'aperto, gli animali esistono per il solo e unico fine di essere trasformati in prodotti alimentari o di fornire prodotti alimentari.

Immaginate una comunità di persone umane che faccia nascere bambini al solo scopo di mangiarli o che allevi donne al solo scopo di farle partorire per poi prendergli il latte che sarebbe destinato al loro bambino e che quello stesso bambino gli venga sottratto per essere ucciso. Ora, anche nelle migliori condizioni, cioè nella condizione in cui queste comunità fossero provviste di ogni tipo di arricchimento (biblioteche, cinema, piscine, spazi verdi su cui giocare, cibo ottimale ecc.), ciò rappresenterebbe comunque un'aberrazione ai nostri occhi perché l'aberrazione è nella finalità dell'esistenza di tali luoghi e non nelle modalità o forma esteriore (a tal proposito vi invito a leggere un romanzo bellissimo del premio Nobel Ishiguro Kazuo dal titolo Non lasciarmi - ne ho parlato qui e qui. Non è un romanzo antispecista, ma per analogia può far comprendere benissimo il punto di vista che ho espresso qui sopra).

Perché il discorso dovrebbe cambiare se al posto delle persone umane ci mettiamo quelle non umane?

Non si può rispondere alla domanda dicendo che si tratterebbe di una strategia perché sono le strategie stesse che indicano l'obiettivo e se le strategie non chiedono l'abolizione di ciò che costituisce un'aberrazione allora non la intaccano minimamente, ma anzi, la rendono meno visibile e per questo la rafforzano.

Chi mi conosce sa che raramente critico i soggetti, ma sempre i concetti. Però questa volta, per onestà intellettuale, io devo dirlo: CIWF è un'associazione di allevatori che quindi ha tutto l'interesse nel continuare ad allevare gli animali. Una campagna promossa da CIWF è peggio che welfarista: è semplicemente conservazionista.  

Si tratta di un ombrello che mette gli allevatori al sicuro da possibili crisi dovute all'aumento di un consumo critico. Le persone vogliono ancora mangiare animali e bere latte, solo che vogliono farlo con la coscienza a posto, senza sentirsi dire che stanno sostenendo un sistema di crudeltà. E così gli allevatori gli danno quello che cercano: allevamenti senza crudeltà.

A un certo punto bisogna decidersi, o si sta con gli animali o con gli allevatori.

mercoledì 26 settembre 2018

Cosa significa allevamento intensivo?

Quando si parla di intensivi si pensa che la denominazione derivi dal numero di animali allevati, quindi la mente ricorre subito alle immagini di quei capannoni sovraffollati di individui rinchiusi in gabbie strettissime e che non hanno nemmeno uno spazietto per muoversi.

Invece: 
- intensivi sono anche gli allevamenti senza gabbie, in cui gli animali sono rinchiusi dentro un unico spazio o più spazi divisi; 
- intensivo è il metodo di allevamento, ossia il ritmo serrato e continuo di riproduzione (tramite inseminazione artificiale), svezzamento, ingrasso e deportazione al macello. E questo può avvenire anche in allevamenti di pochi individui.

Cosa voglio affermare con questo? Che ogni allevamento, al di là della tipologia, include violenza, oppressione, sfruttamento e controllo dei corpi e che comunque dire "aboliamo gli intensivi" non significa niente, è una frase priva di senso utile solo a illudere i consumatori, a trastullarli nella menzogna che possano esistere maniere migliori di allevare e uccidere animali o che possa esistere il benessere animale (di questo, ho parlato nel post precedente).

La frase "aboliamo gli intensivi" non ha senso, tecnicamente.

martedì 25 settembre 2018

La menzogna del benessere negli allevamenti


Il termine welfarismo deriva da welfare, che significa benessere e racconta una menzogna immensa, ossia che sia possibile che gli animali negli allevamenti vivano in uno stato di benessere, quando, tutt'al più, anche senza gabbie, vivranno in una condizione al limite della sopravvivenza, ossia avranno soddisfatte solo le loro esigenze basilari di essere nutriti, forse salvaguardati dal caldo eccessivo se i condizionatori funzionassero veramente a dovere (cosa che non avviene mai, in tutti gli allevamenti: sia a terra, che in gabbie, c'è un caldo infernale dato proprio dalla convivenza forzata tra tanti individui, caldo sprigionato dai corpi e, appunto, dai pessimi sistemi di aerazione).

Non ci potrà essere nessun tipo di benessere perché agli animali allevati viene negato di esprimere le loro potenzialità ed esigenze etologiche, di vivere nel loro vero habitat, di vivere gli anni che dovrebbero vivere, di sentire il sole sulla pelle (infatti gli devono somministrare la vitamina D), il vento, la pioggia, di conoscere l'alternarsi delle stagioni e del giorno e della notte.
Sono come prigionieri condannati alla reclusione forzata, solo che non hanno commesso nessun crimine se non quello di nascere in un corpo diverso da quello dell'homo sapiens.

Sono pensieri semplici, basilari, che ripetiamo da anni, ma che là fuori nessuno si prende la briga di capire veramente cosa significhino. Cosa significhi vivere da reclusi, nascere da reclusi, essere caricati su un camion a pochi mesi per andare al mattatoio. In questo orrendo ciclo di distruzione non ci potrà mai essere nessun tipo di benessere, mai. Potranno forse migliorare leggermente le condizioni legate alla sopravvivenza (cibo migliore, acqua più pulita, ambienti meno caldi, così come ci sono prigioni meno peggiori di altre), ma in nessun modo ci si potrà avvicinare a uno stato di benessere.

Se volete dare benessere agli animali allevati per essere trasformati in prodotti, smettete di considerarli prodotti, smettete di allevarli, di mangiarli. O si è soggetti o si è oggetti, non si può essere considerati a metà.