lunedì 21 gennaio 2019

Natura umana


"In realtà le cose non andarono come previsto; il mondo esterno impose la propria presenza, e lo fece con brutalità: Camille mi chiamò quasi esattamente una settimana dopo, nel primo pomeriggio. Era in preda al panico, rifugiata in un McDonald's della zona industriale di Elbeuf. Aveva passato la mattinata in un allevamento industriale di galline, aveva approfittato della pausa pranzo per svignarsela e dovevo assolutamente raggiungerla, dovevo subito raggiungerla e salvarla. 
Riattaccai, furibondo: chi era l'imbecille della DRAF cui era venuta l'idea di mandarla lì? Conoscevo benissimo quell'allevamento, era un allevamento enorme, più di trecentomila galline, esportava uova fino in Canada e in Arabia Saudita, ma soprattutto aveva una fama orribile, una delle peggiori dell'intera Francia, tutte le visite si erano concluse con un parere negativo sulla struttura: negli hangar, illuminati dall'alto da potenti lampade alogene, migliaia di galline tentavano di sopravvivere stipate fino a toccarsi, non c'erano gabbie, era un "allevamento a terra", le bestiole erano spelacchiate, scheletriche, la loro epidermide era irritata e infestata dagli acari rossi, vivevano in mezzo ai cadaveri in decomposizione delle loro consimili, trascorrevano ogni istante della loro breve esistenza - al massimo un anno - a chiocciare di terrore. Succedeva anche negli allevamenti tenuti meglio, ed era la prima cosa che ti colpiva, quel chiocciare incessante, quello sguardo di panico permanente con cui ti fissavano le galline, quello sguardo di panico e incomprensione, non chiedevano nessuna pietà, ne sarebbero state incapaci, però non capivano, non capivano le condizioni in cui erano costrette a vivere. Per non parlare dei pulcini maschi, inutile per la deposizione delle uova, gettati ancora vivi, a manciate, nelle frantumatrici; tutte quelle cose le sapevo, avevo avuto modo di visitare molti allevamenti di galline, tra i quali quello di Elbeuf era senz'altro il peggiore, ma la bassezza morale di cui sapevo dar prova come chiunque altro mi aveva permesso di dimenticarlo.
Camille mi corse incontro appena mi vide arrivare nel parcheggio e si strinse tra le mie braccia, vi si strinse a lungo, senza riuscire a smettere di piangere. Come potevano gli uomini fare una cosa simile? Come potevano lasciare che venisse fatta? Sull'argomento non avevo niente da dire, a parte qualche banalità priva di interesse sulla natura umana.
Una volta in macchina, sulla strada per Caen, Camille passò a domande più imbarazzanti: com'era possibile che dei veterinari, ispettori della sanità pubblica, permettessero una cosa simile? Com'era possibile che visitassero quei posti in cui la tortura degli animali era quotidiana e li lasciassero funzionare, se non addirittura collaborassero al loro funzionamento, pur essendo, di base, veterinari? Confesso che su quel punto mi sono fatto anch'io qualche domanda: erano strapagati per mantenere il silenzio? In realtà non credo. In fondo nei campi nazisti c'erano sicuramente dei medici, gente con una laurea in medicina. Ma anche quella, a conti fatti, era una fonte di considerazioni banali e poco incoraggianti sull'umanità, preferii starmene zitto. 
Ma quando mi disse che era tentata di smettere, di rinunciare agli studi veterinari, intervenni. Era una professione liberale, le ricordai: niente poteva costringerla a lavorare in un allevamento industriale, e nemmeno costringerla a vederne un altro, e dovevo anche aggiungere che aveva visto il peggiore, la peggiore delle situazioni possibili (quantomeno in Francia, per le galline c'era ben di peggio in altri paesi, ma evitai di precisarlo). Adesso sapeva, tutto lì - era tanto ma era tutto lì. Evitai anche di precisare che i maiali non se la passavano meglio, e nemmeno, sempre più spesso, le mucche - mi sembrava che per quel giorno fosse già abbastanza."

(Serotonina - Michel Houellebecq)

N.B.: non si tratta di un romanzo antispecista, tutt'altro, anzi, il protagonista non esprime nessuna critica nei confronti degli allevamenti non industriali o sul mangiare animali; inoltre la visione che ha dell'universo femminile è a dir poco sessista. C'è da dire che il protagonista non è, per dirla in termini di narrazione classica, un eroe positivo, tutt'altro: è disilluso, cinico, amaro, sardonico, nonché profondamente depresso; riconosce la bassezza morale dell'umanità in generale di cui si sente un campione abbastanza rappresentativo. 
Proprio per questo, la descrizione realistica degli allevamenti di galline acquista particolare forza: se un uomo profondamente disilluso e amareggiato, cinico, sul punto di tagliare i ponti con la vita, è capace di restare ancora profondamente scioccato al ricordo di quanto vide anni prima, significa che effettivamente quella realtà, la realtà degli allevamenti, è qualcosa di insostenibile. Talmente insostenibile da essere paragonata ai campi nazisti. Peccato che, dice poi, la bassezza morale dell'umanità consenta di dimenticarsene e in questa considerazione sta la tragicità del personaggio e dell'umanità. Cionondimeno, l'assenza di retorica nella descrizione da parte di un personaggio che, ripeto, è sostanzialmente un cinico, così come le domande che si pone sul ruolo del veterinario, la rendono una testimonianza molto efficace. Efficace proprio perché da parte di un cinico. Lo stesso risultato non si sarebbe raggiunto se il personaggio, ad esempio, fosse stato sensibile, gentile ecc., il tutto sarebbe apparso come stucchevole.

giovedì 10 gennaio 2019

Pezzi di carne

Che il sessismo sia ancora profondamente radicato nella nostra società, al punto da non essere nemmeno riconosciuto come discriminazione, lo si capisce dal modo in cui ti rispondono taluni e talune quando fai notare che rappresentare donne in un certo modo, esporre così pezzi di carne non riconducibili a un soggetto, come fossero appunto solo pezzi di carne, è, per l'appunto un comportamento sessista. Ti dicono che è solo una battuta, che non sai stare al gioco.
Ora, mi domando, riterrebbero opportuna la stessa risposta in caso di rappresentazioni e immagini razziste? La cosa buffa è che molti di questi sono antispecisti, cioè sono sensibili all'oggettificazione e sfruttamento degli altri animali, ma accettano tranquillamente il paragone pezzo di carne/tette/culi.
Se non si capisce che il tipo di operazione che si fa in entrambe i casi è la cancellazione del soggetto - che diviene così solo un referente assente - perché è solo dopo averne spazzato via qualsiasi aspetto che ne ricordi l'individualità (nome, volto ecc.) e che quindi i due tipi di oppressione sono profondamente legati, allora non si è capito nemmeno lo specismo, ossia perché riteniamo normale sfruttare gli altri animali. Si potrà parlare di veganismo finché si vuole, ma esso rimarrà sempre e soltanto una dieta alternativa e non farà mai il salto di qualità per porsi come movimento politico.
Specismo, sessismo, razzismo, omofobia, abilismo, sono tutte ideologie basate su un unico assunto: l'annichilimento delle singole individualità in quanto soggetti di una vita e la trasformazione dei loro corpi in qualcosa di funzionale e utile a chi si arroga il potere di sfruttarli (come merci, organi di riproduzione, forza lavoro, strumenti motivazionali ecc.).

Suggerimenti di lettura: The sexual politics of meat di Carol Adams.

lunedì 31 dicembre 2018

Scelte


Testimoniare, sensibilizzare, raccontare, non è bastato. Non basta.

Ieri sono passata davanti al banco dei pesci all'interno di un supermercato. C'era questo pesce spada enorme, tutto intero, con la testa rivolta verso gli acquirenti e la spada che sporgeva dal banco, su cui avevano infilato un limone, suppongo per evitare che qualcuno, sfiorandola, potesse ferirsi. Era talmente evidente che fosse un animale e non una "confezione di cibo" che diverse persone, passandoci davanti, hanno distolto la testa dicendo "che brutto!", oppure "che schifo!". Ciò non ha impedito a tantissime altre di fermarsi lì davanti e di ordinarne una fetta, come se niente fosse. L'addetta che incideva il fianco e tagliava, la testa del pesce che ondeggiava per la pressione della lama, me ne fa quattro etti, anzi facciamo mezzo kg e ci aggiunga pure una manciata di quei gamberetti, l'importante è che sia fresco. Freschissimo signò, che non lo vede, guardi l'occhio, pare vivo. Già, già, pare vivo.

Non è vero che le persone non scelgono. Le persone scelgono, scientemente, ogni giorno.

venerdì 21 dicembre 2018

Liberarsi dal patriarcato

Per difendere la regolamentazione della prostituzione sul modello tedesco (che tradotto significa: liberalizzare lo sfruttamento, depenalizzare i papponi e favorire i clienti, mentre le prostitute diventano merce regolata dal libero mercato, quindi soggette poi a fenomeni come quelli dei bordelli all inclusive: orribili capannoni su più piani - ogni piano un tipo di donna che si può scegliere anche sul menu - in cui per cento euro si possono comprare corpi da usare, cibo da mangiare e qualcosa da bere) bisogna avere proprio una mente bacata intrisa del più becero patriarcato. Perché solo una mente bacata intrisa di becero patriarcato può pensare che una donna che non sia spinta da gravi necessità economiche possa scegliere come lavoro, come progetto di vita, ma anche come occupazione momentanea quella di farsi usare, umiliare, toccare, e spesso picchiare da uomini sconosciuti che vanno con le prostitute proprio perché gli piace avere un corpo tra le mani malleabile come un oggetto e trovano faticoso evidentemente relazionarsi con individui.

Solo una menta bacata intrisa del più becero maschilismo può paragonare la "scelta" di lasciar usare il proprio corpo (non vi servono i disegnini per capire cosa richiede sottoporsi a questa pratica, vero? Ricordo comunque che tra le "abilità richieste" Rachel Moran, ex prostituta, autrice di "Stupro a pagamento!", dice: abilità nel reprimere l'istinto di vomitare, abilità nel riuscire a dissociarsi da quello che si sta facendo, abilità nel sopportare il dolore) a quella di servire un caffè al bar e questo perché è stata interiorizzata una certa considerazione della donna come di un corpo sempre pronto all'uso, disponibile, al bisogno, a lasciarsi usare in ogni modo fantasioso espresso e richiesto dal maschio superiore e padrone; in fondo, sembrano pensare costoro, una donna, a parte a procreare e a farsi scopare, a cosa serve?

Non capire che non si tratta di moralismo, ma di evitare che le donne diventino ancora di più corpi sfruttati dal libero mercato è veramente imbarazzante. Del resto ci sarà un motivo se invece nella libera Svezia (che di certo non è un paese bigotto) la legge punisce i papponi e penalizza i clienti aiutando le prostitute a uscire dal sistema prostituente? 
E come non si fa a non capire che la tratta delle schiave non è un fenomeno esterno al sistema prostituente, ma un pilastro che lo sorregge? Perché senza profonda necessità economica non ci sarebbe abbastanza "carne da macello", dato che le "volontarie" sarebbero veramente poche (e che comunque nessuno vieterebbe loro di fare sesso a pagamento in una transazione privata). Pensare che si possa regolamentare la prostituzione proteggendo le donne coinvolte nel sistema prostituente da violenza, umiliazione, profonda sofferenza, riduzione a oggetto, annullamento dell'individualità (è questo che richiede il cliente, non un soggetto pensante, ma un corpo malleabile da usare) è come pensare che possa esistere un sistema di allevamento e uccisione degli animali senza violenza e in cui veramente vengano tutelati i loro interessi. Non a caso, sempre Rachel Moran ricorre spesso a questa analogia: corpi usati nel sistema prostituente=carne da macello.

Come dice un'altra ex prostituta citata nel libro dalla Moran: sì, il capitalismo sfrutta tutti e anche la persona che gira burger da Mc Donald's è sfruttata, ma nel sistema prostituente la donna non è quella che gira burger (o che serve il caffè o che fa le pulizie), la donna è il burger stesso.

Faccio veramente fatica a comprendere come ci si possa dichiarare femministe e poi sostenere che entrare nel sistema prostituente possa definirsi un lavoro, dal momento che si tratta di una pratica di antichissimo sfruttamento da parte del patriarcato, che annulla e ostacola quindi il riconoscimento della donna in quanto individuo. E che lo ostacolo per tutte noi, non solo per la donna stessa che si prostituisce. 
Come si può pensare che reprimere la propria soggettività e farsi carne malleabile nelle mani di uomini che cercano solo di usarti come un oggetto possa in qualche modo contribuire alla propria autodeterminazione? Come dice la Moran, lasciarsi usare è l'esatto opposto del controllo su se stesse. Significa farsi oggetto, in tutti i sensi.

Sugli uomini sedicenti femministi che difendono il "sex-work" non mi pronuncio: in fondo stanno solo difendendo i loro privilegi e, come ho detto sopra, hanno la mente bacata da secoli di patriarcato. Basta che non sia la loro figlia, sorella o mamma, e poi va bene. Si sa che il resto delle donne sono tutte troie da scopare, come cantano i tipi della trap.

Ora, prima di venire qui sotto a dire la propria, vi prego di informarvi su cosa si intenda per regolamentazione secondo modello tedesco e su quello che invece ci auspichiamo sul modello svedese. Andatevi anche a leggere le recensioni dei clienti dei bordelli per rendervi conto di come vedono queste donne, cosa pensano di loro, cosa si aspettano da loro. Infatti, più che parlare della donna nel sistema prostituente, di come è trattata e usata, qui serve un cambio di mentalità e il vero necessario cambio per mettere in discussione la pratica patriarcale di sfruttamento più antica è quello di focalizzarsi sul cliente, su chi usufruisce di certi servizi. Chi è il cliente tipo? Chi sono gli uomini che pagano per avere un corpo da usare? Nessuno vuole danneggiare le donne in stato di necessità, infatti serve parallelamente di inserirle in un progetto di fuoriuscita dal sistema prostituente e di instradamento nel mondo del lavoro. Noi vogliamo invece penalizzare i clienti, impedirgli di continuare a usare i corpi delle donne. 
Quello che serve, soprattutto, è un cambio radicale di mentalità per cui si smetta di vedere, pensare, immaginare come "normale e naturale" comprare corpi a pagamento perché questo è quello che vuole il patriarcato, questo è un pensare da maschilisti. Le donne non sono oggetti e il loro corpo non è merce.

La regolamentazione non protegge le donne, ma solo i papponi e gli interessi dei clienti sfruttatori.

Smettiamola di pensare al sistema prostituente come a un sistema in cui le donne possano autodeterminarsi e iniziamolo a vedere per quello che è: un sistema in cui gli uomini possono invece usarle, violentarle, fargli male, mercificarle, annullarle.

Pensare di liberarsi dal patriarcato legittimando la prostituzione è come pensare di liberare gli animali legittimando il welfarismo.

domenica 25 novembre 2018

Riflessione post manifestazione contro la violenza sulle donne

La considerazione che abbiamo di noi stesse si è formata sulla considerazione che la società ha delle donne. Ci sentiamo deboli, fragili, insicure, inferiori, inadeguate, imperfette, sbagliate, incapaci e ci auto-oggettifichiamo e mercifichiamo perché questa è l'unica narrazione del femminile cui una società maschilista ci ha abituate.

Non ha senso parlare di libera scelta (di prostituirsi, di mercificarsi, di oggettificarsi seguendo modelli stereotipati di bellezza femminile) quando questo è l'unico modello che abbiamo appreso.

Fino a non molto tempo fa pensavo di essere una donna che sceglieva consapevolmente di essere, apparire, comportarmi in un certo modo; è stato solo quando ho realizzato, grazie ad alcune letture, di essere una vittima della società patriarcale che ho capito quanto profonda sia la violenza e l'oppressione subita in quanto donna sin da quando sono venuta al mondo, una violenza tanto più dannosa quanto più sottile e difficile da decifrare poiché normalizzata, naturalizzata, fatta passare per "femminilità" che invece è soltanto il modo in cui altri hanno deciso per me.

Oggi il femminismo che va per la maggiore è un femminismo annacquato che ha perso le sue radici di ribellione a un sistema di oppressione millenario. Non ha senso scendere in piazza contro la violenza sulle donne se non si capisce che i femminicidi, gli stupri, le molestie sono solo la punta dell'iceberg di una considerazione profonda del sesso femminile. Non si può pensare di sentirsi forti e autonome nell'oggettificarsi e mercificarsi quando è proprio attraverso l'oggettificazione e la mercificazione del nostro corpo che si conferma e rafforza l'oppressione. 
Sarebbe come se una mucca dicesse "mi macello e sfrutto da sola" pensando così di combattere l'oppressione della sua stessa specie da parte della nostra, mettendosi da sola in vetrina e offrendo parte del suo corpo ai clienti. Alcuni diranno: "Eh, ma se vuole farlo, se a lei sta bene così...". Ma il punto è che non è che a lei stia bene così, è che crede che quella sia una cosa da mucca, una cosa che tutte le mucche fanno, che sia così che ci si debba comportare per il fatto di essere mucca. Che traslato significa: sono una donna? Allora devo essere sexy, devo essere compiacente, ho un corpo che è giusto che serva per questo e per quell'altro.

La prostituzione non è un lavoro, ma la forma di sfruttamento del corpo femminile più antica, e la gpa, utero in affitto, non nobilita nessuno perché significa ancora una volta essere considerate corpi da usare, da affittare, da mercificare. Non è il modo, il come, non c'è nulla da regolamentare, è proprio il principio che è sbagliato. 
Possibile che abbiamo così poca considerazione di noi stesse da pensare di poter dare un prezzo al nostro corpo? Di poterlo monetizzare? Possibile che abbiamo interiorizzato così nel profondo questa svalutazione di noi come persone, come individui? Sì, è possibile, perché come dicevo sopra l'idea che abbiamo di noi stesse è quella che ci ha tramandato la società patriarcale e maschilista dove siamo solo corpi da usare.

Cerchiamo di capirlo questo discorso, altrimenti potremo pure ottenere spazi, voto politico e quello che vi pare, ma sempre sesso debole resteremo.

Riporto un estratto significativo del libro - "Dalla parte delle bambine" di Elena Gianini Belotti - che forse più di tutti mi ha aperto gli occhi su cosa ha significato crescere come donna in una società che ci differenzia socialmente sin dalla nascita e privilegia gli uomini:

"Le radici della nostra individualità ci sfuggono; altri le hanno coltivato per noi a nostra insaputa"

"I pregiudizi sono profondamente radicati nel costume: sfidano il tempo, le rettifiche, le smentite perché presentano un'utilità sociale. [...] La loro stupefacente forza risiede proprio nel fatto che non vengono ammanniti a persone adulte che, per quanto condizionate e impoverite di senso critico, potrebbero averne conservato abbastanza per analizzarli e rifiutarli, ma vengono trasmessi come verità indiscutibili fin dall'infanzia e non vengono mai rinnegati successivamente. L'individuo li interiorizza suo malgrado, e ne è vittima sia colui che li formula e li mantiene in vita contro l'altro, sia colui che ne viene colpito e bollato. Per confutarli e distruggerli occorre non solo una notevolissima presa di coscienza ma anche il coraggio della ribellione che non tutti hanno. La ribellione suscita ostilità e la condanna di colui che tenta di sovvertire le leggi del costume, più profonde e più tenaci delle leggi scritte, può essere l'ostracismo, l'emarginazione sociale."

"Il fatto è che mentre la realtà sociale cambia con sempre crescente rapidità, le strutture psicologiche dell'uomo mutano con estrema lentezza."

"La tradizionale differenza di carattere tra maschio e femmina non è dovuta a fattori innati, bensì ai condizionamenti culturali che l'individuo subisce nel corso del suo sviluppo".

mercoledì 7 novembre 2018

Donne, animali, arte, scelte


Mi sembra che troppo spesso non ci si renda conto che molte scelte non sono davvero tali. 
Una donna di fede musulmana cresciuta in un contesto fortemente religioso e indottrinata sin da quando è bambina, sceglierà di coprirsi perché semplicemente è così che ha sempre visto fare all'interno della famiglia e della società in cui vive. Diversamente non sarebbe accettata, e in alcuni paesi persino picchiata e uccisa, espulsa dalla comunità.

Così nella nostra società molte ragazze considerano di mercificare il proprio corpo perché è un'opzione che ritengono valida, possibile, che hanno interiorizzato come opportunità per emergere, per guadagnare, per diventare magari qualcuno. Crescono pensando che esporre o lasciar usare il proprio corpo sia qualcosa di accettabile, che si è sempre fatto, che sempre si farà. Non scelgono veramente, fanno ciò che una società maschilista e patriarcale gli propone da sempre, implicitamente rafforzando la loro svalutazione. E tanto più questa oggettificazione dei corpi è presente, tanto più si acuisce la svalutazione del sé che porterà come conseguenza a considerarsi ancora più oggetto ornamentale o sessuale. 
Una donna sicura di sé pensa di avere altre possibilità. Ma la società in cui viviamo ci rende insicure perché quando cresciamo bersagliate da immagini moltiplicate all'infinito di noi stesse esposte come pezzi di carne in vetrina, senza rendercene conto interiorizziamo quella precisa idea di noi stesse. Quando ci viene ricordato ogni santo giorno che non siamo altro che bambole piacenti (e ci viene detto attraverso migliaia di messaggi subliminali e diretti, nei film, nelle pubblicità, sui giornali, in società) - e contemporaneamente i canoni di questa piacevolezza vengono spostati sempre un pochino più in alto per farci sentire sempre inadeguate e imperfette -, quando ci viene ricordato che siamo solo oggetti sessuali, è molto difficile riuscire a pensarsi come soggetti autonomi capaci di camminare alla stessa altezza degli uomini. Siamo sempre un pochino sotto, un pochino indietro, un pochino da parte, e in questo retrovia lo scenario che ci si prospetta spesso è quello che poi viene definito scelta: offrirsi al mondo per quello per cui si viene realmente considerate. 
Corpi da usare. Da ammirare, da criticare, funzionali a ruoli prestabiliti (mamma, casalinga, amante, puttana, suora e le varie declinazioni in cui siamo rinchiuse da sempre).

Persino l'arte classica ci ha allenato in questo senso: i nostri corpi sempre assoggettati a uno sguardo maschile.

Mi viene in mente un particolare: anni fa andai a vedere una mostra molto interessante sui Preraffaelliti e scoprii che i loro soggetti erano spesso donne del popolo che poi venivano dipinte e "corrette" secondo certi stereotipi (pelle candida, capelli rossi, lineamenti angelicati ecc.). Questo fatto mi colpì negativamente, ma all'epoca non riuscii a razionalizzarlo, a tradurlo in pensieri. Oggi so che ne fui colpita perché in un certo senso è l'equivalente artistico di quello che poi la modernità avrebbe sempre più esasperato: cambiare le forme femminili naturali per farle corrispondere a ideali maschili. E non solo: è quello che l'arte ha sempre fatto anche in poesia, letteratura ecc.; basti pensare al Dolce Stil Novo e alla donna angelicata, alla poesia cavalleresca, al romanticismo, e poi alle avanguardie ecc. in cui la donna è sempre e comunque corpo da modificare a piacimento per esprimere un ideale, una poetica, un'ideologia. Sempre asservita al potere o alla corrente di controcultura di turno, mai realmente se stessa nella sua vera realtà. Sempre simbolo, allegoria, altro rispetto alla sua natura. Vi ricorda qualcosa questo? Chi altro è sempre stato trattato così nella storia dell'arte? Gli animali.

domenica 4 novembre 2018

Maschiocentrismo

Maschiocentrismo: guardare alle donne da una prospettiva funzionale allo sguardo e soddisfacimento sessuale maschile. L'esistere delle donne in funzione del maschio (per esempio in questo articolo dove solo apparentemente si prendono le parti della donna e dove la funzione della donna è ridotta a quella di  dover rendere felici gli uomini). 
Costruzione di una fittizia scala di valori secondo cui il maschio è al centro e le donne sono contorno. 
Nell'arte, nel cinema, nella letteratura, nei discorsi quotidiani.

Non c'è solo la divisione in ruoli, dove ovviamente quelli attribuiti alle donne sono sminuiti di valore, ma c'è proprio un posizionamento di prospettiva che mette il desiderio e gli interessi del maschio al centro.

Ci educano così. Cresciamo così, con scarsa autostima, a inseguire l'amore, il rispetto, la stima del maschio di turno che ovviamente ci sembrerà di non conquistare mai abbastanza in quanto la posta in gioco non è il nostro valore individuale, ma la persona appartenente a un sesso preciso, sesso che è svalutato di default. Come donne, anche quando daremo il meglio di noi stesse, ci sembrerà sempre di essere un gradino inferiori.

Come dice una mia amica, il lavoro più grande da fare è quello di sconfiggere il patriarcato dalla testa delle donne, convincerci che non valiamo di meno solo perché nate di sesso femminile. Quando il patriarcato sarà spazzato via dalle nostre menti, allora avremo la parità perché comunque saremo massa compatta a lottare contro chiunque voglia sottometterci.