giovedì 14 marzo 2019

Disobbedienza vegana, ovvero il veganismo come potrebbe essere di Adriano Fragano


Ogni volta che si parla di ambiente, salute, evoluzione personale, consumismo in relazione al veganismo si perde di vista l'obiettivo.

Allora, proviamo a vederla così: se uno ha un obiettivo, che so, una mèta da raggiungere ed è molto importante che ci arrivi il prima possibile perché in ballo c'è la vita di miliardi di individui senzienti, cos'è meglio che faccia per risparmiare tempo? Percorrere la strada più dritta e senza distrazioni, quella che non impedisce di perdere di vista il traguardo e che soprattutto non lo confonda con altri di diversa natura, o invece iniziare a girarci intorno, imboccando stradine laterali, svoltando a destra e manca, magari soffermandosi su postazioni e scenari che farebbero solo perdere tempo e che rischierebbero di confondere altri viandanti?

Il veganismo è un concetto ben preciso: è una pratica che contempla il fine della liberazione animale e racchiude in sé una seria di principi etici ben precisi e definiti; non una pratica finalizzata a migliorare la nostra salute, per fermare il cambiamento climatico, per far aumentare il profitto delle multinazionali o un viaggio intrapreso per la nostra evoluzione spirituale. Soprattutto non è una dieta, e nemmeno uno stile di vita. Tutto questo soffermarsi sulle ricette, sul cibo, su come mangiamo è veramente fuorviante. Giorni fa mi è passato sotto agli occhi un post in cui c'era un video di uno che faceva una torta vegan accompagnato dal commento: "anche questo è attivismo". Ma manco per niente! Ma col cavolo che è attivismo!

Tutta questa confusione, propagata dai media, purtroppo viene alimentata infatti da molti attivisti stessi quando anziché parlare dei principi etici e valori morali che sono dietro alla scelta del veganismo - ossia una presa di posizione contro lo sfruttamento degli altri animali, e quindi un profondo atto di disobbedienza nei confronti di una società che invece è edificata proprio sul loro sfruttamento - si mettono a parlare di questioni che col veganismo non c'entrano assolutamente nulla o si scambiano ricette vegane. Che poi diventare vegani possa essere utile anche per la propria salute o renderci persone migliori è un altro discorso, ma non è di questo che tratta la scelta del veganismo. Sono argomenti nemmeno indiretti, ma proprio estranei, diversi, antropocentrici, che spostano il focus su di noi. Trattasi di falsi veganismi.

Mi spiace, ma queste cose vanno dette.

Ora, c'è una persona che non solo le ha dette, ma anche realizzato un lavoro tanto rigoroso, quanto chiaro, limpido e inequivocabile per cercare di restituire al termine "veganismo" il suo significato originario (raccontando la storia delle sue origini all'interno della Vegan Society e il suo travagliato percorso; e sì, perché anche i termini, le parole, il linguaggio hanno una loro storia) e soprattutto per fare chiarezza sugli obiettivi che dovremmo prefiggerci quando parliamo degli altri animali. Obiettivi che non possiamo sperare di raggiungere sulla base di false credenze, di scarsa preparazione, di slogan svuotati di significato, o, peggio, di azioni fatte tanto per dire che si sta facendo qualcosa. C'è un momento per fare, e c'è anche un momento per mettersi a studiare, a riflettere.

Come si può pensare ad esempio che quelle stesse istituzioni che campano sullo sfruttamento animale possano realmente avere l'interesse di liberare gli altri animali? Mi sembra un po', e il paragone ci sta tutto (in riferimento alla "carne felice" e a molto riformismo), come quelli convinti che i papponi e i clienti delle prostitute, cioè persone che campano sullo sfruttamento e traggono vantaggi personali dall'uso del loro corpo, possano realmente avere l'interesse di rendere queste donne libere e autodeterminate. È un paradosso, no? Purtroppo noto che talvolta ciò che proprio manca è la conoscenza del funzionamento delle leggi che regolano il libero mercato e il funzionamento del capitalismo; sono processi che hanno un'unica funzione: la crescita esponenziale all'infinito del profitto. Quindi sono processi sostanzialmente amorali. Per questo motivo pensare di giungere alla liberazione animale strizzando l'occhio alle istituzioni e al consumismo è semplicemente folle. Come voler spegnere il fuoco gettandoci sopra benzina.

Purtroppo le buone intenzioni non bastano.

Tutto questo, ma molto molto di più è affrontato nel libro di Adriano Fragano, "Disobbedienza vegana, ovvero il veganismo come potrebbe essere". Anzi, aggiungo io, come DOVREBBE essere.

Lo sto leggendo e mi sta chiarendo tantissimi punti. Devo dire, per onestà, che inizialmente ero anche un po' perplessa su questo tentativo, per quanto nobile, perché - e Adriano lo sa, ne avevamo discusso in un post su FB tempo fa - negli ultimi tempi, a forza di veder stravolto, svilito e completamente distorto il concetto di veganismo, quasi quasi avevo pensato che fosse meglio rinunciarci. Così come si butta via qualcosa che ormai non serve più, di vecchio, obsoleto, soppiantato da altri termini e concetti.
Invece il termine veganismo non è affatto obsoleto, e, quando ben definito e circoscritto, aiuta a comprende meglio anche l'antispecismo, per quanto i due non siano semplicemente sovrapponibili (pensate che nelle prime definizioni di veganismo ad opera delle Vegan Society c'era già una descrizione in nuce dell'antispecismo, potremmo chiamarlo un proto-antispecismo, prima di Singer e Regan, e si contemplava anche la messa in discussione dell'intera società): l'antispecismo è una teoria che combatte lo specismo (per capire cosa sia, oltre a rimandare a un altro libro che ha scritto sempre Adriano, "Proposte per un manifesto antispecista", posso indicare una vasta bibliografia su richiesta), il veganismo invece può essere la sua diretta applicazione pratica, ovviamente personale, ma anche sociale nel momento in cui, come dovrebbe essere, non si limiti soltanto all'adozione di una dieta, ma comprenda la messa in discussione dell'attuale società - una società edificata sullo sfruttamento degli altri animali - e si sforzi di dare respiro e attuazione a questa messa in discussione, non solo come petizione di principio e una serie di comportamenti e azioni, ossia nel rifiutarsi di prendere parte a tutte quelle attività che contemplano lo sfruttamento animale e nel sensibilizzare, informare, protestare in vari modi e su più livelli e in ogni campo delle attività umane che usano, realmente o simbolicamente, gli altri animali, ma anche come ricerca, analisi, studio, progettualità di un vivere alternativo per la costruzione di una società diversa, non capitalistica, quindi come accoglimento di istanze squisitamente politiche, morali, etiche che riguardano il vivere collettivo, un vivere in cui si rispetti e riconosca anche la soggettività degli altri animali. Antispecismo e veganismo vanno a braccetto, non si può immaginare una società antispecista senza accogliere pienamente le pratiche del veganismo e non si può pensare a un veganismo svuotato della teoria antispecista.

P.S.: questo post non è una vera e propria recensione, diciamo più un commento scritto di getto dettato dall'entusiasmo di condividere con voi queste riflessioni. 
Mi sto attivando, insieme ad altre persone, per presentare il libro a Roma. Speriamo quanto prima. E speriamo che sia l'occasione di un confronto proficuo. Affinché il termine "veganismo" sia divulgato correttamente, al netto di strumentalizzazioni e mistificazioni dei media, bisogna che ce lo abbiamo chiaro in testa noi che siamo diventati vegani per un motivo ben preciso. Se ce lo abbiamo chiaro in testa possiamo meglio argomentare e rispondere a chi tenta di gettare fumo negli occhi e di farlo passare per una dieta o altro. 
Bene o male è un termine ormai conosciuto dai più, dobbiamo solo evitare la confusione del suo significato autentico ed evitare di attribuirgli altro, svilendo e depotenziando le sue istanze pienamente rivoluzionarie.

In quanto antispecisti, ossia di persone che lottano per la liberazione animale, non possiamo parlare di veganismo come una dieta o per l'ambiente o altro. Veganismo significa una cosa ben precisa. 
Come si dice in gergo internettiano, più specificamente da social, Stay Tuned!

venerdì 8 marzo 2019

La casa di Jack di Lars von Trier


Attenzione: contiene spoiler.

La psicopatologia dell'umanità, l'orrore di cui la nostra specie è capace, raccontata attraverso le gesta di un serial-killer; il problema ontologico del male, la perdita dell'innocenza, le narrazioni razionali con cui siamo pronti a giustificare le peggiori nefandezze. Mostri dell'umanità che dopo aver compiuto azioni inenarrabili la sera tornano ad abitare le loro splendide casette, in compagnia della famiglia, costruite col sangue delle vittime che hanno massacrato. 
Serve fare esempi? 
Ecco, appunto, se proprio devo trovare una debolezza nell'ultimo film del regista danese è proprio l'essere stato troppo esplicito nella spiegazione di alcuni punti che avviene duranti i dialoghi tra Jack e colui che poi scopriremo essere Virgilio, la guida che lo condurrà all'inferno. Sembra accorgersene anche lui, ridendoci sopra, a volte. L'ironia è un elemento presente, spero, anche, nell'auto-citazione. Del resto, che von Trier sia un narcisista lo si era capito anni fa. Ma gli si perdona, anche solo per quei venti minuti finali che, rompendo - e irrompendo - visivamente con quanto visto fino a quel momento, ci regalano una "catabasi" che è anche catarsi. Un mix tra von Trier stesso, Lynch e Tarkowskij e una scena che ricorda persino alcuni dei lavori di La Chapelle. Matt Dillon è bravissimo, il compianto Bruno Ganz si vede pochissimo, notevolissima anche l'interpretazione di Uma Thurman.

Uno dei film più maturi e lucidi di von Trier, nulla a che vedere con le esagerazioni, anche kitsch di Antichrist o con la ricerca di spettacolarizzazione di Melancholia (film che comunque ho molto amato), ricorda semmai più il rigore di Dogville o di Nymphomaniac e la dimostrazione di una tesi presente in altre opere. Suddiviso in cinque capitoli, pardon, "incidenti" e "spiegato" attraverso il dialogo tra il protagonista, un serial-killer freddo e spietato che simula le emozioni quel tanto che basta a stringere un contatto con le vittime, e una figura di cui per quasi tutto il film sentiamo soltanto la voce e pensiamo essere uno psicoanalista.
Jack non ha pietà di un'umanità che è mostrata come sostanzialmente stupida, noiosa, irritante, avida, banale. 
Il male di cui si parla però non è semplicemente banalità del male, ossia un male compiuto senza che se ne abbia la piena contezza, ma un male giustificato, un male perseguito in nome di tutte quelle stupide e irrazionali giustificazioni che l'umanità riesce a darsi perché comunque è un male che essa ha presente dentro di sé, se non altro come possibilità, insieme a quella di realizzare arte e tutte le cose cose grandiose che sappiamo (o che ci raccontiamo come tali). L'auto-narrazione della propria grandezza, non è anche questo forse un elemento di psicopatologia? Un narcisismo patologico con cui il regista gioca, in riferimento anche a se stesso, come detto sopra.

La visione pessimista, tragica, nichilista di von Trier qui però sembra introdurre un elemento di speranza, che è la possibilità della scelta.

Cita William Blake, un po' frettolosamente devo dire, o meglio didascalicamente (c'era bisogno? Di fare lo spiegone, intendo, un po' come se non si fidasse della capacità di capire degli spettatori, un po' come se ci trattasse alla stregua di come Jack tratta le sue vittime) e con questo sembrerebbe risolvere la questione ontologica del male. Invece prosegue e introduce l'elemento della scelta, il famoso libero arbitrio, che ci consente di sottrarci al male e di perseguire il bene; la scelta, quale essa sia, richiede immenso coraggio e Jack, in fondo un eroe, anche se negativo, rispetto alla banalità di tanta umanità, la persegue fino in fondo.

Certamente le tematiche che affronta non sono nuove e a tratti, come detto, le banalizza. Ma non nell'impianto totale del film, che rimane comunque un grande affresco dell'umanità leggibile nello sguardo vitreo di Jack, nelle sue mani, nelle sue ossessioni-compulsioni, nella sua grandezza del sé. C'è da dire che la visione proiettata nelle sale italiane è quella tagliata, non integrale, e a tratti si percepisce la mancanza di equilibrio tra le scene e la narrazione fuori campo, tra l'immagine e la didascalia. In particolare nella scena della caccia c'è un salto tra il momento in cui la madre e i bambini sono ignari di cosa stia per accadere e poi nello stacco successivo fuggono in preda al terrore, il tutto senza soluzione di continuità. Sono particolari che rovinano un po' la visione del film. Immagino che abbiano tagliato le scene più truculente, eppure, il senso del film non dovrebbe essere proprio quello di mostrare l'orrore di cui è capace l'umanità? Non sono forse queste le cose che sono accadute e che accadono ogni giorno dentro i mattatoi, i lager, i laboratori per la vivisezione (notare: Jack perde l'innocenza facendo del male a un piccolo anatroccolo, ricorderà poi quel momento sul finale, guardando i campi Elisi senza possibilità di accedervi: il mondo dell'innocenza perduto per sempre. E notare che è l'unico momento in cui Jack ha un vero sussulto di empatia, verso se stesso, piange, l'unico momento in cui sembra pentirsi per ciò che ha fatto. La nostalgia, il dolore per l'impossibilità di tornare al passato, è forse il sentimento più straziante di tutti, l'unico che ci mette di fronte ai rimpianti e pentimenti, a noi stessi), dicevo, non sono forse queste le cose che accadono ogni giorno, ma che siamo pronti a giustificare come necessarie, giuste, importanti, anche se potremmo scegliere diversamente? Non è questo quello che hanno fatto i nazisti e che fanno ogni giorno coloro che sfruttano, opprimono ecc.? Non sono queste le scene che vediamo ogni giorno in televisione, di persone disperse in mare, di bambini affogati, di disperati, di martoriati, di derelitti, di donne uccise dai propri compagni o stuprate, mentre ce ne stiamo al calduccio dentro le nostre belle casette, costruite comunque con il sangue di innocenti, anche se meno visibile? In nome di cosa? Di un contraltare che è l'arte, il sublime, la capacità di creare opere immense? Un po' pochino, in effetti. Scusate, non potevo fare a meno di commentare esprimendo un giudizio morale, ma, come dico sempre, se rifuggiamo l'empatia, la morale, l'etica, il rispetto dell'altro, cosa ci resta? Ci resta il male. E la Cappella Sistina. Una magra consolazione, tutto sommato.
Non bisogna temere di dire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Di dire cosa è male e cosa no. Altrimenti, in nome del relativismo etico, potremmo svegliarci una mattina e scoprire di essere diventati proprio come Jack e di star abitando proprio la sua stessa casa.

mercoledì 6 marzo 2019

Il mito Pretty Woman - come la lobby dell'industria del sesso ci spaccia la prostituzione


Breve resoconto della presentazione dei libro di Julie Bindel, "Il mito Pretty Woman - come la lobby dell'industria del sesso ci spaccia la prostituzione", organizzata da Resistenza Femminista, che ha anche curato e tradotto il libro stesso. Sono intervenute  la costituzionalista Silvia Niccolai e la scrittrice Rachel Moran, autrice di un altro importante e notevolissimo testo, già da me più volte citato e consigliato, "Stupro a Pagamento".
Come saprete, in Italia è in discussione la costituzionalità della legge Merlin, una legge molto avanzata in temi di diritti umani per arrivare a una vera e propria uguaglianza tra uomini e donne. La legge non vieta la prostituzione, non criminalizza le donne prostituite, ma vieta in sostanza lo sfruttamento di queste da parte di terzi e l'attività organizzata di lucro, quindi penalizza i papponi e il loro sfruttamento sulle donne. 
Il senatore Rufa della Lega sta proponendo di riaprire i bordelli, come è accaduto in Germania, Nuova Zelanda, Svizzera, Nevada e altri stati. 
Se la legge Merlin venisse abrogata ci troveremmo di fronte alla decriminalizzazione dei papponi e in sostanza lo stato stesso diventerebbe pappone stesso. 
Le persone che sono a favore sono di due tipi: o persone molto ingenue che non sanno cosa realmente sia la realtà della prostituzione, o persone che vogliono continuare che si lucri sul corpo delle donne, quindi profondamente maschiliste e misogine.
Senza dilungarmi troppo, riporto alcune cose significative sul tema e alcune cose dette ieri su cui è bene soffermarsi per avere il quadro completo di quello che significherebbe. 
- L'industria del sesso, una vera e propria lobby, getta fumo negli occhi adottando un linguaggio e una terminologia che di fatto sono mistificatori e tendono ad alimentare il mito della prostituta felice. Ad esempio se la prostituzione venisse regolamentata e i papponi decriminalizzati, anche questi ultimi si potrebbero definire tranquillamente sex-workers - di fatto persone che lavorano nell'industria del sesso, anche se sono sfruttatori- in una completa sovrapposizione dello sfruttato e di chi sfrutta, e possono, come di fatto è accaduto, fondare associazioni e comitati in difesa del sex-work, anche se non viene affatto data la parola alla dirette interessate, ma solo a chi le sfrutta; 
- La prostituzione, con la regolamentazione, ossia con la decriminalizzazione di ogni attività ad essa correlata, non diminuisce, ma aumenta, così come aumenta la tratta delle ragazze, spesso anche minori, che andrebbero a "lavorare" nei bordelli. Ma chi pensate che andrebbe a lavorare in questi posti? Ovviamente le persone poverissime, quelle ragazze e donne che fuggono dai loro paesi per questioni di sopravvivenza o che vengono illuse di poter accedere a una vita migliore. Già solo per questo fatto, chi si dichiara di sinistra dovrebbe essere contrario, in quanto la prostituzione non è soltanto lo sfruttamento di un sesso sull'altro, ossia il privilegio degli maschi di accedere al corpo delle donne, ma anche lo sfruttamento di alcune classi sociali sugli strati più bassi della popolazione; inutile lottare contro lo sfruttamento dei migranti, che costituiscono manodopera a basso costo a tutto vantaggio del capitalismo, se poi si favorisce lo sfruttamento massimo che può avvenire sul corpo di qualcuno, ossia l’uso del corpo stesso; inutile, e qui interpello anche i compagni antispecisti, essere contro lo sfruttamento degli altri animali, se poi si legittima quello sui corpi delle donne; 
- L'apertura dei bordelli sarebbe un ostacolo insormontabile al raggiungimento della reale uguaglianza tra uomini e donne e questo dovrebbe essere facile da comprendere, ma evidentemente non abbastanza. Vi spiego perché: la domanda è esclusivamente da parte degli uomini. Sono gli uomini che vogliono comprare sesso e che vogliono accedere al corpo delle donne. La prostituzione maschile è un fenomeno molto limitato e a comprare sono sempre e soltanto altri uomini stessi. Questo significa che abbiamo un problema profondo: la convinzione di un sesso, quello maschile, di poter accedere ai corpi di un altro sesso, quello femminile, semplicemente pagando, il che costituisce la forma massima, causa e conseguenza, dell'oppressione patriarcale. Significa ritenere le donne non capaci di emanciparsi, di lavorare, di studiare, ma al massimo di vendere i loro corpi. Una visione del genere è a detrimento di tutto le donne, danneggia ogni donna, danneggia l'immagine e la sostanza stessa dell'essere donne. Oltre a provocare danni immensi a coloro che si prostituiscono realmente; il fatto che a comprare sesso siano solo gli uomini e che a vendersi siano solo le donne non dovrebbe essere sufficiente a capire che c’è un problema di disparità di trattamento e di considerazione al riguardo dei due sessi?
- In un mercato liberista come il nostro, decriminalizzare i papponi e liberalizzare il commercio del sesso significa in sostanza trasformare questa "attività" al pari di ogni altra attività economica, quindi renderla concorrenziale, abbassando i prezzi e aumentando la richiesta delle prestazioni svolte, anche in termini di qualità, e contribuire al formarsi di un immaginario in cui tutto diventa lecito, essendo legale. Anche promuovere, come di fatto accade, il corpo di una donna insieme a una birra e a un panino in un menù. Di fatto assimilando le donne a un panino o qualsiasi altro oggetto. Se tutto è lecito, si alza la richiesta di determinate prestazioni, tipo il sesso senza preservativo. Nei paesi dove la prostituzione è stata regolamentata c'è un aumento di Hiv e di altre malattie sessualmente trasmissibili e ci sono tantissime donne morte di tumore alla cervice, di cirrosi, di overdose perché la stragrande maggioranza delle donne che si prostituisce, per sopportare quello che fa, fa uso di alcol, droghe, antidolorifici potenti che danno assuefazione, anestetici di vario tipo. Le donne nella prostituzione muoiono e si ammalano. Nessuno lo dice questo, però.
- Nella regolamentazione, ed è questa l'aspetto che viene più mistificato, non si tutelano affatto le donne prostituite, essendo la merce in vendita, ma soltanto il cliente e il fornitore, ossia il pappone. Le donne prostituite sarebbero schedate e obbligate a controlli sanitari, mentre il cliente avrebbe diritto alla privacy e a nessun controllo. In teoria un cliente affetto da Hiv o altra malattia potrebbe richiedere sesso senza protezione, alzando il prezzo verrebbe accontentato, e la donna non sarebbe affatto tutelata. Anche questo è un evidente trattamento di disparità a tutto vantaggio del solo cliente;
L'unico modello che funziona ed è quello che è stato ormai adottato da diversi paesi, è quello svedese, detto nordico perché adottato da vari paesi del nord Europa (che tutto sono fuorché bigotti... tanto per respingere l'accusa di moralismo, ma su questo punto ci torno brevemente dopo) in cui la prostituzione non è vietata, ma scoraggiata, e la donna prostituita non viene criminalizzata, ma realmente aiutata a intraprendere un percorso di fuoriuscita dal sistema, con accesso a corsi di studio, formazione lavorativa, di modo che possa avere una vera scelta. È il cliente a essere penalizzato perché è ovvio che la prostituzione esiste perché esistono uomini che vogliono accedere al corpo delle donne per il loro privilegio. Resistenza Femminista ha indetto una petizione per chiedere al nostro governo di adottare la legge sul modello nordico, l'unica che ha a cuore veramente gli interessi e il benessere delle donne prostituite e non di chi le sfrutta o ne trae vantaggio. Andate su sito a firmare;
- l'accusa di moralismo, sessuofobia addirittura, bigottismo, da parte chi vuole promuovere il modello nordico, è presto rigettata. La prostituzione, come dice Rachel Moran, non è né sesso e né lavoro. Non è sesso, ma solo abuso da parte degli uomini sui corpi delle donne. Il sesso è attrazione reciproca e consentaneità e dove c'è bisogno di denaro e quindi di accettare di farsi usare da uomini sconosciuti verso cui non si prova alcun tipo di attrazione, ma spesso repulsione, non ci può essere consentaneità. Il fatto che ci sia di mezzo il denaro, tuttavia, non la rende nemmeno un lavoro, ma semplicemente sfruttamento di donne bisognose, di povertà, ricatto; penso che ogni donna sappia, nel profondo, cosa significhi essere molestate, palpeggiate, anche solo guardare da uomini sconosciuti che vogliono solo usare i nostri corpi. La prostituzione è mille volte peggio, è un abuso reiterato, continuo, è una violenza inaudita cui alcune donne sottostanno dietro ricatto o perché non hanno alcuna altra possibilità per vivere. 
Questi sono soltanto alcuni punti accennati ieri, per approfondire al riguardo della vera realtà del sistema della prostituzione e della lobby del sesso vi consiglio di leggere i libri sopracitati, sia quello della Moran, che quello della Bindel. Il primo racconta nel dettaglio cosa significa realmente prostituirsi e lo racconta una sopravvissuta, essendo lei stessa stata nella prostituzione per sette anni e avendo scritto il libro nel corso di dieci anni, intervistando ex colleghe; il secondo si avvale dell'intervista di tantissime sopravvissute, prostitute e anche di proprietari di bordelli e clienti per avere un quadro completo di cosa significherebbe abolire la legge Merlin, decriminalizzare i papponi, regolamentare, cioè liberalizzare nel nome del libero mercato, la prostituzione.
Ultima cosa: a  chiunque stiano a cuore i diritti umani e degli altri animali, non può non stare a cuore questa questione. L'abolizione della legge Merlin legittimerebbe, normalizzerebbe, legalizzerebbe l'oppressione da parte degli uomini sui corpi delle altre donne e negherebbe ogni possibile raggiungimento della parità tra i sessi. Non è questione di essere soltanto femministe, ma di definirsi persone libertarie, rispettose, per i diritti di tutti.
Chi è a favore del sex-work o è uno che sfrutta oppure si tratta di casi che nulla hanno a che vedere con la vera prostituzione. Magari studentesse che si mostrano con la web-cam o "escort" che vanno con uomini scelti, ma sono tutte situazioni che, per quanto discutibili, non hanno realmente a che fare con la realtà ben più tragica e avvilente della prostituzione e di chi lavora nei bordelli. Comunque sia il modello nordico non impedirebbe a chi volesse liberamente vendere il proprio corpo di farlo, ma aiuterebbe realmente le vittime a uscirne, offrendo loro una vera alternativa, di modo che allora vendersi diventerebbe una scelta e non un obbligo. 
Esprimersi a favore della prostituzione quando ci si trova in una posizione di privilegio, sapendo che mai si potrebbe essere costrette a farlo, è facile. Ma provate a immedesimarvi nella situazione di ragazze e donne disperate costrette a esaudire le richieste di uomini con cui non andreste nemmeno a prendere un caffè, uomini violenti, che hanno un rapporto malato con l'altro sesso, improntato sul dominio e non paritario. Chi vede la donna come una persona sua pari, non sfrutta la sua povertà per usarla. Soprattutto, l'abuso, nella prostituzione, la violenza, sono la norma e non l'eccezione. 
Chi compra sesso e la lobby del sesso in generale insieme danno voce e rafforzano la misoginia e il sistema patriarcale perché hanno tutto l’interesse nel continuare a far restare le donne in uno stato di subordinazione per il mantenimento dei propri privilegi. 

lunedì 25 febbraio 2019

Sulle intersezioni

Bene evidenziare le analogie nelle varie forme di oppressione, ma ogni lotta deve mantenere un'assoluta autonomia di pensiero rispetto alle altre perché combatte una forma specifica di oppressione.
Per capirci, il femminismo è lotta contro l'oppressione di un sesso sull'altro e deve restare autonomo su questo altrimenti rischiamo che le donne spariscano sullo sfondo di altre questioni prettamente maschili e maschiliste (vedasi movimenti di sinistra che promuovono la prostituzione o la gpa, ad esempio o un femminismo annacquato che lascia intatte le dinamiche patriarcali di oggettificazione e svalutazione dei corpi); l'antispecismo è lotta contro l'oppressione di una specie sulle altre e deve preservare una sua autonomia di pensiero altrimenti rischiamo che gli altri animali spariscano sullo sfondo di altre questioni prettamente umane; a ancora, l'anticapitalismo è lotta contro un determinato sistema economico e tale deve restare, altrimenti rischiamo di sovrapporlo ad altri concetti che esprimono varie forme di dominio (tipo, esempio, il patriarcato), ma preesistenti al capitalismo stesso. 
Ora, si possono riscontrare analogie tra femminismo e antispecismo, simili possono essere alcune forme di sfruttamento e sicuramente spesso le une si appoggiano sulle altre per rafforzarsi reciprocamente (le parti del corpo delle donne nei bordelli vengono vendute come in una sorta di macelleria simbolica e reale al tempo stesso, non vengono mangiate, ma lo stesso consumate, sfruttate, violentate oppure nel linguaggio si denigra il femminile attraverso l'uso di termini che afferiscono al mondo degli altri animali, soggetti già denigrati e già percepiti come inferiori attraverso un'opera di delegittimazione di millenni), però il femminismo si occupa del modo in cui le donne sono sfruttate e l'antispecismo del modo in cui sono percepiti e sfruttati gli animali nella nostra società, in un'autonomia di pensiero che tale deve restare, pur presentando appunto - e questo nessuno lo nega e scusate se lo ripeto - analogie.

Capitalismo e specismo non sono sinonimi

Quando si parla di vittime e sfruttati del capitalismo mi pare che si faccia un po' di confusione.
I pastori sardi, per quanto in misura modesta, sono comunque lavoratori autonomi, imprenditori, piccoli allevatori che si tramandano l'attività spesso di generazione in generazione o che l'avviano di spontanea volontà su un territorio dove tale attività è radicata. 
Queste persone non sono vittime, né sfruttate. Che poi sia un'attività che oggi presenti dei problemi in termini di ricavo, quindi di reddito, è un altro discorso. 
Ma in nessun modo possono essere paragonate ad altre persone di altre situazioni.
C'è differenza ad esempio tra il pastore autonomo sardo e l'immigrato assunto come manodopera dal grosso allevatore del nord per pulire la merda di migliaia di maiali ammassati dentro gli allevamenti intensivi per pochi spicci al giorno.
Sebbene in misura nettamente diversa, l'immigrato in questo preciso contesto è uno sfruttato, una vittima del capitalismo globale, ma, posso affermare con assoluta certezza, sarebbe ben felice di cambiare lavoro se solo gliene venisse offerta l'opportunità. A differenza del pastore sardo che è ben attaccato alla sua attività - che definisce tradizionale - e che non vuole cedere, non vuole riconvertire o dismettere, ma che anzi difende con le unghie e con i denti appellandosi a concetti quali appunto tradizione, lavoro, territorio e via dicendo, in pratica difendendo quanto di più conservatore ci possa essere nella nostra società. Gli stessi concetti che usa il grosso allevatore. Quindi, la differenza è solo sull'entrata di denaro e sul fatto che il grosso allevatore sfrutti anche le persone umane, la cosiddetta manodopera, oltre agli animali, ma entrambi sono imprenditori sulla pelle di vite altrui, quindi rappresentanti di quel dominio che si vorrebbe combattere. 
Il pastore esprime sempre una forma di dominio. Non sarà un capitalista, ma è oppressore nei confronti degli altri animali. Ora, considerarlo meno oppressore solo perché non è capitalista, significa tenere in considerazione minore gli altri animali rispetto agli umani. Come se il fatto di sfruttare anche la manodopera umana fosse più grave che non sfruttare solo gli altri animali. Come se il capitalizzare la pelle degli animali, ossia metterla a profitto, fosse meno grave.

Essere antispecisti significa in primis schierarsi con gli altri animali e di riflesso essere anticapitalisti. Ma non essere anticapitalisti in primis e poi includere un'attenzione anche agli altri animali perché in questo modo li si fa restare sempre comunque sullo sfondo ponendo in primo piano sempre e comunque gli umani. Da cui discendono appunto discorsi come quello di sopra, ossia che il pastore sardo sarebbe uno sfruttato solo perché almeno non è capitalista.

Leggo cose sinceramente imbarazzanti, del tipo meglio un anticapitalista onnivoro che un vegano capitalista: entrambi non hanno nulla a che fare con l'antispecismo. Il primo perché se si mangiano gli oppressi e ci si schiera con i pastori sardi semplicemente non si è antispecisti. Il secondo perché un veganismo svuotato delle sue istanze più radicali è solo una dieta. Ma, ad ogni modo, dominio e capitalismo non sono sovrapponibili perché il dominio è agito ed è sempre stato agito anche in contesti e società non capitalistiche. Le società rurali e pastorizie esprimevano già un dominio. Nella Grecia classica le società arcadiche esprimevano già forme di dominio sugli altri animali. Anche se non si trattava di capitalismo.
Capitalismo e dominio non sono sovrapponibili. 
Capitalismo e specismo non sono sovrapponibili.
Il pescatore di una piccola isola, per quanto faccia la fame, esprime comunque dominio sugli animali e specismo. Ora, stigmatizzare solo il capitalismo, ma non il dominio in ogni sua forma, non è antispecismo. Stigmatizzare il capitalismo, ma non riconoscere lo specismo come forma peculiare di oppressione sugli animali non umani non è antispecismo. È solo appunto anticapitalismo. Anticapitalismo miope perché non solo non tiene conto delle vittime non umane, ma non le riconosce nemmeno come soggetti.

P. S.: c'è anche chi farebbe ricondurre la nascita del capitalismo alle prima società stanziali alla fine del neolitico. Ma a maggior ragione allora, in tal senso, pure i pastori sarebbero dei capitalisti.

giovedì 21 febbraio 2019

Da referenti assenti a individui

Per chi li sfrutta, gli animali non vengono proprio riconosciuti come individui, non sono un interlocutore dialettico, sono solo oggetti o macchine, tanto quanto potrebbe esserlo il bullone del pezzo che un operaio sta assemblando.
Che vengano riconosciuti come individui è proprio lo step principale della nostra lotta, altrimenti il nostro metterne in discussione lo sfruttamento non verrà nemmeno preso in considerazione. Che ci piaccia o meno stiamo ancora a questo punto e ci stiamo perché l'oppressione degli altri animali è millenaria ed è un'ideologia che abbiamo interiorizzato nel profondo.
L'abbiamo visto bene nella questione attuale del latte, dove in nessun discorso si fa riferimento alle vere vittime, ai veri soggetti in gioco, che sono le pecore e i loro figli e non i pastori o le loro famiglie, tanto meno il dogma del lavoro tradizionale che pare che sia una cosa intoccabile. 
Intoccabili dovrebbero essere le vite altrui, ma per parlare di diritto e rispetto della vita bisogna riconoscerla nei soggetti di cui si parla, bisogna riconoscere e individuare i veri soggetti del discorso.

Ora, il punto non è che IO non li riconosca come individui, io li riconosco come tali, altrimenti non sarei diventata antispecista, non sarei vegana, non mi sarei attivata in questa lotta di giustizia, il punto è che quando si dà per scontato, nella comunicazione, che il soggetto di cui si parla sia percepito all'esterno e dagli altri alla stessa maniera in cui lo percepisce chi sta mandando un massaggio, si sta facendo una comunicazione autoreferenziale e per questo inefficace e fallimentare. 
Il linguaggio, i segni, tutto quanto nella nostra cultura è basato su convenzioni comunemente accettate e soprattutto condivise perché se non c'è condivisione non ci si capisce. 
Ora, se quando si parla della questione del latte attuale, per dire, io penso alle pecore sfruttate e il mio interlocutore invece vede solo i pastori o il latte come prodotto, è ovvio che non ci capiamo. Non ci rappresentiamo proprio la stessa immagine mentale. Comunicare la nostra è importante perché così si attua uno spostamento di prospettiva, ma, ed è qui che subentra la difficoltà massima, se non riesco a scalfire l'immagine interiorizzata da millenni di cultura specista della pecore come mezzo di produzione anziché come individuo, quale effettivamente è, il mio discorso di lotta contro l'oppressione degli altri animali risulterà bizzarro, estremista, nel migliore dei casi come il risultato di un'affezione particolare verso gli animali che non deve necessariamente essere condivisa da tutti.
Quindi il punto su cui dobbiamo insistere, lavorare, qual è? Riuscire a far capire che gli altri animali sono individui e non oggetti. Ma mai in nessun modo comunicare dando per scontato che gli altri li vedano già così.
Di fatto sono ancora referenti assenti. In ogni discorso. Il latte è un alimento e chi lo produce, la pecora, è assente dal discorso e dall'immagine mentale. Al suo posto si parla del pastore, come se lo producesse lui, anche se di fatto lui possiede e schiavizza dei corpi affinché lo producano e affinché possa trarne profitto. Il pastore (allevatore) di fatto è un ladro di vite e lavoro altrui. Un po' come il padrone della fabbrica, certo, ma gli animali non occupano nell'equazione lo stesso posto dell'operaio, bensì del bullone che lavorano e al posto dell'operaio al massimo c'è la semplice manodopera assunta per pulire e fare lavori più pesanti.
Bisogna lottare affinché gli altri vengano presi in considerazione in quanto individui, affinché li si riconosca come gli ultimi sfruttati della piramide, e non come semplici mezzi, oggetti, prodotti.
Bisogna cambiare i significati recepiti all'esterno. Rendere gli animali da referenti assenti a individui.

sabato 2 febbraio 2019

Produzioni culturali

Gli altri animali si sfruttano unicamente per il profitto (almeno nei paesi occidentali capitalisti, in altri paesi sono comunque usati come risorse rinnovabili o mezzi di sussistenza, sempre considerati prodotti o macchine per produrre). 
Poi, per giustificare il loro utilizzo, ossia per evitare che si obietti al fatto che esseri viventi vengano schiavizzati, uccisi, reclusi ecc. si usano una serie di giustificazioni che servono a normalizzare, legittimare, sminuire quel che gli viene fatto e questo insieme di argomentazioni/giustificazioni è quel che chiamiamo specismo. Lo specismo si appoggia su un pilastro fondamentale, che è l'antropocentrismo. Per sminuire quel che gli viene fatto ci si appoggia a delle credenze, errate sotto ogni punto di vista, che li vorrebbero meno capaci di sentire, di comunicare, di avere sentimenti, di provare dolore e gioia, di capire il mondo, di rendersi conto delle terribili torture che gli vengono continuamente inflitte. 
Tutta la nostra produzione culturale (filosofia, economia, diritto, religione, scienza, arte, media, quindi cinema, televisione, giornali, letteratura, quindi linguaggio verbale e visivo, ma anche il sistema scolastico e praticamente ogni attività di tipo intellettuale o pratico, inclusa la politica*) è funzionale a giustificare lo sterminio degli animali e lo fa attraverso una continua propaganda resa invisibile dal fatto che appunto si presenta come neutra, normale, naturale e approvata dalla legge. Questa propaganda è invisibile perché altro non è che la cultura in cui nasciamo, ci formiamo e viviamo. È molto difficile mettere in discussione qualcosa che ci viene propinato in un certo modo sin da quando nasciamo e in cui siamo immersi, ma non impossibile. Basta capire che di normale e naturale nello sfruttamento degli animali non c'è niente, che esso non ci è necessario per vivere, ma che è finalizzato solo al profitto di chi li fa nascere, alleva e uccide. 
Se un domani venisse fatta una nuova legge che consentisse di macellare i cani o i gatti o, che so, persone anziane, e ci volessero convincere della sua giustezza e necessità attraverso una continua propaganda che fa uso di pubblicità, articoli di giornali, scene di quotidiana normalità nei film e nelle letteratura, ci accorgeremmo subito che si tratta di una forzatura, la percepiremmo come ingiusta e insorgeremmo; ma se fossimo nati in un sistema così? Se sin da piccoli fossimo stati abituati a considerare normale uccidere cani, gatti e persone oltre una certa soglia di età, la cosa ci stupirebbe? Certo che no.
Ed ecco perché non ci sorprende oggi sapere quel che accade agli altri animali. Perché siamo stati convinti ad accettarlo come naturale. In realtà siamo stati vittime di un'ideologia invisibile. Un'ideologia funzionale a sostenerne l'oppressione, il dominio, la schiavitù per il profitto.

Ogni tipo di oppressione ha bisogno di un'ideologia funzionale a giustificarla.
Ma arriva un momento in cui si scopre che il re è nudo, come si suol dire e queste giustificazioni sono un castello di carta, di simboli, di modi di dire, che però producono violenza vera; oggi sappiamo che non abbiamo una reale necessità di mangiare e sfruttare gli animali e quindi dobbiamo opporci in tutti i modi possibile alla loro oppressione. 
Ognuno ha senz'altro modo di agire con più efficacia in base alle proprie competenze nel settore in cui lavora e si confronta.
I medici e ricercatori, i filosofi, gli artisti, i giornalisti, gli attivisti, che ognuno lasci la propria impronta in base alle proprie capacità. Un approccio multidisciplinare è necessario. Senza escludersi a vicenda. Purché il messaggio sia comune e compatto e che sia un messaggio RADICALE, ossia di lotta contro l'oppressione, il dominio, lo sfruttamento, la mercificazione, il massacro in sé degli animali e NON sulle modalità di continuare a farlo.

*La distinzione tra politica e cultura non ha senso perché la politica è sempre un prodotto della cultura, ossia rientra in tutto ciò che la nostra specie produce, di intellettuale o materiale che sia. Quando si parla di cultura infatti va considerato tutto ciò che l'homo sapiens fa, pensa, concretizza, tanto i frutti più eccelso della sua mente (filosofia, arte ecc.), quanto i risultati più bassi. Il modo in cui amministriamo, gestiamo, ci relazioniamo con gli altri è politica, ma il teorizzarlo e metterlo in pratica fa sempre parte di quell'insieme di attività che chiamiamo cultura.
Detto in parole più semplici: ogni attività dell'essere umano rientra in quel che definiamo cultura. 
P.S.: anche gli altri animali producono cultura, non solo la nostra specie; sebbene in modi diversi da noi.