mercoledì 15 novembre 2017

Parte lesa

Purtroppo solo la parte lesa si rende conto di quanto radicata ed estesa sia la forma di discriminazione che subisce.
Bisogna essere donne per capire quanto maschilismo si manifesti ancora oggi in ogni ambito, bisogna essere omosessuali per capire quanto diffusa sia l'omofobia, bisogna appartenere a etnie diverse da quella dominante per notare quanto il razzismo sia così diffuso e bisogna essere animali non umani per sperimentare tutto l'orrore di essere considerati solo merci da fare a pezzi dentro i mattatoi.
Provate qualche volta a mettervi nei panni degli altri, di chi ogni giorno subisce molestie ed è vittima di discriminazione e violenza per rendervi conto di quanto non viviamo affatto nel migliore dei mondi possibili. 

martedì 14 novembre 2017

Siamo tutti coinvolti


Vorrei che tutte le persone che si adoperano nell'attivismo facendo anche banchetti in strada dedicassero cinque minuti a guardare questo video. 
La mia riflessione è questa: inizialmente l'allevatore non sembra sentire ragioni; cambia atteggiamento nel momento in cui l'attivista gli introduce anche l'argomento, apparentemente indiretto, della devastazione e della fine ormai prossima del pianeta a causa del consumo di carne. A quel punto si sente coinvolto e direttamente implicato nel danno che, egli stesso, con il suo stile di vita e lavoro, sta producendo. Un danno reale, ormai non più discutibile.
Penso che la cosa migliore da fare sia sempre capire chi si ha davanti, magari facendo qualche domanda introduttiva del tipo "lei che lavoro fa?", "convive con degli animali?" ecc., e poi tarare le proprie argomentazioni di volta in volta.
Spesso, nel dialogo, ci si trova davanti a un muro. Un muro che sembra imbattibile, ma in realtà la breccia c'è sempre, basta solo scovarla e introdurcisi. In questo caso, per l'allevatore, era quella del pianeta. Non gli importava nulla degli animali, ma si è sentito tirato in causa quando l'attivista gli ha parlato del pianeta. Ha cambiato voce, sguardo e si è rilassato, non sentendosi più attaccato, ma parte di una problematica più ampia in cui TUTTI siamo coinvolti.
Ora, dal nostro punto di vista ovviamente gli animali non vanno uccisi perché sono soggetti della loro stessa vita e non è giusto schiavizzarli, dominarli, considerarli risorse e questo dovrà restare sempre l'argomento principale di ogni nostro racconto e la motivazione forte della nostra battaglia. Però il nostro punto di vista non deve restare solo il nostro, noi dobbiamo riuscire a dialogare, a far capire a tutti che non si tratta di una scelta personale, ma di una scelta necessaria e giusta, eticamente inattaccabile, almeno per chiunque ci tenga a definirsi persona civile e rispettosa. Dobbiamo coinvolgere le persone nel nostro ragionamento, ma senza farle sentire giudicate e colpevoli. Dobbiamo far capire che siamo tutti coinvolti, tutti sulla stessa barca, altrimenti sembrerà che noi siamo i giusti, loro quelli sbagliati e alzeranno tutte le difese possibili sentendosi giudicati. Quindi, far capire che gli allevamenti e lo sfruttamento animale nel loro complesso sono parte e concausa della devastazione del pianeta, dell'inquinamento, della deforestazione, del surriscaldamento del pianeta ecc. può aiutare a far sì che si riesca a stabilire un contatto tra noi e l'interlocutore apparentemente menefreghista - o sinceramente menefreghista - riguardo la vita degli altri animali. Una volta avuto il contatto, una volta individuata la crepa nel suo muro, una volta che avrà abbassato le sue difese psicologiche, sarà più facile parlare di tutto il resto.
Siamo tutti coinvolti, anche noi che abbiamo già smesso di mangiare animali perché se non useremo tutti i mezzi a disposizione sarà come se non facessimo abbastanza, restando su un piedistallo di purezza ideologica.

lunedì 30 ottobre 2017

Di bestemmi e religioni

Ho notato che a tante persone danno fastidio le bestemmie, anche se non sono credenti. Gli danno ancora più fastidio se a pronunciarle sono le donne (rivelando così, oltre al perbenismo, anche un po' di sessismo inconscio).
Di fronte a questo fastidio palesato, immancabilmente mi torna in mente la famosa frase di Apocalypse Now: "Addestriamo dei ragazzi a sganciare Napalm sulla gente, ma i loro comandanti non vogliono che scrivano “cazzo” sugli aerei perché è una parola oscena.".
Viviamo in una città violentissima, sterminiamo migliaia di animali non umani al secondo (e non è un'iperbole), fomentiamo guerre per mantenere i nostri folli standard di vita occidentali, respingiamo i migranti alle frontiere perché ci ricordano quanto siamo stronzi, e di fronte a tutto questo orrore quotidiano ("l'orrore, l'orrore...", come direbbe il Colonnello Kurtz) ci scandalizziamo quando sentiamo una bestemmia come se fossimo signorine dell'ottocento cresciute a pane e bibbia.
Cos'è che vi scandalizza? Il dissacrante, l'aver introiettato una morale catto-borghese nonostante ideali diversi? Perché una parola diventa una parolaccia da non dire?
Io trovo gravissimo usare il nome comune di animali per denigrare e offendere perché l'uso di questo linguaggio conferma e rafforza lo specismo e lo specismo ha conseguenze reali, concrete, ma scandalizzarsi per nominare un dio o un santo o altre figure della religione in cui si afferma di non credere, che senso ha? Chi si offenderebbe, nello specifico?
Chi crede? Eppure, se ci pensate bene, giudichiamo folli i Testimoni di Geova e non ci facciamo scrupolo nel mandarli affanculo solo perché sono una minoranza, ma riconosciamo sacertà e pretendiamo rispetto quando abbiamo a che fare con la religione ufficiale del nostro paese, anche se propugna gli stessi identici contenuti folli; la religione cattolica continua a preservare, anche per i non credenti, quell'aura di intoccabilità che la cultura in cui viviamo ci ha inculcato sin dalla nascita e non viene riconosciuta come altrettanto folle delle altre religioni minoritarie solo poiché condivisa dalla maggioranza, quindi normalizzata (quando un'ideologia o religione sono molto diffuse diventano invisibili, esattamente come il carnismo).

E comunque la bestemmia ha un'innegabile funzione liberatoria, come il riso, perché scardina ciò che comunemente viene considerato intoccabile, quindi ha a che fare con l'istituzionale, con il potere; si può dire che essa assuma un po' la stessa funzione del carnevale, infatti la bestemmia spesso è goliardica.

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domenica 22 ottobre 2017

Carne felice, allevamento estensivo e altre menzogne

Immaginate un cucciolo pieno di gioia di vivere alla scoperta del mondo. 
Immaginatelo mentre corre nei prati, annusa i fiori, le foglie, l'aria, conosce la pioggia, il vento, il sole.
E poi immaginatelo mentre, un bel giorno, all'improvviso, viene strappato via da tutto questo e portato al macello.
Nel pieno della sua infanzia/adolescenza. Perché qualcuno ha deciso che la sua vita non gli appartiene, che non può essere soggetto della sua stessa esistenza, ma corpo da trasformare in prodotto.
Questo è l'allevamento estensivo.
Nella "carne felice" l'aberrazione, la violenza, l'orrore si spingono ai loro massimi livelli. 
Ogni allevamento implica la sottrazione della libertà e il dominio totale sul corpo di qualcun altro.

venerdì 20 ottobre 2017

The last pig


Perché The Last Pig è un ottimo documentario.

Lo è nella scelta del soggetto, intanto: raccontare la storia di un uomo, un allevatore di maiali, che un giorno realizza di non voler più avere il potere di decidere della vita e della morte di qualcun altro. Bob non ha il classico allevamento intensivo di migliaia di animali, ne gestisce uno piccolo, di poco più di duecento individui, trattati nel miglior modo possibile. Ma destinati comunque a diventare quella che il mercato chiama "carne felice". Bob si rende conto che questa carne di maiali felici non è poi così felice. Apre un blog e racconta i suoi dubbi. Qualcuno lo legge. La sua storia arriva alle orecchie di Allison Argo (documentarista attiva da oltre 25 anni e nota per le sue storie forti e i ritratti di animali oggetto di sfruttamento e in pericolo. Vincitrice di sei Emmy Award e di oltre cinquanta premi internazionali, ha prodotto, scritto e diretto film trasmessi da PBS e National Geographic) che da tempo aveva in mente di raccontare una storia sugli animali non umani "d'allevamento" e così lo contatta. Tra loro nasce un'intesa. Bob vuole che la sua storia sia raccontata, ma il tempo è poco, lui ha deciso che dopo l'ultimo gruppetto di maiali che sono ancora nella sua proprietà non ne prenderà altri e convertirà la sua attività in produzione di ortaggi. Si comincia a girare subito, senza soldi, poi verrà aperto un crowfunding cui ha contribuito l'associazione Essere Animali, la stessa che ne ha curato i sottotitoli in italiano e organizzato il primo tour nel nostro paese, di cui ieri la tappa romana. 
Lo è perché le scelte registe e stilistiche di Allison hanno una serie di punti di forza: il primo, è quello di non scivolare mai nella retorica aggiungendo materiale di finzione o preparato. Hollywood ne avrebbe fatto un prodotto strappalacrime; Allison ha raccontato, con la massima sincerità possibile e con molto rispetto, una storia vera. Un documentario vecchia maniera, se vogliamo, in cui il protagonista viene filmato mente svolge la sua attività quotidiana e dove la voce fuori campo è molto discreta, giusto a sottolineare qualche particolare passaggio interiore (e specifico sottolineare, perché comunque è tutto già molto visibile a livello visivo). 
Il secondo è che la macchina da presa è ad altezza occhi dei maiali. Uno sguardo soggettivo del loro mondo, delle loro esperienze, emozioni; quelle positive, quando esplorano la realtà circostante, osservano Bob curiosi e interessati, apprendono, giocano e comunicano tra loro, e quelle negative, di paura e terrore quando vengono fatti salire sul furgoncino che li conduce al mattatoio.
Ho apprezzato in particolare la scena del mattatoio, un terzo punto, veramente molto potente, che già da solo reggerebbe tutto il film: si lavora per ellissi, si racconta un prima e dopo. Allison sceglie di non mostrare la violenza; viene invece evidenziata l'assenza, questa graduale sparizione dallo spazio filmico degli individui che stanno andando a morire. Prima sono in cinque/sei, un piccolo gruppetto, poi in quattro, tre, due, fino a che non ne rimane uno solo. L'ultimo maiale è anche lui. In questo, terribile, senso. Allison si sofferma sul suo sguardo: lui ha capito, è visibilmente stressato, ha la lingua di fuori e ansima dal panico. Ha già visto tutto i suoi compagni, fratelli, amici, sparire in quello spazio che odora di sangue e di morte. Sa che tocca a lui e non c'è rimasto nessun altro a consolarlo. Nemmeno Bob, di cui si fidava. Questa scena è un colpo al cuore. 
Ciò che ci comunica non è la violenza - sarebbe stata una scelta fin troppo banale e scontata - ma il senso di ingiustizia. Il senso di profonda ingiustizia di vedere questi individui pieni di gioia, visibilmente felici fino a un attimo prima e poi, nel momento subito successivo, quei loro corpi palpitanti di vita trasformati in prodotti, in pezzi di carne livida.
In una fase storica come questa in cui il sistema si appella al concetto di "carne felice" per mettere a tacere i dubbi di sempre più persone in merito alla liceità o meno di schiavizzare e sfruttare animali, The Last Pig ci dà la sua risposta, ed è una risposta potente, che non lascia adito a dubbi.
Allevare esseri senzienti, seppur concedendo loro la miglior vita possibile nel breve lasso di tempo prima che raggiungano il peso ottimale (richiesto dal mercato) per andare al macello, è sempre qualcosa di terribilmente sbagliato, ingiusto, aberrante.

lunedì 16 ottobre 2017

Oste, com'è il vino? È 'bono!


Lo so, è deprimente, ma là fuori stiamo ancora a "ma il ferro e le proteine dove li prendete voi vegani?", "i bambini vegani muoiono" o "i vegani sono brutti e perdono i capelli".
Colpa della disinformazione mediatica e della tivvù che campa con i soldi di Amadori, Rovagnati, Parmalat e affini.
Ora, chi mi conosce sa che non parlo mai di veganismo dal punto di vista della dieta, però giusto oggi un amico mi ha posto delle domande legittime e poco fa ho letto altri commenti sotto a un post di un altro amico che mi hanno fatto venire voglia di dirle, due cosine, giusto due. 
Facciamo così, copio-incollo parte del commento che ho scritto in risposta alla domanda del primo amico (mi chiedeva inizialmente delle uova), ci aggiungo qualcosina, e lo lascio qui, a beneficio di chi ha ancora dei dubbi.
Quando ho deciso di diventare vegana mi sono preparata, ho ascoltato conferenze di medici e nutrizionisti già preparati sul tema, letto decine di articoli, e mi sono consultata anche con medici di base un minimo aperti sul tema, quindi con voglia di informarsi e, soprattutto, onesti intellettualmente. 
Non ho fatto le cose a caso perché alla mia salute ci tengo e nonostante avessi amici già vegani da decine di anni, volevo esser sicura di non andare incontro a carenze. Perché, lo ammetto, il lavaggio del cervello che ti fanno sin da quando nasci è potente e un po' di timori giustamente ce li avevo. 
Premesso questo, posso ora affermare con cognizione di causa le seguenti cose.
La dieta vegana è perfettamente sostenibile, a patto che sia varia, ma questo si può dire di qualsiasi tipo di dieta perché anche mangiare solo carne senza verdure e cereali farebbe male. Le uniche vitamine che bisogna integrare sono la B12 e la D. Ma queste sono vitamine cui tutti devono prestare attenzione ed eventualmente integrare (tant'è che tutti gli integratori che si vendono in farmacia da anni sono consumati dall'intera popolazione, mica solo dai vegani): la D perché con lo stile di vita che quasi tutti conduciamo, che consente una scarsa esposizione al sole, è carente in quasi tutti noi; la B12 perché è una vitamina prodotta da un batterio presente nel terreno e, a meno che non ci mettiamo in bocca manciate di terra, dubito che la si possa assimilare; un tempo si consumavano verdure cresciute in terreni ricchi di questo batterio, oggi sono piene di pesticidi e tocca lavarle e poi ci sono coltivazioni di serra e tanta altra roba artificiale rispetto a un tempo e infatti nemmeno gli animali d'allevamento - che mangiano foraggio e non escono all'aperto - sono in grado di assumerla direttamente, tant'è che gli viene somministrata tramite integratori. Queste sono le uniche due vitamine cui bisogna prestare attenzione e che si possono assumere tranquillamente tramite integratori. Vitamine di cui sono carenti anche molti onnivori. Per il resto legumi, cereali (di vario tipo, farro, orzo, miglio, grano, riso, ecc.), verdure, ortaggi, frutta fresca e secca e semi oleosi ci danno tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere. Conosco tante famiglie vegane che hanno bambini svezzati vegani in ottima salute. Conosco vegani che mangiano pure piuttosto maluccio perché magari vanno di corsa e non sempre hanno tempo di cucinarsi, ma stanno bene lo stesso, l'importante comunque è farsi le analisi del sangue almeno una volta all'anno, controllare se tutti i valori sono a posto e in caso correggere l'alimentazione o integrare. Io per sicurezza la B12 e la D le prendo, pure se in dosi minime perché comunque, nonostante sia vegana da quasi sei anni e vegetariana da otto, ho tutti i valori a posto. Avevo solo il ferro un po' basso, ma sono sempre stata anemica, pure da bambina, quindi cerco sempre di assumere della vitamina C (mezzo limone spremuto o un kiwi, un'arancia) quando mangio vegetali e legumi che sono ricchi di ferro, così da riuscire ad assimilarlo meglio. Lo so, sembrerà di dover fare attenzione a troppe cose, ma in realtà poi diventa una cosa semplice, ordinaria e del resto ogni bambino, adolescente, adulto che sia deve prestare attenzione alla dieta nelle varie fasi della crescita. Gli onnivori a una certa età devono far attenzione al colesterolo, al diabete, all'obesità ecc., che sono tutte patologie potenzialmente mortali. Con la dieta vegana basta solo far attenzione alla B12 e D. Non ascoltate il terrorismo psicologico che fanno i vari Calabrese in tv, è pura disinformazione mediatica. Nessun bambino è mai stato ricoverato in ospedale per carenze, si è sempre trattato di notizie infondate e poi smentite. O in un caso il bambino non era vegano, oppure era sì vegano, ma era stato ricoverato per patologie che riguardavano tutt'altro che la nutrizione. Purtroppo le lobby degli allevatori, i medici che sostengono la vivisezione (e quindi devono screditare il movimento animalista in toto) fanno disinformazione e si inventano casi inesistenti. 
Ma poi, scusate, se ci dicono menzogne riguardo la carne felice (col maialino che ride felice di andare al macello), il benessere animale ecc., perché mai non dovrebbero dirle anche riguardo la dieta vegana? Chi dice che gli animali dentro gli allevamenti stanno bene è una persona in malafede e direbbe qualsiasi cosa pur di difendere strenuamente la categoria cui è legata da interessi economici. Questo non è complottismo, è semplice osservazione e analisi della realtà.
Se pensate che uccidere e sfruttare gli animali sia ingiusto, ma avete paura che diventare vegani sia pericoloso, scrivete pure ai tanti medici e nutrizionisti preparati sul tema, leggete libri, chiedete a un amico che è già vegano da tanti anni, qualsiasi cosa, ma non date retta ai medici faziosi in tivvù o all'opinione del vostro macellaio di fiducia o di chi campa sullo sfruttamento animale.
Ovvio che l'allevatore vi dirà sempre che la carne è necessaria.

P.S.: so che state pensando che anche io potrei essere di parte e vi tranquillizzo subito, certamente lo sono, dalla parte degli animali. Degli animali oppressi, umiliati, privati della dignità e del semplice diritto a vivere un'esistenza libera dal dominio dell'homo sapiens. Ma non ci guadagno nulla, se non la gioia di poterli finalmente guardare negli occhi sapendo che se anche dovranno morire, non sarà certo in mio nome. 

Foto presa dal web di Jerick Aldrin P. Ilagan

giovedì 12 ottobre 2017

Il danno del procrastinare


Per tanti anni ho rimandato a domani quello che avrei potuto fare subito.
Sapevo che il prosciutto, i salumi, la carne che mangiavo in generale venivano prodotti in modi terribili e che tantissimi animali dovevano soffrire e morire per questo. Però mi focalizzavo sul discorso degli allevamenti intensivi, ossia non mettevo in discussione il concetto stesso di mangiare carne, ma dicevo soltanto che sarebbero dovute cambiare le condizioni di allevamento.
Intanto però, nell'attesa di un miglioramento di queste condizioni - che non avverrà mai poiché inconciliabile con il fine del profitto - continuavo a mangiare prosciutto, salame e carne provenienti da lager infernali. Così sostenendo e restando complice di sofferenza inimmaginabile. E, quel che è peggio, continuavo a dichiarare di amare gli animali. 

E tu, cosa pensi di fare? Continuare a rimandare ancora o dissociarti oggi stesso da un sistema che produce orrori indicibili? 

Nella foto: un'immagine ottenuta dal team investigativo Free John Doe all'interno di uno dei tanti allevamenti italiani fornitori di prosciutto. L'immagine, pubblicata sulla pagina Facebook del gruppo di supporto, riporta la seguente didascalia: "La morte dimenticata di un maiale in un allevamento. Ha circa quattro mesi di vita, un'emorragia al naso e vari lividi sul corpo. Probabilmente è stato calpestato dai suoi simili all’interno di un recinto di pochi metri quadrati dove sono stati rinchiusi troppi animali. Quanto ci vorrà perché il suo decesso venga notato dagli allevatori? Quante ore ancora la sua carcassa rimarrà per terra, immersa nei suoi stessi escrementi? Quanto passerà prima che gli altri maiali si accaniscano sul suo cadavere e lo divorino?
Per il team investigativo di Free John Doe il momento più difficile è trovarsi di fronte a scene come queste. Testimoniare la morte e la sofferenza affinché la gente sappia, affinché le cose possano cambiare."