lunedì 23 gennaio 2017

Dialoghi tra animali - settima parte




Ma ‘sti cazzi della salute, tanto dobbiamo tutti morire, io mangio quello che voglio. Un po’ di carne ogni tanto poi non fa male per niente. Mio nonno ha mangiato fiorentine fino a ottant’anni e non ha mai avuto un problema serio di salute. E poi questa fissazione con il cibo, niente glutine, tutto bio, solo vegetale, ma che stiamo diventando mammolette? 

No, no, siamo sempre i soliti sbruffoni di sempre che cercano di sentirsi forti prendendosela con i più deboli. 

Prego?

Seriamente? 

Seriamente.

Il cibo non c’entra niente. Il veganismo non è una questione di dieta. Il veganismo riguarda la questione animale. 
Lo so, lo so, tutto viene confuso perché oggi si parla della parte culinaria e perché improvvisamente è apparso questo nuovo termine nelle nostre vite e tutti si sono messi a fare aperitivi vegani, a vendere latte vegetale e via dicendo. Per cui sembra solo una delle tante tendenze dietetiche modaiole. Ti ricordi la dieta a punti della Weight Watchers che andava negli anni ’80? E poi la Dukan di qualche annetto fa? Ecco, ora c’è la dieta vegan, che, detta così, messa in mezzo alle tante proposte sugli scaffali dei supermercati e dei ristoranti, sembra appunto una maniera alternativa di mangiare seguita per lo più da chi vuole stare leggero, mangiare con pochi grassi o vuole essere di tendenza. 
Ma questa è solo la maniera in cui il mercato ha digerito e risputato il veganismo. Hai presente cosa è successo ai movimenti della controcultura del ’68? Alla fine, tranne la parentesi violenta delle Brigate Rosse, tutto si è risolto in un fatto di costume. Musica, moda, libri. Una maniera alternativa di vivere senza cambiare radicalmente la società. Sì, alcune cose sono cambiate. Le condizioni dei lavoratori e delle donne sono migliorate. Ma il problema dei diritti è che così come sono stati concessi si possono anche togliere. E infatti guarda adesso che fine ha fatto il mondo del lavoro. Negli anni novanta avresti potuto ritenere possibile che qualcuno proponesse a qualcun altro di lavorare per 4 euro all’ora (insomma, per l’equivalente di oggi di 4 euro)?

Hmmm, no, non credo, c’erano i sindacati e le leggi che garantivano il rispetto del minimo salariale.

E oggi invece succede, nessuno se ne stupisce e chi ha bisogno accetta.
E tutto ciò non è avvenuto dal giorno alla notte, altrimenti si sarebbe fatto casino, si sarebbe tutti scesi nelle piazze a protestare. Tutto ciò è successo con il sistema della rana bollita di cui parla Chomsky. In pratica il filosofo usa questa metafora per rappresentare la sottrazione graduale di tutta una serie di diritti che si danno per scontati fino ad arrivare al punto in cui ci troviamo fregati senza che abbiamo avuto il tempo di rendercene conto perché ci hanno abituato pian piano a tutta una nuova serie di cose. 

Sì, è vero. Abbiamo cominciato con i vari contratti a termine senza ferie e malattie e siamo arrivati nuovamente al licenziamento immotivato.

Prendi poi la questione femminile. Di fatto oggi nessuno oserebbe dichiararsi maschilista. A parole son tutti lì a dire che rispettano le donne. Ma nei fatti? Nei fatti il maschilismo è nel linguaggio, nel lavoro (come mai le segretarie sono sempre donne? Una mia amica si è trovata per due volte a collaborare con un gruppo di artisti per la realizzazione di un corto, unica donna in un gruppo di maschi e per due volte le hanno proposto il ruolo di segretaria di produzione. Perché? Perché è donna. Anche se artisticamente ha studiato come gli altri per diventare regista e anzi, ha anche già girato un documentario). 
Per non parlare della misoginia, del femminicidio e varie forme di violenza sulle donne che sono all’ordine del giorno, anche se a parole tutti sono antisessisti e antimaschilisti. Purtroppo non basta dichiararsi in un modo per diventarlo, bisogna invero lavorare sodo su se stessi per essere sicuri che non si pensi e non ci si comporti secondo pregiudizi culturali ed esercitando forme di discriminazione. Ultimamente ad esempio si è parlato molto dell’esistenza di gruppi chiusi su Facebook in cui gli iscritti, dopo aver postato foto di donne sottratte dai profili personali, incitano allo stupro virtuale, a commenti sessisti, a battute sessuali… ho letto cose che veramente mi hanno preoccupata perché non pensavo che ci fosse così tanto odio e ignoranza. Ecco, eppure quando si parla di questi argomenti quasi tutti ti dicono che il femminismo non ha più senso perché abbiamo raggiunto la parità dei diritti. 
E così è per la questione animale. Oggi nessuno che si ritiene una persona civile direbbe di essere a favore del maltrattamento animale, eppure tutti, nel proprio vivere quotidiano, mangiano animali e prodotti del loro sfruttamento, comprano cani nei negozi come fossero oggetti e si girano dall’altra parte se vedono un gatto investito agonizzante in mezzo alla strada e anzi, magari ci passano pure sopra per sfregio oppure evitano, ma solo perché gli si sporca la carrozzeria. 
Tutto questo avviene per due motivi: sicuramente quello principale è che siamo tutti vittime della cultura in cui siamo nati e cresciuti che ci ha trasmesso una certa idea degli altri animali e delle donne e fatto credere che fosse normale, naturale e necessario mangiare i primi e sessualizzare le seconde (ossia ridurle a meri oggetti sessuali o comunque considerarle adatte a svolgere e occupare solo determinati ruoli), ma c'è anche un discorso di potere e oppressione. Lo facciamo perché possiamo farlo - sostenuti dai numeri della maggioranza, dal finto valore della tradizione, dalla legge che garantisce sempre il mantenimento dei privilegi della classe o gruppo dominante e quindi dello status quo. 
L’errore, anzi, l'orrore nasce e prospera anche grazie al linguaggio, a partire dal linguaggio. L’errore/orrore è il politically correct, la neutralizzazione semantica, il linguaggio che plasma l’idea che abbiamo del mondo. 
Si pensa appunto che basti dichiararsi femministe per esserlo, che basti dichiararsi amante degli animali per esserlo, che basti dichiararsi pacifisti per invadere e depredare un paese senza sentirsi guerrafondai. 
Lo scollamento tra linguaggio e realtà è un problema. Così come tra virtuale e reale. Si pensa che i social siano una sorta di far west in cui poter scrivere impunemente di tutto senza assumersene la responsabilità. Mi viene in mente la bellissima serie Westworld, non so se l’hai vista, parla della creazione di un parco in cui umani molto ricchi possono fare qualsiasi cosa – cose come esprimere tutti i loro istinti più bassi – agli androidi che lo abitano. Sostenuti dal sollievo di non doversi assumersi responsabilità etiche perché, tanto, son soltanto androidi... 
Per questo ritengo che l’unica maniera per colmare il divario sia la concretezza dell’agire. I corpi. Dobbiamo tornare ad usare i corpi. I corpi sono l’unica risorsa che abbiamo per opporci alla fatuità del linguaggio e alla schizofrenia della dissociazione cognitiva che esso produce nel reale; un linguaggio che è sempre il linguaggio dell’oppressione.

Solo i loro corpi. Forse è di questi corpi che non dovremmo mai smettere di parlare. Documentandoli, fotografandoli, mostrandone l’abuso e il dominio che subiscono.
Sì, mi direte che ancora una volta non li stiamo lasciando in pace, questi altri animali, che forse vorrebbero morire senza essere fotografati, guardati, ripresi con telecamere. Eppure i lager nazisti sono stati sconfitti anche mostrando quelle atroci immagini di animali umani privati della loro libertà e così le battaglie contro la schiavitù hanno avuto bisogno di documenti, di immagini. 
La storia si fa con i documenti.
Ecco, non smettiamo mai di documentare. A fronte di qualsiasi discorso, di qualsiasi scontro, anche quando andiamo in tv, per favore, andiamo con i video, con le immagini e imponiamo i nostri montaggi, i nostri commenti.  Le immagini contano più delle parole. E queste immagini devono rappresentare i loro corpi. Di cui i nostri sono solo al servizio, come mezzo.
Per abbattere ogni stereotipo verbale. Perché il primo passo di ogni tipo di lotta è sempre questo: raccontare a tutti quanto sta accadendo, far conoscere, denunciare, divulgare, mostrare, narrare. 

Continua. 

Immagine di Andrea Festa.

martedì 17 gennaio 2017

25 grammi di felicità di Massimo Vacchetta con Antonella Tomaselli


Le persone non cambiano, si rivelano.
(David Lynch - Inland Empire)


Non ricordo dove, ma devo averne intravisto da qualche parte la copertina ed essendo un libro che parla di animali - di ricci, per la precisione (ma non solo!) -, non poteva non catturare la mia attenzione. Poi giorni fa la recensione entusiasta dell'amico Giovanni e così non mi è rimasto che correre in libreria a prenderlo (peraltro giusto in tempo, ne era rimasta solo una copia).

"Quella riccetta spettinata è capitata tra i miei piedi che vagavano in cerca di una direzione tre anni fa. Era il momento giusto, perché penso che una strada la persegui e la consideri solo se sei pronto. Ninna ha attivato talmente tanti cambiamenti che mi sembra siano intercorsi dei secoli da quel mese di maggio a ora. Prima di tutto sono cambiato io. No, a pensarci bene non è proprio così: più che cambiato, mi sono ritrovato. Ho ritrovato quella parte di me che se ne stava lì repressa e ben nascosta. Che aspettava Ninna a farla esplodere".

Massimo Vacchetta è un veterinario che si occupa(va) di bovini (nomen omen? Vedremo...), per la precisione di far nascere i vitelli. Questa è un'informazione che viene data nella quarta di copertina e di cui si parla in maniera aneddotica in uno dei primi capitolo del libro. Quando parliamo di bovini inevitabilmente parliamo di animali che vengono al mondo per diventare prodotti da vendersi a pezzi sui banchi del supermercato e questa, per me che sono una lettrice attenta, ma anche un'attivista per i diritti animali, suonava come una nota stonata. Molto stonata. Talmente stonata che mi era venuta voglia di abbandonare la lettura. Però le prime pagine in cui si racconta dell'incontro con la piccola Ninna avevano anche rivelato una sensibilità fuori dall'ordinario e quindi mi son detta: chissà, andiamo avanti, magari più in là si chiariranno i miei dubbi su come si possano dedicare tante energie e cure per salvare alcune animaletti e continuare a svolgere un lavoro che ne manda al macello altri. 

Non mi sbagliavo. Il brano che ho riportato sopra ne è la conferma. Io non so con certezza se Massimo Vacchetta abbia del tutto abbandondato il suo lavoro con gli allevamenti, ma penso proprio di sì perché poi, quasi alla fine del libro, dice che dedica ogni momento del suo tempo ed energia ad occuparsi del Centro di Recupero Ricci La Ninna (la realizzazione del suo sogno nato dopo l'incontro con la riccetta) e poi per ben due volte parla di cibo vegano, lasciando intendere che abbia fatto questa scelta consapevole di rispetto per gli animali. 
Ora, sia chiaro, un libro e una bella storia si possono gustare e possono restar tali anche senza che si condividano le scelte dell'autore, però in questo caso non parliamo di un libro di finzione, ma di una storia vera che appunto parla di animali, di rispetto della loro individualità, di empatia, di amore, del loro essere creature indifese quasi sempre esposte alla crudeltà o indifferenza (nel migliore dei casi) della nostra specie e quindi il fatto che nello stesso testo l'autore parlasse di allevamenti e bovini risultava proprio come evidente dissociazione cognitiva. Da qui il mio fastidio iniziale nel proseguire. 
Ma veniamo alla storia di Ninna, del Centro di Recupero e degli altri ospiti di cui si racconta in 25 grammi di felicità.
Il libro è stato scritto da Antonella Tomaselli, man mano che Massimo Vacchetta si confidava e le raccontava tutti i suoi dubbi, le sue paure, le difficoltà, ma anche i momenti di immensa soddisfazione dal giorno dell'incontro con Ninna, questa piccola riccetta che pesava solo 25 grammi e che dietro le sue cure scrupolose è riuscita a sopravvivere. 
Nelle pagine di 25 grammi di felicità si narra dell'attaccamento e l'affetto per Ninna e degli altri riccetti che la seguiranno - così come della difficoltà nel compiere la scelta dolorosa, ma necessaria, di rimetterla in natura - ed è pieno di aneddoti toccanti e a volte strazianti - come quello di Salvo, che non ce l'ha fatta, o della piccola Carolina e sua madre - ma soprattutto è la testimonianza di un cambiamento, o forse, per usare le parole dello stesso Massimo, dovremmo dire di un ritrovamento. 
"Le persone non cambiano, si rivelano", fa dire il regista David Lynch alla protagonista del suo film Inland Empire, e infatti Massimo si mette a nudo senza filtri e senza remore, ammettendo di aver fatto l'abitudine, nel tempo, al dolore degli animali e di sentirsi in crisi esistenziale. Una di quelle crisi che arrivano quando si avverte di essersi allontanati da sé stessi, di aver fatto delle scelte che non corrispondono in pieno al nostro io più profondo. Così che rimettersi in gioco, scombinare le carte, più che a un cambiamento, equivale a un ricongiungimento con quella parte di sé da cui ci eravamo allontanati. In fondo chi sceglie la professione di veterinario lo fa - o almeno così dovrebbe essere - perché ama gli animali e vorrebbe aiutarli, ma il percorso di formazione che si intraprende per svolgere questa professione è pur sempre il frutto di una società specista e antropocentrica in cui gli animali vengono suddivisi in animali d'affezione e animali da reddito e in cui più che al loro benessere si pensa all'igiene e al mantenere al sicuro gli umani da eventuali malattie. Chi si occupa di diritti animali conosce bene le tante contraddizioni celate dietro l'etichetta "benessere animale" per quanto riguarda quegli individui costretti a nascere per diventare bistecche - anche detti, banalmente, animali da reddito (la solita banalità del male che incontriamo tanto volte nel corso della nostra esistenza e che ha contraddistinto la storia della nostra specie, tra guerre e genocidi) -, contraddizioni implicite in un sistema giuridico che da una parte ne riconosce la senzienza e la capacità di soffrire, gioire, provare emozioni e dall'altra continua a considerari res, cose, risorse rinnovabili. Prodotti. 
Io penso che Massimo si fosse perso in questa selva oscura di contraddizioni, ma che la sua sensibilità fosse rimasta sempre lì, sotto alla pelle, a bollire come materia incandescente che, per quanto raffreddata in superficie da uno scudo di protezione che le sue scelte lavorative lo avevano costretto a indossare, prima o poi sarebbe nuovamente esplosa. E così è stato, infatti. L'incontro con Ninna è stato fatale. Ninna è stata un po' come una guida, una specie di Beatrice che ha riportato Massimo/Dante al di fuori della selva oscura della sua profonda crisi esistenziale. A riveder le stelle, o meglio, a saper di nuovo rivedere l'incommensurabile bellezza dell'unicità e singolarità di ogni individuo, anche il più piccolo, che abita con noi il pianeta terra. 
"Del resto cos'è un riccio rispetto al mondo? Un puntino molto molto piccolo? 
Be', se cambiamo il punto di vista, ugualmente potrei chiedere: cos'è il mondo in confronto alla nostra galassia? Un puntino molto, molto piccolo...
E la nostra galassia, rispetto all'universo osservabile? Un puntino molto molto piccolo...
Dunque è solo la nostra prospettiva che, avviluppata nelle realtà limitate che ci appartengono, rende tutto più o meno rilevante?"

25 grammi di felicità è anche la storia della realizzazione di un sogno. E la dimostrazione che nulla, o quasi, è impossibile quando a muovere le nostre scelte è l'amore e la compassione, ossia la capacità di mettersi in sintonia con chi abbiamo davanti, di vederlo, di diventare l'altro, di sentire - o, ancora, "ritrovare" sé stessi - nell'altro. Così Massimo ha dato vita a un Centro di Recupero Ricci che ha lo scopo di curare e rimettere in salute i tanti riccetti trovati feriti o troppo piccoli che le persone gli portano e di rimetterli in libertà una volta guariti o cresciuti. I ricci sono animali selvatici e possono essere felici e in grado di esprimere le loro caratteristiche etologiche solo se liberi in natura. Ci sono poi degli individui purtroppo disabili che rimangono ospiti del centro perché in natura non sopravviverebbero. 
25 grammi di felicità è anche un testo che sensibilizza le persone e le aiuta a capire meglio questi animaletti così poco conosciuti e insieme una prima guida pratica di soccorso in caso di ritrovamento di un individuo ferito. Dove portarli, cosa fare, capire se prenderli o meno. Ad esempio io non sapevo dell'importanza del loro peso prima del letargo: se si trova un riccetto piccolo in autunno bisogna pesarlo perché in caso di peso inferiore ai 650 grammi non riuscirà a sopravvivere al letargo e quindi bisogna portarlo in un centro di recupero. È importante altresì capire cosa e come dargli da mangiare in caso di necessità di prime cure, riconoscere se è disidratato, se presenta sintomi allarmanti. A tutti noi può capitare di trovare un riccio che ha bisogno di cure in mezzo alla strada o nel nostro giardino e così come ci fermeremmo o soccorerremo un essere umano in difficoltà, dovremmo fare con lui. 25 grammi di felicità infatti sensibilizza anche su questo tema così tanto discusso: molti pensano che non si debba intervenire in natura perché "è la natura e bisogna accettarla". Salvo poi sterminare intere specie o distruggere foreste per profitto e divertimento. 
La natura è bella, ma anche piena di sofferenza. Purtroppo la predazione è necessità per alcune specie e non possiamo farci nulla, ma se un animale selvatico viene investito da un auto o è orfano e ha bisogno di cure, abbiamo il dovere morale di intervenire così come interverremmo per una persona o per un cane o un gatto. 
Interveniamo continuamente per fini distruttivi, che almeno una volta tanto lo si faccia per fini compassionevoli, ossia riconoscendo noi stessi e la paura che proveremmo se fossimo al suo posto, nell'altro ferito o smarrito. 
25 grammi di felicità merita di essere letto perché, oltre al fatto che è una lettura molto scorrevole, toccante e divertente, ci dice tantissime altre cose su noi, sugli altri animali e ci fa riflettere su come siamo e su come potremmo essere. Solo cambiando prospettiva. Solo mettendoci al posto di un piccolo riccetto, così come di qualsiasi altra creatura che ha tutto il diritto di vivere in pace su questo pianeta. 
Infine vorrei esortare a visitare la pagina FB del Centro Recupero Ricci La Ninna e ovviamente a sostenerlo. 

P.S.: il libro è corredato da splendide foto della Ninna e degli altri ospiti che sono stati curati da Massimo e che sono tutt'ora al centro poiché disabili.  

lunedì 16 gennaio 2017

Dialoghi tra animali - sesta parte



(Supermercato, in fila alla cassa)

Sei a dieta? Vedo che compri tutto questo cibo vegetale, 
burger di soia, latte di riso… ma non ne hai bisogno…

No, no, nessuna dieta, sai, è per gli animali…

Ah, ho capito. Lo dai da mangiare agli animali! 

Ecco, bravo, hai capito tutto! 
Se non altro hai menzionato gli animali.



Un cornetto vegano e un cappuccino di soia, per favore.

Subito! Se vuole abbiamo anche delle ciambelline al vino, fatte da noi, solo con farina, acqua, zucchero e vino. 

Ah sì, senza latte e senza uova quindi?

Esatto. Sa, è giusto che ognuno mangi come gli pare. C’è chi è allergico al latte, chi al glutine, chi vuole mangiare solo bio e noi cerchiamo di accontentarli un po’ tutti. Se vuole io le posso anche preparare qualcosa su richiesta. Qualcosa senza latte e uova, se è allergica.

Ah, no, la ringrazio, ma io non sono allergica, è che semplicemente non mangio animali e derivati perché sono contraria al loro sfruttamento. Non è una questione di salute. Che poi sia fattibile e, anzi, che da una dieta vegetale ci si guadagni anche in salute, è un aspetto secondario. 

Eh, sì, è giusto che ognuno mangi quello che vuole. Ognuno fa le sue scelte.

Giusto. 
Ho cambiato idea signora, niente cornetto e cappuccino. Invece, mi dà una fettina del suo braccio? Però mi raccomando, senza latte e glutine.

Cosa?

Mi ha detto che è giusto che ognuno mangi quello che vuole…

(Continua).

Immagine di Andrea Festa.

sabato 14 gennaio 2017

I miserabili


Ogni tanto penso a quanto debba essere triste e povera la vita di chi non si sa relazionare con gli altri animali. Di chi non riesce nemmeno a vederli, gli altri animali, se non attraverso le lenti offuscanti del pregiudizio e dello specismo.
La maggior parte delle persone che incontra un gatto, o un cane, dice: "toh, un gatto", oppure "toh, un cane". Pensa cioè di aver incontrato un rappresentante di quella specie e che uno valga l'altro poiché tutti hanno gli stessi identici comportamenti di specie e se poi qualcuno fa qualcosa di particolare allora si è subito pronti a bollarla con l'etichetta di "istinto".
Invece, al di là delle caratteristiche di specie condivise - che abbiamo anche noi, in quanto animali, giacché, al di là delle differenze, tutti noi homo sapiens in certi contesti ci comportiamo più o meno alla stessa maniera e di certo non possiamo fare cose che non sono contemplate nella nostra etologia - ogni animale è un individuo singolo dotato di un proprio carattere e dall'incontro con ciascuno ne deriva una particolare e unica relazione. 
Abitare il mondo convinti che gli altri esseri viventi siano solo parte indistinta della natura a fare da sfondo alle nostre gesta - le uniche che valgano! - è davvero miope. E tutto ciò mi mette una tristezza infinita, mi fa sentire scoraggiata e amareggiata.
Ci vantiamo di essere una specie superiore perché abbiamo sete di conoscenza e curiosità, eppure quando incontriamo gli altri animali li liquidiamo con sufficienza e persino disprezzo. 
Per non parlare di quello che facciamo agli animali che vengono definiti "da reddito". Oppressi, violentati, trasformati in prodotti alimentari o indumenti di vestiario.
Spazzare via il mondo interiore di miliardi di individui, riducendoli a oggetti, non è solo criminale, è proprio miserevole, ossia ci rende una specie ottusa, stupida, arida, cinica, miope. Siamo dei miserabili!
È più vasto l'orizzonte di un cucciolo di bovino che si affaccia al mondo - per quanto gli venga brutalmente limitato da una gabbia - che quello di un umano che in esso è capace di vedere solo "carne bianca". 


lunedì 9 gennaio 2017

Dialoghi tra animali - quinta parte



Hey, fratellino… sei ancora in gamba ad ammazzare!
 (A History of Violence – David Cronenberg)


Non ti offendi, vero, se ordino una bistecca?

A me? No, tranquillo. Non è che offendi me. Mi dispiace semmai che tu non ti renda conto che oltre a me e te ci sia un altro - il vero! - soggetto cui dovresti render conto. 

Sì, certo, ho capito cosa vuoi dire, ma… ormai è morto. Se non lo mangiassi io, lo mangerebbe qualcun altro.  

Già. Il fatto che sia morto rafforza la dissociazione cognitiva.

Vale a dire?

Lo rende un referente assente. La bistecca che ti arriverà tra poco è un pezzo di un animale morto. Ma al tempo stesso non lo è più perché è stata “lavorata” e “trasformata” in cibo. In un certo senso sei autorizzato a non vedere l’individuo che una volta è stato perché mi rendo conto che il contesto gastronomico entro cui è stato situato non facilita le cose. 

A me piace mangiare la carne, penso che non ci sia nulla di male nel mangiarla e non mi sento stronzo per questo. La pensiamo diversamente. Punto. Possiamo rispettarci a vicenda?

Guarda, sei tu che mi hai chiesto se mi sarei offesa per la bistecca. E comunque non ci capiamo perché mentre tu continui a parlare di carne e bistecche, io provo a parlare di animali. Siamo su due piani concettuali completamente diversi. Il tuo ha a che fare con il cibo, il mio con termini quali rispetto, giustizia, individui, animali, etologia ecc..

Sì, io ti ho chiesto se non ti saresti offesa perché so che sei vegana e non volevo mancarti di rispetto, ma non volevo intavolare una discussione sugli animali.

La discussione è implicita nella tua domanda. A meno che tu non preferisca che io risponda in maniera ipocrita. Perché vedi, il mio essere vegana non è una condizione che subisco, per cui non manchi di rispetto a me, ma all’animale che è morto per ottenere quella bistecca.

Io non la vedo così. Gli animali si sono sempre mangiati, fa parte della catena alimentare. Non sono d’accordo sugli allevamenti intensivi, è vero che lì dentro gli animali vivono vite terribili e questo non è giusto, il maltrattamento è sbagliato, però se tutti noi mangiassimo meno carne e solo acquistata nei piccoli allevamenti, la situazione sarebbe migliore, no?

Migliore per chi, innanzitutto? Non certo per chi viene comunque fatto nascere per diventare bistecca. Inoltre, visto che lo hai menzionato tu, sfatiamo per una volta il mito dell’allevamento estensivo del piccolo allevatore dietro casa. Prima cosa, dal riferimento continuo al piccolo allevatore biologico che tratta bene gli animali e gli dà solo cibo biologico se ne dovrebbe dedurre che al mondo ci siano più allevamenti di questo tipo che automobili e sappiamo invece che non è così. Andiamo, tu stasera qui hai ordinato una bistecca. Che ne sai dove è stata acquistata e da quale allevamento provenga? E quando ordini qualsiasi piatto contenente uova, latte, carne o pesce, anche in minima quantità, non puoi certo avere la certezza che le uova siano da galline a terra o che il latte sia del contadino che munge la sua unica mucca trattata con amore e rispetto (beninteso, dopo averla ingravidata a forza e averle ucciso il vitellino e che comunque verrà spedita al mattatoio senza tanti complimenti una volta che la produzione di latte calerà). Quindi dite tutti un sacco di stronzate. Vi rifugiate dietro questa frase dell’allevamento estensivo senza nemmeno sapere cosa sia e la tirate fuori in automatico per riflesso condizionato.  
Comunque, in sintesi, gli allevamenti estensivi sono ancora più dannosi all’ecosistema perché sottraggono ancora più terreni, acqua e risorse (terreni, acqua e risorse che invece potrebbero usate per soddisfare direttamente richieste di cibo per paesi poveri), ma soprattutto perché mentono in merito al rispetto degli animali. Fanno appello a questa etichetta vuota, “benessere animale”, che in realtà è solo un’espressione rassicurante dietro la quale nascondere le solite nefandezze di sempre, visto che gli animali vengono comunque sfruttati e mandati al mattatoio, come tutti gli altri; ora, ascoltami bene, se si riconosce che almeno hanno vissuto quei pochi mesi in condizioni migliori rispetto ai loro fratelli dentro i capannoni intensivi, allora significa che si è disposti a riconoscerli come individui che meritino almeno un po’ di rispetto; dal momento che tu stesso dici che i maltrattamenti sono sbagliati, vuol dire che sei disposto a riconoscere il danno inferto a questi animali. Ma il danno non consiste solo nella dose di maggiore o minore crudeltà, quanto nel loro essere comunque e sempre assoggettati al dominio della nostra specie. Come se anziché far cessare direttamente la schiavitù avessimo concesso a intere famiglie di vivere apparentemente libere, per poi però, dopo un tot di tempo, andare a prelevarle dalle loro abitazioni e trascinarle nuovamente nei campi a raccogliere il cotone a suon di frustate. E in cosa sarebbe consistito il rispetto del loro “benessere”? Nell’avergli concesso qualche mese di apparente libertà? Nell’aver riconosciuto che essi siano in grado di provare emozioni e di avere un’esperienza del mondo non certo minore dei loro padroni?
Insomma, le cose sono due: o sei disposto a riconoscere che maltrattare gli altri animali è sbagliato – così come tutti crediamo sia sbagliato prendere a calci un cane per strada – e dunque lo è altrettanto allevarli per ucciderli; o accetti che siano considerati e trattati come oggetti, ma allora dovresti essere disposto ad accettare anche la violenza dei capannoni-lager e dei mattatoi. Non può esistere allevamento senza mattatoio. E viceversa. Non può esistere una violenza accettabile e una condannabile. Né si possono stabilire limiti ad essa. Gli allevamenti, tutti, e i mattatoi sono contenitori di violenza e una volta che si è dentro, si salvi chi può. O meglio, non si salva nessuno perché la violenza è come un virus che contagia tutti coloro che ne vengono a contatto, vittime e aguzzini. E quand’è che comincia la violenza? Molto prima che sia palesemente visibile, molto prima che il sangue inizi a sgorgare. Inizia nel momento in cui qualcuno pensa che sia lecito abusare o anche solo controllare il corpo di qualcun altro. E noi degli altri animali controlliamo tutto, persino i loro accoppiamenti. Gli abbiamo tolto anche il piacere dell’accoppiamento. 
La catena alimentare non c’entra niente perché non stiamo parlando di predazione, ma di oppressione e dominio. E l’oppressione e il dominio si esercitano con la violenza. Siamo una specie che ha fatto della violenza il suo carattere… dominante, in ogni senso.
Quindi non chiedere a me se la bistecca sul tuo piatto mi offende. Chiedi piuttosto a te stesso quanto sei disposto ad accettare la conseguenza delle tue azioni e di quelle che chiami scelte: fin quanto sei disposto a gettare un occhio nello sprofondo del tuo lato oscuro senza distogliere lo sguardo. 
E se lo accetti, allora fregatene anche del fatto che mi offenda o meno. Io mi rifiuto di avere più considerazione del maiale che sta andando a morire. In base a cosa dovrei avere più considerazione? Perché so contare fino a dieci e perché cammino in posizione eretta? Non si può essere “compassionevoli” e “rispettosi” a metà. In base al numero di zampe o del colore della pelle. O lo si è, o non lo si è. 

La tua etica che vuol essere per forza inclusiva del rispetto di ogni essere vivente è una tua scelta. Non la mia. E comunque allora non dovresti andare in macchina o camminare perché chissà quanti insetti calpesti.

Un conto sono gli effetti intenzionali del nostro vivere, un altro quelli involontari o accidentali. 
E per quanto sia impossibile vivere senza avere alcun impatto sugli abitanti del pianeta, per lo meno si dovrebbe saper riconoscere il danno diretto. Andando in auto rischio anche di investire i pedoni, ma questo non mi autorizza di certo a sparare e sfruttare le persone. 

(Continua). 

Immagine di Andrea Festa.



giovedì 29 dicembre 2016

Dialoghi tra animali - quarta parte



Il bove
T'amo pio bove; e mite un sentimento
Di vigore e di pace al cor m'infondi,
O che solenne come un monumento
Tu guardi i campi liberi e fecondi,
O che al giogo inchinandoti contento
L'agil opra de l'uom grave secondi:
Ei t'esorta e ti punge, e tu co 'l lento
Giro dè pazienti occhi rispondi.
E del grave occhio glauco entro l'austera
Dolcezza si rispecchia ampio e quieto
Il divino del pian silenzio verde. 

(Giosué Carducci)


(Prima parte, seconda parte, terza parte).

Non approverai, ma lo scorso fine settimana abbiamo portato il bambino all’acquario di Genova.

(Un minuto di silenzio. Il dubbio se sia meglio tacere o dire qualcosa. Ma infine parlo. Parlo perché almeno io posso farlo. Parlo per loro. Anche se so che, proprio come loro, probabilmente non verrò ascoltata).

Ma come hai fatto? 

In che senso?

Come puoi finanziare un posto simile? Lo sai come vengono catturati i delfini e come sono costretti a vivere? Lo sai che in natura percorrono chilometri e chilometri ogni giorno nel mare aperto mentre qui… non solo non hanno nemmeno lo spazio per farsi una nuotata, ma sono stati separati dal loro branco, dalle loro famiglie. Lo sai come vengono catturati? Hai mai sentito parlare del massacro della baia di Taiji? Ogni anno, quando comincia, vengono spinti a forza dentro questa baia: gli esemplari più giovani vengono catturati e portati nei delfinari, acquari, zoomarine o come vogliamo chiamarli di tutto il mondo, mentre i loro genitori ed altri esemplari adulti vengono uccisi, letteralmente, a randellate o arpionati e poi sgozzati. Urlano. Le madri tentano disperatamente di proteggere i loro figli. 
Ecco, come puoi pagare per andare a vedere degli animali prigionieri e che moriranno di lì a pochi anni per depressione e palese incapacità di esprimere le loro esigenze etologiche?

Guarda, lo so e ti confesso che mi sono sentita anche un po' in colpa, non credere che non ci abbia pensato, ma tanto, se non ci fossi andata io l’acquario sarebbe rimasto aperto lo stesso. Avessi visto che fila c’era! Una fila enorme. 
Sia chiaro, se un domani qualcuno indicesse un referendum per chiuderlo, sarei la prima a firmare… non pensare che sia del tutto insensibile a queste cose, ma visto che non è così, tanto vale che ci vada. Per il bambino è una festa. Erano settimane che aspettava questo giorno. Perché privarlo di una gioia simile se tanto non è l’acquisto o meno del mio biglietto a fare la differenza? A queste cose dovete pensarci voi animalisti. Sono teoricamente con voi. Sì, insomma, teoricamente, ma non abbastanza da attivarmi in prima persona.  

Beh, se sai che una cosa è ingiusta, smetti di farla a prescindere dall’esito che le tue scelte avranno nel cambiamento complessivo della società. Il senso profondo dell’etica è questo. 
Sostanzialmente, cosa desiderano le persone? Due cose: stare bene e avere uno scopo che dia un senso alle loro giornate, ossia che gli dia forza sufficiente a mettere i piedi giù dal letto. Abbiamo capito che per stare bene è meglio non avere tante rotture di scatole e raggiungere una condizione tale da posizionarci tra i privilegiati della barricata. Grossomodo, le società sono divise in due: ci sono gli oppressi e gli oppressori. Però mentre nel medioevo questo confini erano netti ed evidenti a tutti (pochi ricchi e una massa sterminata di poveri), dall’ottocento in poi tutto si è fatto più fluido e sfumato fino a diventare totalmente liquido nella società dell’ultimo millennio. Non conta più chi sei e da dove provieni, conta cosa sei capace di vendere e vendi il tuo prodotto (o la tua immagine) dopo aver convinto le persone di non poterne fare a meno o averle illuse che esso aggiunga qualcosa alle loro vite, fosse anche solo una gratificazione momentanea che le distragga dal pensiero della morte e dal nonsense dell’esistenza.  Che sia una religione o il divertimento. Esattamente come hai fatto tu quando hai acquistato il biglietto per l’acquario. Il bambino voleva andarci? No. Il bambino ha solo risposto alla pubblicità della struttura in questione. E voi tutti vi siete messi in fila condizionati dall’idea dell’esperienza che avreste fatto una volta lì dentro. Ma che esperienza può essere quella di guardare creature marine rinchiuse dentro una vasca? È sempre la stessa eterna dialettica di rapporti di potere che si esprime. Io posso farlo, posso pagare per farlo e sono contento che dietro il vetro ci sia tu e non io, anche se, a dirla tutta, mi dispiace un po’… oh, ma è giusto una punta di rammarico che viene assorbita dal rullo compressore della sicurezza data dal sapere che in fondo le cose vanno come devono andare perché noi siamo esseri umani e contiamo più degli animali. Nevvero? 
Inoltre oggi le cose si complicano anche perché spesso chi è oppresso non sa di esserlo e chi opprime, in maniera subalterna rispetto a chi detiene ancora più potere di lui, non sa di farlo. Difatti il potere non è solo verticistico, ma trasversale, per cui l’operaio oppresso poi è a sua volta un tiranno in altri contesti e nei confronti di chi, rispetto a lui, è costituzionalmente o psicologicamente più debole. Questo funziona finché comunque c’è ancora una parvenza di libertà che le persone credono di esercitare, anche se si tratta di scelte pilotate entro un range deciso da altri affinché tutto resti com’è e soprattutto affinché non ci siano ribellioni sostanziali. Una minoranza che si ribella viene subito messa a tacere, non tanto dalle forze di controllo come polizia ecc., quanto dalla massa della maggioranza che continua a oliare il sistema e fa sì che ogni granellino che potrebbe incepparlo venga respinto o assorbito. Che è quello che attualmente sta succedendo al movimento animalista. E questo anche perché persone come te e come altri pensano che degli animali debbano occuparsi solo gli animalisti facendo sì che essi rimangano una minoranza. La questione dello sfruttamento e oppressione degli animali invece riguarda l’intera società perché è tutta la società che ne prende parte. Diresti la stessa cosa riguardo altri tipi di lotta contro altre forme di ingiustizia? Dunque della questione femminile dovrebbero occuparsi solo le donne e solo quelle sfruttate? Ora, non è che le minoranze da sole non possano fare qualcosa. Ma è più facile quando si è in tanti a volere che qualcosa finisca, che non quando si è in pochi. E poi abbiamo un problema. Se continuiamo a sfruttare gli animali è anche perché essi non sono capaci di ribellarsi. O meglio, lo fanno ma solo individualmente, con atti sporadici e isolati. Non ci aiutano. Non sanno nemmeno che noi vogliamo liberarli. Probabilmente siamo l’unico gruppo nella storia a voler agire per qualcuno che nemmeno conosciamo e che mai vedremo. Perché? Perché gli animali nascono e vengono uccisi continuamente. Credo sia anche impossibile riuscire a immaginarsi, uno per uno, tutti gli animali che vorremmo liberare; il fatto è che noi non stiamo lottando per liberare gli animali che nascono oggi e che saranno ingrassati e uccisi in un tempo calcolabile, ma per quelli del futuro, affinché non nascano più. Quelli di oggi sono già carne morta. Stiamo lottando per spezzare la catena del dominio, che è culturale, e per dare il via a un altro tipo di relazione con gli animali, diverso da quello conosciuto fino ad oggi. Questo discorso è valido soprattutto per gli animali destinati a diventare prodotti alimentari, mentre per quelli rinchiusi nei circhi, zoomarine, delfinari, zoo ecc. già potrebbe essere possibile fare qualcosa oggi: intanto smettere di catturarli in natura, poi ricollocarli in santuari dove almeno non siano più esposti al pubblico e costretti ad esibirsi e dove abbiano almeno una parvenza di libertà; se è vero infatti che difficilmente possano essere reimmessi in natura (almeno gli individui che sono prigionieri da più tempo), si possono però sistemare in luoghi più idonei e dove possono interagire con i loro simili.

Io ammiro voi idealisti, davvero, ammiro chi decide di investire così tanto tempo ed energie per gli altri, ma io non ho questa determinazione che hai tu e soprattutto, per quanto a volte mi fermi a riflettere sulla condizione degli animali, non mi interessa così tanto da spingermi a fare delle scelte. E poi non mi trovo affatto d’accordo con quanto dice l’antispecismo, non credo che noi siamo uguali a una mucca. 

Un momento, un momento. L’antispecismo non dice questo. Non dice che noi siamo uguali a una mucca. Dice al contrario che siamo tutti diversi, anche tra individui di una stessa specie, ma che la diversità non deve diventare pretesto per opprimere, escludere e discriminare. Così come abbiamo rifiutato il razzismo, il maschilismo e l’omofobia, dobbiamo arrivare a capire che avere due ali anziché due braccia e due piedi non può costituire una differenza ontologica, ma solo morfologica. Il concetto in sé di “animale” è del tutto fuorviante perché usiamo un singolare, “animale”, o anche un plurale, “gli animali”, per significare  - in realtà, negandola -, una moltitudine di individui tutti diversi tra loro. Ora, è vero, che lo facciamo anche per l’essere umano – diciamo infatti l’uomo o l’essere umano appunto – per racchiudere una moltitudine di singolarità viventi, unici e irripetibili, però nel nostro caso gli attribuiamo una connotazione positiva che tanto più si innalza come valore supremo, quanto più viene paragonata all’altra moltitudine tra cui abbiamo messo uno spartiacque, che è quella degli altri animali, appunto. Da una parte noi, dall’altra loro. 

Beh, ma è vero. È vero che noi siamo diversi da tutti gli altri animali. Ci siamo evoluti nei secoli mentre gli altri animali sono sempre rimasti uguali a come erano all’inizio. Voglio dire, una mucca rimane sempre una mucca, una scimmia anche, mentre noi dagli uomini primitivi che siamo stati ci siamo evoluti in esseri sempre più intelligenti. 

Hmmm, ci sono tanti errori concettuali in questa tua frase. Prima cosa, tutte le specie si evolvono, ma ognuna segue la propria evoluzione. Pensare che l’evoluzione sia una linea retta che debba mirare verso il raggiungimento di fini che noi specie umana abbiamo ritenuto utili per noi – perché di fatto sono stati utili per noi – è antropocentrismo puro. Un pipistrello non saprebbe che farsene di un microonde, così come a noi, nello svolgimento delle nostre vite nelle società urbanizzate, non serve saper correre veloci. Ovvio che a noi sembri importante tutto ciò che abbiamo fatto noi, compresa l’arte, il comporre versi e l’aver saputo trasmetterci informazioni culturali, ma altre specie hanno avuto altre esigenze e altri problemi che hanno risolto, ognuna evolvendosi in base alle proprie esigenze etologiche di adattamento, talvolta facendo, proprio come noi, di necessità virtù: perdendo tratti o acquisendone altri atti a garantire la sopravvivenza della specie. Quindi non ha senso dire che una mucca rimarrà sempre una mucca e non potrà mai riuscire a guidare un aereo perché, semplicemente, alla mucca non è servito e dubito mai servirà guidare un aereo. E non vedo come questo dovrebbe giustificare la condizione di schiavitù e oppressione cui la costringiamo. 

Oppressione, schiavitù, questo significa antropomorfizzare. Una mucca semplicemente vive per darci il latte e per essere mangiata. Sai una cosa? Quando vedo una mucca pascolare, così placida e tranquilla, penso che tutto in lei concorra solo al fine di diventare il nostro cibo. Che sia nata per quello.

Pensa che strano. A me l’immagine di una mucca su un prato restituisce un senso di armonia con la natura, mentre a te quella di un dominio indiscusso, poiché deterministico, tra uomo e animali. Ma sai, un tempo lo stesso si pensava dei neri. Nati per servirci. L’immagine di quella moltitudine di schiavi chini sui campi di cotone restituiva l’idea di un confortante ordine delle cose nel mondo. Ognuno al suo posto. Il bianco sul cavallo – gli animali non umani da sempre sono stati i primi schiavi (a proposito, sai che a Londra, dalle parti di Hyde Park, c’è un monumento dedicato agli animali trascinati e caduti in guerra, loro malgrado?) – e i neri a lavoro al suo servizio. E tutto ciò si pensava che rientrasse nell’ordine naturale delle cose. Esattamente come tu oggi pensi guardando la mucca sul prato mentre si sta facendo gli affari suoi o dovrebbe farsi gli affari suoi, giacché non esistono mucche libere e tutte, anche quelle che vedi vagare nei pascoli, la sera vengono ricondotte in stalla e prima o poi, quando la loro produzione di latte calerà – dopo alcuni parti e separazioni forzate dei loro cuccioli – infine condotte al mattatoio.

Sì, forse tutto ciò è triste. Ma alla fine, te lo confesso, a me il sapore del San Daniele o del formaggio stagionato piace più di quanto la mia coscienza mi possa suggerire. 

Oh… ma guarda, alla fine l'hai detto e apprezzo la sincerità. L’unica cosa sensata che tu abbia detto dall’inizio della nostra discussione. 
Il sapore del San Daniele. Il sapore che è solo la promessa del ritorno di un tempo perduto. Quello in cui la mamma ci rassicurava e ci diceva che se avremmo mangiato tutto saremmo diventati grandi e tutto sarebbe andato bene. Così come doveva essere. Ma le cose possono essere diverse e devono poter essere diverse, nel momento in cui comprendiamo che restando così come sono esse arrecano infinito dolore ad altri individui. 

(Continua).

Immagine di Andrea Festa

martedì 27 dicembre 2016

3096 giorni di Natascha Kampush


Sbirciando tra gli scaffali della libreria della stazione, il giorno della vigilia di Natale, mi è capitato sotto gli occhi il libro che racconta la prigionia di Natascha Kampush, la ragazza austriaca che fu rapita all’età di dieci anni e tenuta prigioniera per otto, prima che riuscisse a scappare dal suo sequestratore. 
“3096 giorni”, così si intitola, e tali sono i giorni che è stata tenuta segregata dentro una cella angusta, a parte alcune sporadiche uscite nell’appartamento al di sopra e in cui comunque era sempre tenuta sotto stretta sorveglianza dal suo sequestratore, persino quando andava in bagno.
La storia è scritta da lei stessa, con un stile molto asciutto che non lascia spazio alla retorica o al compatimento. Spiega molto bene il complesso rapporto che si era venuto a instaurare con il rapitore e che i media hanno frettolosamente liquidato con Sindrome di Stoccolma. Natascha, sebbene fosse molto piccola quando lui la rapì, era comunque una bambina intelligente e sveglia, seppure insicura, e non ha mai perso la consapevolezza di essere una vittima di un crimine orrendo. Le continue vessazioni che ha dovuto subire durante gli otto anni – isolamento, privazione del cibo, botte di ogni tipo, dominio totale sul suo corpo e le sue funzioni, controllo costante, abusi e ricatti psicologici, umiliazione, privazione della sua identità – non le hanno fatto perdere la lucidità di capire che non avrebbe dovuto arrendersi e che, per quanto il rapitore si fosse impossessato di ogni suo atto e pensiero, avrebbe dovuto preservare un minimo di autonomia mentale per non perdere del tutto il contatto con la realtà. Sottomessa, picchiata, abbrutita, costretta a fare da schiava e a subire l’ira e la paranoia crescente dell’aguzzino, non ha mai perso quel minimo di ragione mentale che le ricordasse chi era e cosa voleva: fuggire, essere libera. Piegata, ma non spezzata, come ama ricordare.  
Ne parlo perché, a parte l’interesse per questa vicenda che all’epoca della sua liberazione, e tutt’oggi, fece molto clamore, mi hanno colpito alcuni passaggi in cui lei descrive molto bene la condizione psicologica in cui ci si viene a trovare quando si subiscono abusi continui e tra questi forse i peggiori: la privazione del cibo e l’isolamento. Sarà che il mio pensiero è sempre rivolto alle vittime costanti del dominio dell’uomo, gli animali, ma ci ho visto tantissime analogie appunto con quegli individui che vengono sottomessi e costretti ad eseguire esercizi contro natura all’interno di circhi, zoomarine o in altre strutture; così come nelle manifestazioni di affetto dei cani usati per la vivisezione nei confronti dei loro aguzzini. 
Anche loro, come Natascha, sanno bene che la mano che li picchia e gli toglie il cibo, è anche però la stessa che li nutre e decide se tenerli in vita oppure no. È da quella mano, per quanto crudele, che dipende la loro sopravvivenza. E per riconquistare la libertà è necessario sopravvivere. Quel che li spinge a resistere - com’è stato per Natascha - è appunto quel desiderio ultimo, indomito e assoluto, di libertà. 
L’aspetto più sconcertante e complesso e che molti liquidano con “fedeltà”, nel caso degli animali non umani, o Sindrome di Stoccolma, nel caso delle persone rapite, è che quando si è rimasti affamati per giorni, senza ricevere cibo o comunque tenuti a stecchetto costante, così che la sensazione della fame sia sempre presente, si è profondamente grati di ogni pezzetto di cibo che arriva, anche se arriva dalla stessa mano che ce ne priva. Non solo. Le conseguenza della fame indotta per troppo tempo nuoce anche al cervello e alle facoltà cognitive. Ci si sente deboli, spossati e non si riesce a pensare ad altro che al cibo. Tutte le poche energie mentali e fisiche vengono indirizzate nel tentativo di accedere o farsi dare un pezzetto di cibo. Questo è un modo per evitare che il prigioniero possa pensare ad altro; come alla sua fuga, per esempio. 
Mi sono chiesta tante volte come mai gli animali rinchiusi nei circhi - animali forti come leoni, tigri, elefanti - non si ribellino quotidianamente. A parte che lo fanno, sono molti i casi di animali che hanno tentato la fuga (come quello del giraffino Alexandre e quell’altro dell’elefante evaso da un circo di Roma e i tanti degli animali che si gettano dai tir mentre sono diretti al mattatoio o che provano a fuggire dagli allevamenti), ma il fatto è che questi animali sono stati addestrati violentemente sin da quando erano piccoli: sanno che al minimo cenno di ribellione saranno puniti con botte, scosse elettriche e, cosa peggiore, con la tanto temuta privazione del cibo. Vivono poi in isolamento, impossibilitati ad avere relazioni con altri simili. Tenuti segregati dentro gabbie piccolissime e privati dell’espressione di ogni necessità etologica. Esattamente come Natascha: una storia, la sua, che ci fa orrore, ma che lasciamo che si ripeta ogni giorno su altri individui indifesi. 
Natascha è stata privata della sua adolescenza, quel periodo così importante nella formazione di un individuo che va dai dieci ai diciotto anni; gli animali vengono privati della possibilità di fare qualsivoglia esperienza. Blocchiamo il loro processo evolutivo, impediamo lo sviluppo delle loro capacità cognitive, gli impediamo di essere, di esistere, di divenire. Questa forse è la cosa peggiore, ancor più della morte, che talvolta giunge per loro come l’unica liberazione possibile. 
Un’altra cosa che scrive Natascha nel suo libro è che solo dopo, una volta liberatasi e avuto modo di elaborare quanto vissuto, con l’aiuto di psicoterapeuti, ha potuto capire quanto fosse rimasta prigioniera di ben due prigioni: quella reale, della cella e casa del rapitore, ma anche quella mentale. Prima del giorno della sua fuga lei aveva avuto altre opportunità di fuggire, ma non era stata in grado di sfruttarle perché il sequestratore l’aveva condizionata sin da quando era piccola. Le aveva fatto credere che il mondo là fuori fosse ostile - trascinandola nella sua paranoia ossessiva -, che i genitori non avessero voluto pagare il riscatto, che nessuno si ricordava più di lei, che nessuno le volesse bene perché era un’inetta, brutta, grassa, inutile ecc. e che se avesse tentato di fuggire lui l’avrebbe uccisa e avrebbe ucciso tutti quelli che l’avessero vista anche di sfuggita. Le aveva fatto credere che se avesse provato ad aprire una finestra, sarebbe saltata in aria perché aveva delimitato tutte le aperture di casa con la dinamite. Una bambina di dieci anni crede a tutto ciò che un adulto, anche il proprio aguzzino, essendo l’unico riferimento, le fa credere e una volta formatasi quella visione del mondo alterata e distorta, è molto difficile riprendere contatto con la realtà. 
Così è per gli animali. Essi non sanno nulla del mondo là fuori, eppure, come Natascha, sanno che vogliono fuggire da quelle mura in cui subiscono abusi di ogni tipo. 
In questi giorni di feste, nelle varie città d’Italia, si sono attendati molti circhi. Non andateci, non portateci i vostri bambini. Quegli animali che vi sembra si divertano ad eseguire stupidi esercizi, sono vittime di abusi di ogni tipo, tra cui la privazione del cibo e la prigionia costante. 
La libertà è un valore assoluto. Natascha se lo ripete costantemente. Ha sopportato di tutto, il dolore fisico e psicologico, la disperazione, la fame, il freddo, l’assenza di una vita normale, senza mai arrendersi, pur di riconquistarla. Per ogni istante di quei 3096 giorni si è ripetuta che doveva tornare libera. E ha aspettato il momento opportuno - una breve distrazione fatale del sequestratore, quando ormai era convinto che lei non sarebbe mai fuggita - per correre, correre, correre via, assaporando i primi istanti di libertà. Quello che fanno ogni tanto gli animali prigionieri, ma che purtroppo, trovandosi in un habitat ostile ed estraneo, non riescono a ottenere che per poco. 
Il racconto della prigionia di Natascha farebbe orrore a chiunque. 
Il circo, gli allevamenti, gli tabulari, gli zoo, non sono luoghi molti diversi da quello in cui lei è stata prigioniera. Identici sono i metodi per sottomettere e schiavizzare un individuo, identica quella follia di potere assoluto e dominio su un altro essere.