Visualizzazioni totali

mercoledì 28 settembre 2016

I can't eat it

E poi ci sono quegli incontri che valgono più di ogni altra cosa.
Stazione di Piccadilly Circus: un signore buttato in un angolo con un cane; non chiede l'elemosina, ma si capisce che ha bisogno; mi avvicino e nello stesso momento un ragazzo gli porge una confezione di cibo e se ne va. Io mi abbasso per fare una carezza al cane e il signore, con aria rammaricata, guardando quanto gli hanno appena dato, dice ad Andrea: "I can't eat it" ("non posso mangiarlo"), e glielo offre. Salmone affumicato con insalata e crostini. "Sorry, I can't, either" ("mi dispiace, nemmeno io posso"). "I'm vegan, and you?" ("sono vegano, e tu?"). Il signore annuisce e si poggia la mano destra sul cuore. Il cane nel frattempo mi lecca la faccia. Si chiama Michael e è un incrocio tra un pitbull e non so che. Il signore mi dice: "I can't eat animals" ("non posso mangiare gli animali"), indicando Michael. "Good Choice", gli dico, e mi sorride.
Gli sorrido anch'io, un'ultima carezza al cagnolone e poi mi viene da dirgli: "you're my brother" ("sei un fratello") e lui fa ancora quel gesto, si poggia la mano destra sul cuore e mi fa un inchino con la testa.
Di questo incontro fugace mi colpiscono due cose: prima di tutto, la dolcezza di Michael che pur non conoscendomi mi scondizola felice e mi lecca la faccia; e poi il tipo che ha portato da mangiare al signore. Io l'ho visto, anche se di sfuggita, ed era un ragazzo gentile, un ragazzo che ha compiuto un gesto gentile. Ha comprato del cibo per il signore povero. Ma non sa, ignora totalmente quanta altra sofferenza ci sia dentro quel gesto. Mi stupisce questo abisso, questa cecità assoluta nei confronti dello sfruttamento degli animali; mi stupisce il paradosso di voler aiutare una persona dandole in pasto il dolore e la morte di un altro individuo,
C'è poesia e bellezza in quel "I can't eat animals". Alla faccia di tutti quelli che pensano che il veganismo sia una moda o che l'antispecismo sia una cosa complicata per intellettuali annoiati che hanno tutto, No, non è così. Le cose sono molto più semplici di quello che si pensi.
Non si possono mangiare gli animali. E non c'è molto altro da aggiungere.

mercoledì 14 settembre 2016

Amartia

Parliamo ancora di maschilismo e società patriarcale.
Ho appreso ieri per la prima volta la storia di Tiziana Cantone, la ragazza diventata famosa, suo malgrado, per un video semiporno diffuso in rete senza il suo consenso. Da quel giorno la sua vita non è stata più la stessa: il video è diventato virale nel giro di poco tempo e lei è stata presa di mira in ogni squallido modo possibile. Oggetto di scherno e di parodie di vario genere, non solo sui social, ma anche nella vita reale, è caduta presto in depressione, tanto che ha dovuto cambiare città e stava meditando di cambiare persino identità. 
Ieri si è tolta la vita. L'hanno trovata impiccata.
Avete idea di quale carico psicologico debba arrivare a sopportare una persona la cui privacy è stata totalmente annullata?
Mi domando che tipo di società sia questa in cui non ci si pone alcun tipo di limite nei confronti del rispetto della sensibilità altrui. 
La rete e i social sono spietati. Ora, resta da capire se questa spietatezza sia lo specchio di quel che c'è fuori (ostentazione del privato: una sorta di amplificazione del sistema spettacolo dei vari reality tv dove realtà e finzione si confondono e nella confusione finiscono per essere entrambi azzerati), o se sia peculiare della distanza creata dal mezzo e dalla facilità con cui ci si deresponsabilizza nell'atto di premere un clic, ignari delle conseguenze delle nostre parole, video, immagini ecc. (McLuhan diceva che il mezzo era il messaggio, ma certamente non analizzava questi nuovi mezzi, che forse sono peculiari).
Ma, al di là di questa considerazione sull'uso dei social e su come questi nuovi mezzi stanno trasformando i concetti di pubblico e privati, ciò che più mi atterrisce è leggere le reazioni a questa notizia o ad altre simili.
Ieri sera ho navigato un po' in rete perché volevo capirne di più e ho letto cose terrificanti: centinaia di commenti da parte di uomini, ma anche di donne, che anziché riflettere sulla tragedia del suicidio di una giovane donna e su come alla fine tutti ci dovremmo sentire responsabili per via dell'uso maldestro e sbagliato che spesso facciamo della rete (e su come tante volte asfaltiamo senza pensarci la sensibilità altrui), non hanno fatto che rafforzare quegli stessi pregiudizi che hanno causato la tragedia stessa; commenti dal chiaro tono insultante e accusatorio nei confronti della ragazza. Commenti come: "era una troia", "il video è stato girato con il suo consenso, è stata stupida lei", "poteva pensarci prima" e via dicendo.
Ora, vero che lei sapeva del video, ma non ne aveva certamente autorizzato la diffusione.
In questi commenti si intersecano due piani: quello del moralismo per cui se fai sesso liberamente sei per forza di cose una troia e se sei una troia tutti si devono sentire autorizzati a dirtelo; quello del maschilismo per cui, se sei una troia, dunque ti meriti la pubblica gogna e se finisce male, embè, in fondo te lo sei meritato.
Nella società maschilista le donne si dividono in due: le sante (madri, sorelle, mogli, fidanzate), e le puttane, che sono quelle che fanno sesso liberamente perché magari non hanno legàmi o perché gli va così (e nessuno, in un paese laico, si dovrebbe permettere ancora di giudicare il libertinaggio sessuale). Nei paesi si diventa puttane anche per molto meno. Nelle piccole realtà, ma anche nei quartieri delle metropoli, si diventa puttane facilmente per una gonna un po' più audace, per pettegolezzi, per calunnie, per gelosie e invidie o, semplicemente, perché si è avvenenti. E va da sé che le puttane sono quelle che si meritano stupri, denigrazioni, isolamento sociale e tutto il resto.
Il maschilismo è proprio in questo giudizio del comportamento e dei corpi femminili. Nella linea di demarcazione che divide la santa dalla puttana.
Penso a questa ragazza che ha subìto la violenza e la vergogna. E non sto parlando ovviamente della vergogna dell'aver fatto sesso, ma di quella di aver visto alcuni momenti intimi della sua vita dati in pasto alla rete. E penso a quanto siamo ancora lontani dall'affrancarci da questi meccanismi giudicanti nei confronti delle donne, della loro sessualità e dei loro corpi.
Chi scrive: "era solo una troia" è esattamente come coloro che hanno giustificato altri tipi di abusi - in altri tempi - dicendo "sono soltanto animali".
Tutti quelli che l'hanno presa in giro, molestata, offesa, denigrata sono complici della sua morte. Ma tanto lo so già cosa diranno e lo so perché lo stanno effettivamente dicendo: colpa sua, se l'è cercata.
Chi ha diffuso il video certamente non poteva sapere che sarebbe finita così; eppure avrebbe potuto facilmente immaginarlo: sarebbe bastato mettersi nei suoi panni. Esercitare sempre quella cosa là, l'empatia. 
Ma l'empatia muore perché appunto si attua il medesimo dispositivo concettuale che applichiamo per giustificare ogni tipo di violenza, psicologica e non: l'altro non è come noi, l'altra è solo una puttana, l'altro è solo un animale.
I greci antichi avevano un concetto che si chiamava amartia e che indicava l'errore e la responsabilità, anche per non essere stati in grado di prevedere gli effetti di un'azione.
Certamente chi ha diffuso il video non è colpevole in senso diretto, ma nella tragedia classica sarebbe comunque reo poiché responsabile, anche se indirettamente, in quanto era facilmente prevedibile la valanga di "notorietà negativa" da cui sarebbe stata travolta Tiziana nel mettere in rete quel video.
L'inconsapevolezza non rende meno grave la violenza di un atto.

martedì 13 settembre 2016

Live and let live


Ieri ho visto il documentario "Live and let live" e l'ho trovato molto serio e ben fatto.
Comunica in modo preciso e semplice cosa significhi essere vegani soffermandosi a lungo sullo sfruttamento degli animali; il taglio è etico-politico, ossia non perde mai di vista il significato originario di veganismo come rifiuto di prender parte al sistema di dominio capitalista che mercifica e schiavizza i viventi e sfrutta le risorse del nostro pianeta per il mero profitto delle multinazionali.
Ci sono varie persone e personaggi intervistati: Peter Singer, Tom Regan, Gary Francione, Melanie Joy, T. Colin Campbell e poi due ex allevatori che oggi gestiscono un rifugio, una coppia di attivisti (c'è un breve, ma incisivo accenno anche alla repressione del movimento per la liberazione animale negli Usa e in Spagna e c'è una bellissima scena di una liberazione di alcune galline) una ragazza vegana, un atleta vegano, un cuoco vegano, un agricoltore e alcuni esperti ecologisti e studiosi di varie discipline. 
Anche quando affronta l'argomento della nutrizione, l'approccio rimane sempre molto incentrato sulle ragioni precipue del veganismo: si cerca di comunicare che diventare vegani è molto facile e che non ci sono rischi per la salute, ma mai facendo scivolare il discorso sul mero piano salutista o banalmente alimentare ossia, mai facendo diventare il veganismo un discorso fine a sé stesso senza più alcun collegamento con le pratiche di attivismo e di liberazione animale.
Mi domando cosa manchi a noi per realizzare un lavoro di questo tipo: serio, incisivo, profondo, pur essendo divulgativo e semplice nel messaggio.
Riflettevo sui vari talk show nostrani in cui si è messi di fronte a domande ridicole che per forza di cose fanno scivolare il discorso a livelli bassissimi o in cui il veganismo è presentato ancora (ancora!) come una scelta estrema inserita in una cornice di tifoseria da stadio (vegani Vs. onnivori) e sono giunta alla conclusione che la colpa è sì certamente dei media e dei giornalisti e presentatori che cercano solo l'audience e spettacolarizzano in maniera becera un argomento in realtà così complesso e sostanzialmente, eminentemente politico (politico in senso ampio), ma un po' anche nostra, ché anziché dedicarci e investire energie nella realizzazione di un lavoro ben fatto, preferiamo andare allo sbaraglio in trasmissioni di dubbio gusto in cui per forza di cose il messaggio che passa è, nella migliore delle ipotesi, diluito, nella peggiore, ridicolizzato.
Credo anche, come ha di recente ben argomentato Silvia Molè in una sua intervista, che i media ci mettano del loro per oscurare la questione animale, attuando una forma subdola di censura che consiste nel ridicolizzare la questione chiamando ad esprimersi a campione rappresentativo del movimento personaggi di dubbie capacità e serietà.
Forse dovremmo proprio sganciarci dall'idea di voler apparire nei media a servizio del potere - che di default non ci ritaglieranno che spazi mal tagliati, distorcendo il nostro messaggio - portando avanti una comunicazione efficace parallela sui social o realizzando documentari o altri lavori ben fatti come quello che ho visto ieri sera.
Un'altra cosa che noto - anche sui social - è che noi ci perdiamo in sofismi di varia natura assumendo il pericoloso atteggiamento dell'autoreferenzialità, mentre all'estero comunicano in maniera semplice, diretta, senza orpelli, senza mai perdere di vista il nocciolo della questione.
Il mio modesto suggerimento è che dobbiamo imparare da chi sa fare meglio.
Tornare al nocciolo della comunicazione: diretta, efficace, pulita.
All'esterno non parlano di antispecismo, se non in contesti accademici o di un certo tipo (ah, quanto ci piace a noi riempirci la bocca con questa parola che tanto spesso viene fraintesa; piccola nota di colore: mia cugina credeva che significasse voler abolire le diversità di specie, nel senso di non voler proprio più riconoscere la speciazione che c'è stata durante l'evoluzione. E ti credo che poi appariamo come una setta di fanatici estremisti!), dicevo, all'estero non parlano di antispecismo, ma continuano a usare il termine veganismo che è compreso da tutti e soprattutto non ha perso la sua connotazione originaria di pratica individuale, da un lato, ma che poi si interseca con l'attivismo a tutto tondo e sempre sostanzialmente mirata a decostruire l'attuale sistema capitalista di sfruttamento e dominio del vivente.
"Live and let live" (che titolo semplice, eh? Quasi banale, eppure è essenziale perché questo significa essere vegani e attivisti per la liberazione animale) lo trovate su Netflix.

domenica 11 settembre 2016

Undici settembre


La storia ufficiale ricorderà sempre la data odierna per il crollo delle due torri e per il golpe cileno.
Pochi si ricorderanno della morte di una mamma: Daniza, uccisa dal Ministero dell'Ambiente e dalla regione del Trentino Alto Adige dopo essere stata braccata per un mese.
Eppure, come suggerisce Elsa Morante sul finale del suo romanzo più famoso e più bello, La storia, oltre i fatti ufficiali ci sono anche quelli di tanti singoli: storie di persone che mai verranno narrate o ricordate; persone che hanno subìto la storia ufficiale, ma che pure, a loro insaputa, hanno contribuito a tesserne la trama.
Daniza, come il piccolo Useppe della finzione letteraria, è una vittima della Storia, una vittima che, a differenza di altre, mai verrà commemorata.

Ora nella mente stolida e mal cresciuta di quella donnetta, mentre correva a precipizio per il
suo piccolo alloggio, ruotarono anche le scene della storia umana (la Storia) che essa percepì
come le spire multiple di un assassinio interminabile. E oggi l’ultimo assassinato era il suo
bastarducccio Useppe. Tutta la Storia e le nazioni della terra s’erano concordate a questo fine; la
strage del bambinello Useppe Ramundo

venerdì 9 settembre 2016

Del maiale non si butta via niente


Una delle obiezioni più frequenti in merito alla scelta vegana è quella basata sull’impossibilità di vivere senza consumare, in maniera diretta o indiretta, i prodotti animali e quindi sull’impatto comunque devastante che ogni nostra azione e acquisto avrebbe sulle altre specie.
Le obiezioni di questo tipo possono essere suddivise in due macrogruppi: il primo è quello che fa appello all’uccisione involontaria di moscerini, formiche e altri piccoli animali conseguentemente al nostro andare in auto, edificare, camminare, coltivare ecc..; a questa obiezione è molto facile rispondere: bisogna innanzitutto distinguere tra intenzionalità e casualità. Ossia, un conto è uccidere un animale per volontà, un altro è che ciò avvenga come effetto del nostro esistere, muoverci, doverci spostare ecc.;
ma, a parte questa semplice distinzione, l’antispecismo - e la sua messa in pratica individuale più diretta, che è il veganismo - non è certo una filosofia che mira all’ascetismo o alla purezza, bensì è una teoria complessa e multidisciplinare che combatte lo sfruttamento istituzionalizzato e sistematico degli altri animali. Gli allevamenti infatti sono prodotti culturali, oggetti sociali e politici frutto di una precisa visione del mondo e che, come tali, possono e – poiché inutilmente crudeli e violenti - debbono essere messi in discussione.

Il secondo macrogruppo delle obiezioni è quello che invece che fa appello a tutti gli innumerevoli prodotti che contengono derivati degli animali – quasi impossibile da elencare per intero, alcuni davvero insospettabili – e che quindi renderebbero impossibile affrancarsi del tutto dall’adesione e sostegno all’industria che sfrutta gli animali. 

Ora, a parte la banalità della considerazione che comunque fare quel poco che è nelle nostre possibilità è già meglio che non fare nulla o anche che giustificare allevamenti e mattatoi sol perché può capitare di calpestare le formiche quando si cammina sarebbe come giustificare l’omicidio intenzionale in quanto andando in auto potrebbe capitare di investire una persona; e sempre ricordando quanto il nostro fine sia combattere lo sfruttamento e non elevarsi a un livello di nonviolenza assoluto, credo che i nostri sforzi debbano principalmente concentrarsi sulla lotta a quello che viene riconosciuto come il “fulcro” del suddetto sfruttamento animale, ossia gli allevamenti e i mattatoi. 
Il numero maggiore di animali viene infatti ucciso per fini alimentari e solo poiché la pratica rientra nel più ampio sistema capitalista, diventa quindi necessario ottimizzare al massimo i profitti utilizzando e spremendo quanto più sia possibile dalla “lavorazione” dei corpi degli animali. 
C’è un famoso detto che recita “del maiale non si butta via niente” ed è paradigmatico di come funzioni l’intero meccanismo della mercificazione animale. Allevare animali e macellarli ha un suo costo; costo che si cerca di abbattere innanzitutto risparmiando sulla loro alimentazione, sugli spazi in cui vengono reclusi e sulle cure mediche (se un individuo si ammala si preferisce lasciarlo morire in quanto il costo delle sue cure eccederebbe quello del guadagno della vendita del suo corpo macellato), ma anche investendo e capitalizzando gli scarti della macellazione. Così tendini, peli, cartilagini, materiale osseo, interiora, pelli e quant’altro di organico possa contenere un corpo viene impiegato nella composizione dei più svariati prodotti e oggetti di uso quotidiano. 
Tutti questi prodotti potrebbero già oggi essere realizzati con materiali inorganici e di composizione chimica o tessile, ma visto che dalla macellazione avanzano tutti questi resti, perché non impiegarli e guadagnarci sopra? Il sistema funziona così. 

Quindi, mi sento di suggerire di concentrare le nostre energie nel combattere quella che è la principale forma di sfruttamento degli animali perché una volta spariti allevamenti e mattatoi finalizzati alla produzione di cibo, difficilmente sarà conveniente allevare maiali per realizzare solo setole o per astrarne il derivato con cui si realizzano i pneumatici, di conseguenza l’intero mercato si convertirà nella produzione di prodotti non più di origine animale.
Non sto suggerendo di non prestare attenzione alla composizione dei prodotti che consumiamo, ma di non abbatterci di fronte alla capillare diffusione dei derivati in quanto semplicemente questi non saranno più utilizzati una volta che non sarà più conveniente allevare e macellare animali per fini alimentari.
Tutto  è politica, diceva Truffaut, così come tutto è economia, ricerca di guadagno e di ottimizzazione delle risorse.
Combattiamo il macro perché tutti i rivoli di sangue che invadono il mercato, discendono da lì: dagli allevamenti e mattatoi. 

giovedì 8 settembre 2016

Orgoglio gattaro


Portare da mangiare ai gatti delle colonie tutte le sere è un bell'impegno e non nego che a volte mi sia sentita un po' stressata e depressa al pensiero di doverlo sostenere. 
Poi è bastato cambiare la prospettiva da cui affrontarlo ed è diventata una delle poche azioni quotidiane che abbia davvero un senso.
I mici che ti corrono incontro non appena ti scorgono da lontano, il loro strofinarsi e fare le fusa mentre gli sistemi i piatti e gli sguardi di riconoscenza e gratitudine mentre si leccano i baffi soddisfatti sono davvero momenti appaganti che ti ricordano che, in fondo, il tempo speso per gli altri è sempre tempo ben speso.
Certo, in tutto ci vuole equilibrio, ché anche l'abnegazione sarebbe sbagliata e ci vuole del tempo pure per sé, però io penso che imparare ad amare e ad accettare ciò che si fa, farselo piacere insomma, anche nei momenti in cui ci si sente oberati o si vorrebbe sfuggire a certi obblighi morali, sia ancora una ricetta valida per trovare, se non proprio la felicità, qualcosa che gli assomigli; una sorta di soddisfazione interiore capace di portare pace e benessere.
In queste sere d'anticipo d'autunno andare verso i mici è un richiamo cui cedo sempre volentieri. Un richiamo, più che un imperativo morale come lo percepivo fino a poco tempo fa.
Quando si avvicina il momento inizia a formarmisi nella testa questa immagine di loro che si incamminano verso il luogo convenuto e pazienti si mettono seduti ad aspettarmi e così, per quanto stanca o svogliata mi senta, trovo la gioia inaspettata di andare.
Sapete qual è l'unica resistenza? Quella data dal timore di incontrare persone che mi aggrediscano verbalmente perché non vogliono che dia da mangiare ai gatti. Purtroppo è già successo e questo pensiero mi fa stare in tensione. Come vedo qualcuno che mi si avvicina, subito mi sale l'ansia. A volte è successo che abbia anche ricevuto complimenti per il lavoro svolto, ma più spesso è capitato che mi abbiano guardata con fastidio e disprezzo.
Per fortuna che i mici mi danno coraggio e voglia di combattere per un mondo in cui ci sia posto anche per loro.

Per un'analisi più approfondita sul disprezzo vero la gattara o gattaro, leggere qui.

martedì 6 settembre 2016

Lo stereotipo del vegano


Non amo molto parlare di veganismo e dei vegani, principalmente per due motivi: non considero il veganismo un punto di arrivo, ma solo la messa in pratica logica e consequenziale di una presa di coscienza più ampia che riguarda la maniera in cui noi ci relazioniamo con gli altri animali e da cui mettiamo in discussione il dominio e le pratiche di violenza che attuiamo nei loro confronti; in questa accezione il veganismo diventa una testimonianza individuale, ma non raggiunge ancora una dimensione pienamente politica.
Il secondo motivo è che oggi questo termine, di pari passo con la sua diffusione, ha perso persino la componente di testimonianza individuale per diventare una dieta, una maniera alternativa di alimentarsi e ha assunto altre e svariate connotazioni che lo hanno allontanato ancor di più dal significato originario. Insieme a queste tante altre connotazioni purtroppo – come conseguenza di una semplificazione e banalizzazione mediatica – si sono diffusi moltissimi pregiudizi; pregiudizi che, volente o nolente, essendo comunque vegana anche io, riguardano anche me, così come tutti i miei compagni di lotta e che con cui sento quindi di dovermi necessariamente confrontare.
Sempre citando Melanie Joy a proposito delle reazioni del sistema di secondo grado, ricordo che durante un seminario che tenne a Roma presso la sede della Lav un paio di anni fa, disse una cosa molto interessante: ossia che molti vegani stessi, con l’avanzare del veganismo (negli USA il termine vegan ha una dimensione più politica e ancora vicina al significato originario) avrebbero iniziato a porre in atto delle resistenze di tipo inconscio: resistenze dovute alla persistenza dell’ideologia carnista che non smette mai di lavorare in profondità e continua a tracciare i confini tra ciò che è considerato “normale” dalla società e ciò che viene visto come “estremo” o “esagerato”, “fuori dagli schemi”, rinegoziando quindi continuamente le nostre convinzioni e quanto di noi siamo disposti a esporre, rendendoci vulnerabili, alla tempesta delle tante e pesanti pressioni sociali. Il punto è proprio questo, ci sentiamo come tirati da due lati che fanno uguale e opposta pressione: da una parte ci sono le rassicuranti norme della cultura carnista in cui siamo cresciuti e in cui ci siamo trovati a nostro agio fino a pochi anni prima, dall’altra l’epifania dolorosa che abbiamo sperimentato nel momento in cui abbiamo tolto le lenti del carnismo e che muove e regola i nostri nuovi principi etici. 
Cosa succede? Di certo non torniamo indietro poiché siamo ragionevolmente convinti del fatto che mangiare animali sia ingiusto, però, ancora insicuri e incapaci di abbandonare per sempre le certezze e convinzioni che si sono stratificate nella formazione della nostra identità, opponiamo delle resistenze che si traducono in una leggera quanto pervicace accondiscendenza alle norme sociali di quel vecchio sistema da cui non vogliamo essere appunto del tutto espulsi, pena lo stigma sociale, la derisione e l’isolamento. 
Così che da una parte siamo fieri della nostra scelta, dall’altra strizziamo l’occhiolino ai moti di derisione che vengono messi in atto socialmente e manifestiamo disagio di fronte allo svelarsi nudo e crudo del nostro nuovo status sociale di cui siamo entrati a far parte: perché è evidente che la società ci ha disegnato attorno un cerchietto rosso, o, se preferite, ci ha inserito in una etichetta o ricollocati dentro uno schema, giacché noi non siamo più come gli altri, ma siamo i vegani, coloro che si oppongono in maniera più o meno evidente a una soggiacente normalità che è quella del mangiare carne.
Così talvolta finiamo per condividere e approvare quegli stessi stereotipi con cui ci definisce il sistema, dando così implicitamente ragione d'essere agli stessi, validandoli.
Notare anche come il sistema non attui le stesse dinamiche di “attribuzione di un nuovo status sociale” nei confronti di coloro che lo stesso non mangiano animali e derivati, ma per motivi essenzialmente di salute o di intolleranze e allergie varie. L’intollerante al latte viene giustificato, finanche compatito e assistito dal sistema, ma guai a dire che il latte non lo si beve per rispetto delle mucche, si diventa immediatamente estremisti e violenti nei confronti di chi invece perpetua la “normalità” sancita dalla maggioranza dell’attuale società.

E a proposito di violenza ed estremismo, dicevamo che le resistenze al carnismo sono forti e che anche alcuni vegani finiscono, loro malgrado, per esprimerle in alcuni modi. 
Uno di questi è finire per far propri quelli che sono gli stereotipi con cui la società – al fine di neutralizzare le nostre istanze più serie e sovversive di un sistema consolidato – ci ridicolizza e definisce. Non pago, il sistema, di averci già cerchiato in rosso, va a riempire questo spazio volto a definire il nuovo status di vegani con tutti gli aggettivi che ovviamente sono funzionali al proprio (del sistema) mantenimento e consolidamento. 
Così noi saremmo estremisti, aggressivi e violenti. Nazi-vegani. Vegani rompicoglioni. Vegani come Testimoni di Geova. Vegani frikkettoni figli dei fiori tutti peace & love, Vegani come l’Isis. Vegani sempre tristi. Vegani che rompono il cazzo a chi mangia e rompono e rompono e sempre rompono e che non ti fanno mangiare in pace. Vegani che giudicano. Vegani moralisti. Vegani assolutisti. Vegani sfigati. Vegani malaticci. Vegani asceti incapaci di apprezzare i piaceri della vita. Vegani crudeli con le piante. Vegani incorenti. Vegani troppo coerenti. Il tutto e il contrario di tutto. E chi più ne ha più ne metta.
E sapete cosa accade di fronte a questa mitragliata di definizioni da cui veniamo colpiti ogni giorno? Che finiamo un po’ per crederci anche noi. E finiamo con lo sposare in parte questi pregiudizi, che poi si cristallizzano in stereotipi, che sì, forse in alcuni casi avranno anche un fondo di vero, ma che assolutamente non rappresentano il variegato universo delle persone vegane.
Il meccanismo di cui restiamo vittime è noto ed è quello usato spesso dalla propaganda mediatica più becera: prendi un singolo caso autentico di un immigrato che davvero ha rubato e fanne un caso paradigmatico di tutti gli immigrati per dire che tutti gli immigrati rubano; prendi un caso di un bambino vegano che ha avuto problemi di salute e fanne un caso paradigmatico di tutti i bambini vegani che sarebbero denutriti; prendi un caso singolo autentico di un rom che ha svuotato un appartamento e fanne il paradigma degli “zingari” che rubano; prendi un caso vero di un vegano che ha reagito male a una provocazione o che sui social (dove la violenza verbale e i flame war sono di casa perché si sa che dietro lo schermo è più facile lasciarsi andare a commenti rabbiosi che non dal vivo; meccanismo che riguarda tutti o topic di discussioni e tutti i gruppi tematici, quindi non solo i vegani), dicevo, prendi il caso di un vegano che ha scritto una scemenza per farne il paradigma di tutti i vegani.

Uno dei pregiudizi/stereotipi più comuni, ad esempio, è che i vegani starebbero continuamente a rompere le scatole agli onnivori. 
Ora, non so a voi, ma a me è capitato SEMPRE il contrario. Non so più contare le volte in cui sono stata trascinata, mio malgrado, in estenuanti discussioni a tavola e tutto questo senza che io mi fossi mai permessa di fare la seppur minima obiezione di fronte ai piatti di animali morti che mi passavano davanti agli occhi.
Succede sempre così: non appena vedono che non mangi animali e derivati ti cominciano a chiedere il perché e se poco poco anziché dire che sei intollerante (cosa che sarebbe rispettata e per cui avresti ricevuto pacche di solidarietà sulla spalla), ti azzardi a dire che è perché ritieni ingiusto farlo, ecco che subito sei bersagliata da una serie di domande alle cui risposte, date con tutta la sincerità possibile e in perfetta buona fede, cioè senza l’intento di giudicare chi ti sta accanto – bada bene! – segue una serie di rimostranze e rimbrotti e obiezioni che hanno tutte lo scopo di portare, invariabilmente, al risultato che tu, vegana (perché ormai si è capito che sei vegana) sei una pazza estremista radicale violenza e aggressiva che si permette di giudicare moralmente il resto del mondo perché ha osato mettere in discussione la normalità del mangiar carne.
È vero o no che va a sempre finire così? 
Un altro esempio che potrei fare è quello in cui, sempre noi vegani, si diventa oggetto di scherno e provocazioni – violente quanto idiote – sulla sofferenza degli animali e quando poi, dopo aver subìto per un po’, si reagisce dando una risposta secca e a tono, ecco che l’interlocutore ci taccia di essere maleducati, aggressivi e violenti.
Ma per la miseria, mi stai sfottendo da mezz’ora dicendomi che le melanzane soffrono e che il maiale è felice di diventare porchetta e quando poi ti dico che se ci fossi tu, appeso a testa in giù in attesa di essere sgozzato come il maiale, non rideresti così e non faresti tanto lo spiritoso parlando di melanzane, ti offendi e mi vieni a dire che sono maleducata e che non rispetto la tua scelta?

Ora, cosa possiamo fare noi?
Difficile lottare contro questa miriade di pregiudizi e stereotipi che ci riguardano e che riguardano la causa animale. 
Possiamo però cercare di fare a meno di rafforzarli noi stessi e di non assecondare la tendenza ad ammalarci della famosa sindrome di Stoccolma.
Se ci aggrediscono, anziché ammutolirci e diventare accondiscendenti per paura di indisporre il nostro interlocutore, cerchiamo di evidenziare le sue fallacie argomentative.
E dobbiamo smetterla di subire il ricatto mediatico – che si è imposto anche un po’ come dogma nel movimento – che ci porterebbe a essere sempre gentili, pazienti e non reattivi con la scusa che altrimenti non faremmo capire le nostre ragioni (che poi sono quelle degli animali).
L’equilibrio è difficile. Aggredire per primi no, ma di fronte a mistificazioni, pregiudizi, offese, insulti, sfottò vari, abbiamo l’obbligo di difenderci e di evidenziare l’idiozia e il conformismo sociale che si tramuta nel conservatorismo più bieco dei nostri interlocutori.

Non trasformiamoci negli stereotipi con cui ci dipinge la società.
Non lasciamoci condizionare dalla maniera in cui ci vedono gli altri che hanno ancora le lenti del carnismo sugli occhi. 
Piuttosto cerchiamo di fare tutto il più possibile dalla prospettiva del maiale appeso a testa in giù. È la sua l’unica prospettiva che ci dovrebbe interessare e sempre il suo è l’unico giudizio di cui ci dovrebbe importare.