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lunedì 22 agosto 2016

La retorica dell'infanzia a sostegno dello specismo


I bambini sono una grande risorsa. Ancora non del tutto condizionati dall’ideologia dello specismo e del carnismo, nutrono quasi sempre una curiosità sincera nei confronti degli altri animali, scevra da pregiudizi e narrazioni antropocentriche. 
Nessun bambino accetterebbe di mangiare la carne dell’agnellino o del vitellino con cui ha giocato poco prima e sono abbastanza sicura che si rifiuterebbe di andare al circo o allo zoo se sapesse di quanta violenza sono intrise queste strutture di prigonia. 
Sono anche abbastanza sicura che alla domanda tendenziosa del “scegli il topo o il bambino” troverebbero una terza via rispettosa di entrambi i soggetti.

I bambini amano gli animali e, se non li amano, comunque li riconoscono come individui senzienti, diversi da loro, ma non per questo inferiori o meritevoli di essere sfruttati, mercificati e uccisi. 

Questo comportamento abbastanza innato ha però anche un innegabile lato oscuro, ossia è facilmente aggirabile e strumentalizzabile dagli adulti in favore di un ripristino di un ordine sociale e culturale teso a confermare la superiorità della nostra specie su tutti gli altri animali.

Difatti tutti i genitori e gli adulti che portano i bambini al circo, allo zoo, delfinari e strutture di detenzione varie si appellano al presunto desiderio dei bambini di vedere animali esotici dal vivo per giustificare quella che in realtà è, quasi sempre, una loro decisione.  
Ora, sia chiaro, può essere che persino molti adulti non siano al corrente delle enormi sofferenze che patiscono gli animali rinchiusi in queste strutture o che non conoscano i brutali metodi di addestramento usati nei circhi, ma la risposta sovente non cambia nemmeno dopo adeguata informazione. 
Nella mia esperienza di volantinaggio davanti a questi lager ho avuto spesso modo di parlare a lungo con i genitori: quasi tutti erano in grado di riconoscere la crudeltà e violenza consumata entro quelle mura, ma si ostinavano lo stesso a entrarci e a finanziare le strutture facendosi scudo della volontà del bambino di volerci comunque andare; il quale continuava a restare invece appositamente all’oscuro dell’intera situazione. 
Frasi come: “per il bambino è una festa”, “mio figlio ama gli animali e così potrà vedere animali esotici che altrimenti non potrebbe mai incontrare dal vivo”, “ma ormai gliel’ho promesso e se non entrassimo per lui sarebbe una delusione” sono le più comuni. 
Bambini, bambini, sempre bambini. Bambini ingannati, bambini traditi, bambini cui viene taciuta la verità e che vengono debitamente tenuti all’oscuro delle pratiche di violenza che i loro amati animali subiscono; bambini strumentalizzati nel loro sincero amore che finisce per ritorcersi contro gli animali stessi; bambini che inorridirebbero se vedessero il dietro le quinte di circhi e delfinari.
Si agisce così una doppia violenza anche sui bambini stessi, oltre che sugli animali: una, che è quella di trasmetter loro la “normalità” e “banalità” del dominio e oppressione sugli altri animali, un’altra che è quella di indurgli la dissociazione cognitiva per cui da una parte questi bambini riconoscono l’animale, ma dall’altra non sono in grado di ricondurlo alla sua interezza di individuo senziente con precise necessità etologiche e finiscono per ridurlo a un simbolo; uno per tutti: il leone (o la tigre, la giraffa, il gorilla ecc.), che anziché essere una singolarità, quindi un individuo specifico con una sua precisa storia e identità - per quanto drammatica possa essere - diventa il simbolo di una precisa specie, ridotto a un’astrazione semantica e poco più.
I bambini non imparano così a vedere un singolo individuo, non un leone strappato al proprio habitat, ma IL leone, un simulacro di specie, un simbolo e poco più. 

Lo stesso meccanismo avviene riguardo il cibo. Qui il discorso è più complesso perché ci troviamo ancora di fronte all’ignoranza riguardo il veganismo e si continua a credere che i bambini abbiano necessità di mangiare animali e derivati. In questo caso, più che sull’amore di questi ultimi verso gli animali, si tende ad usare in maniera efficace lo strumento retorico che agisce sul sentimento di protezione e vulnerabilità che la società adulta nutre nei confronti dei bambini. Così si crea la notizia  del bambino vegano malato o in pericolo di vita per rafforzare la menzogna della necessità di una nutrizione a base di animali e di prodotti derivati da loro iniquo sfruttamento. E poco importa se queste notizie si siano poi rivelate tutte false, una volta lanciata la bomba, non ci sarà smentita che tenga al clamore suscitato dalla prima (ammesso che venga pubblicata e mi pare che nei casi più recenti non lo sia stata mai).

Lo stessa retorica che fa appello al sentimentalismo riguardo i bambini è usata dal mondo della ricerca medica che pratica la vivisezione. La domanda tendenziosa è: “preferisci il topo o il bambino?”. Notare come l’animale non umano da anteporre a questa falsa scelta è sempre il topo – animale che nell’immaginario collettivo riassume in sé tutta una serie di pregiudizi negativi –, mai ad esempio il tenero coniglietto, il cagnolino, gattino o il cucciolo di primate; notare anche come l'immagine del bambino, spesso in braccio alla mamma o insieme al papà, sia sempre costruita – per posa, luce e prospettiva – in maniera tale da richiamare un'atmosfera di protezione  e affettività famigliare; addirittura tempo fa ne girava una che richiamava esplicitamente l'icona della madonna col bambino (non le pubblico per non fare ulteriore pubblicità ingannevole). Quest’uso delle immagini, già di per sé abbastanza mistificatorio, si basa poi sul richiamo a una scelta che non è assolutamente possibile effettuare in termini così semplicistici e binari. Innanzitutto gli animali uccisi per la vivisezione sono milioni e non c’è un reale corrispettivo di bambino guarito e salvato per ognuno di essi; secondo poi gli animali vengono uccisi anche per raccolte dati di lavori meramente accademici; terza, cosa più importante, una scienza capace di mettere in gioco solo un’alternativa così violenta facendo leva sulla disinformazione e retorica dell’infanzia è una scienza che ha paura di sé stessa in quanto incapace di far fronte a nuove domande che la collettività pone e, tra queste, se sia lecito, oggi, dopo tutto quello che abbiamo appreso in merito alle capacità cognitive degli altri animali, continuare a considerarli “macchine” come sosteneva Cartesio nel seicento.

In ognuno di questi contesti il bambino, anziché essere davvero protetto o accontentato nei suoi desideri come si pretenderebbe, in realtà viene sempre usato, manipolato e oltraggiato nel suo diritto a conoscere la verità sulla realtà che lo circonda. 

sabato 20 agosto 2016

Il corpo è politica


Questo secondo alcuni e alcune sarebbe un abito come un altro.
E quindi dovremmo farci gli affari nostri e non preoccuparci dell'evidente sottomissione di queste donne perché, in fondo, si tratterebbe solo di usanze e costumi diversi.
Ma come fate a non capire che la questione è politica e culturale perché riguarda l'obbligo, in alcuni paesi, come l'Arabia Saudita, di comportarsi e vestirsi in un certo modo che ha a che fare con la considerazione del ruolo della donna e del suo corpo all'interno di una società teocratica, quindi maschilista e patriarcale?

Visioni diverse, ma la realtà è una sola


Tra tutti i concetti che ho appreso in merito alla questione animale, ce n'è uno che ritorna costantemente in ogni situazione che mi capita di osservare e analizzare ed è quello della dissociazione cognitiva e di come ciò che a noi si presenta immediatamente come puro orrore, per tutti gli altri che ancora indossano "le lenti del carnismo" - per usare l'espressione della Joy - invece è solo gusto, buon cibo, tradizione e tutto ciò che affettivamente e per associazione è legato a questi elementi. 
C'è poco da fare, fino a che le persone saranno così dissociate, potremo parlar loro di ingiustizia sociale, di dominio, di strutture di potere quanto volete, ma non ci capiranno mai perché semplicemente, banalmente, non riescono a concepire gli altri animali come individui degni di essere rispettati.
E non è un qualcosa che basti dire a parole, bisognerà arrivare proprio al cambio di visione della realtà che si prospetta ogni volta davanti agli occhi. 
Bisogna rendersi conto che chi compra il pesce un tanto al kg senza battere ciglio di fronte a quella distesa di morte che è il banco della pescheria non sta vedendo la stessa cosa che vediamo noi. Noi vediamo bocche spalancate fissate per sempre nello stremo dell'agonia finale e corpicini lucidi e argentati, ma ormai prossimi alla putrefazione, sottratti violentemente al loro mondo; gli altri vedono tenera e polposa carne da gustare per cena; e lì dove noi vediamo pezzi di corpi sventrati e sezionati di cuccioli che si erano appena affacciati alla vita e che già, in quelle prime settimane, hanno conosciuto il dolore della separazione dalla madre, gli altri vedono il divertimento della prossima grigliata con gli amici nel riflesso di quel sangue.
Fino a che continueremo ad avere queste due visioni diverse, l'una, la nostra, reale, l'altra un'allucinazione prodotta dall'ideologia del carnismo, non riusciremo mai a far capire l'urgenza e la priorità della questione animale. 
La domanda è: come riuscire a produrre quello "shift" nella mente delle persone che le porti da una visione all'altra e, soprattutto, che faccia capire che pure se abbiamo due visioni diverse, la realtà non è che una sola.

venerdì 19 agosto 2016

Che ogni donna sia innanzitutto LIBERA

Saverio Tommasi fa un post sottintendendo un'analogia tra l'abito religioso indossato dalle suore e il burkini indossato dalle donne laiche nei paesi in cui è d'obbligo. Riceve migliaia di like.
Questo il mio commento, da cui prendo spunto per aggiungere alcune precisazioni:
"quindi secondo te è la stessa cosa indossare un abito religioso perché si è scelto di diventare una suora e indossare il burkini in paesi in cui le donne non possono concepirlo come scelta, ma solo come obbligo in quanto viene imposto? E ancora, secondo te è la stessa cosa decidere di indossare tacchi o meno nei paesi occidentali o il burkini in alcuni paesi teocratici come l'Arabia Saudita? La differenza - mi sento stupida a ribadirla, ma tant'è - è che se decido di non indossare il tacco dodici, nessuno mi condanna a trecento frustate; lo stesso non si può dire in quei paesi in cui l'abito che copre interamente il corpo è obbligatorio per le donne. Ma poi, fosse solo questione di abito... qui stiamo parlando (non nello specifico sotto a questo post, ma nell'allusione implicita nel tuo post che vorrebbe lanciare "un'originale" analogia tra l'abito religioso e il burkini) di donne che la libera scelta non sanno nemmeno cosa sia perché hanno introiettato gli obblighi di una società maschilista e teocratica sin dalla nascita."
Premessa questa enorme differenza, aggiungerei che tutti siamo in una certa misura schiavi della cultura in cui nasciamo, ma, precisiamolo ancora una volta, per quanto noi donne occidentali saremo pure vittime di un certo culto dell'immagine, di una certa idea del corpo e del vestire legata alla seduzione, siamo comunque libere, in ogni momento della nostra esistenza, di scegliere come andare vestite; ci sono poi questioni legate all'insicurezza personale, ossia molte donne avvertono di più le pressioni sociali e non si sentono sicure se non adeguano il loro abbigliamento al gruppo d'appartenenza (accade soprattutto nelle adolescenti), ma le dinamiche personali sono fatti ben diversi dagli obblighi di legge di un paese. 
Tradotto con parole semplici: molte donne saranno pure schiave della loro immagine che vorrebbero vedere in un certo modo - e spesso questo modo è quello che ci propinano i media - ma si tratta di una schiavitù e dipendenza di tipo psicologico su cui ognuna può lavorare per affrancarsene e di certo questa imposizione lavora in modo diverso da donna a donna, facendo leva su quelle che sono insicurezze personali o talvolta creandole; nel caso delle donne costrette invece per legge a indossare il burkini, si tratta di un'imposizione reale, concreta, punibile pesantemente. 
L'analogia quindi è del tutto inappropriata.
Inoltre, punto che mi preme in particolar modo specificare, ovvio che a queste donne che sono cresciute introiettando il dominio maschilista e teocratico si farebbe un'ulteriore violenza obbligandole a spogliarsi, quindi capisco che non possiamo vietar loro di indossare l'abito che considerano "normale" ("normale" esattamente come noi consideriamo "normali" certe pratiche di violenza che però non lo sono affatto); andrebbe quindi aperto un dialogo culturale teso a favorire delle aperture libertarie. 
Da donna, mi metto nei panni di queste donne e ne percepisco la fierezza talvolta di indossare questi abiti, fierezza che aumenta specialmente nel contesto di paesi diversi come quelli occidentali perché in questo modo l'abito diventa un marchio identitario, una sorta di corazza d'appartenenza alle origini da cui ci si sente protette e ci si appiglia come un salvagente nello sconvolgimento di un'esistenza che, a contatto con una cultura diversa, ha perso punti di riferimento. 
L'unica soluzione è il dialogo e l'apertura all'ascolto, ma anche, soprattutto, è importantissimo che non si perda la direzione libertaria intrapresa dalle battaglie femministe nei paesi occidentali perché non vorrei che per rispetto di altre culture vadano dispersi i risultati che abbiamo ottenuto versando lacrime, sangue e sudore.
Ad esempio sono scettica riguardo la legge francese che vorrebbe multare le donne che indossano il burkini in spiaggia perché un  divieto così coatto perché mi pare anch'esso un'imposizione, una sorta di duplice violenza su queste donne che non riescono a comprendere la nostra emancipazione e le nostre lotte libertarie. Penserei quindi, come detto e mi ripeto,  al dialogo, alla comprensione lunga e lenta, ma necessaria di un nuovo stato di cose: uno spiraglio di libertà che si apre per loro in un altro paese.
Altrimenti, passatemi il paragone, è come prendere un animale non umano che ha sempre vissuto in gabbia e liberarlo improvvisamente. Non è detto che sappia come gestire questa libertà, magari muore di shock. Ci vuole tempo, un periodo transitorio di recupero. La libertà va compresa.

Che ogni donna sia libera di vestirsi come vuole? Che ogni donna sia LIBERA innanzitutto, consapevolmente, e non mi pare che quella di alcuni paesi, come l'Arabia Saudita, possa dirsi tale. Per questo affermare: "il burkini è una loro scelta" suona tanto come una presa di posizione di grande ignoranza o superficialità in merito a un tema di una complessità enorme che è l'integrazione culturale e lo stare bene attenti a non perdere certi valori basilari, come appunto la libertà, in nome di un relativismo culturale che però non tiene conto dei diritti fondamentali delle persone. Ma anche il divieto coatto non può essere una risposta giusta perché si corre il rischio di causare quello che si chiama "shock culturale", con implicazioni psicologiche anche molto gravi.

P.S.:
Fondamentale è anche comprendere cosa sia esattamente il burkini perché la questione non riguarda solamente un tot di centimetri di stoffa in più o meno; bisogna capire cosa ci sia dietro questa imposizione che ha a che vedere con lo status ontologico della donna e del suo corpo in certi paesi, considerati alla stregua di un elemento tentatore e impuro che deve essere nascosto per non far indulgere gli uomini in pensieri peccaminosi.

martedì 16 agosto 2016

Diritti e doveri

Perché è sbagliato il concetto di prendere le uova alle galline in cambio di riparo, cibo e protezione? 
Prendere le uova alla galline intanto gli crea un danno enorme: una sul lato pratico: le galline, come tutti gli uccelli, fanno le uova solo in limitati periodi dell'anno - a parte quelle negli allevamenti cui vengono sconvolti tutti i cicli circadiani e naturali - e sottrargliele le costringe a farne di nuovo, alla lunga causandogli carenze di calcio e di importanti minerali, quindi accorciandogli la vita; un'altra sul piano materiale-simbolico: le galline non sono macchine produttrici di cibo, ma individui e questo tipo di scambio può esser ben visto solo quando c'è consenso. In questo caso, nessuna gallina può darci il suo consenso. 
Gli altri animali non devono per forza avere i nostri stessi doveri, ma noi abbiamo il diritto di rispettarne la vita.

Bisogna sempre rispettarne l'etologia. Ad esempio non si può chiedere agli animali di lavorare perché il lavoro è un prodotto della nostra cultura, né di andare a votare o di fare altro che non li riguardi in quanto specie. Di sicuro però li riguarda continuare a vivere e non essere sfruttati e uccisi

C'è una differenza tra l'aggredire le persone e il responsabilizzarle


Su FB una persona mi domanda se io la rispetti o meno, visto che mangia animali.
Io la rispetto come persona, ma non posso rispettare la sua scelta di nutrirsi di animali perché la ritengo una scelta che contempla forme di dominio e violenza su altri corpi, anche se, nel suo caso, come del resto nella maggioranza dei casi, si tratta di una violenza esercitata in maniera indiretta, ossia come complici e sostenitori, ma non come agenti, visto che si delega qualcun altro ad allevare e uccidere animali affinché si possa comprare la fettina di carne al supermercato nella completa rimozione di CHI ci sia stato dietro quello che viene considerato il "prodotto finale"; per inciso, devo dire, purtroppo, che è chi mangia gli animali a non rispettarne la vita, non perché sia in assoluto una persona cattiva, ma perché si è stati abituati a non considerare gli animali quali individui degni di essere rispettati; esattamente come ci siamo stati abituati anche noi, fino a quando non è venuto il momento di mettere in discussione quanto ci era stato fatto passare per normale, naturale, necessario.
Io penso che dire queste cose sia doveroso. Non è un discorso insultante, ma solo descrittivo della realtà. Se poi le persone si sentono giudicate o si offendono, possiamo tenerne conto, ma fino a un certo punto, oltre il quale si diventa accondiscendenti.
Non è che possiamo rinunciare a informare e a raccontare le cose come stanno solo per timore di ferire l'interlocutore o per "strategia" perché alla fine, a forza di pensare alla strategia, stiamo perdendo di vista la difesa dei i veri soggetti in causa: gli animali massacrati a migliaia ogni secondo.

Possiamo stemperare i toni, ma non i contenuti.

La crudeltà della pesca praticata come "sport"


Se ne parla troppo poco. E non è socialmente stigmatizzata al pari della caccia. 
Forse perché quando si pensa alla caccia subito viene in mente un'arma, il fucile, e quindi la sua evidente violenza e pericolosità; mentre la pesca richiama a un mondo solitario, perso nella natura, fatto di attese, silenzi, meditazione, pensieri che scorrono sulle rive di un fiume. 
Eppure poche cose possono esser violente e dolorose quanto un amo ficcato nel palato, l'estromissione a forza dal proprio habitat e l'agonia in attesa della morte per asfissia. 
Violenta è anche l'iniziazione che i bambini son costretti a subire dai loro genitori: "non piangere, è la legge della natura, figliolo, sii forte!".
E invece non è legge della natura perché noi non siamo predatori carnivori per necessità; è sopraffazione, dominio, violenza gratuita.
Ogni volta che lasciate morire un pesce per asfissia, insieme a lui muore anche un po' della vostra empatia e la parte migliore della vostra animalità.