lunedì 24 settembre 2018

Il consenso condizionato

Giorni fa, in una discussione folle con un seguace del MRA (acronimo che sta per Men's Rights Activism), mi sono sentita dire che non è mai esistita storicamente l'oppressione delle donne e che il concetto stesso del patriarcato sarebbe un pensiero complottista nato dalle menti bacate di femministe acide, cieche e isteriche. 
Ho risposto riportando descrizione, abbastanza dettagliata per quanto sintetizzata, della vita che le donne conducevano fino al secolo scorso e tutt'oggi in alcuni paesi. Mi si risponde che tale vita avveniva dietro consenso femminile, che avevamo vantaggio dallo stare a casa a fare le mantenute. 

Ora, sorvolando sul fatto che venire private dell'accesso a istruzione, lavoro e ambienti esterni all'ambito domestico costituiva un danno enorme che impediva lo sviluppo delle potenzialità intellettuali delle donne, relegandole per sempre a un ruolo, psicologico e materiale, di subalternità, che esse accettavano in quanto considerato naturale, astorico e non frutto di determinate dinamiche di potere di un sesso sull'altro, mi ha colpito l'espressione "mantenute".

Vorrei quindi spendere due parole su questo luogo comune della donna che, stando a casa, cioè facendo il mestiere di casalinga, sarebbe mantenuta.
Questo luogo comune, per come la vedo io, è funzionale a rafforzare ulteriormente lo svilimento del sesso femminile: le cose che contano le fanno gli uomini, le donne fanno ciò che è considerato irrilevante, talmente irrilevante da non poter nemmeno essere considerato un lavoro vero e proprio, tanto che il mestiere di casalinga non è mai stato retribuito.

Ora, il concetto della semplicità e comodità del mestiere della casalinga è, semplicemente, falso. 
Si tratta di un lavoro faticoso e continuo da cui non si prendono mai ferie, giorni di riposo, né malattie. Culturalmente inoltre è stato associato alle qualità che fanno di una donna, di una moglie, di una madre, una buona donna. La casalinga perfetta che teneva la casa pulita, che faceva trovare la cena pronta al marito che tornava a casa dal lavoro era per antonomasia il ritratto della buona moglie. E doveva farlo con gioia, senza mai lamentarsi, come se anziché un lavoro fosse stato un passatempo gioioso di cui doveva esser grata. 
Nessuno rifletteva sul fatto che se gli uomini potevano dedicarsi alla carriera e al lavoro era anche perché venivano esonerati da tutto il lavoro quotidiano - e del tempo -  che altrimenti avrebbero dovuto spendere nell'occuparsi della manutenzione della casa, preparazione dei pasti ecc.. E, soprattutto, lasciando le donne in uno stato di dipendenza economica, potevano mantenerne il controllo.
Oggi le cose sono cambiate, non per tutte e non in ogni parte del mondo, ma persino qui nel ricco mondo occidentale siamo ben lontane dalla parità; le donne, per la maggior parte, fanno ancora lavori retribuiti in modo inferiore rispetto agli uomini e devono ancora fare i conti con quel condizionamento atavico a occuparsi in maniera preminente della casa e della cura dei bambini, impegno costante che le costringe a un'occupazione mentale cosiddetta multitasking, la quale, secondo i più recenti studi, genera uno stress non irrilevante poiché, data la mole di cose da pensare, impedisce alla mente di soffermarsi sui singoli compiti e la sovraccarica di preoccupazioni sulle tante cose da fare. Vero che oggi molti uomini aiutano in casa, ma raramente c'è una vera divisione dei compiti e questo perché resiste, nella mentalità comune, l'idea del lavoro casalingo come di un lavoro femminile per eccellenza. 
Le leggi cambiano, le donne oggi hanno accesso al lavoro e istruzione, ma gli stereotipi e i pregiudizi sul femminile sono duri da scalfire.
Comunque sia, anche quando non lavoravamo fuori casa, in nessun modo, mai siamo state "mantenute": eravamo lavoratrici non retribuite e frustrate poiché nel fare il mestiere di casalinga non c'erano riconoscimenti, non c'era carriera, non c'erano onori pubblici, c'era solo tanta fatica quotidiana non riconosciuta come tale: in poche parole, eravamo sfruttate e oppresse.

Il tipo di cui sopra mi ha fatto presente che comunque mangiavamo, avevamo protezione e un tetto sulla testa (poi eravamo anche picchiate, ma qui apriremmo un altro capitolo sulla violenza domestica, un fenomeno talmente specifico da aver appunto richiesto un'analisi e denominazione a sé); certo, anche gli schiavi erano nutriti e avevano alloggi. Ma restavano pur sempre schiavi, privati di accesso alla vita pubblica, di autodeterminazione, di possibilità di crescere ed emanciparsi come persone.
Avete presente quegli uccellini imprigionati in gabbia da tutta una vita? Se gli apri la porticina, spesso non fuggono, rimangono lì a guardare stupefatti la via di fuga, presi da un senso di panico, di stupore, di terrore. La libertà non è un atto improvviso che si può dare senza uno strumento. 
Le donne sono state private per secoli degli strumenti per vivere da individui autonomi, per questo è davvero squallido attribuirci il consenso di alcune scelte che, semplicemente, non erano scelte, ma effetti di una lunga oppressione. 
Molte ragazze ancora oggi scelgono di fare la velina o di partecipare a Miss Italia o di dedicarsi esclusivamente alla famiglia perché non hanno abbastanza stima e fiducia in loro stesse da pensare di poter fare ed essere di più.
Questo certamente è un lavoro su noi stesse che spetta a noi portare avanti. Ma è difficile se la società intorno continua a ricordarci che siamo solo oggetti sessuali, che valiamo solo per la nostra bellezza o sensualità, che non siamo portate per la matematica o altro, che siamo difettose nei ragionamenti logici, che facciamo solo cose da femmine (detto in senso spregiativo), che i nostri corpi al naturale fanno schifo, che siamo criminali se decidiamo di fermare una gravidanza, che siamo stupide, oche, cagne, vacche (ovviamente gli altri animali sono nella lista degli esseri inferiori in assoluto, anzi, nemmeno vengono riconosciuti come individui, ma solo come oggetti, prodotti, tutt'al più come soggetti appiattiti dentro un unico calderone su uno sfondo generico denominato "natura"), che possiamo sempre esercitare il "mestiere" di prostitute se cadiamo in stato di necessità (come se fosse davvero un mestiere), che, insomma, sì, siamo donne, femmine, esseri subordinati e inferiori, comunque "altro", rispetto al soggetto della storia dell'umanità per eccellenza: l'uomo. Bianco. Occidentale. Etero. Il maschio. Il macho. Da qui... il maschilismo come ideologia sottesa a tantissimi aspetti della nostra società.

Per questo c'è bisogno del femminismo. Per questo è semplicemente ridicolo parlare di "movimento per i diritti del maschi". 

Mercificazione della vita animale


Tutti gli allevamenti, per definizione, sono lager.
Sono luoghi in cui la vita animale viene progettata, manipolata, controllata al fine della sua trasformazione ultima in prodotto. 
Il concetto in sé di allevare individui e di pensarli non come tali, ma come risorse rinnovabili, costituisce un'aberrazione tanto più ingiustificabile quanto più oggi sappiamo non essere necessaria se non a far arricchire l'industria della carne.

Gli allevamenti rappresentano il culmine del capitalismo: la mercificazione della vita animale.

domenica 23 settembre 2018

Macelleria sociale


Credo che pochissime persone amino la violenza. A parte i sadici.
Il problema è che moltissime attività e pratiche di violenza all'interno della nostra società non vengono riconosciute come tali poiché sono normalizzate, naturalizzate e istituzionalizzate.

Non viene riconosciuta la violenza del dominio sugli animali all'interno di allevamenti, mattatoi, laboratori di vivisezione, zoo, circhi, delfinari, acquari, non viene riconosciuta la violenza di attività come la caccia e la pesca cosiddette "sportive", non viene riconosciuta la violenza del sistema prostituente, dei bordelli, della tratta delle schiave, non viene riconosciuta la violenza delle carceri, degli istituti psichiatrici, dei tso, dei confini tra le nazioni. E questo solo per dirne alcune tra le più evidenti e macroscopiche.

Ovunque c'è controllo dei corpi che passa attraverso i dispositivi di potere delle istituzioni, c'è anche violenza. Poi c'è quella dei singoli, ma cosa bisogna aspettarsi da individui nati in contesti di violenza?

Viviamo all'interno di una grandissima macelleria sociale e siamo tutti, a seconda dei punti di vista, vittime o aguzzini, scambiandoci i ruoli in continuazione.

Foto scattate durante il presidio NOmattatoio del 22 settembre 2018.

martedì 18 settembre 2018

La nostra voce

A molti uomini, ma anche donne, non piace il termine femminismo perché ai loro occhi assume una connotazione di suprematismo, di ribaltamento del potere. 
Ora, faccio intanto una prima osservazione, ossia, se è un ribaltamento dei ruoli e del potere che temete, significa anzitutto che riconoscente che esiste un ruolo e un potere che è preminente, quello maschile, e un altro che è subalterno, quello femminile. Vi inviterei a riflettere su questo.

La seconda è che la definizione di femminismo giunta ai più è quella distorta e funzionale a mantenere intatti i rapporti di potere del patriarcato, il quale, non appena ha appreso il sentore di un movimento che sarebbe potuto essere veramente rivoluzionario, ha lavorato per diluirlo, semplificarlo, banalizzarlo, dirottarlo verso la conquista di obiettivi più superficiali che però di nulla spostano le fondamenta e quindi denigrandone le fautrici, cioè, coloro che si fanno portatrici di determinate istanze; esattamente come sta accadendo a quello antispecista (pensate alla narrazione del vegano esaltato che secondo la massa penserebbe più a salvare un moscerino che un bambino ecc., o alla figura stereotipata dell'animalista urlatrice che amerebbe più gli animali che gli umani, analoga appunto a quella della femminista acida, brutta, che odia i maschi).

Ce n'è una terza: mi rendo altresì conto che molti uomini si sentono tirati in ballo, ma il femminismo non ce l'ha con gli uomini, bensì col maschilismo, con le dinamiche di potere patriarcali, vuole cioè sconfiggere i rapporti di potere in base al sesso. Pure il recente Metoo è stato del tutto frainteso e divulgato malissimo. Ci sono uomini che pensano che le donne vogliano denunciare chiunque, ma in realtà si parla di molestie sul lavoro nell'ambito di rapporti di lavoro gerarchici, del tipo, un datore di lavoro che fa proposte di natura sessuale alla segretaria sapendo che lei è nella posizione di essere ricattabile altrimenti perderebbe il lavoro. Rapporti di potere in base alla classe e in base al sesso, di questo parla il Metoo.

Ora, il femminismo ha questo nome perché le donne sono state una classe oppressa nei secoli e quindi è un movimento specifico che parla di questa oppressione, non la si può diluire in un generico sessismo o movimento antiviolenza. Vogliamo essere soggetti parlanti, autodeterminate, abbiano la nostra voce e parliamo di cosa significhi essere una donna oggi. Cerchiamo alleati in voi, ma questa è la nostra lotta, e il nome va benissimo così com'è.

Potete scegliere se essere nostri alleati o no.

Ringrazio Alessandro Cassano per lo spunto che mi ha offerto tramite un commento. 

Dicotomie funzionali al potere

Emotività, irrazionalità, sentimentalismo, volubilità, isteria, magia, ferinità, sono i termini con cui la narrazione del patriarcato ha da sempre dipinto il sesso femminile. Un'arma dai colori ben definiti, dicotomici rispetto al maschile che è logico, razionale, organizzato, composto, scientifico. Un'arma che una volta messa in campo viene poi usata per denigrare e svilire, per mettere su un piano subordinato rispetto al solo parametro che conti prendere in considerazione, quello dell'uomo bianco etero, fallocentrico. Lo stesso dualismo è stato usato per contrapporre l'umano all'animale, l'eterosessualità all'omosessualità, i bianchi ai neri e via dicendo in infinite sottotrame di esclusioni ed accoglienze a seconda della somiglianza al parametro fissato e stabilito una volta per sempre, ovviamente da chi ha avuto il potere di decidere e fissarlo. Sottoinsiemi che poi si legano insieme per rafforzare la reciproca subalternità, e così abbiamo donne e animali, migranti e animali, specismo e sessismo, razzismo e sessismo, razzismo e specismo e via discorrendo a seconda della prospettiva che conviene di più usare nelle narrazioni del potere.
Purtroppo questi abbinamenti non sono solo sistemici, ma anche psicologici, individuali e spesso riscontrabili anche in chi, in teoria, si propone di combatterli. Se estirparli su un piano sociale è difficile, farlo sul piano individuale lo è ancora di più perché in parte lo stesso individuale si forma dal sociale e tutti siamo, chi, in più e chi meno, contaminati dalle gerarchie e meccanismi di potere.

domenica 16 settembre 2018

Perché definirsi genericamente antisessisti non basta

"Io sono antisessista" is the new "io non sono né di destra e né di sinistra".

Ora, il termine in sé non è sbagliato, indica appunto il rifiuto della discriminazione in base al sesso, però da molti è ormai adottato per affermare che non serve essere femministi, l'importante è rispettare tutti, maschi e femmine, a prescindere dal sesso. E questo è un discorso sbagliatissimo invece perché implicitamente nega l'oppressione del patriarcato su un sesso specifico, quello femminile.
Appurato, confermato, dimostrato ogni santo giorno che viviamo invece in un sistema di potere patriarcale basato sull'oppressione di un sesso su un altro, è questo che bisogna sconfiggere, non una generica violenza individuale. Il movimento teorico e pratico che si oppone a ciò è il femminismo, non l'antissessismo.

Così come il movimento teorico che si oppone allo specismo, ossia all'oppressione degli altri animali da parte della nostra specie, è l'antispecismo e non avrebbe senso portare avanti un discorso di generico lotta alla violenza senza indicarne le motivazioni e la maniera in cui è agita. Questo discorso si potrà fare quando due soggetti, umano e animale, uomo e donna, saranno materialmente sullo stesso piano. 
Invece animali umani e non, donne e uomini, non sono affatto sullo stesso piano, giacché i primi sono oppressi dai secondi. 
Quindi bisogna prima sradicare le strutture di potere e le sovrastrutture culturale funzionali all'oppressione, dopodiché si potrà parlare e affrontare i casi di violenza individuale - ossia non generati dal sistema di oppressione che agisce su precise categorie di persone, umane e non - che ledono il rispetto di altri individui. Forse allora si potrà parlare di antisessismo.

Lo so che il termine femminismo a molti fa storcere il naso e questo perché non si ha chiara la storia di questo movimento, la sua definizione, cosa combatte.

sabato 15 settembre 2018

Patriarcato e specismo

Molte persone non capiscono il femminismo perché non capiscono il patriarcato. 
Il patriarcato è un sistema storico-sociale di oppressione di un sesso su un altro, e non il comportamento cattivo individuale di alcuni singoli. 
Così come lo specismo è un sistema storico-sociale di oppressione degli altri animali e non il comportamento cattivo di alcuni singoli che odiano gli animali.

Che poi su questo sistema si siano innestati discriminazioni, stereotipi, luoghi comuni e fatti culturali è un altro discorso che rafforza semmai l'oppressione storica, ma non la spiega.

Il patriarcato, per dirla con le parole di una mia amica, è una costruzione sociale di rapporti di potere.