lunedì 20 agosto 2018

Layla M.


Come si diventa "soldati di Allah"?

Layla M., della regista olandese Mijke de Jong, racconta l'avvicinarsi di una ragazza di origini marocchine, nata e cresciuta ad Amsterdam, a un gruppetto di fondamentalisti. Il ripiegamento nella fede è inizialmente un modo per trovare un'identità di appartenenza, per stringersi tra persone, sorelle e fratelli, di una stessa fede e cultura, ma presto diventa un'esclusione dalla società e dalla sua famiglia.

Il pregio è la narrazione asciutta, il difetto è che forse è un po' troppo automatico. Il cambiamento di Layla è repentino, sia quando decide di sposarsi a un "soldato di Allah", sia quando si rende conto delle conseguenze delle sue scelte e non c'è un approfondimento politico e sociologico. 
La scena più bella è quella in cui Layla balla e ride insieme al suo novello sposo. Per un attimo vediamo due giovani spensierati e felici che si divertono insieme, alleggeriti dal peso del dogmatismo religioso. Per un attimo si arriva a pensare: forse l'amore, la voglia di stare insieme, di costruire qualcosa di bello li salverà, ma sarebbe stata una svolta drammaturgica fin troppo scontata e retorica, anche se bella. 
Nel film, la posizione delle donne reclutate all'interno di gruppi fondamentalisti appare comunque subordinata a quella degli uomini.

Riflessione: il fanatismo non è un qualcosa al di fuori della religione, è implicito in ogni fede e credo religioso. Questione di grado, non di contenuto. 

Lo trovate su Netflix. 

sabato 18 agosto 2018

Hollywood e il patriarcato


Ieri sera - non chiedetemi perché - ho visto un film stupido, Bridget Jones's Baby, credo sia l'ultimo uscito della saga uscita dalla penna di Helen Fielding. Per chi non conoscesse la storia, la protagonista è una single che combina pasticci e con qualche chilo in più (in più, secondo gli standard di Hollywood), ma comunque avvenente, intelligente brillante e, come ogni single che si rispetti in quel di Hollywood, in cerca del suo principe azzurro. Sì, siamo ancora così. Una donna può essere realizzata sul lavoro, con una bella carriera, una vita ricca di stimoli e passioni, ma se non trova l'amore della sua vita è comunque una sfigata. 
Quest'ultimo episodio ruota attorno alle avventure della protagonista che rimane incinta e non sa chi dei due uomini con cui è stata a letto sia il padre. Inizia con lei che festeggia il suo 43esimo compleanno, triste e sola, di nuovo single (nei due capitoli precedenti aveva sfiorato il coronamento dell'amore, ossia il matrimonio, ma per qualche motivo le cose non erano andate bene). Poi segue un falso spiraglio di luce, ossia lei che grazie a delle colleghe single ma meno piagnone si decide a vedere il lato positivo della singletudine, va a un festival di musica pop, si diverte un casino, si ubriaca e ha una nottata di sesso con un bel tipo (il divertimento secondo i canoni hollywoodiani). 
Qualche giorno dopo invece è invitata a un battesimo (e ci viene ricordato più volte che lei è chiamata a fare da madrina a tutti i figli delle sue amiche, già sposate e felici), lì incontra Darcy, l'amore della sua vita, quello di cui è sempre stata innamorata e con cui l'abbiamo vista prendersi e lasciarsi nei capitoli precedenti; Darcy adesso è sposato, però le fa capire che è ancora attratto da lei e insomma finiscono a letto. Qualche settimana dopo è incinta e non sa chi dei due sia il padre. 
Non voglio tediarvi ultimamente, per farvela breve lei li mette al corrente entrambi e entrambi le stanno vicino durante la gravidanza. Nel frattempo si scopre che Darcy in realtà ha divorziato e alla fine troverà il coraggio di dirle che l'ha sempre amata e che non importa di chi sia il bambino, resterà con lei.
Ora, siccome non bastava scrivere una sceneggiatura di una pagina e mezzo per ribadire quanto una donna single sia infelice e quando tutte abbiamo un principe azzurro là fuori che ci aspetta per salvare la nostra triste vite e darci tanti bei bambini, regista e sceneggiatori (tra cui anche l'attrice Ellen Thompson che ha una particina nel film) hanno pensato bene di rincarare la dose con qualche scena esilarante. Il tutto deve ovviamente essere funzionale a vendere al botteghino, quindi a rassicurare un pubblico medio sui valori che informano lo status quo delle nostre esistenze all'interno di una società patriarcale.
Dunque, quando entra in scena Darcy, avvocato rampante, sappiamo che sta difendendo un gruppo di ragazze femministe ree di aver fatto non si sa cosa, forse di essersi denudate durante una manifestazione. Il tema del femminismo è ridotto a un paio di slogan del tipo: la vagina è mia e simili o altri sulla castrazione del maschio (nessuna femminista vuole castrare il maschio in senso reale, ma semmai il potere che egli rappresenta e occupa all'interno della società). Le attiviste sono ridicolizzate, presentate come delle squinternate che non stanno lottando contro femminicidi, violenze, stupri e contro l'oggettificazione della donna e il ruolo ornamentale che le viene ritagliato, ma hanno come unico obiettivo quello di denudarsi in piazza e mostrare il seno urlando slogan privi di senso.
L'apoteosi si raggiunge sul finale. Abbiamo Bridget con pancione in stato ormai avanzato che dopo una serie di disavventure è rimasta fuori casa e Darcy che, guarda caso, si trova a passare da quelle parti e la trova seduta su degli scalini, accanto a della spazzatura rovesciata, zuppa di pioggia dalla testa ai piedi, col trucco sfatto e disperata. L'uomo sbuca dal nulla, in un momento di totale casino in cui lei, parlando al bambino dentro al pancione, ammette che proverà a fare del proprio meglio, ma che, ahimè, per il momento non è ancora riuscite a sistemare le cose (leggasi: sapere chi è il padre e sistemarsi) e, come un cavaliere senza macchia, rompe il vetro della porta e riesce a farla entrare in casa. A quel punto la abbraccia e le dice che ha sempre voluto lei, ma il momento è interrotto dalla rottura delle acque. Segue scena dell'accompagnamento in ospedale in stato di travaglio: trovano un veicolo di fortuna guidato da un italiano che gestisce un ristorante e consegna pizze e domicilio (sorvoliamo sugli stereotipi dell'italianità). A un certo punto il traffico è interrotto perché, udite udite, c'è un corteo femminista. Si sentono urla, slogan, si intravedono cartelli. 
Darcy cosa fa allora? Scende dal veicolo, fa scendere pure Bridget, la solleva e coraggiosamente la prende in braccio, come ci si aspetterebbe da un vero cavaliere. La scena è questa: sullo sfondo il corteo, urla e slogan che vanno a decrescere mentre la macchina da presa stringe sui due protagonisti, entra la musica, Darcy prende in braccio Bridget e si allontana in direzione opposta a quella del corteo. La scena è quasi al ralenting, fotografia soffusa, sfocata, i due protagonisti avvolti da un'aura di sentimentalismo e finta commozione, mentre dietro di loro le femministe urlano incarognite. 
Vi devo spiegare il messaggio? 
Ma non è mica finita! In ospedale cominciano ad arrivare i parenti, amici, colleghi di lavoro. Tutti trafelati e in ritardo perché anche loro sono rimasti bloccati dal corteo femminista. La madre di Bridget, indignata, pronuncia la seguente frase: "ma poi, noi donne, quali altri diritti dobbiamo conquistare ancora?". Per inciso, nelle scene precedente avevamo visto la madre concorrere per il ruolo di presidentessa di quartiere o simile, in stampo reazionario e conservatore, ma poi arriva Bridget e le suggerisce di aprirsi a famiglie omo, utero in affitto e italiani (si vede che a Londra, dove è ambientato il film, gli italiani sono discriminati), quindi il messaggio che passa è che la madre ora è diventata progressista e, da progressista quale è diventata, dice che non sono certo le donne a dover ancora lottare per dei diritti, vengono prima altre minoranze, tra cui (sic!) gli italiani. 
Il film si conclude con Bridget, un anno dopo, che raggiunge Darcy all'altare e tutti commossi perché finalmente anche lei non è più una zitella.

Ora, vi prego di credermi sulla parola, il film sarebbe anche esilarante, comico, divertente, se non fosse che il messaggio di fondo è serio. Cioè, mi spiego meglio, il film sarebbe divertente se fosse appunto comico. Ma non lo è. Si ride di Bridget e della sua imbranataggine, ma soprattutto si ride dei suoi tentativi di cavarsela perché è single. Si ride delle sue disavventure in quanto single che cerca l'amore. E il messaggio è che noi donne non abbiamo bisogno del femminismo, l'importante è inseguire l'amore, sposarsi e mettere su famiglia perché senza quello non sei nessuno. L'importante è trovare un principe azzurro pronto a intervenire per noi quando ci troviamo nei pasticci e siamo disperate perché si sa che noi donne senza uomini saremmo delle incapaci capaci solo di sprofondare in un baratro senza fine.
Altra nota dolente, come accennato sopra nel film si tocca pure il tema dell'utero in affitto e madri surrogate (c'è anche una scena del corso pre-parto in cui lei si presenta con i due uomini presunti padri e dice una roba come: sto facendo un favore a questi miei due amici che volevano tanto avere un bambino. E sì, perché farsi ingravidare, portare avanti una gravidanza e poi cedere il bambino è giusto un favoretto da niente), ovviamente in termini positivi.

Questo è Hollywood. Nulla di nuovo, direte voi. 
Però secondo me è anche peggio di quello che sembra.
Speriamo che il Metoo abbia scosso qualcosa dalle fondamenta.

P.S.: ogni tanto uno sguardo alla cultura pop è fondamentale perché per combattere il nemico bisogna anche conoscerlo. Non che nel cinema d'autore le cose vadano meglio, patriarcato e specismo sono radicati ovunque.

giovedì 16 agosto 2018

La non morte di chi non vive

Riflessione post ferragosto in seguito a una discussione in cui sono stata coinvolta durante una cena.

La maggior parte delle persone non considera gli altri animali soggetti morali e non tiene affatto conto dei loro interessi, ma solo dei propri. "Animale" è solo un concetto astratto che si sovrappone e confonde con quello di "natura"; nemmeno in opposizione a quello di umanità, ma proprio irrilevante, sullo sfondo. 
Ogni discussione con chi ha questa visione arriva inevitabilmente a un punto morto perché, semplicemente, non considerando gli animali come individui, non vedono la tragedia della loro morte.

Per costoro, come diceva Heidegger, gli animali non muoiono veramente perché in fondo nemmeno vivono, ossia non si riconosce il valore della loro esistenza. Sono enti riproducibili all'infinito, sono referenti assenti sul piatto in tavola, sono miti, leggende, storie, tutto fuorché quello che sono realmente, ossia individui che vogliono vivere le loro vite.

Sono amareggiata, ma non demordo.

mercoledì 8 agosto 2018

Come animali al macello


Vederli mentre stanno per varcare l'ingresso del mattatoio è un trauma che ogni volta si rinnova perché nel quotidiano noi comunque tendiamo a rimuovere questo pensiero, il pensiero che ogni momento vengono uccisi migliaia di individui senzienti per diventare salsicce, bistecche ecc.. Lo rimuoviamo altrimenti impazziremmo. Tendiamo anche noi a vederli come numeri. Poi invece quando sono lì, dal vivo, davanti a noi, li vediamo come individui singoli, ognuno con le proprie emozioni e carattere e questo, insieme all'impotenza di non poter far nulla sul momento, ci lascia annichiliti.

Il fatto che non si possa far nulla sul momento però non significa che siamo o dobbiamo restare sempre impotenti. Dobbiamo iniziare a pensarci come massa, seppur per il momento molto esigua, capace di lottare, contrastare, ostacolare, danneggiare la spietata macchina del dominio e del capitalismo che monetizza i viventi.

Quest'ultima frase mi conduce a un'altra immagine, ugualmente devastante. L'altro ieri, in un incidente, sono morti degli immigrati che stavano tornando da un campo dove erano stato condotti la mattina stessa per raccogliere i pomodori per qualche centesimo all'ora. La foto di queste persone tutte ammassate viene commentata così dai media: "Esseri umani trattatati come bestie verso il macello, ammassati, in piedi, senza nessun tipo di sicurezza e che vengono trasportati a bordo di mezzi vecchi, spesso anche rubati".

Non c'è differenza, se non nella diversa destinazione d'uso. Gli animali non umani vengono ammassati nei tir diretti al mattatoio per poi essere trasformati in prodotti. Gli immigrati venuti qui con la speranza di una vita migliore, in cerca di un riscatto, di un'esistenza degna di essere vissuta, vengono ammassati nei tir per poi essere schiavizzati per pochi centesimi. 
Il meccanismo di fondo che regola le loro esistenza è lo stesso: la monetizzazione. Sono corpi che il capitalismo vuole monetizzare e sfruttare fino all'ultima goccia di sangue o di sudore.
E anche loro, gli immigrati, tendiamo a vederli come numeri, mai come individui con una loro storia, una famiglia, un passato, la speranza di un futuro. 
Parliamo di questi fenomeni sociali, la questione animale, l'immigrazione, in astratto, troppo spesso dimenticando che abbiamo a che fare con persone, umane o non umane che siano.

sabato 4 agosto 2018

I miti attorno alla maternità

"Il capitalismo può benissimo permettersi di concedere alle donne di entrare nell'esercito, nella polizia. Il capitalismo è certamente abbastanza intelligente da permettere a un maggior numero di donne di fare parte del governo. Lo pseudo-socialismo può certamente permettere a una donna di diventare segretario generale del partito. Queste sono giuste riforme, come la Previdenza sociale o le ferie pagate. L'emanazione della legge sulle ferie pagate ha forse cambiato qualcosa nelle disuguaglianze del capitalismo? Il diritto delle donne di lavorare in fabbrica con paga uguale a quella degli uomini ha forse cambiato l'orientamento maschilista della società ceca? MA CAMBIARE TUTTO IL SISTEMA DI VALORI DI UNA SOCIETÀ, DISTRUGGERE I MITI CREATI INTORNO ALLA MATERNITÀ, QUESTO SÌ CHE È RIVOLUZIONARIO."

(Simone de Beauvoir - tratto da "Quando tutte le donne del mondo", raccolta di interviste, articoli, prefazioni ecc.).

P.S.: I caratteri cubitali delle ultime tre righe sono miei. Mi interessa "distruggere i miti creati intorno alla maternità". Non la maternità, che è una scelta, oggi, ma i miti intorno ad essa che ci inculcano nella testa sin da quando siamo bambine. I miti e gli stereotipi sulla poesia della gravidanza, allattamento e maternità in generale. Miti e stereotipi che hanno portato molte donne a sentirsi disperate e inutili se incapaci di procreare, che hanno portato all'aberrazione - prodotto del mercato capitalistico - dell'utero in affitto, che hanno portato molte donne a sentirsi pessime madri se non si annullavano per il proprio figlio. 
In generale trovo questo estratto attualissimo perché mette in guardia dagli errori di un femminismo che non sia radicale, che sia solo di facciata, riformista, ma incapace di mettere in discussione totalmente i valori della società patriarcale e l'oppressione e le condizioni svantaggiose in cui una donna si trova a vivere. Molta di questa oppressione è stata fondata anche sui miti intorno alla maternità. Il che non vuol dire, come ha asserito qualcuno, che la maternità non sia una condizione naturale, lo è, ma che a partire da qui è stata costruita una cultura funzionale a relegare le donne entro certi ruoli. Oggi, per fortuna, possiamo scegliere.

domenica 22 luglio 2018

American Honey


Non siete andati al mare, troppo caldo per girare in città e i vostri programmi per la giornata sono quelli di trascorrere un pomeriggio molle sul divano a leggere o guardare un film? Vi consiglio questo, lo trovate su Netflix.
Un road movie sulla fine del sogno americano ai giorni nostri, così lo definisce la critica. 
Qual è il tuo sogno? Non me l'avevano mai chiesto, dice la bravissima Sasha Lane mentre vende il suo corpo a uno sconosciuto per guadagnare mille euro, la cifra che manca per realizzare quello che lei crede sia il suo sogno, ma che in realtà è quello di Jack, il ragazzo di cui si è innamorata, ovverosia quello di sempre, quello di restare eternamente incastrata nella ricerca della felicità attraverso la realizzazione nell'amore e nella famiglia. 
Un viaggio dentro l'adolescenza senza più progetti a lungo termine che si avvita su se stessa, tappa dopo tappa, provincia dopo provincia, ripetendo in loop le stesse esperienze solo cambiando panorama e forma, dice sempre la critica e lo definisce amaro per questo, per la mancanza di progettualità e l'incapacità di costruire. 
Sarebbe stato perfetto invece se fosse stato veramente proprio solo questo perché la magia funziona fintanto che si racconta l'attimo legato all'ebbrezza del vivere. Fare soldi, viaggiare, vedere l'America e magari può bastare, anzi, cosa ci può essere di più formativo del viaggiare e del fare esperienza? La magia, il racconto caleidoscopico e acido invece si incrina e diventa di genere proprio nel momento in cui i due personaggi principali, la già citata Sasha Lane e l'esuberante, perfetto nel ruolo, Shia LaBeouf, si innamorano e bloccano l'energia nel recupero di un sogno stantio che sembra essere rimasto lo stesso dei primi coloni dell'America: divorare le distese di praterie, comprarsi una casa mobile, andare a vivere in mezzo a un bosco, fare tanti bambini. 
Insomma, non è amaro perché non ci sono più sogni, è amaro proprio perché dietro un'apparente consapevolezza del movimento del vivere, alla fine, ci sono gli stessi sogni di sempre. Anche qui un falso movimento, appunto.

mercoledì 18 luglio 2018

Il falso movimento


Dopo l'illuminante saggio della Belotti, ho voluto prendere anche il seguito scritto dalla Lipperini. Una disamina della differenziazione sociale che subiscono maschi e femmine ai tempi di internet, dei social, dei videogiochi, di nuovi modi di fare tv, cinema e scrivere romanzi; modi che sono cambiati nella forma, dice la Lipperini, ma non veramente nei contenuti perché se è vero che oggi ci sono più eroine femminili, più personaggi femminili apparentemente forti, alla fine è sempre e soltanto nell'amore che si realizzano, o nella famiglia o per e con i figli, mentre la carriera o altre capacità e l'istruzione diventano accessori ornamentali. Un falso movimento quindi, di una liberazione solo apparente.

Si analizza anche il nuovo femminismo, quello choice, quello che vorrebbe giocare con i simboli usando gli stereotipi sessualizzanti pretendendo così di affermare la propria autodeterminazione. Ma giocare con i simboli è molto pericoloso, spiega la Lipperini, perché presuppone un livello di consapevolezza tale, non soltanto individuale, ma sociale, che purtroppo ancora la nostra società non ha affatto raggiunto. Se si pubblica un selfie su instagram con le tette di fuori e la caption "I'm feminist" si sta ribadendo lo stereotipo della donna che può contare soltanto sulla propria avvenenza e sensualità per farsi notare, si sta ribadendo l'ovvio, ci si sta oggettificando. Il fatto di esserne consapevoli non elimina il fatto in sé.

E poi ancora si parla di come internet moltiplichi e enfatizzi i messaggi, le informazioni, ma di idee, pensieri e pregiudizi che sono già presenti nella società e nella nostra cultura, quindi la rete come specchio del reale, non veramente generatrice di nuovi contenuti, quindi non pericolosa di per sé, ma solo per la capacità che ha, semmai, di amplificare per mille un messaggio. Un messaggio che però esiste a prescindere dalla rete e che quindi va combattuto nelle scuole, famiglie, società. Non so se essere molto d'accordo su quest'ultimo pensiero nel senso che secondo me, come diceva McLuhan, il medium è anche il messaggio poiché lo condiziona e limita e ne condiziona e limita le ricezione, ma sicuramente concordo sul fatto che non sia la rete di per sé il male, dato che si possono discernere anche contenuti validi. Il punto è come fare a discernerli quando quasi tutti veicolano e rafforzano quelli presenti nella società reale?

Mi ha colpito molto la citazione di un passaggio della de Beauvoir in cui si dice che le donne, nel secolo scorso, hanno capito che esiste un mondo al di fuori delle mura di casa e dei ruoli che hanno interiorizzato come prettamente femminili, ma sono ancora ferme lì, sulla soglia, a guardare con stupore questo immenso mondo senza avere il coraggio e la forza di prenderselo. E questo perché i condizionamenti interiorizzati sono molto forti e quando si cresce convincendosi di essere il sesso debole, di essere inferiori, meno capaci degli uomini a fare certe cose, è molto difficile provare a se stesse il contrario, come se inconsciamente si fosse sempre alla ricerca di approvazione e al tempo stesso però ci si autoboicottasse per fallire.

Consiglio a tutte le donne di leggerlo e anche agli uomini, ovviamente, ma più di tutte alle donne perché siamo noi che abbiamo subito e continuiamo a subire l'oppressione della società patriarcale e maschilista.