sabato 25 marzo 2017

Free John Doe: nuova realtà attiva nel movimento per i diritti animali

Nasce una nuova realtà attiva e impegnata direttamente nel movimento italiano per i Diritti Animali
Un investigatore di “Free John Doe” impegnato in riprese all’interno di un allevamento di suini
 
Il Gruppo di Supporto della nuova Unità Investigativa “Free John Doe” lancia l’attività di diffusione di materiale fotografico e video attraverso la relativa pagina Facebook (facebook.com/SupportFreeJohnDoe) e altri social media (instagram.com/free_john_doe).
La neonata Unità Investigativa è formata da attivisti e investigatori che si occupano di indagini e salvataggi di animali grazie all’utilizzo di attrezzatura tecnica specifica. Le tecniche usate prevederanno un approccio diretto per permettere di denunciare il più possibile ciò che accade realmente all’interno degli allevamenti e dei macelli, e in alcuni casi di intervenire per salvare animali trovati in condizioni critiche all’interno delle strutture sotto indagine.
Il gruppo di supporto a breve diffonderà una serie di lavori molto importanti che caratterizzeranno l’impegno dell’Unità Investigativa costantemente impegnata sul campo. A tal proposito vi forniamo il link a questo video già pubblicato sulla relativa pagina Facebook (https://www.facebook.com/SupportFreeJohnDoe/?pnref=storyche illustra parte di ciò che è stato portato avanti in questi mesi. Il video, della durata di poco più di un minuto, descrive l’attuale situazione dei suini nei reparti all’ingrasso di alcuni allevamenti italiani considerati “d’eccellenza”. Animali feriti, stressati e ormai in fin di vita, che hanno avuto solo la possibilità di ricevere un gesto di affetto e di conforto degli investigatori, prima della fine della loro agonia all’interno di un allevamento intensivo.
            L’Unità Investigativa agisce in maniera indipendente portando avanti progetti autofinanziati e molto impegnativi. Ogni iniziativa sarà svolta e pubblicata con una finalità ben precisa, ossia per denunciare le pratiche svolte all’interno degli allevamenti e dei macelli, trasmettendo, quando possibile, le testimonianze a media nazionali ed internazionali, associazioni e/o enti preposti interessati a portare avanti iniziative di diffusione pubblica e di denuncia, anche legale. Al di là delle presunte normative specifiche che regolamenterebbero le condizioni di trattamento degli animali, lo scopo dell’Unità rimane comunque quello di mostrare direttamente all’opinione pubblica ciò che avviene, fornendo degli strumenti di conoscenza per poter denunciare pubblicamente la violenza inferta agli animali.
A testimonianza della collaborazione con i media menzioniamo che nella prima puntata del programma “Animali Come Noi” in onda su RaiDue e curato da Giulia Innocenzi, alcuni componenti dell’Unità Investigativa “Free John Doe” hanno accompagnato la giornalista e alcuni collaboratori all’interno di diversi allevamenti. L’apporto degli investigatori è stato fornito in maniera totalmente indipendente, con l’unica finalità di accompagnare una troupe interessata a vedere cosa è possibile riscontrare all’interno degli allevamenti intensivi, in questi caso di suini. È possibile visionare alcuni estratti specifici attraverso questi links:

Il Gruppo di Supporto dell’Unità Investigativa “Free John Doe” è formato da volontari che avvalendosi del diritto d’informazione riportano quanto gli viene comunicato senza alcun coinvolgimento o responsabilità nelle azioni che vengono rese pubbliche (immagini video e fotografiche via internet e in alcuni casi attraverso i media nazionali e internazionali). Inoltre il Gruppo di Supporto, grazie al contributo dei propri volontari, si impegnerà nei prossimi mesi ad essere presente ad eventi informativi pubblici, con l’intenzione di diffondere materiale informativo e promozionale sulle attività dell’Unità Investigativa e delle campagne mediatiche che verranno lanciate prossimamente.

venerdì 24 marzo 2017

Semi di liberazione


Alla fin fine, ciò che muove in maniera preponderante ogni mio pensiero e azione è il senso di giustizia. 
Ho sempre avuto, sin da bambina, questa chiarezza nel percepire la gravità dei danni - psicologici o fisici che fossero - inflitti ad altri esseri viventi, che fossero altri bambini come me, adulti o animali non umani. 
Ho sempre appoggiato con naturalezza le cause dei disperati - alcuni le chiamerebbero "cause perse" - dei deboli (resi deboli dalla società), degli emarginati. 
A scuola facevo amicizia con i bambini più in disparte, con quelli con cui nessuno voleva avere a che fare (e che magari poi spesso erano anche i più sensibili e intelligenti) e ho sempre detestato le manifestazioni di potere e il bullismo in ogni sua forma. 
Sarà per questo che a un certo punto della mia vita ho diretto il mio sguardo verso i più sfruttati e bistrattati di tutti, verso coloro che non vengono ritenuti degni di alcuna considerazione morale.
Ieri sera mio padre mi ha detto: mi spiace che sei costretta a vivere in questo mondo brutto, ma almeno hai un ideale, riferendosi al mio impegno verso gli animali.
Ecco, quel senso per la giustizia che mi porto dentro da sempre me l'ha insegnato proprio lui. Lui che da giovane si è battuto per i diritti dei lavoratori facendo scioperi per ottenere il pagamento degli straordinari e per altre questioni basilari che all'epoca non erano affatto scontate; e che non lo sono più nemmeno oggi.
Dev'essere triste vedere che quei diritti per cui ci si è battuti e che per un periodo sono stati affermati tanto da non immaginare che sarebbero mai potuti esser messi in discussione, oggi sono stati di nuovo spazzati via. Il mondo del lavoro è un disastro: precariato, sfruttamento, violazione di diritti basilari. 
Questo ci insegna che non bisogna mai fidarsi di chi gestisce il Potere perché così come talvolta nella storia è pronto a concedere qualcosa, altrettanto è pronto a toglierlo. 
Dobbiamo lavorare per rendere le persone consapevoli dei loro diritti. Un diritto concesso senza consapevolezza di chi ne gode, è un diritto fragile. 
Dobbiamo lavorare in senso liberazionista, per affrancarci da gabbie mentali e fisiche.
Dobbiamo lavorare per render chiaro a tutti quali siano i confini oltre i quali inizia l'inviolabilità dei corpi altrui. 
Il Potere è sempre un biopotere, ossia un potere - assoluto o parziale - sui corpi.
Ecco, riconoscere che gli animali non umani subiscono un potere assoluto in quanto i loro corpi sono controllati dalla gestazione alla fine, sarebbe già un qualcosa. 
È nel riconoscimento di questa profonda ingiustizia che germogliano i semi della liberazione.

martedì 21 marzo 2017

Altra breve nota sulle strategie


La liberazione animale è un processo. 
Assodato questo, non credo sia ragionevole pensare che tutti gli allevamenti chiudano per motivi soltanto etici.
Ci sarà una fase in cui inizieranno a chiudere gli intensivi a fronte dell'adeguarsi del mercato rispetto alla richiesta dei consumatori, ma, come dicevo giorni fa, l'ipotesi della semplice conversione da intensivo ad estensivo non è facilmente realizzabile. 
Ogni allevamento, grande o piccolo che sia, dovrebbe acquistare terreni, dismettere capannoni, cambiare la pratica di produzione che non dovrebbe essere più automatizzata. Avete idea di quanto costerebbe ciò in termini di investimento? 
E se intanto chiudesse la metà degli attuali allevamenti, pur non essendo affatto una vittoria, ma un passo intermerdio, morirebbe la metà degli animali di oggi. Noi vogliamo salvarli tutti, certamente, ma, - e qui torniamo all'inizio della mia sintetica riflessione - la liberazione animale non è un atto immediato, ma un processo lento e lungo.

Se potessi aprire tutte le gabbie oggi stesso, ma, al di là dei proclami stile slogan, non credo sia fattibile.

Quindi, un conto sono gli obiettivi, un altro le strategie.

E chiarisco meglio, per non dare adito a equivoci: qui non si tratta di essere favorevoli agli estensivi, ma di capire che, comunque la si pensi noi, la reazione del sistema probabilmente tenterà quella strada. Starà a noi rivendicare allora con determinazione - anzi, continuare come sempre - ciò che ci sta a cuore: la fine di ogni tipo di allevamento e di ogni forma di sfruttamento, dominio e uccisione degli altri animali.
La via dell'estensivo aprirà una falla: noi dovremo insinuarci lì.

lunedì 20 marzo 2017

Nella metro di Roma si riflette sul futuro degli animali

Un articolo di Paola Re per Gallinae in Fabula sulle affissioni in metro di NOmattatoio.


Dal 9 al 22 Marzo, in tutte le fermate delle linee A e B della metropolitana di Roma, 185 cartelli mandano un messaggio: scegli vegan. Tre diverse immagini con altrettante frasi e una breve informazione invitano a riflettere sul rapporto con gli animali destinati a diventare cibo secondo una tragica ideologia di dominio e sfruttamento che molto lentamente, ma inesorabilmente, sta dando qualche segno di cedimento. Queste affissioni sono una delle tante testimonianze quotidiane di un cambiamento di cui oggi forse non ci si rende completamente conto ma che è in corso. La campagna di affissioni arriva da NOmattatoio http://www.nomattatoio.org/ che durante l’anno organizza presidi a cadenza mensile davanti al mattatoio di Roma per raccontare la realtà celata dietro quei cancelli.

Gli animali ritratti sono vivi e il messaggio che si dà è sul loro ipotetico futuro. Non si pensa a questo aspetto quando sono ridotti a cibo, smontati in pezzi, ognuno dei quali con un nome di mercato, ma se riavvolgiamo il nastro ci rendiamo conto che i pezzi erano un essere intero, vivente e senziente.

Continua su Gallinae in Fabula

Della campagna ha parlato anche Anna Ditta per TPI

domenica 19 marzo 2017

Vuoi immaginare il mio futuro da grande? - NOmattatoio in metropolitana


Lo sapete, no, come ci si sente quando si entra in metropolitana?
Il fatto di prendere le scale per andare sottoterra, dove prendere un treno che in gallerie sotterranee ci trasporterà tra punti distanti della città - una specie di 'salto in iperspazio', però dal retrogusto ctonio delle piste per le biglie al mare - ci pone subito in uno stato di attenzione che non è quello normale - che in città è già ipercinetico di suo.
Infatti, ecco che tutto quello che ci sta intorno - paesaggio totalmente artificiale - ci sollecita con evidenze raddoppiate, enfatizzate, che hanno l'effetto paradosso di avviluppare i sensi in un domopak di distacco.
E però non siamo ciechi o distratti: filtrano invece fino a noi quei messaggi che con il loro aspetto familiare, noto, consuetudinario, riescono a portare fino alla nostra attenzione multi-scopo, contenuti in qualche modo sorprendenti. Che cioè hanno il colpo di scena, che ribalta e capovolge tutte le ovvietà.











sabato 18 marzo 2017

Strategia amica mia


Avere una strategia economica è fondamentale perché gli animali si sfruttano per profitto, mica per odio o sadismo. Quello è secondario, è venuto dopo. Ovvio che dopo secoli in cui gli animali sono stati visti come mere risorse rinnovabili - materia prima a costo basso rispetto al profitto (come era una volta per gli schiavi) - poi si è prodotta la dissociazione cognitiva e tutti abbiamo iniziato a vederli solo come merci. A quel punto si può dire che abbiamo iniziato a produrre, come specie, una cultura pienamente carnista e a considerare altre specie solo come animali da redditto.
Come si inverte il processo? Lavorando sulla cultura a tutto tondo, e per cultura intendo qui quell'insieme di attività che la nostra specie produce, compresa l'economia, non solo la filosofia.

Riassumendo: vero che dobbiamo cambiare dal punto di vista culturale in senso ampio la considerazione che abbiamo degli altri animali (quindi dobbiamo lavorare a livello di etica, filosofia, linguaggio, letteratura, tutto insomma), ma è anche vero che questa distinzione ontologica si è prodotta nei secoli dopo che abbiamo iniziato a sfruttare gli altri animali per profitto, di fatto negando loro l'individualità. E a forza di fare una cosa, cambia la percezione che abbiamo di un determinato soggetto. A forza di sfruttare gli animali non abbiamo saputo far altro che vederli come oggetti, ma è anche vero che tutto questo è accaduto per motivi essenzialmente economici e quindi dobbiamo cercare strategie utili per mettere in ginocchio il settore degli allevamenti intensivi.
Perché solo quelli intensivi? Perché, come spiegavo nel post di ieri, di fatto, ossia concretamente (non solo quindi perché costituiscono una menzogna dal punto di vista etico), quelli estensivi non sono realizzabili concretamente, trattasi di pura utopia in quanto non riuscirebbero mai a soddisfare l'attuale richiesta di carne. Per poterlo farlo bisognerebbe convertire a pascolo tre quarti della superficie terrestre (dati alla mano: è spiegato benissimo in Cowspiracy). Ciò è semplicemente irrealizzabile. 

E ovviamente dobbiamo insistere nel dire che tutti gli animali allevati, a prescindere dal tipo di allevamento, finiscono fatti a pezzi nei mattatoi. Fatto che costituisce un'ingiustizia massima di per sé. 

Poi aggiungo una considerazione personale, ma che la dice lunga sui meccanismi psicologici delle persone. Io stessa e altri siamo diventati vegani dopo una serie di passaggi mentali. Dapprima abbiamo messo in discussione gli allevamenti intensivi. Ci sembravano il male assoluto, Poi abbiamo capito che l'ingiustizia è nel concetto di allevamento e sfruttamento in sé degli altri animali.

venerdì 17 marzo 2017

L'insostenibile leggerezza dell'allevamento estensivo


Molte persone amano rifugiarsi nell'idea confortevole dell'allevamento estensivo, ma di fatto esso è insostenibile almeno sotto due punti di vista: quello etico, perché programmare, allevare, gestire, deportare, mandare a morire ammazzati - quindi sottomettere a un biopotere dominante assoluto - individui senzienti per trarne profitto non potrà mai essere etico;
e quello economico perché, di fatto, esso non potrà mai soddisfare la richiesta di produzione e consumo di carne della società attuale.
Ora, immaginatevi quegli allevatori che oggi stipano 5000 maiali (ma ce ne sono anche di immensamente più numerosi) dentro una struttura e lo fanno perché solo così riescono a ottenere un profitto maggiore rispetto all'investimento. Immaginate che gli si chieda di ampliare gli spazi, di smettere di allevare in maniera intensiva, di rispettare tutte le norme sul fantomatico "benessere animale". Sapete cosa succederebbe? Che sarebbero costretti a chiudere perché a quel punto non avrebbero più i 5000 individui stipati alla cazzo dentro allevamenti fatiscenti, ma dovrebbero acquistare terreni, costruire, investire. Traendone la metà del profitto. Di conseguenza dovrebbero alzare i prezzi della carne a cifre assurde oppure chiudere. 
Chiuderebbero comunque, anche se decidessero di alzare i prezzi perché la gente non sarebbe disposta a pagare più di tanto. La carne diventerebbe un prodotto di élite. Oppure comprerebbe quella importata da altri paesi, ma comunque sia gli allevamenti intensivi italiani fallirebbero comunque. L'economia funziona così nel mercato globale. Per questo motivo nell'ultimo decennio tantissimi settori italiani sono entrati in crisi e hanno chiuso. 
Subentra poi l'effetto domino. Quando alcune grosse aziende crollano, trascinano con loro anche i piccoli. 
La storia dell'allevamento sostenibile è una menzogna. Non sarà mai sostenibile perché proprio impraticabile come strada. Lo spiegano anche nel documentario Cowspiracy.
Per questo dobbiamo innanzitutto mettere in ginocchio gli intensivi.
Non perché siamo a favore degli allevamenti cosiddetti etici (siamo attivisti che vogliamo la fine di ogni forma di sfruttamento animale), ma perché abbiamo capito che la strategia, a volte, è meglio di qualsiasi altro discorso si potrebbe fare. Almeno per la massa, per le persone che di certo non hanno né la voglia, né il tempo, né la capacità, forse, di avvicinarsi all’antispecismo.
Quello verrà dopo. Come dice Melanie Joy, una volta usciti dal carnismo si assume una prospettiva del tutto diversa sul mondo e sui meccanismi socio-politici perché si smette di considerare gli animali come prodotti. L’azione, il comportamento, le abitudini influenzano il nostro modo di percepire le cose. Smettendo di mangiare animali, si smette di vederli come oggetti. 
Poi ovvio che noi, in quanto attivisti, dobbiamo continuare a fare il nostro lavoro, ossia a parlare di liberazione animale. Ma dobbiamo pure essere scaltri, realisti, lucidi. Non bloccati ideologicamente, ma strategici.
Tutti i grandi movimenti di liberazione hanno avuto successo quando hanno lavorato sinergicamente per allargare le brecce aperte dalla crisi economica in un dato settore.
Le donne sono entrate nel mondo del lavoro perché agli imprenditori faceva comodo avere nuove braccia da sfruttare; da lì (i primi movimenti femministi iniziano in ambito operaio) abbiamo iniziato a chiedere sempre più diritti, a organizzarci, a farci sentire. 
La schiavitù è finita per motivi essenzialmente economici.
La liberazione animale avverrà per una sinergia di fattori e non possiamo permetterci di non tentare tutte le strade. Invito a riflettere chi oggi ha paura dell’accettazione da parte della massa (che si tranquillizza e mette a tacere gli scrupoli di coscienza) dell’allevamento cosiddetto etico, ossia estensivo: non sarà mai realizzabile. Di fatto è solo uno spauracchio. 
Lavoriamo per abbattere gli intensivi. Non sarebbe forse un primo traguardo – di cui certamente non ci accontenteremmo – che di fatto ridurrebbe di molto lo sfruttamento degli animali? 
Attenzione, non sto parlando di un fine, di un obiettivo, ma di una strategia. Il fine è sempre quello: liberazione animale. 
La strategie possono essere tante e io dico che abbiamo il dovere morale di tentarle tutte; affinché un giorno nessuno di noi potrà dire: forse c’era questa strada, ma l’ho scartata a prescindere.
Di fatto, essendo gli estensivi solo un'utopia, se veramente si riuscisse a far abolire gli intensivi, avremmo la strada spianata per l'abolizione degli allevamenti tout court.