domenica 15 luglio 2018

Un maiale non sarà mai come Trump

Roger Waters chiude il concerto di Roma con la scritta "Trump è un maiale", così leggo oggi sui quotidiani.

Un maiale non sarà mai come Trump. Un maiale - ma quale, poi? Non esiste "il maiale" come concetto, esistono semmai tanti individui distinti, ognuno con la sua personalità e identità - è semplicemente se stesso; o meglio, dovrebbe essere se stesso, ma nella nostra realtà non gli viene permesso, viene privato di tutto, del diritto di essere lui, di essere felice, di razzolare sull'erba e nel vento, di fare amicizie ed esplorare, di avere esperienze; nella nostra realtà viene fatto nascere come schiavo e a pochi mesi viene macellato. 
Direi proprio che no, non è Trump. Trump è il Potere e un maiale, ai nostri giorni, non ha nemmeno il potere - inteso come possibilità, potere di - di essere, di uscire, di vedere, di conoscere. Per non parlare delle scrofe, delle maiale che, chiuse dentro le gabbie di contenzione, non hanno nemmeno la possibilità di alzarsi in piedi e di accudire i propri piccoli.
I maiali non sono sporchi. Lo sono invece i capannoni in cui vengono rinchiusi e poi allevati al fine di trasformarli in prodotti.

Mi indigno per una parola? Per una frase fatta? Sì, perché le parole non sono neutre, rafforzano e disegnano la nostra realtà, dandole la forma e i confini che chi detiene il Potere decide per altri. Le parole descrivono una realtà spesso falsa, ingannatrice, menzognera, come quella che vorrebbe che i maiali fossero animali stupidi, laidi, sporchi, aggressivi, dotati di solo istinto mangereccio e sessuale. 
E tutte queste falsità vengono reiterate per giustificare la pratica di schiavizzare, discriminare o respingere qualcuno, che siano i maiali o gli immigrati o le donne.

lunedì 2 luglio 2018

La normalità dell'essere vegani

Non c'è nulla di eccezionale nell'essere vegani, una volta preso atto del fatto che gli altri animali sono persone non umane. Individui, esseri senzienti e intelligenti con una propria visione ed esperienza del mondo, sebbene diversa dalla nostra.

In realtà è vero il contrario, cioè che per rendere normale e naturale il nutrirsi di corpi animali serve un rinforzo propagandistico continuo di mistificazione, indottrinamento e occultamento della pratica in sé di trasformare individui in prodotti.

Essere antispecisti significa vedere gli altri animali per quello che sono, individui e non prodotti, al netto delle lenti mistificatorie e di quanto abbiamo interiorizzato sulla necessità e normalità del mangiarli.

lunedì 25 giugno 2018

Il leone e la gazzella in versione intellettuale

Una delle obiezioni più comuni che i carnisti muovono a chi tenta di fargli capire quanto sia ingiusto sfruttare, uccidere e mangiare animali è che i moderni allevamenti, per quanto aberranti, in fondo sono soltanto la maniera in cui noi ci siamo naturalmente evoluti, in quanto specie intelligente e che usa la tecnologia, rispetto agli altri animali predatori. Quindi non faremmo nulla di più o di diverso rispetto a quello che fanno gli altri animali predatori.
La fallacia logica di questo ragionamento, soltanto leggermente più articolato rispetto a quello del "leone e la gazzella" consiste nel ritenere naturale la pratica di allevare animali, che invece è un prodotto culturale; certo, mi si obietterà, ma la cultura è il modo in cui si evoluta la nostra natura. Peccato che la nostra natura non sia quella di essere predatori e ritenere naturale opprimere, uccidere e schiavizzare è come ammettere che siamo una specie davvero malvagia, irrazionale, incapace di reprimere i nostri istinti più brutali. 
Si cade dunque qui nella seconda fallacia logica del ricorso alla natura per giustificare la violenza, salvo poi, in altre occasioni, ritenere la nostra presunta natura più evoluta, morale, logica, razionale, intelligente e dotata degli altri animali.

Delle due l'una: o siamo belve inferocite (ma allora perché adottare l'etica in altre circostanze? Perché allora non uccidere sempre e comunque per il solo piacere e bisogno della violenza? E inoltre le belve diventano feroci solo quando si sentono attaccate o hanno fame e non è il caso nostro, dal momento, che abbiamo a disposizione un'enorme quantità di alimenti, oltre alla carne e derivati), o siamo animali capaci di discernere e adottare comportamenti più giusti e equi.

Dal momento che allevare, uccidere e mangiare animali non è necessario, fatevi una domanda (chi sono, chi penso di essere, come voglio essere?) e datevi la risposta.

sabato 16 giugno 2018

Ancora di donne e animali

Questa cosa di giudicare e imputare responsabilità alle vittime anziché agli oppressori deve finire. 
Ripetete con me: se una donna viene uccisa, non è colpa sua. Se una donna viene stuprata, non è colpa sua. Se viviamo in una società patriarcale non è colpa delle donne. Se un animale viene portato al macello, non è colpa sua. Se un animale vive dentro un allevamento lurido non è colpa sua, non è perché gli piace così.

Femminismo e maschilismo non sono la stessa cosa: il primo è movimento teorico e pratico di liberazione da una forma di oppressione millenaria, e questa forma di oppressione millenaria è, guarda caso, proprio il secondo. 
Antispecismo e specismo non sono la stessa cosa: il primo è un movimento teorico e pratico di liberazione da una forma di oppressione millenaria e questa forma di oppressione millenaria è, guarda caso, proprio il secondo.

Pensare che un animale schiavizzato stia bene come sta perché non metterebbe in gioco abbastanza risorse per liberarsi è stupido; pensare che alle donne piaccia essere oppresse perché spesso sono le prime ad essere accondiscendenti è altrettanto stupido: significa non tener conto dei danni psicologici che provocano migliaia di anni di oppressione e dei condizionamenti radicati a livello sociale e interiorizzati a livello psicologico che spesso rendono difficile che una vittima sappia di esser tale. Ma, per fortuna, il femminismo e l'antispecismo è questo che fanno, cioè mettono a nudo e rendono comprensibili queste dinamiche di potere e oppressione millenarie: negarli, ostracizzarli, significa essere parte del problema, significa voler mantenere intatte queste strutture e dinamiche di potere.

Siate dalla parte delle donne, siate dalla parte degli altri animali. Abbiate il coraggio di rompere le catene e smettete di essere parte degli anelli che le compongono.

sabato 9 giugno 2018

Di sessismo e specismo

I pregiudizi sulle donne si basano spesso sulla discriminazione degli altri animali: donne stupide come galline, come oche, troie (la troia è la femmina del maiale), vacche e via dicendo. Le oppressioni e le discriminazioni sono tutte collegate e procedono per associazione e analogia. Prima si svilisce il non umano, poi si paragonano altri soggetti umani (che siano donne, immigrati, gay, lesbiche) agli animali per giustificarne l'oppressione. Se una femminista o qualsiasi altra persona che lotta contro i pregiudizi e le oppressioni non capisce questi collegamenti difficilmente avrà gli strumenti per combattere pure la sua stessa oppressione.

venerdì 8 giugno 2018

Paraventi intellettuali

Spesso, per regolamentare o edulcorare una pratica di sfruttamento, si fa strumentalmente ricorso ai casi eccezionali o alla complessità della questione in sé. In realtà è un paravento intellettuale molto furbo che permette di nascondere le proprie vere idee a favore di questa o quella pratica di sfruttamento.

Alcuni esempi di questo paravento intellettuale: 
- "alcune donne scelgono di prostituirsi, per cui la prostituzione non è sempre sfruttamento". Ammesso e non concesso, ciò non rende la pratica in sé dello sfruttamento e mercificazione del corpo femminile meno evidente e reale e non trasforma per magia il sistema prostituente in un'opera di benevolenza;

- "ma esistono anche le uova del contadino". Ammesso e non concesso che sia vero che ci sia così grande disponibilità di uova del contadino (a quanto pare ognuno ha un contadino per vicino di casa), cioè non rende lo sfruttamento degli animali una pratica meno ingiusta, da condannare senza se e senza ma, né può impedire di prendere una posizione chiara, netta, inequivocabile;

- questione "utero in affitto". Ammesso e non concesso che ci siano casi di donne che scelgano di aiutare la loro sorella, amica, cugina portando avanti una gravidanza al posto loro, senza chiedere nulla in cambio e quindi non per bisogno di denaro, questo non vuol dire che la mercificazione dell'utero della donna (e del bambino, trattato anche lui come oggetto) sia meno grave.

Insomma, i casi limite non costituiscono argomentazioni valide, né a sostegno, né contro una pratica. Bisogna essere onesti intellettualmente e sviscerare la pratica in sé per arrivarne al nocciolo e poi decidere da che parte si vuole stare, altrimenti si cade nel qualunquismo e pavidità nell'esprimere le proprie posizioni, nella migliore delle ipotesi; nella disonestà intellettuale, nella peggiore.

domenica 3 giugno 2018

Le parole contano!


È fondamentale parlare sempre degli animali come individui e non come cibo. 
Le parole che usiamo afferiscono a determinate aree semantiche diverse e richiamano per associazione altri termini legati a quella di appartenenza (vi ricordate il giochino delle parole che facevate da piccoli, quello in cui un bambino dice una parola e il bambino successivo ne dice un'altra per associazione?) e tutti insieme concorrono a esprimere o rafforzare un determinato concetto. Quando parliamo di "carne" inevitabilmente la mente del nostro interlocutore va a tutta una serie di questioni che ci riconducono - come in un loop - al concetto di cibo, e quindi alla salute, al ferro, alla B12, al biologico, all'igiene, alla salubrità del prodotto, agli antibiotici, alla sicurezza alimentare, all'asetticità della macellazione, al rispetto delle norme sulla produzione ecc.; in questo modo non ci allontaniamo di un centimetro dalla concezione dell'animale come prodotto. L'animale come individuo sparisce, rimane un referente assente, e al suo posto c'è la merce, il cibo, il prodotto. Ovviamente il messaggio che le persone recepiranno più facilmente è quello che sia legittimo e normale considerare gli animali come prodotti in quanto è quello che, come scrivevo nel post di ieri, conferma il sistema di credenze in cui siamo cresciuti. Nominare la realtà con le parole corrette è importantissimo. La realtà che vediamo è quella che noi nominiamo. Le cose cominciano a esistere solo quando gli troviamo un nome e le definiamo. Se continuiamo a parlare della carne e degli animali come cibo, gli individui resteranno sottotraccia, in un non detto inesprimibile che li condanna all'invisibilità di sempre. E poiché noi siamo immersi in una ragnatela di significati, il termine giusto al posto e momento giusto può contribuire a far cadere le lenti del carnismo e a farci cogliere la possibilità di parlare degli animali e non della carne o di cosa mangiamo noi vegani.

Allo stesso modo le singole campagne welfariste promosse con la scusante dei "piccoli passi" in realtà rassicurano la collettività sul fatto che possa esistere il benessere animale in un sistema che ne legittima il loro uso (e comunque il benessere animale è sempre funzionale al miglioramento del prodotto e non delle condizioni degli animali). Vero che alcune associazioni dichiarano di lavorare comunque in finalità dell'obiettivo ultimo della liberazione animale, ma di fatto si comportano esattamente come l'industria che divulga l'enorme mistificazione del benessere e rispetto degli animali.
Quando parliamo di libertà, parliamo innanzitutto di libertà e autodeterminazione nell'agire, di inviolabilità dei corpi da qualsivoglia dominio e controllo istituzionale. Dal momento invece che l'industria della carne, del latte, delle uova, delle pelli, pellicce, del divertimento ecc. detengono un potere e dominio assoluto sulle esistenze degli animali, questo dominio non può essere affatto scalfito o alleggerito da misure protezioniste, giacché, al di là del metodo della schiavitù e sfruttamento, è la schiavitù e lo sfruttamento stesso che privano l'individuo della sua libertà ed esistenza; inoltre, sempre per il discorso semantico di cui sopra, si rassicura la collettività sul fatto che si possa continuare a fare come si è sempre fatto: allevare e mangiare animali, considerarli oggetti su cui lucrare sopra e via dicendo.