domenica 23 giugno 2019

L'abbraccio di due fratelli





Dalla pagina NOmattatoio.

Durante il presidio di sabato 22 giugno abbiamo incrociato questo piccolo camioncino diretto al mattatoio. 
Dentro c'erano due soli maiali, giovani, pulitissimi, con la coda intera, non tagliata. Da questi dettagli si capisce che non provenivano da un allevamento intensivo perché in questo tipo di allevamento gli individui stanno tutti ammassati in spazi ristretti e luridi che li porta a ferirsi tra di loro e persino a mettere in atto episodi di cannibalismo; questo è anche il motivo per cui gli viene tagliata la coda a pochissime ore dalla nascita, proprio per evitare che a causa dello stress possano staccarsela a morsi.

Uno dei due maiali stava con il muso appoggiato sul dorso dell'altro, come a sostenersi, a farsi coraggio. L'espressione è triste, rassegnata, densa di angoscia, ma non si sono lasciati nemmeno un attimo.

Non possiamo dire se sapessero già cosa li stesse aspettando, ma una cosa è certa: lo avrebbero scoperto a breve. Il mattatoio odora di sangue, di violenza, di morte. Nessun detersivo lava via quell'odore, e i maiali, come tanti animali, hanno un udito finissimo. Probabilmente uno dei due avrà assistito allo sgozzamento dell'altro.

Questo per dire che nessun tipo di allevamento, per quanto possa essere pulito, spazioso, curato, per quanto possa rispettare alcune norme (regole all'interno di un paradigma comunque specista e di oppressione e sfruttamento) può dirsi etico e rispettoso degli animali. 
Il fine di ogni allevamento è spedire individui al macello. Pochi mesi, giusto il tempo di raggiungere il peso richiesto dal mercato, e il camion viene a prenderli.

Dobbiamo stare attenti quando parliamo degli allevamenti. Concentrarci troppo sui maltrattamenti aggiuntivi, sulle sevizie, sulle modalità, sul mancato rispetto delle norme, dirige il messaggio fondamentale altrove, a discutere sulla quantità e qualità o meno di violenza; invece il nostro messaggio deve essere univoco, forte, compatto. Una sola voce: ogni allevamento è schiavitù, ogni allevamento è un'ingiustizia, ogni allevamento è un lungo corridoio della morte. Ogni allevamento è un contenitore della peggior forma di violenza, quella che priva della libertà e del diritto di essere soggetti della propria stessa vita.

Si abbracciavano, loro due, fino a che la morte violenta per mano del boia non li ha separati.

Vergogniamoci, come specie! Ma la vergogna non basta. Dobbiamo lottare e scendere in strada perché non hanno che noi. 

mercoledì 5 giugno 2019

When They see us


Vi consiglio vivamente questa miniserie tratta da una vicenda realmente accaduta. Vi farà piangere di rabbia e di commozione.

Siamo nel 1989 e una donna viene aggredita a Central Park mentre faceva jogging: picchiata e stuprata fino a essere ridotta in fin di vita, viene lasciata ai margini di un viale e trovata da altri joggers poche ore dopo, la sera stessa.
La polizia accorre sul posto e prende cinque adolescenti di Harlem del tutto estranei alla vicenda. Li trascina in tribunale, li sottopone a un interrogatorio pressante e violento per oltre 42 ore, da soli, senza un avvocato e senza i genitori, senza farli dormire, né mangiare (praticamente usando il metodo della tortura per costringerli a confessare qualcosa che non hanno fatto). Li intimidisce, li mette gli uni contro gli altri, li minaccia, li spaventa, infine gli elargisce la promessa di lasciarli tornare a casa se rilasceranno delle dichiarazioni. Lo fanno. Per ignoranza, per ingenuità, alcuni anche seguendo il consiglio di un genitore altrettanto ingenuo e perché comunque sono innocenti e non ancora abbastanza smaliziati da sapere come funzionano le cose a questo mondo, specialmente se sei nero e una commissaria di polizia insieme a una procuratrice arrivista e razzista hanno deciso che sei colpevole a prescindere.
Questa confessione estorta, montata in un video che evidenzia tante incongruenze, rilevate anche durante gli interrogatori di altri poliziotti presenti, sarà l'unica prova che lo stato di NY ha contro di loro. Nessuna traccia del loro DNA viene ritrovato addosso alla donna, né sangue, né altro. Ciononostante è sufficiente per condannarli. Perdono dai sei a oltre dieci anni della loro vita fino a che il vero stupratore non confessa, scagionandoli così da ogni accusa.

Il fatto è noto come "I cinque di Central Park" e divenne famoso poiché fu un caso emblematico di condanna di innocenti a sfondo razzista.

La serie racconta lo svolgimento dell'interrogatorio, il processo, gli anni trascorsi in carcere e infine la loro scarcerazione, seguendo i cinque ragazzi singolarmente. Perfettamente riuscita nell'obiettivo di andare oltre la mera narrazione dei fatti, riesce a far riflettere sulle implicazioni esistenziali e socio-politiche degli stessi.

This is America. Quella di Trump (allora non era ancora Presidente, ma già tuonava alla caccia al nero), quella razzista, quella che tortura cinque ragazzini pur di assicurarsi un colpevole.

La trovate su Netflix.

domenica 2 giugno 2019

Joy di Sudabeh Mortezai


Bellissimo film sulle ragazze nigeriane che vengono avviate alla prostituzione in Europa, o meglio, costrette a prostituirsi per ripagare il debito contratto con chi le ha fatte arrivare nel continente.

Al di là delle considerazioni ovvie, mi è piaciuto perché racconta bene la complessità del sistema patriarcale e perché riesce a essere un manifesto contro la prostituzione senza risultare ideologico. 
Nella terra d'origine, in Nigeria, le donne sono già considerate persone inferiori, oggetti sessuali, o comunque al servizio degli uomini. Le famiglie stesse le mandano in Europa a "lavorare nella strade" così che possano poi inviare soldi a casa. Donne sacrificabili per gli interessi della comunità e delle famiglie d'origine. Prima di partire devono fare un "giuramento", cioè, andare da una sorta di stregone, che loro chiamano "juju", che in un certo senso è colui che garantisce che alla fine estingueranno il debito perché se non lo faranno le loro famiglie saranno colpite dalla disgrazia. Qui è profondo il legame tra superstizione e collusione con gli interessi economici e lo sfruttamento delle donne. Ovviamente il fine è guadagnare sullo sfruttamento dei loro corpi, ma la superstizione è ciò che le intimidisce, che le costringe a obbedire a questo sistema dal quale non possono sottrarsi poiché interiorizzato nel profondo. 
L'adesione a un sistema si sorregge sempre anche su un certo timore reverenziale verso le tradizioni o qualcosa che si considera assoluto, immodificabile, metafisico. Il senso di colpa per non aver rispettato i patti le distruggerebbe.

Una volta arrivate in Europa devono restituire i soldi alle "maman", che sono il loro tramite, ossia donne più mature che hanno già estinto il proprio debito e che ora lavorano come intermediarie e si arricchiscono sulla pelle delle nuove arrivate, scegliendole e comprandole come se si fosse al mercato o spesso vendendole ad altre di altri paesi europei. Le maman obbligano le ragazze a lavorare per loro dietro ricatto di rimandarle indietro o di far male alle loro famiglie (ovviamente queste ragazze non hanno documenti, hanno paura di denunciare perché sanno che gli stati non gli garantirebbero il permesso di soggiorno, verrebbero rispedite indietro e una volta tornate sarebbero ripudiate dalla comunità per non aver tenuto fede al giuramento o colpevolizzate per le malattie dei loro cari o altro tipo di disgrazie), ma anche persuadendole che sia per il loro bene, per renderle ricche, insistendo sul fatto che una volta estinto il loro debito saranno libere. Anche le "maman" sono state donne prostituite in precedenza, ma una volta libere e dopo essere state tanti anni in prostituzione non vedono alternative percorribili se non continuare a restare nel sistema, seppure diventando essere stesse pappone. Non si tratta, banalmente, di donne sfruttatrici quanto gli uomini, pure se lo sono nei fatti, ma di vittime di una sistema arcaico patriarcale che non riescono a liberarsi dai condizionamenti profondi della cultura d'origine.

Aggiungiamoci il trauma delle violenze sessuali, lo svilimento totale del sé, l'impossibilità di pensare una via d'uscita.

Il titolo, Joy, è il nome della protagonista, vittima del business della prostituzione, ma ormai prossima all'estinzione del debito; le viene affidata una ragazza molto giovane, appena arrivata in Austria e a cui lei dovrà spiegare come funzionano le cose. Il film ci immerge nella violenza del sistema prostituente senza mostrarla direttamente. La mdp indugia sulle macchine lussuose dei clienti che scrutano la "merce" esposta sui marciapiedi gelidi della periferia austriaca, costruisce la tensione e il panico del salire in macchina di sconosciuti e del trovarsi in balia di uomini che potrebbero fare qualsiasi cosa. Come dice Rachel Moran, chi pensa che prostituirsi abbia a che fare con l'autodeterminazione e col sesso, evidentemente non si rende conto di quanto invece implichi la resa totale del proprio corpo, e quindi dell'incolumità dello stesso, che diventa, letteralmente, un pezzo di carne nelle mani di sconosciuti. 
La regista, Sudabeh Mortezai, è bravissima nel riuscire a comunicarci questo perenne senso di pericolo, di trauma ripetuto, giorno dopo giorno, cliente dopo cliente. 
Quasi tutte le donne in prostituzione, a prescindere che siano vittime di tratta o meno, che scelgano consapevolmente o meno, provano questo senso imminente continuo di pericolo e per tenerlo a bada iniziano a far uso di alcool e di droghe, fatto che poi le porta a dover prostituirsi ulteriormente per pagarsi queste sostanze, entrando così in un circolo senza fine.
Dice sempre la Moran, fino a che non entri nel sistema non è possibile immaginare cosa significhi veramente, né immaginare che quanto più la propria autostima e il senso del sé vengono distrutti - fatto che avviene spesso già dopo il primo cliente - tanto più ci si convince di non meritarsi altro e di non avere altre possibilità; difatti si parla di "sopravvissute al sistema" perché è un sistema che distrugge, che annichilisce, che consuma ora dopo ora e che lega a sé le vittime, come in una coazione a ripetere.

Questo è il patriarcato: un sistema che tanto più svilisce le donne, quanto più le convince a credere che vendersi, mercificarsi (spesso illudendosi che si tratti di una riappropriazione dei simboli maschilisti) sia l'unica strada percorribile per riscattarsi, anche se di fatto è come pensare di liberarsi dalla sabbie mobili restandone invece sempre più invischiate.

sabato 18 maggio 2019

Un caso emblematico di specismo

Dalla pagina NOmattatoio

Un caso emblematico di specismo è quanto è accaduto in una scuola elementare di Gioia Tauro: un gattino, "reo" di essersi introdotto all'interno dell'edificio, è stato ucciso a bastonate dal bidello.

Quello su cui ci preme soffermarci è anche la narrazione che ne è stata fatta dalle principali testate giornalistiche, e relativi commenti da parte di moltissime persone. A scandalizzare infatti non è stato tanto il fatto in sé, ritenuto quasi normale nella nostra società che attribuisce giudizi di valore in base all'appartenenza di specie, quanto che sia avvenuto davanti a dei bambini; in altre parole, non è tanto l'azione di efferata violenza su un individuo inerme che si denuncia, ma il possibile trauma che dei bambini potrebbero aver riportato. Rimane centrale l'interesse delle persone umane rispetto a quello di altri individui appartenenti ad altre specie.

Narrazioni simili avvengono continuamente, ossia si condanna la violenza sugli altri animali poiché non educativa, traumatica, o perché potrebbe fungere da palestra alle desensibilizzazione; argomentazioni validissime, ma ancora una volta sbilanciate verso gli interessi umani.

C'è inoltre un'ulteriore considerazione da fare: la notizia ha avuto una certa risonanza ed è stata battuta da tantissimi siti di informazioni poiché comunque la vittima appartiene alle cosiddette specie ritenute "d'affezione" verso cui abbiamo sviluppato un minimo di sensibilità e senso di familiarità. Se si fosse trattato di un serpente, un topo o un cinghiale o qualsiasi altro animale appartenente a specie ritenute - sempre in base a considerazioni di natura specista, ossia che tengono in considerazione esclusivamente i nostri interessi - dannose o pericolose, non se ne sarebbe nemmeno parlato. Difatti, siffatti episodi di violenza verso alcune specie avvengono quotidianamente, anche davanti ai bambini, ma nessuno ci fa caso, talmente sono normalizzati. Si uccidono insetti, si procede a derattizzazioni e simili, si scacciano individui in malo modo senza che tutto ciò costituisca un problema morale e senza che se ne percepisca la violenza.

L'episodio racchiude quindi una triplice valenza specista: a) si è ucciso un gatto e lo si è fatto poiché uccidere un animale non costituisce un problema morale particolarmente grave ed è considerato a livello giuridico un reato minore rispetto a quello di uccidere persone umane; b) se ne parla perché uccidere un gatto è ritenuto comunque leggermente più grave rispetto a uccidere uno scarafaggio, fatto che invece non avrebbe nemmeno costituito una notizia; c) se ne parla comunque sempre relativamente agli interessi degli umani, ossia considerandolo un fatto grave poiché avvenuto in presenza di bambini, il cui interesse e la cui tutela meritano attenzione in modo prioritario, persino rispetto al valore della vita stessa dell'animale, che così finisce per passare in secondo piano.

Ciò che dovremmo imparare a condannare e a delegittimare è la violenza sugli altri animali, tutti, in quanto tale e non soltanto perché dannosa o diseducativa per noi umani.

Per leggere la notizia: https://bit.ly/2WcYBvg

domenica 5 maggio 2019

What will people say


"What will people say" è un'opera potente e sconvolgente ispirata alle vicende realmente accadute alla regista Iram Haq, cresciuta a Oslo, di origini pakistane. 
La protagonista Nisha vive una doppia vita: fuori da casa è una ragazza che vive come i suoi coetanei norvegesi, studia, ha un ragazzo e amiche, va alle feste, si diverte, indossa abiti occidentali; dentro casa è costretta a osservare le tradizioni della cultura d'origine. Quando il padre la sorprende insieme al suo fidanzato viene sottoposta a una punizione esemplare: forzatamente condotta in Pakistan e abbandonata presso dei parenti in un paesino a 350 km dall'aeroporto.
In seguito a un tentativo di fuga non andato a buon fine il suo passaporto viene bruciato e Nisha è obbligata ad adeguarsi alle norme della cultura locale che impongono alle donne di vivere secondo i valori dell'Islam tradizionale.
Trova conforto nell'amicizia con il cugino che in poco tempo si trasforma in una storia d'amore tenera e ingenua; accusata di averlo sedotto e di un comportamento nuovamente disonorevole per la famiglia, viene riportata in Norvegia, dove sarà tenuta sotto stretto controllo dal padre, in un regime di semi-reclusione. Intervengono i servizi sociali per l'infanzia, a conoscenza di un'email che era riuscita a scrivere quando si trovava in Pakistan in cui dichiarava di essere stata rapita e di trovarsi in pericolo. 
La famiglia, resasi conto di trovarsi in una situazione difficile, la sottoporrà a nuove prove difficilissime.

Il film mantiene una tensione narrativa per tutta la durata e sottopone lo spettatore a diversi interrogativi e riflessioni. 
La costrizione e violenza cui viene sottoposta Nisha sono culturalmente accettate, normalizzate e si scontrano con il sistema di valori occidentali che, per quanto ancora patriarcali e maschilisti, purtuttavia consentono, a noi donne, ampi margini di libertà d'azione, ma, come ho detto tante volte, quando si parla di libertà di scelta e d'azione bisogna anche tener conto del contesto culturale entro cui ci formiamo e muoviamo, ragion per cui nemmeno noi donne occidentali possiamo dirci del tutto libere nel momento in cui veniamo letteralmente addestrate a pensarci in un certo modo. Certo, oggi non veniamo obbligate a matrimoni riparatori e combinati se solo veniamo scoperte a baciarci con un ragazzo, né veniamo allontanate e tenute recluse se non adempiamo agli obblighi della tradizione religiosa, ma i femminicidi sono all'ordine del giorno e veniamo derise, bulleggiate o addirittura allontanate dalla comunità sociale più ampia se non rispettiamo determinati canoni di comportamento ed estetici. 
Ciò che sconvolge di questo film quindi non è soltanto la vicenda raccontata, tanto più se si pensa che è ispirata appunto alla biografia della regista e che, come lei stessa ha dichiarato, fatti simili avvengono ancora oggi, ma anche il fatto che, in modo sottile, sappiamo che le differenze sono solo di grado.
Il filo comune conduttore tra due culture così diverse c'è ed il patriarcato. 
Nisha siamo noi. Lo sguardo incredulo, impotente e terrorizzato di fronte alle fiamme che bruciano il suo passaporto è probabilmente lo stesso di ogni donna che diviene oggetto di stalking e minacce e che si sente presa in una trappola da cui nemmeno le autorità, per lassismo e inadempienze delle leggi, possono salvarla. 
Il sentimento predominante durante la visione è appunto quello dell'impotenza. Ed è un'impotenza che di fronte alla prepotenza e violenza maschili tutte noi conosciamo bene. Ma sotterraneamente emerge anche dell'altro: il desiderio di lottare, la voglia di ribellarsi, l'urgenza a farlo, a rischiare la propria stessa vita, pur di cambiare le cose. Se non per se stesse, almeno per le generazioni successive. 
Nisha che guarda un'ultima volta la sorellina minore, sul finale, è un pensiero rivolto al domani. Un domani cui, si spera, anche il padre sarà pronto ad accogliere.

Il film è stato proiettato al Nordic Film Fest che si è tenuto a Roma dal 2 al 5 maggio (oggi ultimo giorno) e alla proiezione era presente la regista che ha risposto a diverse domande del pubblico. Le ho chiesto proprio questo, ossia se oggi la situazione fosse diversa, se le nuove generazioni delle comunità pakistane in Europa fossero più permissive nei confronti delle donne. Mi ha risposto che purtroppo non è così, casi come quello di Nisha avvengono ancora oggi. O ci si adegua alla cultura d'origine, o si va incontro a punizioni durissime che prevedono anche la morte, pure se, ovviamente, ciò dipende da famiglia a famiglia. 
Mi chiedo quale lavoro dovremmo e potremmo fare: sicuramente offrire a queste donne servizi di ascolto e di emergenza. Ma soprattutto lottare per distruggere la cultura patriarcale e le religioni propugnando il femminismo radicale e i valori laici.

domenica 14 aprile 2019

Servire corpi

L'argomentazione che usano spesso le persone pro prostituzione è quella in cui si fa presente che i clienti starebbero comprando niente di più di un servizio, un po' come chi va in lavanderia e paga per il servizio di avere i panni lavati e stirati da qualcun altro.
Ma chi paga le donne prostituite non compra un servizio, bensì le loro parti del corpo, i loro orifizi. 
Non pagano una donna perché gli prepari un caffè, ma la donna stessa diventa quella tazza di caffè servita.
Ad offrire veramente un servizio infatti è il pappone. Il pappone, nei paesi in cui la prostituzione è regolamentata, è un manager che possiede un locale, cioè un bordello, in cui vende della merce, cioè i corpi delle donne, ai clienti. 
Le donne sono merce sul menù.

La prostituzione è servire e servirsi di corpi. La donna è la merce.

sabato 13 aprile 2019

Cos'è lo specismo

Riprendendo il post di ieri, ci tenevo a chiarire alcuni punti.

Il tipo di trattamento che riserviamo agli altri animali è diverso in base alle specie e al tipo di utilità che pensiamo di trarne. Alcuni si sfruttano in modo diretto per trarne profitto: vengono utilizzati come macchine per produrre il latte, le uova, uccisi per essere usati come materia inerte (per la pelle, la pelliccia, il cuoio ecc.), fatti ingrassare per essere trasformati in salsicce, bistecche ecc., tenuti in vita nei laboratori per farci esperimenti; altri vengono schiavizzati e domati sempre per trarne profitto: è il caso di quelli nei circhi, negli zoomarine, e anche dei cavalli che trainano le botticelle o che vengono montati per le corse; altri ancora vengono uccisi per tradizione, è il caso della caccia e della pesca cosiddetta sportiva; altri vengono uccisi per un mix di profitto legato alla tradizione (la tradizione lo giustifica), è il caso della corrida, per esempio, o di altre "attività" cruente del genere (combattimento dei cani, per dirne una).
Poi ci sono altri animali che vengono mercificati per un duplice fine, è il caso degli animali cosiddetti da compagnia, cani, gatti, coniglietti, criceti ecc. Le persone li comprano per avere un animale da coccolare, gli allevatori ci guadagnano.

E poi ci sono i randagi, i selvatici, che vengono comunque discriminati, maltrattati, uccisi, cacciati, allontanati in vari modi.

Quello che voglio dire è che se il maiale viene ucciso per il profitto e quindi, secondo alcune teorie, sarebbe sufficiente cambiare sistema economico in cui le risorse fossero meglio distribuite (ma gli altri animali, se non si elimina lo specismo alla radice del pensiero, sempre risorse verrebbero considerati e badate bene che questo è un punto importante), altri vengono discriminati proprio perché ritenuti inferiori. 
Il bambino che prende a calci il piccione o i ragazzini (criminali!) che torturano il cane randagio per divertimento non stanno cercando un profitto di tipo economico. Lo fanno perché li considerano inferiori. E nemmeno percepiscono l'entità del loro crimine, forse.
Non si può non considerare lo specismo come un insieme di narrazioni e di produzioni culturali funzionali a giustificare tanto il profitto ricavato attraverso l'uso degli animali, che il diverso trattamento morale che gli riserviamo nelle diverse occasioni, quello per cui se investiamo un gatto lo lasciamo a crepare in mezzo alla strada.
Quando parlo di cultura o produzioni culturali intendo anche la politica, la filosofia, l'economia, l'arte, il cinema, la lingua, il diritto (le leggi), insomma tutto ciò entro cui nasce e si forma il pensiero e tutte le cose pratiche e materiali che produciamo. Inclusa la religione. Per dire, il creazionismo delle religioni monoteiste da cui ha preso avvio la gerarchia dei viventi ha dato una bella mano allo specismo, diciamo che ne ha costituito i presupposti perché lo specismo è soprattutto la distanza ontologica tra noi e gli altri animali. Se non ci fosse stato Cartesio (e un certo tipo di pensiero, il dualismo, che divideva la materia dal concetto di anima, anima che gli animali non avrebbero posseduto) a dire che gli animali sono macchine, probabilmente lo specismo sarebbe stato meno radicato. 
Per giustificare, legittimare, normalizzare tutto ciò che la nostra specie fa agli altri animali - o meglio, la relazione di dominio che instaura con loro - c'è bisogno della narrazione simbolica, ossia della gabbia metaforica che giustifica il loro sfruttamento.
Ora, per me l'antispecismo è una lotta precisa ed è una lotta multipla, pronta a colpire su diversi fronti, tutto questo qua. 
Nulla c'entra col marxismo e nemmeno con l'anarchia e tutto il resto. Così come il femminismo è lotta contro l'oppressione di un sesso sull'altro (sostenuta dalla cultura patriarcale), l'antispecismo è lotta contro l'oppressione di una specie sulle altre. Poi, che lo sfruttamento sia anche per il profitto, non posso negarlo. Ma è una motivazione che da sola non basta perché non c'è solo lo sfruttamento, ma anche la discriminazione, la distanza ontologica, la diversa considerazione morale. A sostenere il profitto c'è comunque tutta la narrazione dello specismo che ho sopra elencato molto sinteticamente (potrei perdere giorni a parlare dell'uso, simbolico e non, degli animali nell'arte attraverso i secoli, per dire, o nel cinema ecc. e sono argomenti che richiedono trattazioni a parte).

Concludendo: ci sono forme di sfruttamento che non dipendono dalla ricerca di profitto e che quindi non rientrano nel discorso della lotta di classe. Peraltro, equiparare gli operai agli animali che uccidono non mi pare giusto. La discriminazione non dipende dal profitto. Quando vado in colonia e mi bulleggiano perché do da mangiare ai gatti e dicono che i gatti fanno schifo, che portano sfiga, quella è cultura (bassa, superstizione, cultura popolare), non è lotta di classe. È teriofobia. Paura del diverso. È un discorso che va approfondito in tanti modi diversi, così come quello del carnismo. Attraverso la psicologia, l'antropologia ecc.
E i selvatici? Idem. Vediamo come sono proprio considerati inferiori, a prescindere dal fatto che li si sfrutti o no.