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venerdì 24 giugno 2016

Se il sindaco è donna

Dopo l'elezione a sindaco di Virginia Raggi, sui social si è aperto il dibattito sull'opportunità o meno di chiamarla sindaca.
Ovviamente, tutti a fare battute ironiche e a dare addosso alle donne che ne sostengono l'uso, con commenti che rivelano non solo quanto sia ancora radicato il pregiudizio sul femminile, ma soprattutto l'ignoranza della lingua italiana.

Facciamo un ripassino di grammatica:

sarto - sarta
segretario - segretaria
spazzino - spazzina
commesso - commessa
cuoco - cuoca

I sostantivi maschili che terminano in o, si possono accordare al femminile facendoli terminare in a.
Questo è comunemente accettato per le professioni sopracitate. 
Però, guarda caso, se la professione indica una posizione di prestigio, come nel caso di sindaco, ecco che improvvisamente la cosa diventa risibile e si pretende di liquidare l'intera questione facendola passare per una quisquilia legata alla sola forma.
Ora, qui avrei da fare due osservazioni: innanzitutto la dicotomia forma e contenuto è un banale luogo comune. La forma esprime sempre il contenuto e ogni contenuto necessità di una sua specifica forma che lo rappresenti. 
Vale per tutto. Per l'arte e per ogni forma espressiva, linguaggio compreso.
Poi, il linguaggio e lingua non sono mai avulsi dal contesto culturale che li ha generati, anzi, ne rappresentano limiti ed evoluzioni e contribuiscono sempre a plasmare, non già la realtà nuda e cruda, ma l'interpretazione che diamo di essa e la percezione che ne abbiamo.
Studiando la storia della nostra lingua, come di qualsiasi altra, possiamo ripercorrere anche la nostra storia politica e sociale. Ad esempio durante il fascismo ci fu l'epurazione di tutti i termini stranieri e persino romanzi di cui sarebbe stato opportuno lasciare il titolo originale per non perderne valore letterario, venivano obbligatoriamente tradotti. In questo caso il linguaggio esprimeva la situazione politico-sociale dell'epoca.
Il fatto che non esista il femminile di molte professioni non è perché non esista grammaticalmente e quindi linguisticamente la possibilità di accordarlo, ma perché non se n'era mai sentita la necessità prima d'ora visto che per secoli le donne non avevano avuto accesso a determinate professioni e questo la dice lunga sul trattamento subalterno che per secoli abbiamo subito.
Per fortuna le società e culture si evolvono e con esse lingua e linguaggio.
Quindi, la questione non è banale, non è irrisoria e se riguarda solo la forma, la riguarda nella misura in cui la forma veicola sempre un preciso contenuto.

E per favore, non venitemi a fare il paragone con astronauta perché astronauta è un sostantivo sia maschile che femmine, quindi non esiste nessuna regola che dice che debba avere il maschile declinato in o.

P.S.: nella nostra lingua non esiste il neutro. Ora, siamo tutti d'accordo che maschile e femminile, per quanto riguarda le identità, al di là degli attributi sessuali, siano soprattutto costruzioni e invenzioni culturali. Quindi troverei giusto inventare una lettera che non limiti al solo maschile e femminile così di fatto escludendo quegli individui che non si riconoscono in questi due generi o che abbiano un'identità labile che le attraversi entrambi. Esiste già, in verità, ed è l'asterisco, però personalmente non lo adotto mai perché trovo che sia difficile da pronunciare. Se può andar bene per un testo scritto, non può esserlo altrettanto quando si parla o quando si deve leggere.

lunedì 20 giugno 2016

Tutto cambia, affinché nulla cambi: una risposta al riduzionismo


Immaginate di trovarvi nel periodo in cui negli Stati Uniti si combatteva per la fine della schiavitù delle persone africane o afroamericane e di leggere dai presunti sostenitori dell’abolizionismo comunicati come: “chiediamo che vengano applicate agli schiavi migliori condizioni di vita e che si smetta di frustarli qualora non eseguano gli ordini comminati dal padrone”.
Poniamo che la parte definita radicale, o anche estremista a seconda dei casi, contestasse questa richiesta in quanto definita affatto in linea con gli ideali abolizionisti e comunque conservativa di uno status quo in cui gli schiavi non cesserebbero di essere schiavi, ma solo venissero trattati un po’ meglio. 
E mettiamo che la parte richiedente tale richiesta rispondesse che si tratterebbe di una mera richiesta strategica in quanto al momento solo pochissimi cittadini statunitensi acconsentirebbero all’abolizione della schiavitù – e certamente non quelli che hanno interessi economici nel mantenerla – ma magari sarebbero concordi nel migliorarne le condizioni.

Penso che tutto ciò ci sembrerebbe assurdo, dico bene? Difatti nessun abolizionista all’epoca si sarebbe mai sognato di pensare a compromessi strategici o di negoziare con gli schiavisti in questo senso.

Se una pratica viene riconosciuta come ingiusta, non si può che chiederne la fine e non la sua riduzione, nemmeno per fini strategici.

Eppure oggi nel movimento per la liberazione animale ci sentiamo ancora in soggezione a fare richieste radicali col timore di venire tacciati di estremismo. Siamo l’unico movimento che accetta di buon grado compromessi. E certo: tanto mica li paghiamo con la nostra pelle! Tanto mica ci stiamo noi dentro i camion diretti al mattatoio!

Ho come l’impressione che la tanto decantata strategia dei piccoli passi (attenzione! In alcuni casi la sostengo anche io, ma qui intendo trattare la sola questione del riduzionismo) e quindi l’invito a consumare meno carne, nasconda in realtà un’accondiscendenza al sistema non ancora risolta nemmeno da noi attivisti. O meglio, quella che la psicologa statunitense Melanie Joy definisce: reazione del sistema di secondo grado. In pratica, sostiene la Joy, abbiamo introiettato così tanto la cultura carnista da manifestare resistenza anche quando siamo apparentemente convinti di volere in tutto e per tutto la fine dello sfruttamento degli animali.
Purtroppo nessun individuo è una monade isolata, ma la percezione che ha di sé stesso e le proprie idee, persino quelle che appaiono come le più consolidate, risentono sempre della cultura in cui è immerso e delle persone cui si relaziona, in particolare degli scambi con le persone che lo circondano. Le pressioni sociali riguardo il veganismo sono tantissime e non tutti riescono poi, nei fatti, a mantenere salde le proprie convinzioni quando si tratta di comunicare. Spesso ci si mostra accondiscendenti nei confronti degli amici e parenti che ancora mangiano animali e derivati per non scatenare conflitti, perché non sempre si ha voglia di argomentare e inscenare dibattiti a tavola o in altri contesti e più spesso perché si pensa che sia meglio non rischiare di apparire estremisti in quanto la causa ne risulterebbe danneggiata. Senza accorgerci di farlo, così talvolta diluiamo le nostre istanze in nome di questa presunta strategia, illudendoci di ingannare il sistema, ma in realtà rafforzando in noi le convinzioni inconsce a sostegno del carnismo. 
Ma chi lo dice che questa diluizione delle istanze poi funzioni davvero strategicamente? La storia dei vari movimenti di liberazione riguardanti gli umani, ha dimostrato il contrario. E se alcune lotte hanno visto l'avvicendarsi di risultati graduali, non è stato certo per richieste diluite o poco chiare, ma solo perché il sistema e le istituzioni le hanno concesse gradualmente. 
Se già noi partiamo in uno stato di soggezione, come possiamo pensare di essere credibili?
Ora, sia chiaro, se nel confronto con il singolo che mostra sincero desiderio di distaccarsi dal carnismo, ma che esprime difficoltà nel diventare vegano dal giorno alla notte, posso considerare l’utilità di un invito a ridurne per l’intanto il consumo, ritengo invece estremamente dannoso se venisse proposto come step tra i principi fondanti una o tal’altra associazione che dichiari di lavorare per la liberazione animale. 
Cioè, detto in altre parole, un conto è se tizio mentre parla con l’amico che intende comunque diventare vegano, ma al momento lo trova difficile, lo invita a intraprendere un percorso graduale che passi dalla riduzione, all’eliminazione della carne e pesce, infine dei derivati; un altro è se un gruppo, un attivista, un’associazione, suggeriscono il riduzionismo nel proprio programma (che non sarebbe nulla di diverso dal consumo sostenibile che propongono associazioni come Greenpeace o altre o del welfarismo di altre come Compassion in World Farming).

L’obiezione che così facendo – cioè, se, poniamo diecimila persona anziché mangiare carne tutti i giorni, ne riducessero il consumo a una sola volta – si arriverebbe a una notevole riduzione della sofferenza animale perché verrebbero intanto risparmiate migliaia di vite – rispondo che allora sarebbe opportuno chiarire gli obiettivi che si intende perseguire e che forse non ci si potrebbe più definire un’associazione per i diritti animali, ma per la riduzione della sofferenza. 
Nulla cambierebbe infatti per tutti quegli altri individui che, seppure in numero minore, continuerebbero a venire allevati e poi uccisi, considerati cose e non già soggetti da rispettare e con cui relazionarsi poiché è implicito nel concetto stesso del riduzionismo la conferma della loro riduzione (mi si perdoni il gioco di parole) a oggetti. 

Lo stesso dicasi per l’uso degli argomenti indiretti di cui ho parlato qui, i quali, in sostanza, danno l’impressione di raggiungere strategicamente migliori risultati e più in fretta, ma in sostanza lasciando immutato il paradigma della riduzione degli altri animali a oggetti di cui disporre a piacimento o macchine per produrre qualcosa.
Credo che, riguardo le strategie, la domanda che non dovremmo smettere di porci è:  può aiutare o meno a scardinare il concetto che gli altri animali siano cose? Può aiutare o meno a scalfire il dominio, l’antropocentrismo, lo sfruttamento e la violazione dei corpi altrui? Se la risposta sarà negativa temo che darebbe l'illusione di cambiare tutto, affinché in sostanza nulla cambi, per dirla con le parole di Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne Il gattopardo (che è esattamente ciò che il sistema conservativo vuole), lasciando sostanzialmente immutata la considerazione che abbiamo degli altri animali.
Anche l’obiezione che si tratterebbe di un passaggio e che poi da lì le persone potrebbero comunque in futuro arrivare a capire che gli animali meritino di essere rispettati per loro stessi e a prescindere da tutto, non ha senso in quanto nessuno ci garantisce che ciò avverrà; anzi, è probabile che continuando a rafforzare il paradigma antropocentrico e della riduzione dell’altro animale a oggetto – da consumare poco, ma comunque da consumare – si vada nella direzione opposta a quella in cui pretendiamo di andare. 

Ho un’ultima osservazione: e se su quei camion che vanno al mattatoio ci fossero i nostri animali cosiddetti d’affezione (cani, gatti) o persone umane, magari i nostri parenti, amici, vicini di casa ecc., avrebbe senso parlare di compromessi o di strategie riduzionistiche del loro consumo (ma non della loro considerazione e riduzione a oggetti)? 

Credo che noi tutti dovremmo avere il coraggio di ammettere di essere ancora specisti, inconsciamente ancora vittime della cultura carnista e per nulla ancora disposti a barattare la nostra libertà e i nostri privilegi di specie per liberare davvero gli altri animali; il punto, lo dice il termine stesso, è che in fondo si tratta ancora di “altri” e non è in gioco la nostra stessa pelle. 

Tutti diciamo romanticamente che daremmo volentieri la nostra vita per salvare gli altri animali, ma non è davvero così perché altrimenti, anche se in pochi, anche se scoordinati, anche se da soli, metteremmo in gioco le nostre esistenze in tutto e per tutto. 

Non siamo preparati, non siamo pronti.

Siamo un movimento che a parole dice di voler lottare per la liberazione animale, ma nei fatti continua a subire la reazioni di secondo grado del sistema carnista.

Cerchiamo di essere almeno consapevoli del punto in cui siamo. Ammettiamo di non essere pronti. Onestà intellettuale prima di tutto perché è a partire dai nostri limiti e da cosa siamo oggi disposti a fare e non fare che potremo crescere come movimento e mettere a punto strategie davvero efficaci anche a lungo termine.
Altrimenti ammettiamo di non crederci: di non credere alla possibilità che mai avverrà la liberazione animale totale e che quindi tutto quello che possiamo fare è impegnarci su come ridurre la sofferenza. 
Può essere un'idea, ma abbiamo il coraggio di dichiararlo fuori dai denti. 
E anche qui, incentrare il nocciolo della questione animale sul solo discorso della sofferenza non paga.
Portereste mai avanti la questione contro la pena di morte o contro la schiavitù ricorrendo all'argomentazione che gli esseri umani soffrono e non che la vita sia un diritto inalienabile?


venerdì 17 giugno 2016

Squarci di buio dal futuro: benvenuto homo insipiens!


Negli ultimi anni si è verificato un aumento esponenziale dell'analfabetismo cognitivo. 
Le persone che ne sono affette sanno leggere e scrivere, ma non sanno interpretare la realtà e i suoi significati (fare associazioni, cogliere analogie, rimandi, comprendere metafore, simboli), tanto meno mettere in relazione il dato contingente con la complessità del tutto. Ragionano, per farla breve, in termini binari: bianco e nero, buono e cattivo, bello e brutto; problema=soluzione anche quando il problema è composto da una moltitudine di cause concatenate che di conseguenza richiederebbero un’analisi e un approccio multidisciplinare e multifocale (vedasi questione dell’immigrazione e dello sfruttamento degli animali).
La cosa grave è che tutti ormai sanno usare i social, anzi, tutti ne fanno un grandissimo uso, soprattutto i giovani e, anche se in un linguaggio approssimativo, esprimono opinioni e diffondono informazioni parziali, errate, confusionarie, così inquinando la rete e creando una sorta di falsa enciclopedia del sapere. 
Si va dalle teorie complottiste più ardite (la terra è piatta, è cava, le scie chimiche, l'America non esiste, il rapimento alieno, i gatti vengono da Sirio, il presidente degli Stati Uniti è un lucertolone alto due metri,  limone e bicarbonato panacea per tutti i mali, con gli asparagi ci curi il cancro, mio figlio è un bambino indaco e via dicendo), fino alla diffusione di luoghi comuni, stereotipi e leggende urbane o alla semplice notizia infondata su cui si costruiscono casi, si fanno ipotesi, congetture. 
Ora, si dà il caso inoltre che la parte del cervello deputata all’elaborazione delle informazioni e dei pensieri lavori in maniera più lenta rispetto a quella capace di accogliere input; di conseguenza, a tutta queste mole di informazioni che si riceve, non segue un’attenta valutazione e analisi e il cervello finisce per archiviare magari cose importanti e per disperdere la sua attenzione in sciocchezze. 
Si finisce così per scambiare l'informazione - quisquilie, falsi problematiche, casi inesistenti -  per conoscenza.
Ci si sente tutti preparati e in diritto di esprimere opinione su qualsivoglia argomento, anche senza la seppur minima cognizione di base, contribuendo al diffondersi di ignoranza ed errori epistemologici. 
Fateci caso, più le persone sono impreparate, più si sentono dei geni in grado di dirti cosa devi o non devi fare. Si ripetono a memoria concetti espressi da altri senza avermi realmente compresi. A un ego ipertrofico corrisponde una totale cecità sul mondo e sugli altri. 
Tutti in cerca di un like e di approvazione per avere conferma delle proprie opinioni da ciò scaturendo un'alterazione del sé e un aumento spropositato della propria autostima che non fa che rafforzare i propri errori e la propria ignoranza. 
Si legge fermandosi ai titoli, si scorrono articoli con lo sguardo, ma senza leggerli o comprenderli davvero, si condivide qualsiasi cosa, dalla informazione sul proprio stato emotivo a quante volte si è andati in bagno (come se ciò importasse a qualcuno).

Tutti capaci di maneggiare gli oggetti tecnologici, ma non sappiamo più comprendere la realtà e le sue sfumature, né interpretare adeguatamente ciò che ci scorre davanti agli occhi e che incontriamo nel vivere quotidiano, che sia un articolo di giornale, un film o un’esperienza reale. 
Da tutto ciò ne consegue un perenne senso di vuoto e frustrazione che viene momentaneamente soddisfatto dagli acquisti o da altro che possa dare l’illusione di alleviarlo. La frequentazione ossessiva dei social è un sintomo.

C'è inoltre un altro fatto allarmante. Lo stare sempre connessi ci sottopone a uno stress mentale non indifferente. Si cerca di avere tutto sotto controllo e si viene contemporaneamente sobillati da tremila richieste. Fai questo e subito!
La mente non ce la fa e alla lunga finisce per diventare apatica.
Siamo tutti maniaci-compulsivi e bipolari, passando dall'apatia più totale a un ingrandimento della percezione del sé che ci illude di star facendo chissà cosa. 

Senza rendercene conto diventiamo così ancora più manipolabili e predisposti a seguire le idee strampalate che guru di turno che sol promette quel briciolo di soddisfacimento in più nella ricerca della tanto agognata felicità.

Io vedo attorno a me ormai automi con lo sguardo incollato agli smartphone totalmente inconsapevoli delle dinamiche in cui sono immersi. 

Per chi ancora riesce a fare un uso decente dei neuroni, si prospetta una condizione di solitudine esistenziale sempre più atroce. Costretti a scontrarsi nel quotidiano con una massa di persone sempre più incapaci di ragionare, questi pochi sono gli unici vedenti rimasti in una massa di ciechi che brancolano nel buio (vi ricordate il bellissimo Cecità di Saramago?). Parlano, ma non possono essere uditi o compresi (come gli animali non umani); urlano e si disperano, ma vengono derisi. 
Anche l'ultimo umano ragionante sarà destinato prima o poi a soccombere. Se non fisicamente, almeno socialmente.

Regrediti a livello intellettivo, ma capaci di usare le tecnologie più sofisticate. Insomma, questo siamo: burattini immersi nella peggiore distopia che si potesse immaginare. 

Non ci resta quindi che dare il benvenuto a questa nuova specie di primate che prenderà presto il posto del vecchio homo sapiens (per quanto di sapiens, non avesse proprio nulla).

martedì 14 giugno 2016

Perché non fermiamo i camion?

Foto dal 17° presidio NOmattatoio a Roma

Ogni tanto leggo qualche commento in cui persone che evidentemente usano poco la testa ci chiedono come mai non fermiamo i camion diretti al mattatoio e liberiamo gli individui che sono all'interno.
Gli individui all'interno sono registrati già dalla asl e quindi facilmente rintracciabili nel caso venissero liberati ("sequestrati" per la legge) e successivamente abbattuti; d'altra parte, un "sequestro" di animali di tali dimensioni, a meno che non sia fatto dagli istituti o associazioni competenti per motivi specifici, mi pare altamente improbabile se messo in atto da singoli attivisti che non potrebbero portarsi a casa gli animali, darli semplicemente in adozione di nascosto come se si trattasse di cani, gatti o topini o scaricarli nei rifugi come se ci fosse spazio e possibilità di curarli e mantenerli senza alcun problema. Chi fa una liberazione, deve assumersi la piena responsabilità degli individui che libera, altrimenti è troppo facile sentirsi l'alf di turno e poi scaricare ad altri la gestione delle cure degli animali salvati, gestione spesso difficoltosa perché appunto non si tratta certo di cagnolini. O forse costoro pensano che si potrebbero semplicemente "liberare" in mezzo alla strada? Su una strada ad altissima densità di auto?
Fermare un camion significherebbe solo prolungare l'attesa degli animali che finirebbero comunque al macello; se anche ci incatenassimo al mattatoio, arriverebbe la polizia dopo due minuti e ci porterebbe via.
Mostra molta ingenuità anche chi pensa che si otterrebbe una rilevanza mediatica perché nessun grosso quotidiano avrebbe interesse nel dare risalto alla notizia e ci dedicherebbero al massimo un breve trafiletto. 

Non c’è consenso pubblico, non c’è quello mediatico, non c’è possibilità alcuna di mettere in salvo quegli individui. A che pro compiere un’azione del genere?

Mi domando perché certe persone, anziché dire cosa secondo loro andrebbe fatto , dalla tastiera di un pc, il tutto restando comodamente seduti a casa (un po' come quelli che dal divano di casa pretendono di dire a un giocatore come dovrebbe passare la palla, passatemi la metafora calcistica), non si uniscano invece, materialmente, con i loro corpi, ai presidi di contestazione davanti ai mattatoi, aiutandoci a formare una massa compatta e di maggiori dimensioni grazie a cui, in futuro, poter anche progettare azioni specifiche di rilevanza più significativa.
Sia chiaro, il punto di questa mia riflessione non riguarda certo l'illegalità dell'azione stessa - sono infatti favorevole alla liberazione diretta come forma di disobbedienza civile - ma la gestione successiva degli individui liberati e soprattutto la possibilità stessa che un'azione del genere possa andare a buon fine nel contesto di cui sopra (parliamo di tir a quattro piani che come minimo trasportano duecento individui, se non di più).

sabato 11 giugno 2016

Perché l'antispecismo è libertario


Pubblico nuovamente questo mio articolo, scritto per il sito dei Radicali Anarchici, in cui spiego perché l'antispecismo, lungi dall'essere un principio moralistico, contempla l'ideale libertario più di qualsiasi altra teoria.
Qualsiasi visione di critica sociale che non sia anche antispecista è per forza limitata e quindi fallimentare perché non vi include il rispetto dei corpi altrui.

**** 

Credo che tutti concordiamo sul fatto che la violazione dei corpi altrui costituisca sempre un esercizio arbitrario di potere e dominio e una negazione della libertà. Eppure questo assioma viene a cadere quando parliamo degli animali non umani. Tenendo a mente la metafora del grattacielo di Horkheimer della struttura verticistica e gerarchica del potere che trae la sua linfa dallo sfruttamento del vivente – non dimenticando che esso è anche trasversale e orizzontale – ci è possibile affacciarci per un attimo “sull’indescrivibile, inimmaginabile sofferenza degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali.”.

La questione è senza dubbio sociale e politica, eppure nessuno sembra disposto ad ammettere la propria responsabilità nel mantenimento di questa struttura; peggio ancora, nessuno è capace di riconoscere che lo sfruttamento degli animali sia ideologico e non “naturale, normale, necessario” come la cultura in cui nasciamo ci fa credere.

Continua qui.

giovedì 9 giugno 2016

La pericolosità di una società folle che produce individui dissociati


In occasione della presentazione della campagna NOmattatoio a Parma Etica, ho avuto il piacere di conoscere il Prof. Maurizio Corsini, psichiatra, psicoanalista e presidente dell’associazione Diritti degli Animali. Ha introdotto e commentato la nostra conferenza, poi partecipato con interventi molto interessanti al dibattito che ne è seguito (il video integrale si può vedere sulla pagina NOmattatoio). 
Mi ha colpito molto una sua affermazione riguardo la sofferenza degli animali con cui noi attivisti siamo costantemente a contatto (anche solo con il pensiero; più spesso per la capacità che abbiamo acquisito di vedere la realtà oltre le lenti del carnismo e dello specismo e quindi nelle sue varie e molteplici manifestazioni di dominio e violenza sugli altri animali) e che si traduce in sofferenza anche nostra personale. L’empatia è infatti quel processo che ci permette di immedesimarci nel dolore altrui facendoci immedesimare nella condizione e stato fisico e psicologico dell'altro, dopo averlo riconosciuto come individuo a prescindere dalla specie o etnia di appartenenza. Questo attributo, l’empatia, è fondamentale per relazionarsi in maniera sana con gli altri, altrimenti si rimane chiusi nel proprio mondo egotico in cui si continua a credere che tutto ciò che ci circonda esista per soddisfare i nostri capricci (mondo del bambino nella prima fase della sua vita, infatti). 
Purtroppo nella società del dominio e sopraffazione dell’altro per interessi economici ci fa comodo negare agli altri (che siano animali non umani o umani appartenenti a diverse etnie) la nostra stessa capacità di sentire il dolore o di esperire la realtà in maniera altrettanto ricca e complessa: passaggio che apre la strada a ogni tipo di barbarie e che legittima abusi, sfruttamento e uccisioni di massa. 
Vivere senza empatia è fondamentalmente pericoloso perché impedisce proprio di riconoscere l’altro come individuo e conduce a una desensibilizzazione progressiva che può partire sì dalla negazione degli altri animali in quanto individui in grado di soffrire, ma può arrivare anche a legittimare la violenza sui nostri stessi simili umani.
Certo, essere sani dal punto di vista dell’empatia, ossia essere persone integre dal punto di cognitivo (ed è patologico lo stato dissociato, al contrario di cosa sostengono coloro che ci tacciano di essere patosensibili) ci crea enorme disagio e dolore, diceva il professore, ma è sempre meglio che avere una mente dissociata che non è in grado di ricondurre le informazioni al soggetto che ci troviamo di fronte nella sua integrità, per cui, come scrive anche Annamaria Manzoni nel suo Abbiamo un sogno, da una parte si indica al bambino l’animale carino che si vede in un prato, dall’altra gli si offre il prosciutto nel piatto (con tutte le implicazioni e associazioni affettive che ne derivano) senza che questo – il risultato finale di una catena di sfruttamento e smontaggio – risulti più riconducibile all’individuo vivo che è stato. Del resto è quel che fa il sociopatico, ossia scinde le persone in strumenti utili al suo soddisfacimento, le reifica, le considera oggetti, non individui. Ed è ciò che la nostra società fa nei confronti degli altri animali. In poche parole, viviamo in una società sociopatica in cui la dissociazione cognitiva conduce alla negazione della realtà per come effettivamente si dispiega davanti ai nostri occhi, per poi adattarla, ossia trasformarla nella propria personalissima visione (che è quella sostenuta dalla società del dominio) al fine di giustificare quello che vien fatto passare come normale, ossia la violenza istituzionalizzata nei confronti degli animali. Sempre la Manzoni, come anche il Prof. Corsini, mettono in guardia dai pericoli di una mente così dissociata e frantumata (ammalatasi a causa della società in cui siamo cresciuti), in quanto chi non è capace di riconoscere la violenza che è alla base dell’industria della carne e sottesa a quella che Melanie Joy chiama l’ideologia carnista, facilmente sarà una persona incapace di riconoscere la violenza in generale o quanto meno sarà più incline a un processo di desensibilizzazione graduale. E infatti, ancora Annamaria Manzoni, in un altro suo libro dal titolo Sulla Cattiva strada, mette in guardia dal legame che c’è tra violenza sugli animali e violenza sulle persone.
Il fatto è che distinguere tra una violenza cosiddetta necessaria, che è ciò che fa chi sostiene l’industria della carne, quindi gli allevamenti (che sono sempre una forma di dominio sui corpi altrui) e i mattatoi e una violenza da condannare (quella sui membri appartenenti alla nostra stessa specie) porta a delle conseguenze davvero gravi perché una società in cui si permette il perpetrarsi di forme di violenza legittimate e istituzionalizzate, rimane comunque una società con delle sacche di violenza che finiscono per contaminare la società stessa. Quando si agisce la violenza, in qualsiasi forma, che sia legalizzata o meno, come si fa a capire dove sia il limite? Se è consentito sventrare un vitello, perché non anche prenderlo a calci? E perché non un cane? E perché allora non anche un bambino o una donna? E infatti tutte le forme di violenza cosiddette aggiuntive che vediamo avvenire all'interno di allevamenti e mattatoi, in realtà sono la norma perché e proprio perché è difficile aprire un rubinetto e poi decidere quando chiuderlo.
Non è possibile permettere di prendere a calci, sgozzare e fare a pezzi individui senzienti oppure torturarli per la ricerca medica – seppure in ambienti specifici – e pensare che la violenza di queste pratiche non abbia poi delle ripercussioni sul tessuto sociale stesso e sugli individui che ne fanno parte. 
Un macellaio che per anni e per tutto il giorno è costretto a stare in mezzo al sangue che scorre e a maneggiare coltelli e quant’altro, non può che essere progressivamente desensibilizzato o comunque subirà un processo di rimozione e adattamento della psiche per poter continuare a svolgere il suo lavoro, convincendosi che chi ha tra le mani non sia un individuo capace di sentire, che quelle urla non siano davvero urla, ma solo stridii meccanici (come sosteneva il buon Cartesio) e che, tutto sommato, non ci sia nulla di male nel suo lavoro, essendo oltretutto legalizzato. 
La stessa tesi della violenza dilagante di colui che la percepisce come normale all’interno di un dato contesto è sostenuta nel romanzo della scrittrice argentina Ana Paula Maia, dal titolo Di Uomini e Bestie. Qui il protagonista, che è un macellaio, almeno è consapevole di uccidere individui senzienti e non cerca un'autoassoluzione sociale. Purtuttavia, non esita a uccidere, con la stessa metodica precisione e velocità, un suo collega di lavoro. In fondo, perché mai chi taglia una gola per mille volte al giorno non dovrebbe far suo quel gesto di estrema violenza e non dovrebbe essere pronto a ripeterlo, quasi automaticamente, all’occorrenza?
Attenzione, non sto dicendo che tutti i macellai siano degli assassini di umani in potenza (di animali non umani lo sono senz’altro!); il più delle volte si tratta di persone poverissime che provengono da altri paesi e che accettano quel tipo di lavoro perché altrimenti sarebbero rimandati indietro e che nemmeno si rendono conto di esser parte di un ingranaggio sociale che, seppure su diversi lavelli, stritola anche loro stessi e li piega al giogo del dominio sui più deboli. 
Sto dicendo che una società che consente pratiche di violenza inenarrabili è una società malata e che da un corpo malato non possono che generarsi atti e pensieri malati. 
Quindi, come ho già sostenuto tante altre volte, la questione dello sfruttamento sugli animali è un problema gravissimo che non riguarda solo noi cosiddetti animalisti, ma la società nel suo complesso. 

Ci lamentiamo dell’indifferenza che avvelena le nostre esistenze, ci scandalizziamo se una persona chiede aiuto per strada perché sta per essere uccisa e nessuno si ferma, ma non riflettiamo mai abbastanza sulle pratiche di violenza normalizzata – e per questo ancor più subdola – che accettiamo senza farci due domande e siamo subito pronti a tacciare per pato-sensibili gli animalisti. 
Non è una questione di preferire gli animali non umani agli umani, ma di risvegliare in noi quell’attributo importantissimo che è l’empatia e che ci permette di non voltarci dall’altra parte di fronte a ogni tipo di abuso e violenza sul vivente, a prescindere se abbia due zampe o due ali o delle pinne.
E, come ha detto il Professor Corsini, non siamo noi a essere patosensibili, è il resto della società a essere folle. 
Come altrimenti chiamare la pratica di condannare alla schiavitù e morte prematura miliardi di individui – dopo una non-vita infernale – quando non è necessario? Follia. Una follia da cui, per fortuna, si può guarire. 
Come? Beh, intando smettendo di considerare il problema della violenza sugli altri animali come un qualcosa che riguardi solo noi attivisti, ma riconoscerlo come un enorme problema di ingiustizia sociale. 

mercoledì 8 giugno 2016

Masse

(foto del corteo parigino di sabato 4 giugno 2016 per chiedere la chiusura di tutti i mattatoi)

Avete presente quel curioso fenomeno sociale per cui più un locale è pieno e c'è fila fuori e più la gente vuole andarci perché pensa "eh, se c'è così tanta gente dev'essere un posto figo"? Lo stesso accade ai banchetti animalisti per la raccolta firme di qualche petizione: ci sono momenti in cui non c'è nessuno e altri in cui basta che si fermino una o due persone per formare la fila.
Lo stesso accade ai cortei, manifestazioni, presidi, anche nei confronti di chi ci guarda dall'esterno. 
Più siamo e più diamo l'impressione che si stia partecipando a qualcosa di importante, qualcosa cui bisogna per forza quanto meno interessarsi e così le persone si avvicinano e chiedono.
Questo è valido non solo sul momento, ma anche come strategia per rendere la nostra lotta più accettata a livello sociale.
Anni fa la gente ci prendeva per matti e ci liquidava come "pazzi estremisti", ma poiché il pensiero di molti si forma su quello che fa la maggioranza, se a fare attivismo saremo sempre di più e formeremo masse trascinanti di persone, allora è probabile che la percezione del nostro movimento dall'esterno cambi nettamente.
Consenso sociale è la parola chiave e si basa sui numeri.
La persone penseranno: se così tanti si stanno occupando dei diritti degli animali e addirittura si scomodano a scendere in piazza, allora è davvero una cosa importante.
La massa segue, non pensa, non sceglie.
Noi dobbiamo trovare il modo per aumentare di numero così da dare almeno l'impressione di essere in crescita.
Avete visto il film "Selma - La strada per la libertà"? Alle prime marce erano in pochi, ma quando i media hanno ripreso gruppi sempre più numerosi di persone, allora tutti si sono uniti, non solo afroamericani, ma tutti quanti.