sabato 18 febbraio 2017

Come Tom Regan mi ha cambiato la vita


Nel 2008 ho letto i I diritti animali (The case for Animal Rights) di Tom Regan. Alla fine del libro mi decisi a diventare vegetariana. Lui mi aveva fatto capire che non avevo più scuse per continuare a giustificare lo sfruttamento degli altri animali. Con argomentazioni logiche, razionali, analitiche mi aveva convinta che tutto quello che avevo sempre pensato riguardo al mangiar carne fosse solo un pregiudizio, una maniera di pensare radicata e antica che però non ha mai davvero avuto solide base argomentative. 
Tutto il mondo in cui avevo creduto fino a quel momento crollò come un castello di carte. Mi misi seriamente in discussione e da lì iniziai un percorso che mi ha portata dove sono oggi, a fare dell'attivismo per la liberazione animale il centro della mia esistenza. 
Qualche anno dopo, forse solo un anno dopo, ebbi l'opportunità di incontrarlo durante una serata organizzata dalla Lav. L'occasione era quella della presentazione del suo nuovo libro, Gabbie Vuote e, se non ricordo male, della presentazione della Lav del progetto Cambiamenù per divulgare il veganismo.
Mi aspettavo un filosofo austero, magari poco confidenziale. E invece mi trovai davanti un uomo gentilissimo, umile, sorridente, dall'eloquio brillante e coinvolgente. Era accompagnato dalla moglie, altrettanto gentile e umile. Sembravano una coppia davvero affiatata. Prima della presentazione - io e mio marito eravamo arrivati con largo anticipo - avemmo modo di fargli delle domande. Con meravigliosa disponibilità si mise seduto al tavolo con noi e parlammo un po', ponendogli questioni per noi, novellini dell'antispecismo, abbastanza cruciali. In particolare gli chiedemmo come avremmo potuto continuare a fare, nell'attuale mondo e società, le normali cose che si fanno tutti i giorni, visto che ogni cosa è implicata nello sfruttamento degli animali e che, se si assume una prospettiva antispecista che presuppone che si abbia verso gli animali lo stesso trattamento morale che abbiamo verso i nostri simili, allora dovremmo esimerci dal fare anche cose come andare in auto o prendere un aereo (avevamo da poco saputo che gli stormi di uccelli spesso rimangono incastrati nei motori degli aerei, facendo una fine orribile). Insomma, avevamo tanti dubbi (li abbiamo ancora) ed eravamo assetati di risposte che potessero placare un poco quel nostro sconcerto derivante dall'aver appena iniziato a vedere il mondo con altri occhi.
Rispose con molta serietà a ognuna delle nostre domande e alla fine ci disse una cosa che non dimenticherò mai e a cui sono tornata spesso con il pensiero in tutti questi anni. Una cosa cui faccio affidamento costante e che torno a ripetermi ogni volta che mi prende lo sconforto di fronte all'apparente inanità della nostra lotta.
"C'è un centro della ragnatela che dobbiamo combattere. Non dobbiamo distogliere l'attenzione da lì perché quello è il fulcro della lotta. Questo centro sono i mattatoi e gli allevamenti, e anche i laboratori per la vivisezione. Dobbiamo partire da lì, dal combattere queste industrie con i loro meccanismi e poi dopo sarà più facile sconfiggere anche il resto". 
Sembra un discorso abbastanza logico e in effetti lo è. Però a volte lo si dimentica. Quando, nella vita di tutti i giorni, ti trovi davanti decine di situazioni in cui gli animali vengono bistrattati, offesi, picchiati, abusati, è difficile restare lucidi e ci si lascia prendere dalla rabbia e dallo sconforto pensando che mai nulla cambierà.
Invece le cose cambiano, possono cambiare, devono cambiare. 
Tom Regan mi ha insegnato soprattutto questo. A non mollare. A tenere duro. 
E c'è un'altra cosa che ci disse quel giorno: ci invitò all'azione diretta, alla disobbedienza civile. Ci raccontò di tutte le denunce a suo carico per esser entrato dentro strutture in cui si sfruttano gli animali perché per lui l'antispecismo non poteva essere solo teoria, ma era filosofia applicata, concreta, filosofia che si fa azione nella vita di tutti i giorni. Ci disse: "dovete aprire le gabbie e poi, dentro quelle gabbie, al posto degli animali, vi ci fate trovare voi". 
Credeva fermamente nel presentarsi a volto scoperto di fronte alle autorità a ribadire il segno distintivo di una lotta giusta e doverosa, costi quel che costi.
Mentre ci diceva tutte queste cose aveva gli occhi lucidi, l'espressione determinata, ma anche triste. Si vedeva che soffriva per ogni animale ucciso.
Oggi per me è un giorno davvero buio perché sento di aver perso un fratello. Un fratello di lotta. E perché mi rendo conto di non averlo mai ringraziato. In questi anni io e mio marito abbiamo sempre pensato di scrivergli per raccontargli del nostro percorso, per dirgli quanto le sue parole, i suoi libri ci abbiano ispirato e fatto da guida, ma, per un motivo o per un altro, abbiamo sempre rimandato. Fino a che, come spesso accade, non è troppo tardi. 
Ora non posso dirglielo più. Mi rimane un'amarezza difficile da spiegare e un dolore sordo. Come se avessi perso molto di più di un punto di riferimento della lotta; come se avessi perso un amico.
Leggete i suoi libri. C'è chi ritiene ormai superate le sue teorie, ma non è vero, non dategli retta, parte tutto da lì. Anche nella teoria, come nell'attivismo pratico c'è un fulcro da cui partire. Questo fulcro sono I diritti animali, il suo libro più analitico e completo. Non è difficile, al contrario, è illuminante. 
Riscopritelo, ne vale davvero la pena. A me ha cambiato la vita.

venerdì 17 febbraio 2017

Parlare di sofferenza è sbagliato.


Ogni tanto mi diverto a dare un'occhiata alle parole chiave con cui le persone sono arrivate qui su questo mio blogghino. 
Tra quelle di questa settimana c'era: come uccidere il maiale senza che soffra.
Ecco perché parlare sempre e solo di sofferenza riguardo la questione animale è sbagliato. Così come lo è parlare di amore. 
Il punto non è che gli animali soffrano - o almeno non è soltanto questo -, né che li si debba per forza amare; il punto è che dobbiamo riconoscere il confine inviolabile dei corpi altrui.
Il punto è il corpo dell'altro, il rispetto che gli dobbiamo e la sua non negoziabile libertà.

martedì 14 febbraio 2017

Perché mi è piaciuta Occidentali's Karma

Pochissime parole, accordi semplici e un ritornello tipicamente sanremese per un messaggio filosofico critico sulla tanto antropocentricamente decantata evoluzione dell'homo sapiens. Sembra facile, ma riuscire a mettere insieme il tutto è il segreto tra chi è un bravo artista pop e chi no. 

lunedì 13 febbraio 2017

La sottile linea rossa


(immagine presa dal web)

È sabato pomeriggio, sto aspettando una mia amica all'incrocio di due strade, seduta su una panchina in una piccola piazza. Ho un cappottino nero che arriva poco sopra al ginocchio, stivaletti bassi e un po' di trucco. Non sono appariscente, anzi, tutt'altro, eppure, nei dieci minuti che precedono l'arrivo della mia amica, diversi uomini passano e mi guardano; uno mi sorride pure con insistenza, come se ci conoscessimo, ma invece è un perfetto sconosciuto. Mi dà fastidio e mi costringe a voltarmi dalla parte opposta. Certo, avrei potuto mandarlo affanculo, ma quello sicuramente mi avrebbe risposto: "cazzo vuoi, mica ce l'ho con te", anche se era più che evidente che stesse sorridendo a me.  E sarebbe stata la mia parola contro la sua.
A un certo punto si avvicina un tipo sulla sessantina e mi chiede qualche spicciolo. Dall'aspetto sembra un alcolista o un tossico: biascica, ha gli occhi arrossati, il viso cosparso di capillari rotti, non ha equilibrio sulla gambe. Gli do un paio di euro. Mi ringrazia con slancio e poi fa un gesto inaspettato. Mi si getta addosso abbracciandomi stretta e mi dà un bacio sulla guancia, lasciandomi sulla pelle una scia di bava. La stretta dura pochi secondi. Pochi secondi in cui io, di corporatura minuscola, mi sono sentita sopraffatta e impotente. 
Ho provato un fastidio enorme. Nessuno sconosciuto, a prescindere dal fatto che sia ubriaco o meno, dovrebbe permettersi di toccare il corpo di una donna prendendosi confidenze che nessuno gli ha dato. 
Chi cazzo lo vuole il tuo abbraccio, le tue mani sulla vita e le tue labbra sulle guance? Non sei un amico, sei uno sconosciuto.
Questo, avrei voluto dirgli. Ma le parole mi sono rimaste in gola. Nonostante mi siano ben chiare le sensazioni che ho provato - fastidio, ripugnanza, violazione, impotenza - non riesco a dire nulla, né ad allontanarlo con sgarbo. Rimango muta, ferma e aspetto che mi tolga le manacce di dosso.
Come tanti anni fa.
Facevo ancora le medie e mi trovavo sul treno di ritorno dopo una gita scolastica. Ero contenta e inebriata dall'aria di primavera che arrivava dal finestrino e dal ragazzino che mi piaceva che mi si era seduto accanto.
A un certo punto mi mette le mani dietro la schiena e inizia a toccarmi, scendendo fin quasi al sedere. Lo fa in un modo che oggi saprei definire molestia ma che all'epoca non sapevo interpretare perché al limite tra l'affetto, il gesto amichevole e qualcosa di più. Quel qualcosa di più, all'epoca, pensai fosse un maldestro tentativo di corteggiamento e essere corteggiate avrebbe dovuto essere un fatto piacevole, no? In fondo mi stava toccando la schiena, mica le tette. E se anche le dita erano scese più giù a sfiorare l'attaccatura del sedere, forse quell'andare oltre poteva non essere intenzionale. Dunque, se avessi reagito dicendogli "smetti di toccarmi" o alzandomi e allontanandomi sicuramente mi avrebbe presa per matta, per esagerata, avrebbe detto che lui non stava facendo assolutamente niente e magari il resto della classe mi avrebbe presa in giro. E poi a me piaceva quel ragazzino, non volevo allontanarlo, e se anche non ero ancora pronta per gradire quelle attenzioni, non volevo esser definita bacchettona o suorina o altro, come venivano definite le ragazzine troppo serie, tutte d'un pezzo. Io volevo essere moderna, volevo sentirmi grande e pensavo che accettare certe confidenze facesse parte del gioco. E, comunque sia, sarebbe stata la mia parola contro la sua.
Ricordo un altro episodio ancora. Qui ero più grande, avevo vent'anni e stavo prendendo lezione di sci durante una settimana bianca. L'istruttore ogni tanto mi mollava una pacca sul culo. Così, come un gesto affettuoso, per dirmi "brava", oppure, prima di affrontare una discesa, per farmi coraggio e darmi la spinta per partire. Anche qui, stessa sensazione di disagio, di fastidio, ma soprattutto di impotenza. Ora, segnatevi bene questa parola perché è una parola chiave. Impotenza. Credo che derivasse dal fatto che, anche in questo caso, non sapessi bene come interpretare certi gesti, al confine tra la spontaneità e la malizia. Ma non perché fossi stupida io, ma perché nella cultura e ambiente in cui ero cresciuta, e all'inizio degli anni novanta, non solo esisteva un vuoto legislativo su alcuni tipi di gesti e comportamenti, ma proprio non si parlava, se non in ambito politico femminista, di determinate questioni. Non esisteva nemmeno il reato di stalking. Da qui l'indecisione - e conseguente blocco fisico -  se reagire o meno perché gridare alla molestia sessuale per una "innocente" pacca sul culo data da un uomo che avrebbe potuto essere mio padre - che io vedevo come mio padre e quindi al netto di ogni malizia - forse avrebbe potuto essere esagerato. Accusare qualcuno di aver commesso qualcosa, nella fattispecie un reato, senza esserne sicuri, non mi sembrava una buona idea. E inoltre, sarebbe stata sempre la mia parola contro la sua. Non restano segni di violenza fisica per una pacca sul culo. Anche se è percepita come violenza. 
E poi ricordo un altro pomeriggio ancora, in cui andavo sempre alle medie e al cinema un ragazzo di qualche anno più grande di me mi mise le mani sulle cosce. Dapprima scherzosamente, così come si dà una pacca sulla spalle per una battuta, un gesto amichevole, poi in maniera più insistente, ma sempre al confine e sempre in quel modo che è - era - così difficile da decifrare. E anche qui non dissi nulla perché mi avrebbe detto che ero esagerata a non gradire un gesto amichevole e perché sarebbe stata sempre la mia parola contro la sua.
Di episodi così potrei raccontarne a dozzine. E sono sicura che ogni donna potrebbe aggiungere la propria ricca e vasta esperienza. 
L'età della innocenza, quella fase in cui non sei capace di interpretare alcuni gesti, sotto alcuni aspetti, non finisce mai. E non finisce mai perché è la società maschilista in cui siamo immersi che tarda a stigmatizzare certi comportamenti e continua a renderli equivocabili. Non finisce mai perché il confine oltre il quale comincia la violazione del corpo altrui è ancora una sottile linea rossa che fatica a essere riconosciuta.
Ci sono due aspetti di cui tener conto. Uno è quello appunto dell'innocenza di molte ragazzine - come la mia dell'epoca - incapaci di saper decifrare i gesti maschili e su questo, quanto meno all'epoca dei fatti che ho rievocato, c'era ancora molto da lavorare, sicuramente. Un po' come per la questione delle molestie sui bambini. Oggi fortunatamente la cultura, educazione e informazioni sono cambiate per cui si mettono in guardia i bambini e anche le ragazzine da quelle che potrebbero essere molestie sessuali. C'è più chiarezza, più accortezza e soprattutto a livello sociale certi atteggiamenti e comportamenti non sono più accettabili. 
Quindi è giusto dire che bisogna lavorare sulla consapevolezza e conoscenza dei propri diritti, quali quello dell'inviolabilità del proprio corpo, dei confini, della possibilità di poter stare seduta su una panchina o ordinare da bere dentro a un bar senza che i passanti ti squadrino da capo a piedi facendoti sorrisini ammiccanti. E su questo ognuno di noi deve lavorare, a partire dalla famiglia, dal dialogo con i propri figli ecc..

Un altro però è quello della radice profondamente maschilista che permea la nostra società e che fa sì che alcuni gesti di violazione dei confini privati del proprio corpo possano ancora non esser ritenuti tali o, peggio, che persistano dubbi interpretativi tali da avallare e rendere accettabili alcuni gesti e comportamenti. 
Mi spiego meglio. 
Perché devo subire lo sguardo insistente di un uomo? O il bacio - seppur dato per gratitudine - di uno sconosciuto?
Questi sono gesti che non possono definirsi pienamente molestie, ma che comunque provocano disagio, fastidio e sensazione di violazione. E questa cosa bisogna che venga capita. Bisogna che se ne parli e che diventi non solo questione personale e soggettiva, ma politica.
In Inghilterra, ad esempio, fissare per qualche secondo di troppo una persona sulla metro può essere già inquadrato come reato e sicuramente è ritenuto un gesto di grande maleducazione proprio perché viola e invade la sfera del corpo, del privato. Sempre in Inghilterra, se la metro è abbastanza vuota e ci sono diversi posti disponibili, è considerato un gesto di rispetto ed educazione sedersi nel posto vuoto lontano da altre persone. Ossia non occupare il sedile immediatamente accanto a un altro, se c'è la possibilità di farsi due posti più in là. 

Da noi invece è tutto un guardare, ammiccare, sfiorare, toccare. Sorridere, sì, che è una bella cosa, ma dipende sempre da come e dal perché. Certo, non c'è sempre malizia, non c'è sempre intenzionalità a sfondo sessuale e non dobbiamo essere fobici del contatto con l'altro. A volte potrebbe esser bello abbracciare uno sconosciuto, o sorridergli, stringergli la mano. Ma dipende sempre dalla consentaneità. Dal contesto, dal momento. Gli sguardi dovrebbero potersi incontrare, non subire. Se tu, uomo, continui a fissarmi insistentemente e vedi che io non ricambio, allora smettila. Se tu, sconosciuto, vuoi darmi un bacio di gratitudine per ringraziami dell'euro che ti ho dato, allora chiedimilo prima: "posso darti un bacio?". Magari ti avrei detto di sì perché sarebbe stato bello scambiare un gesto di affetto, magari invece ti avrei detto no. E tu avresti dovuto andartene. Il punto è che non avresti dovuto farlo senza prima chiedermi il permesso. 
Il punto è che il corpo di una donna non si dovrebbe violare mai, né con lo sguardo, né con il contatto fisico. E nemmeno con le parole. A me dà fastidio quando mi chiamano "bella" o "piccoletta". Mi dà fastidio se a farlo è un commesso di un negozio che non conosco o un altro sconosciuto qualsiasi. 
La confidenza è una condizione che si raggiunge insieme e non dovrebbe mai essere unilaterale. Ora, è vero che in Italia, e a Roma in particolare, siamo un po' così, ci si dà subito del tu, ci si rivolge l'uno l'altro confidenzialmente, ma c'è differenza tra il farlo in maniera innocente e affettuosa e il farlo perché si è introiettato il pensiero maschilista che la donna sia una bambolina di poco conto.
E fino a quando questa differenza  non sarà culturalmente introiettata, resteremo sempre una società maschilista che genererà situazioni ambigue e fastidiose.
Ed è inutile che diciate, per tornare all'episodio del tipo che mi ha baciata mio malgrado: "sì, ma io al posto tuo lo avrei mandato affanculo" perché avreste dovuto trovarvici al posto mio e allora avreste, forse, provato la medesima sensazione di impotenza che ho provato io. 
Sia chiaro, io non sto parlando qui di molestie acclarate. Ovvio che oggi se l'istruttore di sci di turno o chi per lui mi desse una pacca sul culo, dovrebbe vedersela poi con una denuncia in piena regola di molestia. Parlo di gesti e comportamenti ambigui e che continuano a esser tali perché è la società maschilista in cui siamo immersi che continua a ritenerli accettabili. 
Perché ancora se dici a uno che ti dà fastidio che ti stia guardando con insistenza, quello si sente in diritto di darti della femminista isterica anziché girare lo sguardo e chiedere scusa. E perché ancora sarebbe solo la tua parola contro la sua.

venerdì 10 febbraio 2017

I vegani? Ma io direi semplicemente gli umani.

Dire "i vegani" o "gli animalisti" è esattamente come dire "gli animali", ossia racchiudere in una definizione migliaia di individui diversi senza saper cogliere la irriducibile peculiarità di ognuno.
Che ciò venga fatto in maniera denigrante, poi, persino da altre persone che hanno effettuato la presa di posizione di non consumare più prodotti di origine animale e corpi animali, è significativo di quanto la cultura carnista e il linguaggio dell'oppressione siano introiettati così nel profondo da farci reagire non appena iniziano a diffondersi la basi (o almeno qualche semplice tassello) della loro, non dico demolizione, ma quanto meno messa in discussione. 
Identitario è chi per primo identifica nell'altro una serie di pregiudiziali caratteristiche e ci appiccica sopra un'etichetta.
Nessun dramma comunque, era già tutto previsto. 
Cos'è che mi amareggia allora? La costante previdibilità del pensiero, delle reazioni, del comportamento umano. 
Mai un guizzo, mai una sorpresa! 

mercoledì 8 febbraio 2017

L'arte del vivere


Ho sempre avuto una propensione alla speculazione, al pensare più che fare e anche le attività che mi piacciono di più sono quelle che richiedono un impegno intellettuale anziché fisico. Questo mi porta talvolta a soffrire di stanchezza mentale che poi si traduce in sbalzi di umore e depressione. Nulla di particolarmente serio, non sono mai stata così depressa da aver bisogno di farmaci o anche solo da pensare di rivolgermi a uno specialista, ma abbastanza al punto da stare in casa per diversi giorni di fila o da desiderare di non alzarmi la mattina procrastinando le attività quotidiane o svolgendole con enorme fatica. La fatica, già. Forse la definizione appropriata per il mio tipo di depressione è quella di percepire come enormemente faticose le mansioni quotidiane, anche le più semplici e banali come lavarmi, vestirmi, uscire, andare a fare la spesa. Anzi, è proprio questo tipo di azioni qui che mi pesa svolgere perché son quelle che mi fanno avvertire di più il nonsense dell'esistenza. Il peso del vivere. Che detto così sembra un po' una frase fatta, ma quando ci sei dentro capisci fin troppo bene cosa voglia dire veramente.
E a proposito di frasi fatte, ultimamente invece mi è capitato di riuscire a ribaltare questo atteggiamento e di comprendere appieno quello che chiamano "zen". Non ne so molto, e non so nemmeno se quello che mi stia capitando possa appropriatamente definirsi zen, ma andiamo al punto. 
In un periodo di particolare pressione poiché costretta ad occuparmi di una serie di cose materiali e ad assumersi alcune responsabilità - cose che la maggior parte delle persone probabilmente non avvertirebbe come particolarmente faticose, ma io sì, cose anche come il doversi alzare sempre presto la mattina, domeniche comprese - a un certo punto mi sono sentita come presa in una centrifuga senza più controllo della mia vita. In questo vortice di cose da fare, più che dal fare in sé, mi sentivo sopraffatta dai pensieri del dover fare. Pensieri che mi arrivavano in testa da tutte le parti, a ondate, pensieri sulle cose che dovevo fare e sulle possibili, ma spesso direi altamente improbabili, complicazioni che avrebbero potuto esserci, cui seguivano pensieri di probabili soluzioni, compromessi, di appunti mentali, di dialoghi surreali tra me e fantomatici interlocutori e il tutto anche di notte, così che alla stanchezza mentale si aggiungeva anche quella fisica del mancato riposo.
L'unico momento di vero sollievo lo avevo, lo ho (perché il periodo faticoso è ancora in corso) quando andavo/vado a correre. Specialmente dopo i primi giri di riscaldamento, ossia dopo aver rotto il fiato, trovato la mia andatura da crociera e quando l'organismo inizia a produrre le endorfine. In quel momento sono tutta lì, in quella semplice azione del sentire i piedi battere sul terreno e del sentire i muscoli rispondere alle sollecitazioni del movimento. 
Non è una cosa nuova, la corsa si pratica anche per questa inebriante sensazione che produce ed è per questo che poi diventa una specie di droga cui non si può rinunciare, nonostante rimanga una sport faticoso che richiede anche un notevole impegno fisico (a proposito, per chi ama scrivere e correre, consiglio l'ottimo libro di Murakami, L'arte di correre, in cui fa un'analogia tra lo scrivere e il correre).
La novità è che questa consapevolezza acquisita dell'esserci sul momento in cui corro, mi ha portata ad assumere un nuovo approccio verso gli impegni della giornata. Mi son detta: proviamo a fare ogni cosa con la stessa consapevolezza fisica con cui pratico la corsa, anche le cose più semplici come apparecchiare la tavola o farmi la doccia. All'inizio non è facile perché i pensieri continuano ad arrivare in continuazione: è così difficile smettere di pensare, oh se è difficile, forse la cosa più difficile del mondo in assoluto, almeno per chi è portato alla speculazione, però se anziché opporsi ad essi dicendosi "devo smettere di pensare", ci si concentra sull'azione che si sta facendo in quel momento, a volte - all'inizio per pochi attimi, poi per minuti interi, poi sempre di più - si riesce ad astrarsi dalle ansie, dalle preoccupazioni, a sollevarsi dal peso del vivere (che è il vivere in sé, il non smettere mai di avvertirsi, ricordate cosa scrive Sartre ne  La nausea?) e si diventa tutt'uno con la cosa che si sta facendo. E, beh, si è leggeri, sereni, si accede a una percezione diversa del sentirsi vivi, meno pesante e più adrenalinica, più esaltante. Come se fosse un gioco. E qui mi torna in mente quel passaggio di McEwan in Bambini nel tempo in cui il protagonista racconta di quanto sia stato felice quella volta in cui aveva aiutato il figlio a costruire un castello di sabbia ed era riuscito a perdersi tutto in quell'azione da non aver avvertito lo scorrere del tempo fino a sospendere tutti i pensieri del dopo e le ansie degli impegni e delle responsabilità di una vita da adulto (lavoro, commissioni quotidiane ecc.). Ecco, dice lui, se solo riuscissi a concentrarmi così in ogni cosa che faccio, isolandola da tutto il resto, fermando la percezione del tempo, potrei essere sempre felice. 
Gli Inglesi (o gli Americani, insomma, nel mondo anglosassone) chiamano questo atteggiamento "mindfulness". 
Ma c'è di più. Tutto questo esserci nelle cose, nel fare, mi hanno fatto capire un'altra cosa ancora. Che spesso è proprio dal fare che scaturiscono i pensieri e le idee più brillanti e utili. Senza sforzo. Pensieri nitidi e puliti al netto di quelli che invece generano solo ansie o che portano a ingigantire situazioni e a prevedere disastri irrisolvibili ovunque. 
Ho capito che spesso è l'azione che genera il pensiero (il pensiero utile, costruttivo) e non viceversa, come ho sempre creduto. E questo facilita enormemente le cose.
Faccio un esempio: prima sapevo che dovevo svolgere delle cose e quindi iniziavo a fare mente locale su come organizzarmi e a ripetermi in testa di dovermi alzare, muovermi, attivarmi altrimenti non avrei fatto in tempo e poi mentre facevo una cosa pensavo già a quella successiva e questo mi stancava enormemente. 
Ora invece io parto dal fare una cosa, la prima cosa semplice della giornata che è alzarmi dal letto e mettere su il caffè e mentre faccio quella non penso al dopo, ma solo a quella. Finita quella, ne inizio un'altra e via dicendo. E tutto scorre via come in una specie di flusso continuo del vivere che è molto più leggero di quanto mi aspettassi o avessi potuto prefigurarmi se solo ci avessi pensato mettendo tutto insieme. 
E così affronto un giorno dietro l'altro senza ansia del peso delle settimane, del futuro, delle cose che potrebbero essere e forse mai saranno perché poi alla fine, come diceva mia madre citando il detto popolare "il diavolo non è mai così nero come lo si dipinge", a voler dire che le cose poi si realizzano sempre in maniera diversa da come ce le aspettiamo e quindi è inutile e stancante e controproducente farsi film in testa con tanto di dialoghi e scenografie complete.
Ammetto che non sia sempre così facile e che non è che tutto diventi improvvisamente gradevole e facile. Ci sono cose che mi pesa fare, altre che detesto proprio fare e la mattina quando suona la sveglia è sempre una tragedia, ma se anziché pensare "oddio, devo alzarmi e mi aspetta una giornata densa di cose da fare", mi concentro solo sulla semplice azione del mettere i piedi giù dal letto, dell'aprire gli occhi, sentirmi viva nel corpo, respirare ecc., le cose diventano meno faticose.

P.S.: so di aver scritto un post che a molti risulterà immensamente banale perché magari già pratico di questo tipo di argomenti qui. Per me però è tutto relativamente nuovo. Soprattutto esiste sempre la solita notevole differenza tra il sapere una cosa a livello intellettuale, di semplice informazione e invece l'arrivare a conoscerla davvero nel profondo, a sentirla, a sperimentarla, acquisendo così una nuova consapevolezza. Che è quella che ho cercato di descrivere nella maniera più semplice possibile.
In tutto ciò, ho finalmente comprato lo stra-noto libro Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta di cui ho sempre sentito parlare, ma che non mi aveva mai attratto più di tanto e che non so nemmeno se c'entri qualcosa con quello che sto vivendo, ma mi pare di sì e comunque sia adesso ho finalmente voglia di leggerlo. 

lunedì 6 febbraio 2017

NOmattatoio per Re Nudo.


E dunque lottiamo per degli individui, o almeno così abbiamo sempre creduto. Ma per quali? Se qualcuno è un individuo dovresti poterlo individuare, indicare, riconoscere. Eppure questi animali che vogliamo liberare, di fatto, non esistono: quelli che esistono oggi stanno morendo mentre chiediamo i loro diritti, mentre altri seguiranno loro senza sapere se avranno ancora noi a poterli salvare.” (Leonardo Caffo)


In questo preciso istante, nella durata del tempo di una singola battuta sulla tastiera, circa cinquemila animali stanno per essere uccisi nei mattatoi di tutto il mondo; ora, alla fine della frase, sono già morti. Quando avrò finito di scrivere saranno già smembrati e pronti per essere venduti un tanto al kg. Tutto questo, dopo una non vita trascorsa dentro allevamenti angusti e malsani.
Ma cos’è che, al di là di questa informazione fatta di dati numerici e descrittivi – nell’era di internet ormai accessibili a tutti – potrebbe cambiare davvero le cose? Cos’è che potrebbe costringere le persone a guardare dentro l’abisso che separa la conoscenza dalla consapevolezza, il vedere dal sentire, la banale informazione dall’elaborazione e quindi possibilità reale di uno stravolgimento prospettico capace di mostrare le cose per quali sono e non per come le vediamo con l’occhio velato dall’abitudine e dalla consuetudine ideologica chiamata “carnismo”?
Questa è la domanda che è alla base di un progetto che ho avviato due anni fa insieme ad Eloise Cotronei e che si chiama NOmattatoio. Non pretende di essere una risposta, ma un punto di partenza che chiama a raccolta la collettività invitandola ad assumersi una responsabilità scomoda: quella del riconoscimento di esser tutti partecipi della violenza nei confronti di altri individui: una violenza sistematica, normalizzata, ritenuta a torto necessaria e quindi, in sostanza, banalizzata come se fosse un accidente di percorso che ci è toccato in sorte in quanto specie dominante.

Continua su Re Nudo.