sabato 11 luglio 2020

Nessuno sa che io sono qui



Opera prima del regista cileno Gaspar Antillo, prodotto da Netflix e presentato al Tribeca Film Festival ad aprile di quest'anno, potrebbe essere un film bellissimo se non fosse per un particolare, ossia la caratterizzazione quasi idilliaca - e comunque normalizzata - del "lavoro" di allevare pecore per la loro pelle. Non è questo il focus della storia, ma è comunque parte della storia.

Jorge Garcia (diventato famoso per aver interpretato Hugo Reyes nella serie televisiva Lost, qui dimostra di essere anche un ottimo cantante) interpreta Memo, un ex bambino dalla voce meravigliosa che è stato sfruttato, e distrutto psicologicamente, dall'industria musicale e da un padre senza scrupoli che aveva accettato di vendere la sua voce mettendola al servizio di un altro ragazzino, dall'aspetto fisico più vicino ai canoni estetici richiesti per diventare una star, che si esibisce al suo posto e diventa famoso usando la voce di Memo in playback.

Il film inizia con Memo adulto che si è ritirato dal mondo (letteralmente e psicologicamente) e vive su un'isoletta dove appunto lavora insieme allo zio allevando pecore e conciandone le pelli. Non è un particolare. Le pecore vengono mostrate più volte attraverso una narrazione mistificante che vorrebbe dimostrare quanto siano trattate bene. Memo la mattina le saluta affettuosamente e in una scena interviene in soccorso di una che era rimasta incastrata con la testa sotto al cancello.
Si passa poi a scene in cui le pelli vengono riconsegnate a Memo e allo zio per essere conciate e lavorate.
Quindi praticamente la loro attività è quella di allevare e conciare pelli. C'è un'omissione importante: quella in cui le pecore vengono spedite al mattatoio e uccise.

Il personaggio di Memo è caratterizzato in maniera assolutamente positiva. Sulla fine viene rimarcato espressamente quanto il suo animo sia sensibile, quanto sia un vero uomo, buono, talentuoso, dalla voce meravigliosa ecc.

La sua caratterizzazione lo mostra come una persona vittima, traumatizzata dagli eventi di quando era bambino. Una persona sensibile, anche se irascibile e facile a perdere le staffe, ma è comunque un atteggiamento pienamente giustificato nell'economia della storia e alla luce del suo vissuto doloroso.
Tramite l'utilizzo dei flashback apprendiamo la sua storia passata e capiamo che trascorre le sue giornate tra il "lavoro" e i sogni ad occhi aperti in cui immagina di essere su un palcoscenico e di esprimere se stesso, dimostrando finalmente al mondo chi è, il suo talento, il vero corpo cui era appartenuta quella voce prodigiosa dei successi del passato. Nella realtà non parla più, si esprime a monosillabi solo quando non può farne a meno, in una totale rinuncia della sua voce.
La sera indossa abiti colorati e luccicanti che taglia e cuce da solo (entrando nelle ville altrui e rubando abiti) , chiuso nella sua stanza o in mezzo al bosco, indossa le cuffie per ascoltare la musica, chiude gli occhi e sogna.
Memo sa che il mondo ha amato la sua voce, ma non la sua persona, rifiutata dallo star system, non conforme ai canoni richiesti da un mondo votato all'apparenza.
È un personaggio che commuove, che suscita ammirazione, per cui facciamo il tifo sin dalla prime scene e per cui proviamo una sincera e profonda empatia. Siamo con Memo e speriamo in suo riscatto e proviamo malessere e disagio, accompagnati da un sentimento di ingiustizia, quando apprendiamo il modo in cui è stato usato dal padre e dall'industria musicale.
La storia procede poi con l'incontro di una ragazza a cui rivela il suo passato e la messa in modo di una serie di eventi che lo condurranno ad affrontare il mondo esterno e a confrontarsi con Angelo, il ragazzino che era diventato famoso con la sua voce e che ora è un motivatore, scrive libri e viaggia.

La connotazione assolutamente positiva del protagonista è profondamente funzionale all'accettazione di quello che fa sull'isola, ossia sfruttare le pecore e lavorarne le pelli. Memo è una vittima e la sua caratterizzazione lo mostra come tale, ma quello che non viene detto è che le pecore lo sono veramente, nella vita reale.

Peccato che un film così delicato e commovente sia anche manifestamente specista, violento, antropocentrico.

Il mio giudizio è diviso. L'estetica non può non tener conto dell'etica. Il fatto è che se anziché allevare e uccidere pecore, il protagonista allevasse e uccidesse bambini, avremmo avuto la storia di un serial killer con una bella voce; invece poiché "sono soltanto animali", abbiamo una storia di riscatto e guarigione.

Comunque io ve lo consiglio perché nonostante tutto, da un punto di vista formale, di narrazione, linguaggio cinematografico e significati complessivi (specismo a parte) l'ho parecchio apprezzato. Non so se potrebbe essere definito un musical anomalo, con elementi anche surreali, perché sebbene si senta soltanto un brano ripetuto più volte (e l'accenno di un altro), questo brano è comunque un elemento drammaturgico importante, che scandisce e fa procedere la narrazione e direi anche fondamentale per la comprensione del film. Il brano musicale è parte della sceneggiatura, della storia e il testo, che ascoltiamo interamente soltanto alla fine, aggiunge significato.

Jorge Garcia è molto bravo, intenso, capace di passare dalla goffaggine alla grazia in un attimo.

La consapevolezza dell'ingiustizia del modo in cui la nostra specie tratta e considera gli altri animali è uno sguardo sulla realtà talmente decisivo, rivoluzionario e radicale che a volte rende impossibile godere anche di un bel film, ma una volta aperti gli occhi non è più possibile chiuderli.

sabato 13 giugno 2020

Il mondo a misura degli umani è un mondo sbagliato

Ieri un ragazzino di circa undici/dodici anni stava tentando di prendere a calci dei piccioni che se ne stavano per i fatti propri. Nel mentre i suoi amichetti stavano lanciando sassi per scacciarne via altri in un altro punto.
Non lo stavano facendo ingenuamente, ossia per gioco, per divertirsi a farli volare via come a volte fanno i bambini più piccoli, ridendo, ma con un certo sadismo e cattiveria.
Ovviamente l'ho fermato e redarguito dicendogli che queste cose non si fanno, che gli animali vanno lasciati in pace perché hanno tutto il diritto di vivere e di stare al parco, esattamente come lui.
Mi ha guardata con aria di sfida, dicendomi: "Perché no? Mi davano fastidio!".
Gli ho risposto che, a fino a prova contraria, era lui che stava dando fastidio a loro, e non il contrario.
A quel punto è corso via, insieme ai suoi amichetti.
Avrei voluto continuare a parlarci, serenamente, farlo arrivare a comprendere perché aveva sbagliato, ma non è stato possibile.

La cosa che mi ha lasciata perplessa è stata l'incredibile tono di sfida con cui mi ha risposto, lo sguardo fermo, deciso, per niente intimorito o in imbarazzo; e poi ovviamente il fatto che stesse appunto prendendo a calci degli animali indifesi. I piccioni, fortunatamente, sono volati via, ma se ce ne fosse stato uno ferito che non avesse saputo volare? E se non fossero stati piccioni, ma altri animali?

Perché un ragazzino di undici/dodici anni compie dei gesti intenzionalmente violenti? Come sono percepiti i piccioni nella nostra società? I genitori cosa dicono? Cosa c'era dietro quel "mi danno fastidio"? E, se anziché una donna come me, fosse stato un uomo a fermarlo e redarguirlo, avrebbe reagito diversamente? Mi avrebbe guardato con gli stessi occhi di sfida e risposto male?
Perché nessun altro degli adulti presenti ha detto niente?

Specismo, maschilismo, indifferenza. Quante cose grandi per stare dentro a un bambino di undici anni. Concetti ed ideologie che vengono interiorizzati e fatti propri senza rendersene conto. Appresi per imitazione, trasmessi culturalmente.

L'antispecismo è proprio di questo che deve occuparsi, ossia di cambiare radicalmente il nostro rapporto con gli altri animali. Non soltanto dello sfruttamento industriale, che è soltanto un effetto di questo insano rapporto di dominio.

venerdì 12 giugno 2020

Persone normali che fanno cose orribili

La retorica del macellaio che sarebbe una persona normale che si trova a uccidere gli animali poiché costretto dalle circostanze, è, per l'appunto, retorica specista che ancora minimizza gli interessi degli altri animali.
Certamente è una persona normale, ma una persona normale che fa cose orribili, esattamente come erano persone normali i nazisti che uccidevano gli Ebrei nei lager, o che li deportavano o denunciavano alla polizia. Persone normali che fanno cose orribili. Ed è proprio questa la famosa banalità del male di cui parla la Arendt, una banalità che non va giustificata, minimizzata, scusata, pena il suo rafforzamento di una sua ulteriore normalizzazione.
L'antispecismo non è un'idea di salvezza e gentilezza verso tutti, ma una battaglia di liberazione degli altri animali dall'oppressione che subiscono nella nostra società per mano della nostra specie. Ci sono diversi gradi di responsabilità condivisa, e questi gradi vanno saputi riconoscere e distinguere; così come bisogna ben distinguere gli attori in gioco. Gli altri animali sono le vittime assolute; i consumatori sono i mandanti, talvolta consapevoli, altre semplicemente indifferenti; i macellai, allevatori, vivisettori ecc. sono gli esecutori materiali.

Parlare di antispecismo significa mettere al centro del discorso gli altri animali, riconoscerli come categoria di viventi oppressa e lottare per la loro liberazione. Introdurre altre soggettività, che saranno pure oppresse in altri campi, ma che nei confronti degli altri animali sono comunque oppressori, significa minimizzare la specifica forma di oppressione che va sotto il nome di specismo; significa finanche negarla o occultarla per dare spazio e voce ad altri.

Deresponsabilizzare significa accettare, normalizzare, minimizzare.

venerdì 5 giugno 2020

Stessa mano


La mano di chi ha offerto all'elefantessa incinta un ananas pieno di esplosivi facendole esplodere bocca e stomaco e portandola a un'orribile morte è la stessa di chi stabilisce una differenza tra la nostra specie e le altre, legittimando allevamenti, sfruttamento, una diversa considerazione morale.
La linea che separa l'apparente sadismo di un gesto dalla normalizzazione dei mattatoi è davvero sottile.

Qui il fatto: https://bit.ly/30bJQuj

mercoledì 3 giugno 2020

Come animali

L'espressione "come animali" per definire un comportamento violento e orribile è veramente stupida e priva di senso.

Innanzitutto vorrei chiedere a chi ne fa uso: "quali animali, per l'esattezza?Ti riferisci, che so, al polpo, alla formica, alla gallina, al coniglietto? O a chi?".

Lo specismo comincia dal linguaggio: nell'atto stesso di riunire una moltitudine di specie e individui diversi in un unico termine cui associare una valenza negativa risiede il fondamento costitutivo della violenza, la radice che annienta il valore della diversità.

lunedì 25 maggio 2020

Dimmi che mascherina indossi e ti dirò chi sei

Indossare la mascherina anche quando non c'è bisogno, tipo quando si va in bici o in motorino o in auto da soli, o quando si cammina, sempre da soli, in un parco o in una strada poco frequentata, è diventata una norma non scritta (difatti non c'è mai stato l'obbligo di indossarla all'aperto) cui tutti si stanno via via adeguando. Dev'essere così che un'azione, un comportamento, un gesto diventano normali, e perfino trendy, quando semplicemente "li fanno tutti", anche se assurdi, privi di senso, anche se, a volte, persino sbagliati. L'adesione a ciò che fanno gli altri, il sentirsi parte di una comunità, il conformismo, il non voler apparire diversi.
Poco importa poi che il gesto non abbia alcun senso (la maggior parte delle mascherine non è nemmeno minimamente efficace contro il virus, peraltro molte sono di stoffa, in materiali che non garantiscono nessuna protezione e aggiungo che sta nascendo tutto un business intorno ad esse, ormai sono in vendita ovunque, nei negozi di abbigliamento, accessori e simili, presto le vedremo in mano ai venditori ambulanti insieme agli accendini e collanine), quel che conta è il suo valore apotropaico, il significato sociale che gli si attribuisce, lo sbandierare la propria partecipazione a questo rito.
C'è chi la sceglie della fantasia che più preferisce, chi la abbina ai vestiti e al colore degli occhi, chi coglie l'occasione per lanciare uno slogan o il simbolo della squadra del cuore; una gara a chi ce l'ha più originale, e chissà, anche di ostentazione sociale perché tra un po' vedremo mascherine firmate Louis Vuitton o Chanel. Un po' come le magliette con le scritte, sono certa che presto vedremo mascherine con frasi simpatiche, divertenti, la nuova frontiera del selfie.

L'oggetto mascherina ormai sta vivendo una vita propria, slegato dall'uso originario (che appunto è necessario e obbligatorio solo in alcuni contesti quali luoghi chiusi o di eventuale assembramento), è appunto un simbolo, un feticcio o, semplicemente, una moda.

sabato 23 maggio 2020

La retorica dell'intensivo


Ormai sembra diventata un luogo comune, non si fa in tempo a menzionare lo sfruttamento degli altri animali che immediatamente l'interlocutore di turno ti preavvisa che lui è contrario alla modalità intensiva, ma di tutto, eh, si precipita a chiarire, anche della coltivazione dei vegetali e della soia, e quindi aggiunge, è anche per questo che non diventerà mai vegano perché gli estremismi non vanno mai bene. E spesso è proprio in questi termini che argomentano persino filosofi e intellettuali (o sedicenti tali).

Chiariamo due punti fondamentali: uno, è quello che ormai ripeto in ogni post e cioè che ciò che va messo in discussione e si deve combattere è lo specismo, ossia tutto quell'insieme di pratiche e di narrazioni simboliche a supportarle che opprimono, schiavizzano e uccidono gli altri animali e quindi non si fa differenza tra un modello o meno di allevamento, in quanto ogni tipo di allevamento considera e usa gli altri animali solamente in funzione del profitto e del prodotto che se ne può ottenere e non li rispetta in quanto individui. Essere riconosciuti come individui implica il riconoscimento di qualcuno in quanto soggetto della sua stessa vita e non in quanto oggetto di proprietà da usare per trarne profitto. Per questo motivo nessun tipo di allevamento può dirsi etico o giusto.

Il secondo punto (a cui una persona veramente informata potrebbe arrivare benissimo da sola) che comunque va chiarito - anche se non riguarda l'antispecismo, bensì l'ecologia e l'ambiente - è che le coltivazioni intensive di soia sono destinate a ingrassare proprio quegli animali che ci si ostina a voler continuare a considerare prodotti, quindi non sono coltivazioni ad uso e consumo delle persone vegane, (che comunque sono ancora una minoranza); se la popolazione intera diventasse vegana ci sarebbe molto, ma molto meno consumo di soia e vegetali perché ovviamente sfamare direttamente una persona umana comporta un quantitativo parecchio minore di assunzione di vegetali rispetto a quanto ne serve per ingrassare un bovino.
Inoltre non è affatto necessario mangiare soia se si diventa vegani, anzi, molte persone vegane ne sono allergiche o intolleranti e la escludono totalmente dalla loro alimentazione. L'equazione vegani=mangiatori di soia è falsa. La soia è un alimento antichissimo consumato in Oriente, non è certo una prerogativa dei vegani.

Non mi sembra comunque giusto mettere sullo stesso piano la coltivazione di un vegetale, nello specifico la soia, e gli allevamenti degli animali. La coltivazione di un vegetale infatti, al massimo può avere effetti impattanti sull'ambiente, ma non danneggia il vegetale stesso; non produce un danno a un essere senziente. Invece gli allevamenti, a prescindere dal loro impatto sull'ambiente, provocano danni diretti agli altri animali e questo è il motivo dirimente per cui dovremmo scegliere di non mangiarli.

Foto: Jo-Anne McArthur / We Animals