sabato 22 febbraio 2020

Crimini specisti

Un pensiero che ho scritto già altre volte e che mi è tornato in testa con insistenza in questi giorni è questo: gli animali di cui controlliamo totalmente i corpi, quelli che facciamo nascere dentro recinti minuscoli e teniamo ammassati fino a che non sono grassi abbastanza per essere mandati al macello, non sono privati soltanto della libertà e dell'esistenza nel senso pieno del termine, ma anche della possibilità di evolversi, come specie, intendo. Al massimo subiscono processi di eugenetica.
L'evoluzione è un processo graduale che avviene per forza di cose in relazione all'ambiente circostante, ci si evolve trovando soluzioni a problemi nuovi e inaspettati, in un ambiente che muta di continuo, che cambia e che favorisce un certo tipo di adattamento oppure lo respinge.
Cosa succede ad animali che sono tenuti in non-luoghi sempre identici da centinaia di anni, che non fanno nulla se non mangiare il cibo che gli viene propinato, che non si relazionano se non conflittualmente in ambienti sovraffollati e malsani o in reazione alla violenza agita dai loro aguzzini se solo provano a ribellarsi, che non si fanno un giaciglio, non grufolano, non sperimentano il cambiare delle stagioni, che non hanno, insomma, alcuna esperienza del mondo? Rimangono bloccati in un ruolo predefinito, quello di essere oggetti, prodotti, risorse rinnovabili di inseminazione artificiale in inseminazione artificiale; nemmeno si accoppiano, non sperimentano nemmeno il piacere sessuale.

Questo è un crimine, se possibile, anche peggiore: blocchiamo evoluzioni di intere specie, di intere popolazioni non umane.

sabato 15 febbraio 2020

L'antispecismo non deve essere secondario ad altre lotte

Sul discorso delle intersezioni dico un paio di cose: intanto, che mi piacerebbe che gli altri movimenti iniziassero a pensare all'antispecismo almeno quanto noi ci preoccupiamo ogni volta di specificare che siamo anche contro questo e quell'altro.

Infatti non capisco perché se scendo in piazza con le femministe devo implicitamente accettare di lottare a fianco di persone che mangiano animali perché comunque in quel caso mi viene detto che la lotta femminista è contro una specifica forma di oppressione e quindi devo accettare, in quel contesto, di lasciare gli animali non umani in secondo piano, di fatto comportandomi come se fossi specista; mentre il contrario è per noi antispecisti sempre inammissibile. E va bene, sono d'accordo che in quanto antispecisti di default dovremmo essere anche contro ogni altra forma di oppressione e discriminazione, ma che sia anche il contrario altrimenti è vero che lasciamo sempre gli animali non umani sullo sfondo e che le battaglie che riguardano gli umani contano sempre di più.

Premesso questo, penso che ci sia confusione sul termine "intersezionale". Un movimento intersezionale è un movimento che si occupa allo stesso tempo di più battaglie insieme: non privatamente, come individui, ma proprio come strategia, policy, agenda, obiettivi definiti. Un movimento, ad esempio, che si occupa degli animali non umani uccisi nei macelli e allo stesso tempo dello sfruttamento dei lavoratori dello stesso macello, è un movimento intersezionale; un movimento (o associazione, gruppo, fate voi) che si occupa dell'oppressione delle donne umane, quindi femminista, e allo stesso tempo dell'oppressione delle mucche e delle femmine di altri animali schiavizzate nell'industria del latte, è un movimento intersezionale; un movimento che si occupa sia di ecologia che di antispecismo è un movimento intersezionale. I movimenti intersezionali, per quanto nobili, portano con sé una serie di problematiche e contraddizioni: perché nel momento in cui parlo dell'impatto degli allevamenti per fare un discorso ecologista, automaticamente non sto facendo un discorso antispecista in cui si ritiene invece sbagliato allevare animali di per sé in quanto li si riconosce soggetti di una vita e non perché il processo di trasformazione dei loro corpi in prodotti inquina e distrugge territori. Al riguardo dell'intersezione tra vittime non umane nei macelli e presunto sfruttamento dei lavoratori penso che abbiamo avuto di recente un esempio eclatante con il Save Movement. Fatele le intersezioni, poi però non venite a lamentarvi se gli altri animali finiscono sempre in discorsi e narrazioni speciste e continuano a essere visti come oggetti, elementi inquinanti, materie prime, risorse rinnovabili.
Ah, e lottare contro il capitalismo in senso ampio, non necessariamente significa lottare contro lo specismo. Anche qui, intersezionare con anticapitalisti che poi però ti accettano l'allevamento bio del contadino, ti sostengono il piccolo allevatore o i lavoratori diventa problematico. Si arriva poi a discorsi riduzionisti, welfaristi in cui gli animali non umani sono sempre visti come merci e risorse da utilizzare per i nostri interessi economici ecc.

Ciò che si diceva sopra, invece, ossia che una persona antispecista dovrebbe, si spera, automaticamente rigettare anche ogni altra forma di oppressione e discriminazione si chiama, semplicemente, libertarismo. Ossia, riconoscimento del principio della libertà di ogni essere senziente, a prescindere dalla sua appartenenza di specie, etnia, sesso, orientamento sessuale.

lunedì 10 febbraio 2020

Teoria e Pratica

Combattere lo specismo significa combattere il concetto stesso di umanità che si è formato nei secoli in opposizione a quello di animalità. Significa combattere la nostra stessa cultura, tutto il sapere appreso, in modo formale e informale.
Premesso ciò, risulta evidente come sia abbastanza inutile parlare di compassione verso gli animali se prima non si abbattono i pregiudizi culturali sugli animali stessi.

Noi abbiamo il dovere di continuare a ripetere che schiavizzare gli animali (e la schiavitù è nel semplice uso, è implicita nel concetto di usarli) è un'ingiustizia, ma prima dobbiamo smantellare il concetto che abbiamo interiorizzato dell'animale-macchina, oggetto, merce, risorsa rinnovabile. Perché se gli animali sono percepiti come macchine da usare e per produrre qualcos'altro, sarà difficile riuscire a comunicare la portata di questa ingiustizia.

Per smantellare questa idea, questa immagine mentale, questi segni portatori di certi significati - che ci continuano a essere propinati in ogni prodotto culturale, sia intellettuale, che materiale, quindi linguaggio, arte, narrazioni, informazioni, economia, politica ecc. - ci vorrà tempo, e il fatto che ci voglia tempo non deve farci cadere nell'errore di voler imboccare scorciatoie facili.

Non dobbiamo cadere nella trappola della ricerca del consenso.

Affermare: "eh, ma le persone non capiscono, intanto possiamo però dirgli alcune cose più semplici come mangiate meno carne perché inquina" e quindi livellarsi a ciò che essi comprendono oggi degli altri animali (ossia che sono macchine per produrre qualcos'altro o prodotti alimentari e comunque esseri di minor valore rispetto a noi, esistenze sacrificabili per i nostri interessi economici, culinari ecc.) significa impantanarsi in uno stallo mentale, scatenare un corto-circuito, un impasse culturale che di fatto torna utile al mantenimento e rafforzamento dello status quo.

Questi potranno sembrare discorsi fin troppo astratti e teorici, filosofici, ma le buone pratiche dell'attivismo discendono dalle buone teorie.

giovedì 6 febbraio 2020

Complicità

C'è una negazione continua di quello che avviene agli altri animali, una rimozione costante, un meccanismo di auto-illusione che porta le persone a convincersi che la violenza sia un'eccezione e che sia possibile usare corpi di individui senzienti, farli a pezzi, così come stuprare mucche, ammassare galline, soffocare pesci e in generale imprigionare individui in modo etico e rispettando il loro benessere; ma il benessere animale è un concetto che hanno inventato gli allevatori stessi, una menzogna, una mistificazione semantica.
Non c'è benessere nella privazione della libertà e nel controllo sistematico, totale e sistemico dei corpi. Non c'è benessere quando vieni fatto nascere al solo scopo di essere trasformato in prodotto.
Programmare nascite al sol fine di trasformarle in prodotti è un'aberrazione in sé, a prescindere dai metodi.
Gli altri animali sono senzienti, coscienti di sé e capaci di fare esperienza del mondo. Negargli questa esperienza è abuso, violenza, schiavitù.
Imporsi di non pensarci, voltare le spalle, gli occhi, la testa, non voler approfondire è qualcosa di peggio che essere semplicemente indifferenti: significa essere complici.

martedì 28 gennaio 2020

What did Jack do?


Di animali parlanti nel cinema di Lynch ne avevamo già visti, per esempio in Inland Empire ci sono tre persone con la testa di coniglio, in realtà protagoniste di una precedente sitcom intitolata Rabbits. Poi c'è il mostricciatolo teriomorfo di Eraserhead, neonato metà umano e metà coniglio; ma si trattava comunque di personaggi artefatti, cioè finti.
Invece nel cortometraggio "What did Jack do?", visibile su Netflix, abbiamo una vera scimmia cappuccina, cui lo stesso Lynch presta il labiale per renderla più credibile mentre parla, ottenendo ovviamente un voluto effetto straniante.
Girato in bianco e nero - ricorda Eraserhead per le atmosfere e la fotografia, ma anche alcune scene oniriche dell'ultima stagione di Twin Peaks - il corto mette in scena un interrogatorio tra un detective, lo stesso Lynch, e appunto la scimmia, chiamata Jack Cruz, accusata di aver commesso un omicidio. Il format è un po' lo stesso di alcune serie tv del genere crime/detective story girate interamente in interni, telecamera fissa, campo e controcampo durante interrogatori in cui il detective di turno mira a far crollare l'accusato o comunque a scovare elementi deboli nella sua testimonianza, solo che qui il tutto è al servizio del perturbante, dell'onirico e dell'estetica lynchiana.
Ci sono molti elementi già presenti in tante sue opere, tra cui l'onnipresente tazzina di caffè, ormai una sorta di correlativo oggettivo del cinema del maestro.
Interessanti i dialoghi in cui si recitano proverbi che riguardano gli animali e l'inventiva di una mitologia improvvisata in cui gli animali sono appunto protagonisti di racconti in cui vengono antropomorfizzati.

Tutto sommato però mi ha lasciata abbastanza indifferente, e ovviamente non posso che trovare sgradevole e inopportuna la scelta di usare degli animali veri (presente in scena anche una gallina). Animali ovviamente addestrati, usati contro la loro volontà e quindi schiavi. E poco importa che nei titoli di coda compaia il nome del trainer e la dicitura volta a rassicurare che nessun animale è stato maltrattato; il maltrattamento è insito nella negazione etologica delle altre specie e nel loro uso al servizio di azioni e cose prettamente umane. Peraltro la scimmietta qui è anche vestita.
L'arte è arte, direte voi, ma in suo nome non devono essere usati esseri senzienti, per nessun motivo, specialmente oggi che abbiamo la possibilità di ricreare praticamente ogni animale in digitale con effetti speciali all'avanguardia.

lunedì 13 gennaio 2020

A cosa pensiamo quando pensiamo agli animali?

Noto che a volte quando a persone appena conosciute dico che sono un'attivista per la liberazione animale, queste subito si affrettano a deviare il discorso su argomenti condivisi dalla maggioranza, tipo gli incendi che hanno ucciso e uccidono animali selvatici, maltrattamenti aggiuntivi negli allevamenti, abbandono di cani e gatti, mattanze per produrre pellicce. Non so se lo facciano apposta, ossia se cerchino di evitare il fulcro del discorso per non voler discutere e non trovarsi in contraddizione o se semplicemente pensino esclusivamente ad alcune specie e non a quelle la cui uccisione e sfruttamento è talmente normalizzato da apparire naturalizzato.

A cosa pensano le persone quando sentono e pronunciano la parola "animali"?

domenica 12 gennaio 2020

Ancora e ancora sullo specismo

Le specismo consiste anche nel considerare gli altri animali incapaci di sentimenti o comunque nell'attribuirgli sentimenti di qualità inferiore rispetto alla nostra, tra cui la capacità di stringere relazioni durature con i loro cuccioli.

Non è così.

Ogni mucca, ogni pecora, ogni capra, ogni gatta, ogni scrofa, ogni cagna e tutti i mammiferi, almeno, o quanto meno tutte le specie che dispensano cure parentali soffrono e si disperano quando vengono separati dai loro cuccioli. Nelle rarissime occasioni in cui non vengono separati (come nel caso di Dina e Merlino, nella foto sotto, poiché ospitati da un rifugio antispecista, La Tana del Bianconiglio, che è anche un agriturismo vegan), rimangono insieme per moltissimi anni, instaurando relazioni affettive solide e continuando a riconoscersi.

La produzione del latte impedisce tutto ciò. Cuccioli e madri vengono separati dopo poche giorni, a volte anche soltanto ore, dalla nascita (se lasciano il cucciolo attaccato alle mammelle della madre è solo per fargli prendere il colostro, nell'interesse quindi che sopravviva affinché l'allevatore possa venderlo al macello o, se femmina, sfruttarlo come la madre, quindi per il profitto) e entrambi provano un dolore immenso, disperandosi per giorni. Già Lucrezio scriveva dei muggiti disperati della mucca (e all'epoca non esistevano certo gli allevamenti cosiddetti intensivi) e in rete è pieno di video che mostrano le corse disperate delle mucche dietro ai loro cuccioli caricati sui camion, corse che talvolta le hanno anche fatte morire d'infarto.

Come possiamo dirci persone sensibili verso il prossimo se non sappiamo nemmeno riconoscere i legami tra una madre e i suoi figli? Siamo animali mammiferi anche noi, solo di specie diversa. Non siamo una specie superiore, solo diversa. Ma può la differenza di specie diventare giustificazione per schiavizzare, sfruttare, uccidere altri esseri senzienti?


"Dina era considerata una pecora a fine carriera, Merlino un agnello da carne, entrambi avrebbero viaggiato insieme verso il luogo di non ritorno, il macello.
Da tre anni vivono liberi al rifugio.
Dina, nonostante gli innumerevoli parti e qualche dente in meno, tiene duro, finalmente può stare accanto a chi di più caro ha al mondo... il suo agnellino, ora montone (diventato più grosso di lei), Merlino" (così scrivono gli amici della Tana in un post su FB).