sabato 18 maggio 2019

Un caso emblematico di specismo

Dalla pagina NOmattatoio

Un caso emblematico di specismo è quanto è accaduto in una scuola elementare di Gioia Tauro: un gattino, "reo" di essersi introdotto all'interno dell'edificio, è stato ucciso a bastonate dal bidello.

Quello su cui ci preme soffermarci è anche la narrazione che ne è stata fatta dalle principali testate giornalistiche, e relativi commenti da parte di moltissime persone. A scandalizzare infatti non è stato tanto il fatto in sé, ritenuto quasi normale nella nostra società che attribuisce giudizi di valore in base all'appartenenza di specie, quanto che sia avvenuto davanti a dei bambini; in altre parole, non è tanto l'azione di efferata violenza su un individuo inerme che si denuncia, ma il possibile trauma che dei bambini potrebbero aver riportato. Rimane centrale l'interesse delle persone umane rispetto a quello di altri individui appartenenti ad altre specie.

Narrazioni simili avvengono continuamente, ossia si condanna la violenza sugli altri animali poiché non educativa, traumatica, o perché potrebbe fungere da palestra alle desensibilizzazione; argomentazioni validissime, ma ancora una volta sbilanciate verso gli interessi umani.

C'è inoltre un'ulteriore considerazione da fare: la notizia ha avuto una certa risonanza ed è stata battuta da tantissimi siti di informazioni poiché comunque la vittima appartiene alle cosiddette specie ritenute "d'affezione" verso cui abbiamo sviluppato un minimo di sensibilità e senso di familiarità. Se si fosse trattato di un serpente, un topo o un cinghiale o qualsiasi altro animale appartenente a specie ritenute - sempre in base a considerazioni di natura specista, ossia che tengono in considerazione esclusivamente i nostri interessi - dannose o pericolose, non se ne sarebbe nemmeno parlato. Difatti, siffatti episodi di violenza verso alcune specie avvengono quotidianamente, anche davanti ai bambini, ma nessuno ci fa caso, talmente sono normalizzati. Si uccidono insetti, si procede a derattizzazioni e simili, si scacciano individui in malo modo senza che tutto ciò costituisca un problema morale e senza che se ne percepisca la violenza.

L'episodio racchiude quindi una triplice valenza specista: a) si è ucciso un gatto e lo si è fatto poiché uccidere un animale non costituisce un problema morale particolarmente grave ed è considerato a livello giuridico un reato minore rispetto a quello di uccidere persone umane; b) se ne parla perché uccidere un gatto è ritenuto comunque leggermente più grave rispetto a uccidere uno scarafaggio, fatto che invece non avrebbe nemmeno costituito una notizia; c) se ne parla comunque sempre relativamente agli interessi degli umani, ossia considerandolo un fatto grave poiché avvenuto in presenza di bambini, il cui interesse e la cui tutela meritano attenzione in modo prioritario, persino rispetto al valore della vita stessa dell'animale, che così finisce per passare in secondo piano.

Ciò che dovremmo imparare a condannare e a delegittimare è la violenza sugli altri animali, tutti, in quanto tale e non soltanto perché dannosa o diseducativa per noi umani.

Per leggere la notizia: https://bit.ly/2WcYBvg

domenica 5 maggio 2019

What will people say


"What will people say" è un'opera potente e sconvolgente ispirata alle vicende realmente accadute alla regista Iram Haq, cresciuta a Oslo, di origini pakistane. 
La protagonista Nisha vive una doppia vita: fuori da casa è una ragazza che vive come i suoi coetanei norvegesi, studia, ha un ragazzo e amiche, va alle feste, si diverte, indossa abiti occidentali; dentro casa è costretta a osservare le tradizioni della cultura d'origine. Quando il padre la sorprende insieme al suo fidanzato viene sottoposta a una punizione esemplare: forzatamente condotta in Pakistan e abbandonata presso dei parenti in un paesino a 350 km dall'aeroporto.
In seguito a un tentativo di fuga non andato a buon fine il suo passaporto viene bruciato e Nisha è obbligata ad adeguarsi alle norme della cultura locale che impongono alle donne di vivere secondo i valori dell'Islam tradizionale.
Trova conforto nell'amicizia con il cugino che in poco tempo si trasforma in una storia d'amore tenera e ingenua; accusata di averlo sedotto e di un comportamento nuovamente disonorevole per la famiglia, viene riportata in Norvegia, dove sarà tenuta sotto stretto controllo dal padre, in un regime di semi-reclusione. Intervengono i servizi sociali per l'infanzia, a conoscenza di un'email che era riuscita a scrivere quando si trovava in Pakistan in cui dichiarava di essere stata rapita e di trovarsi in pericolo. 
La famiglia, resasi conto di trovarsi in una situazione difficile, la sottoporrà a nuove prove difficilissime.

Il film mantiene una tensione narrativa per tutta la durata e sottopone lo spettatore a diversi interrogativi e riflessioni. 
La costrizione e violenza cui viene sottoposta Nisha sono culturalmente accettate, normalizzate e si scontrano con il sistema di valori occidentali che, per quanto ancora patriarcali e maschilisti, purtuttavia consentono, a noi donne, ampi margini di libertà d'azione, ma, come ho detto tante volte, quando si parla di libertà di scelta e d'azione bisogna anche tener conto del contesto culturale entro cui ci formiamo e muoviamo, ragion per cui nemmeno noi donne occidentali possiamo dirci del tutto libere nel momento in cui veniamo letteralmente addestrate a pensarci in un certo modo. Certo, oggi non veniamo obbligate a matrimoni riparatori e combinati se solo veniamo scoperte a baciarci con un ragazzo, né veniamo allontanate e tenute recluse se non adempiamo agli obblighi della tradizione religiosa, ma i femminicidi sono all'ordine del giorno e veniamo derise, bulleggiate o addirittura allontanate dalla comunità sociale più ampia se non rispettiamo determinati canoni di comportamento ed estetici. 
Ciò che sconvolge di questo film quindi non è soltanto la vicenda raccontata, tanto più se si pensa che è ispirata appunto alla biografia della regista e che, come lei stessa ha dichiarato, fatti simili avvengono ancora oggi, ma anche il fatto che, in modo sottile, sappiamo che le differenze sono solo di grado.
Il filo comune conduttore tra due culture così diverse c'è ed il patriarcato. 
Nisha siamo noi. Lo sguardo incredulo, impotente e terrorizzato di fronte alle fiamme che bruciano il suo passaporto è probabilmente lo stesso di ogni donna che diviene oggetto di stalking e minacce e che si sente presa in una trappola da cui nemmeno le autorità, per lassismo e inadempienze delle leggi, possono salvarla. 
Il sentimento predominante durante la visione è appunto quello dell'impotenza. Ed è un'impotenza che di fronte alla prepotenza e violenza maschili tutte noi conosciamo bene. Ma sotterraneamente emerge anche dell'altro: il desiderio di lottare, la voglia di ribellarsi, l'urgenza a farlo, a rischiare la propria stessa vita, pur di cambiare le cose. Se non per se stesse, almeno per le generazioni successive. 
Nisha che guarda un'ultima volta la sorellina minore, sul finale, è un pensiero rivolto al domani. Un domani cui, si spera, anche il padre sarà pronto ad accogliere.

Il film è stato proiettato al Nordic Film Fest che si è tenuto a Roma dal 2 al 5 maggio (oggi ultimo giorno) e alla proiezione era presente la regista che ha risposto a diverse domande del pubblico. Le ho chiesto proprio questo, ossia se oggi la situazione fosse diversa, se le nuove generazioni delle comunità pakistane in Europa fossero più permissive nei confronti delle donne. Mi ha risposto che purtroppo non è così, casi come quello di Nisha avvengono ancora oggi. O ci si adegua alla cultura d'origine, o si va incontro a punizioni durissime che prevedono anche la morte, pure se, ovviamente, ciò dipende da famiglia a famiglia. 
Mi chiedo quale lavoro dovremmo e potremmo fare: sicuramente offrire a queste donne servizi di ascolto e di emergenza. Ma soprattutto lottare per distruggere la cultura patriarcale e le religioni propugnando il femminismo radicale e i valori laici.

domenica 14 aprile 2019

Servire corpi

L'argomentazione che usano spesso le persone pro prostituzione è quella in cui si fa presente che i clienti starebbero comprando niente di più di un servizio, un po' come chi va in lavanderia e paga per il servizio di avere i panni lavati e stirati da qualcun altro.
Ma chi paga le donne prostituite non compra un servizio, bensì le loro parti del corpo, i loro orifizi. 
Non pagano una donna perché gli prepari un caffè, ma la donna stessa diventa quella tazza di caffè servita.
Ad offrire veramente un servizio infatti è il pappone. Il pappone, nei paesi in cui la prostituzione è regolamentata, è un manager che possiede un locale, cioè un bordello, in cui vende della merce, cioè i corpi delle donne, ai clienti. 
Le donne sono merce sul menù.

La prostituzione è servire e servirsi di corpi. La donna è la merce.

sabato 13 aprile 2019

Cos'è lo specismo

Riprendendo il post di ieri, ci tenevo a chiarire alcuni punti.

Il tipo di trattamento che riserviamo agli altri animali è diverso in base alle specie e al tipo di utilità che pensiamo di trarne. Alcuni si sfruttano in modo diretto per trarne profitto: vengono utilizzati come macchine per produrre il latte, le uova, uccisi per essere usati come materia inerte (per la pelle, la pelliccia, il cuoio ecc.), fatti ingrassare per essere trasformati in salsicce, bistecche ecc., tenuti in vita nei laboratori per farci esperimenti; altri vengono schiavizzati e domati sempre per trarne profitto: è il caso di quelli nei circhi, negli zoomarine, e anche dei cavalli che trainano le botticelle o che vengono montati per le corse; altri ancora vengono uccisi per tradizione, è il caso della caccia e della pesca cosiddetta sportiva; altri vengono uccisi per un mix di profitto legato alla tradizione (la tradizione lo giustifica), è il caso della corrida, per esempio, o di altre "attività" cruente del genere (combattimento dei cani, per dirne una).
Poi ci sono altri animali che vengono mercificati per un duplice fine, è il caso degli animali cosiddetti da compagnia, cani, gatti, coniglietti, criceti ecc. Le persone li comprano per avere un animale da coccolare, gli allevatori ci guadagnano.

E poi ci sono i randagi, i selvatici, che vengono comunque discriminati, maltrattati, uccisi, cacciati, allontanati in vari modi.

Quello che voglio dire è che se il maiale viene ucciso per il profitto e quindi, secondo alcune teorie, sarebbe sufficiente cambiare sistema economico in cui le risorse fossero meglio distribuite (ma gli altri animali, se non si elimina lo specismo alla radice del pensiero, sempre risorse verrebbero considerati e badate bene che questo è un punto importante), altri vengono discriminati proprio perché ritenuti inferiori. 
Il bambino che prende a calci il piccione o i ragazzini (criminali!) che torturano il cane randagio per divertimento non stanno cercando un profitto di tipo economico. Lo fanno perché li considerano inferiori. E nemmeno percepiscono l'entità del loro crimine, forse.
Non si può non considerare lo specismo come un insieme di narrazioni e di produzioni culturali funzionali a giustificare tanto il profitto ricavato attraverso l'uso degli animali, che il diverso trattamento morale che gli riserviamo nelle diverse occasioni, quello per cui se investiamo un gatto lo lasciamo a crepare in mezzo alla strada.
Quando parlo di cultura o produzioni culturali intendo anche la politica, la filosofia, l'economia, l'arte, il cinema, la lingua, il diritto (le leggi), insomma tutto ciò entro cui nasce e si forma il pensiero e tutte le cose pratiche e materiali che produciamo. Inclusa la religione. Per dire, il creazionismo delle religioni monoteiste da cui ha preso avvio la gerarchia dei viventi ha dato una bella mano allo specismo, diciamo che ne ha costituito i presupposti perché lo specismo è soprattutto la distanza ontologica tra noi e gli altri animali. Se non ci fosse stato Cartesio (e un certo tipo di pensiero, il dualismo, che divideva la materia dal concetto di anima, anima che gli animali non avrebbero posseduto) a dire che gli animali sono macchine, probabilmente lo specismo sarebbe stato meno radicato. 
Per giustificare, legittimare, normalizzare tutto ciò che la nostra specie fa agli altri animali - o meglio, la relazione di dominio che instaura con loro - c'è bisogno della narrazione simbolica, ossia della gabbia metaforica che giustifica il loro sfruttamento.
Ora, per me l'antispecismo è una lotta precisa ed è una lotta multipla, pronta a colpire su diversi fronti, tutto questo qua. 
Nulla c'entra col marxismo e nemmeno con l'anarchia e tutto il resto. Così come il femminismo è lotta contro l'oppressione di un sesso sull'altro (sostenuta dalla cultura patriarcale), l'antispecismo è lotta contro l'oppressione di una specie sulle altre. Poi, che lo sfruttamento sia anche per il profitto, non posso negarlo. Ma è una motivazione che da sola non basta perché non c'è solo lo sfruttamento, ma anche la discriminazione, la distanza ontologica, la diversa considerazione morale. A sostenere il profitto c'è comunque tutta la narrazione dello specismo che ho sopra elencato molto sinteticamente (potrei perdere giorni a parlare dell'uso, simbolico e non, degli animali nell'arte attraverso i secoli, per dire, o nel cinema ecc. e sono argomenti che richiedono trattazioni a parte).

Concludendo: ci sono forme di sfruttamento che non dipendono dalla ricerca di profitto e che quindi non rientrano nel discorso della lotta di classe. Peraltro, equiparare gli operai agli animali che uccidono non mi pare giusto. La discriminazione non dipende dal profitto. Quando vado in colonia e mi bulleggiano perché do da mangiare ai gatti e dicono che i gatti fanno schifo, che portano sfiga, quella è cultura (bassa, superstizione, cultura popolare), non è lotta di classe. È teriofobia. Paura del diverso. È un discorso che va approfondito in tanti modi diversi, così come quello del carnismo. Attraverso la psicologia, l'antropologia ecc.
E i selvatici? Idem. Vediamo come sono proprio considerati inferiori, a prescindere dal fatto che li si sfrutti o no.

venerdì 12 aprile 2019

Individui diversi di specie diverse


Quando si parla degli altri animali a volte si commette l'imperdonabile errore - imperdonabile poiché frutto di una mentalità antropocentrica che ancora una volta mette da una parte l'umano e dall'altra tutti gli altri animali non umani, in un calderone indistinto, così confermando la distanza ontologica, come se non fossimo animali anche noi e come se non ci fossero migliaia di individui diversi di specie diverse - di attribuire uno stesso comportamento a specie diverse che sono schiavizzate e assoggettate all'umano in modo molto diverso.
Per esempio, quando si parla di "resistenza animale" non si può mettere sullo stesso piano il comportamento dei grossi predatori schiavizzati nei circhi o zoomarine, leoni, tigri, elefanti, orche, delfini, che spesso si ribellano ai loro aguzzini e riescono anche a ferirli e ucciderli, con quello dei topi reclusi nei laboratori o delle galline, maiali, agnelli e conigli ammassati negli allevamenti. Mi pare evidente che si tratti di situazioni molto diverse e anche di capacità e comportamenti diversi di diverse specie e di diversi individui.
Diversa è la possibilità di ribellarsi di una tigre rispetto all'oca imprigionata nella gabbia di contenzione a cui viene infilato un tubo giù per la gola per ingrassarne il fegato o rispetto al visone acciuffato dalle mani brutali dell'addetto alla sua uccisione per togliergli la pelliccia.
La reclusione forzata negli allevamenti degli individui di alcune specie sin dalla nascita quasi sempre ne piega la volontà. Possono esserci eccezioni, individui che riescono a fuggire,che si ribellano (la ribellione invero è costante di fronte alle percosse), ma la forza della nostra specie è preponderante e sono davvero rari i casi di individui che ce la fanno.

Persino i tori che si difendono dalla brutalità dei toreri, quando vincono, cioè riescono a incornare il torero, alla fine vengono comunque uccisi.

A maggior ragione, mi pare che sia quanto meno una forzatura attribuire a questi diversi individui (diversi per indole e carattere e diversi per specie) una coscienza di classe o addirittura definirli "working class".

Gli altri animali (e qui a ragione si può dire quasi tutti, indistintamente) sono sempre stati usati a vario titolo dall'umano: considerati e allevati o come macchine per produrre o come materie prima da cui ottenere prodotti o per servire ad altri scopi.

Che noi gli si riconosca la consapevolezza dell'oppressione, e questo è ovvio, l'intelligenza, l'essere individui senzienti soggetti di una loro stessa vita, non vuol dire che però, all'interno del sistema specista, non continuino a essere nient'altro che oggetti.

L'antispecismo è questo che deve combattere. Questa concezione dell'animale-macchina. Ma senza mettere in un unico calderone etologie molto diverse, culture diverse (anche gli altri animali hanno una loro cultura), società diverse (hanno le loro diverse società e le loro diverse relazioni intraspecie).

Non posso sentir parlare di leoni che si ribellano al loro aguzzino (buon per loro!) senza rivolgere un pensiero ai miliardi di altri individui che non hanno nemmeno la possibilità di aprire un'ala, di sbattere le ciglia, di muovere una zampa. E che nel corso della loro breve esistenza conosceranno solo sbarre, paura, botte, calci e poi lame di coltelli. 
E non tener conto di queste fondamentali distinzioni di etologia, contesti oppressivi, individuali per me è semplificazione intellettuale e o volontà di forzare un qualcosa che concettualmente non può essere forzato pena il suo mancato riconoscimento (antispecismo che, di default, combatte lo specismo).

mercoledì 10 aprile 2019

Abbandonare il linguaggio del dominio


Chi si occupa di antispecismo e liberazione animale dovrebbe sforzarsi di non dire più "allevamenti intensivi".

L'aggiunta del termine "intensivo" fa pensare che il problema sia il tipo di allevamento e non il concetto in sé di far nascere, imprigionare, schiavizzare e mandare a morire individui senzienti.

Il termine "intensivo" ormai lo criticano anche gli allevatori stessi e in generale tutte le aziende che fanno greenwashing per dimostrare che esista invece un altro modo, etico (sic!), di sfruttare (ma loro dicono "allevare"!) gli animali. Usano termini come "allevamenti attenti al benessere animale", "allevamenti bio", "allevamenti a terra", "allevamenti all'aperto" per darsi una parvenza di eticità, ma nella sostanza fanno sempre le stesse cose: fanno nascere, imprigionano, schiavizzano e mandano a morire individui senzienti per trasformarli in prodotti.

Pensateci bene, è come se ai tempi del nazismo avessimo parlato di lager intensivi o lager attenti al benessere dei prigionieri.

Una gabbia leggermente più grande, un allevamento più pulito, tenuto meglio, non è meno violento e crudele di altri, se il fine è lo stesso.

Ovviamente c'era da aspettarselo che il sistema si difendesse provando a differenziare i tipi di allevamenti, ma almeno non prestiamoci al loro sporco gioco. Altro che greenwashing!

Se c'è modo e modo di schiavizzare e sfruttare, come dicono gli allevatori, - e pensate all'assurdità dell'affermazione: se si è sfruttati, si è sfruttati, se si è schiavi, si è schiavi, non è che si può essere un poco sfruttati, un poco schiavi o sfruttati meglio, schiavi migliori - c'è comunque un solo modo per morire che riguarda tutti questi individui: ammazzati a testa in giù, con la gola recisa, scalpitando di terrore fino a che il sangue non cessa di sgorgare e si esala l'ultimo respiro. 

giovedì 14 marzo 2019

Disobbedienza vegana, ovvero il veganismo come potrebbe essere di Adriano Fragano


Ogni volta che si parla di ambiente, salute, evoluzione personale, consumismo in relazione al veganismo si perde di vista l'obiettivo.

Allora, proviamo a vederla così: se uno ha un obiettivo, che so, una mèta da raggiungere ed è molto importante che ci arrivi il prima possibile perché in ballo c'è la vita di miliardi di individui senzienti, cos'è meglio che faccia per risparmiare tempo? Percorrere la strada più dritta e senza distrazioni, quella che non impedisce di perdere di vista il traguardo e che soprattutto non lo confonda con altri di diversa natura, o invece iniziare a girarci intorno, imboccando stradine laterali, svoltando a destra e manca, magari soffermandosi su postazioni e scenari che farebbero solo perdere tempo e che rischierebbero di confondere altri viandanti?

Il veganismo è un concetto ben preciso: è una pratica che contempla il fine della liberazione animale e racchiude in sé una seria di principi etici ben precisi e definiti; non una pratica finalizzata a migliorare la nostra salute, per fermare il cambiamento climatico, per far aumentare il profitto delle multinazionali o un viaggio intrapreso per la nostra evoluzione spirituale. Soprattutto non è una dieta, e nemmeno uno stile di vita. Tutto questo soffermarsi sulle ricette, sul cibo, su come mangiamo è veramente fuorviante. Giorni fa mi è passato sotto agli occhi un post in cui c'era un video di uno che faceva una torta vegan accompagnato dal commento: "anche questo è attivismo". Ma manco per niente! Ma col cavolo che è attivismo!

Tutta questa confusione, propagata dai media, purtroppo viene alimentata infatti da molti attivisti stessi quando anziché parlare dei principi etici e valori morali che sono dietro alla scelta del veganismo - ossia una presa di posizione contro lo sfruttamento degli altri animali, e quindi un profondo atto di disobbedienza nei confronti di una società che invece è edificata proprio sul loro sfruttamento - si mettono a parlare di questioni che col veganismo non c'entrano assolutamente nulla o si scambiano ricette vegane. Che poi diventare vegani possa essere utile anche per la propria salute o renderci persone migliori è un altro discorso, ma non è di questo che tratta la scelta del veganismo. Sono argomenti nemmeno indiretti, ma proprio estranei, diversi, antropocentrici, che spostano il focus su di noi. Trattasi di falsi veganismi.

Mi spiace, ma queste cose vanno dette.

Ora, c'è una persona che non solo le ha dette, ma anche realizzato un lavoro tanto rigoroso, quanto chiaro, limpido e inequivocabile per cercare di restituire al termine "veganismo" il suo significato originario (raccontando la storia delle sue origini all'interno della Vegan Society e il suo travagliato percorso; e sì, perché anche i termini, le parole, il linguaggio hanno una loro storia) e soprattutto per fare chiarezza sugli obiettivi che dovremmo prefiggerci quando parliamo degli altri animali. Obiettivi che non possiamo sperare di raggiungere sulla base di false credenze, di scarsa preparazione, di slogan svuotati di significato, o, peggio, di azioni fatte tanto per dire che si sta facendo qualcosa. C'è un momento per fare, e c'è anche un momento per mettersi a studiare, a riflettere.

Come si può pensare ad esempio che quelle stesse istituzioni che campano sullo sfruttamento animale possano realmente avere l'interesse di liberare gli altri animali? Mi sembra un po', e il paragone ci sta tutto (in riferimento alla "carne felice" e a molto riformismo), come quelli convinti che i papponi e i clienti delle prostitute, cioè persone che campano sullo sfruttamento e traggono vantaggi personali dall'uso del loro corpo, possano realmente avere l'interesse di rendere queste donne libere e autodeterminate. È un paradosso, no? Purtroppo noto che talvolta ciò che proprio manca è la conoscenza del funzionamento delle leggi che regolano il libero mercato e il funzionamento del capitalismo; sono processi che hanno un'unica funzione: la crescita esponenziale all'infinito del profitto. Quindi sono processi sostanzialmente amorali. Per questo motivo pensare di giungere alla liberazione animale strizzando l'occhio alle istituzioni e al consumismo è semplicemente folle. Come voler spegnere il fuoco gettandoci sopra benzina.

Purtroppo le buone intenzioni non bastano.

Tutto questo, ma molto molto di più è affrontato nel libro di Adriano Fragano, "Disobbedienza vegana, ovvero il veganismo come potrebbe essere". Anzi, aggiungo io, come DOVREBBE essere.

Lo sto leggendo e mi sta chiarendo tantissimi punti. Devo dire, per onestà, che inizialmente ero anche un po' perplessa su questo tentativo, per quanto nobile, perché - e Adriano lo sa, ne avevamo discusso in un post su FB tempo fa - negli ultimi tempi, a forza di veder stravolto, svilito e completamente distorto il concetto di veganismo, quasi quasi avevo pensato che fosse meglio rinunciarci. Così come si butta via qualcosa che ormai non serve più, di vecchio, obsoleto, soppiantato da altri termini e concetti.
Invece il termine veganismo non è affatto obsoleto, e, quando ben definito e circoscritto, aiuta a comprende meglio anche l'antispecismo, per quanto i due non siano semplicemente sovrapponibili (pensate che nelle prime definizioni di veganismo ad opera delle Vegan Society c'era già una descrizione in nuce dell'antispecismo, potremmo chiamarlo un proto-antispecismo, prima di Singer e Regan, e si contemplava anche la messa in discussione dell'intera società): l'antispecismo è una teoria che combatte lo specismo (per capire cosa sia, oltre a rimandare a un altro libro che ha scritto sempre Adriano, "Proposte per un manifesto antispecista", posso indicare una vasta bibliografia su richiesta), il veganismo invece può essere la sua diretta applicazione pratica, ovviamente personale, ma anche sociale nel momento in cui, come dovrebbe essere, non si limiti soltanto all'adozione di una dieta, ma comprenda la messa in discussione dell'attuale società - una società edificata sullo sfruttamento degli altri animali - e si sforzi di dare respiro e attuazione a questa messa in discussione, non solo come petizione di principio e una serie di comportamenti e azioni, ossia nel rifiutarsi di prendere parte a tutte quelle attività che contemplano lo sfruttamento animale e nel sensibilizzare, informare, protestare in vari modi e su più livelli e in ogni campo delle attività umane che usano, realmente o simbolicamente, gli altri animali, ma anche come ricerca, analisi, studio, progettualità di un vivere alternativo per la costruzione di una società diversa, non capitalistica, quindi come accoglimento di istanze squisitamente politiche, morali, etiche che riguardano il vivere collettivo, un vivere in cui si rispetti e riconosca anche la soggettività degli altri animali. Antispecismo e veganismo vanno a braccetto, non si può immaginare una società antispecista senza accogliere pienamente le pratiche del veganismo e non si può pensare a un veganismo svuotato della teoria antispecista.

P.S.: questo post non è una vera e propria recensione, diciamo più un commento scritto di getto dettato dall'entusiasmo di condividere con voi queste riflessioni. 
Mi sto attivando, insieme ad altre persone, per presentare il libro a Roma. Speriamo quanto prima. E speriamo che sia l'occasione di un confronto proficuo. Affinché il termine "veganismo" sia divulgato correttamente, al netto di strumentalizzazioni e mistificazioni dei media, bisogna che ce lo abbiamo chiaro in testa noi che siamo diventati vegani per un motivo ben preciso. Se ce lo abbiamo chiaro in testa possiamo meglio argomentare e rispondere a chi tenta di gettare fumo negli occhi e di farlo passare per una dieta o altro. 
Bene o male è un termine ormai conosciuto dai più, dobbiamo solo evitare la confusione del suo significato autentico ed evitare di attribuirgli altro, svilendo e depotenziando le sue istanze pienamente rivoluzionarie.

In quanto antispecisti, ossia di persone che lottano per la liberazione animale, non possiamo parlare di veganismo come una dieta o per l'ambiente o altro. Veganismo significa una cosa ben precisa. 
Come si dice in gergo internettiano, più specificamente da social, Stay Tuned!