martedì 25 luglio 2017

E dopo "Pantheon is closed", "hotel is closed"!

Racconto un aneddoto che è certamente singolare, ma anche rappresentativo del pressappochismo in cui ormai versa questo paese. 
Da circa un paio di mesi un albergo nei paraggi di casa mia ha chiuso per motivi non del tutto chiari. Sulla porta hanno affisso un cartello con su scritto "chiuso per ristrutturazione". Io so che il giorno prima della chiusura c'è stato un movimento di polizia, vigili del fuoco e ambulanza e di dipendenti che si lamentavano di non esser stati pagati. Dopodiché, chiuso.
Fin qui tutto bene. Insomma, cavoli loro.
Ieri sera, verso le nove di sera, noto tre turisti americani, con tanto di trolley, valigie, zaini e borse varie di fronte alla porta: l'espressione costernata, incredula, a metà tra il riso isterico e il pianto. 
Sembrava una scena di un film comico, di una commedia all'italiana, appunto. Solo che questa era la realtà.
Praticamente questi dell'albergo hanno chiuso senza disdire le prenotazioni, senza avvertire i clienti che sarebbero arrivati in estate e che chissà da quanto avevano prenotato.
Mi sono messa nei panni di quei turisti - una cosa che mi riesce molto bene, mettermi nei panni degli altri - e mi sono sentita davvero male per loro: immaginate una famiglia che si prenota una vacanza con settimane o mesi di anticipo (e visto che quest'albergo è chiuso da circa due mesi, sicuramente avevano prenotato ancora prima, magari approfittando di un'offerta particolarmente vantaggiosa, visto che stiamo comunque parlando di un albergo a 4 stelle), che arriva stanca dopo tante ore di volo (erano americani, si capiva dall'accento), che già si immagina di posare le valigie, farsi una bella doccia tonificante e poi fuori ad assaporare le prime ore nella città più bella del mondo, magari un giretto in centro, una passeggiata in qualche nota via, una cenetta in un ristorantino tipico e invece si ritrova davanti a una porta chiusa, a discutere con il tizio dell'agenzia e a supplicare che gli trovino qualsiasi posto per dormire in qualsiasi punto della città. 
"Everywhere, everywhere, everywhere".
Ora, il posto sicuramente l'avranno trovato, siamo a Roma e di hotel ce ne sono quanti vi pare, ma certamente se, come di solito avviene quando si prenota con largo anticipo, l'albergo era già stato pagato, avranno comunque buttato via dei soldi. Magari si erano portati solo quelli per il soggiorno, hotel escluso.
Insomma, non deve essere stata una bella impressione quella che gli abbiamo fatto noi Romani o noi Italiani in generale. Tutto ciò mi rattrista molto perché noi di turismo dovremmo viverci e dovremmo fare il massimo per mettere i turisti a loro agio, invece gli tiriamo sòle (fregature, in gergo), gli facciamo i prezzi a seconda dell'intuizione sulle loro possibilità economiche, gli chiudiamo i musei negli orari più improbabili e il Pantheon nel bel mezzo di un concerto (ricordate l'aneddoto?), li lasciamo spesso a piedi per via del mal funzionamento dei mezzi pubblici e per di più anche senza posto dove dormire. 
E no, non basta vedere il colosseo e la fontana di Trevi per chi viene a farsi una vacanza.

lunedì 24 luglio 2017

The War - Il pianeta delle scimmie



Attenzione: contiene spoiler.

"The War - Il pianeta delle scimmie" è una grandiosa conclusione della trilogia che vede come protagonista Cesare, lo scimpanzé divenuto intelligente al pari degli umani dopo un esperimento di laboratorio.
Il prologo - che poi costituisce la trama del primo della saga (ne avevo parlato qui) -  costituisce in parte il suo limite, ma fa anche da serbatoio per avviare una serie di riflessioni sul nostro rapporto con gli animali e per una visione decisamente critica dell'antropocentrismo. 
Il suo limite perché l'intelligenza di Cesare è riconosciuta tale solo dopo che si avvicina a quella degli umani e inizia a parlare facendo del Logos la misura di tutte le cose, concetto che però viene finalmente ribaltato nell'ultimo episodio. 
L'umanità si sta estinguendo, umani e scimmie sono in guerra per la sopravvivenza delle rispettive specie - una guerra non voluta da Cesare, che avrebbe voluto vivere in pace con i suoi simili, ma da Kobo, il co-protagonista del secondo episodio, assetato di vendetta poiché incapace di perdonare ciò che gli uomini hanno fatto. 
Questa volta è il pacifismo di Cesare a vacillare, dopo che gli umani hanno ucciso uno dei suoi figli e  la sua compagna, così, dopo aver indirizzato la sua gente verso una possibile nuova terra da abitare al riparo dagli umani, parte alla ricerca del Colonnello che sta dirigendo la guerra contro le scimmie.
Inizia così una sorta di percorso a tappe verso l'inferno - ossia verso il punto più buio della follia umana - che riecheggia esplicitamente - il viaggio di Willard alla ricerca del colonnello Kurtz in Apocalypse Now. L'omaggio diretto al capolavoro di Coppola è evidente sin dalle primissime inquadrature e atmosfere del campo del colonnello: le scimmie che lui aveva lasciato in viaggio sono state catturate, fatte prigioniere e ora usate come schiave per costruire un muro che possa separare e proteggere gli umani dall'arrivo degli altri umani con cui sono in lotta a causa di un virus che fa perdere la parola e riconduce l'umanità a uno stadio primigenio, prima del logos e del pensiero astratto. In poche parole, prima della cultura che ci ha resi gli animali più dominanti e distruttivi del pianeta. 
Anche Cesare viene catturato, ma grazie all'aiuto di un gruppetto dei suoi che l'hanno seguito per aiutarlo e soprattutto grazie all'aiuto di una bambina che ha contratto il virus - e che quindi non parla, ma impara a comunicare con le scimmie tramite il linguaggio dei segni, diventando così una di loro - riescono ad avere la meglio.
L'umanità - almeno quella che conosciamo - ormai non esiste più, rimangono solo le scimmie e la bimba, soprannominata Nova, la prima di una nuova specie che ha perso il Logos, ma ci ha guadagnato in empatia, solidarietà, potremmo dire in umanità, se l'umanità fosse ciò che ci contraddistinguesse per la capacità di vivere in pace e armonia e non per quella di dominare a sopraffare le altre specie animali.
Alcune considerazioni: pur in un film esplicitamente animalista come questo e quindi critico nei confronti dell'antropocentrismo, non ci si riesce del tutto ad affrancare dallo specismo di cui è intrisa la nostra cultura; ho già detto del limite concettuale dell'intelligenza di Cesare che si libera e libera la sua gente solo dopo che è diventato simile agli umani grazie a un esperimento (e, volendo andare oltre nella lettura, ci si potrebbe anche vedere un vago rinforzo positivo della sperimentazione sugli animali), ma per di più queste scimmie intelligenti che parlano hanno imparato a domare e cavalcare. Usare i cavalli come mezzo di trasporto evidentemente non costituisce alcun problema per lo sceneggiatore e il regista, abituati come sono, da lungo tempo, a considerare normale che lo si faccia.
Invece stona, e parecchio, l'indole pacifista delle scimmie mentre tengono in mano le redini di animali che vorrebbero e dovrebbero essere liberi come loro.
A parte questo però il messaggio del film è chiaro e alla fine vien quasi da applaudire quando gli ultimi residui di un'umanità ormai arrivata all'ultima tappa della propria follia viene spazzata via da una slavina mentre Cesare e le sue genti sono in salvo sulle cime degli alberi più forti e più alti.
Ora il pianeta terra appartiene alle scimmie e a Nova, la prima di una nuova specie di umani che, senza comprendere l'importanza del suo ruolo nell'evoluzione, gioca felice con i cuccioli di scimpanzé. 
Solo noi infatti pensiamo di essere giunti al gradino più alto dell'umanità, mentre in realtà potremmo essere giunti già alla fine del nostro viaggio, all'ultima tappa, quella in "Heart of Darkness" dal quale non c'è ritorno. 

Ho molto apprezzato anche la colonna sonora e la delicatezza con cui il regista, Matt Reeves (che aveva già diretto il secondo della saga),  si affida alle immagini, più che ai dialoghi, tipico di un cinema senz'altro più europeo o comunque autoriale e meno hollywoodiano. I tempi infatti sono più lenti rispetto al classico action movie, pur non mancando scene adrenaliniche e un uso attualissimo della computer grafica.

domenica 23 luglio 2017

Cultura della carne

Noto, già da un po', una tendenza inversa sul consumo di carne. 
Da Status Symbol delle classi benestanti durante l'ascesa del carnismo con i suoi barbecue borghesi a definire la convivialità di assonnati week-end agli immensi mostri architettonici che sono le steak houses, i Mc Donald's, le hamburgherie e i fast food a definire gli orizzonti delle periferie. 
La carne degli allevamenti intensivi costa poco, è veloce da cucinare e continua a nutrire, oltre che la pancia, anche un immaginario fatto di tradizione e appartenenza a una specifica comunità.
Non è solo questione di sfruttamento animale e di politica, ma di antropologia culturale.

giovedì 20 luglio 2017

Oltre Okja


La violenza, il dominio; la disperazione, la lotta impari di chi viene trascinato e sa che sta andando a morire ammazzato.
Questa immagine dice tutto. 
E non è un film. Nessuno lo salverà. 
Un giorno tutto quello che stiamo facendo agli animali verrà riconosciuto come un crimine. Ma non è di consolazione a tutti quelli che stanno morendo in questo istante. Per cosa, poi? Per il gusto di farsi una braciolata, una fettina di San Daniele. 
Non sono mai giudicante o aggressiva verso i carnisti, chi mi legge lo sa. Non accuso mai direttamente le persone. Però, per la miseria, certe volte mi verrebbe davvero voglia di sbattervi la testa (metaforicamente) contro il vetro di un macello. 
Un maiale è come il vostro cane, gatto. Mandereste mai il vostro cane al macello? E allora perché dovrebbero andarci i maiali, le mucche, i vitelli, gli agnelli? Non lo capite che è solo un'abitudine culturale, un'ideologia di dominio, di sopraffazione, di violenza su altri individui senzienti?

Potete farcela. Voi siete qualcosa di più del vostro stomaco e del vostro intestino. 

martedì 18 luglio 2017

Okja


Migliaia di animali, anzi miliardi, per essere precisi 1200 al secondo, vengono uccisi nei mattatoi per essere poi venduti nei supermercati, acquistati un tanto al kg e mangiati. 
I consumatori comprano ignari, nessuno si appassiona alle loro storie, nessuno sa chi era quell’individuo che ora giace fatto a pezzi nelle vaschette di polistirolo del supermercato, nessuno sa il suo nome perché un nome non l’ha mai avuto, solo un numero identificativo sulla targhetta e poi un codice a barre attribuito alle varie parti del suo corpo dopo che è stato smembrato.
E poi ogni tanto accade che il racconto di una singola esistenza esca, per così dire, allo scoperto: dall’anonimato degli allevamenti e mattatoi agli onori della cronaca, magari perché fuggita da un allevamento o “graziata” dall’allevatore per aver compiuto qualche gesto “straordinario”; il mondo intero si commuove e chiede che la sua vita venga risparmiata. 
La storia di Okja racconta un caso come questo.
Se fosse così sarebbe un film buonista. Una favola a lieto fine, magari come Babe maialino coraggioso. Invece la storia di Okja si spinge oltre e la sua parabola - per quanto leggera e scanzonata -, diventa un racconto critico sullo sfruttamento degli animali e la sua forza sta proprio nel riuscire a veicolare tantissimi messaggi senza risultare ideologica o pedante. 
A un pubblico poco avvezzo al cinema coreano forse potrà sembrare fin troppo didascalico perché abbiamo a che fare con una poetica e un’estetica distante dai canoni del linguaggio hollywoodiano. Il punto di forza della narrazione  è puramente visivo ed è da ricercarsi più nella delicatezza di alcune scene che non a livello di articolazione della sceneggiatura. È l’attenzione per i particolari a fare la differenza: ad esempio la differenza tra quello che avviene subito dopo il prologo, quando Okja e Mija sono nel laghetto sulle montagne e quello che avviene invece nella scena finale: prima Mija si porta appresso un retino per pesci, dopo un cestino per raccogliere le castagne. Qualcosa è avvenuto nel frattempo, Okja e il nonno sono cambiati. In un film americano di cassetta sarebbe stato enunciato attraverso un dialogo o una scena esplicita, qui invece la narrazione è affidata a pochi elementi. 
I dialoghi sono scarni, eppure Okja è un film dichiaratamente animalista, sulla liberazione animale, sulle tante menzogne raccontate dall’industria della carne e dei derivati e sull’ignoranza del consumatore che alla fine comprerà comunque quello che il mercato gli propinerà, purché sia a basso costo. Ed è nell’apparente semplicità con cui si fa capire il funzionamento del mercato nella sua spasmodica ricerca del minor investimento per il massimo profitto (e negli spudorati meccanismi pubblicitari che fanno leva sulle emozioni dei consumatori) che sta il suo maggior punto di forza. 
Si parla esplicitamente degli ALF (Animal Liberation Front) con immagini di repertorio degli anni ottanta/novanta. Se ne parla in maniera ironica - e anche un po’ farsesca, ma tutto il film è così -, senza mitizzazione alcuna (oggi sicuramente la storia del movimento è andata avanti, ma alcuni aneddoti del manifesto dell’epoca sono veri), mostrandoli per quello che sono: persone che non mirano soltanto a salvare gli animali, ma che hanno come obiettivo quello di raccontare a tutti la verità - oltre le menzogne della carne felice  e degli allevamenti compassionevoli -  e di fare il possibile - in maniera non violenta (concetto che viene ribadito più volte) - per mettere in crisi l’economia basata sullo sfruttamento e mercificazione degli animali.
Non c’è un lieto fine perché fino a che continueranno a esistere i mattatoi non ci potrà essere un lieto fine. Quello che accade è un falso lieto fine. Però c’è una speranza. La speranza che sempre più persone, conoscendo davvero quando accade dentro allevamenti e mattatoi possano rendersi conto dell’immensa ingiustizia di condannare altri individui senzienti a un orrore senza fine.  
Una nota positiva di cui dovremmo rallegrarci: su Instagram, Mercy For Animals ha postato una grafica di come le ricerche su google per "going vegan" e "how to go vegan" si siano impennate dopo l'uscita del film.

Okja non sarà un saggio sull’antispecismo, ma sicuramente riuscirà a raggiungere migliaia di ragazzini e adolescenti che si appassioneranno alla storia del simpatico maiale e, soprattutto, al destino di tutti i suoi simili che non sono stati salvati. 
La commozione è assicurata, ci scappa pure qualche risata, ma il film non assolve nessuno e qui sta la sua serietà e sincerità.

Okja, scritto e diretto da Bong Joon-ho, lo trovate su Netflix. 

lunedì 17 luglio 2017

A volte il silenzio è la maniera migliore di aiutare gli animali


Il post precedente, pubblicato anche su FB, è stato molto letto e commentato.
Alcuni commenti hanno messo in luce una questione che penso riguardi un po' tutti noi che ci occupiamo di sfruttamento animale, per questo voglio parlarne. 
In pratica è venuto fuori che alcuni credono che sia necessario, quando ci si trova in contesti conviviali o sociali con persone onnivore che sfiorano la questione, non perdere l'occasione e parlarne, anche se il discorso potrebbe sfociare in una discussione animata, rovinandoci così la serata.
Ora so già cosa penseranno alcuni di voi: di fronte all'immenso sterminio degli animali ti vai a preoccupare di rovinarti una serata o magari un'amicizia?
Ebbene, sì. Sì perché sono umana anche io e anche io, come tutti, ho bisogno di momenti di relax e di stacco. 
Dedico gran parte della mia vita all'attivismo e alla cura degli animali che ospito, colonie di gatti compresi, come molti di voi che mi state leggendo. Vivo la mia esistenza sforzandomi di rispettare il prossimo, animale o umano che sia e i valori dell'antispecismo permeano ogni mia decisione e azione. 
Non sono antispecista o attivista solo in momenti dedicati, lo sono sempre, se non altro appunto nella mia maniera di stare al mondo, ma proprio per questo ho bisogno ogni tanto di non pensare a quello che accade dentro i mattatoi e gli allevamenti. Poi non è nemmeno così perché il pensiero c'è sempre, diciamo che ho bisogno di non parlarne, di non indulgere in descrizioni, di non argomentare. 
Tre anni fa ho partecipato a un seminario di Melanie Joy e disse una cosa molto interessante proprio a proposito di questo e del fatto che noi attivisti che ci occupiamo della questione animale siamo tutti a rischio burn out e soffriamo quasi tutti della sindrome da stress post-traumatico secondario (è secondaria quando le vittime di un trauma non siamo noi, ma abbiamo assistito a violenze su qualcun altro). 
Come fare per evitare il burn out, che di conseguenze inficierebbe la buona riuscita del nostro impegno per gli animali? Una persona esaurita, depressa, ansiosa può essere utile alla causa? 
Le feci questa domanda e mi rispose di fare in modo che il mio attivismo non divenisse totalizzante a punto di non avere più spazio mentale per altri interessi, a prendermi cura di me e anche di visitare ogni tanto i rifugi in cui si possono vedere animali che stanno bene, che sono stati salvati, così da rafforzare la nostra speranza.
Ecco, detto così sembra un consiglio semplice, quasi banale, semplice da rispettare.
Eppure, nella vita di tutti i giorni non sono rare le occasioni in cui, nostro malgrado, veniamo trascinati in estenuanti discussioni, magari in un momento in cui non abbiamo voglia di farlo, in cui siamo stanchi, demotivati, depressi e presi da altre questioni personali. Certo, una discussione non è come fare attivismo vero su strada, non sarà come partecipare a un presidio o a un banchetto, ma proprio perché accade in un momento che in teoria dovrebbe essere dedicato ad altro, può essere ancora più pesante. 
Il collega di lavoro che ti fa la battutina perché tiri fuori il tuo yogurt di soia, l'amico d'infanzia che ti chiede per l'ennesima volta che male c'è a mangiare le uova del contadino, la cena con gli amici del corso (di qualsiasi cosa facciate per hobby) in cui gli stessi ti rivolgono tutte le domande stupide che avete già sentito miliardi di volte - e a cui non vorreste rispondere -, ma che invece vi obbligano a spiegare per la miliardesima volta che no, le mucche non fanno sempre il latte, le piante non soffrono, è molto improbabile finire su un'isola deserta e i canini non fanno di noi un animale carnivoro per necessità; e poi le stesse situazioni ripetute decine di volte in cui, all'ennesima battuta, all'ennesima domanda idiota, all'ennesima provocazione, ti capita di sbottare e alla fine ti senti dire: "ecco, lo vedi, voi vegani siete sempre aggressivi, è proprio vero che siete estremisti".
Il fatto è che tutte queste situazioni ci provocano uno stress enorme e l'unica cosa da fare per salvarci è non sentirci obbligati a trasformare ogni occasione di convivialità in una guerra in trincea. 
Ci sono giorni in cui siamo stanchi e non in grado di argomentare bene come faremmo in altre occasioni, quindi, possiamo rimandare e rispondere all'amico curioso che se vuole può informarsi su internet o, magari, parlare con noi in un altro momento.
Anche perché una risposta frettolosa o scarsamente argomentata - proprio per l'importanza della questione - è peggio di un silenzio.
Sempre Melanie Joy consigliò di accettare la discussione solo a patto che nella tavolata (o altri contesti) ci sia almeno un alleato disposto a sostenerci, altrimenti si rischia di perdere la pazienza e di rispondere male, vanificando appunto la possibilità di far riflettere o, peggio, confermando il pregiudizio di cui sopra, ossia che noi vegani siamo aggressivi ed estremisti.
Insomma, fare attivismo è faticoso perché per l'importanza di quanto c'è in ballo - la vita di migliaia di altri individui senzienti - va fatto con la massima concentrazione di cui si è capaci. Se si è stanchi e stressati il nostro rendimento cala. 
Quindi, per rendere un buon servizio alla causa, a volte è meglio tacere. 
E se una volta avrò taciuto, questo non renderà me una persona tollerante verso lo sterminio o una a cui degli animali non importa nulla.
Al contrario, è proprio perché mi importa e voglio occuparmi di loro il più a lungo possibile e nella maniera migliore possibile, che rispetterò i miei tempi e deciderò in base al contesto del momento.

Nella foto: Camillo, salvato da un allevamento e ospite al rifugio Thegreenplace.

sabato 15 luglio 2017

Divorare la bellezza


Ieri ero su un treno e, volente o nolente - per via dei toni alti della voce di chi mi stava seduto accato - mi sono trovata ad assistere a una lunga conversazione tra due donne. 
Donne non più giovanissime di origine contadina che parlavano di cucina. 
Donne un po' abbrutite dalla vita, di modi rozzi, sbrigativi, abituate a considerare gli aspetti pratici della vita.
In pochi minuti hanno snocciolato tutta una serie di istruzioni su come cucinare piatti tradizionali, dilungandosi in particolari. 
Zampette di galline - galline ruspanti, del proprio cortile (sic!) - e fegatini per rendere il sugo più saporito, e poi ancora tonno e alici per farcire le zucchine, maialino da latte cotto al forno, uova (sempre delle proprie galline) belle gialle per fare la lasagna, conigli disossati ripieni e via dicendo.
Poi si sono lamentate di questi giovani d'oggi che non vogliono mangiare più niente, che schifano la carne e tutto il resto e che allora per fargliela mangiare bisogna ingannarli e magari tritare le zampette di gallina a fettine sottili sottili così da metterle nel sugo senza che se ne accorgano.
È stato allora, sull'immagine di queste zampette tritate sottili sottili che ho pensato alla terribile ingiustizia di permettere che l'incommensurabile bellezza e varietà del mondo animale venga distrutta da persone che sanno ragionare solamente con la pancia.
Ho pensato ai tonni che solcano il mare, al pancino rosa e gli occhietti cerulei dei maialini, al pelo soffice dei conigli e al piumaggio colorato delle galline. E poi guardavo queste donne
che non facevano che cianciare in modi orribili su come cucinare. Parlavano di coltelli, di trinciapolli, di interiora, parlavano di violenza pur senza averne la percezione. 
Lo so, forse è un pensiero snob, non dovrei giudicare la vita di persone che non conosco e che magari hanno combattuto e vinto guerre personali, ma il contrasto di quei discorsi con le immagini della bellezza degli animali così deturpata è un qualcosa che mi ha colpito come un pugno allo stomaco, al di là di qualsiasi razionalizzazione.
Ho poi provato a ragionare come faccio di solito: sì, queste persone sono vittime di un sistema e di una cultura tradizionale che forse un giorno cambierà, eppure con le loro mani hanno tirato il collo a non so quante galline, hanno sgozzato maiali, ucciso conigli e contribuito a svuotare i mari. Hanno mai sporche di sangue, non solo di terra. 
L'apologia del mondo contandino, come se fosse un'arcadia perduta, sinceramente, non l'ho mai capita. 
Non ho mai vista tanta violenza come nelle case dei contadini (e da piccina ne ho frequentata qualcuna per via di una zia che viveva in campagna e l'ho appresa anche dai racconti di mia madre che pure era di origine contadina). Maiali sgozzati come ne L'albero degli zoccoli di Olmi, galline cui veniva tirato il collo, conigli ammazzatti sbattendogli la testa sul tavolo di marmo, mucche legate dentro la stalla e via dicendo. Insomma, una violenza quotidiana cui vengono iniziati i bambini sin dalla più tenera età.
Cambiamo scenario: l'altra sera sono stata invitata a cena dai nuovi vicini di casa. Persone colte, questa volta, laureati, entrambi liberi professionisti, di gran gusto e di quella gentilezza che è oltre le convenzioni, ma è disposizione d'animo e socievolezza. 
Ci hanno preparato una cena quasi interamente vegana, ad eccezione di una portata a base di gamberetti che non era per noi, ma per l'altra coppia presente e devo dire che ci hanno chiesto prima se ci avesse dato fastidio (ma cosa avrei dovuto dire?). 
Di veganismo si è parlato poco e niente (avevo già affrontato con loro l'argomento in un'altra occasione e già sapevano cosa comporta la produzione di latte e uova, lui aveva anche letto Ecocicio di Rifkin); uno degli ospiti però ha fatto un paio di battutine e il proprietario di casa ha detto che al latte non rinuncerebbe mai. 
Mi sarebbe piaciuto rispondere che purtroppo la sua scelta obbliga milioni di mucche a rinunciare ai propri figli e alla libertà, ma non volevo passare per la vegana rompicoglioni.
Solo a un certo punto, quando mi hanno chiesto se non sgarrassi mai mai, nemmeno per assaggiare un dolcetto, ho risposto con tono leggermente acido dicendo che per me latte e uova non sono proprio più cibo commestibile. Mi hanno guardata un po' come se avessi detto una cosa esagerata, ma pazienza.
Ecco, pure qui, a un certo punto mi è arrivata addosso l'immagine delle mucche sfruttate e dei vitellini, dei pulcini tritati e tutto il resto e ho pensato a quanto sia ingiusto che debbano sopportare tutto ciò per il soddisfacimento del gusto di persone che hanno tutti gli strumenti per capire che è sbagliato.
In entrambi casi mi sono resa conto che mi è sempre più difficile comprendere e tollerare la totale mancanza di assunzione di responsabilità delle persone comuni, che siano persone colte o meno.
Le tragedie, gli orrori del mondo e persino le terribili dittature avvengono non a causa della follia di pochi, ma con il consenso delle masse. Queste masse irresponsabili, guidate solo da ciechi e biechi istinti di potere, di dominio, solo leggermente addolcito dalla falsità delle convenzioni nel caso delle classi più benestanti e per questo ancora più terribile.
Vedere queste bocche spalancate che divorano la bellezza del mondo è un'immagine di una bruttezza veramente immensa.
E più passa il tempo più mi convinco che il poeta John Keats aveva proprio ragione: Beauty is Truth and Truth is Beauty, dice nel suo celebre poema Ode on a Grecian Urn. 
E i Greci, con la loro ricerca di riproduzione delle forme soggiacenti, di bellezza ne sapevano qualcosa davvero.