sabato 18 maggio 2019

Un caso emblematico di specismo

Dalla pagina NOmattatoio

Un caso emblematico di specismo è quanto è accaduto in una scuola elementare di Gioia Tauro: un gattino, "reo" di essersi introdotto all'interno dell'edificio, è stato ucciso a bastonate dal bidello.

Quello su cui ci preme soffermarci è anche la narrazione che ne è stata fatta dalle principali testate giornalistiche, e relativi commenti da parte di moltissime persone. A scandalizzare infatti non è stato tanto il fatto in sé, ritenuto quasi normale nella nostra società che attribuisce giudizi di valore in base all'appartenenza di specie, quanto che sia avvenuto davanti a dei bambini; in altre parole, non è tanto l'azione di efferata violenza su un individuo inerme che si denuncia, ma il possibile trauma che dei bambini potrebbero aver riportato. Rimane centrale l'interesse delle persone umane rispetto a quello di altri individui appartenenti ad altre specie.

Narrazioni simili avvengono continuamente, ossia si condanna la violenza sugli altri animali poiché non educativa, traumatica, o perché potrebbe fungere da palestra alle desensibilizzazione; argomentazioni validissime, ma ancora una volta sbilanciate verso gli interessi umani.

C'è inoltre un'ulteriore considerazione da fare: la notizia ha avuto una certa risonanza ed è stata battuta da tantissimi siti di informazioni poiché comunque la vittima appartiene alle cosiddette specie ritenute "d'affezione" verso cui abbiamo sviluppato un minimo di sensibilità e senso di familiarità. Se si fosse trattato di un serpente, un topo o un cinghiale o qualsiasi altro animale appartenente a specie ritenute - sempre in base a considerazioni di natura specista, ossia che tengono in considerazione esclusivamente i nostri interessi - dannose o pericolose, non se ne sarebbe nemmeno parlato. Difatti, siffatti episodi di violenza verso alcune specie avvengono quotidianamente, anche davanti ai bambini, ma nessuno ci fa caso, talmente sono normalizzati. Si uccidono insetti, si procede a derattizzazioni e simili, si scacciano individui in malo modo senza che tutto ciò costituisca un problema morale e senza che se ne percepisca la violenza.

L'episodio racchiude quindi una triplice valenza specista: a) si è ucciso un gatto e lo si è fatto poiché uccidere un animale non costituisce un problema morale particolarmente grave ed è considerato a livello giuridico un reato minore rispetto a quello di uccidere persone umane; b) se ne parla perché uccidere un gatto è ritenuto comunque leggermente più grave rispetto a uccidere uno scarafaggio, fatto che invece non avrebbe nemmeno costituito una notizia; c) se ne parla comunque sempre relativamente agli interessi degli umani, ossia considerandolo un fatto grave poiché avvenuto in presenza di bambini, il cui interesse e la cui tutela meritano attenzione in modo prioritario, persino rispetto al valore della vita stessa dell'animale, che così finisce per passare in secondo piano.

Ciò che dovremmo imparare a condannare e a delegittimare è la violenza sugli altri animali, tutti, in quanto tale e non soltanto perché dannosa o diseducativa per noi umani.

Per leggere la notizia: https://bit.ly/2WcYBvg

domenica 5 maggio 2019

What will people say


"What will people say" è un'opera potente e sconvolgente ispirata alle vicende realmente accadute alla regista Iram Haq, cresciuta a Oslo, di origini pakistane. 
La protagonista Nisha vive una doppia vita: fuori da casa è una ragazza che vive come i suoi coetanei norvegesi, studia, ha un ragazzo e amiche, va alle feste, si diverte, indossa abiti occidentali; dentro casa è costretta a osservare le tradizioni della cultura d'origine. Quando il padre la sorprende insieme al suo fidanzato viene sottoposta a una punizione esemplare: forzatamente condotta in Pakistan e abbandonata presso dei parenti in un paesino a 350 km dall'aeroporto.
In seguito a un tentativo di fuga non andato a buon fine il suo passaporto viene bruciato e Nisha è obbligata ad adeguarsi alle norme della cultura locale che impongono alle donne di vivere secondo i valori dell'Islam tradizionale.
Trova conforto nell'amicizia con il cugino che in poco tempo si trasforma in una storia d'amore tenera e ingenua; accusata di averlo sedotto e di un comportamento nuovamente disonorevole per la famiglia, viene riportata in Norvegia, dove sarà tenuta sotto stretto controllo dal padre, in un regime di semi-reclusione. Intervengono i servizi sociali per l'infanzia, a conoscenza di un'email che era riuscita a scrivere quando si trovava in Pakistan in cui dichiarava di essere stata rapita e di trovarsi in pericolo. 
La famiglia, resasi conto di trovarsi in una situazione difficile, la sottoporrà a nuove prove difficilissime.

Il film mantiene una tensione narrativa per tutta la durata e sottopone lo spettatore a diversi interrogativi e riflessioni. 
La costrizione e violenza cui viene sottoposta Nisha sono culturalmente accettate, normalizzate e si scontrano con il sistema di valori occidentali che, per quanto ancora patriarcali e maschilisti, purtuttavia consentono, a noi donne, ampi margini di libertà d'azione, ma, come ho detto tante volte, quando si parla di libertà di scelta e d'azione bisogna anche tener conto del contesto culturale entro cui ci formiamo e muoviamo, ragion per cui nemmeno noi donne occidentali possiamo dirci del tutto libere nel momento in cui veniamo letteralmente addestrate a pensarci in un certo modo. Certo, oggi non veniamo obbligate a matrimoni riparatori e combinati se solo veniamo scoperte a baciarci con un ragazzo, né veniamo allontanate e tenute recluse se non adempiamo agli obblighi della tradizione religiosa, ma i femminicidi sono all'ordine del giorno e veniamo derise, bulleggiate o addirittura allontanate dalla comunità sociale più ampia se non rispettiamo determinati canoni di comportamento ed estetici. 
Ciò che sconvolge di questo film quindi non è soltanto la vicenda raccontata, tanto più se si pensa che è ispirata appunto alla biografia della regista e che, come lei stessa ha dichiarato, fatti simili avvengono ancora oggi, ma anche il fatto che, in modo sottile, sappiamo che le differenze sono solo di grado.
Il filo comune conduttore tra due culture così diverse c'è ed il patriarcato. 
Nisha siamo noi. Lo sguardo incredulo, impotente e terrorizzato di fronte alle fiamme che bruciano il suo passaporto è probabilmente lo stesso di ogni donna che diviene oggetto di stalking e minacce e che si sente presa in una trappola da cui nemmeno le autorità, per lassismo e inadempienze delle leggi, possono salvarla. 
Il sentimento predominante durante la visione è appunto quello dell'impotenza. Ed è un'impotenza che di fronte alla prepotenza e violenza maschili tutte noi conosciamo bene. Ma sotterraneamente emerge anche dell'altro: il desiderio di lottare, la voglia di ribellarsi, l'urgenza a farlo, a rischiare la propria stessa vita, pur di cambiare le cose. Se non per se stesse, almeno per le generazioni successive. 
Nisha che guarda un'ultima volta la sorellina minore, sul finale, è un pensiero rivolto al domani. Un domani cui, si spera, anche il padre sarà pronto ad accogliere.

Il film è stato proiettato al Nordic Film Fest che si è tenuto a Roma dal 2 al 5 maggio (oggi ultimo giorno) e alla proiezione era presente la regista che ha risposto a diverse domande del pubblico. Le ho chiesto proprio questo, ossia se oggi la situazione fosse diversa, se le nuove generazioni delle comunità pakistane in Europa fossero più permissive nei confronti delle donne. Mi ha risposto che purtroppo non è così, casi come quello di Nisha avvengono ancora oggi. O ci si adegua alla cultura d'origine, o si va incontro a punizioni durissime che prevedono anche la morte, pure se, ovviamente, ciò dipende da famiglia a famiglia. 
Mi chiedo quale lavoro dovremmo e potremmo fare: sicuramente offrire a queste donne servizi di ascolto e di emergenza. Ma soprattutto lottare per distruggere la cultura patriarcale e le religioni propugnando il femminismo radicale e i valori laici.

domenica 14 aprile 2019

Servire corpi

L'argomentazione che usano spesso le persone pro prostituzione è quella in cui si fa presente che i clienti starebbero comprando niente di più di un servizio, un po' come chi va in lavanderia e paga per il servizio di avere i panni lavati e stirati da qualcun altro.
Ma chi paga le donne prostituite non compra un servizio, bensì le loro parti del corpo, i loro orifizi. 
Non pagano una donna perché gli prepari un caffè, ma la donna stessa diventa quella tazza di caffè servita.
Ad offrire veramente un servizio infatti è il pappone. Il pappone, nei paesi in cui la prostituzione è regolamentata, è un manager che possiede un locale, cioè un bordello, in cui vende della merce, cioè i corpi delle donne, ai clienti. 
Le donne sono merce sul menù.

La prostituzione è servire e servirsi di corpi. La donna è la merce.

sabato 13 aprile 2019

Cos'è lo specismo

Riprendendo il post di ieri, ci tenevo a chiarire alcuni punti.

Il tipo di trattamento che riserviamo agli altri animali è diverso in base alle specie e al tipo di utilità che pensiamo di trarne. Alcuni si sfruttano in modo diretto per trarne profitto: vengono utilizzati come macchine per produrre il latte, le uova, uccisi per essere usati come materia inerte (per la pelle, la pelliccia, il cuoio ecc.), fatti ingrassare per essere trasformati in salsicce, bistecche ecc., tenuti in vita nei laboratori per farci esperimenti; altri vengono schiavizzati e domati sempre per trarne profitto: è il caso di quelli nei circhi, negli zoomarine, e anche dei cavalli che trainano le botticelle o che vengono montati per le corse; altri ancora vengono uccisi per tradizione, è il caso della caccia e della pesca cosiddetta sportiva; altri vengono uccisi per un mix di profitto legato alla tradizione (la tradizione lo giustifica), è il caso della corrida, per esempio, o di altre "attività" cruente del genere (combattimento dei cani, per dirne una).
Poi ci sono altri animali che vengono mercificati per un duplice fine, è il caso degli animali cosiddetti da compagnia, cani, gatti, coniglietti, criceti ecc. Le persone li comprano per avere un animale da coccolare, gli allevatori ci guadagnano.

E poi ci sono i randagi, i selvatici, che vengono comunque discriminati, maltrattati, uccisi, cacciati, allontanati in vari modi.

Quello che voglio dire è che se il maiale viene ucciso per il profitto e quindi, secondo alcune teorie, sarebbe sufficiente cambiare sistema economico in cui le risorse fossero meglio distribuite (ma gli altri animali, se non si elimina lo specismo alla radice del pensiero, sempre risorse verrebbero considerati e badate bene che questo è un punto importante), altri vengono discriminati proprio perché ritenuti inferiori. 
Il bambino che prende a calci il piccione o i ragazzini (criminali!) che torturano il cane randagio per divertimento non stanno cercando un profitto di tipo economico. Lo fanno perché li considerano inferiori. E nemmeno percepiscono l'entità del loro crimine, forse.
Non si può non considerare lo specismo come un insieme di narrazioni e di produzioni culturali funzionali a giustificare tanto il profitto ricavato attraverso l'uso degli animali, che il diverso trattamento morale che gli riserviamo nelle diverse occasioni, quello per cui se investiamo un gatto lo lasciamo a crepare in mezzo alla strada.
Quando parlo di cultura o produzioni culturali intendo anche la politica, la filosofia, l'economia, l'arte, il cinema, la lingua, il diritto (le leggi), insomma tutto ciò entro cui nasce e si forma il pensiero e tutte le cose pratiche e materiali che produciamo. Inclusa la religione. Per dire, il creazionismo delle religioni monoteiste da cui ha preso avvio la gerarchia dei viventi ha dato una bella mano allo specismo, diciamo che ne ha costituito i presupposti perché lo specismo è soprattutto la distanza ontologica tra noi e gli altri animali. Se non ci fosse stato Cartesio (e un certo tipo di pensiero, il dualismo, che divideva la materia dal concetto di anima, anima che gli animali non avrebbero posseduto) a dire che gli animali sono macchine, probabilmente lo specismo sarebbe stato meno radicato. 
Per giustificare, legittimare, normalizzare tutto ciò che la nostra specie fa agli altri animali - o meglio, la relazione di dominio che instaura con loro - c'è bisogno della narrazione simbolica, ossia della gabbia metaforica che giustifica il loro sfruttamento.
Ora, per me l'antispecismo è una lotta precisa ed è una lotta multipla, pronta a colpire su diversi fronti, tutto questo qua. 
Nulla c'entra col marxismo e nemmeno con l'anarchia e tutto il resto. Così come il femminismo è lotta contro l'oppressione di un sesso sull'altro (sostenuta dalla cultura patriarcale), l'antispecismo è lotta contro l'oppressione di una specie sulle altre. Poi, che lo sfruttamento sia anche per il profitto, non posso negarlo. Ma è una motivazione che da sola non basta perché non c'è solo lo sfruttamento, ma anche la discriminazione, la distanza ontologica, la diversa considerazione morale. A sostenere il profitto c'è comunque tutta la narrazione dello specismo che ho sopra elencato molto sinteticamente (potrei perdere giorni a parlare dell'uso, simbolico e non, degli animali nell'arte attraverso i secoli, per dire, o nel cinema ecc. e sono argomenti che richiedono trattazioni a parte).

Concludendo: ci sono forme di sfruttamento che non dipendono dalla ricerca di profitto e che quindi non rientrano nel discorso della lotta di classe. Peraltro, equiparare gli operai agli animali che uccidono non mi pare giusto. La discriminazione non dipende dal profitto. Quando vado in colonia e mi bulleggiano perché do da mangiare ai gatti e dicono che i gatti fanno schifo, che portano sfiga, quella è cultura (bassa, superstizione, cultura popolare), non è lotta di classe. È teriofobia. Paura del diverso. È un discorso che va approfondito in tanti modi diversi, così come quello del carnismo. Attraverso la psicologia, l'antropologia ecc.
E i selvatici? Idem. Vediamo come sono proprio considerati inferiori, a prescindere dal fatto che li si sfrutti o no.

venerdì 12 aprile 2019

Individui diversi di specie diverse


Quando si parla degli altri animali a volte si commette l'imperdonabile errore - imperdonabile poiché frutto di una mentalità antropocentrica che ancora una volta mette da una parte l'umano e dall'altra tutti gli altri animali non umani, in un calderone indistinto, così confermando la distanza ontologica, come se non fossimo animali anche noi e come se non ci fossero migliaia di individui diversi di specie diverse - di attribuire uno stesso comportamento a specie diverse che sono schiavizzate e assoggettate all'umano in modo molto diverso.
Per esempio, quando si parla di "resistenza animale" non si può mettere sullo stesso piano il comportamento dei grossi predatori schiavizzati nei circhi o zoomarine, leoni, tigri, elefanti, orche, delfini, che spesso si ribellano ai loro aguzzini e riescono anche a ferirli e ucciderli, con quello dei topi reclusi nei laboratori o delle galline, maiali, agnelli e conigli ammassati negli allevamenti. Mi pare evidente che si tratti di situazioni molto diverse e anche di capacità e comportamenti diversi di diverse specie e di diversi individui.
Diversa è la possibilità di ribellarsi di una tigre rispetto all'oca imprigionata nella gabbia di contenzione a cui viene infilato un tubo giù per la gola per ingrassarne il fegato o rispetto al visone acciuffato dalle mani brutali dell'addetto alla sua uccisione per togliergli la pelliccia.
La reclusione forzata negli allevamenti degli individui di alcune specie sin dalla nascita quasi sempre ne piega la volontà. Possono esserci eccezioni, individui che riescono a fuggire,che si ribellano (la ribellione invero è costante di fronte alle percosse), ma la forza della nostra specie è preponderante e sono davvero rari i casi di individui che ce la fanno.

Persino i tori che si difendono dalla brutalità dei toreri, quando vincono, cioè riescono a incornare il torero, alla fine vengono comunque uccisi.

A maggior ragione, mi pare che sia quanto meno una forzatura attribuire a questi diversi individui (diversi per indole e carattere e diversi per specie) una coscienza di classe o addirittura definirli "working class".

Gli altri animali (e qui a ragione si può dire quasi tutti, indistintamente) sono sempre stati usati a vario titolo dall'umano: considerati e allevati o come macchine per produrre o come materie prima da cui ottenere prodotti o per servire ad altri scopi.

Che noi gli si riconosca la consapevolezza dell'oppressione, e questo è ovvio, l'intelligenza, l'essere individui senzienti soggetti di una loro stessa vita, non vuol dire che però, all'interno del sistema specista, non continuino a essere nient'altro che oggetti.

L'antispecismo è questo che deve combattere. Questa concezione dell'animale-macchina. Ma senza mettere in un unico calderone etologie molto diverse, culture diverse (anche gli altri animali hanno una loro cultura), società diverse (hanno le loro diverse società e le loro diverse relazioni intraspecie).

Non posso sentir parlare di leoni che si ribellano al loro aguzzino (buon per loro!) senza rivolgere un pensiero ai miliardi di altri individui che non hanno nemmeno la possibilità di aprire un'ala, di sbattere le ciglia, di muovere una zampa. E che nel corso della loro breve esistenza conosceranno solo sbarre, paura, botte, calci e poi lame di coltelli. 
E non tener conto di queste fondamentali distinzioni di etologia, contesti oppressivi, individuali per me è semplificazione intellettuale e o volontà di forzare un qualcosa che concettualmente non può essere forzato pena il suo mancato riconoscimento (antispecismo che, di default, combatte lo specismo).

mercoledì 10 aprile 2019

Abbandonare il linguaggio del dominio


Chi si occupa di antispecismo e liberazione animale dovrebbe sforzarsi di non dire più "allevamenti intensivi".

L'aggiunta del termine "intensivo" fa pensare che il problema sia il tipo di allevamento e non il concetto in sé di far nascere, imprigionare, schiavizzare e mandare a morire individui senzienti.

Il termine "intensivo" ormai lo criticano anche gli allevatori stessi e in generale tutte le aziende che fanno greenwashing per dimostrare che esista invece un altro modo, etico (sic!), di sfruttare (ma loro dicono "allevare"!) gli animali. Usano termini come "allevamenti attenti al benessere animale", "allevamenti bio", "allevamenti a terra", "allevamenti all'aperto" per darsi una parvenza di eticità, ma nella sostanza fanno sempre le stesse cose: fanno nascere, imprigionano, schiavizzano e mandano a morire individui senzienti per trasformarli in prodotti.

Pensateci bene, è come se ai tempi del nazismo avessimo parlato di lager intensivi o lager attenti al benessere dei prigionieri.

Una gabbia leggermente più grande, un allevamento più pulito, tenuto meglio, non è meno violento e crudele di altri, se il fine è lo stesso.

Ovviamente c'era da aspettarselo che il sistema si difendesse provando a differenziare i tipi di allevamenti, ma almeno non prestiamoci al loro sporco gioco. Altro che greenwashing!

Se c'è modo e modo di schiavizzare e sfruttare, come dicono gli allevatori, - e pensate all'assurdità dell'affermazione: se si è sfruttati, si è sfruttati, se si è schiavi, si è schiavi, non è che si può essere un poco sfruttati, un poco schiavi o sfruttati meglio, schiavi migliori - c'è comunque un solo modo per morire che riguarda tutti questi individui: ammazzati a testa in giù, con la gola recisa, scalpitando di terrore fino a che il sangue non cessa di sgorgare e si esala l'ultimo respiro. 

giovedì 14 marzo 2019

Disobbedienza vegana, ovvero il veganismo come potrebbe essere di Adriano Fragano


Ogni volta che si parla di ambiente, salute, evoluzione personale, consumismo in relazione al veganismo si perde di vista l'obiettivo.

Allora, proviamo a vederla così: se uno ha un obiettivo, che so, una mèta da raggiungere ed è molto importante che ci arrivi il prima possibile perché in ballo c'è la vita di miliardi di individui senzienti, cos'è meglio che faccia per risparmiare tempo? Percorrere la strada più dritta e senza distrazioni, quella che non impedisce di perdere di vista il traguardo e che soprattutto non lo confonda con altri di diversa natura, o invece iniziare a girarci intorno, imboccando stradine laterali, svoltando a destra e manca, magari soffermandosi su postazioni e scenari che farebbero solo perdere tempo e che rischierebbero di confondere altri viandanti?

Il veganismo è un concetto ben preciso: è una pratica che contempla il fine della liberazione animale e racchiude in sé una seria di principi etici ben precisi e definiti; non una pratica finalizzata a migliorare la nostra salute, per fermare il cambiamento climatico, per far aumentare il profitto delle multinazionali o un viaggio intrapreso per la nostra evoluzione spirituale. Soprattutto non è una dieta, e nemmeno uno stile di vita. Tutto questo soffermarsi sulle ricette, sul cibo, su come mangiamo è veramente fuorviante. Giorni fa mi è passato sotto agli occhi un post in cui c'era un video di uno che faceva una torta vegan accompagnato dal commento: "anche questo è attivismo". Ma manco per niente! Ma col cavolo che è attivismo!

Tutta questa confusione, propagata dai media, purtroppo viene alimentata infatti da molti attivisti stessi quando anziché parlare dei principi etici e valori morali che sono dietro alla scelta del veganismo - ossia una presa di posizione contro lo sfruttamento degli altri animali, e quindi un profondo atto di disobbedienza nei confronti di una società che invece è edificata proprio sul loro sfruttamento - si mettono a parlare di questioni che col veganismo non c'entrano assolutamente nulla o si scambiano ricette vegane. Che poi diventare vegani possa essere utile anche per la propria salute o renderci persone migliori è un altro discorso, ma non è di questo che tratta la scelta del veganismo. Sono argomenti nemmeno indiretti, ma proprio estranei, diversi, antropocentrici, che spostano il focus su di noi. Trattasi di falsi veganismi.

Mi spiace, ma queste cose vanno dette.

Ora, c'è una persona che non solo le ha dette, ma anche realizzato un lavoro tanto rigoroso, quanto chiaro, limpido e inequivocabile per cercare di restituire al termine "veganismo" il suo significato originario (raccontando la storia delle sue origini all'interno della Vegan Society e il suo travagliato percorso; e sì, perché anche i termini, le parole, il linguaggio hanno una loro storia) e soprattutto per fare chiarezza sugli obiettivi che dovremmo prefiggerci quando parliamo degli altri animali. Obiettivi che non possiamo sperare di raggiungere sulla base di false credenze, di scarsa preparazione, di slogan svuotati di significato, o, peggio, di azioni fatte tanto per dire che si sta facendo qualcosa. C'è un momento per fare, e c'è anche un momento per mettersi a studiare, a riflettere.

Come si può pensare ad esempio che quelle stesse istituzioni che campano sullo sfruttamento animale possano realmente avere l'interesse di liberare gli altri animali? Mi sembra un po', e il paragone ci sta tutto (in riferimento alla "carne felice" e a molto riformismo), come quelli convinti che i papponi e i clienti delle prostitute, cioè persone che campano sullo sfruttamento e traggono vantaggi personali dall'uso del loro corpo, possano realmente avere l'interesse di rendere queste donne libere e autodeterminate. È un paradosso, no? Purtroppo noto che talvolta ciò che proprio manca è la conoscenza del funzionamento delle leggi che regolano il libero mercato e il funzionamento del capitalismo; sono processi che hanno un'unica funzione: la crescita esponenziale all'infinito del profitto. Quindi sono processi sostanzialmente amorali. Per questo motivo pensare di giungere alla liberazione animale strizzando l'occhio alle istituzioni e al consumismo è semplicemente folle. Come voler spegnere il fuoco gettandoci sopra benzina.

Purtroppo le buone intenzioni non bastano.

Tutto questo, ma molto molto di più è affrontato nel libro di Adriano Fragano, "Disobbedienza vegana, ovvero il veganismo come potrebbe essere". Anzi, aggiungo io, come DOVREBBE essere.

Lo sto leggendo e mi sta chiarendo tantissimi punti. Devo dire, per onestà, che inizialmente ero anche un po' perplessa su questo tentativo, per quanto nobile, perché - e Adriano lo sa, ne avevamo discusso in un post su FB tempo fa - negli ultimi tempi, a forza di veder stravolto, svilito e completamente distorto il concetto di veganismo, quasi quasi avevo pensato che fosse meglio rinunciarci. Così come si butta via qualcosa che ormai non serve più, di vecchio, obsoleto, soppiantato da altri termini e concetti.
Invece il termine veganismo non è affatto obsoleto, e, quando ben definito e circoscritto, aiuta a comprende meglio anche l'antispecismo, per quanto i due non siano semplicemente sovrapponibili (pensate che nelle prime definizioni di veganismo ad opera delle Vegan Society c'era già una descrizione in nuce dell'antispecismo, potremmo chiamarlo un proto-antispecismo, prima di Singer e Regan, e si contemplava anche la messa in discussione dell'intera società): l'antispecismo è una teoria che combatte lo specismo (per capire cosa sia, oltre a rimandare a un altro libro che ha scritto sempre Adriano, "Proposte per un manifesto antispecista", posso indicare una vasta bibliografia su richiesta), il veganismo invece può essere la sua diretta applicazione pratica, ovviamente personale, ma anche sociale nel momento in cui, come dovrebbe essere, non si limiti soltanto all'adozione di una dieta, ma comprenda la messa in discussione dell'attuale società - una società edificata sullo sfruttamento degli altri animali - e si sforzi di dare respiro e attuazione a questa messa in discussione, non solo come petizione di principio e una serie di comportamenti e azioni, ossia nel rifiutarsi di prendere parte a tutte quelle attività che contemplano lo sfruttamento animale e nel sensibilizzare, informare, protestare in vari modi e su più livelli e in ogni campo delle attività umane che usano, realmente o simbolicamente, gli altri animali, ma anche come ricerca, analisi, studio, progettualità di un vivere alternativo per la costruzione di una società diversa, non capitalistica, quindi come accoglimento di istanze squisitamente politiche, morali, etiche che riguardano il vivere collettivo, un vivere in cui si rispetti e riconosca anche la soggettività degli altri animali. Antispecismo e veganismo vanno a braccetto, non si può immaginare una società antispecista senza accogliere pienamente le pratiche del veganismo e non si può pensare a un veganismo svuotato della teoria antispecista.

P.S.: questo post non è una vera e propria recensione, diciamo più un commento scritto di getto dettato dall'entusiasmo di condividere con voi queste riflessioni. 
Mi sto attivando, insieme ad altre persone, per presentare il libro a Roma. Speriamo quanto prima. E speriamo che sia l'occasione di un confronto proficuo. Affinché il termine "veganismo" sia divulgato correttamente, al netto di strumentalizzazioni e mistificazioni dei media, bisogna che ce lo abbiamo chiaro in testa noi che siamo diventati vegani per un motivo ben preciso. Se ce lo abbiamo chiaro in testa possiamo meglio argomentare e rispondere a chi tenta di gettare fumo negli occhi e di farlo passare per una dieta o altro. 
Bene o male è un termine ormai conosciuto dai più, dobbiamo solo evitare la confusione del suo significato autentico ed evitare di attribuirgli altro, svilendo e depotenziando le sue istanze pienamente rivoluzionarie.

In quanto antispecisti, ossia di persone che lottano per la liberazione animale, non possiamo parlare di veganismo come una dieta o per l'ambiente o altro. Veganismo significa una cosa ben precisa. 
Come si dice in gergo internettiano, più specificamente da social, Stay Tuned!

venerdì 8 marzo 2019

La casa di Jack di Lars von Trier


Attenzione: contiene spoiler.

La psicopatologia dell'umanità, l'orrore di cui la nostra specie è capace, raccontata attraverso le gesta di un serial-killer; il problema ontologico del male, la perdita dell'innocenza, le narrazioni razionali con cui siamo pronti a giustificare le peggiori nefandezze. Mostri dell'umanità che dopo aver compiuto azioni inenarrabili la sera tornano ad abitare le loro splendide casette, in compagnia della famiglia, costruite col sangue delle vittime che hanno massacrato. 
Serve fare esempi? 
Ecco, appunto, se proprio devo trovare una debolezza nell'ultimo film del regista danese è proprio l'essere stato troppo esplicito nella spiegazione di alcuni punti che avviene duranti i dialoghi tra Jack e colui che poi scopriremo essere Virgilio, la guida che lo condurrà all'inferno. Sembra accorgersene anche lui, ridendoci sopra, a volte. L'ironia è un elemento presente, spero, anche, nell'auto-citazione. Del resto, che von Trier sia un narcisista lo si era capito anni fa. Ma gli si perdona, anche solo per quei venti minuti finali che, rompendo - e irrompendo - visivamente con quanto visto fino a quel momento, ci regalano una "catabasi" che è anche catarsi. Un mix tra von Trier stesso, Lynch e Tarkowskij e una scena che ricorda persino alcuni dei lavori di La Chapelle. Matt Dillon è bravissimo, il compianto Bruno Ganz si vede pochissimo, notevolissima anche l'interpretazione di Uma Thurman.

Uno dei film più maturi e lucidi di von Trier, nulla a che vedere con le esagerazioni, anche kitsch di Antichrist o con la ricerca di spettacolarizzazione di Melancholia (film che comunque ho molto amato), ricorda semmai più il rigore di Dogville o di Nymphomaniac e la dimostrazione di una tesi presente in altre opere. Suddiviso in cinque capitoli, pardon, "incidenti" e "spiegato" attraverso il dialogo tra il protagonista, un serial-killer freddo e spietato che simula le emozioni quel tanto che basta a stringere un contatto con le vittime, e una figura di cui per quasi tutto il film sentiamo soltanto la voce e pensiamo essere uno psicoanalista.
Jack non ha pietà di un'umanità che è mostrata come sostanzialmente stupida, noiosa, irritante, avida, banale. 
Il male di cui si parla però non è semplicemente banalità del male, ossia un male compiuto senza che se ne abbia la piena contezza, ma un male giustificato, un male perseguito in nome di tutte quelle stupide e irrazionali giustificazioni che l'umanità riesce a darsi perché comunque è un male che essa ha presente dentro di sé, se non altro come possibilità, insieme a quella di realizzare arte e tutte le cose cose grandiose che sappiamo (o che ci raccontiamo come tali). L'auto-narrazione della propria grandezza, non è anche questo forse un elemento di psicopatologia? Un narcisismo patologico con cui il regista gioca, in riferimento anche a se stesso, come detto sopra.

La visione pessimista, tragica, nichilista di von Trier qui però sembra introdurre un elemento di speranza, che è la possibilità della scelta.

Cita William Blake, un po' frettolosamente devo dire, o meglio didascalicamente (c'era bisogno? Di fare lo spiegone, intendo, un po' come se non si fidasse della capacità di capire degli spettatori, un po' come se ci trattasse alla stregua di come Jack tratta le sue vittime) e con questo sembrerebbe risolvere la questione ontologica del male. Invece prosegue e introduce l'elemento della scelta, il famoso libero arbitrio, che ci consente di sottrarci al male e di perseguire il bene; la scelta, quale essa sia, richiede immenso coraggio e Jack, in fondo un eroe, anche se negativo, rispetto alla banalità di tanta umanità, la persegue fino in fondo.

Certamente le tematiche che affronta non sono nuove e a tratti, come detto, le banalizza. Ma non nell'impianto totale del film, che rimane comunque un grande affresco dell'umanità leggibile nello sguardo vitreo di Jack, nelle sue mani, nelle sue ossessioni-compulsioni, nella sua grandezza del sé. C'è da dire che la visione proiettata nelle sale italiane è quella tagliata, non integrale, e a tratti si percepisce la mancanza di equilibrio tra le scene e la narrazione fuori campo, tra l'immagine e la didascalia. In particolare nella scena della caccia c'è un salto tra il momento in cui la madre e i bambini sono ignari di cosa stia per accadere e poi nello stacco successivo fuggono in preda al terrore, il tutto senza soluzione di continuità. Sono particolari che rovinano un po' la visione del film. Immagino che abbiano tagliato le scene più truculente, eppure, il senso del film non dovrebbe essere proprio quello di mostrare l'orrore di cui è capace l'umanità? Non sono forse queste le cose che sono accadute e che accadono ogni giorno dentro i mattatoi, i lager, i laboratori per la vivisezione (notare: Jack perde l'innocenza facendo del male a un piccolo anatroccolo, ricorderà poi quel momento sul finale, guardando i campi Elisi senza possibilità di accedervi: il mondo dell'innocenza perduto per sempre. E notare che è l'unico momento in cui Jack ha un vero sussulto di empatia, verso se stesso, piange, l'unico momento in cui sembra pentirsi per ciò che ha fatto. La nostalgia, il dolore per l'impossibilità di tornare al passato, è forse il sentimento più straziante di tutti, l'unico che ci mette di fronte ai rimpianti e pentimenti, a noi stessi), dicevo, non sono forse queste le cose che accadono ogni giorno, ma che siamo pronti a giustificare come necessarie, giuste, importanti, anche se potremmo scegliere diversamente? Non è questo quello che hanno fatto i nazisti e che fanno ogni giorno coloro che sfruttano, opprimono ecc.? Non sono queste le scene che vediamo ogni giorno in televisione, di persone disperse in mare, di bambini affogati, di disperati, di martoriati, di derelitti, di donne uccise dai propri compagni o stuprate, mentre ce ne stiamo al calduccio dentro le nostre belle casette, costruite comunque con il sangue di innocenti, anche se meno visibile? In nome di cosa? Di un contraltare che è l'arte, il sublime, la capacità di creare opere immense? Un po' pochino, in effetti. Scusate, non potevo fare a meno di commentare esprimendo un giudizio morale, ma, come dico sempre, se rifuggiamo l'empatia, la morale, l'etica, il rispetto dell'altro, cosa ci resta? Ci resta il male. E la Cappella Sistina. Una magra consolazione, tutto sommato.
Non bisogna temere di dire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Di dire cosa è male e cosa no. Altrimenti, in nome del relativismo etico, potremmo svegliarci una mattina e scoprire di essere diventati proprio come Jack e di star abitando proprio la sua stessa casa.

mercoledì 6 marzo 2019

Il mito Pretty Woman - come la lobby dell'industria del sesso ci spaccia la prostituzione


Breve resoconto della presentazione dei libro di Julie Bindel, "Il mito Pretty Woman - come la lobby dell'industria del sesso ci spaccia la prostituzione", organizzata da Resistenza Femminista, che ha anche curato e tradotto il libro stesso. Sono intervenute  la costituzionalista Silvia Niccolai e la scrittrice Rachel Moran, autrice di un altro importante e notevolissimo testo, già da me più volte citato e consigliato, "Stupro a Pagamento".
Come saprete, in Italia è in discussione la costituzionalità della legge Merlin, una legge molto avanzata in temi di diritti umani per arrivare a una vera e propria uguaglianza tra uomini e donne. La legge non vieta la prostituzione, non criminalizza le donne prostituite, ma vieta in sostanza lo sfruttamento di queste da parte di terzi e l'attività organizzata di lucro, quindi penalizza i papponi e il loro sfruttamento sulle donne. 
Il senatore Rufa della Lega sta proponendo di riaprire i bordelli, come è accaduto in Germania, Nuova Zelanda, Svizzera, Nevada e altri stati. 
Se la legge Merlin venisse abrogata ci troveremmo di fronte alla decriminalizzazione dei papponi e in sostanza lo stato stesso diventerebbe pappone stesso. 
Le persone che sono a favore sono di due tipi: o persone molto ingenue che non sanno cosa realmente sia la realtà della prostituzione, o persone che vogliono continuare che si lucri sul corpo delle donne, quindi profondamente maschiliste e misogine.
Senza dilungarmi troppo, riporto alcune cose significative sul tema e alcune cose dette ieri su cui è bene soffermarsi per avere il quadro completo di quello che significherebbe. 
- L'industria del sesso, una vera e propria lobby, getta fumo negli occhi adottando un linguaggio e una terminologia che di fatto sono mistificatori e tendono ad alimentare il mito della prostituta felice. Ad esempio se la prostituzione venisse regolamentata e i papponi decriminalizzati, anche questi ultimi si potrebbero definire tranquillamente sex-workers - di fatto persone che lavorano nell'industria del sesso, anche se sono sfruttatori- in una completa sovrapposizione dello sfruttato e di chi sfrutta, e possono, come di fatto è accaduto, fondare associazioni e comitati in difesa del sex-work, anche se non viene affatto data la parola alla dirette interessate, ma solo a chi le sfrutta; 
- La prostituzione, con la regolamentazione, ossia con la decriminalizzazione di ogni attività ad essa correlata, non diminuisce, ma aumenta, così come aumenta la tratta delle ragazze, spesso anche minori, che andrebbero a "lavorare" nei bordelli. Ma chi pensate che andrebbe a lavorare in questi posti? Ovviamente le persone poverissime, quelle ragazze e donne che fuggono dai loro paesi per questioni di sopravvivenza o che vengono illuse di poter accedere a una vita migliore. Già solo per questo fatto, chi si dichiara di sinistra dovrebbe essere contrario, in quanto la prostituzione non è soltanto lo sfruttamento di un sesso sull'altro, ossia il privilegio degli maschi di accedere al corpo delle donne, ma anche lo sfruttamento di alcune classi sociali sugli strati più bassi della popolazione; inutile lottare contro lo sfruttamento dei migranti, che costituiscono manodopera a basso costo a tutto vantaggio del capitalismo, se poi si favorisce lo sfruttamento massimo che può avvenire sul corpo di qualcuno, ossia l’uso del corpo stesso; inutile, e qui interpello anche i compagni antispecisti, essere contro lo sfruttamento degli altri animali, se poi si legittima quello sui corpi delle donne; 
- L'apertura dei bordelli sarebbe un ostacolo insormontabile al raggiungimento della reale uguaglianza tra uomini e donne e questo dovrebbe essere facile da comprendere, ma evidentemente non abbastanza. Vi spiego perché: la domanda è esclusivamente da parte degli uomini. Sono gli uomini che vogliono comprare sesso e che vogliono accedere al corpo delle donne. La prostituzione maschile è un fenomeno molto limitato e a comprare sono sempre e soltanto altri uomini stessi. Questo significa che abbiamo un problema profondo: la convinzione di un sesso, quello maschile, di poter accedere ai corpi di un altro sesso, quello femminile, semplicemente pagando, il che costituisce la forma massima, causa e conseguenza, dell'oppressione patriarcale. Significa ritenere le donne non capaci di emanciparsi, di lavorare, di studiare, ma al massimo di vendere i loro corpi. Una visione del genere è a detrimento di tutto le donne, danneggia ogni donna, danneggia l'immagine e la sostanza stessa dell'essere donne. Oltre a provocare danni immensi a coloro che si prostituiscono realmente; il fatto che a comprare sesso siano solo gli uomini e che a vendersi siano solo le donne non dovrebbe essere sufficiente a capire che c’è un problema di disparità di trattamento e di considerazione al riguardo dei due sessi?
- In un mercato liberista come il nostro, decriminalizzare i papponi e liberalizzare il commercio del sesso significa in sostanza trasformare questa "attività" al pari di ogni altra attività economica, quindi renderla concorrenziale, abbassando i prezzi e aumentando la richiesta delle prestazioni svolte, anche in termini di qualità, e contribuire al formarsi di un immaginario in cui tutto diventa lecito, essendo legale. Anche promuovere, come di fatto accade, il corpo di una donna insieme a una birra e a un panino in un menù. Di fatto assimilando le donne a un panino o qualsiasi altro oggetto. Se tutto è lecito, si alza la richiesta di determinate prestazioni, tipo il sesso senza preservativo. Nei paesi dove la prostituzione è stata regolamentata c'è un aumento di Hiv e di altre malattie sessualmente trasmissibili e ci sono tantissime donne morte di tumore alla cervice, di cirrosi, di overdose perché la stragrande maggioranza delle donne che si prostituisce, per sopportare quello che fa, fa uso di alcol, droghe, antidolorifici potenti che danno assuefazione, anestetici di vario tipo. Le donne nella prostituzione muoiono e si ammalano. Nessuno lo dice questo, però.
- Nella regolamentazione, ed è questa l'aspetto che viene più mistificato, non si tutelano affatto le donne prostituite, essendo la merce in vendita, ma soltanto il cliente e il fornitore, ossia il pappone. Le donne prostituite sarebbero schedate e obbligate a controlli sanitari, mentre il cliente avrebbe diritto alla privacy e a nessun controllo. In teoria un cliente affetto da Hiv o altra malattia potrebbe richiedere sesso senza protezione, alzando il prezzo verrebbe accontentato, e la donna non sarebbe affatto tutelata. Anche questo è un evidente trattamento di disparità a tutto vantaggio del solo cliente;
L'unico modello che funziona ed è quello che è stato ormai adottato da diversi paesi, è quello svedese, detto nordico perché adottato da vari paesi del nord Europa (che tutto sono fuorché bigotti... tanto per respingere l'accusa di moralismo, ma su questo punto ci torno brevemente dopo) in cui la prostituzione non è vietata, ma scoraggiata, e la donna prostituita non viene criminalizzata, ma realmente aiutata a intraprendere un percorso di fuoriuscita dal sistema, con accesso a corsi di studio, formazione lavorativa, di modo che possa avere una vera scelta. È il cliente a essere penalizzato perché è ovvio che la prostituzione esiste perché esistono uomini che vogliono accedere al corpo delle donne per il loro privilegio. Resistenza Femminista ha indetto una petizione per chiedere al nostro governo di adottare la legge sul modello nordico, l'unica che ha a cuore veramente gli interessi e il benessere delle donne prostituite e non di chi le sfrutta o ne trae vantaggio. Andate su sito a firmare;
- l'accusa di moralismo, sessuofobia addirittura, bigottismo, da parte chi vuole promuovere il modello nordico, è presto rigettata. La prostituzione, come dice Rachel Moran, non è né sesso e né lavoro. Non è sesso, ma solo abuso da parte degli uomini sui corpi delle donne. Il sesso è attrazione reciproca e consentaneità e dove c'è bisogno di denaro e quindi di accettare di farsi usare da uomini sconosciuti verso cui non si prova alcun tipo di attrazione, ma spesso repulsione, non ci può essere consentaneità. Il fatto che ci sia di mezzo il denaro, tuttavia, non la rende nemmeno un lavoro, ma semplicemente sfruttamento di donne bisognose, di povertà, ricatto; penso che ogni donna sappia, nel profondo, cosa significhi essere molestate, palpeggiate, anche solo guardare da uomini sconosciuti che vogliono solo usare i nostri corpi. La prostituzione è mille volte peggio, è un abuso reiterato, continuo, è una violenza inaudita cui alcune donne sottostanno dietro ricatto o perché non hanno alcuna altra possibilità per vivere. 
Questi sono soltanto alcuni punti accennati ieri, per approfondire al riguardo della vera realtà del sistema della prostituzione e della lobby del sesso vi consiglio di leggere i libri sopracitati, sia quello della Moran, che quello della Bindel. Il primo racconta nel dettaglio cosa significa realmente prostituirsi e lo racconta una sopravvissuta, essendo lei stessa stata nella prostituzione per sette anni e avendo scritto il libro nel corso di dieci anni, intervistando ex colleghe; il secondo si avvale dell'intervista di tantissime sopravvissute, prostitute e anche di proprietari di bordelli e clienti per avere un quadro completo di cosa significherebbe abolire la legge Merlin, decriminalizzare i papponi, regolamentare, cioè liberalizzare nel nome del libero mercato, la prostituzione.
Ultima cosa: a  chiunque stiano a cuore i diritti umani e degli altri animali, non può non stare a cuore questa questione. L'abolizione della legge Merlin legittimerebbe, normalizzerebbe, legalizzerebbe l'oppressione da parte degli uomini sui corpi delle altre donne e negherebbe ogni possibile raggiungimento della parità tra i sessi. Non è questione di essere soltanto femministe, ma di definirsi persone libertarie, rispettose, per i diritti di tutti.
Chi è a favore del sex-work o è uno che sfrutta oppure si tratta di casi che nulla hanno a che vedere con la vera prostituzione. Magari studentesse che si mostrano con la web-cam o "escort" che vanno con uomini scelti, ma sono tutte situazioni che, per quanto discutibili, non hanno realmente a che fare con la realtà ben più tragica e avvilente della prostituzione e di chi lavora nei bordelli. Comunque sia il modello nordico non impedirebbe a chi volesse liberamente vendere il proprio corpo di farlo, ma aiuterebbe realmente le vittime a uscirne, offrendo loro una vera alternativa, di modo che allora vendersi diventerebbe una scelta e non un obbligo. 
Esprimersi a favore della prostituzione quando ci si trova in una posizione di privilegio, sapendo che mai si potrebbe essere costrette a farlo, è facile. Ma provate a immedesimarvi nella situazione di ragazze e donne disperate costrette a esaudire le richieste di uomini con cui non andreste nemmeno a prendere un caffè, uomini violenti, che hanno un rapporto malato con l'altro sesso, improntato sul dominio e non paritario. Chi vede la donna come una persona sua pari, non sfrutta la sua povertà per usarla. Soprattutto, l'abuso, nella prostituzione, la violenza, sono la norma e non l'eccezione. 
Chi compra sesso e la lobby del sesso in generale insieme danno voce e rafforzano la misoginia e il sistema patriarcale perché hanno tutto l’interesse nel continuare a far restare le donne in uno stato di subordinazione per il mantenimento dei propri privilegi. 

lunedì 25 febbraio 2019

Sulle intersezioni

Bene evidenziare le analogie nelle varie forme di oppressione, ma ogni lotta deve mantenere un'assoluta autonomia di pensiero rispetto alle altre perché combatte una forma specifica di oppressione.
Per capirci, il femminismo è lotta contro l'oppressione di un sesso sull'altro e deve restare autonomo su questo altrimenti rischiamo che le donne spariscano sullo sfondo di altre questioni prettamente maschili e maschiliste (vedasi movimenti di sinistra che promuovono la prostituzione o la gpa, ad esempio o un femminismo annacquato che lascia intatte le dinamiche patriarcali di oggettificazione e svalutazione dei corpi); l'antispecismo è lotta contro l'oppressione di una specie sulle altre e deve preservare una sua autonomia di pensiero altrimenti rischiamo che gli altri animali spariscano sullo sfondo di altre questioni prettamente umane; a ancora, l'anticapitalismo è lotta contro un determinato sistema economico e tale deve restare, altrimenti rischiamo di sovrapporlo ad altri concetti che esprimono varie forme di dominio (tipo, esempio, il patriarcato), ma preesistenti al capitalismo stesso. 
Ora, si possono riscontrare analogie tra femminismo e antispecismo, simili possono essere alcune forme di sfruttamento e sicuramente spesso le une si appoggiano sulle altre per rafforzarsi reciprocamente (le parti del corpo delle donne nei bordelli vengono vendute come in una sorta di macelleria simbolica e reale al tempo stesso, non vengono mangiate, ma lo stesso consumate, sfruttate, violentate oppure nel linguaggio si denigra il femminile attraverso l'uso di termini che afferiscono al mondo degli altri animali, soggetti già denigrati e già percepiti come inferiori attraverso un'opera di delegittimazione di millenni), però il femminismo si occupa del modo in cui le donne sono sfruttate e l'antispecismo del modo in cui sono percepiti e sfruttati gli animali nella nostra società, in un'autonomia di pensiero che tale deve restare, pur presentando appunto - e questo nessuno lo nega e scusate se lo ripeto - analogie.

Capitalismo e specismo non sono sinonimi

Quando si parla di vittime e sfruttati del capitalismo mi pare che si faccia un po' di confusione.
I pastori sardi, per quanto in misura modesta, sono comunque lavoratori autonomi, imprenditori, piccoli allevatori che si tramandano l'attività spesso di generazione in generazione o che l'avviano di spontanea volontà su un territorio dove tale attività è radicata. 
Queste persone non sono vittime, né sfruttate. Che poi sia un'attività che oggi presenti dei problemi in termini di ricavo, quindi di reddito, è un altro discorso. 
Ma in nessun modo possono essere paragonate ad altre persone di altre situazioni.
C'è differenza ad esempio tra il pastore autonomo sardo e l'immigrato assunto come manodopera dal grosso allevatore del nord per pulire la merda di migliaia di maiali ammassati dentro gli allevamenti intensivi per pochi spicci al giorno.
Sebbene in misura nettamente diversa, l'immigrato in questo preciso contesto è uno sfruttato, una vittima del capitalismo globale, ma, posso affermare con assoluta certezza, sarebbe ben felice di cambiare lavoro se solo gliene venisse offerta l'opportunità. A differenza del pastore sardo che è ben attaccato alla sua attività - che definisce tradizionale - e che non vuole cedere, non vuole riconvertire o dismettere, ma che anzi difende con le unghie e con i denti appellandosi a concetti quali appunto tradizione, lavoro, territorio e via dicendo, in pratica difendendo quanto di più conservatore ci possa essere nella nostra società. Gli stessi concetti che usa il grosso allevatore. Quindi, la differenza è solo sull'entrata di denaro e sul fatto che il grosso allevatore sfrutti anche le persone umane, la cosiddetta manodopera, oltre agli animali, ma entrambi sono imprenditori sulla pelle di vite altrui, quindi rappresentanti di quel dominio che si vorrebbe combattere. 
Il pastore esprime sempre una forma di dominio. Non sarà un capitalista, ma è oppressore nei confronti degli altri animali. Ora, considerarlo meno oppressore solo perché non è capitalista, significa tenere in considerazione minore gli altri animali rispetto agli umani. Come se il fatto di sfruttare anche la manodopera umana fosse più grave che non sfruttare solo gli altri animali. Come se il capitalizzare la pelle degli animali, ossia metterla a profitto, fosse meno grave.

Essere antispecisti significa in primis schierarsi con gli altri animali e di riflesso essere anticapitalisti. Ma non essere anticapitalisti in primis e poi includere un'attenzione anche agli altri animali perché in questo modo li si fa restare sempre comunque sullo sfondo ponendo in primo piano sempre e comunque gli umani. Da cui discendono appunto discorsi come quello di sopra, ossia che il pastore sardo sarebbe uno sfruttato solo perché almeno non è capitalista.

Leggo cose sinceramente imbarazzanti, del tipo meglio un anticapitalista onnivoro che un vegano capitalista: entrambi non hanno nulla a che fare con l'antispecismo. Il primo perché se si mangiano gli oppressi e ci si schiera con i pastori sardi semplicemente non si è antispecisti. Il secondo perché un veganismo svuotato delle sue istanze più radicali è solo una dieta. Ma, ad ogni modo, dominio e capitalismo non sono sovrapponibili perché il dominio è agito ed è sempre stato agito anche in contesti e società non capitalistiche. Le società rurali e pastorizie esprimevano già un dominio. Nella Grecia classica le società arcadiche esprimevano già forme di dominio sugli altri animali. Anche se non si trattava di capitalismo.
Capitalismo e dominio non sono sovrapponibili. 
Capitalismo e specismo non sono sovrapponibili.
Il pescatore di una piccola isola, per quanto faccia la fame, esprime comunque dominio sugli animali e specismo. Ora, stigmatizzare solo il capitalismo, ma non il dominio in ogni sua forma, non è antispecismo. Stigmatizzare il capitalismo, ma non riconoscere lo specismo come forma peculiare di oppressione sugli animali non umani non è antispecismo. È solo appunto anticapitalismo. Anticapitalismo miope perché non solo non tiene conto delle vittime non umane, ma non le riconosce nemmeno come soggetti.

P. S.: c'è anche chi farebbe ricondurre la nascita del capitalismo alle prima società stanziali alla fine del neolitico. Ma a maggior ragione allora, in tal senso, pure i pastori sarebbero dei capitalisti.

giovedì 21 febbraio 2019

Da referenti assenti a individui

Per chi li sfrutta, gli animali non vengono proprio riconosciuti come individui, non sono un interlocutore dialettico, sono solo oggetti o macchine, tanto quanto potrebbe esserlo il bullone del pezzo che un operaio sta assemblando.
Che vengano riconosciuti come individui è proprio lo step principale della nostra lotta, altrimenti il nostro metterne in discussione lo sfruttamento non verrà nemmeno preso in considerazione. Che ci piaccia o meno stiamo ancora a questo punto e ci stiamo perché l'oppressione degli altri animali è millenaria ed è un'ideologia che abbiamo interiorizzato nel profondo.
L'abbiamo visto bene nella questione attuale del latte, dove in nessun discorso si fa riferimento alle vere vittime, ai veri soggetti in gioco, che sono le pecore e i loro figli e non i pastori o le loro famiglie, tanto meno il dogma del lavoro tradizionale che pare che sia una cosa intoccabile. 
Intoccabili dovrebbero essere le vite altrui, ma per parlare di diritto e rispetto della vita bisogna riconoscerla nei soggetti di cui si parla, bisogna riconoscere e individuare i veri soggetti del discorso.

Ora, il punto non è che IO non li riconosca come individui, io li riconosco come tali, altrimenti non sarei diventata antispecista, non sarei vegana, non mi sarei attivata in questa lotta di giustizia, il punto è che quando si dà per scontato, nella comunicazione, che il soggetto di cui si parla sia percepito all'esterno e dagli altri alla stessa maniera in cui lo percepisce chi sta mandando un massaggio, si sta facendo una comunicazione autoreferenziale e per questo inefficace e fallimentare. 
Il linguaggio, i segni, tutto quanto nella nostra cultura è basato su convenzioni comunemente accettate e soprattutto condivise perché se non c'è condivisione non ci si capisce. 
Ora, se quando si parla della questione del latte attuale, per dire, io penso alle pecore sfruttate e il mio interlocutore invece vede solo i pastori o il latte come prodotto, è ovvio che non ci capiamo. Non ci rappresentiamo proprio la stessa immagine mentale. Comunicare la nostra è importante perché così si attua uno spostamento di prospettiva, ma, ed è qui che subentra la difficoltà massima, se non riesco a scalfire l'immagine interiorizzata da millenni di cultura specista della pecore come mezzo di produzione anziché come individuo, quale effettivamente è, il mio discorso di lotta contro l'oppressione degli altri animali risulterà bizzarro, estremista, nel migliore dei casi come il risultato di un'affezione particolare verso gli animali che non deve necessariamente essere condivisa da tutti.
Quindi il punto su cui dobbiamo insistere, lavorare, qual è? Riuscire a far capire che gli altri animali sono individui e non oggetti. Ma mai in nessun modo comunicare dando per scontato che gli altri li vedano già così.
Di fatto sono ancora referenti assenti. In ogni discorso. Il latte è un alimento e chi lo produce, la pecora, è assente dal discorso e dall'immagine mentale. Al suo posto si parla del pastore, come se lo producesse lui, anche se di fatto lui possiede e schiavizza dei corpi affinché lo producano e affinché possa trarne profitto. Il pastore (allevatore) di fatto è un ladro di vite e lavoro altrui. Un po' come il padrone della fabbrica, certo, ma gli animali non occupano nell'equazione lo stesso posto dell'operaio, bensì del bullone che lavorano e al posto dell'operaio al massimo c'è la semplice manodopera assunta per pulire e fare lavori più pesanti.
Bisogna lottare affinché gli altri vengano presi in considerazione in quanto individui, affinché li si riconosca come gli ultimi sfruttati della piramide, e non come semplici mezzi, oggetti, prodotti.
Bisogna cambiare i significati recepiti all'esterno. Rendere gli animali da referenti assenti a individui.

sabato 2 febbraio 2019

Produzioni culturali

Gli altri animali si sfruttano unicamente per il profitto (almeno nei paesi occidentali capitalisti, in altri paesi sono comunque usati come risorse rinnovabili o mezzi di sussistenza, sempre considerati prodotti o macchine per produrre). 
Poi, per giustificare il loro utilizzo, ossia per evitare che si obietti al fatto che esseri viventi vengano schiavizzati, uccisi, reclusi ecc. si usano una serie di giustificazioni che servono a normalizzare, legittimare, sminuire quel che gli viene fatto e questo insieme di argomentazioni/giustificazioni è quel che chiamiamo specismo. Lo specismo si appoggia su un pilastro fondamentale, che è l'antropocentrismo. Per sminuire quel che gli viene fatto ci si appoggia a delle credenze, errate sotto ogni punto di vista, che li vorrebbero meno capaci di sentire, di comunicare, di avere sentimenti, di provare dolore e gioia, di capire il mondo, di rendersi conto delle terribili torture che gli vengono continuamente inflitte. 
Tutta la nostra produzione culturale (filosofia, economia, diritto, religione, scienza, arte, media, quindi cinema, televisione, giornali, letteratura, quindi linguaggio verbale e visivo, ma anche il sistema scolastico e praticamente ogni attività di tipo intellettuale o pratico, inclusa la politica*) è funzionale a giustificare lo sterminio degli animali e lo fa attraverso una continua propaganda resa invisibile dal fatto che appunto si presenta come neutra, normale, naturale e approvata dalla legge. Questa propaganda è invisibile perché altro non è che la cultura in cui nasciamo, ci formiamo e viviamo. È molto difficile mettere in discussione qualcosa che ci viene propinato in un certo modo sin da quando nasciamo e in cui siamo immersi, ma non impossibile. Basta capire che di normale e naturale nello sfruttamento degli animali non c'è niente, che esso non ci è necessario per vivere, ma che è finalizzato solo al profitto di chi li fa nascere, alleva e uccide. 
Se un domani venisse fatta una nuova legge che consentisse di macellare i cani o i gatti o, che so, persone anziane, e ci volessero convincere della sua giustezza e necessità attraverso una continua propaganda che fa uso di pubblicità, articoli di giornali, scene di quotidiana normalità nei film e nelle letteratura, ci accorgeremmo subito che si tratta di una forzatura, la percepiremmo come ingiusta e insorgeremmo; ma se fossimo nati in un sistema così? Se sin da piccoli fossimo stati abituati a considerare normale uccidere cani, gatti e persone oltre una certa soglia di età, la cosa ci stupirebbe? Certo che no.
Ed ecco perché non ci sorprende oggi sapere quel che accade agli altri animali. Perché siamo stati convinti ad accettarlo come naturale. In realtà siamo stati vittime di un'ideologia invisibile. Un'ideologia funzionale a sostenerne l'oppressione, il dominio, la schiavitù per il profitto.

Ogni tipo di oppressione ha bisogno di un'ideologia funzionale a giustificarla.
Ma arriva un momento in cui si scopre che il re è nudo, come si suol dire e queste giustificazioni sono un castello di carta, di simboli, di modi di dire, che però producono violenza vera; oggi sappiamo che non abbiamo una reale necessità di mangiare e sfruttare gli animali e quindi dobbiamo opporci in tutti i modi possibile alla loro oppressione. 
Ognuno ha senz'altro modo di agire con più efficacia in base alle proprie competenze nel settore in cui lavora e si confronta.
I medici e ricercatori, i filosofi, gli artisti, i giornalisti, gli attivisti, che ognuno lasci la propria impronta in base alle proprie capacità. Un approccio multidisciplinare è necessario. Senza escludersi a vicenda. Purché il messaggio sia comune e compatto e che sia un messaggio RADICALE, ossia di lotta contro l'oppressione, il dominio, lo sfruttamento, la mercificazione, il massacro in sé degli animali e NON sulle modalità di continuare a farlo.

*La distinzione tra politica e cultura non ha senso perché la politica è sempre un prodotto della cultura, ossia rientra in tutto ciò che la nostra specie produce, di intellettuale o materiale che sia. Quando si parla di cultura infatti va considerato tutto ciò che l'homo sapiens fa, pensa, concretizza, tanto i frutti più eccelso della sua mente (filosofia, arte ecc.), quanto i risultati più bassi. Il modo in cui amministriamo, gestiamo, ci relazioniamo con gli altri è politica, ma il teorizzarlo e metterlo in pratica fa sempre parte di quell'insieme di attività che chiamiamo cultura.
Detto in parole più semplici: ogni attività dell'essere umano rientra in quel che definiamo cultura. 
P.S.: anche gli altri animali producono cultura, non solo la nostra specie; sebbene in modi diversi da noi.

martedì 29 gennaio 2019

Come animali


I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” diceva il noto filosofo Ludwig Wittgenstein, un’affermazione che molto semplicemente indica l’impossibilità di definire la realtà al di fuori di un linguaggio che sappia esprimerla e il linguaggio in ambito umano è quasi sempre un sistema di segni condivisi da una data comunità. In questo senso, il linguaggio è un creatore di mondi e un costruttore di senso e significati.
Nella neo-lingua orwelliana del romanzo distopico 1984 si dà vita a una serie di enunciati che ripetuti ossessivamente dalla propaganda del regime finiscono per diventare credibili, quindi reali. Non importa che qualcosa lo sia, basta ripeterlo fino allo sfinimento, farne, per così dire, un luogo comune e le persone finiranno per crederlo reale. In questo senso possiamo tranquillamente affermare che il linguaggio è sempre un atto politico.

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giovedì 24 gennaio 2019

Distopie che diventano realtà


Scimmie clonate per fare esperimenti sui danni derivati dall'insonnia a lungo termine. Le scimmiette, cinque macachi, sono state clonate da scimmiette modificate geneticamente per diventare insonni (gli hanno soppresso il gene che regola il ritmo sonno-veglia). Perché è così che funziona la sperimentazione sugli animali: prima si procura il sintomo della malattia, non importa in quale modo, poi gli individui fatti ammalare vengono usati per selezioni genetiche che ne fanno nascere altri già malati o vengono clonati, e quindi si fanno esperimenti per curare la malattia o per curare gli effetti progressivi della stessa sull'organismo.
Indurre insonnia (chiunque ne soffra sa quanto è terribile e come debilita l'organismo), privare esseri viventi reclusi persino di quelle poche ore di sollievo da una realtà brutale e vuota di qualsiasi soddisfacimento, è un qualcosa che non si può nemmeno immaginare per quanto è terribile. Del resto se nei paesi totalitari usavano la privazione del sonno come forma di tortura, un motivo ci sarà.

La chiamano scienza e invece è mostruosità pura, nazismo applicato al popolo degli altri animali.

Se vivessimo nel migliore dei mondi possibili, con paesi che compiono queste mostruosità, non solo non dovremmo fare transazioni economiche di nessun tipo, né collaborare, ma dovremmo proprio buttargli giù queste strutture, come si fece a suo tempo con i campi di concentramento. Invece viviamo in un mondo dove il denaro e il potere sono le due cose più importanti e quindi si è disposti a compiere e tollerare qualsiasi nefandezza su altri esseri viventi pur di guadagnare, battere la concorrenza ecc. Gli imperi farmaceutici sono uguali a qualsiasi altra azienda, quel che conta non è curare le persone, ma fare un mucchio di soldi. Non sono antiscientista, credo nella scienza, nella medicina, ma torturare esseri viventi non è mai stata e mai sarà scienza.

Per non parlare poi della clonazione di altri esseri al solo scopo di poterli usare nei laboratori.

La notizia era ieri su Repubblica, qui l'articolo: https://bit.ly/2FL0M1m 

lunedì 21 gennaio 2019

Natura umana


"In realtà le cose non andarono come previsto; il mondo esterno impose la propria presenza, e lo fece con brutalità: Camille mi chiamò quasi esattamente una settimana dopo, nel primo pomeriggio. Era in preda al panico, rifugiata in un McDonald's della zona industriale di Elbeuf. Aveva passato la mattinata in un allevamento industriale di galline, aveva approfittato della pausa pranzo per svignarsela e dovevo assolutamente raggiungerla, dovevo subito raggiungerla e salvarla. 
Riattaccai, furibondo: chi era l'imbecille della DRAF cui era venuta l'idea di mandarla lì? Conoscevo benissimo quell'allevamento, era un allevamento enorme, più di trecentomila galline, esportava uova fino in Canada e in Arabia Saudita, ma soprattutto aveva una fama orribile, una delle peggiori dell'intera Francia, tutte le visite si erano concluse con un parere negativo sulla struttura: negli hangar, illuminati dall'alto da potenti lampade alogene, migliaia di galline tentavano di sopravvivere stipate fino a toccarsi, non c'erano gabbie, era un "allevamento a terra", le bestiole erano spelacchiate, scheletriche, la loro epidermide era irritata e infestata dagli acari rossi, vivevano in mezzo ai cadaveri in decomposizione delle loro consimili, trascorrevano ogni istante della loro breve esistenza - al massimo un anno - a chiocciare di terrore. Succedeva anche negli allevamenti tenuti meglio, ed era la prima cosa che ti colpiva, quel chiocciare incessante, quello sguardo di panico permanente con cui ti fissavano le galline, quello sguardo di panico e incomprensione, non chiedevano nessuna pietà, ne sarebbero state incapaci, però non capivano, non capivano le condizioni in cui erano costrette a vivere. Per non parlare dei pulcini maschi, inutile per la deposizione delle uova, gettati ancora vivi, a manciate, nelle frantumatrici; tutte quelle cose le sapevo, avevo avuto modo di visitare molti allevamenti di galline, tra i quali quello di Elbeuf era senz'altro il peggiore, ma la bassezza morale di cui sapevo dar prova come chiunque altro mi aveva permesso di dimenticarlo.
Camille mi corse incontro appena mi vide arrivare nel parcheggio e si strinse tra le mie braccia, vi si strinse a lungo, senza riuscire a smettere di piangere. Come potevano gli uomini fare una cosa simile? Come potevano lasciare che venisse fatta? Sull'argomento non avevo niente da dire, a parte qualche banalità priva di interesse sulla natura umana.
Una volta in macchina, sulla strada per Caen, Camille passò a domande più imbarazzanti: com'era possibile che dei veterinari, ispettori della sanità pubblica, permettessero una cosa simile? Com'era possibile che visitassero quei posti in cui la tortura degli animali era quotidiana e li lasciassero funzionare, se non addirittura collaborassero al loro funzionamento, pur essendo, di base, veterinari? Confesso che su quel punto mi sono fatto anch'io qualche domanda: erano strapagati per mantenere il silenzio? In realtà non credo. In fondo nei campi nazisti c'erano sicuramente dei medici, gente con una laurea in medicina. Ma anche quella, a conti fatti, era una fonte di considerazioni banali e poco incoraggianti sull'umanità, preferii starmene zitto. 
Ma quando mi disse che era tentata di smettere, di rinunciare agli studi veterinari, intervenni. Era una professione liberale, le ricordai: niente poteva costringerla a lavorare in un allevamento industriale, e nemmeno costringerla a vederne un altro, e dovevo anche aggiungere che aveva visto il peggiore, la peggiore delle situazioni possibili (quantomeno in Francia, per le galline c'era ben di peggio in altri paesi, ma evitai di precisarlo). Adesso sapeva, tutto lì - era tanto ma era tutto lì. Evitai anche di precisare che i maiali non se la passavano meglio, e nemmeno, sempre più spesso, le mucche - mi sembrava che per quel giorno fosse già abbastanza."

(Serotonina - Michel Houellebecq)

N.B.: non si tratta di un romanzo antispecista, tutt'altro, anzi, il protagonista non esprime nessuna critica nei confronti degli allevamenti non industriali o sul mangiare animali; inoltre la visione che ha dell'universo femminile è a dir poco sessista. C'è da dire che il protagonista non è, per dirla in termini di narrazione classica, un eroe positivo, tutt'altro: è disilluso, cinico, amaro, sardonico, nonché profondamente depresso; riconosce la bassezza morale dell'umanità in generale di cui si sente un campione abbastanza rappresentativo. 
Proprio per questo, la descrizione realistica degli allevamenti di galline acquista particolare forza: se un uomo profondamente disilluso e amareggiato, cinico, sul punto di tagliare i ponti con la vita, è capace di restare ancora profondamente scioccato al ricordo di quanto vide anni prima, significa che effettivamente quella realtà, la realtà degli allevamenti, è qualcosa di insostenibile. Talmente insostenibile da essere paragonata ai campi nazisti. Peccato che, dice poi, la bassezza morale dell'umanità consenta di dimenticarsene e in questa considerazione sta la tragicità del personaggio e dell'umanità. Cionondimeno, l'assenza di retorica nella descrizione da parte di un personaggio che, ripeto, è sostanzialmente un cinico, così come le domande che si pone sul ruolo del veterinario, la rendono una testimonianza molto efficace. Efficace proprio perché da parte di un cinico. Lo stesso risultato non si sarebbe raggiunto se il personaggio, ad esempio, fosse stato sensibile, gentile ecc., il tutto sarebbe apparso come stucchevole.

giovedì 10 gennaio 2019

Pezzi di carne

Che il sessismo sia ancora profondamente radicato nella nostra società, al punto da non essere nemmeno riconosciuto come discriminazione, lo si capisce dal modo in cui ti rispondono taluni e talune quando fai notare che rappresentare donne in un certo modo, esporre così pezzi di carne non riconducibili a un soggetto, come fossero appunto solo pezzi di carne, è, per l'appunto un comportamento sessista. Ti dicono che è solo una battuta, che non sai stare al gioco.
Ora, mi domando, riterrebbero opportuna la stessa risposta in caso di rappresentazioni e immagini razziste? La cosa buffa è che molti di questi sono antispecisti, cioè sono sensibili all'oggettificazione e sfruttamento degli altri animali, ma accettano tranquillamente il paragone pezzo di carne/tette/culi.
Se non si capisce che il tipo di operazione che si fa in entrambe i casi è la cancellazione del soggetto - che diviene così solo un referente assente - perché è solo dopo averne spazzato via qualsiasi aspetto che ne ricordi l'individualità (nome, volto ecc.) e che quindi i due tipi di oppressione sono profondamente legati, allora non si è capito nemmeno lo specismo, ossia perché riteniamo normale sfruttare gli altri animali. Si potrà parlare di veganismo finché si vuole, ma esso rimarrà sempre e soltanto una dieta alternativa e non farà mai il salto di qualità per porsi come movimento politico.
Specismo, sessismo, razzismo, omofobia, abilismo, sono tutte ideologie basate su un unico assunto: l'annichilimento delle singole individualità in quanto soggetti di una vita e la trasformazione dei loro corpi in qualcosa di funzionale e utile a chi si arroga il potere di sfruttarli (come merci, organi di riproduzione, forza lavoro, strumenti motivazionali ecc.).

Suggerimenti di lettura: The sexual politics of meat di Carol Adams.