lunedì 11 novembre 2019

Eden (ma paradiso per chi?)


Eden è tratto da una storia vera e racconta la storia di una ragazza americo-coreana che viene rapita in Nuovo Messico e deportata in Nevada per essere usata, insieme a tante altre, anche bambine, come oggetto sessuale: ossia viene prostituita.

Il film racconta dell'Organizzazione di cui è vittima, un'associazione a delinquere in cui lo sfruttamento delle ragazze prostituite affianca anche il traffico di droga e la vendita di neonati (le ragazze rimaste incinte vengono fatte partorire e poi gli vengono sottratti i bambini). Le ragazze, dopo qualche anno, sfiancate dallo sfruttamento e ormai troppo grandi per continuare a esercitare - perché i clienti vogliono sempre carne fresca e giovane - vengono poi fatte sparire, cioè uccise. Il tutto con l'aiuto di uno sceriffo compiacente e corrotto e di vari attori in gioco che si impegnano a far filare tutto liscio e a controllare il territorio.
Eden capisce che l'unico modo che ha per sopravvivere è allearsi con i suoi rapitori e schiavisti e dopo due anni di prigionia riesce a fuggire.

Ve lo consiglio perché il film offre una panoramica molto realistica dell'industria del sesso in Nevada, ma non solo. Ovviamente le ragazze, recluse dentro capannoni e accompagnate dai clienti di volta in volta, sono continuamente vessate e minacciate: minacciate di essere uccise se solo provano a raccontare ai clienti di non essere consenzienti o si mostrano sgarbate; gli vien detto che la loro famiglia verrà uccisa se solo provano a ribellarsi; drogate, picchiate, sottomesse nello spirito e nel corpo, alcune ancora bambine, comunque tutte minorenni.

L'analogia con gli allevamenti degli animali è sempre presente. Queste ragazze non sono più individui, ma oggetti per ottenere profitti. 

Si trova su Amazon Prime, ma essendo del 2012 penso sia facile reperirlo anche altrove. Aggiungo che il film non ha scene sessualmente esplicite, ma riesce benissimo a raccontare l'orrore e la disperazione che queste ragazze vivono.

mercoledì 6 novembre 2019

Se niente importa


Giorni fa io e mio marito siamo stati vittime di una truffa telefonica, per fortuna ce ne siamo resi conto praticamente quasi subito e siamo andati a sporgere denuncia.
Abbiamo quindi appreso che si tratta di truffe molto frequenti: praticamente ti chiamano spacciandosi per il tuo operatore (a me hanno detto proprio che era l'amministrazione della Telecom), ti dicono che a partire dal prossimo mese ci sarà un aumento di 15 euro o di un tot per cento sulla bolletta e quindi ti fanno una serie di domande trabocchetto a cui tu, ingenuamente, rispondi sì o no oppure "ho capito", "ne prendo atto"; in questo modo, tagliando vari pezzi della conversazione, ti fanno un nuovo contratto telefonico. Chiamando la Tim per avere conferma del tutto, ci è stato risposto che si era trattato appunto di una truffa perché loro (Tim) non fanno mai contratti o comunicazioni relative a eventuali aumenti tramite procedure telefoniche e ci hanno suggerito di correre subito a denunciare il tutto.
Al solito, parto da un aneddoto personale per arrivare a un ragionamento più ampio e che spero sia interessante per tutti voi.

Come sappiamo viviamo in una società e in un paese difficili: contratti precari, disoccupazione, sfruttamento, mancanza di obiettivi a lungo termine, ignoranza collettiva ecc.; tutto ciò favorisce imprenditori, piccoli, medi o grandi, ad approfittarsi delle persone in difficoltà. Lavorare nei call center è logorante e alienante e sicuramente coloro che accettano lo fanno poiché spinti da necessità. Ma rendersi complici di truffe solo per guadagnare pochi spicci - quanto danno per ogni contratto portato a termine? Trenta euro? - è comunque un atteggiamento infame e sbagliato. Non si può giustificare il truffatore (che poi spesso truffa persone anziane e sole che nemmeno si rendono conto di essere state truffate, salvo poi trovarsi addebiti onerosi sulla pensione) con la scusa che non si trova lavoro, che sono tempi difficili, che bisogna pur guadagnare. Perché, di nuovo ri-cito Safran Foer (o meglio, sua nonna), "se niente importa", allora veramente mangiamoci tra di noi e facciamo prima.

Tutto questo per arrivare anche al discorso dei macellai o di chi svolge altri lavori che comportano violenza su altri esseri viventi. Se niente importa, se c'è necessità di lavorare, se la società fa schifo, veramente siamo autorizzati a fare di tutto?

Ora, so bene che una truffa è una truffa, ossia riconosciuta dal nostro ordinamento giuridico, mentre macellare e sfruttare animali è considerata una pratica normale dalla maggioranza delle persone, ma il nostro compito di antispecisti non dovrebbe essere proprio quello di mettere in discussione questa normalità e di prendere posizione ponendoci dalla parte delle vittime?
Io non dico che dobbiamo fare una guerra contro i macellai (o cacciatori, vivisettori, allevatori), ma nemmeno essere compiacenti e comprensivi perché, poverini, hanno bisogno di lavorare.
Potreste pensare che io parli da una posizione privilegiata, innanzitutto di bianca occidentale, poi di donna (e in quanto donna comunque vittima della cultura patriarcale) di origini borghesi che nella vita ha avuto molto, innanzitutto la possibilità di studiare, pensare, riflettere; sì, è vero, ma anche Marx quanto teorizzò il Capitale partiva da una posizione privilegiata, e così Che Guevara o i pensatori anarchici, questo per dirvi che non è perché parto da una posizione privilegiata non ho occhi per vedere le ingiustizie e non abbia il diritto di ribellarmi ad esse e di chiamare assassini o truffatori chi si approfitta di chi sta ancora più sotto di lui nella scala gerarchica sociale, verticale o orizzontale che sia.
Io sono privilegiata, ma ho lo stesso il diritto di dire che il macellaio fa un lavoro ignobile, violento, che uccide e che, dalla posizione in cui si trova dentro il luogo di lavoro, anch'egli è un privilegiato nei confronti dell'animale cui sta per tagliare la gola perché, in fin dei conti, lui alla fine torna a casa, mentre il maiale viene fatto a pezzi da un suo collega e una casa, cioè una famiglia, un habitat consono, non ce l'ha mai avuto perché altri, gli allevatori, lo hanno fatto nascere recluso e già prodotto da consumarsi di lì a pochi mesi.
Tutti siamo vittime rispetto a qualcun altro, tutti occupiamo un certo gradino o una certa posizione della scala sociale che ci pone come aguzzini e vittime allo stesso tempo nei confronti di qualcun altro; l'operaio che uccide gli animali, vittima di un sistema di sperequazioni sociali fortissime e sicuramente sfruttato dal suo capo, oltre a uccidere gli animali, poi magari va a casa e picchia la moglie e questo, questa sua posizione di maschio in una società maschilista e di colui che esercita violenza su un animale indifeso, non lo assolve dalla responsabilità di quel che fa.

Da antispecisti bisogna prendere una posizione chiara e netta contro qualsiasi pratica di sfruttamento degli animali. E questa posizione ci mostra chiaramente, dalla sua prospettiva, che il macellaio non è vittima. Come non sono vittime i dipendenti dei call center che truffano.
Se niente importa, non la morale, non l'etica, allora sdoganiamo tutto, anche l'omicidio, la mafia, il fascismo, il nazismo, lo stupro.

Non è che perché una persona si trova ad occupare una certa posizione sociale allora può essere giustificato o esonerato da assunzioni di responsabilità.

E così come, da femminista, non esito a definire la prostituzione come "stupro a pagamento", anche se è legale (e i clienti stupratori), allo stesso modo, da antispecista, non esito a definire come violenta la pratica di macellare animali e i macellai come assassini (idem cacciatori, vivisettori ecc.).
Questo doppio standard per cui quando si parla degli animali dobbiamo stare attenti a cosa diciamo e dobbiamo essere comprensivi perché la colpa è del sistema ecc. è frutto della specismo.
Lo specismo interiorizzato è fortissimo, anche in molti di noi. Si tratta di uno specismo subdolo perché emerge nei nostri discorsi, narrazioni e sensi di colpa quando osiamo opporci al sistema e ai suoi mandanti violenti. Ci dispiace dire a un macellaio che è assassino perché empatizziamo magari con la sua povertà (e con la sua specie di appartenenza, dato che è la nostra) e bisogno di lavorare, ma è quello che è, anche se la pratica è ancora legale e considerata normale (come la prostituzione, del resto).
Se non la facciamo noi questa cosa di chiamare le cose per come sono, di creare un'altra narrazione che metta al centro il riconoscimento dell'individualità degli altri animali, chi lo farà? Non certo quelli che lottano contro il cambiamento climatico, non certo chi vuole continuare a trarre profitto dallo sfruttamento animale inventandosi l'assurdo concetto di "benessere animale" e nemmeno la sinistra antagonista che ha sempre difeso cacciatori e allevatori solo perché "povera gente".

martedì 5 novembre 2019

American Son


Tratto da una pièce teatrale rappresentata a Broadway, American Son è un bellissimo film diretto da Kenny Leon - e una straordinaria prova attoriale: gli attori sono gli stessi che recitano a teatro - che mette in scena i pregiudizi razziali attraverso un dialogo serrato tra una coppia mista (lei afroamericana, lui irlandese) e il personale di una stazione di polizia della Florida.
Interamente girato in una stanza, con telecamera quasi fissa, a parte qualche fuori campo di pochi secondi, la prima scena ci catapulta subito nel vivo della vicenda, senza alcuna introduzione: sono le prime ore del mattino, la luce di un'alba livida sotto la pioggia filtra dai vetri dando l'impressione di trovarsi dentro un acquario o in un dipinto di Hopper: prevalgono la rabbia, l'incomunicabilità della propria condizione, diversa a rispetto a quella di qualsiasi uomo bianco e la solitudine interiore data dalla difficoltà di essere ascoltata e creduta in merito alla certezza che qualcosa di grave sia successo al proprio figlio - solitudine interiore che scaturisce quindi da quella sociale. L'arrivo in questura del marito bianco porta la tensione dello scontro razziale a un altro livello, più interpersonale e psicologico, attraverso uno scambio acceso di battute tra i due coniugi, che ormai però sono separati, non vivono più insieme.
Il tema principale è il razzismo, ma anche il sessismo, l'adolescenza, l'identità, il sogno americano. La donna è una psicologa che insegna all'università, eppure il tenente, che pure è nero, le dice che in un mondo fatto di regole stabilite dai bianchi bisogna stare zitti e al proprio posto, e sarcasticamente le dà della ribelle. Se sei donna, e per di più nera, non bisogna alzare la voce o perseguire il sogno americano, bisogna solo eseguire gli ordini.
Di classe sociale superiore, la donna è vista dal tenente come colei che ha osato proprio raggiungere quel sogno e viverlo. Sogno di vivere da donna libera e che ha trasmesso a sua volta a suo figlio, un adolescente che dopo l'abbandono del padre diventa ribelle e cerca una sua identità mettendo in discussione il sistema entro cui è cresciuto; gli hanno insegnato a far rispettare propri diritti, a non parlare nello slang da strada, a camminare e vestirsi come si vestono i bianchi per garantirgli l'accesso al sogno americano che va in frantumi dopo l'abbandono del padre.
Ci sono tanti temi che si incontrano, scontrano e intersecano in questo dramma sociale, politico, ma anche psicologico, denso di sfumature.

Forse l'aspetto maggiormente complesso è proprio questa ambivalenza tra l'orgoglio della propria identità e il persistente sentimento di una condizione di diversità che, per quanti sforzi si facciano, nell'America odierna ancora è causa di un diverso trattamento morale. Il razzismo esiste ed è più forte che mai, anche per coloro che pensano di avercela fatta a vivere il sogno americano.

Lo trovate su Netflix.

lunedì 4 novembre 2019

Etica al ribasso

Campionario di etica al ribasso:
- non sono vegana, quindi tanto vale che porti i bambini allo zoo;
- quando cammino calpesto un sacco di insetti, quindi tanto vale che mangi anche la porchetta;
- eh, ma oggi qualsiasi cosa tocchi include una qualche forma di sfruttamento, quindi tanto vale comprarmi pure quel giacchetto col collo di pelliccia;
- se usi il pc e il telefono e vai in macchina ecc. ecc.

La logica degli esseri umani: se sbagli, sbaglia di più, almeno sei sicuro di farlo bene.

P.S.: se non ricordo male, ho scritto pure qualche altro post sull'etica al ribasso. 

mercoledì 30 ottobre 2019

Basi

A volte mi piace ripassare le basi: per quale motivo la vita degli altri animali dovrebbe valere meno della nostra? Voglio dire, pregiudizio specista a parte, non ci sono risposte e argomentazioni valide o che non incorrino in evidenti fallacie logiche.
Il pregiudizio specista si evidenzia nel momento in cui le argomentazioni addotte non sono ritenute valide per la nostra specie, ma si ricorre ad esse solo per giustificare il diverso trattamento morale che riserviamo agli altri animali.

Non esiste alcuna caratteristica biologica, né capacità fisica che in sé possa contenere un giudizio di valore assoluto e superiore tale da discriminare chi non la possiede.

lunedì 21 ottobre 2019

I cattivoni dei vegani ci vogliono imporre il loro "credo"

Spesso noi vegani siamo accusati di voler fare proselitismo e di voler imporre la nostra ideologia agli altri.
Quello che si tende a ignorare è che anche mangiare animali e usarli per i più disparati scopi è un'ideologia, altrettanto imposta, culturalmente, sin da quando nasciamo, in modo talmente efficace, subdolo, pervasivo, da non essere più percepita come tale.
Le ideologie più temibili sono infatti quelle invisibili, normalizzate, naturalizzate.
Ora che questa ideologia è sotto attacco da parte dei vegani, si inizia a mettere in campo delle precise strategie di rafforzamento facendo largo uso di una propaganda falsa e fuorviante, ma anche molto efficace perché comunque è sempre più facile consolidare pratiche e abitudini che si sono stratificate nei secoli, dato che per sua natura le società tendono al mantenimento dello status quo. I condizionamenti culturali sono molto difficili da eradicare. Tra le strategie di consolidamento più efficace ci sono: il welfarismo, ossia il concetto che non si debba mettere in discussione lo sfruttamento degli animali, ma solo il metodo; e veganwashing, ossia l'illusione che si stia lavorando per cambiare il sistema, ma in realtà lo si sta solo consolidando nelle vecchie pratiche di sempre.

Sfruttare gli animali è a sua volta il frutto di una precisa ideologia di dominio della nostra specie sulle altre e dello specismo, il quale si regge su una serie di argomentazioni date per ovvie e scontate, quando in realtà presentano tutta una serie di fallacie logiche. Queste argomentazioni spesso si presentano come non necessarie di essere dimostrate poiché ovvie. Del tipo: gli animali si sono sempre mangiati. Noi esseri umani siamo superiori agli animali. La gallina è stupida. Mangiare carne è necessario. Affermazioni apodittiche che per la loro essenza populista non necessitano di essere discusse. I famosi luoghi comuni.

Ovviamente il cervello cerca sempre scorciatoie mentali: è più facile, meno dispendioso e soprattutto rassicurante continuare a credere alle favole che ci hanno sempre raccontato e continuano a raccontarci senza porci mai un perché.

domenica 13 ottobre 2019

Vuoi giocare con me?


Titti gioca a nascondino con me.
Non gliel'ho insegnato io, è lei che mi ha invitata al gioco la prima volta.
Quando mi sente arrivare si nasconde dietro una porta e sporge solo la testolina per farsi notare. Poi io vado lì e lei fugge via, cercando di non farsi prendere, fa alcuni giri nella stanza, dopodiché si infila sotto al divano e aspetta che io guardi sotto e la trovi; quando i nostri occhi si incrociano, fugge di nuovo, si assicura che la stia inseguendo e poi si va a nascondere da qualche altra parte e rifacciamo come sopra. Questo fino a che una di noi due non decide di smettere.

Titti non è speciale (cioè, lo è per me, ma questo perché siamo amici e viviamo insieme), tutti gli animali giocano. E quando intendo gioco non mi riferisco all'insegnamento coatto del riportare la pallina dietro compenso, ma a dimensioni relazionali nate spontaneamente tra umani e non umani. Il gioco non è una cosa da poco, ma presuppone la capacità di comprensione di regole stabilite. È il primo esercizio di socializzazione e di esperienza del mondo tra i cuccioli. E non si smette mai di farlo, anche se da adulti facciamo giochi diversi. Rafforza legami. Tra genitori e figli, tra amici e tra individui umani e non.
Tutti gli animali giocano, non solo noi.

Pensateci quando nella vostra mente, nel linguaggio che usate, nelle azioni e comportamenti stabilite gerarchie di valore tra voi e gli altri animali.

Non si possono schiavizzare, mangiare, uccidere, tenere in gabbia individui che giocano.

venerdì 11 ottobre 2019

Vegan fot the Planet?


Raramente un concetto è stato tanto distorto e divulgato in maniera errata quanto quello del veganismo. Sicuramente i media, nel loro perenne tentativo di spettacolizzare e creare arene televisive anziché fare informazione, hanno contribuito in gran parte a questa confusione, ma anche gli attivisti vegani, animalisti e antispecisti hanno la loro responsabilità. Troppo spesso, infatti, nel parlare di veganismo si tende a scivolare su quelli che comunemente vengono chiamati argomenti indiretti, cioè inerenti alla nostra salute o ai benefici che il veganismo arrecherebbe al Pianeta, dato l’elevato impatto inquinante e di consumo in termini di risorse idriche e devastazione territoriale causato dagli allevamenti, in questo modo però riducendolo a una semplice dieta vegetale da cui è stato del tutto espunto il concetto di antispecismo e di liberazione animale.
Ultimamente molti attivisti che si occupano della questione animale, e/o associazioni che si definiscono animaliste, sono scesi in piazza ad affiancare e supportare le contestazioni contro il cambiamento climatico e gli effetti devastanti sulla Terra derivanti dalle nostre abitudini di vita e dalle politiche dissennate dei governi. L’analisi di questo movimento non è tuttavia oggetto di questa breve riflessione, interessa invece porre l’attenzione sull’alta incidenza di cartelli e striscioni recanti le scritte “Vegan for the Planet”, “Vegan per il Pianeta”, “Vegan per la nostra Terra”, “Gli allevamenti inquinano” che vengono portati in questi eventi di piazza; immagini e scritte che vengono poi moltiplicate grazie alla loro diffusione in rete e sui social e che quindi contribuiscono a distorcere il significato del concetto di veganismo. Un veganismo che, come si diceva sopra, non menziona nemmeno più gli altri Animali quali soggetti schiavizzati per i nostri interessi (oggetti da allevare, trasformare in prodotti, mercificare e comunque non degni di considerazione morale secondo la gerarchia di valori specista), ma semplicemente mette al centro ancora una volta delle motivazioni antropocentriche, ossia salvare il Pianeta perché è la “nostra” casa e ne va del nostro futuro come specie. Che poi la Terra ospiti anche tutti gli altri Animali e quindi la devastazione ambientale uccida e danneggi anche le altre specie è indubbio, ma se l’interesse precipuo fossero anche gli altri Animali, allora non si dovrebbe fare appello a slogan in cui la loro condizione di soggetti oppressi non è nemmeno menzionata.

Continua su Veganzetta.

lunedì 7 ottobre 2019

Joker



Attenzione, contiene SPOILER.

- Cosa c'è di divertente?
- Stavo pensando a una battuta.
- Vuoi raccontarmela?
- Lasciamo stare. Non capirebbe...

Un film perfetto. Talmente perfetto che rimane ben poco da dire.
La scelta di Joaquin Phoenix come attore protagonista non poteva essere più azzeccata perché ha la giusta dose di intensità, fascino e seduzione, oltre che bravura.
Un film spettacolare, ma profondo. La parabola di Arthur Fleck è una parabola esistenziale, sociale, politica, ma soprattutto una tragedia umana, o una commedia, sebbene amara, come afferma lui stesso. La commedia in fondo è solo una storia tragica vista sotto la lente distorta dell'umorismo.
L'intera sceneggiatura si regge su questo delicatissimo filo portante del comico che si nutre del tragico. Un equilibrio che non si spezza mai dall'esito perfetto; mai grottesco, mai sopra le righe.
Ci sono diverse reminiscenze di altri capolavori, per esempio l'uso delle maschere che diventano un simbolo di ribellione le avevamo già viste in V for Vendetta, ovviamente Re per una notte, Freaks (solidarietà tra i "diversi"), Taxi Driver, mentre Gotham City a tratti ricorda la New York de I guerrieri della notte: sporca, decadente, violenta, ma soprattutto in discesa libera verso la perdita di ogni senso. Ed è in questa perdita di senso dell'esistere che il film si eleva a una dimensione che va oltre la mera analisi socio-politica.
Certo, c'è l'esplicita condanna a una società che anziché aiutare le persone in difficoltà o comunque disagiate le abbandona ai margini, infierisce, le calpesta e finisce o per trasformarle in mostri o per schiacciarle irrimediabilmente. Gli "invisibili" da cui i bulli e i potenti traggono linfa e nutrimento. Emblematica, in questo senso, la cattiveria di Murray, che dapprima bulleggia Fleck e poi lo usa per far salire gli ascolti del programma.
Ma ridurre il film alla sola lettura socio-politica sarebbe limitante: emerge la ferocia di un'umanità senza più freni inibitori, dionisiaca quasi, che si ribella o che, forse, ha finalmente il coraggio di essere se stessa, una volta consapevole di non avere più nulla da perdere.
Il macabro trionfo finale è addirittura commovente. Sublime.

Bellissimo il parallelismo tra la scena in cui fugge dalla metro e quella in cui fugge dalla clinica psichiatrica dopo aver rubato il fascicolo della madre: entrambe strutture opprimenti, di lucido acciaio e degrado, la prima per trasportare un'umanità che ancora si muove entro le norme del vivere sociale, la seconda per contenere un'umanità derelitta che ormai ha abdicato a sé stessa. Joker le attraversa entrambe, lucidamente, danzando e in corsa, leggero, finalmente visibile, il re della follia, ma anche della ragione di un mondo spietato.
Folle è il mondo, saggio colui che lo capisce e lo rifiuta. E quando non si può più vivere non rimane che danzare, o ridere, o bruciare tutto... perché tanto... nessuno capirebbe.

martedì 1 ottobre 2019

Teriofobia

Spesso quando si vuole esprimere un giudizio su persone che hanno commesso atti riprovevoli si usa dire "sono bestie!", "sono animali!", "porci schifosi!" e difatti da sempre l'attribuzione di valori positivi al concetto di umanità si costruisce a partire da quello spartiacque che la separa dall'animalità a cui, in opposizione, si riserva tutta la gradazione del negativo. Non ammettiamo che una persona umana, una della nostra stessa specie, possa fare cose che riteniamo sbagliate e quindi ci mettiamo al sicuro dai nostri stessi giudizi definendola "bestia", "dis-umana".
Implicitamente, ogni volta che diciamo così, partecipiamo alla nostra stessa auto-esaltazione: narrazione narcisistica per eccellenza che svilisce gli altri per meglio esaltare se stessa.
Abbiamo costruito la nostra identità unicamente in opposizione a quella di animalità, senza mai avere il coraggio di guardarci davvero a fondo e quando lo facciamo, se lo facciamo, siamo subito pronti a mascherare il riflesso di noi stessi poggiandoci sopra una maschera. Ma questa maschera è una finzione perché ciò che facciamo è umano, solo umano e appartiene a noi, alla nostra cultura. Quel che dobbiamo rigettare, rifiutare, cambiare è la nostra cultura e noi stessi, non gli altri animali.

La teriofobia non è altro che una maschera che copre il rifiuto di noi stessi.

sabato 28 settembre 2019

Il diritto di guardare trasforma l'altro in oggetto

Da un piccolo episodio si possono apprendere tante cose, ad esempio il rapporto che intratteniamo con gli altri animali sin da quando siamo piccoli, sintomatico della cultura specista in cui siamo immersi.
Ci allenano allo sguardo oggettificante portandoci allo zoo, al circo, nei delfinari e negli acquari e per estensione cresciamo convinti che gli altri animali siano lì per noi, che esistano affinché noi possiamo osservarli, studiarli, giocarci. La scienza rafforza poi questo concetto, classificando, selezionando in razze da allevare, comprare, mercificare, da usare nei laboratori. Tutto ciò concorre a formare gerarchie di valori e distinzioni tra la vita umana e di chi umano non è, anche se senziente e capace di fare esperienza del mondo.

Ieri passeggiavo in un parco e a un certo punto ho notato un capannello di bambini, tra cinque e dieci anni, intenti a smuovere qualcosa per terra. La frase pronunciata da uno di loro, "non ucciderlo!" mi ha convinta ad avvicinarmi: stavano giocando con un piccolo rospo, spaventatissimo e che tentava di nascondersi dentro una specie di tombino che però aveva il coperchio sollevato, dagli stessi bambini. Li ho pregati, con tutta la dolcezza e gentilezza possibili, di lasciarlo stare e di non disturbarlo, cercando anche di fargli degli esempi che potessero portarli a provare empatia, "vi piacerebbe se qualcuno, un gigante, vi venisse a disturbare mentre dormite o state facendo le vostre cose?". Ma non c'è stato nulla da fare, volevano assolutamente vederlo, toccarlo, giocarci, prenderlo. Uno voleva addirittura ucciderlo, con una pietra. A quel punto ho chiamato Andrea chiedendogli di portarmi una scatolina, così l'abbiamo preso e messo in un posto al sicuro, tra gli sguardi delusi dei bambini che avrebbero voluto continuare a giocarci. In quei pochi minuti che sono rimasta in attesa dell'arrivo di mio marito con la scatolina, ho dovuto faticare non poco per impedire che lo prendessero e gli facessero del male. Devo dire che, a parte il bambino che voleva ucciderlo, tutti gli altri provavano solo sincera curiosità. In sé una cosa buona. Quello che non va bene è l'assoluta convinzione del diritto di poter guardare, osservare, giocare, spostare, manipolare un animale selvatico. Una convinzione che ha radici antichissime e che prende avvio dall'antropocentrismo, dal pensiero di cui sopra, ossia che gli altri animali esistano per noi.
Ho tentato di spiegargli che non è così, che gli animali non vanno disturbati e spero di aver magari seminato un pensiero diverso in qualcuno di loro, ma non ne sono molto convinta.

Purtroppo tutta la cultura in cui siamo immersi, che apprendiamo, ci dice il contrario. Dobbiamo lavorare tanto, tantissimo per abbattere questo sguardo dominante che abbraccia il mondo intero e che fa sentire ognuno di noi padrone di altre vite, solo perché diverse o più deboli costituzionalmente. Specismo, sessismo, razzismo iniziano tutti lì, da quel primo sguardo assoggettante che si sente in diritto di definire l'altro su un piano di disparità e dominio. A volte non c'è cattiveria, solo voglia di giocare, curiosità, ma gli altri animali sono soggetti della loro stessa vita e non giocattoli o prodotti.

venerdì 27 settembre 2019

La questione taciuta, negata, minimizzata, derisa


Mi domando: ma se Greta Thunberg anziché parlare dell'emergenza del cambiamento climatico dovuto all'inquinamento per più fattori avesse preso posizione contro lo specismo, avrebbe avuto la medesima risonanza mediatica e dato vita a un movimento come quello di Fridays For Future?
La domanda suona retorica perché sappiamo già che nessuno se la sarebbe filata, né migliaia di studenti e adulti sarebbero scesi in piazza (a parte i pochi che sono già antispecisti), però, oltre la retorica, ci dice qualche altra cosa, ossia che l'interesse per la causa ambientale, che ovviamente reputo importante, è diffuso perché comunque non ci chiede un drastico cambio di abitudini, né un ripensamento totale del nostro stare al mondo, ragion per cui tutti si sentono contenti di fare la propria parte, acquistando meno plastica, usando meno la macchina, facendo meno acquisti in generale ecc.; eppure, per quanto l'ambiente sia importantissimo, a me pare che sarebbe di gran lunga più importante spingere verso il riconoscimento della tragedia dello specismo, con tutte le sue drammatiche implicazioni dello sfruttamento e uccisione di miliardi di animali al giorno. E per affrontare questo problema non servirebbero riforme da parte di governi, bensì basterebbe la semplice, banalissima, presa di coscienza del fatto che gli altri animali non sono risorse rinnovabili, ma individui da rispettare. Di tutto ciò (e Greta, che è vegana, non può non saperlo), ne beneficerebbero indirettamente anche l'ambiente, le foreste, l'aria che respiriamo, il pianeta intero perché i dati parlano chiaro, gran parte del territorio del nostro pianeta viene letteralmente mangiato via a causa dell'impatto degli allevamenti.
Perché non si parla direttamente della questione animale, che è questione etica e ambientale insieme? Perché Greta nei suoi bei discorsetti scritti non accenna nemmeno in chiusura a parlare dell'importanza della scelta vegan?

Leggo che persino la Coldiretti ha manifestato per la causa ambientale, tutti sono a favore dell'ambiente, ma al riguardo della causa animale continua a esserci un assordante silenzio.

Non ne parlano gli studenti di Fridays For Future ed è inutile andare a queste manifestazioni con striscioni antispecisti che riportano slogan, la causa animale non è un tema che può essere sintetizzato in pochi slogan perché lo specismo è un'ideologia radicata e multiforme; l'intero concetto di umanità si è costituito in opposizione a quello di alterità animale ed è per questo che l'antispecismo non trova facilmente sostenitori perché significa mettere in discussione l'idea che abbiamo non soltanto del mondo, ma di noi stessi, come specie e nelle relazioni con gli altri animali. Mentre, al contrario, è facilissimo e di grande appeal parlare di ambiente e di cambiamento climatico.

Per questo a me Greta non dice nulla, non smuove nulla, non interessa. Mi interessa la causa degli altri animali che è questione di tragicità immensa e di cui veramente siamo sempre solo in quattro gatti a parlare: inascoltati, derisi, sbeffeggiati, tacciati di estremismo e fanatismo.

Nella foto: due fratelli diretti al mattatoio di Roma. Provenienti dal classico "allevamento bio del contadino dietro casa", poco impattante, ecologico. Il primo si appoggia col musetto all'altro, stanno vicini, stretti stretti, in un angolo, terrorizzati.
E no, mangiare meno carne non è una soluzione. Non per loro. Forse per l'ambiente, ma non per loro.

sabato 21 settembre 2019

Come alcuni uomini vedono le donne

Un mio ex contatto su FB scrive: mentre voi donne vi trastullate tra una manicure e un selfie, un sacco di uomini hanno inventato questo e questo e giù con una sfilza di nomi di scienziati del passato.
Costui sembra ignorare la realtà dell'oppressione che noi donne abbiamo subito per secoli e che in molti paesi ancora subiamo; nonché i profondi condizionamenti culturali che determinano ancora gran parte delle nostre presunte "libere scelte" - libere scelte che andrebbero sempre inquadrate nel contesto socio-culturale entro cui si formano. Mentre gli uomini, sollevati da ogni incombenza relativa all'accudimento della casa e dei figli, potevano dedicarsi allo studio e alla carriera, noi eravamo relegate entro quattro mura, impossibilitate a studiare, a votare, a esprimerci in pubblico, a svolgere lavori che non fossero di accudimento o comunque di semplice lavoro manuale.
Educate e cresciute in maniera differenziata ci è stato inculcato nella testa per secoli che esistono ruoli e cose da maschi e ruoli e cose da femmine. Non abbiamo mai scelto di passare il tempo facendoci la manicure, ma semplicemente ci veniva detto che una donna che non si presenta in un certo modo non è accettabile socialmente.
Siamo state e siamo tutt'ora corpi per fare figli o per sollazzare lo sguardo e il piacere maschili.
Il femminismo è la storia della nostra oppressione e della nostra progressiva emancipazione.

martedì 17 settembre 2019

Gli altri animali sono individui e non fattori inquinanti


Ormai si parla di veganismo solo in relazione all'ambiente.
Apparentemente può sembrare un fatto positivo perché il tema della salvaguardia del pianeta coinvolge molte più persone, ma in realtà non lo è perché si diffonde il concetto in modo sbagliato.
Se il veganismo non si inserisce in un'ottica antispecista di opposizione e lotta al dominio sugli altri animali perde forza e valenza e diventa un semplice suggerimento alimentare da seguire in modo del tutto indicativo.

lunedì 16 settembre 2019

Commemorazione per un amico speciale


All'inizio eri un incontro speciale, uno di quelli da ricordare scattando una foto, poi eri diventato un incontro abitudinario, come un amico che si incrocia durante le passeggiate quotidiane e con cui ci si scambia un cenno del capo, a volte due parole.
Ogni volta mi ripromettevo di portarti delle noccioline, ma poi me ne dimenticavo sempre. Conoscevo i tuoi luoghi, i tuoi alberi, sapevo dove avrei potuto scorgerti, dove ti abbeveravi, dove zompettavi in cerca di ghiande e altre scorte per l'inverno.
In tanti si fermavano a guardarti, specialmente i bambini. A volte qualche cane ti inseguiva. Una volta sono stata in pena per te perché un cane da caccia era stato quasi sul punto di prenderti. Oh, lo so, per il cane si trattava probabilmente solo di un gioco, di un istinto alla predazione, ma di certo non per fame o sopravvivenza.
E dev'essere così che è andata alla fine, un cane o qualche altro animale è stato più veloce di te e ti ha preso.
Ti ho trovato sotto un albero, il corpicino già rigido, squartato su un fianco. Probabilmente stavi cercando di arrampicarti per metterti in salvo, ma sei rimasto lì, in mezzo alle radici, chissà per quanto.
Una morte iniqua, come tante di quelle che avvengono in natura.
Non è vero che in natura gli animali soffrano meno: spesso, quando vengono feriti o si ammalano, devono sopportare ore o giorni di agonia prima di morire. Non c'è nessuno a soccorrerli e se c'è, quasi sempre, si passa oltre perché "È la natura."
Ma anche noi siamo parte della natura, eppure ci curiamo e ci soccorriamo. È lo specismo, non la natura, che ci fa mettere in atto comportamenti diversi e ci fa applicare una morale diversa in base all'appartenenza di specie.
Per me eri un amico e negli ultimi tempi sembrava persino che avessi imparato a riconoscermi anche tu. Non scappavi, mi guardavi e poi continuavi a fare le tue cose. Mai fidarsi degli umani, amico mio, ti sussurravo ogni volta.
Ti cercherò ancora negli alberi, mi ricorderò di te a ogni fruscio di foglie, sui rami più alti, quelli che toccano il cielo. Come se fossi andato in un lungo, lunghissimo letargo. Dormi bene, amico mio.

giovedì 22 agosto 2019

Antispecismo ed economia

Se i governi avessero veramente a cuore le sorti del pianeta dovrebbero tassare tantissimo i prodotti d'origine animale, aumentarne i costi in modo esagerato, così da disincentivarne il consumo e smettere di dare incentivi agli allevatori,  favorendo invece le aziende che accettano di riconvertire la propria produzione; poi dovrebbero tassare tutto ciò che consuma risorse idriche, energetiche e terreni con un rapporto sbilanciato di produzione. Produrre vegetali consuma risorse idriche, ma il rapporto è inferiore rispetto alla produzione di carne che si ottiene con gli stessi quantitativi di acqua ecc.

Questo che sto facendo non è un discorso propriamente antispecista perché l'antispecismo mette in discussione lo specismo, ossia il diverso sistema di valori in cui inquadriamo gli altri animali - e questo a prescindere dall'impatto che l'allevamento ha sul nostro pianeta -, ma sicuramente la liberazione degli altri animali passa anche attraverso un ripensamento dell'attuale economia, purché non si avalli il concetto di carne felice del contadino o metodi di allevamento più ecologici.

Diciamo che a una lotta dei consumi di prodotti che derivano dall'uccisione e sfruttamento degli altri animali va necessariamente affiancata anche quella contro lo specismo inteso come pensiero antropocentrico che considera gli altri animali inferiori e quindi sacrificabili per i nostri interessi.

Io non penso che ci sia un antispecismo politico e uno non politico, l'antispecismo è uno; semmai ci sono diverse strategie da applicare per arrivare alla liberazione animale e una può essere appunto quella di combattere l'economia attuale. Ma la lotta all'economia slegata da un discorso etico che includa il rispetto degli altri animali, lascerà sempre aperta la questione della sacrificabilità degli altri animali che potrebbero essere usati in modo meno impattante o in altri modi.

giovedì 15 agosto 2019

Il sistema prostituente opprime le donne

Il modo più subdolo usato da chi opprime per continuare a mantenere il dominio è convincere le vittime che la loro oppressione non sia tale, ma sia una scelta; convincerle che gli strumenti con cui sono oppresse siano in realtà utili alla propria autodeterminazione.
Ed è così che l'auto-oggettificazione diventa empowerment e che la prostituzione passa per essere una scelta lavorativa tra le tante.

Ora, a chi nega che la prostituzione sia la più radicale e antica forma di oppressione di un sesso sull'altro, faccio questa domanda: come mai non esistono bordelli di soli uomini in cui per guadagnare un tozzo di pane mettono in vendita l'uso del proprio corpo? Come mai nella nostra società non viene affatto incentivata la mercificazione del corpo maschile a tutto vantaggio del privilegio delle donne di poter comprare e usare i loro corpi per il proprio piacere? Ve lo dico io perché: perché la prostituzione è appunto il prodotto di una società maschilista e patriarcale in cui si esercita il dominio maschile sulle donne e non il contrario.

Dunque, la prostituzione potrà essere considerata, al limite, un lavoro come un altro quando paritariamente sarà esercitata anche da uomini bisognosi economicamente e non il contrario, altrimenti rimane una pratica di sottomissione e sfruttamento delle donne da parte degli uomini. Purtroppo i condizionamenti della società patriarcale e maschilista sono tali e talmente radicati che molte donne vengono educate a pensare che sia una libera scelta farsi usare e lasciarsi sfruttare e che sia anche un modo per autodeterminarsi. Ma nello sfruttamento e nella negazione dell'individualità non ci può essere autodeterminazione. Nel sistema prostituente e nell'industria del sesso in generale le donne non vengono considerate individui, ma solo oggetti da usare, buchi interscambiabili su cui svuotarsi. O si è merce da comprare (nei bordelli tedeschi i loro corpi sono in vendita nei listini "all you can fuck" dove per pochi euro il cliente può scegliere quanti più corpi e prestazioni desidera, insieme a una birra e a una salsiccia, a dimostrazione sempre che sono considerate al pari di pezzi di carne da consumare perché lo specismo e il sessismo, ossia lo sfruttamento di donne e animali, vanno sempre a braccetto), dicevo, o si è merce da comprare o si è individui, ma non si può essere entrambe le cose perché la prima condizione nega lo status del secondo.

Chi dice che esistono anche alcune donne che la scelgono liberamente, benissimo, nessuno vieta a queste donne di farlo, tant'è che in Italia non è vietata la prostituzione in quanto tale, come pratica privata, ma solo l'adescamento e lo sfruttamento da parte dei cosiddetti papponi. Invece chi vuole liberalizzarla sul modello tedesco e neozelandese non farebbe che depenalizzare i papponi e rendere legali i bordelli.

Ultima cosa: il femminismo radicale è solidale con le donne in prostituzione e favorevole invece all'adozione di un modello di legge che offra veramente alternative e percorsi di formazione così che possano essere LIBERE di smettere di prostituirsi.

sabato 10 agosto 2019

Il partito che vorrei

Vorrei un partito antispecista e femminista e soprattutto di transizione, cioè che accompagni le persone a pensare, ad autogovernarsi, a liberarsi dai concetti di delega, stato e partiti da votare. Sembra un ossimoro, ma l'anarchia che auspico sarebbe possibile solo a patto di una società consapevole, sveglia, in grado di autodeterminarsi e fare buon uso della propria libertà. Una libertà nel rispetto di tutte, ma proprio tutte le soggettività viventi. 
Un partito che inviti e formi al pensiero critico volto al disconoscimento e distruzione del partito stesso una volta sopraggiunta la maturità per autodeterminare le proprie esistenze.
E nel frattempo invece prendo tristemente atto del fatto che per scongiurare una pericolosa alleanza di destra, becera e conservatrice, tocca auspicarsi una collaborazione tra PD e Cinquestelle. Un PD che ho sempre detestato perché per nulla progressista sui temi che mi interessano.

giovedì 8 agosto 2019

Il modo in cui trattiamo gli animali ci parla di noi


La maggior parte delle persone non conosce affatto gli animali di cui si ciba; ne ha un'idea stereotipata funzionale al mantenimento del loro sfruttamento.
Ora, è spesso vero che alcuni stereotipi corrispondono alla realtà, ma dovremmo chiederci come ci si sia arrivati a formare una data realtà. 
Per esempio, è vero che i maiali negli allevamenti sono pigri e grassi, che pensano solo a mangiare, che mostrano comportamenti limitati, o aggressivi o che fanno cose stupide, e sono sempre sporchi e puzzano poiché si rotolano nei loro escrementi. Ma questa è la realtà che noi abbiamo creato per loro. Siamo noi che li costringiamo in spazi esigui e li teniamo tutti ammassati e in mezzo ai loro escrementi. D'altra parte, se costringiamo questi individui a vivere così, cosa potremmo aspettarci dal loro comportamento? Ovvio che non abbiano possibilità di interagire e socializzare in modo sano e che si riversino sul cibo perché è praticamente l'unica gratificazione che viene loro concessa. 
Ora, fate lo sforzo di immaginare individui appartenenti alla vostra stessa specie nati e cresciuti dentro una stanza lurida, senza mai avere il minimo stimolo dalla realtà del mondo fuori. Come credete che vi comportereste? Sareste delle bestie fuori controllo oppure apatiche, prive di ogni volontà.

La cosa più terribile che facciamo a questi animali non è soltanto quella di farli nascere per trasformarli in prodotti e ucciderli, ma è soprattutto quella di privarli della loro etologia ed evoluzione. Gli animali negli allevamenti si comportano tutti allo stesso modo perché vivono tutti allo stesso modo, o meglio, sopravvivono, in quel lasso di tempo che passa dallo svezzamento all'ingrasso e fino a che non vengono spinti sui camion per essere portati al macello.

Quando dite che i maiali sono stupidi, sporchi e aggressivi state soltanto descrivendo il modo in cui noi li trattiamo.

E così è per le galline, le mucche e tutte le altre specie che schiavizziamo e uccidiamo.

Foto presa dal web.

martedì 23 luglio 2019

"Mettiamoci pure il vegano, che va di moda"


Devono aver pensato così gli sceneggiatori della terza parte de La casa di carta, vista la scena penosa in cui criticano un personaggio (Monica) che dice di essere vegana. Non solo, l'altro personaggio che la critica fa proprio una tirata in cui dice che il cibo è convivialità e che non ci si può riunire con gli amici e festeggiare davanti a un mazzo di carciofi, ma bisogna farlo davanti a un capretto o a un maiale o a una mucca. L'argomento etico non viene menzionato, cioè ci si focalizza sull'aspetto salutistico. Solo en passant si dice "mi dispiace per la mucca, ma...". Una serie tv vista da milioni di spettatori in tutto il mondo fa passare un messaggio sbagliatissimo.

E la cosa non finisce qui: c'è poi un'altra scena in cui devono aprire, cioè squartare, un maialino (già morto, cioè non si vede mentre lo uccidono) per imparare a fare una cosa su veri tessuti di carne (non è chissà quale spoiler, tranquilli) e un altro personaggio afferma che lui non può farlo perché ama gli animali in quanto in guerra aveva incontrato un cane che gli era rimasto sempre accanto. Ovviamente il personaggio in questione, in quanto amante degli animali (come se fosse una sua peculiarità, quindi la questione del rispetto e della giustizia non viene minimamente menzionata) viene esonerato dal compito, ma gli altri, meno sensibili (quindi squartare o meno un animale rimane una mera questione di sensibilità individuale), procedono come se nulla fosse.

I personaggi de La casa di carta sono degli eroi positivi, combattono il sistema e lo stato. Sono la Resistenza, lo dicono e mostrano più volte, e il popolo si riconosce in loro.

Che una questione importante come quella del veganismo e del rispetto per gli animali venga così travisata e mostrata come mera inclinazione personale dovuta alla sensibilità o al fatto che un tizio abbia capito che un cane sappia essere fedele più degli umani (quindi l'animale ancora una volta è premiato solo perché utile all'umano, visto e considerato solo in funzione degli interessi della nostra specie e soprattutto viene ribadita la differenza ontologica animale Vs umano, in questo caso a tutto vantaggio dell'animale, ma solo perché è un cane e comunque ripetendo un luogo comune, quello sulla sua fedeltà, che poi spesso questa presunta fedeltà viene intesa come sottomissione totale all'addestramento, ma qui si aprirebbe un altro argomento immenso, magari ne parliamo un'altra volta) non può essere un semplice caso di ignoranza. L'intenzione è quella di inserire un paio di personaggi vegani e amanti degli animali (ma attenzione che poi quello che dice di essere amante degli animali non accorre in difesa del personaggio vegano, quindi probabilmente ama gli animali, ma non viene detto che è vegano) per essere politically correct, ossia per dare spazio alle minoranze, così come si inserisce il personaggio gay o il nero o la donna: ovviamente sempre in modo stereotipato, a confermare e rafforzare ruoli.

Ora, la si potrebbe vedere anche in modo diverso, cioè sforzarsi di vederci invece un lato positivo: ci sono ben due personaggi che mostrano una sensibilità verso gli animali, di cui uno vegano. Certo, la questione dell'oppressione animale non è narrata in senso politico, ma solo come sensibilità individuale, però almeno se ne parla. Ma io rimango convinta di una cosa: parlare in modo distorto della questione animale e del veganismo, non aiuta, è più deleterio del non parlarne affatto.

Detto questo, ma che cavolo, non si può interrompere una terza parte così, va bene il cliffhanger, ma questo non è nemmeno un finale di stagione, è proprio aver spezzato così gli episodi a caso. Sapete qualcosa della quarta parte?

Ci sono diverse battute che invece contrastano il sessismo, ma c'è un'affermazione molto grave che non viene contraddetta in modo chiaro, ossia quella per cui il piacere delle donne e il loro desiderio sessuale sarebbero sempre finalizzati alla procreazione. Vero che tale frase viene pronunciata da un maschilista, ma mentre in precedenza viene contraddetto, qui invece i personaggi femminili rimangono in silenzio, si scambiano delle occhiate, si alzano e se ne vanno; certo, probabilmente il senso è che il tipo non meriti risposta, ma non è chiaro, può sembrare come se chi ha sempre la battuta pronta ora non sappia come replicare.  E poi, inutile che mi fai battute antisessiste, se poi ogni due per tre mi mostri il culo di Tokio. E anche qui, quindi, si ha l'impressione che l'antisessismo sia solo di facciata, tanto per essere sul pezzo.

Giudizio su questa terza parte, al netto delle riflessioni sopra: adrenalinica, ti prende, si lascia guardare, ma a mio avviso il tutto non regge, è troppo pretestuoso e alquanto improbabile, sia dal punto di vista delle emozioni e delle relazioni tra i personaggi, sia da quello dell'azione (peraltro spiegata anche male). Il pretesto per rimettere in gioco tutto quanto è veramente debole. Non spoilero, ma se l'avete vista possiamo parlarne nei commenti.

sabato 20 luglio 2019

Mancanze

Molto spesso noi antispecisti definiamo chi lavora nei mattatoi, allevamenti o altri lager simili come dei sadici. Io penso invece che più che di sadismo si tratti di qualcosa ancora peggiore, ossia proprio della mancanza di empatia e del riconoscimento degli animali in quanto individui.
Il sadico sa riconoscere la sofferenza che procura, gode nel procurarla, quindi è perfettamente consapevole del fatto che la sua vittima stia soffrendo; in un certo senso il sadico è empatico con la sua vittima, cioè sente il suo stesso dolore, può immaginarselo e ne gode; mentre la maggior parte degli addetti al mattatoio vedono, percepiscono e di conseguenza trattano gli altri animali come se fossero solamente degli oggetti. Non gli riconoscono un sentire, la capacità di provare dolore, paura, tristezza, panico. In poche parole, non gli riconoscono la soggettività, l'individualità. Sono più come degli psicopatici privi di empatia che lavorano per perseguire un obiettivo - quel che chiamano lavoro e lo stipendio a fine mese che ne deriva -, incapaci di riconoscere individualità e soggettività nelle creature che gli passano per le mani.
Attenzione, io qui non uso il termine "psicopatico" in un'accezione offensiva, ma descrittiva di una precisa patologia, cioè dell'incapacità di comprendere e "sentire" chi si ha davanti. Non so se in parte possa collimare con la dissociazione cognitiva, che è indotta anche culturalmente. 
E a proposito di cultura, infatti poi ci sono anche quelli che invece capiscono benissimo che questi animali stanno soffrendo, ma si convincono che la loro sofferenza sia di grado minore della nostra, o che sia necessaria, o che comunque questa sofferenza valga la pena di essere procurata per i nostri interessi in quanto interessi superiori a quelli della vita e libertà degli altri animali. E questi sono pensieri e giustificazioni di auto-assolvimento derivanti dalla cultura specista e antropocentrica; che ovviamente trovano sostegno nella normalizzazione, naturalizzazione, sistematicità e legalizzazione di tali pratiche oppressive.

giovedì 18 luglio 2019

Scrittura al femminile? No, grazie!

Da appassionata/studiosa di letteratura e di scrittura, mi oppongo fermamente all'idea che esista una scrittura al femminile. Questo è un pregiudizio sessista della peggior specie che noi donne dovremmo combattere. Così come non esiste un cinema al femminile, o una musica al femminile o un'arte figurativa al femminile.
Semmai esiste una scrittura, ossia un tipo di narrazione e fiction che tratta di donne, delle loro problematiche o femminista (ossia che evidenzia e distrugge i ruoli e gli stereotipi differenziati al base al sesso), con protagoniste donne, ma la scrittura, quella può essere solo più o meno buona, più o meno efficace, a prescindere dal sesso.
Non esiste una letteratura femminile o romanzi femminili, esiste buona o pessima letteratura, esistono buoni o pessimi romanzi.

Faccio un esempio banale: le storie della collana Harmony rientrano nella narrazione di genere, non genere femminile, ma genere inteso come argomento (così come esiste il genere noir o fantasy o horror) ed è pessima narrazione e lo è a prescindere dal fatto che a scrivere siano uomini e donne (difatti molti autori di suddetta collana sono uomini che scrivono dietro pseudonimo). 
Che le scrittrici donne o la scrittura delle donne tratti solo determinati argomenti definiti minori o abbia uno stile sdolcinato è un pregiudizio ed è ciò che ci raccontano per sminuirci, per denigrare la nostra capacità di immaginare e raccontare storie. 
Non vi faccio l'elenco di scrittrici donne bravissime, non credo ci sia bisogno, ma pensateci un attimo e vi renderete conto che è così. La scrittura di una grande scrittrice non è affatto diversa (se non per stile individuale, che prescinde dal sesso di nascita) da quella di un grande scrittore.

Idem per la scelta di cosa leggere. Un buon lettore o una buona lettrice legge di tutto, sceglie in base ai gusti personali, alla bellezza di una storia, non in base al proprio sesso.

domenica 7 luglio 2019

A Parma uniti per chiedere la liberazione dei macachi (e di tutti gli animali)




La vivisezione, tra tutte le pratiche speciste e violente, è sempre stata quella che mi ha maggiormente indignato, angosciato, e non perché sia inutile o dannosa anche per gli umani, ma perché è inaccettabile a prescindere. 
Giorni fa sono stata a una visita oculistica, niente di grave, un banale controllo. Mentre ero lì, nella stanza con il medico, appoggiata all'apparecchio con cui mi stava controllando gli occhi, tenuta a stare immobile, ferma, mi è preso un mezzo attacco di panico. Mi è preso perché in quel momento mi sono immedesimata con gli animali reclusi nelle gabbie a vita, costretti a subire ogni tipo di test più o meno invasivo (ma se ci pensi bene, tutti sono invasivi perché, letteralmente, invadono il loro corpo, violano la loro libertà e fisicità) e a stare immobili negli apparecchi di contenzione. Ecco, quando noi subiamo delle visite diagnostiche, anche fastidiose, comunque sia è nel nostro interesse, consapevoli che dureranno poco, ci viene spiegato il perché e per come, il motivo, veniamo rassicurati, sappiamo cosa e perché ci stanno facendo. Ma questi animali, questi sottoposti alla sperimentazione, provano e sentono solo dolore, panico, angoscia, terrore puro. Per tutta la durata della loro esistenza, breve o meno a seconda del tipo di esperimento per cui vengono usati, vivono in gabbie strette, senza mai vedere la luce del sole, senza mai uscire, senza mai conoscere la libertà. E soffrono pene atroci, fisiche e mentali. Prova a immedesimarti. Per un attimo. Negli apparecchi di contenzione. Prova a immedesimarti al risveglio da un'anestesia, tutto dolorante, con il corpo e gli organi mutilati, senza sapere cosa ti hanno fatto e perché; o sottoposto a test di tossicità, costretto a respirare sostanze urticanti, soffocanti. E mi fermo qui. Mi fermo qui... 
E se dici che gli altri animali sono diversi da noi perché sono meno consapevoli di noi*, ecco, questa semmai è un'aggravante perché il fatto di non sapere cosa li stia attendendo, il motivo per cui sono lì, gli fa sperimentare, semmai, un orrore ancora più assoluto. Ancor peggiore di quello che potremmo sperimentare noi se fossimo al loro posto, prigionieri di qualche pazzo sadico, perché potremmo sempre sperare nella compassione, potremmo parlarci, provare a farlo ragionare, o sul fatto che qualcuno venga a liberarci.
Non sono consapevoli del perché si trovano in quell'incubo, ma lo sperimentano, lo vivono, lo subiscono. 
Ecco, pensa agli Ebrei nei campi di concentramento. Sono sicura che speravano tutti sul fatto che i loro simili non ancora del tutto impazziti avrebbero fatto qualcosa per liberarli. E difatti così è stato.
Ma gli altri animali urlano e comunicano senza essere nemmeno capiti, figuriamoci ascoltati. Cosa potranno mai sperare? 
La vivisezione per loro è un'eternità di orrore. Un incubo senza fine.

Per questo ieri sono stata felice di partecipare al corteo nazionale a Parma.

È stato un bel corteo a cui hanno aderito tantissime associazioni e singoli, gruppi più diversi. 
Ora, non sono una di quelle che fa attivismo con tutti e che collabora indiscriminatamente con qualsiasi associazione o gruppo perché penso che i contenuti e le modalità e le strategie di lotta non siano tutte uguali e ritengo alcuni più appropriati di altre. Però penso anche che ci siano contesti e obiettivi in cui l'unione sia importante; anzi, di più, fondamentale. Quello di ieri era uno di quei contesti. E continuerà a esserlo nei mesi che verranno. Non importa chi organizza, chi organizzerà, come organizzerà, se alcuni slogan magari non sono e non saranno quelli che avresti detto tu, se ci sono e saranno persone e personaggi che stanno poco simpatici. Importa diventare marea, massa capace di farsi ascoltare, dai media e dalle istituzioni. 
Massa capace di diventare forza politica. Di spostare i pesi, di mettere paura, di chiedere e ottenere. Dobbiamo essere tanti e determinati. 
Che Parma possa diventare una nuova Green Hill, che da 500/1000 che siamo stati ieri, potremo arrivare a 10.000, 50.000, 100.000 a urlare davanti a quei cancelli oltre i quali sono richiusi i macachi e altri animali. 
Lo so che ognuno ha i suoi impegni, anche tu che mi leggi, le sue difficoltà quotidiane, che viaggiare costa e che quasi tutti noi attivisti dobbiamo gestire quotidianamente anche tanti animali che vivono con noi, ma se ci si organizza, si può, si può fare, le cose si riescono a fare. O ci si prova, almeno.

La lotta è per i nostri fratelli animali, per opporci in massa a pratiche violente, oppressive, speciste. Pensati al loro posto. Quanto avresti voluto che qualcuno fuori avesse lottato per te, per liberarti?

*quando dico che sono meno consapevoli di noi, mi riferisco ovviamente al fatto di comprendere il senso di quello che gli sta accadendo in quel preciso contesto, non in generale. Gli altri animali sono sempre e comunque individui senzienti, in grado di avere esperienza del mondo. E dovrebbero essere soggetti della loro stessa vita, non oggetti da usare per i nostri interessi.

Foto dall'album di Bruno Stivevic.

venerdì 5 luglio 2019

Le parole contano

Le parole sono importanti, il linguaggio definisce i confini del nostro immaginario e cognizione del reale e per questo il sistema che si regge sullo sfruttamento e uccisione degli altri animali distorce, neutralizza, edulcora, mistifica continuamente la terribile realtà che questi individui subiscono. Perché così facendo è come se l'orrore non esistesse. Se un qualcosa non viene nominato, non esiste. O esiste in modo meno feroce, meno violento, naturalizzato, normalizzato.

Almeno noi, cerchiamo di chiamare le cose per quello che sono: non un generico "carne", ma corpi di animali morti ammazzati, non "prodotti caseari", ma latte rubato a mucche schiavizzate, non "allevamenti", ma lager legalizzati e aberranti dove si fa nascere la vita per trasformarla in oggetti di consumo, non "test scientifici", ma esperimenti sugli animali e vivisezione, non "bioparco", ma prigioni, non "abbattimento selettivo", ma uccisione mirata di individui, non un generico "pesce", ma animali marini, non "spettacoli in cui si esibiscono animali", ma spettacoli in cui gli animali vengono violentemente costretti a fare cose contro la loro volontà, non "aziende di trasformazione della carne", ma mattatoi, macelli, luoghi di sterminio e così chiunque sfrutti gli animali è uno schiavista e chiunque li uccida è un assassino.
E che dire di quella massa di brave persone che partecipano indifferentemente di questo sistema? 
Semplice, esse sono complici. Semplicemente complici.

Non dobbiamo temere di dire la verità, ma semmai di non riuscire a raccontarla mai abbastanza.

venerdì 28 giugno 2019

Negazione e mistificazione

Due fattori che contribuiscono al mantenimento del dominio sugli animali sono la negazione e la mistificazione.
Il primo è un meccanismo psicologico, rafforzato dalla propaganda mediatica, che lavora per spingere le persone a negare, appunto, la realtà di alcune pratiche. Il fatto è che quello che facciamo agli animali è talmente terribile, orrorifico, aberrante, che molti addirittura stentano a crederci. 
Ci sono persone che non credono che i pulcini vengano tritati o gasati, che esista la vivisezione, che ancora ci siano i circhi con animali. Negare la realtà è un meccanismo di protezione, di autodifesa.
Moltissimi sono altresì convinti che gli animali al macello vengano uccisi con una pistolettata che li fa morire in un secondo, in modo indolore. Ora, io mi rifiuto di discutere sulle modalità di morte perché ad essere aberrante è il concetto stesso e non il modo, ma comunque sia, per corretta informazione, la pistola captiva li stordisce soltanto per pochi secondi, rendendogli difficile difendersi e scappare, ma al momento dell'uccisione - che avviene per sgozzamento - sono coscienti. Coscientissimi.

L'altro elemento, la mistificazione, è un meccanismo di propaganda messo in atto da sistema per distorcere, edulcorare, mentire sulla realtà. Avviene a tutti i livelli, ma principalmente attraverso il linguaggio, tramite l'uso di termini addirittura presi a prestito dalla controparte, ossia da chi lotta contro il sistema stesso. Così si parla di allevamenti etici, galline felici, benessere animale, latte rispettoso e via dicendo.

domenica 23 giugno 2019

L'abbraccio di due fratelli





Dalla pagina NOmattatoio.

Durante il presidio di sabato 22 giugno abbiamo incrociato questo piccolo camioncino diretto al mattatoio. 
Dentro c'erano due soli maiali, giovani, pulitissimi, con la coda intera, non tagliata. Da questi dettagli si capisce che non provenivano da un allevamento intensivo perché in questo tipo di allevamento gli individui stanno tutti ammassati in spazi ristretti e luridi che li porta a ferirsi tra di loro e persino a mettere in atto episodi di cannibalismo; questo è anche il motivo per cui gli viene tagliata la coda a pochissime ore dalla nascita, proprio per evitare che a causa dello stress possano staccarsela a morsi.

Uno dei due maiali stava con il muso appoggiato sul dorso dell'altro, come a sostenersi, a farsi coraggio. L'espressione è triste, rassegnata, densa di angoscia, ma non si sono lasciati nemmeno un attimo.

Non possiamo dire se sapessero già cosa li stesse aspettando, ma una cosa è certa: lo avrebbero scoperto a breve. Il mattatoio odora di sangue, di violenza, di morte. Nessun detersivo lava via quell'odore, e i maiali, come tanti animali, hanno un udito finissimo. Probabilmente uno dei due avrà assistito allo sgozzamento dell'altro.

Questo per dire che nessun tipo di allevamento, per quanto possa essere pulito, spazioso, curato, per quanto possa rispettare alcune norme (regole all'interno di un paradigma comunque specista e di oppressione e sfruttamento) può dirsi etico e rispettoso degli animali. 
Il fine di ogni allevamento è spedire individui al macello. Pochi mesi, giusto il tempo di raggiungere il peso richiesto dal mercato, e il camion viene a prenderli.

Dobbiamo stare attenti quando parliamo degli allevamenti. Concentrarci troppo sui maltrattamenti aggiuntivi, sulle sevizie, sulle modalità, sul mancato rispetto delle norme, dirige il messaggio fondamentale altrove, a discutere sulla quantità e qualità o meno di violenza; invece il nostro messaggio deve essere univoco, forte, compatto. Una sola voce: ogni allevamento è schiavitù, ogni allevamento è un'ingiustizia, ogni allevamento è un lungo corridoio della morte. Ogni allevamento è un contenitore della peggior forma di violenza, quella che priva della libertà e del diritto di essere soggetti della propria stessa vita.

Si abbracciavano, loro due, fino a che la morte violenta per mano del boia non li ha separati.

Vergogniamoci, come specie! Ma la vergogna non basta. Dobbiamo lottare e scendere in strada perché non hanno che noi. 

mercoledì 5 giugno 2019

When They see us


Vi consiglio vivamente questa miniserie tratta da una vicenda realmente accaduta. Vi farà piangere di rabbia e di commozione.

Siamo nel 1989 e una donna viene aggredita a Central Park mentre faceva jogging: picchiata e stuprata fino a essere ridotta in fin di vita, viene lasciata ai margini di un viale e trovata da altri joggers poche ore dopo, la sera stessa.
La polizia accorre sul posto e prende cinque adolescenti di Harlem del tutto estranei alla vicenda. Li trascina in tribunale, li sottopone a un interrogatorio pressante e violento per oltre 42 ore, da soli, senza un avvocato e senza i genitori, senza farli dormire, né mangiare (praticamente usando il metodo della tortura per costringerli a confessare qualcosa che non hanno fatto). Li intimidisce, li mette gli uni contro gli altri, li minaccia, li spaventa, infine gli elargisce la promessa di lasciarli tornare a casa se rilasceranno delle dichiarazioni. Lo fanno. Per ignoranza, per ingenuità, alcuni anche seguendo il consiglio di un genitore altrettanto ingenuo e perché comunque sono innocenti e non ancora abbastanza smaliziati da sapere come funzionano le cose a questo mondo, specialmente se sei nero e una commissaria di polizia insieme a una procuratrice arrivista e razzista hanno deciso che sei colpevole a prescindere.
Questa confessione estorta, montata in un video che evidenzia tante incongruenze, rilevate anche durante gli interrogatori di altri poliziotti presenti, sarà l'unica prova che lo stato di NY ha contro di loro. Nessuna traccia del loro DNA viene ritrovato addosso alla donna, né sangue, né altro. Ciononostante è sufficiente per condannarli. Perdono dai sei a oltre dieci anni della loro vita fino a che il vero stupratore non confessa, scagionandoli così da ogni accusa.

Il fatto è noto come "I cinque di Central Park" e divenne famoso poiché fu un caso emblematico di condanna di innocenti a sfondo razzista.

La serie racconta lo svolgimento dell'interrogatorio, il processo, gli anni trascorsi in carcere e infine la loro scarcerazione, seguendo i cinque ragazzi singolarmente. Perfettamente riuscita nell'obiettivo di andare oltre la mera narrazione dei fatti, riesce a far riflettere sulle implicazioni esistenziali e socio-politiche degli stessi.

This is America. Quella di Trump (allora non era ancora Presidente, ma già tuonava alla caccia al nero), quella razzista, quella che tortura cinque ragazzini pur di assicurarsi un colpevole.

La trovate su Netflix.