martedì 17 settembre 2019

Gli altri animali sono individui e non fattori inquinanti


Ormai si parla di veganismo solo in relazione all'ambiente.
Apparentemente può sembrare un fatto positivo perché il tema della salvaguardia del pianeta coinvolge molte più persone, ma in realtà non lo è perché si diffonde il concetto in modo sbagliato.
Se il veganismo non si inserisce in un'ottica antispecista di opposizione e lotta al dominio sugli altri animali perde forza e valenza e diventa un semplice suggerimento alimentare da seguire in modo del tutto indicativo.

lunedì 16 settembre 2019

Commemorazione per un amico speciale


All'inizio eri un incontro speciale, uno di quelli da ricordare scattando una foto, poi eri diventato un incontro abitudinario, come un amico che si incrocia durante le passeggiate quotidiane e con cui ci si scambia un cenno del capo, a volte due parole.
Ogni volta mi ripromettevo di portarti delle noccioline, ma poi me ne dimenticavo sempre. Conoscevo i tuoi luoghi, i tuoi alberi, sapevo dove avrei potuto scorgerti, dove ti abbeveravi, dove zompettavi in cerca di ghiande e altre scorte per l'inverno.
In tanti si fermavano a guardarti, specialmente i bambini. A volte qualche cane ti inseguiva. Una volta sono stata in pena per te perché un cane da caccia era stato quasi sul punto di prenderti. Oh, lo so, per il cane si trattava probabilmente solo di un gioco, di un istinto alla predazione, ma di certo non per fame o sopravvivenza.
E dev'essere così che è andata alla fine, un cane o qualche altro animale è stato più veloce di te e ti ha preso.
Ti ho trovato sotto un albero, il corpicino già rigido, squartato su un fianco. Probabilmente stavi cercando di arrampicarti per metterti in salvo, ma sei rimasto lì, in mezzo alle radici, chissà per quanto.
Una morte iniqua, come tante di quelle che avvengono in natura.
Non è vero che in natura gli animali soffrano meno: spesso, quando vengono feriti o si ammalano, devono sopportare ore o giorni di agonia prima di morire. Non c'è nessuno a soccorrerli e se c'è, quasi sempre, si passa oltre perché "È la natura."
Ma anche noi siamo parte della natura, eppure ci curiamo e ci soccorriamo. È lo specismo, non la natura, che ci fa mettere in atto comportamenti diversi e ci fa applicare una morale diversa in base all'appartenenza di specie.
Per me eri un amico e negli ultimi tempi sembrava persino che avessi imparato a riconoscermi anche tu. Non scappavi, mi guardavi e poi continuavi a fare le tue cose. Mai fidarsi degli umani, amico mio, ti sussurravo ogni volta.
Ti cercherò ancora negli alberi, mi ricorderò di te a ogni fruscio di foglie, sui rami più alti, quelli che toccano il cielo. Come se fossi andato in un lungo, lunghissimo letargo. Dormi bene, amico mio.

giovedì 22 agosto 2019

Antispecismo ed economia

Se i governi avessero veramente a cuore le sorti del pianeta dovrebbero tassare tantissimo i prodotti d'origine animale, aumentarne i costi in modo esagerato, così da disincentivarne il consumo e smettere di dare incentivi agli allevatori,  favorendo invece le aziende che accettano di riconvertire la propria produzione; poi dovrebbero tassare tutto ciò che consuma risorse idriche, energetiche e terreni con un rapporto sbilanciato di produzione. Produrre vegetali consuma risorse idriche, ma il rapporto è inferiore rispetto alla produzione di carne che si ottiene con gli stessi quantitativi di acqua ecc.

Questo che sto facendo non è un discorso propriamente antispecista perché l'antispecismo mette in discussione lo specismo, ossia il diverso sistema di valori in cui inquadriamo gli altri animali - e questo a prescindere dall'impatto che l'allevamento ha sul nostro pianeta -, ma sicuramente la liberazione degli altri animali passa anche attraverso un ripensamento dell'attuale economia, purché non si avalli il concetto di carne felice del contadino o metodi di allevamento più ecologici.

Diciamo che a una lotta dei consumi di prodotti che derivano dall'uccisione e sfruttamento degli altri animali va necessariamente affiancata anche quella contro lo specismo inteso come pensiero antropocentrico che considera gli altri animali inferiori e quindi sacrificabili per i nostri interessi.

Io non penso che ci sia un antispecismo politico e uno non politico, l'antispecismo è uno; semmai ci sono diverse strategie da applicare per arrivare alla liberazione animale e una può essere appunto quella di combattere l'economia attuale. Ma la lotta all'economia slegata da un discorso etico che includa il rispetto degli altri animali, lascerà sempre aperta la questione della sacrificabilità degli altri animali che potrebbero essere usati in modo meno impattante o in altri modi.

giovedì 15 agosto 2019

Il sistema prostituente opprime le donne

Il modo più subdolo usato da chi opprime per continuare a mantenere il dominio è convincere le vittime che la loro oppressione non sia tale, ma sia una scelta; convincerle che gli strumenti con cui sono oppresse siano in realtà utili alla propria autodeterminazione.
Ed è così che l'auto-oggettificazione diventa empowerment e che la prostituzione passa per essere una scelta lavorativa tra le tante.

Ora, a chi nega che la prostituzione sia la più radicale e antica forma di oppressione di un sesso sull'altro, faccio questa domanda: come mai non esistono bordelli di soli uomini in cui per guadagnare un tozzo di pane mettono in vendita l'uso del proprio corpo? Come mai nella nostra società non viene affatto incentivata la mercificazione del corpo maschile a tutto vantaggio del privilegio delle donne di poter comprare e usare i loro corpi per il proprio piacere? Ve lo dico io perché: perché la prostituzione è appunto il prodotto di una società maschilista e patriarcale in cui si esercita il dominio maschile sulle donne e non il contrario.

Dunque, la prostituzione potrà essere considerata, al limite, un lavoro come un altro quando paritariamente sarà esercitata anche da uomini bisognosi economicamente e non il contrario, altrimenti rimane una pratica di sottomissione e sfruttamento delle donne da parte degli uomini. Purtroppo i condizionamenti della società patriarcale e maschilista sono tali e talmente radicati che molte donne vengono educate a pensare che sia una libera scelta farsi usare e lasciarsi sfruttare e che sia anche un modo per autodeterminarsi. Ma nello sfruttamento e nella negazione dell'individualità non ci può essere autodeterminazione. Nel sistema prostituente e nell'industria del sesso in generale le donne non vengono considerate individui, ma solo oggetti da usare, buchi interscambiabili su cui svuotarsi. O si è merce da comprare (nei bordelli tedeschi i loro corpi sono in vendita nei listini "all you can fuck" dove per pochi euro il cliente può scegliere quanti più corpi e prestazioni desidera, insieme a una birra e a una salsiccia, a dimostrazione sempre che sono considerate al pari di pezzi di carne da consumare perché lo specismo e il sessismo, ossia lo sfruttamento di donne e animali, vanno sempre a braccetto), dicevo, o si è merce da comprare o si è individui, ma non si può essere entrambe le cose perché la prima condizione nega lo status del secondo.

Chi dice che esistono anche alcune donne che la scelgono liberamente, benissimo, nessuno vieta a queste donne di farlo, tant'è che in Italia non è vietata la prostituzione in quanto tale, come pratica privata, ma solo l'adescamento e lo sfruttamento da parte dei cosiddetti papponi. Invece chi vuole liberalizzarla sul modello tedesco e neozelandese non farebbe che depenalizzare i papponi e rendere legali i bordelli.

Ultima cosa: il femminismo radicale è solidale con le donne in prostituzione e favorevole invece all'adozione di un modello di legge che offra veramente alternative e percorsi di formazione così che possano essere LIBERE di smettere di prostituirsi.

sabato 10 agosto 2019

Il partito che vorrei

Vorrei un partito antispecista e femminista e soprattutto di transizione, cioè che accompagni le persone a pensare, ad autogovernarsi, a liberarsi dai concetti di delega, stato e partiti da votare. Sembra un ossimoro, ma l'anarchia che auspico sarebbe possibile solo a patto di una società consapevole, sveglia, in grado di autodeterminarsi e fare buon uso della propria libertà. Una libertà nel rispetto di tutte, ma proprio tutte le soggettività viventi. 
Un partito che inviti e formi al pensiero critico volto al disconoscimento e distruzione del partito stesso una volta sopraggiunta la maturità per autodeterminare le proprie esistenze.
E nel frattempo invece prendo tristemente atto del fatto che per scongiurare una pericolosa alleanza di destra, becera e conservatrice, tocca auspicarsi una collaborazione tra PD e Cinquestelle. Un PD che ho sempre detestato perché per nulla progressista sui temi che mi interessano.

giovedì 8 agosto 2019

Il modo in cui trattiamo gli animali ci parla di noi


La maggior parte delle persone non conosce affatto gli animali di cui si ciba; ne ha un'idea stereotipata funzionale al mantenimento del loro sfruttamento.
Ora, è spesso vero che alcuni stereotipi corrispondono alla realtà, ma dovremmo chiederci come ci si sia arrivati a formare una data realtà. 
Per esempio, è vero che i maiali negli allevamenti sono pigri e grassi, che pensano solo a mangiare, che mostrano comportamenti limitati, o aggressivi o che fanno cose stupide, e sono sempre sporchi e puzzano poiché si rotolano nei loro escrementi. Ma questa è la realtà che noi abbiamo creato per loro. Siamo noi che li costringiamo in spazi esigui e li teniamo tutti ammassati e in mezzo ai loro escrementi. D'altra parte, se costringiamo questi individui a vivere così, cosa potremmo aspettarci dal loro comportamento? Ovvio che non abbiano possibilità di interagire e socializzare in modo sano e che si riversino sul cibo perché è praticamente l'unica gratificazione che viene loro concessa. 
Ora, fate lo sforzo di immaginare individui appartenenti alla vostra stessa specie nati e cresciuti dentro una stanza lurida, senza mai avere il minimo stimolo dalla realtà del mondo fuori. Come credete che vi comportereste? Sareste delle bestie fuori controllo oppure apatiche, prive di ogni volontà.

La cosa più terribile che facciamo a questi animali non è soltanto quella di farli nascere per trasformarli in prodotti e ucciderli, ma è soprattutto quella di privarli della loro etologia ed evoluzione. Gli animali negli allevamenti si comportano tutti allo stesso modo perché vivono tutti allo stesso modo, o meglio, sopravvivono, in quel lasso di tempo che passa dallo svezzamento all'ingrasso e fino a che non vengono spinti sui camion per essere portati al macello.

Quando dite che i maiali sono stupidi, sporchi e aggressivi state soltanto descrivendo il modo in cui noi li trattiamo.

E così è per le galline, le mucche e tutte le altre specie che schiavizziamo e uccidiamo.

Foto presa dal web.

martedì 23 luglio 2019

"Mettiamoci pure il vegano, che va di moda"


Devono aver pensato così gli sceneggiatori della terza parte de La casa di carta, vista la scena penosa in cui criticano un personaggio (Monica) che dice di essere vegana. Non solo, l'altro personaggio che la critica fa proprio una tirata in cui dice che il cibo è convivialità e che non ci si può riunire con gli amici e festeggiare davanti a un mazzo di carciofi, ma bisogna farlo davanti a un capretto o a un maiale o a una mucca. L'argomento etico non viene menzionato, cioè ci si focalizza sull'aspetto salutistico. Solo en passant si dice "mi dispiace per la mucca, ma...". Una serie tv vista da milioni di spettatori in tutto il mondo fa passare un messaggio sbagliatissimo.

E la cosa non finisce qui: c'è poi un'altra scena in cui devono aprire, cioè squartare, un maialino (già morto, cioè non si vede mentre lo uccidono) per imparare a fare una cosa su veri tessuti di carne (non è chissà quale spoiler, tranquilli) e un altro personaggio afferma che lui non può farlo perché ama gli animali in quanto in guerra aveva incontrato un cane che gli era rimasto sempre accanto. Ovviamente il personaggio in questione, in quanto amante degli animali (come se fosse una sua peculiarità, quindi la questione del rispetto e della giustizia non viene minimamente menzionata) viene esonerato dal compito, ma gli altri, meno sensibili (quindi squartare o meno un animale rimane una mera questione di sensibilità individuale), procedono come se nulla fosse.

I personaggi de La casa di carta sono degli eroi positivi, combattono il sistema e lo stato. Sono la Resistenza, lo dicono e mostrano più volte, e il popolo si riconosce in loro.

Che una questione importante come quella del veganismo e del rispetto per gli animali venga così travisata e mostrata come mera inclinazione personale dovuta alla sensibilità o al fatto che un tizio abbia capito che un cane sappia essere fedele più degli umani (quindi l'animale ancora una volta è premiato solo perché utile all'umano, visto e considerato solo in funzione degli interessi della nostra specie e soprattutto viene ribadita la differenza ontologica animale Vs umano, in questo caso a tutto vantaggio dell'animale, ma solo perché è un cane e comunque ripetendo un luogo comune, quello sulla sua fedeltà, che poi spesso questa presunta fedeltà viene intesa come sottomissione totale all'addestramento, ma qui si aprirebbe un altro argomento immenso, magari ne parliamo un'altra volta) non può essere un semplice caso di ignoranza. L'intenzione è quella di inserire un paio di personaggi vegani e amanti degli animali (ma attenzione che poi quello che dice di essere amante degli animali non accorre in difesa del personaggio vegano, quindi probabilmente ama gli animali, ma non viene detto che è vegano) per essere politically correct, ossia per dare spazio alle minoranze, così come si inserisce il personaggio gay o il nero o la donna: ovviamente sempre in modo stereotipato, a confermare e rafforzare ruoli.

Ora, la si potrebbe vedere anche in modo diverso, cioè sforzarsi di vederci invece un lato positivo: ci sono ben due personaggi che mostrano una sensibilità verso gli animali, di cui uno vegano. Certo, la questione dell'oppressione animale non è narrata in senso politico, ma solo come sensibilità individuale, però almeno se ne parla. Ma io rimango convinta di una cosa: parlare in modo distorto della questione animale e del veganismo, non aiuta, è più deleterio del non parlarne affatto.

Detto questo, ma che cavolo, non si può interrompere una terza parte così, va bene il cliffhanger, ma questo non è nemmeno un finale di stagione, è proprio aver spezzato così gli episodi a caso. Sapete qualcosa della quarta parte?

Ci sono diverse battute che invece contrastano il sessismo, ma c'è un'affermazione molto grave che non viene contraddetta in modo chiaro, ossia quella per cui il piacere delle donne e il loro desiderio sessuale sarebbero sempre finalizzati alla procreazione. Vero che tale frase viene pronunciata da un maschilista, ma mentre in precedenza viene contraddetto, qui invece i personaggi femminili rimangono in silenzio, si scambiano delle occhiate, si alzano e se ne vanno; certo, probabilmente il senso è che il tipo non meriti risposta, ma non è chiaro, può sembrare come se chi ha sempre la battuta pronta ora non sappia come replicare.  E poi, inutile che mi fai battute antisessiste, se poi ogni due per tre mi mostri il culo di Tokio. E anche qui, quindi, si ha l'impressione che l'antisessismo sia solo di facciata, tanto per essere sul pezzo.

Giudizio su questa terza parte, al netto delle riflessioni sopra: adrenalinica, ti prende, si lascia guardare, ma a mio avviso il tutto non regge, è troppo pretestuoso e alquanto improbabile, sia dal punto di vista delle emozioni e delle relazioni tra i personaggi, sia da quello dell'azione (peraltro spiegata anche male). Il pretesto per rimettere in gioco tutto quanto è veramente debole. Non spoilero, ma se l'avete vista possiamo parlarne nei commenti.

sabato 20 luglio 2019

Mancanze

Molto spesso noi antispecisti definiamo chi lavora nei mattatoi, allevamenti o altri lager simili come dei sadici. Io penso invece che più che di sadismo si tratti di qualcosa ancora peggiore, ossia proprio della mancanza di empatia e del riconoscimento degli animali in quanto individui.
Il sadico sa riconoscere la sofferenza che procura, gode nel procurarla, quindi è perfettamente consapevole del fatto che la sua vittima stia soffrendo; in un certo senso il sadico è empatico con la sua vittima, cioè sente il suo stesso dolore, può immaginarselo e ne gode; mentre la maggior parte degli addetti al mattatoio vedono, percepiscono e di conseguenza trattano gli altri animali come se fossero solamente degli oggetti. Non gli riconoscono un sentire, la capacità di provare dolore, paura, tristezza, panico. In poche parole, non gli riconoscono la soggettività, l'individualità. Sono più come degli psicopatici privi di empatia che lavorano per perseguire un obiettivo - quel che chiamano lavoro e lo stipendio a fine mese che ne deriva -, incapaci di riconoscere individualità e soggettività nelle creature che gli passano per le mani.
Attenzione, io qui non uso il termine "psicopatico" in un'accezione offensiva, ma descrittiva di una precisa patologia, cioè dell'incapacità di comprendere e "sentire" chi si ha davanti. Non so se in parte possa collimare con la dissociazione cognitiva, che è indotta anche culturalmente. 
E a proposito di cultura, infatti poi ci sono anche quelli che invece capiscono benissimo che questi animali stanno soffrendo, ma si convincono che la loro sofferenza sia di grado minore della nostra, o che sia necessaria, o che comunque questa sofferenza valga la pena di essere procurata per i nostri interessi in quanto interessi superiori a quelli della vita e libertà degli altri animali. E questi sono pensieri e giustificazioni di auto-assolvimento derivanti dalla cultura specista e antropocentrica; che ovviamente trovano sostegno nella normalizzazione, naturalizzazione, sistematicità e legalizzazione di tali pratiche oppressive.

giovedì 18 luglio 2019

Scrittura al femminile? No, grazie!

Da appassionata/studiosa di letteratura e di scrittura, mi oppongo fermamente all'idea che esista una scrittura al femminile. Questo è un pregiudizio sessista della peggior specie che noi donne dovremmo combattere. Così come non esiste un cinema al femminile, o una musica al femminile o un'arte figurativa al femminile.
Semmai esiste una scrittura, ossia un tipo di narrazione e fiction che tratta di donne, delle loro problematiche o femminista (ossia che evidenzia e distrugge i ruoli e gli stereotipi differenziati al base al sesso), con protagoniste donne, ma la scrittura, quella può essere solo più o meno buona, più o meno efficace, a prescindere dal sesso.
Non esiste una letteratura femminile o romanzi femminili, esiste buona o pessima letteratura, esistono buoni o pessimi romanzi.

Faccio un esempio banale: le storie della collana Harmony rientrano nella narrazione di genere, non genere femminile, ma genere inteso come argomento (così come esiste il genere noir o fantasy o horror) ed è pessima narrazione e lo è a prescindere dal fatto che a scrivere siano uomini e donne (difatti molti autori di suddetta collana sono uomini che scrivono dietro pseudonimo). 
Che le scrittrici donne o la scrittura delle donne tratti solo determinati argomenti definiti minori o abbia uno stile sdolcinato è un pregiudizio ed è ciò che ci raccontano per sminuirci, per denigrare la nostra capacità di immaginare e raccontare storie. 
Non vi faccio l'elenco di scrittrici donne bravissime, non credo ci sia bisogno, ma pensateci un attimo e vi renderete conto che è così. La scrittura di una grande scrittrice non è affatto diversa (se non per stile individuale, che prescinde dal sesso di nascita) da quella di un grande scrittore.

Idem per la scelta di cosa leggere. Un buon lettore o una buona lettrice legge di tutto, sceglie in base ai gusti personali, alla bellezza di una storia, non in base al proprio sesso.

domenica 7 luglio 2019

A Parma uniti per chiedere la liberazione dei macachi (e di tutti gli animali)




La vivisezione, tra tutte le pratiche speciste e violente, è sempre stata quella che mi ha maggiormente indignato, angosciato, e non perché sia inutile o dannosa anche per gli umani, ma perché è inaccettabile a prescindere. 
Giorni fa sono stata a una visita oculistica, niente di grave, un banale controllo. Mentre ero lì, nella stanza con il medico, appoggiata all'apparecchio con cui mi stava controllando gli occhi, tenuta a stare immobile, ferma, mi è preso un mezzo attacco di panico. Mi è preso perché in quel momento mi sono immedesimata con gli animali reclusi nelle gabbie a vita, costretti a subire ogni tipo di test più o meno invasivo (ma se ci pensi bene, tutti sono invasivi perché, letteralmente, invadono il loro corpo, violano la loro libertà e fisicità) e a stare immobili negli apparecchi di contenzione. Ecco, quando noi subiamo delle visite diagnostiche, anche fastidiose, comunque sia è nel nostro interesse, consapevoli che dureranno poco, ci viene spiegato il perché e per come, il motivo, veniamo rassicurati, sappiamo cosa e perché ci stanno facendo. Ma questi animali, questi sottoposti alla sperimentazione, provano e sentono solo dolore, panico, angoscia, terrore puro. Per tutta la durata della loro esistenza, breve o meno a seconda del tipo di esperimento per cui vengono usati, vivono in gabbie strette, senza mai vedere la luce del sole, senza mai uscire, senza mai conoscere la libertà. E soffrono pene atroci, fisiche e mentali. Prova a immedesimarti. Per un attimo. Negli apparecchi di contenzione. Prova a immedesimarti al risveglio da un'anestesia, tutto dolorante, con il corpo e gli organi mutilati, senza sapere cosa ti hanno fatto e perché; o sottoposto a test di tossicità, costretto a respirare sostanze urticanti, soffocanti. E mi fermo qui. Mi fermo qui... 
E se dici che gli altri animali sono diversi da noi perché sono meno consapevoli di noi*, ecco, questa semmai è un'aggravante perché il fatto di non sapere cosa li stia attendendo, il motivo per cui sono lì, gli fa sperimentare, semmai, un orrore ancora più assoluto. Ancor peggiore di quello che potremmo sperimentare noi se fossimo al loro posto, prigionieri di qualche pazzo sadico, perché potremmo sempre sperare nella compassione, potremmo parlarci, provare a farlo ragionare, o sul fatto che qualcuno venga a liberarci.
Non sono consapevoli del perché si trovano in quell'incubo, ma lo sperimentano, lo vivono, lo subiscono. 
Ecco, pensa agli Ebrei nei campi di concentramento. Sono sicura che speravano tutti sul fatto che i loro simili non ancora del tutto impazziti avrebbero fatto qualcosa per liberarli. E difatti così è stato.
Ma gli altri animali urlano e comunicano senza essere nemmeno capiti, figuriamoci ascoltati. Cosa potranno mai sperare? 
La vivisezione per loro è un'eternità di orrore. Un incubo senza fine.

Per questo ieri sono stata felice di partecipare al corteo nazionale a Parma.

È stato un bel corteo a cui hanno aderito tantissime associazioni e singoli, gruppi più diversi. 
Ora, non sono una di quelle che fa attivismo con tutti e che collabora indiscriminatamente con qualsiasi associazione o gruppo perché penso che i contenuti e le modalità e le strategie di lotta non siano tutte uguali e ritengo alcuni più appropriati di altre. Però penso anche che ci siano contesti e obiettivi in cui l'unione sia importante; anzi, di più, fondamentale. Quello di ieri era uno di quei contesti. E continuerà a esserlo nei mesi che verranno. Non importa chi organizza, chi organizzerà, come organizzerà, se alcuni slogan magari non sono e non saranno quelli che avresti detto tu, se ci sono e saranno persone e personaggi che stanno poco simpatici. Importa diventare marea, massa capace di farsi ascoltare, dai media e dalle istituzioni. 
Massa capace di diventare forza politica. Di spostare i pesi, di mettere paura, di chiedere e ottenere. Dobbiamo essere tanti e determinati. 
Che Parma possa diventare una nuova Green Hill, che da 500/1000 che siamo stati ieri, potremo arrivare a 10.000, 50.000, 100.000 a urlare davanti a quei cancelli oltre i quali sono richiusi i macachi e altri animali. 
Lo so che ognuno ha i suoi impegni, anche tu che mi leggi, le sue difficoltà quotidiane, che viaggiare costa e che quasi tutti noi attivisti dobbiamo gestire quotidianamente anche tanti animali che vivono con noi, ma se ci si organizza, si può, si può fare, le cose si riescono a fare. O ci si prova, almeno.

La lotta è per i nostri fratelli animali, per opporci in massa a pratiche violente, oppressive, speciste. Pensati al loro posto. Quanto avresti voluto che qualcuno fuori avesse lottato per te, per liberarti?

*quando dico che sono meno consapevoli di noi, mi riferisco ovviamente al fatto di comprendere il senso di quello che gli sta accadendo in quel preciso contesto, non in generale. Gli altri animali sono sempre e comunque individui senzienti, in grado di avere esperienza del mondo. E dovrebbero essere soggetti della loro stessa vita, non oggetti da usare per i nostri interessi.

Foto dall'album di Bruno Stivevic.

venerdì 5 luglio 2019

Le parole contano

Le parole sono importanti, il linguaggio definisce i confini del nostro immaginario e cognizione del reale e per questo il sistema che si regge sullo sfruttamento e uccisione degli altri animali distorce, neutralizza, edulcora, mistifica continuamente la terribile realtà che questi individui subiscono. Perché così facendo è come se l'orrore non esistesse. Se un qualcosa non viene nominato, non esiste. O esiste in modo meno feroce, meno violento, naturalizzato, normalizzato.

Almeno noi, cerchiamo di chiamare le cose per quello che sono: non un generico "carne", ma corpi di animali morti ammazzati, non "prodotti caseari", ma latte rubato a mucche schiavizzate, non "allevamenti", ma lager legalizzati e aberranti dove si fa nascere la vita per trasformarla in oggetti di consumo, non "test scientifici", ma esperimenti sugli animali e vivisezione, non "bioparco", ma prigioni, non "abbattimento selettivo", ma uccisione mirata di individui, non un generico "pesce", ma animali marini, non "spettacoli in cui si esibiscono animali", ma spettacoli in cui gli animali vengono violentemente costretti a fare cose contro la loro volontà, non "aziende di trasformazione della carne", ma mattatoi, macelli, luoghi di sterminio e così chiunque sfrutti gli animali è uno schiavista e chiunque li uccida è un assassino.
E che dire di quella massa di brave persone che partecipano indifferentemente di questo sistema? 
Semplice, esse sono complici. Semplicemente complici.

Non dobbiamo temere di dire la verità, ma semmai di non riuscire a raccontarla mai abbastanza.

venerdì 28 giugno 2019

Negazione e mistificazione

Due fattori che contribuiscono al mantenimento del dominio sugli animali sono la negazione e la mistificazione.
Il primo è un meccanismo psicologico, rafforzato dalla propaganda mediatica, che lavora per spingere le persone a negare, appunto, la realtà di alcune pratiche. Il fatto è che quello che facciamo agli animali è talmente terribile, orrorifico, aberrante, che molti addirittura stentano a crederci. 
Ci sono persone che non credono che i pulcini vengano tritati o gasati, che esista la vivisezione, che ancora ci siano i circhi con animali. Negare la realtà è un meccanismo di protezione, di autodifesa.
Moltissimi sono altresì convinti che gli animali al macello vengano uccisi con una pistolettata che li fa morire in un secondo, in modo indolore. Ora, io mi rifiuto di discutere sulle modalità di morte perché ad essere aberrante è il concetto stesso e non il modo, ma comunque sia, per corretta informazione, la pistola captiva li stordisce soltanto per pochi secondi, rendendogli difficile difendersi e scappare, ma al momento dell'uccisione - che avviene per sgozzamento - sono coscienti. Coscientissimi.

L'altro elemento, la mistificazione, è un meccanismo di propaganda messo in atto da sistema per distorcere, edulcorare, mentire sulla realtà. Avviene a tutti i livelli, ma principalmente attraverso il linguaggio, tramite l'uso di termini addirittura presi a prestito dalla controparte, ossia da chi lotta contro il sistema stesso. Così si parla di allevamenti etici, galline felici, benessere animale, latte rispettoso e via dicendo.

domenica 23 giugno 2019

L'abbraccio di due fratelli





Dalla pagina NOmattatoio.

Durante il presidio di sabato 22 giugno abbiamo incrociato questo piccolo camioncino diretto al mattatoio. 
Dentro c'erano due soli maiali, giovani, pulitissimi, con la coda intera, non tagliata. Da questi dettagli si capisce che non provenivano da un allevamento intensivo perché in questo tipo di allevamento gli individui stanno tutti ammassati in spazi ristretti e luridi che li porta a ferirsi tra di loro e persino a mettere in atto episodi di cannibalismo; questo è anche il motivo per cui gli viene tagliata la coda a pochissime ore dalla nascita, proprio per evitare che a causa dello stress possano staccarsela a morsi.

Uno dei due maiali stava con il muso appoggiato sul dorso dell'altro, come a sostenersi, a farsi coraggio. L'espressione è triste, rassegnata, densa di angoscia, ma non si sono lasciati nemmeno un attimo.

Non possiamo dire se sapessero già cosa li stesse aspettando, ma una cosa è certa: lo avrebbero scoperto a breve. Il mattatoio odora di sangue, di violenza, di morte. Nessun detersivo lava via quell'odore, e i maiali, come tanti animali, hanno un udito finissimo. Probabilmente uno dei due avrà assistito allo sgozzamento dell'altro.

Questo per dire che nessun tipo di allevamento, per quanto possa essere pulito, spazioso, curato, per quanto possa rispettare alcune norme (regole all'interno di un paradigma comunque specista e di oppressione e sfruttamento) può dirsi etico e rispettoso degli animali. 
Il fine di ogni allevamento è spedire individui al macello. Pochi mesi, giusto il tempo di raggiungere il peso richiesto dal mercato, e il camion viene a prenderli.

Dobbiamo stare attenti quando parliamo degli allevamenti. Concentrarci troppo sui maltrattamenti aggiuntivi, sulle sevizie, sulle modalità, sul mancato rispetto delle norme, dirige il messaggio fondamentale altrove, a discutere sulla quantità e qualità o meno di violenza; invece il nostro messaggio deve essere univoco, forte, compatto. Una sola voce: ogni allevamento è schiavitù, ogni allevamento è un'ingiustizia, ogni allevamento è un lungo corridoio della morte. Ogni allevamento è un contenitore della peggior forma di violenza, quella che priva della libertà e del diritto di essere soggetti della propria stessa vita.

Si abbracciavano, loro due, fino a che la morte violenta per mano del boia non li ha separati.

Vergogniamoci, come specie! Ma la vergogna non basta. Dobbiamo lottare e scendere in strada perché non hanno che noi. 

mercoledì 5 giugno 2019

When They see us


Vi consiglio vivamente questa miniserie tratta da una vicenda realmente accaduta. Vi farà piangere di rabbia e di commozione.

Siamo nel 1989 e una donna viene aggredita a Central Park mentre faceva jogging: picchiata e stuprata fino a essere ridotta in fin di vita, viene lasciata ai margini di un viale e trovata da altri joggers poche ore dopo, la sera stessa.
La polizia accorre sul posto e prende cinque adolescenti di Harlem del tutto estranei alla vicenda. Li trascina in tribunale, li sottopone a un interrogatorio pressante e violento per oltre 42 ore, da soli, senza un avvocato e senza i genitori, senza farli dormire, né mangiare (praticamente usando il metodo della tortura per costringerli a confessare qualcosa che non hanno fatto). Li intimidisce, li mette gli uni contro gli altri, li minaccia, li spaventa, infine gli elargisce la promessa di lasciarli tornare a casa se rilasceranno delle dichiarazioni. Lo fanno. Per ignoranza, per ingenuità, alcuni anche seguendo il consiglio di un genitore altrettanto ingenuo e perché comunque sono innocenti e non ancora abbastanza smaliziati da sapere come funzionano le cose a questo mondo, specialmente se sei nero e una commissaria di polizia insieme a una procuratrice arrivista e razzista hanno deciso che sei colpevole a prescindere.
Questa confessione estorta, montata in un video che evidenzia tante incongruenze, rilevate anche durante gli interrogatori di altri poliziotti presenti, sarà l'unica prova che lo stato di NY ha contro di loro. Nessuna traccia del loro DNA viene ritrovato addosso alla donna, né sangue, né altro. Ciononostante è sufficiente per condannarli. Perdono dai sei a oltre dieci anni della loro vita fino a che il vero stupratore non confessa, scagionandoli così da ogni accusa.

Il fatto è noto come "I cinque di Central Park" e divenne famoso poiché fu un caso emblematico di condanna di innocenti a sfondo razzista.

La serie racconta lo svolgimento dell'interrogatorio, il processo, gli anni trascorsi in carcere e infine la loro scarcerazione, seguendo i cinque ragazzi singolarmente. Perfettamente riuscita nell'obiettivo di andare oltre la mera narrazione dei fatti, riesce a far riflettere sulle implicazioni esistenziali e socio-politiche degli stessi.

This is America. Quella di Trump (allora non era ancora Presidente, ma già tuonava alla caccia al nero), quella razzista, quella che tortura cinque ragazzini pur di assicurarsi un colpevole.

La trovate su Netflix.

domenica 2 giugno 2019

Joy di Sudabeh Mortezai


Bellissimo film sulle ragazze nigeriane che vengono avviate alla prostituzione in Europa, o meglio, costrette a prostituirsi per ripagare il debito contratto con chi le ha fatte arrivare nel continente.

Al di là delle considerazioni ovvie, mi è piaciuto perché racconta bene la complessità del sistema patriarcale e perché riesce a essere un manifesto contro la prostituzione senza risultare ideologico. 
Nella terra d'origine, in Nigeria, le donne sono già considerate persone inferiori, oggetti sessuali, o comunque al servizio degli uomini. Le famiglie stesse le mandano in Europa a "lavorare nella strade" così che possano poi inviare soldi a casa. Donne sacrificabili per gli interessi della comunità e delle famiglie d'origine. Prima di partire devono fare un "giuramento", cioè, andare da una sorta di stregone, che loro chiamano "juju", che in un certo senso è colui che garantisce che alla fine estingueranno il debito perché se non lo faranno le loro famiglie saranno colpite dalla disgrazia. Qui è profondo il legame tra superstizione e collusione con gli interessi economici e lo sfruttamento delle donne. Ovviamente il fine è guadagnare sullo sfruttamento dei loro corpi, ma la superstizione è ciò che le intimidisce, che le costringe a obbedire a questo sistema dal quale non possono sottrarsi poiché interiorizzato nel profondo. 
L'adesione a un sistema si sorregge sempre anche su un certo timore reverenziale verso le tradizioni o qualcosa che si considera assoluto, immodificabile, metafisico. Il senso di colpa per non aver rispettato i patti le distruggerebbe.

Una volta arrivate in Europa devono restituire i soldi alle "maman", che sono il loro tramite, ossia donne più mature che hanno già estinto il proprio debito e che ora lavorano come intermediarie e si arricchiscono sulla pelle delle nuove arrivate, scegliendole e comprandole come se si fosse al mercato o spesso vendendole ad altre di altri paesi europei. Le maman obbligano le ragazze a lavorare per loro dietro ricatto di rimandarle indietro o di far male alle loro famiglie (ovviamente queste ragazze non hanno documenti, hanno paura di denunciare perché sanno che gli stati non gli garantirebbero il permesso di soggiorno, verrebbero rispedite indietro e una volta tornate sarebbero ripudiate dalla comunità per non aver tenuto fede al giuramento o colpevolizzate per le malattie dei loro cari o altro tipo di disgrazie), ma anche persuadendole che sia per il loro bene, per renderle ricche, insistendo sul fatto che una volta estinto il loro debito saranno libere. Anche le "maman" sono state donne prostituite in precedenza, ma una volta libere e dopo essere state tanti anni in prostituzione non vedono alternative percorribili se non continuare a restare nel sistema, seppure diventando esse stesse pappone. Non si tratta, banalmente, di donne sfruttatrici quanto gli uomini, pure se lo sono nei fatti, ma di vittime di una sistema arcaico patriarcale che non riescono a liberarsi dai condizionamenti profondi della cultura d'origine.

Aggiungiamoci il trauma delle violenze sessuali, lo svilimento totale del sé, l'impossibilità di pensare una via d'uscita.

Il titolo, Joy, è il nome della protagonista, vittima del business della prostituzione, ma ormai prossima all'estinzione del debito; le viene affidata una ragazza molto giovane, appena arrivata in Austria e a cui lei dovrà spiegare come funzionano le cose. Il film ci immerge nella violenza del sistema prostituente senza mostrarla direttamente. La mdp indugia sulle macchine lussuose dei clienti che scrutano la "merce" esposta sui marciapiedi gelidi della periferia austriaca, costruisce la tensione e il panico del salire in macchina di sconosciuti e del trovarsi in balia di uomini che potrebbero fare qualsiasi cosa. Come dice Rachel Moran, chi pensa che prostituirsi abbia a che fare con l'autodeterminazione e col sesso, evidentemente non si rende conto di quanto invece implichi la resa totale del proprio corpo, e quindi dell'incolumità dello stesso, che diventa, letteralmente, un pezzo di carne nelle mani di sconosciuti. 
La regista, Sudabeh Mortezai, è bravissima nel riuscire a comunicarci questo perenne senso di pericolo, di trauma ripetuto, giorno dopo giorno, cliente dopo cliente. 
Quasi tutte le donne in prostituzione, a prescindere che siano vittime di tratta o meno, che scelgano consapevolmente o meno, provano questo senso imminente continuo di pericolo e per tenerlo a bada iniziano a far uso di alcool e di droghe, fatto che poi le porta a dover prostituirsi ulteriormente per pagarsi queste sostanze, entrando così in un circolo senza fine.
Dice sempre la Moran, fino a che non entri nel sistema non è possibile immaginare cosa significhi veramente, né immaginare che quanto più la propria autostima e il senso del sé vengono distrutti - fatto che avviene spesso già dopo il primo cliente - tanto più ci si convince di non meritarsi altro e di non avere altre possibilità; difatti si parla di "sopravvissute al sistema" perché è un sistema che distrugge, che annichilisce, che consuma ora dopo ora e che lega a sé le vittime, come in una coazione a ripetere.

Questo è il patriarcato: un sistema che tanto più svilisce le donne, quanto più le convince a credere che vendersi, mercificarsi (spesso illudendosi che si tratti di una riappropriazione dei simboli maschilisti) sia l'unica strada percorribile per riscattarsi, anche se di fatto è come pensare di liberarsi dalla sabbie mobili restandone invece sempre più invischiate.

sabato 18 maggio 2019

Un caso emblematico di specismo

Dalla pagina NOmattatoio

Un caso emblematico di specismo è quanto è accaduto in una scuola elementare di Gioia Tauro: un gattino, "reo" di essersi introdotto all'interno dell'edificio, è stato ucciso a bastonate dal bidello.

Quello su cui ci preme soffermarci è anche la narrazione che ne è stata fatta dalle principali testate giornalistiche, e relativi commenti da parte di moltissime persone. A scandalizzare infatti non è stato tanto il fatto in sé, ritenuto quasi normale nella nostra società che attribuisce giudizi di valore in base all'appartenenza di specie, quanto che sia avvenuto davanti a dei bambini; in altre parole, non è tanto l'azione di efferata violenza su un individuo inerme che si denuncia, ma il possibile trauma che dei bambini potrebbero aver riportato. Rimane centrale l'interesse delle persone umane rispetto a quello di altri individui appartenenti ad altre specie.

Narrazioni simili avvengono continuamente, ossia si condanna la violenza sugli altri animali poiché non educativa, traumatica, o perché potrebbe fungere da palestra alle desensibilizzazione; argomentazioni validissime, ma ancora una volta sbilanciate verso gli interessi umani.

C'è inoltre un'ulteriore considerazione da fare: la notizia ha avuto una certa risonanza ed è stata battuta da tantissimi siti di informazioni poiché comunque la vittima appartiene alle cosiddette specie ritenute "d'affezione" verso cui abbiamo sviluppato un minimo di sensibilità e senso di familiarità. Se si fosse trattato di un serpente, un topo o un cinghiale o qualsiasi altro animale appartenente a specie ritenute - sempre in base a considerazioni di natura specista, ossia che tengono in considerazione esclusivamente i nostri interessi - dannose o pericolose, non se ne sarebbe nemmeno parlato. Difatti, siffatti episodi di violenza verso alcune specie avvengono quotidianamente, anche davanti ai bambini, ma nessuno ci fa caso, talmente sono normalizzati. Si uccidono insetti, si procede a derattizzazioni e simili, si scacciano individui in malo modo senza che tutto ciò costituisca un problema morale e senza che se ne percepisca la violenza.

L'episodio racchiude quindi una triplice valenza specista: a) si è ucciso un gatto e lo si è fatto poiché uccidere un animale non costituisce un problema morale particolarmente grave ed è considerato a livello giuridico un reato minore rispetto a quello di uccidere persone umane; b) se ne parla perché uccidere un gatto è ritenuto comunque leggermente più grave rispetto a uccidere uno scarafaggio, fatto che invece non avrebbe nemmeno costituito una notizia; c) se ne parla comunque sempre relativamente agli interessi degli umani, ossia considerandolo un fatto grave poiché avvenuto in presenza di bambini, il cui interesse e la cui tutela meritano attenzione in modo prioritario, persino rispetto al valore della vita stessa dell'animale, che così finisce per passare in secondo piano.

Ciò che dovremmo imparare a condannare e a delegittimare è la violenza sugli altri animali, tutti, in quanto tale e non soltanto perché dannosa o diseducativa per noi umani.

Per leggere la notizia: https://bit.ly/2WcYBvg

domenica 5 maggio 2019

What will people say


"What will people say" è un'opera potente e sconvolgente ispirata alle vicende realmente accadute alla regista Iram Haq, cresciuta a Oslo, di origini pakistane. 
La protagonista Nisha vive una doppia vita: fuori da casa è una ragazza che vive come i suoi coetanei norvegesi, studia, ha un ragazzo e amiche, va alle feste, si diverte, indossa abiti occidentali; dentro casa è costretta a osservare le tradizioni della cultura d'origine. Quando il padre la sorprende insieme al suo fidanzato viene sottoposta a una punizione esemplare: forzatamente condotta in Pakistan e abbandonata presso dei parenti in un paesino a 350 km dall'aeroporto.
In seguito a un tentativo di fuga non andato a buon fine il suo passaporto viene bruciato e Nisha è obbligata ad adeguarsi alle norme della cultura locale che impongono alle donne di vivere secondo i valori dell'Islam tradizionale.
Trova conforto nell'amicizia con il cugino che in poco tempo si trasforma in una storia d'amore tenera e ingenua; accusata di averlo sedotto e di un comportamento nuovamente disonorevole per la famiglia, viene riportata in Norvegia, dove sarà tenuta sotto stretto controllo dal padre, in un regime di semi-reclusione. Intervengono i servizi sociali per l'infanzia, a conoscenza di un'email che era riuscita a scrivere quando si trovava in Pakistan in cui dichiarava di essere stata rapita e di trovarsi in pericolo. 
La famiglia, resasi conto di trovarsi in una situazione difficile, la sottoporrà a nuove prove difficilissime.

Il film mantiene una tensione narrativa per tutta la durata e sottopone lo spettatore a diversi interrogativi e riflessioni. 
La costrizione e violenza cui viene sottoposta Nisha sono culturalmente accettate, normalizzate e si scontrano con il sistema di valori occidentali che, per quanto ancora patriarcali e maschilisti, purtuttavia consentono, a noi donne, ampi margini di libertà d'azione, ma, come ho detto tante volte, quando si parla di libertà di scelta e d'azione bisogna anche tener conto del contesto culturale entro cui ci formiamo e muoviamo, ragion per cui nemmeno noi donne occidentali possiamo dirci del tutto libere nel momento in cui veniamo letteralmente addestrate a pensarci in un certo modo. Certo, oggi non veniamo obbligate a matrimoni riparatori e combinati se solo veniamo scoperte a baciarci con un ragazzo, né veniamo allontanate e tenute recluse se non adempiamo agli obblighi della tradizione religiosa, ma i femminicidi sono all'ordine del giorno e veniamo derise, bulleggiate o addirittura allontanate dalla comunità sociale più ampia se non rispettiamo determinati canoni di comportamento ed estetici. 
Ciò che sconvolge di questo film quindi non è soltanto la vicenda raccontata, tanto più se si pensa che è ispirata appunto alla biografia della regista e che, come lei stessa ha dichiarato, fatti simili avvengono ancora oggi, ma anche il fatto che, in modo sottile, sappiamo che le differenze sono solo di grado.
Il filo comune conduttore tra due culture così diverse c'è ed il patriarcato. 
Nisha siamo noi. Lo sguardo incredulo, impotente e terrorizzato di fronte alle fiamme che bruciano il suo passaporto è probabilmente lo stesso di ogni donna che diviene oggetto di stalking e minacce e che si sente presa in una trappola da cui nemmeno le autorità, per lassismo e inadempienze delle leggi, possono salvarla. 
Il sentimento predominante durante la visione è appunto quello dell'impotenza. Ed è un'impotenza che di fronte alla prepotenza e violenza maschili tutte noi conosciamo bene. Ma sotterraneamente emerge anche dell'altro: il desiderio di lottare, la voglia di ribellarsi, l'urgenza a farlo, a rischiare la propria stessa vita, pur di cambiare le cose. Se non per se stesse, almeno per le generazioni successive. 
Nisha che guarda un'ultima volta la sorellina minore, sul finale, è un pensiero rivolto al domani. Un domani cui, si spera, anche il padre sarà pronto ad accogliere.

Il film è stato proiettato al Nordic Film Fest che si è tenuto a Roma dal 2 al 5 maggio (oggi ultimo giorno) e alla proiezione era presente la regista che ha risposto a diverse domande del pubblico. Le ho chiesto proprio questo, ossia se oggi la situazione fosse diversa, se le nuove generazioni delle comunità pakistane in Europa fossero più permissive nei confronti delle donne. Mi ha risposto che purtroppo non è così, casi come quello di Nisha avvengono ancora oggi. O ci si adegua alla cultura d'origine, o si va incontro a punizioni durissime che prevedono anche la morte, pure se, ovviamente, ciò dipende da famiglia a famiglia. 
Mi chiedo quale lavoro dovremmo e potremmo fare: sicuramente offrire a queste donne servizi di ascolto e di emergenza. Ma soprattutto lottare per distruggere la cultura patriarcale e le religioni propugnando il femminismo radicale e i valori laici.

domenica 14 aprile 2019

Servire corpi

L'argomentazione che usano spesso le persone pro prostituzione è quella in cui si fa presente che i clienti starebbero comprando niente di più di un servizio, un po' come chi va in lavanderia e paga per il servizio di avere i panni lavati e stirati da qualcun altro.
Ma chi paga le donne prostituite non compra un servizio, bensì le loro parti del corpo, i loro orifizi. 
Non pagano una donna perché gli prepari un caffè, ma la donna stessa diventa quella tazza di caffè servita.
Ad offrire veramente un servizio infatti è il pappone. Il pappone, nei paesi in cui la prostituzione è regolamentata, è un manager che possiede un locale, cioè un bordello, in cui vende della merce, cioè i corpi delle donne, ai clienti. 
Le donne sono merce sul menù.

La prostituzione è servire e servirsi di corpi. La donna è la merce.

sabato 13 aprile 2019

Cos'è lo specismo

Riprendendo il post di ieri, ci tenevo a chiarire alcuni punti.

Il tipo di trattamento che riserviamo agli altri animali è diverso in base alle specie e al tipo di utilità che pensiamo di trarne. Alcuni si sfruttano in modo diretto per trarne profitto: vengono utilizzati come macchine per produrre il latte, le uova, uccisi per essere usati come materia inerte (per la pelle, la pelliccia, il cuoio ecc.), fatti ingrassare per essere trasformati in salsicce, bistecche ecc., tenuti in vita nei laboratori per farci esperimenti; altri vengono schiavizzati e domati sempre per trarne profitto: è il caso di quelli nei circhi, negli zoomarine, e anche dei cavalli che trainano le botticelle o che vengono montati per le corse; altri ancora vengono uccisi per tradizione, è il caso della caccia e della pesca cosiddetta sportiva; altri vengono uccisi per un mix di profitto legato alla tradizione (la tradizione lo giustifica), è il caso della corrida, per esempio, o di altre "attività" cruente del genere (combattimento dei cani, per dirne una).
Poi ci sono altri animali che vengono mercificati per un duplice fine, è il caso degli animali cosiddetti da compagnia, cani, gatti, coniglietti, criceti ecc. Le persone li comprano per avere un animale da coccolare, gli allevatori ci guadagnano.

E poi ci sono i randagi, i selvatici, che vengono comunque discriminati, maltrattati, uccisi, cacciati, allontanati in vari modi.

Quello che voglio dire è che se il maiale viene ucciso per il profitto e quindi, secondo alcune teorie, sarebbe sufficiente cambiare sistema economico in cui le risorse fossero meglio distribuite (ma gli altri animali, se non si elimina lo specismo alla radice del pensiero, sempre risorse verrebbero considerati e badate bene che questo è un punto importante), altri vengono discriminati proprio perché ritenuti inferiori. 
Il bambino che prende a calci il piccione o i ragazzini (criminali!) che torturano il cane randagio per divertimento non stanno cercando un profitto di tipo economico. Lo fanno perché li considerano inferiori. E nemmeno percepiscono l'entità del loro crimine, forse.
Non si può non considerare lo specismo come un insieme di narrazioni e di produzioni culturali funzionali a giustificare tanto il profitto ricavato attraverso l'uso degli animali, che il diverso trattamento morale che gli riserviamo nelle diverse occasioni, quello per cui se investiamo un gatto lo lasciamo a crepare in mezzo alla strada.
Quando parlo di cultura o produzioni culturali intendo anche la politica, la filosofia, l'economia, l'arte, il cinema, la lingua, il diritto (le leggi), insomma tutto ciò entro cui nasce e si forma il pensiero e tutte le cose pratiche e materiali che produciamo. Inclusa la religione. Per dire, il creazionismo delle religioni monoteiste da cui ha preso avvio la gerarchia dei viventi ha dato una bella mano allo specismo, diciamo che ne ha costituito i presupposti perché lo specismo è soprattutto la distanza ontologica tra noi e gli altri animali. Se non ci fosse stato Cartesio (e un certo tipo di pensiero, il dualismo, che divideva la materia dal concetto di anima, anima che gli animali non avrebbero posseduto) a dire che gli animali sono macchine, probabilmente lo specismo sarebbe stato meno radicato. 
Per giustificare, legittimare, normalizzare tutto ciò che la nostra specie fa agli altri animali - o meglio, la relazione di dominio che instaura con loro - c'è bisogno della narrazione simbolica, ossia della gabbia metaforica che giustifica il loro sfruttamento.
Ora, per me l'antispecismo è una lotta precisa ed è una lotta multipla, pronta a colpire su diversi fronti, tutto questo qua. 
Nulla c'entra col marxismo e nemmeno con l'anarchia e tutto il resto. Così come il femminismo è lotta contro l'oppressione di un sesso sull'altro (sostenuta dalla cultura patriarcale), l'antispecismo è lotta contro l'oppressione di una specie sulle altre. Poi, che lo sfruttamento sia anche per il profitto, non posso negarlo. Ma è una motivazione che da sola non basta perché non c'è solo lo sfruttamento, ma anche la discriminazione, la distanza ontologica, la diversa considerazione morale. A sostenere il profitto c'è comunque tutta la narrazione dello specismo che ho sopra elencato molto sinteticamente (potrei perdere giorni a parlare dell'uso, simbolico e non, degli animali nell'arte attraverso i secoli, per dire, o nel cinema ecc. e sono argomenti che richiedono trattazioni a parte).

Concludendo: ci sono forme di sfruttamento che non dipendono dalla ricerca di profitto e che quindi non rientrano nel discorso della lotta di classe. Peraltro, equiparare gli operai agli animali che uccidono non mi pare giusto. La discriminazione non dipende dal profitto. Quando vado in colonia e mi bulleggiano perché do da mangiare ai gatti e dicono che i gatti fanno schifo, che portano sfiga, quella è cultura (bassa, superstizione, cultura popolare), non è lotta di classe. È teriofobia. Paura del diverso. È un discorso che va approfondito in tanti modi diversi, così come quello del carnismo. Attraverso la psicologia, l'antropologia ecc.
E i selvatici? Idem. Vediamo come sono proprio considerati inferiori, a prescindere dal fatto che li si sfrutti o no.

venerdì 12 aprile 2019

Individui diversi di specie diverse


Quando si parla degli altri animali a volte si commette l'imperdonabile errore - imperdonabile poiché frutto di una mentalità antropocentrica che ancora una volta mette da una parte l'umano e dall'altra tutti gli altri animali non umani, in un calderone indistinto, così confermando la distanza ontologica, come se non fossimo animali anche noi e come se non ci fossero migliaia di individui diversi di specie diverse - di attribuire uno stesso comportamento a specie diverse che sono schiavizzate e assoggettate all'umano in modo molto diverso.
Per esempio, quando si parla di "resistenza animale" non si può mettere sullo stesso piano il comportamento dei grossi predatori schiavizzati nei circhi o zoomarine, leoni, tigri, elefanti, orche, delfini, che spesso si ribellano ai loro aguzzini e riescono anche a ferirli e ucciderli, con quello dei topi reclusi nei laboratori o delle galline, maiali, agnelli e conigli ammassati negli allevamenti. Mi pare evidente che si tratti di situazioni molto diverse e anche di capacità e comportamenti diversi di diverse specie e di diversi individui.
Diversa è la possibilità di ribellarsi di una tigre rispetto all'oca imprigionata nella gabbia di contenzione a cui viene infilato un tubo giù per la gola per ingrassarne il fegato o rispetto al visone acciuffato dalle mani brutali dell'addetto alla sua uccisione per togliergli la pelliccia.
La reclusione forzata negli allevamenti degli individui di alcune specie sin dalla nascita quasi sempre ne piega la volontà. Possono esserci eccezioni, individui che riescono a fuggire,che si ribellano (la ribellione invero è costante di fronte alle percosse), ma la forza della nostra specie è preponderante e sono davvero rari i casi di individui che ce la fanno.

Persino i tori che si difendono dalla brutalità dei toreri, quando vincono, cioè riescono a incornare il torero, alla fine vengono comunque uccisi.

A maggior ragione, mi pare che sia quanto meno una forzatura attribuire a questi diversi individui (diversi per indole e carattere e diversi per specie) una coscienza di classe o addirittura definirli "working class".

Gli altri animali (e qui a ragione si può dire quasi tutti, indistintamente) sono sempre stati usati a vario titolo dall'umano: considerati e allevati o come macchine per produrre o come materie prima da cui ottenere prodotti o per servire ad altri scopi.

Che noi gli si riconosca la consapevolezza dell'oppressione, e questo è ovvio, l'intelligenza, l'essere individui senzienti soggetti di una loro stessa vita, non vuol dire che però, all'interno del sistema specista, non continuino a essere nient'altro che oggetti.

L'antispecismo è questo che deve combattere. Questa concezione dell'animale-macchina. Ma senza mettere in un unico calderone etologie molto diverse, culture diverse (anche gli altri animali hanno una loro cultura), società diverse (hanno le loro diverse società e le loro diverse relazioni intraspecie).

Non posso sentir parlare di leoni che si ribellano al loro aguzzino (buon per loro!) senza rivolgere un pensiero ai miliardi di altri individui che non hanno nemmeno la possibilità di aprire un'ala, di sbattere le ciglia, di muovere una zampa. E che nel corso della loro breve esistenza conosceranno solo sbarre, paura, botte, calci e poi lame di coltelli. 
E non tener conto di queste fondamentali distinzioni di etologia, contesti oppressivi, individuali per me è semplificazione intellettuale e o volontà di forzare un qualcosa che concettualmente non può essere forzato pena il suo mancato riconoscimento (antispecismo che, di default, combatte lo specismo).

mercoledì 10 aprile 2019

Abbandonare il linguaggio del dominio


Chi si occupa di antispecismo e liberazione animale dovrebbe sforzarsi di non dire più "allevamenti intensivi".

L'aggiunta del termine "intensivo" fa pensare che il problema sia il tipo di allevamento e non il concetto in sé di far nascere, imprigionare, schiavizzare e mandare a morire individui senzienti.

Il termine "intensivo" ormai lo criticano anche gli allevatori stessi e in generale tutte le aziende che fanno greenwashing per dimostrare che esista invece un altro modo, etico (sic!), di sfruttare (ma loro dicono "allevare"!) gli animali. Usano termini come "allevamenti attenti al benessere animale", "allevamenti bio", "allevamenti a terra", "allevamenti all'aperto" per darsi una parvenza di eticità, ma nella sostanza fanno sempre le stesse cose: fanno nascere, imprigionano, schiavizzano e mandano a morire individui senzienti per trasformarli in prodotti.

Pensateci bene, è come se ai tempi del nazismo avessimo parlato di lager intensivi o lager attenti al benessere dei prigionieri.

Una gabbia leggermente più grande, un allevamento più pulito, tenuto meglio, non è meno violento e crudele di altri, se il fine è lo stesso.

Ovviamente c'era da aspettarselo che il sistema si difendesse provando a differenziare i tipi di allevamenti, ma almeno non prestiamoci al loro sporco gioco. Altro che greenwashing!

Se c'è modo e modo di schiavizzare e sfruttare, come dicono gli allevatori, - e pensate all'assurdità dell'affermazione: se si è sfruttati, si è sfruttati, se si è schiavi, si è schiavi, non è che si può essere un poco sfruttati, un poco schiavi o sfruttati meglio, schiavi migliori - c'è comunque un solo modo per morire che riguarda tutti questi individui: ammazzati a testa in giù, con la gola recisa, scalpitando di terrore fino a che il sangue non cessa di sgorgare e si esala l'ultimo respiro. 

giovedì 14 marzo 2019

Disobbedienza vegana, ovvero il veganismo come potrebbe essere di Adriano Fragano


Ogni volta che si parla di ambiente, salute, evoluzione personale, consumismo in relazione al veganismo si perde di vista l'obiettivo.

Allora, proviamo a vederla così: se uno ha un obiettivo, che so, una mèta da raggiungere ed è molto importante che ci arrivi il prima possibile perché in ballo c'è la vita di miliardi di individui senzienti, cos'è meglio che faccia per risparmiare tempo? Percorrere la strada più dritta e senza distrazioni, quella che non impedisce di perdere di vista il traguardo e che soprattutto non lo confonda con altri di diversa natura, o invece iniziare a girarci intorno, imboccando stradine laterali, svoltando a destra e manca, magari soffermandosi su postazioni e scenari che farebbero solo perdere tempo e che rischierebbero di confondere altri viandanti?

Il veganismo è un concetto ben preciso: è una pratica che contempla il fine della liberazione animale e racchiude in sé una seria di principi etici ben precisi e definiti; non una pratica finalizzata a migliorare la nostra salute, per fermare il cambiamento climatico, per far aumentare il profitto delle multinazionali o un viaggio intrapreso per la nostra evoluzione spirituale. Soprattutto non è una dieta, e nemmeno uno stile di vita. Tutto questo soffermarsi sulle ricette, sul cibo, su come mangiamo è veramente fuorviante. Giorni fa mi è passato sotto agli occhi un post in cui c'era un video di uno che faceva una torta vegan accompagnato dal commento: "anche questo è attivismo". Ma manco per niente! Ma col cavolo che è attivismo!

Tutta questa confusione, propagata dai media, purtroppo viene alimentata infatti da molti attivisti stessi quando anziché parlare dei principi etici e valori morali che sono dietro alla scelta del veganismo - ossia una presa di posizione contro lo sfruttamento degli altri animali, e quindi un profondo atto di disobbedienza nei confronti di una società che invece è edificata proprio sul loro sfruttamento - si mettono a parlare di questioni che col veganismo non c'entrano assolutamente nulla o si scambiano ricette vegane. Che poi diventare vegani possa essere utile anche per la propria salute o renderci persone migliori è un altro discorso, ma non è di questo che tratta la scelta del veganismo. Sono argomenti nemmeno indiretti, ma proprio estranei, diversi, antropocentrici, che spostano il focus su di noi. Trattasi di falsi veganismi.

Mi spiace, ma queste cose vanno dette.

Ora, c'è una persona che non solo le ha dette, ma anche realizzato un lavoro tanto rigoroso, quanto chiaro, limpido e inequivocabile per cercare di restituire al termine "veganismo" il suo significato originario (raccontando la storia delle sue origini all'interno della Vegan Society e il suo travagliato percorso; e sì, perché anche i termini, le parole, il linguaggio hanno una loro storia) e soprattutto per fare chiarezza sugli obiettivi che dovremmo prefiggerci quando parliamo degli altri animali. Obiettivi che non possiamo sperare di raggiungere sulla base di false credenze, di scarsa preparazione, di slogan svuotati di significato, o, peggio, di azioni fatte tanto per dire che si sta facendo qualcosa. C'è un momento per fare, e c'è anche un momento per mettersi a studiare, a riflettere.

Come si può pensare ad esempio che quelle stesse istituzioni che campano sullo sfruttamento animale possano realmente avere l'interesse di liberare gli altri animali? Mi sembra un po', e il paragone ci sta tutto (in riferimento alla "carne felice" e a molto riformismo), come quelli convinti che i papponi e i clienti delle prostitute, cioè persone che campano sullo sfruttamento e traggono vantaggi personali dall'uso del loro corpo, possano realmente avere l'interesse di rendere queste donne libere e autodeterminate. È un paradosso, no? Purtroppo noto che talvolta ciò che proprio manca è la conoscenza del funzionamento delle leggi che regolano il libero mercato e il funzionamento del capitalismo; sono processi che hanno un'unica funzione: la crescita esponenziale all'infinito del profitto. Quindi sono processi sostanzialmente amorali. Per questo motivo pensare di giungere alla liberazione animale strizzando l'occhio alle istituzioni e al consumismo è semplicemente folle. Come voler spegnere il fuoco gettandoci sopra benzina.

Purtroppo le buone intenzioni non bastano.

Tutto questo, ma molto molto di più è affrontato nel libro di Adriano Fragano, "Disobbedienza vegana, ovvero il veganismo come potrebbe essere". Anzi, aggiungo io, come DOVREBBE essere.

Lo sto leggendo e mi sta chiarendo tantissimi punti. Devo dire, per onestà, che inizialmente ero anche un po' perplessa su questo tentativo, per quanto nobile, perché - e Adriano lo sa, ne avevamo discusso in un post su FB tempo fa - negli ultimi tempi, a forza di veder stravolto, svilito e completamente distorto il concetto di veganismo, quasi quasi avevo pensato che fosse meglio rinunciarci. Così come si butta via qualcosa che ormai non serve più, di vecchio, obsoleto, soppiantato da altri termini e concetti.
Invece il termine veganismo non è affatto obsoleto, e, quando ben definito e circoscritto, aiuta a comprende meglio anche l'antispecismo, per quanto i due non siano semplicemente sovrapponibili (pensate che nelle prime definizioni di veganismo ad opera delle Vegan Society c'era già una descrizione in nuce dell'antispecismo, potremmo chiamarlo un proto-antispecismo, prima di Singer e Regan, e si contemplava anche la messa in discussione dell'intera società): l'antispecismo è una teoria che combatte lo specismo (per capire cosa sia, oltre a rimandare a un altro libro che ha scritto sempre Adriano, "Proposte per un manifesto antispecista", posso indicare una vasta bibliografia su richiesta), il veganismo invece può essere la sua diretta applicazione pratica, ovviamente personale, ma anche sociale nel momento in cui, come dovrebbe essere, non si limiti soltanto all'adozione di una dieta, ma comprenda la messa in discussione dell'attuale società - una società edificata sullo sfruttamento degli altri animali - e si sforzi di dare respiro e attuazione a questa messa in discussione, non solo come petizione di principio e una serie di comportamenti e azioni, ossia nel rifiutarsi di prendere parte a tutte quelle attività che contemplano lo sfruttamento animale e nel sensibilizzare, informare, protestare in vari modi e su più livelli e in ogni campo delle attività umane che usano, realmente o simbolicamente, gli altri animali, ma anche come ricerca, analisi, studio, progettualità di un vivere alternativo per la costruzione di una società diversa, non capitalistica, quindi come accoglimento di istanze squisitamente politiche, morali, etiche che riguardano il vivere collettivo, un vivere in cui si rispetti e riconosca anche la soggettività degli altri animali. Antispecismo e veganismo vanno a braccetto, non si può immaginare una società antispecista senza accogliere pienamente le pratiche del veganismo e non si può pensare a un veganismo svuotato della teoria antispecista.

P.S.: questo post non è una vera e propria recensione, diciamo più un commento scritto di getto dettato dall'entusiasmo di condividere con voi queste riflessioni. 
Mi sto attivando, insieme ad altre persone, per presentare il libro a Roma. Speriamo quanto prima. E speriamo che sia l'occasione di un confronto proficuo. Affinché il termine "veganismo" sia divulgato correttamente, al netto di strumentalizzazioni e mistificazioni dei media, bisogna che ce lo abbiamo chiaro in testa noi che siamo diventati vegani per un motivo ben preciso. Se ce lo abbiamo chiaro in testa possiamo meglio argomentare e rispondere a chi tenta di gettare fumo negli occhi e di farlo passare per una dieta o altro. 
Bene o male è un termine ormai conosciuto dai più, dobbiamo solo evitare la confusione del suo significato autentico ed evitare di attribuirgli altro, svilendo e depotenziando le sue istanze pienamente rivoluzionarie.

In quanto antispecisti, ossia di persone che lottano per la liberazione animale, non possiamo parlare di veganismo come una dieta o per l'ambiente o altro. Veganismo significa una cosa ben precisa. 
Come si dice in gergo internettiano, più specificamente da social, Stay Tuned!