venerdì 15 dicembre 2017

E buon Natale!


"Beee, beee, il papà non c'è", dice un addetto a un agnellino di poche settimane che piange disperato, e poi lo trascina dalla sala di sosta al mattatoio; "dovete andare a pulire casa", dice un altro, o forse sempre lo stesso, a noi, che siamo donne e attiviste; ci guarda con sfida un terzo mentre affila i coltelli, uscito dalla struttura al solo scopo di provocarci o magari intimidirci, in fondo è lui quello che ha un'arma in mano, noi abbiamo solo cartelli; cartelli, telecamere e ombrelli perché sta diluviando da quando siamo qui. Almeno non c'è il sole come l'altra volta, sembra più straniante stare davanti a un mattatoio mentre gli uccellini danzano nel sole, ma anche così, col cielo che ti si riversa addosso, è straniante lo stesso. 
Siamo di nuovo qui, per chi è dentro è un altro giorno di lavoro, o la fine della vita, dipende da che parte si sta, se da quella di chi tiene in mano il coltello o da quella di chi ne subisce la lama. Un altro giorno di ordinaria follia, o di folle normalità, cambia poco come lo si chiami, alla fine è sempre la solita banalità del male che prende vita davanti ai nostri occhi. Ma, a differenza degli altri giorni, non scorre indisturbata come sempre perché i nostri corpi rappresentano un piccolo elemento di disturbo, un inceppo nell'ingranaggio. Siamo pochi, ma è la seconda volta che veniamo in questo mattatoio ed è evidente che la nostra presenza non è gradita. Intanto hanno dovuto sistemare diversi mezzi davanti alla stalla di sosta per impedirci di vedere il momento dello scarico e quello dell'entrata nella camera di macellazione. 
Cinque camion - cinque - carichi di piccole vite, talmente piccole che in alcuni abbiamo dovuto infilare la testa all'interno per riuscire a vederli, ché coi loro musetti non riuscivano nemmeno ad arrivare alle sbarre; in un altro c'era una pecora adulta in mezzo a loro, sicuramente una madre e tutti i piccoli le stavano stretti stretti attorno, in cerca di una protezione che di lì a poco non sarebbe più riuscita a dargli; un altro a momenti mi investe, tutto preso dalla fretta di entrare dentro al cancello; "non vi azzardate a toccare il camion!", ci ha urlato con uno sguardo carico di odio. Ma chi te lo tocca il tuo lurido camion, sporco di merda e di sangue. Si affrettano ad entrare, non vogliono che riprendiamo i musetti degli agnellini, tanto meno che gli facciamo una carezza.

Non è per niente facile restare lucidi in mezzo a tanta follia, eppure in qualche modo bisogna riuscire a fare appello a tutta la forza interiore possibile per restare lì a documentare il passaggio dei camion che entrano al mattatoio perché tanto ci sarebbero comunque, solo nell'invisibilità totale, invece almeno così abbiamo la possibilità di raccontare a tutti di cosa è fatta questa realtà infernale e come ci finisce il loro pezzetto di abbacchio sullo scaffale del supermercato. 
Una realtà fatta di totale dissonanza cognitiva in cui gli addetti cantano, ridono, mangiano, dileggiano cuccioli spaventati che belano in cerca della mamma e si divertono a provocare un gruppetto di donne e ragazze mostrandogli coltellacci lordi di sangue. 
Come se ci facessero paura. 
E c'è da aver paura, ma non del coltello, ma di tutta quella massa di brave persone che, tra risa e banalità, si rende complice di uno sterminio di proporzioni inaudite.
E ancora ci dovremmo sentire dire che gli estremisti siamo noi?

Sul retro del mattatoio ci sono due cani di razza pastore maremmano, mi hanno fatto una pena incredibile anche loro, chissà se qualcuno gli farà mai una carezza? E poi, sempre sul retro, c'è anche un piccolo pollaio. Non si fanno mancare niente: dal piccolo allevamento direttamente al mattatoio in pochi secondi, tanto, animale più, animale meno, che differenza fa quando se ne ammazzano centinaia al giorno?

Tutto intorno, sul piazzale, come l'altra volta, rumori di mezzi meccanici, muletti, furgoncini, la meccanizzazione della vita e della morte. L'azzeramento di ogni emozione.

Oggi un carabiniere si è commosso. Ho visto la sua espressione cambiare quando è arrivato il primo camion. Se n'è stato tutto il tempo in silenzio, con la faccia sempre più scura e gli occhi lucidi. Alla fine sono andata a parlarci. "Lei è una brava persona", gli ho detto, anche se qui sta ricoprendo un ruolo. "La legge è un atto di forza", mi ha risposto. "Faccio questo lavoro perché ho vinto il concorso tanti anni fa, ma a me dispiace, dispiace per quelli che i giudici mi chiedono di arrestare magari perché hanno fatto qualcosa che non andava tempo prima, ma so che sono bravi ragazzi che magari hanno trovato anche un lavoretto, mi dispiace per gli animali, io amo gli animali"; "e non è necessario ucciderli", ho proseguito", "no, non è necessario", ha confermato, scuotendo la testa.

A volte un briciolo di umanità la trovi dove meno te lo aspetti, io oggi l'ho trovata negli occhi di questo signore, non voglio nemmeno chiamarlo carabiniere perché si vedeva che era uno di quelli che non si identifica con la divisa.

Negli occhi delle mie compagne e compagni di lotta, invece, ho visto la mia stessa impotenza, la mia stessa dolorosa frustrazione per non poter far nulla per salvare gli animali.

Negli occhi di quei cuccioli... non voglio dire cosa ho visto nei loro occhi, so solo che per loro non ci sarà più niente da vedere. A quest'ora saranno già tutti morti. Non belano più, non cercano più la mamma. 
Per cosa?

Ecco, domandatevi per cosa.

Poche notti fa ho fatto un sogno. Ho sognato che mentre camminavo per strada, all'interno di un centro abitato di un piccolo paese, a un certo punto incrociavo un tir carico di agnellini. Ho sognato che si fermava e io mi avvicinavo. Gli agnellini erano tanti, tantissimi, mi guardavano e io guardavo loro. Ho sognato che a un certo punto incominciavano ad avvicinarsi altre persone. Due, tre, quattro, dieci, venti, cento. A un certo punto eravamo tante, tantissime, una massa sterminata di persone. Ho sognato che eravamo così tanti che alla fine aprire quel maledetto camion e liberare tutti gli agnellini è stato come bere un bicchier d'acqua.

mercoledì 13 dicembre 2017

Strane parole


Chiamo gli altri animali individui, dico che non li mangio, racconto che sono schiavi costretti a vivere dentro lager fetidi e oscuri, definisco sorelle le mucche e le femmine di altre specie, faccio attenzione a non usare espressioni che, in maniera del tutto pregiudiziale, ne ribadiscano l'inferiorità, non dico i "miei" gatti, ma i gatti con cui convivo, tanto meno dico "mucche da latte", "cavallo da monta", "animali da circo" perché nessun individuo dovrebbe essere definito in base a una funzione a lui attribuita per trarne profitto e poi ancora dico animali non umani, a ribadire che animali lo siamo anche noi.
A volte le persone che non hanno dimestichezza con la questione animale mi guardano come se stessi parlando una strana lingua.
Eppure c'è bisogno di parole nuove per il mondo nuovo che vogliamo costruire. Se abbiamo mangiato animali e considerato normali tutti gli orrori che subiscono è perché da quando siamo nati abbiamo subito il linguaggio del dominio, specista, pieno di bugie e stupidi stereotipi, mistificatorio e ingannevole.
Certo, la mia voce arriva a pochi, non è pervasiva come quella della società in cui siamo immersi o della tv, ma se lo farete anche voi, se anche voi presterete attenzione alle parole, forse potremmo aprire squarci di verità nel buio di una menzogna diffusa.
La narrazione deve cambiare.

martedì 5 dicembre 2017

I limiti del linguaggio verbale


Il linguaggio verbale è il linguaggio del potere. Alla fine, è con questo che dominiamo e opprimiamo ed è con questo che dobbiamo fare i conti per imparare ad apprendere i nostri limiti.
Se gli altri animali potessero infatti parlare la nostra lingua, non potremmo stare tanto a disquisire sul fatto che siano autocoscienti, che sappiano rappresentarsi il futuro o meno e altri pretestuosi argomenti che, alla fin fine, servono solo alla nostra specie per dipingersi superiore.
In realtà gli altri animali si sforzano sempre di comprenderci, mentre siamo noi che restiamo sordi alle loro altre diverse modalità di comunicazione.
C'è gente che vive con i cani da decenni e ancora non ha imparato a riconoscere un tipo di abbaio da un altro. Tutti presi come siamo dalla nostra spocchia di formulare parole, sempre ingannevoli, peraltro, poiché spesso poco aderenti alla realtà e a quel che si vuole rappresentare, dire, comunicare. 
Molto spesso un limite. Perché non ci sforziamo di andare oltre. I nostri limiti non dovrebbero essere i confini del nostro mondo, ma ostacoli da superare per vedere al di là.
"Gli manca solo la parola", diciamo degli altri. No, essi non sono carenti di nulla. Siamo noi che dobbiamo superare questo scoglio del linguaggio verbale e imparare a comprendere altri segni, altre gestualità, altre sonorità. Per esempio, da quando vivo con i gatti, ora saprei distinguere i loro diversi miagolii per ogni richiesta. Fame, gioia, richiamo, curiosità, stupore, malessere, tristezza e tutta una gamma di situazioni ed emozioni.