venerdì 31 agosto 2018

Analogie tra femminismo e antispecismo

Un'altra riflessione che sto facendo in questi giorni è questa. 
Leggendo la storia dei movimenti femministi ci si rende conto di come noi donne abbiamo ottenuto dei risultati solo quando ci siamo unite come movimento politico capace di sollevarsi per fare determinate richieste. Il potenziale di questo movimento politico forte verso cui stavano convergendo le donne oppresse da tutto il mondo (sebbene con divergenze interne perché comunque, per esempio, la maniera in cui erano oppresse le donne nere è diversa da quella in cui lo erano le bianche in quanto le prime subivano una duplice oppressione; ed è così tutt'oggi: le donne migranti che fuggono da regimi totalitari, guerre ecc. sono più oppresse di come lo siamo noi perché oltre al patriarcato devono combattere anche povertà ecc.) non è passato inosservato e così tutto il sistema della classe maschile che detiene certi privilegi ha fatto in modo di dirottare il movimento verso la richiesta di alcune istanze più superficiali: ha concesso un certo grado di libertà di costume alle donne inducendole a credere di essere ormai sulla strada della liberazione e soprattutto ha lavorato per ricondurle a una dimensione di lotta individuale, chiamata "emancipazione femminile". In questo modo il movimento ha perso forza perché gli individui che lottano singolarmente come monadi disinserite dagli ingranaggi di cui invece sono parte, al massimo possono avere l'illusione di fare delle scelte autonome, ma non si rendono conto che queste scelte sono invece pilotate dall'alto e che il loro margine di azione è estremamente limitato.

Ora, se ci pensate bene, la stessa cosa accade al movimento per la liberazione animale. L'unico modo per ottenere dei risultati sarebbe unirci come movimento politico (non partitico) che lotta contro l'oppressione degli altri animali, anche cercando alleati negli altri movimenti che lottano contro la loro specifica oppressione e facendogli capire le radici comuni di tutte le forme di oppressione. Ma il sistema lo sa che questo sarebbe pericoloso e quindi cosa fa? Disinnesca il potenziale esplosivo dell'antispecismo e lo riduce al solo veganismo come scelta individuale, ossia facendo credere che basti fare proselitismo vegano per ottenere risultati, così facendoci perdere tantissime energie e tempo. Ci fa pedalare a vuoto.

Ora, così come il femminismo non si gioca solo nel privato chiedendo al compagno di lavare i piatti, ma facendo richieste politiche forti che erodano e sconquassino le fondamenta, ossia il vero terreno di scontro del potere di controllo dei nostri corpi, allo stesso modo la liberazione animale non si gioca a tavola facendo diventare vegana la zia, ma sottraendo potere a chi trae vantaggio dal loro sfruttamento.

Riflessioni sul movimento antispecista o animalista che dir si voglia

Se uno dice che il welfarismo, le concessioni del sistema, l'aumento di prodotti vegani sugli scaffali non faranno altro che rafforzare il sistema stesso, non sta dividendo il movimento, sta solo cercando di capire a che punto siamo arrivati.

Chi sta veramente dividendo il sistema è chi chiede riforme welfaristiche, appoggia le grandi multinazionali e fa campagne insieme ai produttori di alimenti derivati dallo sfruttamento animale perché fa passare il resto degli attivisti che si oppone a tutto ciò come estremisti e fanatici. Chi sta veramente dividendo il movimento è chi manda messaggi blandi, diluiti, annacquati per racimolare più fondi possibili; il che andrebbe anche bene se poi con questi fondi non ci si facessero richieste welfariste che non spostano di una virgola le fondamenta su cui è costruito lo sfruttamento animale (di animali umani compresi).

Abbiamo un grosso problema perché è vero che il movimento è diviso, ma è diviso da chi pensa che il welfarismo e il proselitismo vegano possano veramente essere un obiettivo perseguibile. 
Ora, anche io sempre pensato che fosse necessario allargare la massa per poi passare a richieste più significative, ma abbiamo bisogno di una massa che si interroghi sui meccanismi politici che fanno funzionare la società, non di un aumento di persone che agisce a caso, purché sia. 
Ho passato anche io una fase di ingenua illusione in cui ero convinta che bastasse parlare alle persone del veganismo per portarle a combattere l'oppressione degli animali o che bastasse mostrare l'esistenza di opzioni vegan per normalizzare una scelta etica. Ma non è così. E non lo è perché l'oppressione degli animali non è una prassi dovuta all'ignoranza o all'assenza di empatia o perché non si conoscono abbastanza gli animali. Certamente ci sono anche questi fattori, ma sono collaterali, sono effetti, più che cause. L'oppressione degli altri animali, così come quella delle donne o altre minoranze, è dovuta al fatto che tutta la nostra civiltà è costruita in relazione dialettica con un unico soggetto vincente che è l'uomo bianco occidentale e tutto il resto, natura, donne, animali, neri diventa un'alterità da opprimere e controllare, spogliata di individualità e fatta esistere (e allevata, educata per questo fine) solo in funzione del mantenimento di questo status quo. Esiste una dialettica di potere e questa dialettica è ciò che produce un soggetto che ha potere e un oggetto da modellare a piacimento per rafforzare e mantenere questo potere.
Io sono arrivata a capire queste cose. Forse mi sbaglio, forse tra qualche anno arriverò a pensieri ancora diversi. Ma l'importante è continuare a mettere e mettersi sempre in discussione. Condivido con voi queste riflessioni con umiltà, nel solo ed unico interesse di non sprecare la mia vita, ma di fare qualcosa di utile.
A chi in questi giorni mi sta sbeffeggiando dandomi dell'antispecista dura e pura, dico soltanto che tutto ciò che scrivo e dico lo faccio per provare a crescere come movimento e perché da sempre mi interessa solo una cosa: la giustizia per tutti.

P.S.: per inciso, se si trova più facilmente cibo vegano, egoisticamente posso trarne vantaggio. Cioè, penso, ok, posso fare colazione al bar come tutti quanti, posso andare in pizzeria e chiedere il mio menu vegan, ma questo non ha nulla a che fare con la liberazione animale. Nulla. Questo è solo interesse delle aziende ad allargare la vendita con altri prodotti che verranno comprati non solo dai vegani, ma anche da chi vuole mangiare con meno grassi, vuole provare alternative o ha allergie. E se pensate che le multinazionali non siano un problema forse non avete ben chiaro i modi in cui agiscono. Comprano tutto, anche servizi in appalto dello stato, controllano i media, le banche, la politica partitica, diventano stati dentro lo stato e si sostituiscono ad esso. Le guerre e tutto il marcio che c'è nel mondo vengono fatte per mantenere le lobby delle armi, la politica statunitense è funzionale al controllo economico del mondo. E questi sono solo particolari, per quanto mastodontici. La storia del mondo è la storia di una lunga oppressione e questa oppressione è soppressione di infinite individualità che vengono appiattite e diventano funzioni, ingranaggi di macchine di potere giganteschi di cui è difficile comprenderne confini e limiti. Dobbiamo studiare questo, ossia come come poter essere minimamente d'impatto in questo mastodontica tragedia che è la storia della civiltà.

giovedì 30 agosto 2018

Movimenti di liberazione

Più studio gli altri movimenti e più mi rendo conto di quanto stiamo prendendo strade sbagliate, tra welfarismo, riformismo dei piccoli passi e opzioni vegan. 
Purtroppo, come movimento, soffriamo ancora di un sentimento di inferiorità, come se la liberazione animale, da sola, non fosse una questione abbastanza importante da affrontarsi. Sentiamo sempre l'esigenza di accompagnarla ad altre lotte e non per fare legittime analogie costruttive o per trovare alleati, ma proprio per conferirle una sua dignità che altrimenti si è convinti non avrebbe. 
La stessa cosa accade nel femminismo. Sembra che le questioni che riguardano le donne - che sono una vera classe oppressa in base al sesso - debbano sempre venire dopo di altre, ben più urgenti. 
Invece è molto importante che ogni parte oppressa si organizzi intorno alla propria oppressione ritenendola assolutamente prioritaria. 
Ora, per gli animali, dobbiamo farlo noi, non tanto perché non sono capaci di resistere e ribellarsi, ma perché purtroppo gli viene negata ogni possibilità di negoziazione. Il Potere parla la lingua dei dominanti e non ascolta le altre.

Nel combattere le proprie battaglie non si può però non tener conto del contesto globale dell'oppressione, cioè non capire come funziona e come agisce. Non ci si può fermare ai suoi aspetti più superficiali facendo richieste che, se ottenute, non intaccherebbero minimamente le fondamenta della società, quelle fondamenta su cui e grazie alle quali si erge il dominio.

Quindi, spendere tantissime energie nell'ottenere qualche legge, provvedimento o qualsiasi cosa che purtuttavia lascerebbe inalterato il paradigma profondo entro il quale avvengono le discriminazioni e oppressioni, è non solo inutile, ma anche dannoso.

Ci hanno detto: avete ottenuto il diritto al voto, potete studiare, uscire, fare sesso con chi vi pare, cos'altro volete?

Che è l'equivalente di: avete opzioni vegan, le gabbie sono più grandi, c'è il benessere animale, la macellazione è fatta previo stordimento e quindi è etica, cos'altro pretendete?

Pretendiamo la messa in discussione radicale della società così come è. Che ogni essere vivente sia considerato come individuo e non come maschio o femmina, cane o maiale, cioè entro categorie preordinate e funzionali al mantenimento dello status quo.

Cambiare il sistema stando dentro al sistema con gli strumenti offerti da esso (come la televisione o il voto) è un'illusione perché ovviamente tutto ciò che esso offre è funzionale al mantenimento del suo status quo.

martedì 28 agosto 2018

Il circo è violenza


Questa immagine di un elefante scappato da un circo che assapora il mare, probabilmente per la prima volta, si aggiunge alla lunghissima lista dei casi di ribellione degli animali che fuggono dai luoghi di prigionia, così come ad altri che raccontano di deliberate azioni vendicative nei confronti dei loro aguzzini.
Storie come queste dovrebbero farci riflettere sulla consapevolezza che questi individui hanno di essere schiavi e prigionieri e quindi indurci a lottare per la loro libertà, quanto meno smettendo di finanziare questi orribili spettacoli frutto di schiavitù, violenza fisica e coercizione psicologica. 
Mi accorgo invece di quanto, come umanità, abbiamo raggiunto livelli di brutalità mai visti prima. C'è un video che mostra questo elefante attorniato da persone urlanti che si fanno i selfie, che ridono, sghignazzano, fanno battute. Uno spettacolo indegno.
Di fronte allo spettacolo della nostra cattiveria raccontato attraverso lo sguardo di un elefante che per la prima volta vede il mare, dovremmo solo vergognarci, ammutolirci, inchinarci, e andare via in silenzio.


P.S.: pare che l'elefante non fosse scappato, ma che i proprietari del circo lo abbiano fatto uscire di proposito a scopo promozionale. Nulla cambia di quanto scritto sopra, infatti sono comunque numerosi i casi di ribellione animale, riportati dalle cronache e non. 

Anzi, il fatto che lo usino a scopo promozionale aggiunge solo crudeltà alla crudeltà: fargli assaporare la libertà per pochi minuti al giorno per poi riportarlo in gabbia e costringerlo a eseguire umilianti esercizi contro la sua natura etologica è veramente quanto di peggio si possa fare a un individuo.

Foto di Anna Laura Letto.

lunedì 27 agosto 2018

The Hunting Ground


The Hunting Ground è un agghiacciante documentario sugli stupri nei campus universitari. 
Agghiacciante per due motivi; intanto per la casistica: in ogni campus ci sono all'incirca più di cento casi tra stupro e tentativi di stupro ogni anno (e parliamo solo di quelli denunciati); e poi per la totale omertà del personale universitario e delle istituzioni che non solo non danno alcun sostegno alle vittime e le scoraggiano dal denunciare, ma non prendono alcun provvedimento di espulsione dei predatori nemmeno in caso di conclamata ammissione del reato su più di una vittima, ossia nel caso in cui si ha a che fare con predatori seriali. Nel mantenere l'omertà concorrono vari motivi: i predatori spesso sono ragazzi che fanno parte di confraternite prestigiose o di atleti molto in vista, fiore all'occhiello delle università e da cui escono le promesse del football a livello nazionale; le università non vogliono scandali pubblici perché perderebbero fondi e numero di iscritti, nonché prestigio; gran parte dei fondi provengono da ex studenti divenuti facoltosi uomini d'affari, imprenditori, professionisti ecc., membri di confraternite che di generazione in generazione mandano i loro figli a studiare presso suddetti istituti.
Nel documentario sono state intervistate decine di ragazze vittime di stupro o tentato stupro e tutte hanno raccontato che il trattamento subito da parte delle istituzioni e del personale universitario è stato persino peggiore dello stupro in sé. Abbandonate a loro stesse, senza alcun sostegno legale e psicologico, addirittura non credute, bulleggiate, minacciate e colpevolizzate. Di conseguenza altre ragazze, vedendo come sono trattate le poche vittime che trovano il coraggio di denunciare, sono scoraggiate dal denunciare esse stesse e dall'esporsi.
Alcuni anni fa, due ragazze vittime di stupro hanno deciso di creare una rete di supporto tra le varie università per fornire assistenza alle vittime e incoraggiarle a denunciare. Appellandosi al IX emendamento sul reato di discriminazione degli studenti (di fatto, se il predatore non viene allontanato dal campus, la vittima è obbligata a incontrarlo, è bulleggiata, minacciata e perseguitata dagli amici del predatore, non riceve il giusto sostegno, si sente in pericolo costante e quindi non è messa nelle condizioni di poter studiare e seguire i corsi serenamente), hanno sollevato un polverone mediatico e politico e sono riuscite a far aprire diverse indagini per stupro in diverse università, ma le cose non sono ancora cambiate. In ogni campus, solo due o tre predatori su circa 200 vengono di fatto condannati a piccole multe o espulsi, ma solo dopo aver terminato il corso di studi o aver completato la stagione sportiva. 
Nessun provvedimento serio viene preso contro gli stupratori, così che sapendo di potersela cavare con la totale impunità o al massimo una lavata di capo (espulsione di un giorno soltanto, pagamento di una modesta somma, qualche giorno di lavori socialmente utili, quando va bene, ma quasi sempre senza nulla di tutto ciò poiché semplicemente il caso viene archiviato con la sentenza di sesso consensuale o, nella stragrande maggioranza dei casi, non viene proprio preso in esame), continuano a stuprare.
La modalità è quasi sempre la stessa: si approfittano di ragazze che hanno bevuto e, nella maggioranza dei casi, inducono loro stessi le vittime al bere, anche con l'aggiunta di droghe nel bicchiere. I predatori seriali sono molto abili, scelgono bene le loro vittime, ragazze isolate, con pochi amici, quasi sempre matricole, magari alla loro prima festa nel campus. Agiscono mostrandosi gentili e amichevoli per poi circuire la vittima, trascinandola in un luogo appartato. Spesso sono amici, anzi, quasi sempre, ossia persone di cui la vittima si fida. I racconti delle ragazze intervistate nel documentario sono veramente agghiaccianti.
L'aspetto più sconcertante è la totale assenza di consapevolezza del reato commesso da parte degli stupratori.
Tutte le vittime soffrono di disturbi da stress post-traumatico, alcune si tolgono la vita, altre ancora smettono di studiare o comunque hanno un calo di rendimento. Il momento più importante della vita di una ragazza, quello in cui si sta decidendo il suo futuro, è praticamente stroncato e distrutto da un terribile atto di violenza che la segnerà per sempre; una violenza terribile seguita da una seconda violenza ancora più devastante: il modo in cui vengono trattate dal personale universitario che fa di tutto per minimizzare e farle sentire colpevoli, liquidandole con una pacca sulle spalle, dicendo loro "la prossima volta starai più attenta, questa cose succedono, non dovevi bere, dovevi dire no più chiaramente, non hai urlato, non hai lottato abbastanza" e frasi di questo tipo che sono di una violenza psicologica devastante per chi ha già subito una delle peggiori violenza che possano capitare a una donna, ossia quella di essere stuprata. Ciò distrugge ancora di più la loro autostima, le porta ad adottare comportamenti autolesionisti e a sentirsi svilite, come persone, come studentesse, come donne. 
Ci sono, anche se in numero di molto inferiore, stupri di ragazzi, sempre praticati da altri maschi. Spesso si tratta di forme di bullismo che avvengono all'interno delle confraternite. I ragazzi sono ancora più scoraggiati dal denunciare poiché lo stupro mina la loro virilità. Questo è un discorso molto particolare e terribile perché al solito è il concetto di femminilità che viene denigrato e che è subordinato a quello di mascolinità e virilità, per cui un ragazzo stuprato si sente due volte svilito, come persona e come maschio. Ovviamente la radice è sempre quella: quella del maschilismo e dei (dis)valori della società patriarcale.

I pochi professori o membri del personale studentesco che diventano attivisti e scelgono di non restare a guardare vengono mobbizzati o comunque allontanati dal campus. Nessuno deve mettere in cattiva luce l'università, gli atleti più promettenti e le confraternite. Raccogliere i fondi, mantenere numero di iscritti e prestigio sembra essere l'unico scopo di queste istituzioni che incarnano i (dis)valori del più becero patriarcato e maschilismo.

P.S.: anche questo lo trovate su Netflix.

sabato 25 agosto 2018

Dove è finita la rabbia?

Guardando il documentario "She's beautiful when she's angry" (ne ho parlato qui) mi sono chiesta che fine ha fatto tutto quel fervore, dove sono andate a finire le istanze più rivoluzionarie, perché non abbiamo ottenuto ancora una vera parità di genere?
In parte lo individua la Firestone ne La dialettica dei sessi, in parte si può ravvisare quanto successo facendo l'analogia con altri movimenti radicali liberazionisti.
La società tende sempre inevitabilmente a mantenere lo status quo, cioè chi detiene varie forme di potere e privilegi non è disposto a concederli; concede invece di buon grado dei contentini, approva leggi e riforme che diano l'impressione di aver ottenuto la vittoria ma che lasciano sostanzialmente immutata la società nel profondo.
Purtroppo leggi migliorative illudono anche molte attiviste di aver raggiunto chissà cosa, portandole via via ad assumere punti di vista e pensieri più moderati e a dipingere come estremiste le compagne di lotta che ancora lottano per una vera liberazione.
Così il Potere divide et impera, trascinando dalla sua parte una buona parte del movimento e spegnendo il fuoco rivoluzionario.
Parcellizzando il movimento, distruggendo l'unione (anche facendo passare il concetto che il femminismo non debba essere politico, ma solo una battaglia individuale di emancipazione o di rispetto reciproco tra i sessi), distruggono il potenziale rivoluzionario.

Succede così anche nel movimento per la liberazione animale.

Un'altra cosa che fa è che nell'approvare alcune leggi che sarebbero comunque veramente rivoluzionarie, ne argina le modalità di azione. 
Per esempio, la legge sull'aborto è continuamente resa difficilmente attuabile per via dei numerosi obiettori di coscienza, della retorica della colpevolizzazione delle donne e della disinformazione pro-life.

venerdì 24 agosto 2018

Embrace


Altro suggerimento: il documentario Embrace, sempre su Netflix. 
Nato dall'idea di una fotografa canadese, Taryn Brumfitt, che dopo la gravidanza non accetta più il suo corpo e decide di fare un intervento chirurgico, ma poi cambia idea perché si rende conto che in questo modo avrebbe mandato un messaggio pericoloso a sua figlia e cioè che esiste un unico modello di corpo cui conformarsi e che i nostri, al naturale, non vanno bene, sono in qualche modo difettosi. Decide quindi di affidarsi a una personal trainer che la indirizza verso il mondo del fitness e in poco tempo raggiunge un perfetto fisico da bikini e vince anche un premio partecipando a una gara di body building femminile. Scopre però di non essere felice, di sentirsi ancora insicura e confrontandosi con le altre concorrenti - tutte con fisici invidiabili - realizza di non essere la sola a sentirsi così e quindi si rende conto che esiste un problema che ha radici molto profonde ed è la non accettazione dei nostri propri corpi.
Il bello accade quando decide di postare una foto sui social in cui mostra un "prima e dopo", ma all'inverso, cioè, non un'immagine che mostra la transizione da un corpo grasso secondo i canoni correnti a uno snello dopo una dieta o intervento, bensì quella di come era prima della gravidanza e quella di come è adesso. La reazione è esplosiva e l'immagine diventa virale in pochissimi minuti. Moltissime donne, ma anche uomini, reagiscono positivamente incoraggiandola e scrivendo cose come "era ora, questa è la verità, basta photoshop e diete estenuanti" e via dicendo, ma riceve anche commenti negativi e di body shaming. 


Da qui decide di approfondire il discorso sui corpi femminili, su come la nostra percezione è modellata e condizionata dai media e su come moltissime donne, quasi la maggioranza, hanno un'idea negativa del proprio corpo e vivono ossessionate dal cibo, dalla paura di ingrassare o di essere poco sensuali, spendendo un mucchio di energie nel praticare attività fisica in modo estenuante e ossessivo e non per stare in salute e ricavare benessere fisico, ma al solo scopo di modificare il proprio corpo secondo un ideale quasi sempre irraggiungibile, così come anche spendendo un mucchio di denaro in interventi estetici e chirurgici. Intraprende così un viaggio in varie parti del mondo per incontrare persone che hanno proposto un'estetica diversa provando a combattere i canoni imperanti che propongono invece un solo modello (a sua volta soggetto a cambiamenti a seconda delle varie epoche storiche) e incontrando anche medici, psicologi e esperti a vario titolo che spiegano i danni causati da questi condizionamenti sociali relativi al corpo delle donne e anche su quanto sia facile entrare in spirali autodistruttive che aprono la porta a veri e proprie disturbi alimentari. Il mondo della moda mostra sulle passerelle e sulle riviste corpi anoressici, mantenuti così a forza di diete rigidissime ed esercizio fisico estenuante, oppure perché sono semplicemente corpi di ragazzine che non hanno ancora raggiunto la maturità sessuale e presentano caratteristiche da ragazzine. Questi corpi divengono di ispirazione comune e le persone comuni, anche le più intelligenti (non è questione di intelligenza o meno, questo è importante sottolinearlo) ne sono influenzate.
La cosa che più mi ha colpito, e mi ha colpito perché mi ci sono riconosciuta, è vedere come moltissime ragazze e donne trascorrono la loro esistenza odiando il proprio corpo, percependolo come brutto, deforme, pieno di difetti. Su questa percezione concorre moltissimo non solo il fatto che i media propongano corpi privi di difetti (corretti con photoshop o comunque malati, ossia sottopeso), ma anche l'educazione differenziata per le bambine che la fa crescere con il valore della bellezza, come se la bellezza fosse un valore significativo.
Ora, il punto fondamentale per me è farvi capire questa cosa: non solo è sbagliato promuovere un unico modello di bellezza femminile, ma è proprio sbagliato considerare come valore la bellezza. 
Ma purtroppo è questo che ci viene trasmesso sin da quando siamo bambine, attraverso complimenti volontari o involontari. Ci dicono: che begli occhi, hai dei capelli fantastici, come sei alta, che belle gambe, come sei sensuale, come sei sexy, che bel sorriso e via dicendo. Anche tra noi donne, amiche, sorelle, quando ci incontriamo la prima cosa che ci diciamo è: "come stai bene, ti trovo benissimo, sei bellissima, stai bene con questo taglio di capelli, sei dimagrita ecc.". Tutto ciò ci fa crescere assumendo la bellezza esteriore come valore o comunque come caratteristica da tenere in considerazione. 
Penso che raggiungeremo una vera parità di genere solo quando anche per noi donne i valori che contano saranno altri: l'intelligenza, la bravura nel fare certe cose, le varie capacità e non la bellezza o la dolcezza o la grazia o l'eleganza. E soprattutto quando lotteremo insieme per abbattere l'estetica misogina che ci costringe a odiare i nostri corpi al naturale e a spendere un mare di energie nel modificarli. 
Penso che odiamo i nostri corpi al naturale perché è la nostra società che li odia, perché questo odio è frutto di una profonda misoginia. Le donne sono percepite come ornamento, come oggetti sessuali ed è per questo che ci viene continuamente ricordato che dobbiamo essere attraenti secondo certi canoni. Ma non siamo ornamenti, non siamo un paesaggio da ammirare e quindi al diavolo se non siamo come dite voi, se non ci vestiamo come dite voi, se non ci comportiamo come dite voi.
Lo so, noi stesse non ci piacciamo se non siamo in un certo modo e questo perché la società ha modificato nel profondo la percezione che abbiamo dei nostri corpi, del nostro viso. Io mi vedo brutta senza trucco, eppure so che è soltanto una percezione e, comunque sia, sono sempre io, non perderei valore come persona se anche mi ingrassassi o mostrassi le occhiaie.
I nostri corpi sono un mezzo, uno strumento che ci permette di correre, di camminare, di muoverci, di amare, e dobbiamo rispettarli e amarli per questo, al di là del loro aspetto estetico. 
Nel documentario ci sono tantissimi spunti su tutte queste tematiche, poi sono sicura che ognuna di noi sarà colpita magari da una storia o da un aspetto in particolare. 
Ve lo consiglio per iniziare a riflettere sul tema dell'estetica misogina e perché non si può parlare di femminismo senza dare ampio rilievo al modo in cui veniamo cresciute in quanto donne e sui valori e aspetti che ci dicono essere parte integrante della femminilità, quando in realtà sono solo frutto di una cultura ben precisa che vede le donne come ornamento e oggetti sessuali.

Pensate al tempo che spendiamo nel modificare i nostri corpi nel tentativo di renderli più attraenti secondo determinati canoni, a quanto buona parte della nostra mente sia monopolizzata dai pensieri sul nostro corpo, al bombardamento mediatico che ci mostra di continuo immagini di modelle e ci fa sentire insicure quando dobbiamo andare al mare, alle pubblicità per dimagrire, rassodare, contro la cellulite, le rughe, le occhiaie, le smagliature ecc., come se fosse un crimine mostrare questi aspetti naturali, naturalissimi, dei nostri corpi. Come se le occhiaie fossero il male, come se la cellulite fosse un crimine.

Bisogna iniziare a pensare ai nostri corpi come degli strumenti, certo bisogna averne una certa cura, ma per mantenerli EFFICIENTI, e non per renderli belli, luccicanti, lisci, sensuali. Per mantenerli in salute e non per sessualizzarli. Tutti i nostri corpi sono normali e naturali. Tutti.

Bisogna riscoprire il piacere di mangiare senza sensi di colpa e di fare sport perché ci fa sentire bene, aiuta a produrre endorfine e ci fa socializzare o stare a contatto con la natura, non perché ci fa bruciare tot calorie. So di persone che scelgono di fare determinati sport solo perché hanno letto che fanno bruciare più calorie di altri e non perché gli piacciono e vanno in palestra maledicendosi e odiandosi. Non va bene ragazze, non va affatto bene.

Non fate diete perché, ve lo dico per esperienza personale, vi porteranno a pensare tutto il giorno al cibo, vi renderanno nervosi, irascibili, vi faranno perdere il piacere di stare in compagnia e di uscire. Se smetterete di essere ossessionate dai vostri corpi, vedrete che le cose andranno meglio. 
Non c'è una formula magica per arrivare a sentirvi bene nei vostri corpi, bisogna riflettere, approfondire. Magari potete cominciare guardando questo documentario, dà tanti input.

P.S.: no, non sono pagata da #Netflix, ma vista la pubblicità che gli sto facendo, forse potrebbe anche darmi qualcosina. :-D

giovedì 23 agosto 2018

She's beautiful when she's angry


Ogni tanto qualcuno o qualcuna mi chiede: ma cosa intendi per femminismo radicale, ha ancora senso oggi parlare di femminismo, o anche, cos'è esattamente il femminismo, perché chiamarlo femminismo, non possiamo parlare semplicemente di rispetto per tutti, uomini e donne?

FB è un spazio dove le discussioni non si possono approfondire più di tanto. Quando ci si azzarda a scrivere un post un po' più lungo spesso non viene nemmeno letto, o, peggio, viene letto di corsa, saltando paragrafi, fermandosi al titolo, così si creano fraintendimenti e distorsioni di pensiero. Su FB si possono dare suggerimenti, consigli di lettura, di visioni di film e poi, chi vorrà, approfondirà. Nei blog le cose non sono tanto diverse, i post lunghi non riscuotono la dovuta attenzione.
Parlando di prostituzione ho suggerito il libro di Rachel Moran, parlando in generale di femminismo radicale ho suggerito di recuperare le scrittrici degli anni sessanta e settanta, quelle che hanno dato vita alla cosiddetta seconda ondata del movimento femminista, ossia quella che ci ha permesso di arrivare dove siamo oggi, anche se stiamo facendo dei passi indietro.

Oggi vi consiglio, a tal proposito, un interessante, commovente, e ben fatto (anche se per forza di cose riduttivo) documentario proprio sul movimento femminista degli anni sessanta. Lo trovate su Netflix e si intitola "She's beautiful when she's angry".

Composto da filmati di repertorio dell'epoca, con tanto di interviste a donne che hanno fatto la storia del movimento negli Usa - tra cui anche la Firestone e la Millet - intervallate a interviste delle stesse donne oggi, narra l'origine del movimento, la sua formidabile ascesa nel giro di poco tempo con gruppi che fiorivano in continuazione, si univano e facevano rete e quindi i tanti aspetti e le varie forme di organizzazione della lotta fino all'ottenimento di alcune leggi, come quella sulla legalizzazione dell'aborto.

Due cose mi hanno colpito e di una faccio tesoro anche per quanto riguarda la lotta per la liberazione animale: noi siamo spesso portati erroneamente a pensare che i cambiamenti sociali avvengano per una sorta di evoluzione naturale. Come se ci fosse una sorta di giusnaturalismo, ossia che le leggi, la storia ecc. non fossero frutto di battaglie concrete e di uno scontro dialettico tra oppressi e oppressori, ma fossero cambiamenti naturali al pari di quelli climatici. Questo anche perché i libri di storia tacciono e non riportano nel dettaglio la storia di questi movimenti radicali. Per esempio riguardo le battaglie femministe si citano giusto le suffragette, con pochi cenni storici. Molti e molte non sanno nemmeno che è esistita una storia del femminismo. O lo sanno per grandi linee. Ebbene, non è così: la lezione che ci danno le nostre sorelle attiviste del passato è che ogni diritto che è stato ottenuto è stato il frutto di una rivendicazione radicale, di lotta, di attivismo organizzato e martellante. Queste donne, donne come noi, non rappresentanti politiche, non personaggi di spicco (anche perché all'epoca non avevano proprio la possibilità di occupare posti di rilievo), ma madri, sorelle, figlie, semplicemente donne appartenenti a ogni ceto e provenienti da varie realtà, semplicemente si sono messe in testa di fare la rivoluzione e l'hanno fatta. Hanno lavorato sodo, organizzato cortei (cui partecipavano decine di migliaia di persone), redatto volantini e testi, scritto libri, poesie, fumetti, manifesti, messo in piedi flash mob, presidi, fatto disobbedienza civile, interrotto conferenze. Interrompevano convegni, facevano disturbo, irrompevano negli spazi maschili, nei locali "solo per uomini", non avevano paura di dire la verità, di raccontare la loro oppressione, di chiedere le cose che gli spettavano. 
Le società cambiano perché qualcuno vuole cambiarle. Cambiano perché si fanno richieste radicali e si lotta per queste.
Oggi si usa il termine "radicale" e "estremista" in un'accezione negativa. Ma i diritti che abbiamo oggi li abbiamo proprio grazie a rivendicazioni e richieste radicali.

Nel vedere queste donne oggi noi sembriamo delle mollaccione. Dei fantasmi. Scriviamo su FB e va bene perché dire la verità, raccontare come stanno le cose è già rivoluzionario (e infatti guardate lo scalpore che ha suscitato il movimento metoo, semplicemente grazie a testimonianze di persone che finalmente hanno rotto il silenzio sulle molestie sul lavoro), ma dobbiamo anche ritrovare l'energia per confrontarci direttamente nei luoghi dove si esercita l'oppressione. 
L'oppressione si gioca ancora sul terreno del nostro corpo e allora noi dobbiamo tornare sulle strade con i nostri corpi; e così per gli altri animali, dato che la loro ribellione viene messa a tacere più facilmente perché non viene nemmeno raccontata, se non da noi.

La seconda cosa che mi ha colpito è che dobbiamo sempre vigilare sui diritti ottenuti perché essi sono rinegoziabili e possono essere revocati in qualsiasi momento, giacché spesso sono diritti ottenuti grazie a riforme e richieste pressanti, ma che non hanno modificato sostanzialmente la struttura patriarcale della società. Spesso sono contentini che chi detiene il potere ha concesso per mettere a tacere le istanze più radicalmente rivoluzionarie. Come dice un'attivista a un certo punto nel documentario, noi non vogliamo soltanto avere qualcosa che hanno anche gli uomini, ma cambiare radicalmente le relazioni con gli uomini. "Non vogliamo un'altra ricetta, ma cambiare gli ingredienti." La dialettica dei sessi è politica perché abbiamo a che fare con un genere, quello maschile, che ha sempre oppresso e sfruttato un altro genere, quello femminile. Ed è ancora così, anche se in modo molto più subdolo e sottile.
Gli stupri sono un esercizio di potere, di dominio. Così i femminicidi. E anche la ribellione e denigrazione del movimento metoo lo è, una forma di potere perché molti uomini non voglio perdere i privilegi di poter continuare a trattare le donne come oggetti sessuali o da sfruttare sul lavoro di modo che a loro rimanga la fetta più grande. Molto uomini vogliono ancora le donne a casa perché così loro avranno più tempo libero per dedicarsi alla carriera e a coltivare i loro interessi. Molti uomini vogliono ancora esercitare il potere sui nostri corpi, lo vediamo con la continua richiesta di rinegoziare la legge sull'aborto. Non è così tra noi progressisti, oggi le cose sono cambiate, ma non ovunque, non nelle province, non nei paesi, dove pregiudizi e mentalità maschilista ancora prevalgono. Lo vediamo su FB. Un coacervo di misoginia, maschilismo e sessismo da spavento. Per non parlare delle nostre sorelle musulmane di cui il niqab o burqa o velo sono solo l'aspetto più evidente, la punta dell'iceberg: ci sono paesi teocratici in cui le donne sono schiave degli uomini. Non hanno spazio in società. Non lavorano, non guidano, non possono uscire da sole, vengono lapidate. Se questa non è oppressione di un genere sull'altro, cos'è? 
In occidente le cose sono diverse, ma solo apparentemente. Veniamo educate sin dalla nascita a spendere energie enormi per essere belle, sexy, seducenti. Non siamo ancora considerate pienamente come individui, ma solo come madri o mogli o oggetti sessuali. Veniamo educate a coltivare sottomissione, gentilezza, accondiscendenza, bellezza, sensualità. Ci dicono come dobbiamo essere, vestirci, sorridere, pettinarci, truccarci per essere sexy.
Direi che è ora di scalzare il mito della bellezza.

Guardate il documentario per capire meglio cosa significa essere femministe, quanta strada abbiamo fatto, ma quanta ancora dobbiamo fare perché oggi la nostra oppressione è più subdola, meno evidente, ma esiste ancora. E continuerà a esistere finché esisterà l'industria del porno, la prostituzione, le molestie sul lavoro e per strada, gli stupri, i femminicidi, l'ignoranza sul proprio corpo, il doppio standard con cui si giudicano i comportamenti maschili e femminili, i linguaggio discriminante e sessista, l'oggettificazione sessuale e finché continueranno a essere rimesse in discussione le leggi sull'aborto e finché continueranno a esistere i valori che formano la società patriarcale, i tanti miti sulla femminilità e l'educazione differenziata di genere e tanto altro ancora. Finché uomini e donne non saranno realmente considerati come pari, in ogni aspetto della loro esistenza, nel privato, così come sul lavoro. Finché continueranno a dirci che dobbiamo essere belle e sexy.

Io sono bella quando sono arrabbiata. E ho tutto il diritto di essere arrabbiata.

mercoledì 22 agosto 2018

Morris from America: una lettura critica femminista


Film di formazione che racconta le difficoltà del tredicenne Morris ad ambientarsi in Germania, dove si è da poco trasferito con il padre. Conosce Katrin, se ne innamora e lei l'aiuterà a esprimersi e a coltivare il suo talento di rapper. Questo recita la sinossi. Proviamo a analizzarlo.

Lettura critica da un punto di vista femminista: a un certo punto vediamo che Morris si allena a rappare dei versi che ha scritto di suo pugno, ma riproponendo gli stessi contenuti di alcuni rapper famosi. Versi misogini che parlano di "troie scopate a due a due per dieci euro e 99". L'insegnante di Morris per caso li legge sul suo quaderno e preoccupata per i contenuti misogini va a parlare con il padre. Il padre, anziché ringraziarla per averla avvisata, le dice senza mezzi termini di farsi gli affari suoi (come se la misoginia non fosse una questione sociale, ma personale) e poi, dopo averla liquidata senza tanti fronzoli, chiama Morris e gli fa un ben discorsetto. Peccato che il discorsetto non verta affatto sulla stigmatizzazione della misoginia, bensì ruoti attorno a consigli paternalistici su come scrivere versi più personali e incentrati su vicende vissute anziché appropriandosi di storie altrui. A un certo punto dice: se tale rapper famoso parla di aver scopato due troie insieme va bene perché lui l'ha fatto veramente, sta raccontando la sua storia, mentre tu non sai cosa si provi a scoparsi due troie e quindi non saresti credibile, non si percepisce autenticità.

Beh, evidentemente per il regista il problema non è parlare in un certo modo maschilista e oggettificante delle donne, ma parlarne soltanto se certi fatti sono avvenuti realmente. Il problema è quello della verità nell'arte e non la misoginia.

Ci sono poi alcune frasi sprezzanti di Morris nei confronti dei suoi coetanei tedeschi, li definisce più volte cazzoni tedeschi, comportandosi con aria di superiorità. Ora, vero che nel film questi coetanei si comportano un po' da cazzoni, tuttavia non è che son tali poiché tedeschi, ma perché adolescenti sciocchi e superficiali. Morris non è vittima di razzismo, anzi, tutti lo chiamano a partecipare ai giochi, vogliono farlo sentire parte del gruppo, è lui che rifiuta con sprezzo, tranne quando lo invita Katrin. Esaminiamo un attimo la relazione tra i due: Katrin è mostrata come una ragazzina provocante che si diverte a prenderlo in giro, anche se poi alla fine si capisce che lo sta soltanto aiutando a superare la difficoltà di inserirsi. Tuttavia Katrin è comunque sempre sessualizzata, vestita in modo provocante, con minigonne cortissime e top aderenti. La macchina da presa indugia frequentemente sulle sue labbra socchiuse. Il messaggio finale è che il sesso, o meglio, il desiderio del sesso, rappresentato in modo maschilista, ossia da un punto di vista di fantasie maschili assolutamente stereotipate, è uno strumento di formazione. Questo è vero, ma tutto dipende appunto da come viene rappresentato il desiderio sessuale e qui lo è in modo assolutamente fallocentrico. Katrin chiede a Morris se è vero che, essendo nero, ha un cazzo grande e il padre di Morris più volte pronuncia frasi che fanno riferimento alla grandezza del suo cazzo. A un certo punto dice proprio: "se il tuo cazzo continua a crescere dovrò pagargli l'affitto per continuare ad abitare qui" (scrivo "cazzo" e non pene perché nel film il linguaggio è esplicito e si usa il termine "dick"). Morris e il padre sono due fanatici del rap che si spalleggiano a vicenda facendo battute maschiliste e il bello è che il padre viene rappresentato come una persona che si preoccupa della felicità del figlio e di crescerlo bene. Ma il top è questa scena che descrivo ora: Katrin e Morris sono sull'autobus insieme, lei scende qualche fermata prima e dimentica un cardigan sul sedile, quindi, dall'esterno, fa cenno a Morris di prenderlo. Lui lo prende e lo porta a casa, lo annusa, come fosse una sorta di feticcio di Katrin - e di fatto lo è, come vedremo poi -, quindi prende un cuscino, ci infila dei pantaloncini nella parte inferiore e lo ricopre col cardigan in quella superiore. Con questo cuscino vestito che dovrebbe rappresentare Katrin, il suo corpo, mima un ballo. Fin qui, ok, potrebbe essere una cosa romantica. Dopo pochi secondi però passa in modo repentino e quasi violento a mimare un atto sessuale. Stringe con forza la parte che dovrebbe rappresentare il sedere di Katrin, lo palpeggia, lo manipola senza la minima grazia, poi infila le mani sotto al cardigan, palpeggia e stringe anche quelli che dovrebbero essere i seni, quindi riversa il cuscino-Katrin sul letto, la spoglia e, letteralmente, la scopa. In pratica sta mimando uno stupro giacché Morris mima soltanto quel che fa lui, ma non si preoccupa minimamente di mettere in scena il consenso di Katrin. Katrin, o meglio il suo feticcio/cuscino, è rappresentata come una bambola di gomma su cui sfogare l'eccitazione sessuale.

Altri particolari: l'insegnante di tedesco di Morris, la ragazza che si era preoccupata per i contenuti misogini trovati nel suo quaderno, gli comunica che presto lascerà la Germania per trasferirsi a New York dove vive anche il suo ragazzo. Subito Morris le chiede: "ti trasferisci per lui?". Lei, ripete, "e per me!". L'insegnante è l'unico contrappunto, molto modesto, al resto della misoginia e maschilismo espresso nel film. E non è presentata come un personaggio simpatico, ma un po' rompiscatole.

In conclusione: Morris ha tredici anni, la sua visione maschilista del sesso e delle donne sarebbe potuta essere stata corretta dal padre, se il regista e sceneggiatore, che sono la stessa persona, ossia Chad Artigan, fosse stato sensibile al problema, ma il personaggio del padre non si preoccupa minimamente di questo aspetto. Si preoccupa solo che suo figlio sia felice.

martedì 21 agosto 2018

Nocturama


Un gruppo di studenti si organizza per far esplodere diverse bombe in contemporanea in alcuni luoghi simbolo del cuore di Parigi. Più che un attacco alla cultura occidentale, ormai nel pieno della sua decadenza, un'anticipazione della sua fine, prossima e inevitabile. 
Il film è diviso in due parti: nella prima la macchina da presa segue i percorsi dei protagonisti che si muovono da un punto all'altro del centro della città per attenersi in modo scrupoloso al piano; più che persone, sembrano pedine su una scacchiera che si spostano secondo regole precise. La narrazione è affidata visivamente alla geometria dei loro corpi che si spostano nel tempo e nello spazio. 
La seconda parte li vede riuniti e asserragliati all'interno di un lussuoso grande magazzino dove dovranno trascorrere l'intera notte in attesa della riapertura dell'indomani per potersi mischiare al flusso dei clienti e poter così far ritorno alle loro case in tutta tranquillità.
Qui, in mezzo ai simboli del capitalismo, del lusso, della moda, ai manichini che indossano abiti firmati, sembrano prendere di nuovo vita mostrando paura, fragilità, vulnerabilità. 
Potremmo dire che, paradossalmente, tornano umani in una società che purtuttavia rifiutano e li rifiuta, ma che è anche l'unica in cui purtroppo riescono a orientarsi, a trovarsi a proprio agio. 
La tragedia che si consuma è solo l'ultimo atto di una morte già annunciata.

Girato molto bene, nella prima parte il regista, Bertrand Bonello, riesce a trasmettere la fredda alienazione dell'esecuzione di un compito che ha un valore più simbolico che strategico, mentre nella seconda sembra quasi di assistere alla mise en scene di vari quadri sul genere di quelli che abbiamo visto spesso comporre le opere del fotografo LaChapelle; nei grandi magazzini, rifugio dell'era post moderna, l'edonismo borghese prende vita in tutto il suo fulgore.

Tra manichini e persone non sembra più esserci molta differenza e bruciare i simboli della nostra civiltà in fondo significa bruciare se stessi. Ma era solo questione di tempo, come dice un personaggio esterno al gruppo, qualcosa che tutti, in fondo, aspettavamo.

Anche questo lo trovate su Netflix.

lunedì 20 agosto 2018

Layla M.


Come si diventa "soldati di Allah"?

Layla M., della regista olandese Mijke de Jong, racconta l'avvicinarsi di una ragazza di origini marocchine, nata e cresciuta ad Amsterdam, a un gruppetto di fondamentalisti. Il ripiegamento nella fede è inizialmente un modo per trovare un'identità di appartenenza, per stringersi tra persone, sorelle e fratelli, di una stessa fede e cultura, ma presto diventa un'esclusione dalla società e dalla sua famiglia.

Il pregio è la narrazione asciutta, il difetto è che forse è un po' troppo automatico. Il cambiamento di Layla è repentino, sia quando decide di sposarsi a un "soldato di Allah", sia quando si rende conto delle conseguenze delle sue scelte e non c'è un approfondimento politico e sociologico. 
La scena più bella è quella in cui Layla balla e ride insieme al suo novello sposo. Per un attimo vediamo due giovani spensierati e felici che si divertono insieme, alleggeriti dal peso del dogmatismo religioso. Per un attimo si arriva a pensare: forse l'amore, la voglia di stare insieme, di costruire qualcosa di bello li salverà, ma sarebbe stata una svolta drammaturgica fin troppo scontata e retorica, anche se bella. 
Nel film, la posizione delle donne reclutate all'interno di gruppi fondamentalisti appare comunque subordinata a quella degli uomini.

Riflessione: il fanatismo non è un qualcosa al di fuori della religione, è implicito in ogni fede e credo religioso. Questione di grado, non di contenuto. 

Lo trovate su Netflix. 

sabato 18 agosto 2018

Hollywood e il patriarcato


Ieri sera - non chiedetemi perché - ho visto un film stupido, Bridget Jones's Baby, credo sia l'ultimo uscito della saga uscita dalla penna di Helen Fielding. Per chi non conoscesse la storia, la protagonista è una single che combina pasticci e con qualche chilo in più (in più, secondo gli standard di Hollywood), ma comunque avvenente, intelligente brillante e, come ogni single che si rispetti in quel di Hollywood, in cerca del suo principe azzurro. Sì, siamo ancora così. Una donna può essere realizzata sul lavoro, con una bella carriera, una vita ricca di stimoli e passioni, ma se non trova l'amore della sua vita è comunque una sfigata. 
Quest'ultimo episodio ruota attorno alle avventure della protagonista che rimane incinta e non sa chi dei due uomini con cui è stata a letto sia il padre. Inizia con lei che festeggia il suo 43esimo compleanno, triste e sola, di nuovo single (nei due capitoli precedenti aveva sfiorato il coronamento dell'amore, ossia il matrimonio, ma per qualche motivo le cose non erano andate bene). Poi segue un falso spiraglio di luce, ossia lei che grazie a delle colleghe single ma meno piagnone si decide a vedere il lato positivo della singletudine, va a un festival di musica pop, si diverte un casino, si ubriaca e ha una nottata di sesso con un bel tipo (il divertimento secondo i canoni hollywoodiani). 
Qualche giorno dopo invece è invitata a un battesimo (e ci viene ricordato più volte che lei è chiamata a fare da madrina a tutti i figli delle sue amiche, già sposate e felici), lì incontra Darcy, l'amore della sua vita, quello di cui è sempre stata innamorata e con cui l'abbiamo vista prendersi e lasciarsi nei capitoli precedenti; Darcy adesso è sposato, però le fa capire che è ancora attratto da lei e insomma finiscono a letto. Qualche settimana dopo è incinta e non sa chi dei due sia il padre. 
Non voglio tediarvi ultimamente, per farvela breve lei li mette al corrente entrambi e entrambi le stanno vicino durante la gravidanza. Nel frattempo si scopre che Darcy in realtà ha divorziato e alla fine troverà il coraggio di dirle che l'ha sempre amata e che non importa di chi sia il bambino, resterà con lei.
Ora, siccome non bastava scrivere una sceneggiatura di una pagina e mezzo per ribadire quanto una donna single sia infelice e quando tutte abbiamo un principe azzurro là fuori che ci aspetta per salvare la nostra triste vite e darci tanti bei bambini, regista e sceneggiatori (tra cui anche l'attrice Ellen Thompson che ha una particina nel film) hanno pensato bene di rincarare la dose con qualche scena esilarante. Il tutto deve ovviamente essere funzionale a vendere al botteghino, quindi a rassicurare un pubblico medio sui valori che informano lo status quo delle nostre esistenze all'interno di una società patriarcale.
Dunque, quando entra in scena Darcy, avvocato rampante, sappiamo che sta difendendo un gruppo di ragazze femministe ree di aver fatto non si sa cosa, forse di essersi denudate durante una manifestazione. Il tema del femminismo è ridotto a un paio di slogan del tipo: la vagina è mia e simili o altri sulla castrazione del maschio (nessuna femminista vuole castrare il maschio in senso reale, ma semmai il potere che egli rappresenta e occupa all'interno della società). Le attiviste sono ridicolizzate, presentate come delle squinternate che non stanno lottando contro femminicidi, violenze, stupri e contro l'oggettificazione della donna e il ruolo ornamentale che le viene ritagliato, ma hanno come unico obiettivo quello di denudarsi in piazza e mostrare il seno urlando slogan privi di senso.
L'apoteosi si raggiunge sul finale. Abbiamo Bridget con pancione in stato ormai avanzato che dopo una serie di disavventure è rimasta fuori casa e Darcy che, guarda caso, si trova a passare da quelle parti e la trova seduta su degli scalini, accanto a della spazzatura rovesciata, zuppa di pioggia dalla testa ai piedi, col trucco sfatto e disperata. L'uomo sbuca dal nulla, in un momento di totale casino in cui lei, parlando al bambino dentro al pancione, ammette che proverà a fare del proprio meglio, ma che, ahimè, per il momento non è ancora riuscite a sistemare le cose (leggasi: sapere chi è il padre e sistemarsi) e, come un cavaliere senza macchia, rompe il vetro della porta e riesce a farla entrare in casa. A quel punto la abbraccia e le dice che ha sempre voluto lei, ma il momento è interrotto dalla rottura delle acque. Segue scena dell'accompagnamento in ospedale in stato di travaglio: trovano un veicolo di fortuna guidato da un italiano che gestisce un ristorante e consegna pizze e domicilio (sorvoliamo sugli stereotipi dell'italianità). A un certo punto il traffico è interrotto perché, udite udite, c'è un corteo femminista. Si sentono urla, slogan, si intravedono cartelli. 
Darcy cosa fa allora? Scende dal veicolo, fa scendere pure Bridget, la solleva e coraggiosamente la prende in braccio, come ci si aspetterebbe da un vero cavaliere. La scena è questa: sullo sfondo il corteo, urla e slogan che vanno a decrescere mentre la macchina da presa stringe sui due protagonisti, entra la musica, Darcy prende in braccio Bridget e si allontana in direzione opposta a quella del corteo. La scena è quasi al ralenting, fotografia soffusa, sfocata, i due protagonisti avvolti da un'aura di sentimentalismo e finta commozione, mentre dietro di loro le femministe urlano incarognite. 
Vi devo spiegare il messaggio? 
Ma non è mica finita! In ospedale cominciano ad arrivare i parenti, amici, colleghi di lavoro. Tutti trafelati e in ritardo perché anche loro sono rimasti bloccati dal corteo femminista. La madre di Bridget, indignata, pronuncia la seguente frase: "ma poi, noi donne, quali altri diritti dobbiamo conquistare ancora?". Per inciso, nelle scene precedente avevamo visto la madre concorrere per il ruolo di presidentessa di quartiere o simile, in stampo reazionario e conservatore, ma poi arriva Bridget e le suggerisce di aprirsi a famiglie omo, utero in affitto e italiani (si vede che a Londra, dove è ambientato il film, gli italiani sono discriminati), quindi il messaggio che passa è che la madre ora è diventata progressista e, da progressista quale è diventata, dice che non sono certo le donne a dover ancora lottare per dei diritti, vengono prima altre minoranze, tra cui (sic!) gli italiani. 
Il film si conclude con Bridget, un anno dopo, che raggiunge Darcy all'altare e tutti commossi perché finalmente anche lei non è più una zitella.

Ora, vi prego di credermi sulla parola, il film sarebbe anche esilarante, comico, divertente, se non fosse che il messaggio di fondo è serio. Cioè, mi spiego meglio, il film sarebbe divertente se fosse appunto comico. Ma non lo è. Si ride di Bridget e della sua imbranataggine, ma soprattutto si ride dei suoi tentativi di cavarsela perché è single. Si ride delle sue disavventure in quanto single che cerca l'amore. E il messaggio è che noi donne non abbiamo bisogno del femminismo, l'importante è inseguire l'amore, sposarsi e mettere su famiglia perché senza quello non sei nessuno. L'importante è trovare un principe azzurro pronto a intervenire per noi quando ci troviamo nei pasticci e siamo disperate perché si sa che noi donne senza uomini saremmo delle incapaci capaci solo di sprofondare in un baratro senza fine.
Altra nota dolente, come accennato sopra nel film si tocca pure il tema dell'utero in affitto e madri surrogate (c'è anche una scena del corso pre-parto in cui lei si presenta con i due uomini presunti padri e dice una roba come: sto facendo un favore a questi miei due amici che volevano tanto avere un bambino. E sì, perché farsi ingravidare, portare avanti una gravidanza e poi cedere il bambino è giusto un favoretto da niente), ovviamente in termini positivi.

Questo è Hollywood. Nulla di nuovo, direte voi. 
Però secondo me è anche peggio di quello che sembra.
Speriamo che il Metoo abbia scosso qualcosa dalle fondamenta.

P.S.: ogni tanto uno sguardo alla cultura pop è fondamentale perché per combattere il nemico bisogna anche conoscerlo. Non che nel cinema d'autore le cose vadano meglio, patriarcato e specismo sono radicati ovunque.

giovedì 16 agosto 2018

La non morte di chi non vive

Riflessione post ferragosto in seguito a una discussione in cui sono stata coinvolta durante una cena.

La maggior parte delle persone non considera gli altri animali soggetti morali e non tiene affatto conto dei loro interessi, ma solo dei propri. "Animale" è solo un concetto astratto che si sovrappone e confonde con quello di "natura"; nemmeno in opposizione a quello di umanità, ma proprio irrilevante, sullo sfondo. 
Ogni discussione con chi ha questa visione arriva inevitabilmente a un punto morto perché, semplicemente, non considerando gli animali come individui, non vedono la tragedia della loro morte.

Per costoro, come diceva Heidegger, gli animali non muoiono veramente perché in fondo nemmeno vivono, ossia non si riconosce il valore della loro esistenza. Sono enti riproducibili all'infinito, sono referenti assenti sul piatto in tavola, sono miti, leggende, storie, tutto fuorché quello che sono realmente, ossia individui che vogliono vivere le loro vite.

Sono amareggiata, ma non demordo.

mercoledì 8 agosto 2018

Come animali al macello


Vederli mentre stanno per varcare l'ingresso del mattatoio è un trauma che ogni volta si rinnova perché nel quotidiano noi comunque tendiamo a rimuovere questo pensiero, il pensiero che ogni momento vengono uccisi migliaia di individui senzienti per diventare salsicce, bistecche ecc.. Lo rimuoviamo altrimenti impazziremmo. Tendiamo anche noi a vederli come numeri. Poi invece quando sono lì, dal vivo, davanti a noi, li vediamo come individui singoli, ognuno con le proprie emozioni e carattere e questo, insieme all'impotenza di non poter far nulla sul momento, ci lascia annichiliti.

Il fatto che non si possa far nulla sul momento però non significa che siamo o dobbiamo restare sempre impotenti. Dobbiamo iniziare a pensarci come massa, seppur per il momento molto esigua, capace di lottare, contrastare, ostacolare, danneggiare la spietata macchina del dominio e del capitalismo che monetizza i viventi.

Quest'ultima frase mi conduce a un'altra immagine, ugualmente devastante. L'altro ieri, in un incidente, sono morti degli immigrati che stavano tornando da un campo dove erano stato condotti la mattina stessa per raccogliere i pomodori per qualche centesimo all'ora. La foto di queste persone tutte ammassate viene commentata così dai media: "Esseri umani trattatati come bestie verso il macello, ammassati, in piedi, senza nessun tipo di sicurezza e che vengono trasportati a bordo di mezzi vecchi, spesso anche rubati".

Non c'è differenza, se non nella diversa destinazione d'uso. Gli animali non umani vengono ammassati nei tir diretti al mattatoio per poi essere trasformati in prodotti. Gli immigrati venuti qui con la speranza di una vita migliore, in cerca di un riscatto, di un'esistenza degna di essere vissuta, vengono ammassati nei tir per poi essere schiavizzati per pochi centesimi. 
Il meccanismo di fondo che regola le loro esistenza è lo stesso: la monetizzazione. Sono corpi che il capitalismo vuole monetizzare e sfruttare fino all'ultima goccia di sangue o di sudore.
E anche loro, gli immigrati, tendiamo a vederli come numeri, mai come individui con una loro storia, una famiglia, un passato, la speranza di un futuro. 
Parliamo di questi fenomeni sociali, la questione animale, l'immigrazione, in astratto, troppo spesso dimenticando che abbiamo a che fare con persone, umane o non umane che siano.

sabato 4 agosto 2018

I miti attorno alla maternità

"Il capitalismo può benissimo permettersi di concedere alle donne di entrare nell'esercito, nella polizia. Il capitalismo è certamente abbastanza intelligente da permettere a un maggior numero di donne di fare parte del governo. Lo pseudo-socialismo può certamente permettere a una donna di diventare segretario generale del partito. Queste sono giuste riforme, come la Previdenza sociale o le ferie pagate. L'emanazione della legge sulle ferie pagate ha forse cambiato qualcosa nelle disuguaglianze del capitalismo? Il diritto delle donne di lavorare in fabbrica con paga uguale a quella degli uomini ha forse cambiato l'orientamento maschilista della società ceca? MA CAMBIARE TUTTO IL SISTEMA DI VALORI DI UNA SOCIETÀ, DISTRUGGERE I MITI CREATI INTORNO ALLA MATERNITÀ, QUESTO SÌ CHE È RIVOLUZIONARIO."

(Simone de Beauvoir - tratto da "Quando tutte le donne del mondo", raccolta di interviste, articoli, prefazioni ecc.).

P.S.: I caratteri cubitali delle ultime tre righe sono miei. Mi interessa "distruggere i miti creati intorno alla maternità". Non la maternità, che è una scelta, oggi, ma i miti intorno ad essa che ci inculcano nella testa sin da quando siamo bambine. I miti e gli stereotipi sulla poesia della gravidanza, allattamento e maternità in generale. Miti e stereotipi che hanno portato molte donne a sentirsi disperate e inutili se incapaci di procreare, che hanno portato all'aberrazione - prodotto del mercato capitalistico - dell'utero in affitto, che hanno portato molte donne a sentirsi pessime madri se non si annullavano per il proprio figlio. 
In generale trovo questo estratto attualissimo perché mette in guardia dagli errori di un femminismo che non sia radicale, che sia solo di facciata, riformista, ma incapace di mettere in discussione totalmente i valori della società patriarcale e l'oppressione e le condizioni svantaggiose in cui una donna si trova a vivere. Molta di questa oppressione è stata fondata anche sui miti intorno alla maternità. Il che non vuol dire, come ha asserito qualcuno, che la maternità non sia una condizione naturale, lo è, ma che a partire da qui è stata costruita una cultura funzionale a relegare le donne entro certi ruoli. Oggi, per fortuna, possiamo scegliere.