sabato 11 luglio 2020

Nessuno sa che io sono qui



Opera prima del regista cileno Gaspar Antillo, prodotto da Netflix e presentato al Tribeca Film Festival ad aprile di quest'anno, potrebbe essere un film bellissimo se non fosse per un particolare, ossia la caratterizzazione quasi idilliaca - e comunque normalizzata - del "lavoro" di allevare pecore per la loro pelle. Non è questo il focus della storia, ma è comunque parte della storia.

Jorge Garcia (diventato famoso per aver interpretato Hugo Reyes nella serie televisiva Lost, qui dimostra di essere anche un ottimo cantante) interpreta Memo, un ex bambino dalla voce meravigliosa che è stato sfruttato, e distrutto psicologicamente, dall'industria musicale e da un padre senza scrupoli che aveva accettato di vendere la sua voce mettendola al servizio di un altro ragazzino, dall'aspetto fisico più vicino ai canoni estetici richiesti per diventare una star, che si esibisce al suo posto e diventa famoso usando la voce di Memo in playback.

Il film inizia con Memo adulto che si è ritirato dal mondo (letteralmente e psicologicamente) e vive su un'isoletta dove appunto lavora insieme allo zio allevando pecore e conciandone le pelli. Non è un particolare. Le pecore vengono mostrate più volte attraverso una narrazione mistificante che vorrebbe dimostrare quanto siano trattate bene. Memo la mattina le saluta affettuosamente e in una scena interviene in soccorso di una che era rimasta incastrata con la testa sotto al cancello.
Si passa poi a scene in cui le pelli vengono riconsegnate a Memo e allo zio per essere conciate e lavorate.
Quindi praticamente la loro attività è quella di allevare e conciare pelli. C'è un'omissione importante: quella in cui le pecore vengono spedite al mattatoio e uccise.

Il personaggio di Memo è caratterizzato in maniera assolutamente positiva. Sulla fine viene rimarcato espressamente quanto il suo animo sia sensibile, quanto sia un vero uomo, buono, talentuoso, dalla voce meravigliosa ecc.

La sua caratterizzazione lo mostra come una persona vittima, traumatizzata dagli eventi di quando era bambino. Una persona sensibile, anche se irascibile e facile a perdere le staffe, ma è comunque un atteggiamento pienamente giustificato nell'economia della storia e alla luce del suo vissuto doloroso.
Tramite l'utilizzo dei flashback apprendiamo la sua storia passata e capiamo che trascorre le sue giornate tra il "lavoro" e i sogni ad occhi aperti in cui immagina di essere su un palcoscenico e di esprimere se stesso, dimostrando finalmente al mondo chi è, il suo talento, il vero corpo cui era appartenuta quella voce prodigiosa dei successi del passato. Nella realtà non parla più, si esprime a monosillabi solo quando non può farne a meno, in una totale rinuncia della sua voce.
La sera indossa abiti colorati e luccicanti che taglia e cuce da solo (entrando nelle ville altrui e rubando abiti) , chiuso nella sua stanza o in mezzo al bosco, indossa le cuffie per ascoltare la musica, chiude gli occhi e sogna.
Memo sa che il mondo ha amato la sua voce, ma non la sua persona, rifiutata dallo star system, non conforme ai canoni richiesti da un mondo votato all'apparenza.
È un personaggio che commuove, che suscita ammirazione, per cui facciamo il tifo sin dalla prime scene e per cui proviamo una sincera e profonda empatia. Siamo con Memo e speriamo in suo riscatto e proviamo malessere e disagio, accompagnati da un sentimento di ingiustizia, quando apprendiamo il modo in cui è stato usato dal padre e dall'industria musicale.
La storia procede poi con l'incontro di una ragazza a cui rivela il suo passato e la messa in modo di una serie di eventi che lo condurranno ad affrontare il mondo esterno e a confrontarsi con Angelo, il ragazzino che era diventato famoso con la sua voce e che ora è un motivatore, scrive libri e viaggia.

La connotazione assolutamente positiva del protagonista è profondamente funzionale all'accettazione di quello che fa sull'isola, ossia sfruttare le pecore e lavorarne le pelli. Memo è una vittima e la sua caratterizzazione lo mostra come tale, ma quello che non viene detto è che le pecore lo sono veramente, nella vita reale.

Peccato che un film così delicato e commovente sia anche manifestamente specista, violento, antropocentrico.

Il mio giudizio è diviso. L'estetica non può non tener conto dell'etica. Il fatto è che se anziché allevare e uccidere pecore, il protagonista allevasse e uccidesse bambini, avremmo avuto la storia di un serial killer con una bella voce; invece poiché "sono soltanto animali", abbiamo una storia di riscatto e guarigione.

Comunque io ve lo consiglio perché nonostante tutto, da un punto di vista formale, di narrazione, linguaggio cinematografico e significati complessivi (specismo a parte) l'ho parecchio apprezzato. Non so se potrebbe essere definito un musical anomalo, con elementi anche surreali, perché sebbene si senta soltanto un brano ripetuto più volte (e l'accenno di un altro), questo brano è comunque un elemento drammaturgico importante, che scandisce e fa procedere la narrazione e direi anche fondamentale per la comprensione del film. Il brano musicale è parte della sceneggiatura, della storia e il testo, che ascoltiamo interamente soltanto alla fine, aggiunge significato.

Jorge Garcia è molto bravo, intenso, capace di passare dalla goffaggine alla grazia in un attimo.

La consapevolezza dell'ingiustizia del modo in cui la nostra specie tratta e considera gli altri animali è uno sguardo sulla realtà talmente decisivo, rivoluzionario e radicale che a volte rende impossibile godere anche di un bel film, ma una volta aperti gli occhi non è più possibile chiuderli.

sabato 13 giugno 2020

Il mondo a misura degli umani è un mondo sbagliato

Ieri un ragazzino di circa undici/dodici anni stava tentando di prendere a calci dei piccioni che se ne stavano per i fatti propri. Nel mentre i suoi amichetti stavano lanciando sassi per scacciarne via altri in un altro punto.
Non lo stavano facendo ingenuamente, ossia per gioco, per divertirsi a farli volare via come a volte fanno i bambini più piccoli, ridendo, ma con un certo sadismo e cattiveria.
Ovviamente l'ho fermato e redarguito dicendogli che queste cose non si fanno, che gli animali vanno lasciati in pace perché hanno tutto il diritto di vivere e di stare al parco, esattamente come lui.
Mi ha guardata con aria di sfida, dicendomi: "Perché no? Mi davano fastidio!".
Gli ho risposto che, a fino a prova contraria, era lui che stava dando fastidio a loro, e non il contrario.
A quel punto è corso via, insieme ai suoi amichetti.
Avrei voluto continuare a parlarci, serenamente, farlo arrivare a comprendere perché aveva sbagliato, ma non è stato possibile.

La cosa che mi ha lasciata perplessa è stata l'incredibile tono di sfida con cui mi ha risposto, lo sguardo fermo, deciso, per niente intimorito o in imbarazzo; e poi ovviamente il fatto che stesse appunto prendendo a calci degli animali indifesi. I piccioni, fortunatamente, sono volati via, ma se ce ne fosse stato uno ferito che non avesse saputo volare? E se non fossero stati piccioni, ma altri animali?

Perché un ragazzino di undici/dodici anni compie dei gesti intenzionalmente violenti? Come sono percepiti i piccioni nella nostra società? I genitori cosa dicono? Cosa c'era dietro quel "mi danno fastidio"? E, se anziché una donna come me, fosse stato un uomo a fermarlo e redarguirlo, avrebbe reagito diversamente? Mi avrebbe guardato con gli stessi occhi di sfida e risposto male?
Perché nessun altro degli adulti presenti ha detto niente?

Specismo, maschilismo, indifferenza. Quante cose grandi per stare dentro a un bambino di undici anni. Concetti ed ideologie che vengono interiorizzati e fatti propri senza rendersene conto. Appresi per imitazione, trasmessi culturalmente.

L'antispecismo è proprio di questo che deve occuparsi, ossia di cambiare radicalmente il nostro rapporto con gli altri animali. Non soltanto dello sfruttamento industriale, che è soltanto un effetto di questo insano rapporto di dominio.

venerdì 12 giugno 2020

Persone normali che fanno cose orribili

La retorica del macellaio che sarebbe una persona normale che si trova a uccidere gli animali poiché costretto dalle circostanze, è, per l'appunto, retorica specista che ancora minimizza gli interessi degli altri animali.
Certamente è una persona normale, ma una persona normale che fa cose orribili, esattamente come erano persone normali i nazisti che uccidevano gli Ebrei nei lager, o che li deportavano o denunciavano alla polizia. Persone normali che fanno cose orribili. Ed è proprio questa la famosa banalità del male di cui parla la Arendt, una banalità che non va giustificata, minimizzata, scusata, pena il suo rafforzamento di una sua ulteriore normalizzazione.
L'antispecismo non è un'idea di salvezza e gentilezza verso tutti, ma una battaglia di liberazione degli altri animali dall'oppressione che subiscono nella nostra società per mano della nostra specie. Ci sono diversi gradi di responsabilità condivisa, e questi gradi vanno saputi riconoscere e distinguere; così come bisogna ben distinguere gli attori in gioco. Gli altri animali sono le vittime assolute; i consumatori sono i mandanti, talvolta consapevoli, altre semplicemente indifferenti; i macellai, allevatori, vivisettori ecc. sono gli esecutori materiali.

Parlare di antispecismo significa mettere al centro del discorso gli altri animali, riconoscerli come categoria di viventi oppressa e lottare per la loro liberazione. Introdurre altre soggettività, che saranno pure oppresse in altri campi, ma che nei confronti degli altri animali sono comunque oppressori, significa minimizzare la specifica forma di oppressione che va sotto il nome di specismo; significa finanche negarla o occultarla per dare spazio e voce ad altri.

Deresponsabilizzare significa accettare, normalizzare, minimizzare.

venerdì 5 giugno 2020

Stessa mano


La mano di chi ha offerto all'elefantessa incinta un ananas pieno di esplosivi facendole esplodere bocca e stomaco e portandola a un'orribile morte è la stessa di chi stabilisce una differenza tra la nostra specie e le altre, legittimando allevamenti, sfruttamento, una diversa considerazione morale.
La linea che separa l'apparente sadismo di un gesto dalla normalizzazione dei mattatoi è davvero sottile.

Qui il fatto: https://bit.ly/30bJQuj

mercoledì 3 giugno 2020

Come animali

L'espressione "come animali" per definire un comportamento violento e orribile è veramente stupida e priva di senso.

Innanzitutto vorrei chiedere a chi ne fa uso: "quali animali, per l'esattezza?Ti riferisci, che so, al polpo, alla formica, alla gallina, al coniglietto? O a chi?".

Lo specismo comincia dal linguaggio: nell'atto stesso di riunire una moltitudine di specie e individui diversi in un unico termine cui associare una valenza negativa risiede il fondamento costitutivo della violenza, la radice che annienta il valore della diversità.

lunedì 25 maggio 2020

Dimmi che mascherina indossi e ti dirò chi sei

Indossare la mascherina anche quando non c'è bisogno, tipo quando si va in bici o in motorino o in auto da soli, o quando si cammina, sempre da soli, in un parco o in una strada poco frequentata, è diventata una norma non scritta (difatti non c'è mai stato l'obbligo di indossarla all'aperto) cui tutti si stanno via via adeguando. Dev'essere così che un'azione, un comportamento, un gesto diventano normali, e perfino trendy, quando semplicemente "li fanno tutti", anche se assurdi, privi di senso, anche se, a volte, persino sbagliati. L'adesione a ciò che fanno gli altri, il sentirsi parte di una comunità, il conformismo, il non voler apparire diversi.
Poco importa poi che il gesto non abbia alcun senso (la maggior parte delle mascherine non è nemmeno minimamente efficace contro il virus, peraltro molte sono di stoffa, in materiali che non garantiscono nessuna protezione e aggiungo che sta nascendo tutto un business intorno ad esse, ormai sono in vendita ovunque, nei negozi di abbigliamento, accessori e simili, presto le vedremo in mano ai venditori ambulanti insieme agli accendini e collanine), quel che conta è il suo valore apotropaico, il significato sociale che gli si attribuisce, lo sbandierare la propria partecipazione a questo rito.
C'è chi la sceglie della fantasia che più preferisce, chi la abbina ai vestiti e al colore degli occhi, chi coglie l'occasione per lanciare uno slogan o il simbolo della squadra del cuore; una gara a chi ce l'ha più originale, e chissà, anche di ostentazione sociale perché tra un po' vedremo mascherine firmate Louis Vuitton o Chanel. Un po' come le magliette con le scritte, sono certa che presto vedremo mascherine con frasi simpatiche, divertenti, la nuova frontiera del selfie.

L'oggetto mascherina ormai sta vivendo una vita propria, slegato dall'uso originario (che appunto è necessario e obbligatorio solo in alcuni contesti quali luoghi chiusi o di eventuale assembramento), è appunto un simbolo, un feticcio o, semplicemente, una moda.

sabato 23 maggio 2020

La retorica dell'intensivo


Ormai sembra diventata un luogo comune, non si fa in tempo a menzionare lo sfruttamento degli altri animali che immediatamente l'interlocutore di turno ti preavvisa che lui è contrario alla modalità intensiva, ma di tutto, eh, si precipita a chiarire, anche della coltivazione dei vegetali e della soia, e quindi aggiunge, è anche per questo che non diventerà mai vegano perché gli estremismi non vanno mai bene. E spesso è proprio in questi termini che argomentano persino filosofi e intellettuali (o sedicenti tali).

Chiariamo due punti fondamentali: uno, è quello che ormai ripeto in ogni post e cioè che ciò che va messo in discussione e si deve combattere è lo specismo, ossia tutto quell'insieme di pratiche e di narrazioni simboliche a supportarle che opprimono, schiavizzano e uccidono gli altri animali e quindi non si fa differenza tra un modello o meno di allevamento, in quanto ogni tipo di allevamento considera e usa gli altri animali solamente in funzione del profitto e del prodotto che se ne può ottenere e non li rispetta in quanto individui. Essere riconosciuti come individui implica il riconoscimento di qualcuno in quanto soggetto della sua stessa vita e non in quanto oggetto di proprietà da usare per trarne profitto. Per questo motivo nessun tipo di allevamento può dirsi etico o giusto.

Il secondo punto (a cui una persona veramente informata potrebbe arrivare benissimo da sola) che comunque va chiarito - anche se non riguarda l'antispecismo, bensì l'ecologia e l'ambiente - è che le coltivazioni intensive di soia sono destinate a ingrassare proprio quegli animali che ci si ostina a voler continuare a considerare prodotti, quindi non sono coltivazioni ad uso e consumo delle persone vegane, (che comunque sono ancora una minoranza); se la popolazione intera diventasse vegana ci sarebbe molto, ma molto meno consumo di soia e vegetali perché ovviamente sfamare direttamente una persona umana comporta un quantitativo parecchio minore di assunzione di vegetali rispetto a quanto ne serve per ingrassare un bovino.
Inoltre non è affatto necessario mangiare soia se si diventa vegani, anzi, molte persone vegane ne sono allergiche o intolleranti e la escludono totalmente dalla loro alimentazione. L'equazione vegani=mangiatori di soia è falsa. La soia è un alimento antichissimo consumato in Oriente, non è certo una prerogativa dei vegani.

Non mi sembra comunque giusto mettere sullo stesso piano la coltivazione di un vegetale, nello specifico la soia, e gli allevamenti degli animali. La coltivazione di un vegetale infatti, al massimo può avere effetti impattanti sull'ambiente, ma non danneggia il vegetale stesso; non produce un danno a un essere senziente. Invece gli allevamenti, a prescindere dal loro impatto sull'ambiente, provocano danni diretti agli altri animali e questo è il motivo dirimente per cui dovremmo scegliere di non mangiarli.

Foto: Jo-Anne McArthur / We Animals

giovedì 21 maggio 2020

Quegli apprezzamenti non richiesti che sono molestie a tutti gli effetti

Stamattina stavo aspettando Andrea sotto casa, a un certo punto dal portone esce un corriere che aveva fatto una consegna al piano terra, un uomo di circa 60 anni. Mi vede, mi squadra da capo a piedi con espressione viscida, e poi mi dice "ciao, lo sai che sei carina, complimenti!" e si allontana continuando a guardarmi con occhi languidi, sorridendo in modo ambiguo e passandosi la lingua sulle labbra. L'apprezzamento e la gestualità mi hanno colto di sorpresa e infastidita e lì per lì non sono riuscita a rispondere, completamente paralizzata. Poi dopo un attimo ho trovato il coraggio e l'ho richiamato, dicendogli, molto arrabbiata, "ehi, tu, guarda che non sono una bambola, né un oggetto, ma una persona sconosciuta e rivolgere apprezzamenti a una persona sconosciuta è una molestia".
Mi sono sentita fiera di me per aver trovato la forza di reagire perché in passato ho sempre subito questo genere di molestie verbali, ossia apprezzamenti non richiesti da parte di sconosciuti, anche molto più pesanti, con chiari riferimenti a precise parti del corpo, ma allo stesso tempo mi sono anche innervosita, mi ha ribollito il sangue, non ci ho visto più.

Voi uomini dovete smetterla di considerare le donne come oggetti da ammirare e a cui potersi rivolgere come se fossimo tutte bamboline felici di ricevere le vostre attenzioni. Non ci fa piacere essere squadrate, guardate, divenire oggetto di apprezzamenti e di sguardi vogliosi. No, per niente! Chi lo fa è un molestatore. Le molestie verbali per strada, in inglese racchiuse sotto il termine di "catcalling" sono molestie a tutti gli effetti.

Per favore, non venite a scrivermi "ma non tutti sono così" perché questo lo sappiamo, ma quello che voi invece dovete sapere è che tacere è acconsentire e che voi per primi dovete prendere le distanze dagli altri uomini che si comportano così, stigmatizzando simili comportamenti.

Penso che a molti queste mie affermazioni potranno sembrare esagerate, eppure questi comportamenti da parte degli uomini, reiterati e spacciati per normalità, alla lunga stressano e ti fanno sentire inferiore, poco considerata, notata solo per il tuo aspetto fisico, e tutto ciò lavora sotterraneamente per minare l'autostima alla radice. È anche difficile rendersene conto, io ci ho messo anni, per me la scoperta del femminismo è stata una scoperta di me stessa, un enorme lavoro su me stessa. 

Sempre sulla cultura specista


Devo ancora leggerlo e sarà sicuramente una bella storia, ma intanto una prima osservazione a caldo sul linguaggio specista di questo ultimo romanzo breve di McEwan che è una satira politica in cui all'innocuo insetto sono attribuite tutte le caratteristiche negative del caso.
Per narrare le nefandezze, la stupidità, la brama di potere che contraddistinguono le azioni di alcuni esseri umani si tirano in ballo sempre gli altri animali i quali, culturalmente, rappresentano già un insieme negativo di riferimento cui attingere. Questo è specismo. Lo sfruttamento degli animali si regge su quello simbolico, ha cioè bisogno di una cultura e di un immaginario condiviso per poter essere giustificato. Quindi combatterlo, anche a partire dal linguaggio - e dalle metafore, allegorie, analogie - è importante.

domenica 17 maggio 2020

Specismo e linguaggio


Ogni volta che ricorriamo a termini di altri animali per insultare e denigrare qualcuno rafforziamo lo specismo, ossia la visione interiorizzata della loro inferiorità.
Ogni tipo di oppressione e sfruttamento ha infatti bisogno di un universo di simboli e di un linguaggio che possano giustificarli e su cui si possano reggere, così come di pregiudizi, credenze e tesi definizionaliste (cioè che apparentemente non richiedono bisogno di spiegazioni e di dimostrazioni).
Lurido maiale, stupido come un asino, matto come un cavallo, verme ributtante, viscido come un rettile, scema come un'oca, troia, vacca, ratti schifosi, ti schiaccio come un lurido scarafaggio, porco, maiale, sei una bestia, sono soltanto animali, ma anche ammassati come beste, che gallina cretina, sei una capra, trattati come animali e tante altre sono espressioni che abbiamo sentito mille volte per offendere un politico che non ci piace, una donna, una persona che ha commesso un crimine, o per descrivere una situazione che riteniamo inappropriata per noi umani, ma normale e naturale per gli altri animali.
Tutto ciò, sentito e ripetuto mille volte sin da quando siamo bambini, quindi in un'età in cui non si ha la capacità di mettere in discussione la società e quello che gli adulti dicono, è entrato nel nostro inconscio e si è radicato contribuendo a rafforzare una visione negativa degli altri animali.
Tutto ciò nutre e dà forza allo specismo.
Cerchiamo di prestare attenzione quando parliamo, di evitare alcuni luoghi comuni e di rinnovare il linguaggio inventando nuovi modi dire; è possibile e anche divertente.

Foto: Jo-Anne McArthur / We Animals

mercoledì 13 maggio 2020

Specismo interiorizzato


Nell'immaginario comune chi si occupa degli altri animali viene dipinto come una persona che non ha di meglio a cui pensare e che sta sprecando il proprio tempo per una questione di secondaria importanza tralasciandone altre che invece sarebbero più importanti.
Questo pregiudizio è sempre un effetto dello specismo che stabilisce che alcuni soggetti contino meno di altri e di conseguenza anche chi si occupa di antispecismo si starebbe dedicando a qualcosa di minor valore.
Purtroppo è un effetto spesso interiorizzato anche dagli attivisti stessi per cui molti si sentono in dovere di giustificare il loro impegno in difesa degli altri animali dimostrando gli effetti negativi dello specismo sulla nostra stessa specie. Non di rado infatti si sente dire che praticare violenza sugli animali sarebbe una palestra di violenza anche sugli individui della nostra specie, in questo modo mettendo in secondo piano la gravità del danno diretto sugli animali; questo modo di argomentare non rende giustizia all'importanza della lotta antispecista e non mette al centro del discorso le vere e uniche vittime; è un atteggiamento simile a quello di alcune femministe quando per farsi ascoltare dagli uomini dicono che la cultura maschilista e patriarcale danneggia anche loro (gli uomini). Sì, certamente, ma il femminismo nasce come lotta contro l'oppressione delle donne e così allo stesso modo l'antispecismo nasce per combattere l'oppressione degli altri animali e non i danni collaterali che noi, come specie umana potremmo ricevere sfruttandoli. Ragionare in questo modo significa mettere ancora una volta i nostri interessi al centro e quindi rafforzare l'antropocentrismo e lo specismo.
Altre volte ci si premura di definirsi impegnati a 360 gradi pure su altri fronti per legittimare il proprio ruolo di attivisti, come se ci si vergognasse quasi di dire che si è attivisti per la liberazione animale.

A nessun attivista impegnato su altri fronti (per i diritti umani, o delle donne, o dei bambini ecc.) viene chiesto di dimostrare di essere impegnato a 360 gradi; succede solo a chi si occupa degli altri animali perché alle loro esistenza ancora non abbiamo imparato a dare il valore che meritano.

Siate orgogliosi e fieri di combattere per gli ultimi della terra. Ditelo ad alta voce, a testa alta: io sono un attivista per la liberazione animale.

Foto: Jo-Anne McArthur / Oikeutta Eläimille (allevamento in Finlandia)

giovedì 7 maggio 2020

Sulla cultura misogina

Noi donne, a causa della cultura misogina e patriarcale, abbiamo talmente interiorizzato un'ossessione per il nostro aspetto esteriore e siamo state talmente condizionate dalla paura di poter essere giudicate che addirittura si è sentita l'esigenza di creare gruppi e pagine dal titolo "donne che hanno deciso di abbandonare il colore artificiale e farsi ricrescere il loro naturale" presentando il tutto come se fosse un atto eroico o comunque degno di rilievo.
Supereroine che osano sfidare il pensiero comune e si mostrano in pubblico con la ricrescita e i bianchi. Il tutto sarebbe comico se non fosse tragico. In effetti solo una minoranza decide di non tingerli perché il resto non ce la fa a sostenere o sfidare i giudizi cattivi di ambo i sessi, da parte di donne e uomini; e sì, perché purtroppo le prime a cadere nella trappola della perfezione estetica siamo proprio noi.
Il caso delle critiche rivolte di recente alla giornalista Giovanna Botteri riguardanti il suo aspetto ne sono la prova.

Non esiste un equivalente al maschile perché i capelli bianchi negli uomini sono accettati da sempre e nessuno pensa che un uomo che non si tinge sia sciatto.
Alla base vi è un pregiudizio maschilista. Il bianco non piace perché è simbolo di età matura, ma mentre l'uomo maturo è ritenuto ancora più affascinante perché saggio, con esperienza ecc., le donne, considerate oggetti sessuali o comunque esistenti per soddisfare e compiacere i desideri maschili, devono essere eterne ragazzine, giovani, fresche.

Se impiegassimo a studiare o a fare quello che ci piace al posto delle ore trascorse al bagno a farci belle, dal parrucchiere o nei centri estetici forse saremmo più soddisfatte.
Demandiamo la possibilità di essere felici o meno alla risposta che ci dà la bilancia o alla piega dei capelli e questo è folle. Ci mette in una posizione di svantaggio perché impieghiamo risorse, tempo, energie in cose di questo tipo mentre gli uomini continuano e prendersi il mondo.

Mi dicono che in TV in questo periodo si parlava dei disagi dovuti al lockdown e tra questi appunto l'impossibilità di farsi i capelli. Sul tema ovviamente venivano intervistate le donne, mica gli uomini. Gli uomini al solito vengono interpellati per parlare di politica, economia, scienza.

Quant'è volte abbiamo sentito dire, con una punta di disprezzo, "cose da donne", intendendo per l'appunto discorsi su trucco e capelli, vestiti ecc.?

Ora, vorrei che si riflettesse sul fatto che non è stupido volersi truccare o farsi i capelli, ma lo diventa se viene considerato un dovere per conformarsi a ciò che la società dice e pensa sulle donne. Lo diventa se non aver voglia di farlo ci fa sentire insicure o giudicate, ci fa diventare oggetto di bodyshaming e addirittura viene ritenuto sintomo di depressione.

Se penso alle volte che mi sono sentita dire: "ti vedo un po' trascurata, prima ti curavi di più" e avrei dovuto rispondere, "ho fatto cose più importanti come studiare o divertirmi", anziché sentirmi a disagio, mi prende una gran rabbia.

Io sono dovuta arrivare a 50 anni per capire alcune cose, ma voi non aspettate perché si vive una volta sola e il mondo non vi aspetta.

mercoledì 6 maggio 2020

Bambini e animali


Bambini e animali, un binomio di cui si parla spesso, a volte in modo retorico, a volte appellandosi al diritto dei primi per giustificare lo sfruttamento dei secondi.
Il detto che i bambini amino gli animali in molti casi è vero perché i bambini sono curiosi, privi di pregiudizi, sicuramente attratti da individui diversi da loro e soprattutto non hanno ancora interiorizzato gli "insegnamenti" della cultura specista; però apprendono anche per imitazione dei genitori e se un genitore mostra disprezzo o repulsione verso gli animali o addirittura li uccide, è probabile che anche i bambini si convincano che sia giusto così. La loro sensibilità e empatia potrebbe venire presto soffocata e repressa e impareranno che avere una considerazione morale degli altri animali diversa da quella che riserviamo ai nostri simili sia la cosa giusta da fare.

C'è poi tutto un enorme discorso da fare in merito a quelle strutture di reclusione dove gli animali sono tenuti prigionieri: zoo, acquari, zoomarine; quelle in cui sono domati e schiavizzati: maneggi e circhi; quelle in cui sono sfruttati per le loro carni, latte, miele e uova: le fattorie didattiche.

Gli adulti portano i bambini in queste strutture per fargli vedere e conoscere gli altri animali, ma queste due motivazioni sono entrambe sbagliate poiché derivano da una concezione specista che considera gli altri animali al pari di oggetti da ammirare per soddisfare la nostra curiosità.
Gli altri animali invece sono individui e con gli individui al massimo ci si può relazionare, quando possibile, tramite incontri spontanei e non forzati o al massimo guardando dei documentari che li ritraggono liberi nel loro habitat naturale.
Quelli che pensano poi di conoscere dietro alle sbarre non sono nemmeno gli stessi individui che potrebbero incontrare in natura, ma sono prigionieri psicologicamente distrutti che si comportano in modo del tutto poco conforme a quelli che sarebbero i loro comportamenti in natura.

Immaginate una specie aliena che prenda alcuni umani e li rinchiuda dentro una stanza dalle pareti di vetro e poi li osservi per capire chi sono, come si comportano ecc.; cosa capirebbe di noi, privati degli stimoli, delle nostre necessità, delle nostre relazioni e affetti, prigionieri, incapaci di apprendere, di conoscere il mondo e la realtà al di fuori? Come saremmo?

Se pensate che gli altri animali seguano solo l'istinto, vi sbagliate. Questo è un pregiudizio. Liquidiamo con istinto tutti quei comportamenti che invece, se attuati da noi, definiamo cultura o intelligenza. Anche le altre specie hanno la loro cultura, si trasmettono informazioni e conoscenze. E questo in cattività non può avvenire, così come non avverrebbe se i prigionieri fossimo noi.

Il grande inganno semantico e cognitivo che avviene poi in queste strutture è quello di far credere che esista "il leone", "il delfino", "la tigre", cioè di considerarli esemplari intercambiabili al pari di un'automobile. Ogni animale è invece un individuo unico con caratteristiche etologiche di specie specifiche, ma un carattere proprio che gli deriva in parte dall'esperienza (che però in questo caso gli viene negata), in parte da geni unici.

Portare i bambini in queste strutture li abitua soltanto a percepire gli altri animali come esseri inferiori da guardare, domare, usare per soddisfare i nostri capricci. In pratica li abitua a considerare normale il dominio, la schiavitù, la violenza. Ciò che si apprende è lo specismo. Una delle peggiori forme di razzismo che produce crimini e violenze inenarrabili.

Se volete far conoscere gli altri animali ai vostri bambini, insegnategli a rispettarli perché non vi può essere vero incontro, vera relazione e vera conoscenza dell'altro senza rispetto. Se non c'è rispetto è dominio.

Foto scattata allo zoo di Roma. Non è un incontro, ma un atto di arrogante dominio in cui c'è un soggetto che guarda, pagando, e un individuo prigioniero sottratto al suo habitat, privato della possibilità di fare esperienza del mondo, di avere un'esistenza degna di essere vissuta.

lunedì 4 maggio 2020

Convinzioni insostenibili

L'antispecismo si oppone alla discriminazione morale degli altri animali e svela l'insostenibilità e validità delle argomentazioni che vorrebbero giustificarne lo sfruttamento.
In quanto tale è un'idea che combatte anche l'antropocentrismo, ossia la convinzione - sostenuta anche dalle religioni monoteiste - che considera la nostra specie al di sopra di tutte le altre e i suoi interessi superiori a quelli delle altre specie; stabilire cosa sia venuta prima, se la discriminazione morale e poi la schiavitù, oppure prima la schiavitù e poi la creazione di un sistema di credenze atta a giustificarlo, non ha alcuna importanza, dal momento che oggi di fatto cause ed effetti sono strettamente concatenati e che lo specismo si trasmette di generazione in generazione attraverso l'inculturazione.
Quello che è importante è mostrare l'invalidità delle argomentazioni che sostengono lo specismo e l'assurdità dell'antropocentrismo. Ritenerci la specie più intelligente o più evoluta non ha alcun senso da un punto di vista proprio evoluzionista e dalla prospettiva delle conoscenze scientifiche che abbiamo sull'universo.

In quest'ottica, cercare di sensibilizzare le persone presentandogli i danni collaterali che derivano dalle pratiche di allevare gli animali - danni quali deforestazione, desertificazione, consumo idrico elevato, inquinamento atmosferico e dei terreni, oppure malattie derivate dal consumo di alimenti di origine animale e zoonosi - non rientra nella lotta antispecista, ma al limite in quella ecologista o, per quanto riguarda la nostra salute, in quella di tutela appunto della nostra specie; è bene essere consapevoli che le tesi ecologiste e salutiste - i cosiddetti argomenti indiretti - non smuovono di una virgola la concezione specista degli altri animali, ma anzi, riguardano solo ed esclusivamente i nostri interessi.

Gli altri animali sono soggetti della loro vita e le loro esistenze non possono essere riducibili alla funzione di utilità che noi stabiliamo per loro in modo violento, oppressivo, dominante; non esistono "maiali da allevamento", "elefanti da circo", "delfini da acquario", "pets", "galline ovaiole", "selvatici patrimonio dello stato", "asini da tiro", "cavalli da corsa", "mucche da latte", "salmoni da allevamento", "cavie da laboratorio", "conigli da carne" e via dicendo.
Esistono tanti individui che sono comparsi sul pianeta terra ben prima di noi e le cui esistenze e corpi non ci appartengono.
Schiavizzare animali è violenza e oppressione. E ogni tipo di allevamento (cioè concepire un'esistenza e controllarla solo per trarne profitto) è schiavitù.

Tutti gli animali meritano rispetto.


sabato 2 maggio 2020

A spasso con Bob


Tratto da una storia vera e da un bestseller inernazionale, racconta la storia di James Bowen, un musicista di strada senzatetto londinese con problemi di tossicodipendenza e del suo incontro con Bob, un bel gattone rosso che gli ha letteralmente cambiato la vita; o meglio, dell'incontro che ha cambiato la vita a entrambi.

James inizia a prendersi cura di questo gattone randagio, lo accoglie in casa, lo porta dal veterinario e sin da subito si crea tra loro un legame molto forte, talmente forte che Bob, nei giorni successivi, non vuol saperne di restare a casa e lo segue fino in centro, prendendo l'abitudine di starsene appollaiato sulle sue spalle.
Questo duetto inedito attira così l'attenzione dei passanti, molte persone si fermano ad ascoltare e guardare, alcune arrivano apposta per vederli dopo averne sentito parlare; qualche giornale locale inizia a scrivere di loro, la rete lo fa conoscere sul web e infine una casa editrice propone a James di raccontare la sua storia, da lì il successo in tutto il mondo e il film.

Il film merita per almeno due o tre motivi, a parte la storia in sé, che è comunque una bellissima storia di rinascita di questo ragazzo che trova la forza di riprendere in mano la sua vita: il gatto non è mai mostrato o raccontato in modo paternalista, bensì si rappresenta il suo mondo, le sue scelte, le sue decisioni, in pratica è trattato come dovrebbe sempre essere trattato un animale, cioè come un individuo dotato di una sua volontà, intenzione, capacità decisionale. Molte riprese sono effettuate dal basso, cioè, ad altezza vista di Bob, quindi vediamo il mondo, la strada, le scale, l'amico James e le altre persone che incontra esattamente dalla sua prospettiva. Vediamo il mondo attraverso gli occhi di Bob ed è un mondo che lui interroga e di cui fa esperienza, esattamente come è per tutti gli animali. Scelte registiche (a proposito, l'autore è Roger Spottiswoode) che danno un valore aggiunto e che veicolano contenuti importanti.

Poi c'è un personaggio, Betty, una ragazza che diventa amica di James e di Bob, che è vegana e attivista per la liberazione animale. La novità è che non viene ridicolizzata, anzi, è una ragazza brillante, intelligente, saggia. C'è una scena in cui incontra James e Bob e gli dice che sta andando a una manifestazione per gli animali, per la loro liberazione e chiede a James se lui ancora mangiasse animali. Lui risponde che non ci ha mai pensato, e lei gli dice, "beh, ora lo sai, pensaci".
Poi ci sono due scene in cui cenano e mangiano seitan e tofu. Sul tofu si fa qualche battuta e James dice che non ha senso voler replicare il gusto del tacchino, dato che non è tacchino (un argomento questo su cui spesso si dibatte tra vegani), ma comunque mangia con gusto.
Ogni volta che c'è una scena con Betty c'è anche una battuta sulla sua scelta di non mangiare animali.
Successivamente vedremo delle scene in cui James ha pochi soldi e decide di comprare solo una lattina di fagioli per sé e una scatoletta per Bob.

In casa di James e Bob c'è anche un altro coinquilino, cioè un topolino. Bob tenta di afferrarlo una volta, ma James interviene e gli dice di lasciarlo stare, dato che provvede lui a dargli cibo a sufficienza e non ha certo necessità di predare. Il topolino comparirà altre volte e anche in questo caso le riprese vengono fatte dalla sua prospettiva, ed è un personaggio simpatico, con cui alla fine James e Bob convivono.

Insomma, è un film dove passano messaggi importanti (c'è anche una scena in cui si parla dell'importanza di sterilizzare i gatti di strada) in modo gradevole e leggero e dove gli altri animali vengono considerati e narrati esattamente come gli individui che sono, non come oggetti o in modo paternalista.

Sì, James poi diventa famoso grazie a Bob, ma non c'è mai stata l'intenzione di sfruttarlo a questo scopo, semplicemente Bob inizia a seguirlo ovunque e a manifestare la chiara intenzione di stare con lui. Questo è un aspetto molto importante. James e Bob sono due amici, hanno un rapporto paritario.

Nel film compare il vero gatto (quindi non un gatto addestrato), mentre James è impersonato da un attore.

Il film lo trovate su Netflix.

martedì 28 aprile 2020

Investigazioni sugli allevamenti in tv: una critica


Sono anni che in televisione vengono mostrati video e immagini di allevamenti intensivi funzionali alla propaganda del benessere animale, vale a dire che la narrazione che le accompagna è sempre focalizzata sulla salubrità o meno della carne e degli ambienti. Gli animali non vengono mai menzionati come individui, né si comunica mai l'opposizione all'ingiustizia che subiscono o l'esplicito invito a diventare vegani.

Sono anche altrettanti anni che ogni volta che si fa notare questa cosa si riceve sempre la solita giustificazione: "eh, ma non ci si può aspettare che in tv si faccia informazione antispecista".

Forse è così, ma certamente chi fornisce il frutto di investigazioni faticose potrebbe anche iniziare a porre delle condizioni.

In passato potremmo anche esserci illusi che bastasse mandare in onda immagini di sofferenza e violenza per far riflettere le persone sull'ingiustizia di allevare e mangiare animali, ma ora è chiaro che purtroppo non è così perché ciò che la cultura specista ci ha portati a interiorizzare è proprio l'idea della legittimità dell'uso degli altri animali in quanto è comunemente condivisa l'idea della loro inferiorità, ossia l'idea del minor valore delle loro vite, della minore importanza delle loro esistenze.
Ciò che accettiamo è la normalità del fatto che debbano essere sacrificati per noi. E questa idea è così radicata, così sentita, così naturalizzata da non aver bisogno di argomentazioni che possano supportarla in quanto siamo convinti che sia così per definizione. Si chiamano definizionaliste tutte quelle idee, credenze e convinzioni che comunemente non richiedono una tesi che possa dimostrare la loro validità e tra queste vi è appunto quella che la nostra specie sia superiore a tutte le altre e che i suoi interessi, sebbene non necessari, ma voluttuari, debbano essere perseguiti anche a discapito della vita delle altre specie.
Questo è lo specismo: è questa convinzione qua. Ed è questo che dobbiamo combattere.
Quindi, trasmissioni, articoli, campagne e modalità di attivismo incentrati sulle modalità di allevamento, sulla salubrità dei prodotti che si ottengono dalle loro carni, sull'impatto ambientale, ma che non mettono in discussione l'idea alla base del fatto che li consideriamo inferiori e sacrificabili, non soltanto sono inutili, ma addirittura rafforzano lo specismo.

Photo credits: Jo-Anne McArthur / We Animals

lunedì 27 aprile 2020

Gilmore Girls


Qual è la serie che vi ha tenuto compagnia in questo periodo di isolamento? Quella che ha alleggerito le vostre giornate o serate, i vostri pensieri, che vi ha tenuto a bada ansie e angosce per qualche ora? Quella che vi ha dato l'illusione di vivere una vita parallela e che quindi vi mancherà tantissimo quando sarà finita?

La mia è appunto Gilmore Girls, (in italiano Una mamma per amica).

Ne avevo sentito sempre parlare, ma pensavo, sbagliandomi, che non fosse il mio genere, e invece mi ha tenuta incollata allo schermo sin dai primi episodi.

La serie è andata in onda dal 2000 al 2006 e poi è stata realizzata una nuova stagione dieci anni dopo, nel 2016, aggiornandoci sulle vicende dei protagonisti.
Si è distinta per l'arguzia delle battute, intelligenti e ironiche, i giochi di parole, le citazioni di film e musica cult e soprattutto per la caratterizzazione dei personaggi, mai scontati o banali.

I contenuti sono abbastanza conformisti e rassicuranti, ambientazione sociale alto borghese, non è certo una serie che offre spunti di critica del reale, (purtroppo in una puntata si prende in giro anche il veganismo che passa per essere un semplice regime alimentare salutistico), però le protagoniste principali sono donne che inseguono e lottano per i loro sogni di carriera e lavoro e sebbene tengano in grandissima considerazione l'amore, non sono disposte a mettere da parte la loro realizzazione lavorativa e personale.
Sono donne che credono in loro stesse. Autonome e brillanti, intelligenti, caparbie. Divertenti e oneste.
Ecco, il messaggio più importante che personalmente penso di aver ricevuto da questa serie è proprio quello dell'autostima.
Le protagoniste non pensano mai di non essere in grado di fare qualcosa (ovviamente nell'ambito delle loro competenze formative), sanno che le cose potrebbero anche andargli male, ma ci provano comunque. Non si tirano indietro. E soprattutto la Gilmore giovane, la ragazzina, non accetta di farsi trattare male dai ragazzi, conosce il proprio valore e sa tenerselo stretto.

A fare da contorno al percorso di formazione di Lorelai e Rory ci sono le vicende di altri personaggi che abitano nella cittadina di Stars Hollow (costruita in studio, quindi non reale). La comunità di questo piccolo paese del Connecticut riveste un ruolo importante all'interno della narrazione perché non è soltanto un luogo geografico, uno sfondo su cui ambientare le vicende, ma scandisce tempi e capitoli. Gli eventi della comunità, le tradizioni stagionali (fiere, feste, party privati), i negozi, il supermercato, il diner principale, le riunioni settimanali sono oggetto di tanti episodi e luogo di incontro dei personaggi; così come il passare delle stagioni che viene sempre evidenziato dalla prima neve, o da ricorrenze come Halloween, la festa del ringraziamento e così via o alcuni siparietti che diventano elementi ricorrenti, tipo l'artista di strada della città che con la sua chitarra e le sue strofe ha la funzione di osservatore esterno e cantastorie.

Alcuni personaggi sono memorabili, come Kirk, il tuttofare della città che svolge svariate mansioni e ruoli.

I personaggi crescono e maturano, stagione dopo stagione, anno dopo anno e le relazioni tra di loro sono in continuo movimento.

Nel complesso è una serie veramente ben scritta, intelligente, vivace e divertente, mai banale, ma leggera.

Sono a pochi episodi dalla fine della settima stagione, quindi, vi prego, non spoilerate.

mercoledì 22 aprile 2020

Corpi che valgono


Lo specismo è quell'ideologia invisibile che crea gerarchie di valore tra le diverse specie animali valutandole in base alla funzione di utilità che hanno nella nostra società e negandogli il valore assoluto e irriducibile di essere invece soggetti della loro stessa vita, cioè individui con un'esistenza che spetta a loro e solo a loro.
Nei secoli sono state inventate tantissime giustificazioni per motivare e giustificare questo uso strumentale che facciamo degli altri animali, vale a dire dei pregiudizi culturali che abbiamo assorbito in modo del tutto acritico poiché trasmessi sotto il nome di "tradizione" e ribaditi da una maggioranza che ne sancisce la normalità.
Mettere in discussione tutto ciò è difficile poiché è sulla base di queste differenze di valore esistenziale che si è formata anche la nostra stessa identità e quindi mettere in discussione lo specismo significa innanzitutto mettere in discussione noi stessi, fuori da quella narrazione antropocentrica che ci fa sentire in diritto di appropriarci della vita altrui.
Non siamo la specie più intelligente, né la più dotata, né quella più evoluta. In termini di evoluzione non ha senso stabilire graduatorie di valore in quanto ogni specie semplicemente ha una propria evoluzione sulla base di caratteristiche etologiche specie-specifiche che non si possono paragonare poiché è impossibile stabilire un parametro valido per tutte.
Se proprio un parametro riscontrabile in ogni specie animale deve esserci è l'essere corpi che vogliono vivere e che fanno esperienza della vita, del mondo, della realtà e che poi periscono, in quanto vulnerabili e mortali.
È il possedere un corpo vulnerabile capace di sperimentare dolore, piacere, gioia, angoscia e tutta una gamma di sensazioni e con l'interesse comune a sopravvivere, cioè, in sostanza, l'essere tutti animali che ci mette sullo stesso piano.
Che una specie si arroghi il diritto di sfruttarne altre, di sfruttare altri corpi per i propri personali interessi - non necessari quindi alla propria stessa sopravvivenza - costituisce oppressione e violenza. E tutto l'insieme dei pregiudizi (frutto di ignoranza e di malafede) per giustificare questa oppressione si chiama specismo ed è proprio ciò che dobbiamo combattere.

Nella foto: Nico, agnellino che ora vive come individuo libero presso il Rifugio La Tana del Bianconiglio; come potrete vedere il suo pelo era stato marchiato con la vernice verde perché nella nostra società la sua esistenza ha valore solo in quanto "animale da carne" da comprare e consumare un tanto al kg.
I rifugi invece sono delle oasi in cui si sperimenta e realizza l'ideale antispecista di una società in cui a ogni individuo viene riconosciuto il limite invalicabile del proprio corpo e tutta la potenzialità con cui, tramite esso, esprime la propria unicità e fa esperienza del mondo.

giovedì 16 aprile 2020

Cambiamenti?

Ci siamo illusi per un attimo che questa pandemia potesse farci mettere in discussione il capitalismo, e invece si sta semplicemente attuando nella sua forma più raffinata.
Spero di sbagliarmi, ma potremmo arrivare a questo tipo di società: una massa di manovalanza pagata pochissimo che svolge i lavori manuali, un'altra - tutto il settore impiegatizio - relegato dentro casa a svolgere lo smart working, e poi i ricchi che al solito non fanno un cazzo se non parassitare il resto della popolazione per mantenere i privilegi di sempre.
Direte, nulla di nuovo rispetto a prima se non che ora la fascia impiegatizia resta a casa.
Beh, di nuovo c'è in una società così controllata la repressione è molto più facile e quindi anche la ribellione è disincentivata al massimo. Pure perché quando lavori dodici ore al giorno, fuori casa o dentro casa che sia, spazio per studiare, pensare, riflettere e agire ce n'è poco. Schiavizzare è sempre il modo migliore per reprimere ogni afflato di cambiamento.

Il capitalismo at its best, altro che messa in discussione dell'attuale società.

martedì 7 aprile 2020

Midsommar di Ari Aster



Midsommar è un horror anomalo e interessante.

Ari Aster prende i cliché degli slasher movies e li elabora secondo il suo stile, aggiungendo contenuti antropologici e psicologici.

Una coppia americana in crisi - lei è una ragazza che ha appena perso la famiglia perché la sorella bipolare ha messo in atto il proprio suicidio e omicidio dei genitori, lui oppresso dalla pesantezza di una relazione in cui è chiamato a offrire conforto e protezione - decide di andare in Svezia insieme a un gruppo di amici, studenti di antropologia: l'occasione è quella di partecipare alla celebrazione della festa del solstizio d'estate di una strana comunità dedita a riti pagani che vive in un villaggio rurale e al contempo di portare a termine la stesura della tesi di alcuni di loro.

In un horror convenzionale avremmo assistito all'arrivo dei protagonisti nel villaggio di giorno dove tutto sarebbe sembrato bello e normale per poi trasformarsi progressivamente in un incubo al calar della notte.

Invece qui l'orrore è mostrato sotto la luce impietosa di un sole che non tramonta mai - in un'ambientazione bucolica fatta di abiti candidi, fanciulle eteree che indossano coroncine di fiori, danze, cibo e allettanti simboli sessuali - e gli abitanti del villaggio compiono sin da subito dei rituali spaventosi davanti agli occhi attoniti dei visitatori, che seppure agghiacciati, ne accettano comunque la motivazione culturale.

Da qui in poi la coppia è sempre più coinvolta nei vari passaggi della celebrazione, fino all'accoglimento completo, che ovviamente culminerà in una rivelazione orrorifica, come già avevamo visto in Hereditary.

Movimenti di macchina particolari, fotografia suggestiva, Midsommar mi ha ricordato per alcuni aspetti Rosemary's Baby (l'orrore che si insinua nel quotidiano, in pieno giorno, anche se qui è sin da subito molto più esplicito, certe inquadrature, atmosfere oniriche e surreali) e The Witch (per gli elementi di antropologia culturale), ma mantiene una sua originalità.

Sottilmente inquietante, visivamente splendido, superiore all'osannato Hereditary che invece non mi aveva convinta del tutto.

lunedì 6 aprile 2020

Solita ordinaria follia

Ci sono individui la cui esistenza non è cambiata affatto, nemmeno ai tempi del covid 19.

Sono tutti gli animali non umani che continuano a essere smembrati nei mattatoi, a subire una non-vita da reclusi dalla nascita fino al peso richiesto dal mercato (sì, nascono per essere messi all'ingrasso e poi uccisi, come Hansel e Gretel dentro la gabbietta approntata per loro dalla strega, solo che gli allevamenti sono la realtà e non una favola nera comunque a lieto fine), a essere torturati sui tavoli dei laboratori dove si effettua la vivisezione (chissà se i gatti faranno le fusa? A volte le fanno quando sono impauriti, per auto-rassicurarsi).

Per loro nonandràtuttobene, non è mai andato bene nulla, dal primo respiro all'ultimo, in balìa della follia e dell'avidità umane.

domenica 5 aprile 2020

News

Le notizie in sé non sono mai neutre. È il modo in cui vengono date che direziona la loro interpretazione e ricezione. Il modo di comunicarle, ossia le parole, le immagini, persino il posizionamento sullo schermo, o sulla pagina, la scelta dei caratteri, la grandezza del font, il sottotitolo, il tipo di narrazione scelta, la scelta di un preciso aggettivo sono tutti fattori che contribuiscono a far capire alcune cose e non altre. E poi le ellissi, cioè quello che si è volutamente scelto di non dire, ma rimane solo accennato, un'allusione, un'insinuazione, un invito al dubbio. E quello che non si dice affatto, che quindi non esiste perché se di un fatto non si dà notizia, è come se non fosse mai esistito nelle menti dei più.
Poi ancora, c'è la retorica. La retorica del dolore, che è quella che funziona più di ogni altra cosa perché è come se prendesse l'attenzione del lettore e la sbattesse lì, in mezzo ai pianti, al dramma, ai lutti, ai morti e infine ne centrifugasse la capacità critica fino a farla diventare uno straccio.

Quando il lettore legge cose come: "muoiono soli, non gli possiamo nemmeno tenere la mano perché sono infetti" (che poi mi pare una stronzata perché se un paziente lo puoi intubare, gli puoi fare prelievi, gli puoi fare la flebo ecc., non vedo perché, usando i guanti, non gli puoi tenere anche la mano mentre muore) o vede immagini di persone intubate, la sua attenzione finisce tutta lì; entra in gioco la parte istintiva, primordiale e si crea il panico. Succede la stessa cosa di quando in una sala affollata qualcuno urla "c'è una bomba!": il panico, il fuggi fuggi, corpi che calpestano corpi, raziocinio azzerato.

Ora, vi invito a ricordare tutte quelle volte in cui abbiamo letto inesattezze, falsità, stupidaggini, ad esempio, prendo un argomento a caso, sul veganismo. A tutte le volte in cui abbiamo letto "muore bambino vegano perché fortemente denutrito" e poi, approfondendo, abbiamo scoperto che in realtà non era nemmeno vegano, e che era morto per tutte altre cause. Però nel frattempo la notizia ha fatto il suo lavoro, il titolone acchiappa-clic (le testate giornalistiche hanno come primo obiettivo guadagnare e guadagnano con i soldi che ricevono dagli sponsor, ossia dalle pubblicità, in base al numero di clic) ha ottenuto il clic previsti ed eventuali smentite, se saranno pubblicate, saranno posizionate in fondo pagina, diventeranno un piccolo trafiletto invisibile che nessuno noterà.

Perché vi racconto questo? Ma niente, è solo uno sfogo, un bisogno di condividere l'immensa amarezza che provo nel vedere persone prima sempre molto critiche nei confronti degli organi di stampa ufficiale, ora pendere dalle labbra di ogni articolo, di ogni video, di ogni foto, anche se magari modificata.

Improvvisamente la stampa è diventata verità. Ed esiste un'unica verità. Perché si muore e allora con questa paura di morire ci possono dire e fare qualsiasi cosa.
Ci possono pure multare se scendiamo al parco sotto casa per prendere una boccata d'aria, o se andiamo al supermercato senza mascherina e guanti (anche se non è scritto da nessuna parte l'obbligo di indossarli), ci possono insultare se andiamo a lavoro o a fare la spesa in nome dello slogan "restate a casa!".

Non dovrebbe esserci il bisogno di specificarlo, ma lo faccio comunque perché conosco la facilità con cui si fraintendono tanti post: non sono negazionista o complottista, questo virus esiste ed è un virus molto contagioso e a causa del quale muoiono tante persone o comunque soffrono, hanno sintomi pesantissimi ecc., ma la retorica del dolore, il modo in cui vengono date certe notizie, l'enfatizzazione su alcune cose e la mancata chiarezza su altre e soprattutto il regime di polizia attualmente instaurato in Italia per cui ti multano pure a fronte di norme inesistenti e l'assoluta mancanza di senso di alcune norme sono tutti aspetti su cui non voglio chiudere gli occhi.

Per esempio lo sapete che stanno preparando una legge che sembra istituisca uno scudo penale per proteggere anche i direttori generali della Sanità, talora nominati con l'appoggio della politica?
Una Sanità pubblica che negli ultimi anni è stata depauperata, come scrive anche Micro Mega, rivista non certo di destra, da Zingaretti, a tutto vantaggio della sanità privata, in particolare cattolica.

E a proposito di Zingaretti, mi domando anche perché non debba avere alcuna responsabilità politica, dopo che a febbraio, per l'esattezza il 27 - quindi ben DOPO la dichiarazione dello stato di emergenza emanato il 31 gennaio e pubblicato il giorno successivo in gazzetta ufficiale - è andato a Milano, già uno dei noti focolai epidemiologici, facendosi fotografare mentre prendeva l'aperitivo in mezzo ad altre persone e pubblicando poi la foto sul suo profilo instagram, invitando a fare altrettanto.

Di questo non si parla. Però è tutto un dagli addosso al runner, al vecchietto sulla panchina al parco, da solo, a chi si sposta di cento metri per andare in un supermercato meno costoso rispetto a quello più vicino. Il tutto sempre condito dalla solita retorica del dolore.

Ho fatto solo un esempio, uno tra i tanti, ma invito ad approfondire, in questo momento più che mai, su quello che leggiamo - o che non leggiamo. 

venerdì 3 aprile 2020

Sostenete i rifugi, non gli allevatori!

Coronavirus o meno, anche quest'anno, come tutti gli anni quando si avvicina la Pasqua, girano post di allevatori che vendono agnellini o capretti e puntualmente gli animalisti - in buona fede - ci cascano.
Io non so più cosa dire perché il discorso dovrebbe essere talmente ovvio che a ripeterlo ci si sente un po' stupidi, ma tant'è.
La tragedia dello sfruttamento animale consiste nel fatto che vengono fatti nascere individui allo scopo di essere usati come prodotti e la cui esistenza è programmata totalmente in funzione di quest'ottica.
Che ad acquistarli sia una persona che poi terrà l'agnellino in giardino cambia sicuramente la vita del singolo individuo, ma continua ad alimentare il guadagno e attività dell'allevatore. Non si scalfisce minimamente la visione dell'animale macchina o oggetto.
Ora, il consumo di carne d'agnello, grazie alle tante campagne animaliste fatte negli anni scorsi, è in calo (recente anche un appello della Coldiretti in proposito in cui si invitava a sostenere gli allevatori) e si spera che continui a calare sempre più; ma se si continuano a comprare agnellini e capretti questo non succederà.

Acquistare animali dagli allevatori è contrario a ogni principio di liberazione animale.

La teoria antispecista si può evolvere e quello che volete, ma le basi devono restare chiare.

P.S.: se volete fare una buona azione, fate una donazione a qualche rifugio. I rifugi ospitano individui liberati dalla macchina dello sfruttamento e hanno bisogno di cure, cibo, lavoro di volontari.
Sostenete i rifugi, non gli allevatori!

martedì 31 marzo 2020

Ora d'aria

Ieri ho fatto una passeggiata intorno all'isolato, ho visto i pruni in fiore e altre gemme sparse qua e là e quei pochi metri all'aria aperta me li sono fatti durare parecchio, osservando ogni cosa nei minimi dettagli. Ho notato che le persone hanno iniziato a mettere in atto dei comportamenti in automatico, come mantenere la distanza tra sé e gli altri scendendo dai marciapiedi, fermandosi per far passare o addirittura attraversando la strada; con qualcuno ci si scambia un cenno del capo, talvolta abbozzando un sorriso, altri filano via a testa bassa, lo sguardo a terra, come se anche soffermarsi troppo con gli occhi su altri occhi potesse contagiarci.

Stavo riflettendo su tutto ciò quando a un certo punto, all'inizio di una via, ho avvistato una macchina dei vigili ferma sul ciglio della strada e due vigili fuori che fermavano. E niente, ho fatto marcia indietro e imboccato la prima via che ho trovato, sentendomi come una ladra.

Cosa ho imparato da ciò? Tre cose: che le persone si abituano in fretta ad assumere alcuni comportamenti, che uscire senza osservare bene tutto quanto è come essere ciechi, che chi indossa una divisa si sente investito di chissà quale potere e alla prima occasione lo esercita.
Tutte cose che sapevo già.

Oggi sono rimasta a casa.

domenica 29 marzo 2020

Un micio al giorno, o quasi, e la sua storia - decimo giorno


Oggi vi racconto di Titti, una gattina per cui provo un sentimento fortissimo, ricambiato. Inesprimibile a parole. Ma ci proverò.
Faccio una premessa. Voglio bene a tutti i mici che vivono con noi, me ne prendo cura senza fare distinzioni, ma avendo a che fare con singoli individui, ognuno diverso dall'altro, esattamente come diversi siamo noi animali umani, è inevitabile che con ognuno di loro si sia sviluppata una relazione unica e peculiare. Così come è inevitabile che ci siano maggiori affinità con qualcuno e meno con altri. Non è una questione di qualità di amore, tanto meno di quantità, ma, appunto, di affinità elettive.

I miei occhi hanno intercettato quelli di Titti una domenica di giugno di quasi due anni fa. Ero andata a fare una delle mie lunghe camminate, quando su via Po scorgo da lontano una gattina tricolore in braccio a una signora anziana seduta su una panchina di fronte a un supermercato. I colori del suo manto, ben visibili anche da una certa distanza, mi hanno colpita immediatamente. Mi avvicino per poterla ammirare da vicino e per chiedere alla signora se la gattina fosse sua. La signora mi dice che in realtà è comparsa in zona da qualche giorno, che rimane appostata davanti al supermercato perché i commessi le stanno dando qualche scatoletta, ma che comunque piange e corre dietro a tutte le persone che si fermano a farle una carezza.

Faccio altre domande di rito, tipo se in giro ci sono appelli di smarrimento, se ci sono colonie o gatti di casa che escono, chiedo anche ai commessi del supermercato e ricevo tutte risposte negative.

Domando alla signora anziana se non stesse per caso pensando di adottarla e di portarsela a casa, ma mi risponde che essendo in partenza per la Spagna, dove ha dei parenti, la cosa non è proprio possibile, e che comunque, pur avendoli sempre amati molto, non ha intenzione di adottare gatti essendo già avanti con gli anni.

Cosa potevo fare, a quel punto? Potevo lasciare una gattina che si strusciava piagnucolando dietro le gambe dei passanti e che si trovava lungo una via trafficata dove avrebbe corso il rischio di essere investita?
Ovviamente no.

E se quel giorno non avessi preso quella decisione, Titti sarebbe molto probabilmente morta. Aveva infatti una malattia trasmessa dal morso di una pulce che se non curata le avrebbe dato inappetenza e altre conseguenze molto gravi.

Titti è una gattina tanto affettuosa e buona con le persone umane, quanto terribile con gli altri gatti. Qualcosa deve essere andato storto durante la fase di socializzazione e deve averla traumatizzata. Ma le cose ora stanno migliorando, grazie ai consigli di una veterinaria comportamentista che ci ha suggerito di fare alcune cose per farle comprendere gradualmente che non ha nulla da temere dagli altri gatti.
Se prima li attaccava in modo violento, adesso invece riesce a stare nella stessa stanza almeno con alcuni di loro, ignorandoli. Probabilmente non sarà mai una gatta che dormirà accanto agli altri, anche se, nel corso degli anni, ho visto avvenire cambiamenti radicali nel carattere di alcuni mici (tipo Christabel, di cui vi parlerò nei prossimi giorni).

Titti è molto intelligente. E quando dico "molto intelligente", intendo in modo superiore rispetto ad altri. Del resto, se esistono persone umane più intelligenti di altre, è ragionevole pensare che anche negli altri animali esistano individui più intelligenti di altri. E questo non ha nulla a che vedere con il discorso del rispetto che dobbiamo comunque a TUTTI gli esseri senzienti, a prescindere dal grado di intelligenza o capacità o meno di fare certe cose.

Titti mi fa sentire felice. E se qualcuno ha il potere di farvi sentire felice, credete a me, quel qualcuno diventa speciale. La chiamo "il mio raggetto di sole" perché la sensazione che mi procura non appena la vedo è la stessa che si prova quando un raggio di sole squarcia le nuvole in una giornata cupa e scura. Mi illumina, mi scalda, mi fa sciogliere di tenerezza, mi evoca sensazioni di cose belle che stanno per accadere. Titti è un'epifania.

Quando mi siedo sul divano e lei mi sale in braccio, allungandomi le zampine intorno al collo e strusciandomi il musetto sulla guancia, il mondo smette di farmi paura.

Rispettate gli animali, tutti, sono sensibili e senzienti. Non li mangiate, aiutateli, imparate a conoscerli, siate curiosi e rifiutate i pregiudizi.