venerdì 3 aprile 2020

Sostenete i rifugi, non gli allevatori!

Coronavirus o meno, anche quest'anno, come tutti gli anni quando si avvicina la Pasqua, girano post di allevatori che vendono agnellini o capretti e puntualmente gli animalisti - in buona fede - ci cascano.
Io non so più cosa dire perché il discorso dovrebbe essere talmente ovvio che a ripeterlo ci si sente un po' stupidi, ma tant'è.
La tragedia dello sfruttamento animale consiste nel fatto che vengono fatti nascere individui allo scopo di essere usati come prodotti e la cui esistenza è programmata totalmente in funzione di quest'ottica.
Che ad acquistarli sia una persona che poi terrà l'agnellino in giardino cambia sicuramente la vita del singolo individuo, ma continua ad alimentare il guadagno e attività dell'allevatore. Non si scalfisce minimamente la visione dell'animale macchina o oggetto.
Ora, il consumo di carne d'agnello, grazie alle tante campagne animaliste fatte negli anni scorsi, è in calo (recente anche un appello della Coldiretti in proposito in cui si invitava a sostenere gli allevatori) e si spera che continui a calare sempre più; ma se si continuano a comprare agnellini e capretti questo non succederà.

Acquistare animali dagli allevatori è contrario a ogni principio di liberazione animale.

La teoria antispecista si può evolvere e quello che volete, ma le basi devono restare chiare.

P.S.: se volete fare una buona azione, fate una donazione a qualche rifugio. I rifugi ospitano individui liberati dalla macchina dello sfruttamento e hanno bisogno di cure, cibo, lavoro di volontari.
Sostenete i rifugi, non gli allevatori!

martedì 31 marzo 2020

Ora d'aria

Ieri ho fatto una passeggiata intorno all'isolato, ho visto i pruni in fiore e altre gemme sparse qua e là e quei pochi metri all'aria aperta me li sono fatti durare parecchio, osservando ogni cosa nei minimi dettagli. Ho notato che le persone hanno iniziato a mettere in atto dei comportamenti in automatico, come mantenere la distanza tra sé e gli altri scendendo dai marciapiedi, fermandosi per far passare o addirittura attraversando la strada; con qualcuno ci si scambia un cenno del capo, talvolta abbozzando un sorriso, altri filano via a testa bassa, lo sguardo a terra, come se anche soffermarsi troppo con gli occhi su altri occhi potesse contagiarci.

Stavo riflettendo su tutto ciò quando a un certo punto, all'inizio di una via, ho avvistato una macchina dei vigili ferma sul ciglio della strada e due vigili fuori che fermavano. E niente, ho fatto marcia indietro e imboccato la prima via che ho trovato, sentendomi come una ladra.

Cosa ho imparato da ciò? Tre cose: che le persone si abituano in fretta ad assumere alcuni comportamenti, che uscire senza osservare bene tutto quanto è come essere ciechi, che chi indossa una divisa si sente investito di chissà quale potere e alla prima occasione lo esercita.
Tutte cose che sapevo già.

Oggi sono rimasta a casa.

domenica 29 marzo 2020

Un micio al giorno, o quasi, e la sua storia - decimo giorno


Oggi vi racconto di Titti, una gattina per cui provo un sentimento fortissimo, ricambiato. Inesprimibile a parole. Ma ci proverò.
Faccio una premessa. Voglio bene a tutti i mici che vivono con noi, me ne prendo cura senza fare distinzioni, ma avendo a che fare con singoli individui, ognuno diverso dall'altro, esattamente come diversi siamo noi animali umani, è inevitabile che con ognuno di loro si sia sviluppata una relazione unica e peculiare. Così come è inevitabile che ci siano maggiori affinità con qualcuno e meno con altri. Non è una questione di qualità di amore, tanto meno di quantità, ma, appunto, di affinità elettive.

I miei occhi hanno intercettato quelli di Titti una domenica di giugno di quasi due anni fa. Ero andata a fare una delle mie lunghe camminate, quando su via Po scorgo da lontano una gattina tricolore in braccio a una signora anziana seduta su una panchina di fronte a un supermercato. I colori del suo manto, ben visibili anche da una certa distanza, mi hanno colpita immediatamente. Mi avvicino per poterla ammirare da vicino e per chiedere alla signora se la gattina fosse sua. La signora mi dice che in realtà è comparsa in zona da qualche giorno, che rimane appostata davanti al supermercato perché i commessi le stanno dando qualche scatoletta, ma che comunque piange e corre dietro a tutte le persone che si fermano a farle una carezza.

Faccio altre domande di rito, tipo se in giro ci sono appelli di smarrimento, se ci sono colonie o gatti di casa che escono, chiedo anche ai commessi del supermercato e ricevo tutte risposte negative.

Domando alla signora anziana se non stesse per caso pensando di adottarla e di portarsela a casa, ma mi risponde che essendo in partenza per la Spagna, dove ha dei parenti, la cosa non è proprio possibile, e che comunque, pur avendoli sempre amati molto, non ha intenzione di adottare gatti essendo già avanti con gli anni.

Cosa potevo fare, a quel punto? Potevo lasciare una gattina che si strusciava piagnucolando dietro le gambe dei passanti e che si trovava lungo una via trafficata dove avrebbe corso il rischio di essere investita?
Ovviamente no.

E se quel giorno non avessi preso quella decisione, Titti sarebbe molto probabilmente morta. Aveva infatti una malattia trasmessa dal morso di una pulce che se non curata le avrebbe dato inappetenza e altre conseguenze molto gravi.

Titti è una gattina tanto affettuosa e buona con le persone umane, quanto terribile con gli altri gatti. Qualcosa deve essere andato storto durante la fase di socializzazione e deve averla traumatizzata. Ma le cose ora stanno migliorando, grazie ai consigli di una veterinaria comportamentista che ci ha suggerito di fare alcune cose per farle comprendere gradualmente che non ha nulla da temere dagli altri gatti.
Se prima li attaccava in modo violento, adesso invece riesce a stare nella stessa stanza almeno con alcuni di loro, ignorandoli. Probabilmente non sarà mai una gatta che dormirà accanto agli altri, anche se, nel corso degli anni, ho visto avvenire cambiamenti radicali nel carattere di alcuni mici (tipo Christabel, di cui vi parlerò nei prossimi giorni).

Titti è molto intelligente. E quando dico "molto intelligente", intendo in modo superiore rispetto ad altri. Del resto, se esistono persone umane più intelligenti di altre, è ragionevole pensare che anche negli altri animali esistano individui più intelligenti di altri. E questo non ha nulla a che vedere con il discorso del rispetto che dobbiamo comunque a TUTTI gli esseri senzienti, a prescindere dal grado di intelligenza o capacità o meno di fare certe cose.

Titti mi fa sentire felice. E se qualcuno ha il potere di farvi sentire felice, credete a me, quel qualcuno diventa speciale. La chiamo "il mio raggetto di sole" perché la sensazione che mi procura non appena la vedo è la stessa che si prova quando un raggio di sole squarcia le nuvole in una giornata cupa e scura. Mi illumina, mi scalda, mi fa sciogliere di tenerezza, mi evoca sensazioni di cose belle che stanno per accadere. Titti è un'epifania.

Quando mi siedo sul divano e lei mi sale in braccio, allungandomi le zampine intorno al collo e strusciandomi il musetto sulla guancia, il mondo smette di farmi paura.

Rispettate gli animali, tutti, sono sensibili e senzienti. Non li mangiate, aiutateli, imparate a conoscerli, siate curiosi e rifiutate i pregiudizi.

venerdì 27 marzo 2020

Cronache del Coronavirus e timori vari

C'è un'altra cosa che mi preoccupa, anche se non dovrei stupirmene perché in fondo l'avevo già sperimentata in passato, e cioè l'incapacità di elaborare e comprendere un contenuto in modo ampio (analfabetismo funzionale) e il bisogno di incasellare le persone, per cui se scrivi delle riflessioni sulla sospensione dei diritti e della libertà, automaticamente ti bollano come persona che starebbe negando l'emergenza del virus.
Non è così. Personalmente sono sempre stata preoccupata e angosciata e mi sono autolimitata ad uscite sporadiche da casa ancor prima che l'Italia venisse dichiarata interamente zona rossa e che Conte mettesse in atto le restrizioni.
Ma il fatto che io prenda sul serio la pericolosità di questo virus, non fa di me, non ha fatto di me una persona felice di accettare qualsiasi cosa lo Stato abbia in mente di attuare con la scusa della tutela della nostra salute.

I regimi militari, censori, dirigisti, statalisti (e stalinisti) mi hanno sempre spaventato moltissimo. Mi fanno schifo le delazioni, l'esistenza di funzioni per segnalare le persone, mi fa schifo chi segnala post (soprattutto quando nemmeno li comprende) non in linea con il proprio bisogno infantile di farsi cullare tra le braccia del Padre Stato e di ricevere ordini, mi fa schifo il mito di paesi totalitari dove i diritti umani non esistono e dove le donne sono ancora più oppresse di qua.

Secondo me ci sono persone che hanno un orgasmo all'idea di essere controllate e spiate dai droni o all'idea di denunciare altri cittadini che non sono come loro.

Ora addirittura verranno segnalati articoli che mettono in discussione i dati ufficiali. Quindi siamo alla censura. Cos'altro vi serve per sapere che siamo in una dittatura? E poco importa che cessata questa emergenza si torni come prima perché ormai le prove generali del controllo di massa, dietro lo strumento della paura di morire (che da sempre è la paura più grande che ha l'essere umano), sono state fatte e in futuro qualsiasi altra emergenza, vera o presunta tale (e NON sto mettendo in discussione che questa lo sia) sarà valida per sospendere i nostri diritti.

Vi stanno persino facendo vedere cose che non esistono, come strade affollate dai runners. Non è vero, c'è il deserto nelle strade, le poche persone che si vedono sono sole ed escono solo per le necessità. In molti quartieri manca anche la luce. Ma il runner ora sembra essere diventato il nemico pubblico numero uno.

Mi sono sempre chiesta come sia stato possibile che in passato si fosse arrivati all'instaurazione di certi regimi. Ora lo so. Con la compiacenza di oltre metà della popolazione.

Vi consiglio due letture: 1984 di George Orwell e Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler.

Anche se, per comprenderne appieno la portata, immagino che serva una testa libera, in grado di pensare in modo ampio, e questa non è che la si ottenga in due giorni.

giovedì 26 marzo 2020

Cronache del Coronavirus

L'altoparlante che a intervalli regolare intima di non uscire di casa, le strade deserte, cartelloni pubblicitari su cui troneggia la scritta EMERGENZA CORONAVIRUS, cartelli attaccati sulle saracinesche dei negozi tirate giù su cui compare la medesima scritta, sporadici passanti col cane o con in mano una busta della spesa che si tengono ben a distanza, autobus che sembrano trasportare ciurme di fantasmi invisibili, niente più canti dai balconi, persino i runner hanno rinunciato alla corsetta giornaliera, ovunque un'atmosfera di angoscia che accresce quella che ognuno prova già.

Ma soprattutto notizie contrastanti, medici con teorie diverse, fake news, dati non chiari, moduli di autocertificazione aggiornati ogni due giorni. Panico e caos nell'informazione.

Ricevo decine di video, articoli, interviste e vademecum su come arginare il virus ogni giorno.
Se anche volessi e mi ci mettessi d'impegno non riuscirei a leggere e guardare tutto quello che ho ricevuto nemmeno in un lasso di tempo di un anno. :)

In tutto questo la sottrazione di ogni diritto costituzionale e della libertà. Per il nostro bene, per la nostra salute.

Scusate se però ho qualche difficoltà a crederci, che sia per il nostro bene, perché siete gli stessi che ci avete detto per anni che mangiare animali fosse necessario, che il calcio facesse bene alle ossa, che gli animali fossero felici di andare al mattatoio, che i bambini vegani morissero.

Quindi, non sto negando che questo virus sia particolarmente aggressivo e che ci stiano morendo purtroppo tante persone, ma mi preoccupo allo stesso tempo delle misure dittatoriali che si stanno prendendo.

Un micio al giorno, o quasi, e la sua storia - nono giorno


Per la rubrica "un micio al giorno e la sua storia" oggi vi  parlo di Nora.

Di lei avevo già parlato su Facebook lo scorso gennaio quando scrissi un post molto triste raccontando di come la stessi accompagnando nei suoi ultimi giorni di vita. Fortunatamente alcuni gatti hanno, se non sette vite come vuole il luogo comune, comunque una grande capacità di ripresa e a dispetto di un quadro clinico spaventoso e di un organismo molto debilitato, Nora è ancora con noi.
Una micia diabetica da quasi quattro anni che necessità di due iniezioni di insulina al giorno e con insufficienza renale che richiede flebo sottocute per idratazione, ma con tanta tanta voglia di vivere.
Anche lei seguita dalla Dottoressa Paola Gagliano e rimessa in sesto dopo i due ricoveri urgenti presso la sua clinica.

È una simil certosina trovata rannicchiata sotto una macchina, impaurita e affamata, quando aveva sui tre/quattro mesi.
Amante del freddo (adora starsene nel terrazzo anche con temperature che sfiorano lo zero), dell'aria notturna e del cibo (ora sta a dieta, niente più croccantini per lei), affettuosa e loquace.

Nei giorni in cui sembrava che dovessimo dirci addio l'ho vegliata giorno e notte e abbiamo stretto un legame ancora più forte. Intelligentissima, sveglia, credetemi sulla parola se vi dico che lei ha capito perfettamente quello che stavamo facendo, cioè che la stavamo aiutando e ci dimostra la sua gratitudine ogni giorno. In realtà sono io che sono grata a lei, come ebbi già modo di scrivere, perché mi ha insegnato cose profonde che appartengono ai territori dell'indicibile.
Quel che posso dire è che molto probabilmente nemmeno noi che ci definiamo antispecisti riusciamo a comprendere gli altri animali. Possiamo solo osservarli con meraviglia.


Ritratto a penna di Nora realizzato dalla carissima amica Alessandra Antonini.

Rispettate gli animali, tutti, sono sensibili e senzienti. Non li mangiate, aiutateli, imparate a conoscerli, siate curiosi e rifiutate i pregiudizi.

domenica 22 marzo 2020

Un micio al giorno e la sua storia - ottavo giorno


Come già anticipato, per la rubrica "un micio al giorno e la sua storia", oggi è la volta di Olimpiodoro, l'altro gattino rimasto orfano della sua mamma umana in seguito alla morte di mia cognata e che abbiamo accolto insieme a Johari (di cui ho scritto due giorni fa).

Olimpietto è un vecchietto di quasi diciotto anni; fu trovato e soccorso da Andrea Festa lungo Corso Francia, quando aveva pochi mesi, dopo che era stato investito da una macchina. Con una zampina rotta e altri problemi, ricoverato dapprima in clinica e poi adottato da mia cognata, con cui è rimasto fino allo scorso gennaio, quando, purtroppo, come già detto, è deceduta.

Olimpiodoro è uno di quei gatti che nel corso degli anni ha cambiato carattere, da diffidente e forastico - probabilmente anche a causa del trauma dell'incidente - è diventato un micio tenero e dolce, anche se ama comunque starsene per conto suo.

Negli anni passati, quando mia cognata andava in vacanza e ci dava le chiavi per andare ad accudire i mici, era impossibile avvicinarsi a lui: non appena ci sentiva entrare andava a nascondersi dietro la lavatrice nel bagno e se solo osavamo affacciarci sulla porta cominciava a ringhiare e soffiare come un pazzo. Io non sapevo nemmeno come fosse fatto, se non dalle foto. Con mia cognata era buono, ma solo ed esclusivamente con lei.

Negli ultimi tempi invece aveva cambiato carattere, pare, grazie alla pazienza di un amico di mia cognata che aveva cercato di farselo amico, tranquillizzandolo con parole dolci e perdendoci molto tempo. Da allora la sua ritrosia nei confronti degli umani è scomparsa.

La scorsa estate si è ammalato, smettendo improvvisamente di mangiare. Ricoverato presso la clinica della Dottoressa Paola Gagliano, è stato curato per ipertiroidismo ed è tutt'ora sotto cura (prende una pasticchetta al giorno). Ha ripreso il peso che aveva perso, il suo pelo è di nuovo folto e lucido e non si direbbe mai che stia andando per i diciotto.

È un vecchietto dolcissimo che passa le sue giornate dormendo e salendo a varie riprese sul tavolo della cucina per chiedere da mangiare. Dispensa capocciatine a profusione a chiunque gli si avvicini e regala morsetti affettuosi. Della forasticità di un tempo gli è rimasta soltanto una certa ritrosia nel farsi prendere in braccio - ritrosia che ovviamente rispettiamo - e anche scarsa propensione nel venire a dormire sul letto insieme agli altri mici. Dorme da solo, nella sua cuccia, ma quando gli passiamo vicino, se è sveglio, ci afferra con la zampina per ricevere attenzioni e carezze, che ovviamente non gli facciamo di certo mancare.

Una nota triste: ha sofferto la perdita di mia cognata molto più che Johari, per molti mesi è corso alla porta ogni volta che sentiva suonare il campanello, forse, chissà, immaginando che fosse lei.

Rispettate gli animali, tutti, sono sensibili e senzienti. Non li mangiate, aiutateli, imparate a conoscerli, siate curiosi e rifiutate i pregiudizi.

sabato 21 marzo 2020

Un micio al giorno e la sua storia - settimo giorno



Per la rubrica "un micio al giorno e la sua storia" oggi vi rimando a questo post
Mi sembra giusto infatti raccontare anche di coloro che sono morti ma il cui ricordo persiste dentro di noi, tenendoli ancora in vita, in una qualche misura. 

La riflessione più ampia entro cui avevo inserito il racconto di Barry forse oggi, in questi tempi di angoscia e terribili, assume anche nuovi significati.

Non ho foto di lui, ne metto una di Andrea Festa che trovo evocativa rispetto al testo.

venerdì 20 marzo 2020

Un micio al giorno e la sua storia - sesto giorno


Johari è con noi da poco più di un anno, orfano di mamma umana, mia cognata, purtroppo deceduta a gennaio 2019. Le avevamo promesso che ci saremmo presi cura dei suoi due gatti, Johari, appunto, e Olimpiodoro (di cui parlerò domani); oltre al dolore per la sua scomparsa avevamo tanta paura che potessero esserci problemi di inserimento con i nostri e che il radicale cambiamento di abitudini e casa, nonché la perdita della loro mamma umana, li facesse ammalare di depressione.

Johari, perché ora parliamo di lui, era un micio già problematico. Completamente sordo e con lievi problemi neurologici. Da piccino la sua situazione era stata ben più grave, ma mia cognata lo aveva curato moltissimo, così che alla fine gli è rimasta solo una leggera mancanza di equilibrio (che non gli impedisce di saltare e arrampicarsi, solo che lo fa a modo suo e ci mette più tempo), un occhietto socchiuso, la boccuccia e la testina leggermente storte. Quando mangia sputacchia ovunque, è bene non stargli vicino perché potreste ritrovarvi pezzi di cibo fin sopra i capelli.

A Johari sono rimasta subito simpatica. I primi giorni, insieme a Olimpiodoro, si era rifugiato nell'ingresso. Timoroso, triste per la perdita della sua amica umana, se ne stava fermo in un angolo, tanto che gli abbiamo sistemato cuccia, ciotole e lettiera proprio lì, nell'ingresso, per non costringerlo a doversi avventurare in territori per lui sconosciuti prima che fosse pronto.

A poco a poco ha iniziato a prendere confidenza con l'ambiente, ha scoperto il terrazzo, le altre stanze, annusato gli altri mici - e anche fatto loro capire che non aveva alcuna intenzione di sottomettersi - e infine ha scoperto la mia stanza da letto. Da allora, per molti mesi, non si è più mosso da lì. Il giorno in cima a un armadio, la notte sul mio cuscino.

Johari è particolarmente affettuoso. E quando dico "particolarmente" intendo in modo quasi ossessivo-compulsivo. Se decide di leccarti la faccia, ad esempio, non c'è niente che possa fargli cambiare idea. Pure perché è sordo e non sente alcun rimprovero, non sente "adesso basta" e "no".
La notte di capodanno, allo scoccare della mezzanotte e dell'esplosione dei botti, c'è stato un parapiglia di mici che scappavano spaventati da tutte le parti per andarsi a nascondere, chi sotto al letto, chi dietro al divano, chi dietro ai mobili. Johari no, lui se ne stava tranquillo a mangiare i croccantini dalla sua ciotola; ha sollevato giusto un attimo la testina quando un micio correndo lo ha quasi travolto e lo ha guardato con un'espressione come per dire "me pari matto, ma 'ndo corri?" e poi si rimesso placidamente a mangiare. Sputacchiando ovunque.

Se a me lecca la faccia, ad Andrea fa di peggio. A lui gli prende la testa a morsi. Sempre per affetto, eh. O perché vuole qualcosa (che gli si apra la porta, che gli si dia da mangiare, che gli si facciano le carezze). Comunica a modo suo. E si fa capire benissimo.

Insomma, Johari è un gatto strano, anche fisicamente - ha la testa piccola rispetto al corpo, e sulla testa due orecchiette ancora più piccole e vicine, un pon pon bianco sulla coda -
ma ci ha insegnato tante cose: la capacità di riprendersi da un lutto, di rialzarsi, di adattarsi a qualcosa di nuovo, di tornare ad amare, di comunicare e interpretare, di mettersi in ascolto di codici diversi. E poi ci ha ribadito l'unicità. Unicità che appartiene a tutti gli animali.

Rispettate gli animali, tutti, sono sensibili e senzienti. Non li mangiate, aiutateli, imparate a conoscerli, siate curiosi e rifiutate i pregiudizi.

giovedì 19 marzo 2020

Un micio al giorno e la sua storia - quinto giorno


E per la rubrica una foto di un micio al giorno e la sua storia, oggi vi propongo Ariel, anche lei inizialmente data per maschietto (ma qui l'errore è stato della veterinaria che non aveva saputo vedere bene), anche detta micia-pertugio per la sua propensione a infilarsi in pertugi strettissimi, per lo meno da piccina e infatti è proprio di fronte a un tombino che facciamo la sua conoscenza.

È una splendida mattinata di fine primavera quando lo squillo prolungato del citofono ci distoglie dalle nostre abituali attività. Chi sarà, il postino, un vicino, un Testimone di Geova, qualcuno che ci vuole vendere qualcosa? È Vito, l'allora parcheggiatore di zona, un signore che si era inventato il mestiere di farsi lasciare le chiavi degli abitanti del quartiere per poi sistemarle man mano, evitando al contempo che i vigili facessero le multe.

- Signor Andrea, signor Andrea, scendete, c'è un gattino piccolissimo che attraversa la strada e scappa, abbiamo cercato di prenderlo, ma ora si è nascosto dentro un tombino.

Noi siamo i gattari/animalisti del quartiere, non gli unici, ma comunque quelli a cui spesso citofonano per emergenze di questo tipo.

Scendiamo giù, ci abbassiamo e sbirciamo dentro la fessura del tombino; due occhietti luminosi ci guardano, il resto non si vede, è tutto nero. Chiamiamo, micio qua, micio qui, mettiamo la pappa vicino, ma niente, ha troppa paura e non si sposta di un millimetro.
Ho un'idea: salgo in casa e prendo Emily, la metto dentro a un trasportino e la porto giù. Lei miagola. Il batuffolino nero che è dentro al tombino lentamente sporge la testolina ed esce fuori. Andrea Festa l'afferra al volo e si becca persino un morso tremendo - ma non molla la presa! - e tra gli incoraggiamenti e gli hurrà del capannello di persone che nel frattempo si era fermato a guardare, portiamo a casa il premio: una gattina nera nera come la pece (che però pensavamo fosse un maschietto, chiamato Ariel, come lo spiritello de La Tempesta di Shakespeare, che per fortuna è un nome abbastanza neutro).

La mettiamo dentro a un bagnetto, le diamo acqua, cibo, insomma, la rifocilliamo un po'. Poi chiudiamo la porta e la lasciamo in pace per farla riprendere dallo spavento, lasciare che si tranquillizzi un po' ecc.

Dopo un'oretta circa, forse anche meno, torniamo a dare un'occhiata.

La gattina è sparita. Cerchiamo ovunque, ma nel minuscolo bagnetto non c'è traccia. Controlliamo la finestra: chiusa. Controlliamo sotto al mobiletto, dietro al water e in ogni dove, ma niente. Silenzio. Chiamiamo, ma non un miagolio in risposta, nulla di nulla.

Ci viene un dubbio: controlliamo la colonna del lavandino, che in effetti ha una piccola apertura. È difficile infilare la testa lì dentro, fare luce con la torcia, controllare. Andrea riesce a malapena a infilare la mano, sente qualcosa di morbido, immobile, sembra un cencio, un pezzetto di stoffa. Temiamo il peggio. Riesce ad afferrarla per miracolo, e la tira fuori. È stordita, ma si riprende, sta bene. Aveva infilato il corpicino a testa in giù, se fosse scesa un centimetro più in fondo non sarebbe stato possibile prenderla. Ovviamente avremmo rotto la colonna, l'avremmo comunque liberata, ma la mancanza di aria e la posizione in cui stava e che le impediva qualsiasi movimento avrebbero potuto essergli fatali.

Oggi Ariel è una micia ancora tremendina, vivace e dispettosa, ma comunque affettuosa. Molestissima, si mette d'impegno a fare tutte le cose che sa che non deve fare. Faccio un esempio: nelle scorse settimane avevamo una micia malata (Nora, scriverò anche di lei) che tenevamo in una camera separata dagli altri, un po' perché doveva stare tranquilla, un po' perché doveva mangiare cibo particolare. E niente, Ariel, la micia-pertugio, in quei giorni pareva che vivesse per entrare in quella stanza, riuscendoci puntualmente. Ogni volta per farla uscire diventava un problema. Scappava e si nascondeva, saltava sugli armadi, sulle mensole, si infilava negli angoli più remoti sotto al letto. Alla fine abbiamo mollato e l'abbiamo lasciata. Ha perso subito interesse. Certi gatti sono così. Dei bastian contrari di natura.

Rispettate gli animali, tutti, sono sensibili e senzienti. Non li mangiate, aiutateli, imparate a conoscerli, siate curiosi e rifiutate i pregiudizi.

mercoledì 18 marzo 2020

Un micio al giorno e la sua storia - quarto giorno


E oggi è il turno di Agostina Colombina, inizialmente Agostino, cioè l'avevamo scambiata per un maschietto.

L'origine del suo nome viene dal luogo dove è stata trovata, la via Cristoforo Colombo, e dalla notte in cui è stata soccorsa, quella di ferragosto del 2011.

Al ritorno da una serata a Ostia vediamo questo esserino minuscolo che attraversa la strada, accostiamo, ci fermiamo e scendo. Si è nascosta dentro un cespuglio, ma quando allungo la mano e la chiamo gentilmente, sporge la testolina e mi offre l'occasione di afferrarla al volo. Quando si soccorre un gattino, specialmente lungo una via trafficata e ampia, conviene essere tempestivi perché potrebbe scappare impaurito e finire sotto un'auto o rifugiarsi in pertugi dove poi diviene difficile riuscire a prenderlo.
Con lei è facile, tutto sommato, si fida, credo che abbia fame e compreso che le si prospetta un'opportunità di migliorare la sua condizione.
Nel portabagagli abbiamo sempre un trasportino per gatti per le emergenze e così la mettiamo dentro. Buona buona inizia a far le fusa. Ha due orecchie gigantesche rispetto al musino piccolo, la rinomino "asinello".
Per le scale di casa sbircia curiosa attraverso la rete del trasportino, continuando a far le fusa. Una volta dentro la sistemiamo, separatamente dagli altri gatti (si fa così per ogni nuovo arrivato per vari motivi) e le diamo pappa e acqua. Affamatissima, divora ben due scatolette. È piccina, avrà due e mesi, due mesi e mezzo, ma è già svezzata.
Resta con noi perché è agosto, non siamo nemmeno su FB, non conosciamo altri gattari o animalisti, non sapremmo, anche volendo, come fare per trovarle adozione e anche se abbiamo già altri, le diamo il benvenuto ed entra a far parte della banda.
Il giorno dopo visita dal veterinario di zona, dice che probabilmente è stata abbandonata perché ha un pelo morbido, pulito, non ha parassiti, difficile che sia sempre stata randagina. Torniamo anche sul posto del suo ritrovamento per controllare che non ci siano altri fratellini o sorelline.

Agostina è una delle gatte più buone che abbia mai conosciuto, un carattere meraviglioso, sempre contenta, affettuosa, pronta a venire quando la chiamiamo (chi ha detto che i gatti vengono solo quando pare a loro?), sorridente (sì, anche gli altri animali sorridono e no, non i delfini negli zoomarine), fusacchiona e impastona ("fa le paste", cioè quel movimento che fanno i gatti con le zampine, imprinting di quando spremono il latte dalle mammelle di mamma gatta, ma che poi continuano a fare anche da adulti per rilassarsi, esattamente come fusa).

Di lei avevo scritto anche qui, all'indomani del suo ritrovamento, dove potete vedere anche delle sue foto da piccina:

Rispettate gli animali, tutti, sono sensibili e senzienti. Non li mangiate, aiutateli, imparate a conoscerli, siate curiosi e rifiutate i pregiudizi.

martedì 17 marzo 2020

Un micio al giorno e la sua storia - terzo giorno



Oggi sono due, in verità, e vi racconto perché.

Bettina e Henriette sono nate d'agosto, insieme a un fratellino, in un giardino condominiale; un bel giardino, con tanti alberi, piante, erba, posti per rifugiarsi e giocare, e il mondo dev'essergli sembrato senz'altro un posto speciale; un bel giorno però la mamma non si è presentata al consueto appuntamento per la pappa e dopo un po', al calare della sera e con i morsi della fame che iniziavano a farsi sentire, hanno iniziato a chiamarla, a piangere, a miagolare sempre più forte.
Le persone umane del condominio, i pochi rimasti perché si era ancora in estate, devono sicuramente averli sentiti, specialmente il fratellino, che era quello che si sgolava più di tutti, ma si sa come sono certi umani... Solo una ragazza gentile, sebbene un po' inesperta, ha provato a dar loro qualcosina, non sapendo, tuttavia, che fosse ancora presto per le pappe di un certo tipo, che avevano ancora bisogno di latte. Un altro signore, gentile per metà, anche un po' stanco dei miagolii continui, ha chiamato una vicina gattara, che però in quel momento si trovava in vacanza fuori Roma. Questa signora si è comunque attivata chiamando noi, si sa, tra gattari di quartiere ci si conosce un po' tutti e ci si aiuta nelle emergenze. Noi non abbiamo perso tempo e siamo andati subito sul posto; nel mentre il fratellino, purtroppo, era morto.
Appena messo piede nel giardino abbiamo visto queste due scriccioline - avranno pesato sì e no poche centinaia di grammi - barcollare sulle zampine per venirci incontro, miagolando disperate in un'inequivocabile richiesta d'aiuto. Hanno capito subito che eravamo lì per loro e quando ci siamo avvicinati ci si sono letteralmente arrampicate sulle gambe. Io ho preso in mano Henriette e Andrea Festa Bettina. Appoggiate al petto, hanno smesso di piangere, immediatamente. Un momento, questo, che deve aver segnato per sempre la loro riconoscenza nei nostri confronti, tanto che Henriette ha sviluppato un attaccamento particolare nei miei confronti, mentre Bettina verso Andrea e non c'è verso di mutare in qualche modo questa relazione di affetto selettivo.

Portate a casa hanno subito capito che quello era un nuovo mondo, forse meno bello del precedente in cui c'era ancora la mamma, il fratellino e in mezzo al verde, ma insomma, non ci si poteva certo lamentare di pappe buone, divani, terrazzo al sole comunque con tante piante e altri mici pronti a insegnar loro come si vive. E poi c'eravamo noi, i nuovi genitori adottivi, pronti a dar loro lattuccio buono fino ad arrivare allo svezzamento.

In verità, all'epoca pensavamo poi di farle adottare, avendo già diversi gatti, e mettemmo anche un appello qui su FB, però volevamo che fossero adottate insieme perché non ci sembrava giusto separarle dopo quello che avevano passato. Era difficile però trovare un'adozione di coppia, e poi ci eravamo affezionati, così alla fine decidemmo di tenerle.

Oggi sono due gattine simpaticissime, vivaci, affettuose (anche se in modo selettivo, appunto), inseparabili. Loro sanno di essere due sorelline, sanno di avere un legame speciale, si coccolano a vicenda, dormono abbracciate, giocano, si inseguono e a volte litigano anche, ma non seriamente.

Rispettate gli animali, tutti, sono sensibili e senzienti. Non li mangiate, aiutateli, imparate a conoscerli, siate curiosi e rifiutate i pregiudizi.

lunedì 16 marzo 2020

Un micio al giorno e la sua storia - secondo giorno.



Una foto di un micio al giorno e la sua storia.

Oggi tocca a Jill.

Quel giorno aveva piovuto quasi tutto il tempo, ma questo non aveva impedito lo svolgimento del VEGinROME, festival antispecista organizzato dal Coordinamento Antispecista nel 2014, né aveva fermato me dal fare un salto per assistere a qualche conferenza e farmi un giretto tra gli stand delle varie associazioni.
Tornando a casa, lungo il corridoio che porta dalla banchina della stazione metro di Castro Pretorio alle scale per salire in superficie, tra la ressa delle persone che si affrettano in entrambe le direzioni, l'odore della pioggia e l'umidità che pervadono l'aria del sottopassaggio, sento un miagolio. Un miagolio continuo che so interpretare come richiesta di aiuto. Mi fermo di colpo e inizio a guardarmi attorno, in basso, frugando con lo sguardo tra le gambe delle persone che continuano a camminare per i fatti propri. E così la scorgo, accovacciata sulla rampa di scale di un'uscita laterale, da una parte, impaurita, ma anche determinata a farsi sentire. Mi avvicino e le sussurro qualcosa, le faccio una carezza. Immediatamente si solleva sulle zampine e inizia a farmi le fusa, a strusciarsi sulle mie gambe, intervallando il tutto da miagolii sempre più acuti. Inizio a salire le scale e mi viene dietro, mi fermo sul piazzale antistante la biblioteca comunale e chiamo Andrea Festa al telefono. Gli dico, ehi, c'è una gattina che piange, è sola, non so se abbandonata o se si è persa, arrivi con del cibo e magari un trasportino, vediamo un po' il da farsi?
Andrea arriva in men che non si dica, scende dalla macchina e iniziamo a dare da mangiare a questa micia, che non ha smesso un attimo di farmi le fusa e di strusciarmisi addosso. Mangia due scatolette, anzi, le divora, letteralmente.
Cosa facciamo?
-E se è solo uscita a farsi un giretto, ma ha una casa?
- Ma allora non sarebbe stata così affamata, non miagolerebbe in cerca d'aiuto, non starebbe così appiccicata a noi.
- Proviamo a salire in auto, vediamo cosa fa.

Apriamo lo sportello e lei si tuffa dentro, non vuole saperne di uscire.
A questo punto non ci rimane che metterla nel trasportino e portarla a casa. Domani si vedrà.

Il giorno dopo abbiamo fatto un appello e l'abbiamo condiviso su FB, siamo tornati sul posto e chiesto ai gestori delle colonie di zona se qualcuno la conoscesse, abbiamo fatto un giro nei dintorni e cercato se ci fossero appelli di smarrimento, ma non è venuto fuori nulla. Abbiamo anche ricevuto un paio di chiamate da persone che in quel periodo avevano perso un gatto, ma nessun riscontro positivo.

Così è rimasta da noi. Non ha perso il suo carattere coccolone, ed è particolarmente innamorata della sottoscritta. Mentre scrivo queste righe si trova dietro di me, sulla sedia, appoggiata alla mia schiena. Ogni tanto allungo una mano e le faccio una carezza, risponde con una testatina e fusa sonorissime.

Rispettate gli animali, tutti, sono sensibili e senzienti. Non li mangiate, aiutateli, imparate a conoscerli, siate curiosi e rifiutate i pregiudizi.

domenica 15 marzo 2020

Un micio al giorno leva il medico di torno. Speriamo!



Una foto di un micio al giorno e la sua storia.

Cominciamo con  lui, Marcellino Silvestrino, detto Silvestro, anni dodici, piscione e piagnone, adora starsene acciambellato sulle spalle di Andrea Festa, i croccantini, essere spazzolato, molestare alcune gattine, ciucciare le orecchie.
Tutte le mattine, quando sente che mi sto alzando, corre a salutarmi, mi accompagna in bagno e inizia a darmi musatine e capocciatine.

Lo prendemmo quando aveva circa due mesi, insieme a un altro gattino, Kirill. Erano tutti e due raffreddati, lui guarì, mentre purtroppo Kirill si ammalò di FIP e morì. La sera che morì, a Silvestrino venne un febbrone per lo shock. Pensammo che si fosse ammalato anche lui e invece era una reazione al dolore.

Rispettate gli animali, tutti, sono sensibili e senzienti. Non li mangiate, aiutateli, imparate a conoscerli, siate curiosi e rifiutate i pregiudizi.

mercoledì 11 marzo 2020

Corpi ad uso e consumo di altri

C'è una sorta di condizionamento interiorizzato nel pensare che alcune donne possano scegliere liberamente di dar piacere agli uomini. Come se gli uomini fossero una categoria superiore e le donne esseri che esistono per prendersi cura dei loro bisogni e necessità, per soddisfare il loro sguardo, i loro desideri.

Questo tipo di condizionamento viene esercitato e trasmesso culturalmente attraverso una diversa socializzazione e linguaggio. Ad esempio, anche attraverso banalissime e apparentemente innocentissime espressioni quali: "gli uomini amano le curve", "gli uomini preferiscono le bionde (o le rosse, le more, a seconda del caso)", "ah, ma guarda che agli uomini le donne troppo magre non piacciono", "poi come farai a trovare un uomo?", "gli uomini amano le ragazze acqua e sapone", "guarda che resti zitella!", "comportati così, altrimenti poi nessun uomo ti vorrà".

Tutto ciò, inculcatoci nella testa sin da quando siamo bambine, quindi quando non abbiamo la capacità critica per discernere i contenuti di ciò che viene detto, concorre a farci interiorizzare un certo ruolo; di contro, agli uomini vengono dette altre cose che li convince del fatto che non ci sia nulla di male nell'accedere ai corpi delle donne per i loro bisogni.

Lo stesso linguaggio e la stessa cultura in cui veniamo cresciute ci dice e ci comunica attraverso una miriade di segni che anche gli altri animali esistono per i nostri bisogni, che sono su questa terra affinché noi possiamo servircene; generando così una gerarchia di valore dei viventi in base alla specie.

Specismo e maschilismo a braccetto, connessi, interdiscorsivi, ma comunque oppressioni specifiche poiché le vittime sono diverse, oppresse e usate in modo diverso e anche perché, ahimè, gli animali sono usati pure dalle stesse donne e purtroppo non hanno nemmeno voce in capitolo. Cioè, specifico: gli altri animali hanno ovviamente una loro voce, ma è silenziata dall'oppressione che subiscono sin da quando vengono al mondo. Sono sottomessi e schiavizzati sin dalla nascita, il controllo sui loro corpo è totale, il loro raggio d'azione e mentale è praticamente inesistente.

martedì 10 marzo 2020

Illusioni

Questi ci sembrano tempi eccezionali (nel senso di "eccezione dalla routine"), straordinari (sempre nella medesima accezione), eppure avete mai pensato a quanto in fondo la storia dell'umanità sia sempre stata periodicamente costellata da guerre, epidemie, carestie, provvedimenti straordinari, dittature ecc.? E allora penso che semplicemente l'eccezione non sia questa, bensì la breve parentesi di pace e benessere (relativi, s'intende) vissuti in occidente negli ultimi decenni.
Siamo generazioni vissute nell'opulenza, nella spensieratezza, nella cura per quasi ogni malattia, dove la morte è un'eccezione, una tragedia e non la norma. Dove abbiamo potuto viaggiare, muoverci, spostarci senza limiti.

Eppure, in paesi nemmeno così distanti da noi hanno continuato a esserci interi Stati che vivono nel terrore e nelle restrizioni - economiche, di spostamento - e che vivono un quotidiano costellato di emergenze continue per catastrofi naturali, epidemie, guerre, carestie.

Forse questo che stiamo vivendo non è un momento particolare, ma è la vita che si palesa nella sua intima essenza e natura.

Forse che gli animali liberi in natura non periscono ogni giorno per malattie, freddo, fame, predazione, parassiti, virus?
E noi veramente ci siamo illusi di essere speciali?
Noi, con la tecnologia, ci siamo solo protetti per un po', barricati dietro un'illusione di eternità, ma a quale prezzo, se poi il male, la violenza, l'orrore l'abbiamo chiuso nei laboratori, lo abbiamo esercitato su vittime indifese. A quale prezzo ci siamo "sfamati", opprimendo e schiavizzando altri individui, facendoli nascere per trasformarli in prodotti?

Il nostro progresso è stato raggiunto schiacciando e schiavizzando miliardi di altri individui, umani e non. Per alcuni il nostro progresso è stato, semplicemente, l'inferno.

Uccidiamo l'altro (simbolicamente e letteralmente) come comportamento apotropaico, illudendoci così di salvare noi stessi.
Ma l'unica cosa che ci può salvare è la solidarietà perché evolutivamente si sopravvive di più collaborando e aiutandoci che non ingaggiando questa eterna lotta per la sopravvivenza a discapito degli altri.

martedì 3 marzo 2020

Libertari sulla pelle degli altri

Se il tuo essere libertario, ossia esprimere la libertà di continuare a perpetuare certe pratiche o di usufruirne in qualche modo, coinvolge l'uso di altri corpi, rifletti sul fatto che stai in qualche modo ledendo la libertà altrui.
Mangiare animali, consumare i prodotti derivati dalla loro schiavitù, pagare una donna indigente per avere servizi sessuali che altrimenti - cioè se non fosse indigente e abituata a pensare al proprio corpo come a una merce da mettere in vendita, che è ciò che una società profondamente maschilista l'ha indotta a credere - non accetterebbe mai di praticare (quindi il consenso sessuale e l'attrazione non c'entrano) significa essere complici di forme varie di sfruttamento e oppressione.

Tutti libertari, però guai a toccargli bistecche e filmetti porno. 

domenica 1 marzo 2020

Piccoli passi all'indietro

Ogni volta che si parla di riduzionismo (ridurre il consumo di carne, ridurre la sofferenza degli animali attraverso questo o quell'altro accordo con gli allevatori), ogni volta che si invita al riduzionismo nella speranza di farsi benvolere dagli interlocutori, che siano singoli o un gruppo preciso di persone (che so, persone attente all'ambiente?) NON si sta dicendo che gli altri animali sono individui, ma si conferma ancora una volta la loro riduzione a oggetti.
Si mette il paravento dei "piccoli passi" davanti all'antispecismo perché scomodo, spingendolo ancora una volta sulle retrovie. Piccoli passi sì, ma indietro.

sabato 29 febbraio 2020

Oh, io amo gli animali, ho un cane per cui farei follie!

Che belle le dichiarazioni d'amore delle persone verso i loro cani, gatti, coniglietti. Li vedono come figli, li proteggono, li accudiscono, li curano se si ammalano, ci dormono abbracciati e quando muoiono li piangono. Si rendono conto che sono intelligenti, perspicaci, consapevoli, capaci di esprimere la loro volontà e di avere esperienza del mondo.

Peccato che queste stesse persone non riescano a capire che pure tutti gli altri animali sono individui e non cibo, non prodotti, non macchine da usare, non risorse da allevare per trarne profitto.

giovedì 27 febbraio 2020

L'uso è già un abuso

Ogni volta che si scrive "maltrattamenti sugli animali in questo o quell'allevamento" si sta implicitamente affermando che il problema sia la modalità con cui si trattano gli animali, e non la normalizzazione del loro uso.

La violenza è nell'uso. L'uso di corpi che non ci appartengono.

mercoledì 26 febbraio 2020

Lo stagista inaspettato


Lo stagista inaspettato (titolo originale: The Intern) di Nancy Meyers è una commedia gradevole e femminista.
De Niro, nei panni di un vedovo in pensione in cerca di un'occupazione che lo tenga occupato, risponde a un annuncio di una start up di e-commerce creata e gestita da una giovane donna (Anne Hathaway).

Attenzione, da qui in poi ci sono spoiler, anche se faccio una riflessione abbastanza generale:

Il film propone solo in apparenza il classico conflitto sociale della donna in carriera, dilaniata tra lavoro e sensi di colpa per non aver demandato al compagno il ruolo dell'accudimento della bambina e della gestione familiare, in realtà invece affronta e risolve quello maschile e sociale, incapace di accettare nel profondo l'inversione dei ruoli; o meglio, l'accettazione sociale di una paritaria considerazione della donna che lavora.
Il problema infatti è che nella nostra società una donna che passa molte ore a lavoro e che quindi ha meno tempo da trascorrere con i figli viene sempre colpevolizzata, comunque giudicata negativamente; mentre non accade il contrario. Così succede che una donna che lavora molte ore, poi, per sopperire al senso di colpa indotto dalla società, una volta tornata a casa o nel tempo libero, si ammazzerà comunque di lavoro anche tra le mura domestiche per dimostrare che è perfettamente in grado di bilanciare e gestire lavoro e famiglia. Si chiama multitasking burn out, cioè esaurimento da sollecitazioni multiple. Molte donne che lavorano infatti si stressano non tanto per i compiti del lavoro stesso, che sono perfettamente affrontabili, ma dal controllo contemporaneo sulla vita al di fuori del lavoro: pensare a cosa mettere in tavola per la cena, pensare a passare a prendere i bambini a scuola o alle altre attività a cui partecipano, a comprare il regalino per il compleanno dell'amichetto, tenere a mente l'appuntamento dal dentista e la scadenza di questo e quell'altro, insomma, non è il lavoro che stressa, ma l'insieme delle incombenze del quotidiano da incastrarci in mezzo, incombenze che ancora per gran parte vengono demandate alle donne, pena il severo giudizio sociale, la stigmatizzazione di non essere una brava madre, l'accusa di aver sacrificato la famiglia per il lavoro, anche se quello è un lavoro che la realizza, che la rende felice, il lavoro dei suoi sogni per cui ha studiato e che si è costruita duramente negli anni. Tutti giudizi che invece non sono mai indirizzati agli uomini, i quali vengono invece incoraggiati a perseguire i propri sogni lavorativi e di carriera e quando sono a lavoro si concentrano esclusivamente su quello, senza pensare alle camicie da stirare, al pane da comprare, al figlio da accompagnare a lezione di tennis, ai colloqui degli insegnanti, allo shopping perché il bambino è cresciuto e non ha più scarpe da mettersi (perché di solito è la moglie che ci pensa, anche se lavora pure lei... ma tanto lavora part time, sono cose da donna queste, sono le donne che di solito ci pensano e via con una sfilza di luoghi comuni).

Agli uomini viene chiesto molto meno, nessun uomo avverte mai la necessità di doversi giustificare perché ha scelto la carriera e nessun uomo viene colpevolizzato, socialmente, se viaggia per affari, se lascia a casa la moglie e i figli, se va a cene di lavoro ecc.; al massimo sono dinamiche che si risolve a livello personale, dinamiche interne alla famiglia, ma non c'è la pressione sociale perché è considerato normale che l'uomo trascorra molto tempo fuori di casa, che viaggi per lavoro ecc.

Ecco, seppure con leggerezza - è una commedia - il film tocca queste questioni. E, una volta tanto, è la donna che viene incoraggiata a non sacrificare i propri sogni.

Nel film vengono poi affrontati altri aspetti, non meno importanti, come il riconoscimento del contribuito di tutti gli impiegati a prescindere dal sesso di appartenenza; anzi, a volte è la protagonista stessa a scivolare in stereotipi che riguardano il suo stesso sesso, quando ad esempio non sembra riconoscere il valore della sua assistente donna, seppure laureata, e affida compiti più importanti allo stagista uomo. Qui è evidente la visione ancora paternalista, il bisogno di affidarsi a un uomo perché uomo. E in maniera sottile forse questa cosa c'è, alla fine è l'uomo che fa il discorso femminista in una sorta di mansplaining, ma il film manda comunque un messaggio complessivamente femminista e, credetemi, trattandosi di un film comunque hollywoodiano, di una commedia per tutti, leggera e divertente, è tutto oro che cola.

Si affronta poi anche il tema della vecchiaia, dell'isolamento sociale che spesso vivono i pensionati, dell'ageismo ecc.

P.S.: La parità tra uomo e donna non avviene se anche le donne lavorano. Avviene se la considerazione è paritaria, se cade lo stigma sociale delle donne in carriera, se la divisioni dei compiti al di fuori del lavoro è veramente ed equamente suddivisa. Avviene quando i ruoli di genere sono veramente abbattuti nel profondo.
E ne siamo ben lontani.
Una donna che lavora è ancora quella che trascura i figli.
Mentre l'uomo che lavora è quello riconosciuto appieno nel suo ruolo.

martedì 25 febbraio 2020

Differenze tra specismo e nazismo (non solo analogie)

Ancora una riflessione sui salvataggi degli animali tramite denaro o concessione pietistica da parte degli allevatori e macellai.
Allora, molti portano l'esempio di Schindler che salvava gli Ebrei impiegandoli come lavoratori nella propria azienda, così sottraendoli ai lager.
Ora, questa azione, di per sé molto nobile, non ha combattuto il nazismo, ma ha semplicemente offerto salvezza ad alcuni individui. Il nazismo poi è stato sconfitto, come sappiamo, con una guerra cruenta.

Ora, vorrei suggerire di fare attenzione alle analogie che si fanno con il nazismo e con l'Olocausto. Io stessa ne faccio spesso, paragonando le strutture dei lager a quelle dei macelli e degli allevamenti, la modalità di soppressione delle identità delle vittime, la costrizione, la deportazione forzata, le modalità con cui si opprimono le persone - umane o non umane che siano - con cui si annienta ogni tentativo di singola ribellione grazie a una superiorità di mezzi e forza, così impedendo qualsiasi forma di lotta organizzata, ma tra i due fenomeni c'è anche una profonda differenza e cioè che mentre il nazismo fu una dittatura spietata che subito trovò l'opposizione di molti Stati e persone (da ricordare la Resistenza dei tedeschi), lo specismo è invece un'ideologia che esiste dalla notte dei tempi, normalizzata, legittimata, naturalizzata.
Che il nazismo fosse un'aberrazione fu evidente a tutti, a parte i nazisti e i collaborazionisti che avevano i loro interessi, vantaggi, deliri di potenza e superiorità. Certo, una macchina spietata come quella messa in moto dai nazisti non si costruisce in due giorni e ha alle spalle teorie razziste, costruzione dell'identità dell' Ebreo in negativo e come capro espiatorio di tutti i guai economici della Germania dell'epoca (che viveva una profonda crisi economica per la pesante eredità della prima guerra mondiale e concorrenza spietata con la Francia per l'esportazione di importanti materie prime, perdita della Saar ecc.), però comunque sia l'Europa non è che accolse a braccia aperte Hitler, e molti paesi conquistati dalla Germania furono comunque conquistati militarmente. Con la forza e la violenza, con la paura. L'emergere del nazionalismo riguardò alcuni stati, come l'Italia, la Spagna e poi la Francia dopo l'occupazione, ma anche questo fu comunque un'aberrazione e ha sempre visto un gruppo di Resistenti.

Invece riteniamo perfettamente normale far nascere individui, privarli di esistenze libere e poi usarli come macchine o trasformarli in prodotti.

Lo specismo non ha Resistenti, a parte noi, da circa qualche decennio, anno, mesi per alcuni; cioè, in termini storici, adesso, un attimo fa.

Lo specismo è considerato normale. Non è che costringiamo le persone a comprare i prodotti animali con una pistola puntata alla tempia, pena ritorsioni e perdita della vita; le persone li comprano perché pensano che non ci sia nulla di male; nemmeno li vedono i corpi degli altri animali - che sono referenti assenti - vedono cibo; dicono "pollo", ma non vedono il singolo individuo con le ali e le penne cui è stata negata l'esistenza; vedono un prodotto alimentare da fare in padella.

Gli orrendi crimini nazisti sono apparsi subito come tali, mentre i crimini che avvengono dentro i laboratori di vivisezione o dentro i macelli appaiono come normali, sono giustificati, accettati, legali.

Quindi, già portare Schindler come esempio non va bene perché comunque è evidente come il nazismo non sia stato certo sconfitto a forza di salvataggi di singoli individui; ma poi bisogna appunto considerare le due diverse forme di ideologie.

Per combattere quella specista servirà ben più di una collaborazione con allevatori o macellai di turno che fanno finta di impietosirsi per poi vantarsi della pubblicità ricevuta. Bisogna combattere la cultura che vi è dietro, che consente l'esistenza, degli allevamenti e dei mattatoi (e degli zoo, circhi, laboratori di vivisezione ecc.). Bisogna combattere lo specismo come ideologia invisibile, normalizzata, naturalizzata.

La Resistenza allo specismo dobbiamo costruirla bene, su basi solide, non facendo affari con gli allevatori, con le industrie ecc.
Quello si chiama collaborazionismo.

lunedì 24 febbraio 2020

Quell'attivismo così rassicurante...

L'homo sapiens trova difficile cambiare. Che si tratti di abitudini quotidiane rodate da anni, quale quella di prendere un caffè appena alzati la mattina e di farlo svolgendo un preciso rituale, o che si tratti di idee, credenze, opinioni confermate e supportate dalla maggioranza, quindi spacciate per "normalità", il risultato non cambia.
Il cervello fa fatica a pensare in modo critico, ad accogliere e mettere in dubbio, a stravolgere, a cambiare, appunto. Trova più semplice confermare le proprie idee perché ciò è rassicurante. E cercare conferma di esse, prestando attenzione a tutto ciò che in qualche modo assolve questo compito e ignorando, dimenticando, negando, rimuovendo il resto. Stare nella zona comfort, si dice. Anche se alcune abitudini possono essere nocive, anche se una parte di noi le percepisce magari come discutibili o addirittura sbagliate, comunque sia, se sono quelle cui siamo abituati, ci danno comunque conforto e protezione.

Ora, vediamo di applicare questo discorso allo specismo.
Da quando nasciamo ci dicono e ci comunicano in ogni modo possibile che mangiare e usare animali sia una cosa normale; rinchiudiamo e forziamo alcuni animali in ruoli precisi e pensiamo che questi ruoli siano naturali (naturalizzare, si dice, funzioni che invece sono frutto di cultura e non biologiche); così alcuni li mangiamo, mentre altri li consideriamo da compagnia, altri ancora li sfruttiamo come fossero macchine, o li usiamo in spettacoli di intrattenimento o li rinchiudiamo per andare a guardarli o ancora li torturiamo e facciamo ammalare per farci gli esperimenti. Quale che sia la funzione cui li destiniamo, consideriamo normale usarli per i nostri interessi e scopi perché sin da quando siamo venuti al mondo abbiamo visto farlo, sappiamo che è legale, lo facevano anche la nonna, la mamma, il papà, e tantissime altre brave persone che di certo non sono dei mostri nazisti. Questo ci dice ogni fibra del nostro cervello. E questo tendiamo a conservare.

Ora, quando una minoranza arriva a mettere in discussione tutto ciò è importante che lo faccia andando a intaccare il cuore di queste credenze errate e usando anche un certo tipo di argomentazioni logiche e chiare. È molto importante che i nostri messaggi e le nostre comunicazioni non siamo ambigue e che, soprattutto, non contengano elementi che possano invece rassicurare e confermare proprio quelle credenze che vogliamo scalfire.
Secondo quanto detto sopra, infatti, il cervello, pigro nel cambiare, a suo agio nelle abitudini e credenze della zona comfort, si comporterà come una bambino spaventato che di fronte alle novità che lo disorientano e spaventano - perché mettono in discussione tutto ciò cui aveva creduto fino a quel momento e fanno crollare la sua scala di valori, che poi è la scala di valori della società antropocentrica e specista, cioè quella che dice che l'umano viene prima di ogni cosa - cercherà riparo proprio in quella piccola ambiguità e frasetta che gli conferma e ribadisce che in fondo quello che pensa e fa non sia sbagliato.
Dunque, se noi portiamo avanti un'idea di antispecismo che contempla l'amicizia con gli allevatori, il pietismo nei loro confronti, la riduzione dell'uso degli animali (anziché l'abolizione), le gabbie più grandi (anziché la loro totale eliminazione) o che si appella ad argomentazioni indirette in cui gli altri animali sono comunque ancora inseriti, a livello discorsivo e di immagine, dentro il paradigma specista che ne conferma l'uso, non solo non andremo a scalfire il cuore dello specismo, ma daremo un appiglio al cervello per confermare e rafforzare quanto già sa. Il cervello riceverà conferma del fatto che in fondo gli allevatori non fanno poi delle cose così terribili e che in fondo non sia poi così sbagliato usare gli animali, basterà trattarli meglio, ucciderli pietosamente, non picchiarli, non abusarli (ma l'abuso è già nell'uso poiché il corpo degli altri non dovrebbe appartenerci).

In questi giorni si è parlato molto del salvataggio di una mucca e di un vitellino a opera di Joaquin Phoenix (che comunque ha agito all'interno di una cornice di attivismo che ormai sta andando per la maggiore), il quale si è recato presso un noto allevamento e dopo aver parlato con il proprietario si è fatto regalare questi due individui.
Tutti si sono focalizzati sull'azione del salvataggio. Nei giorni successivi l'allevatore addirittura se ne è vantato sui suoi social, affermando che per lui era tutto un ritorno in pubblicità positiva e quindi business; poi Phoenix si è fatto una foto con lui, come fossero grandi amiconi, e si è sperticato in lodi della suddetta persona, affermando di aver trovato un amico, che era una persona di buon cuore ecc.
Ora, indovinate un po' il cervello su cosa si sofferma? Ovviamente, non sul fatto che in quell'allevamento ci sono migliaia di individui che verranno mandati al macello di lì a poco, che le mucche saranno sfruttate e munte fino allo sfinimento, che i vitellini saranno ingrassati per qualche mese e poi inviati al macello anche loro, né, tanto meno, si sofferma sulla messa in discussione dello specismo in generale. No, si sofferma sulla buona azione dell'allevatore, sulla pacca della spalla di Phoenix all'allevatore, sulla normalità di essere un allevatore, cioè uno che fa nascere individui deputati alla sola funzione di essere macchine e prodotti. L'allevatore è uno di noi, allevare è un lavoro come un altro, lo dicono persino gli animalisti, lo dice persino uno come Phoenix.

Ma questo di Phoenix è in fondo un aneddoto come tanti. Come troppi in questa nuova era di attivismo che sta totalmente stravolgendo il concetto di liberazione animale, servendo all'industria dello sfruttamento animale la soluzione per rinnovarsi e rafforzarsi tramite campagne incentrate su:
- riduzionismo;
- macellazione etica (magari con controlli effettuati dagli stessi attivisti o proponendo di mettere telecamere);
- salvataggio di pulcini maschi;
richiesta di metodi meno cruenti di uccisione per i pesci, di stordimento ecc.;
- richiesta di eliminazione delle gabbie (ma non degli allevamenti);
- richiesta di buone pratiche di allevamento tramite applicazione di miglioramenti per il "benessere animale" (termine coniato dagli allevatori stessi e funzionale in realtà all'ottenimento di un buon prodotto, salubre ecc.).
In aggiunta a tutto ciò; confusione sul termine di veganismo (per l'ambiente, la salute ecc.).

E tutto ciò lo stiamo facendo noi attivisti, noi che ci dichiariamo antispecisti, le associazioni animaliste più blasonate in termini di visibilità. Lo stiamo facendo d'accordo con aziende che lucrano sugli animali, che li usano, vendono, commerciano. Lo stiamo facendo in anticipo, servendo soluzioni al mercato della carne, latte ecc.;
Il welfarismo, riduzionismo e tutto quanto decritto sopra NON dovremmo introdurlo noi, ma dovrebbe essere una risposta reattiva dell'industria dello sfruttamento degli animali.
E noi dovremmo farci trovare pronti a combattere tutto questo, non a incoraggiarlo, proporlo, confermarlo. Noi siamo quelli che dovremmo alzare l'asticella, non metterci sullo stesso piano di allevatori e macellai con tanto di pacca sulla spalla.

Il nostro fine deve essere quello di abolire lo specismo, di bloccare questo ciclo di riproduzione forzata di individui che vengono messi al mondo solo per essere trasformati in prodotti e usati nei più svariati modi, combattere questa agghiacciante normalità, questa assurda banalità del male. Se al contempo riusciamo a salvarne qualcuno tramite azione diretta va bene, ma il fine non è il salvataggio di qualche singolo per poi rafforzare e mantenere intatto il paradigma specista. Attenzione quindi ai messaggi che accompagnano le liberazioni, alle modalità con cui lo si fa e a come lo si comunica.

I piccoli passi, il riduzionismo, il protezionismo e le collaborazioni con gli allevatori e i macellai sono la zona comfort del cervello della maggioranza che cerca conferma delle proprie idee speciste.