giovedì 15 giugno 2017

Parole, parole, parole


Cari allevatori, il problema - per voi! - non è come chiamiamo i prodotti vegetali, ma il fatto che sempre più persone capiscano che si può vivere benissimo senza mangiare animali e derivati.
Che si chiami bevanda di soia o latte di soia, la verità è che l'industria del latte è in crisi comunque e non lo è perché le persone si confondono e prendono per sbaglio il latte di soia, ma perché hanno SCELTO di non finanziare più la schiavitù degli animali.
Tenetevi pure le vostre diciture. A proposito, in una nota si legge: “La denominazione latte è riservata esclusivamente ai prodotti della secrezione mammaria normale, ottenuti attraverso una o più mungiture, senza alcuna aggiunta o sottrazione”. 
Ecco, già che ci siete, dovreste aggiungere alla definizione - per esser più precisi, visto che ci tenete tanto - anche questa dicitura: mungitura che si pratica dopo aver separato il vitellino dalla mucca - considerato uno scarto e quindi mandato al macello - sottoposta a cicli continui di inseminazione e parto fino a che sarà in grado di produrre latte per un certo profitto, dopodiché, quando la produzione calerà causa sfinimento organico, sarà mandata al macello; stessa sorte toccherà alle vitelline.
Chissà, forse noi vegani dovremmo esigere che sulle confezioni di latte, pardon, di secrezioni mammarie, si spieghi proprio questo. 

P.S.: E comunque in nessun prodotto di origine vegetale c'è scritto veramente latte o formaggio, bensì "bevanda a base di", bevanda di soia", "preparazione vegetale" e via dicendo. 
Nel linguaggio comune parlato, invece, si dice, per praticità, latte di soia, cappuccino di soia, formaggio veg. Ma la linguistica ci insegna che è praticamente impossibile imbrigliare il parlato, a meno che non intervengano divieti puniti severamente. Cosa tipica dei regimi dittatoriali.

mercoledì 14 giugno 2017

Mente fallace


La dissociazione cognitiva indotta dall'ideologia carnista ci porta a non saper ricondurre la fettina di prosciutto all'individuo unico che è stato, ma anche a non saper vedere - letteralmente - gli animali cosiddetti da reddito. 
Provate a immaginarvi un tir contenente cani o gatti che sfili per le strade della vostra città, diretto al mattatoio. Provate a immaginare i musetti dei cani, dei gatti, i loro guaiti e miagolii, i tentativi di fuggire attraverso le sbarre; provate a immaginare quel camion fermo a pochi metri dal mattatoio e alcune persone che si avvicinino nel tentativo di fare una carezza agli animali rinchiusi. 
Una simile scena scuoterebbe l'opinione pubblica, porterebbe migliaia di persona in strada a protestare.
Poi, provate invece a immaginare la realtà: camion di maiali, mucche, vitellini, agnellini, polli stipati e sofferenti e una manica di individui con i loro cartelli in segno di protesta. Questa scena non scuote le coscienze, non scuote le masse, ma anzi, gli fa dire: "poveri scemi, rammaricarsi per un pollo".
È esattamente questo che fa il carnismo: vi impedisce di vedere, di usare la logica, di esercitare l'empatia, di discernere la giustizia dall'ingiustizia. Vi fa diventare ciechi e insensibili riguardo una specifica realtà.
Il carnismo è un'ideologia molto pericolosa e subdola. Non solo per gli animali, ma anche per la vostra mente perché una mente che scinde la realtà in questa maniera, incapace di ricollegare una parte al suo intero, è una mente fallace.

Nella foto: camion di maiali diretti al mattatoio ripresi durante l'ottavo presidio.

martedì 6 giugno 2017

Migranti


A Roma si sta diffondendo la fobia verso diverse specie animali, alimentata da notizie sensazionalistiche dei giornali.

Ieri sera stavo dando da mangiare ai mici delle colonie che gestisco e, come ogni sera, si è avvicinato un gabbiano. Anche lui, proprio come i mici, al calar della sera mi aspetta e chiede qualcosina.

Una signora lo guarda con aria tra il curioso e il divertito. Meno male, penso io, in genere c'è sempre qualcuno che ha qualcosa da ridire.
E infatti! Prima di andarsene, mi fa: per esser belli son belli, e anche simpatici, ma stia attenta, l'altro giorno uno ha aggredito una signora.

In questi giorni non è la prima volta che sento dire questa scemenza. 

Ora, non mi risulta che i gabbiani aggrediscano le persone. Non si è mai sentito dire, né a Roma, né in qualsiasi altra parte del mondo dove vivono i gabbiani. Una balla senza fondamento scientifico. 
Tutti li abbiamo ammirati nelle città di mare e a nessuno hanno mai dato fastidio. 
Purtroppo abbiamo inquinato i mari e li abbiamo svuotati di tutte le loro creature, così i gabbiani sono venuti in città, attirati dai rifiuti, dal cibo facile; e, come loro, altri animali selvatici si sono avvicinati in cerca di cibo, dopo aver assistito impotenti alla distruzione del loro habitat per mano nostra.

E poi ci sono le cosiddette specie "aliene" (sic!), ossia le specie alloctone che sono arrivate nel nostro paese sempre a causa dei comportamenti squilibrati dell’uomo. Animali esotici importati e comprati per divertimento e poi abbandonati. Allevati per denaro e poi immessi nel territorio quando il loro commercio non rendeva più. 

Specie vittime della capacità distruttiva della nostra e che ora si vorrebbero eradicare, cioè, uccidere - ma dire uccidere pare brutto, così dicono eradicare - poiché ritenute invasive o pericolose. 

Come si fa a fomentare un odio verso una specie? Si inventano aggressioni (ricordate il caso dell'orsa Daniza?), si ingigantiscono fatti, si attribuiscono cause. 

Un gabbiano ti vola un po' troppo vicino alla testa? È un'aggressione! 
Una nutria ti ha soffiato poiché le sei passato vicino e stava solo proteggendo i cuccioli? È un’aggressione.
Un piccione ti ha cacato in testa? È un’aggressione.
Una volpe ti è entrata in giardino? È un'invasione!
Un lupo è stato avvistato ai margini di un bosco? Trattasi sicuramente di pericoloso attacco all'uomo.

Niente, non ce la facciamo proprio a metterci in testa che il mondo, la terra, i boschi, il cielo non sono di nostra esclusiva proprietà e che non possiamo continuare a distruggerne porzioni sempre più vaste senza che, prima o poi, quelle creature che abbiamo sfrattato non vengano a farci visita. 
Ma non vengono a farci visita per vendicarsi o per aggredirci, non sono spietate come noi, bensì, semplicemente, in cerca di cibo, di un riparo, di un posto in cui vivere. 

Esattamente come i tanti migranti di cui abbiamo depredato terre e città. 

(Nella foto, scattata da Eloise Cotronei, Aureliano il gabbiano.)

Prestare attenzione

Disturba chiamare le cose con il loro vero nome: "pezzi di animali morti" anziché "carne", "i pesci", anziché il più generico "pesce".
Disturba e imbarazza persino noi attivisti perché temiamo il giudizio sociale, l'accusa di estremismo, l'esclusione dal gruppo di appartenenza.
Eppure son proprie le parole a distanziare più o meno dalla realtà o, al contrario, a renderla visibile, oltre il tendaggio pesante della sua mistificazione.
A me, per dire, dà fastidio "carne". Che vuol dire "carne"? 
Non esprime individualità, né vita, né morte. Solo un termine asettico per indicare un prodotto di un certo tipo.
Ma del resto gli animali uccisi non sono mai stati individui. Sono stati messi al mondo, concepiti già e solo per diventare prodotti.
Ciò che costituisce un'aberrazione massima, per i più è normalità. Come si può scalfire questa normalità, renderla imbarazzante, ingombrante, fastidiosa? Con gli atti, con le testimonianze, e anche con le parole.
A noi è richiesto uno sforzo immane, continuo: quello di non perdere mai di vista le vittime per cui stiamo combattendo, di prestare massima attenzione ai termini, ai modi di dire, ai pregiudizi, al nostro agire.
Non possiamo sbagliare perché non si tratta di un gioco, ma della vita di migliaia di individui.