venerdì 7 maggio 2021

Ospite virtuale di Progetto Vivere Vegan

 Progetto Vivere Vegan ODV, associazione che da anni si occupa di diffondere il veganismo secondo i principi antispecisti, mi ha chiesto di parlare del mio libro. Opportunità che ho accettato con molta gratitudine. 

Nel 2008, con una vaga coscienza animalista e l’idea di diventare vegetariana in un futuro imprecisato, mi imbattei in un libro che avrebbe avuto un ruolo determinante nella mia formazione antispecista. Quel libro era “I diritti animali” di Tom Regan e mi convinse di due cose: una, che non avevo assolutamente più scuse per continuare a mangiare gli animali o usufruire dei prodotti derivati dalla loro uccisione e sfruttamento; due, che questa decisione non riguardava me soltanto, ossia, non era una mia scelta personale, ma diventava una presa di posizione contro uno sterminio di proporzioni gigantesche e non soltanto per numeri e modalità, ma soprattutto poiché invisibile, cioè non riconosciuto come tale, ma naturalizzato, normalizzato, legittimato socialmente e legalizzato.


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giovedì 6 maggio 2021

Lo sguardo dei maiali

 

"Qualche anno fa sono entrata in un allevamento di maiali. Era inverno e freddo, ma all’interno della struttura ci saranno stati più di 30 gradi. L’odore è stata la prima cosa che mi ha colpito. L’odore e il calore sprigionato dai corpi. Queste strutture assomigliano molto ai lager nazisti, sono concepite architettonicamente più o meno allo stesso modo. Corridoi in mezzo e stanzoni ai lati - con barriere, delle specie di vasche di cemento – pieni di maiali.

L’odore è forte perché gli animali vivono lì dentro per tutto il tempo. Mangiano, urinano e defecano nello stesso vascone. Hanno ferite aperte, tumori, malattie. Tra loro vivono anche topolini, scarafaggi e altre creature. Talvolta un topolino che corre sui bordi di queste vasche rappresenta un diversivo, una forma di intrattenimento per i più piccoli, che, come tutti i bambini, vorrebbero giocare.

Quando ti vedono, si spaventano. Si ammucchiano tutti insieme in un angolo. Poi qualcuno, curioso (lì dentro non succede mai niente, ogni novità rappresenta quindi un momento di svago), si avvicina. E ti guarda.

Resistere allo sguardo dei maiali è difficile e straziante. Perché loro ti vedono, ti osservano, ti scrutano, ti interrogano. La loro muta domanda ti mostra ciò che sei, ciò che fai. La disperazione che provano è il riflesso del tuo potere su di loro."

Un estratto dal libro: "Ma le pecore sognano lame elettriche?" pubblicato da Marco Saya Editore - pag. 136-137.


Foto: We Animals Media.

mercoledì 5 maggio 2021

Appropriazione terminologica

 Per rassicurare i consumatori sempre più attività (ristorazione, aziende che sfruttano direttamente gli animali, allevamenti di vario genere ecc.) si appropriano, letteralmente, di termini svuotati del loro significato originario.

In home mi compare la pagina di un'attività di ristorazione  che offre ai clienti tartare di daino, specificando che trattasi di carni ottenute nel rispetto del benessere animale, a filiera corta perché loro ci tengono all'etica, all'equità ecc. 

Purtroppo concetti quali "benessere animale" e "filiera corta" servono a mantenere e rafforzare lo specismo poiché non suggeriscono minimamente l'idea che si possa abbandonare l'uso degli animali, ma anzi, lo ripropongono in tutta la sua orribile normalità dopo avergli dato una mano di vernice, una ripulitina, diciamo così.

L'attenzione è ovviamente tutta rivolta ai clienti, ai consumatori, che così possono mangiare "carni" più buone, migliori, non trattate da antibiotici o ormoni, di animali che secondo loro sono vissuti felici, nel pieno rispetto del loro benessere. 

Animali sempre visti come cose, come prodotti da consumare, come esseri inferiori la cui esistenza è funzionale all'uso che la nostra specie vorrà farne, che sia il sollazzo di cacciatori, il guadagno di allevatori e ristoratori, o il piacere di clienti che vorranno mangiarne le carni trasformate in manicaretti alla moda. 

Animali che contano meno di noi, meno di tutto, numeri rinnovabili all'infinito, chiamati, semplicemente, "selvaggina". 

Ogni volta che ci soffermiamo a rimarcare la differenza tra intensivo ed estensivo, che citiamo il rispetto di norme del benessere animale o che parliamo di impatto ambientale o ancora di antibiotici, stiamo rafforzando implicitamente lo specismo.

sabato 1 maggio 2021

1° maggio, festa del lavoro

 


1° maggio, festa del lavoro.

Ricordiamo però che là fuori ci sono individui schiavizzati e oppressi, usati, martoriati, uccisi, consumati. 

E che alcuni lavori non sono lavori perché implicano un esercizio continuo di violenza su questi individui. 

Essere antispecisti significa vedere la cose dalla prospettiva degli oppressi, delle vittime, quindi è importante non spostare il focus da quello che subiscono i loro corpi al discorso della scelta di chi ne consuma i corpi o di chi sarebbe costretto dalle circostanze a lavorare dentro i mattatoi. 

Gli operai potranno essere persone sfruttate, ma gli animali sono letteralmente divorati. 

L'ipocrisia maggiore comunque è messa in atto dai mandanti, da chi non si sporcherebbe mai le mani dentro un mattatoio, ma vuole tranquillamente accedere al "prodotto finito". 

Bisogna riflettere sulla dissonanza cognitiva della maggior parte delle persone, far leva sul momentaneo senso di colpa che sembra provare nel momento in cui afferma che sì, si dispiace per tutti quegli animali che vanno a morire, ma poi continua a trovare giustificazioni assurde e insensate per continuare come sempre, senza far seguire al senso di colpa un cambiamento delle proprie abitudini. 

A nessuno piace pensarsi come persona che fa del male agli animali, eppure continuando a mangiarli e a usarli si è parte di quel sistema che ne violenta i corpi e si continua a normalizzare l'idea che non ci sia niente di sbagliato nel farlo.

La cosa più importante è combattere lo specismo che è alla base di tutti questi discorsi, ossia è fondamentale smantellare il sistema di valori specista che fa credere alle persone che ci siano cose più importanti cui pensare rimandando il discorso sulla questione animale a un futuro imprecisato, lontano nel tempo. Le vite degli altri animali contano quanto la nostra, hanno un valore intrinseco non prescindibile dall'utilità di nessun altro.

Gli altri animali non esistono sul pianeta terra per noi, non sono schiavi al nostro servizio e se ci dichiariamo libertari, progressisti, per il rispetto degli altri, dobbiamo ricercare la coerenza nei nostri discorsi e far seguire scelte e fatti alle parole.

Foto di: © Tomas Castelazo, www.tomascastelazo.com

 / Wikimedia Commons / CC BY-SA 4.0

martedì 27 aprile 2021

Ma le pecore sognano lame elettriche?

 


Ci siamo! 

Come preannunciato qualche giorno fa, finalmente è uscito il mio libro che affronta la questione animale analizzando la particolare oppressione e discriminazione che va sotto il nome di specismo.

"Ma le pecore sognano lame elettriche?" edito da Marco Saya Edizioni si può acquistare direttamente sullo shop online della casa editrice, presso lo store Mondadori (comprese le librerie fisiche) e altri store online Amazon, IBS, Libreria Universitaria ecc.

Un mio piccolo contributo alla causa degli animali, speriamo che faccia riflettere le persone che avranno la curiosità di leggerlo. 

Il titolo, in omaggio al noto capolavoro di Philip K. Dick (“Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”), ci mette in guardia da soluzioni future ancora più alienanti e distruttive per gli animali che passano sotto il nome di “benessere animale” e che, nel pretendere di migliorarne leggermente le sorti, ne ribadiscono e continuano a legittimarne il silente sterminio. 

Il disegno di copertina è stato realizzato da Alessandra Antonini Tito Golden e il testo è arricchito e impreziosito dalla prefazione di Simonetta T. Hofelzer e dalla postfazione di Adriano Fragano.

lunedì 26 aprile 2021

Senza titolo

 Esistono bravissime persone, rispettose di tutti gli altri umani, ma capaci di compiere atrocità di vario tipo sugli animali.

Per esempio mettono gabbie per topi o veleno per topi, oppure sterminano insetti; più semplicemente si girano d'altra parte se vedono un cane investito agonizzante per strada (non ho tempo, si fermerà qualcun altro) o prendono i cuccioli appena partoriti della gatta/cagna di casa, li mettono dentro un sacchetto della spazzatura e li gettano nel primo cassonetto a portata di mano.

Queste stesse persone vanno al ristorante e indicano col dito l'aragosta o l'astice vivo nella vasca e poi si dirigono al loro tavolo prenotato aspettando che gli venga servito. 

Mangiano "pesce" fresco, appena pescato, ancora vivo e agonizzante e comprano la fettina di vitello (bio). 

Sono le stesse persone che quando gli parli della questione animale ti rispondono che ci sono cose più importanti a cui pensare  e che snocciolano tutta quella serie di giustificazioni che a un certo punto ti chiedi se siano veramente le stesse persone capaci di discorrere finemente di tantissimi altri argomenti o se nel frattempo gli è successo qualcosa, qualcuno gli avrà dato una botta in testa perché non è possibile che ti dicano cose come "anche le piante soffrono", "tutti dobbiamo morire".

La verità è che non è sempre vero che chi compie atrocità sugli animali sia una persona pericolosa a prescindere perché purtroppo la cultura in cui viviamo è specista, ossia non fa percepire come grave o sbagliata la violenza sugli animali perché non attribuisce agli altri animali lo stesso valore della vita umana. 

Certo, la violenza sugli animali spesso è palestra di violenza anche sugli umani più deboli fisicamente (donne e bambini), ma: uno, la violenza sugli animali va condannata a prescindere in quanto è proprio l'idea che la loro vita abbia meno valore della nostra che dobbiamo combattere; due, la verità è che siamo quasi tutti dei mostri con gli animali, anche chi non torcerebbe mai un capello a un altro essere umano.

Questo è lo specismo, ideologia invisibile poiché appunto normalizzata e naturalizzata. Lo specismo va prima portato alla luce e poi combattuto.

giovedì 22 aprile 2021

Mai abbastanza

 Ho notato che si tende spesso a far coincidere lo specismo con qualche altra oppressione, ora con il razzismo, ora con il capitalismo, ora con la cultura patriarcale.

Guardate che c'è da riflettere su questo: come se parlarne separatamente, prioritariamente, urgentemente, specificamente, peculiarmente non fosse ritenuto abbastanza. 

E certo che non è ritenuto abbastanza, ma perché sono proprio gli altri animali a non essere ritenuti abbastanza: abbastanza degni di considerazione, abbastanza degni del fatto che qualcuno si possa dedicare all'analisi della loro oppressione, abbastanza visibili da meritarla questa attenzione, abbastanza degni da parlarne. 

Ma è proprio questo lo specismo.

Cioè, il non ritenere gli altri animali abbastanza importanti da essere raccontati separatamente. 

Tutto gli dobbiamo togliere, anche la peculiarità di essere oppressi, schiavizzati, uccisi, consumati, controllati totalmente.

Ogni volta che si parla dello sfruttamento animale sentiamo l'esigenza di accorparci qualche altra oppressione, ora quella dei neri, ora quella degli operai sfruttati, oppure quella del pianeta, o delle donne.

Le analogie vanno bene, sono importanti perché fanno capire alcune cose e agli altri movimenti si deve guardare anche per comprendere quali strategie possano funzionare e quali no, ma non per affossare gli altri animali ancora di più.

mercoledì 21 aprile 2021

Ma le pecore sognano lame elettriche?

 


Ne ho parlato, en passant, nel post precedente e manca ancora qualche giorno all'uscita, ma intanto sono felice e sì, anche un pochino orgogliosa, di annunciarvi l'uscita del mio libro sullo specismo, pubblicato da Marco Saya Edizioni.
Sì, avete capito, sullo specismo, più che sull'antispecismo, perché se non si comprende cosa sia veramente lo specismo, non si potrà nemmeno capire che senso abbia parlare di antispecismo.
Cosa significa umanità e animalità? Perché questo dualismo, questa opposizione, visto che siamo animali anche noi?
Perché noi animalisti veniamo sempre etichettati come persone che non hanno niente di meglio cui pensare e perché sentiamo il bisogno quasi di giustificarci nel dire che ci occupiamo degli altri animali?
Perché pensiamo che la sorte degli altri animali non ci riguardi, dal momento che invece siamo direttamente implicati nel loro sterminio? 
Come sono visti gli animali nel cinema, nella letteratura, nell'arte? Come li pensiamo, nominiamo, e soprattutto trattiamo?

Con un linguaggio comprensibile a tutti, semplice  e diretto, arricchito di aneddoti personali e della mia esperienza, ormai decennale, di attivista, rispondo a queste e altre domande. 

Il titolo, in omaggio al noto capolavoro di Philip K. Dick (“Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”), ci mette in guardia da soluzioni future ancora più alienanti e distruttive per gli animali che passano sotto il nome di “benessere animale” e che, nel pretendere di migliorarne leggermente le sorti, ne ribadiscono e continuano a legittimarne il silente sterminio. 

Il disegno di copertina è stato realizzato da Alessandra Antonini e il testo è arricchito e impreziosito dalla prefazione di Simonetta T. Hofelzer e dalla postfazione di Adriano Fragano (fondatore della rivista Veganzetta).

Vi terrò aggiornati!

lunedì 19 aprile 2021

Una rondine non è una rondine

 

Vi racconto una storia, ma per dirvene un'altra.

L'arrivo delle rondini mi fa pensare a mia madre. 

Qualche mese prima che morisse fu ricoverata in ospedale e rimasi qualche notte a vegliarla. 

All'alba mi affacciavo alla finestra del corridoio e guardavo le rondini adulte che andavano e tornavano ai loro nidi situati sotto le grondaie dell'edificio di fronte. Ogni volta portavano nel becco qualcosa, ora un filo di paglia o un rametto per costruire o rifinire il nido, ora un insettino (porello) da far mangiare ai piccoli, che sentivo pigolare in attesa.

Mettevano allegria, c'era aria di festa. In quei momenti di quelle mattine sapevo che mia madre stava morendo, eppure quelle rondini mi aiutavano ad affrontare il dolore. 

I passerotti e altri uccellini invece mi ricordano mio padre perché, anche se non era diventato vegano, stava comunque imparando a guardare gli animali con occhi nuovi e a rispettarli; tutti i giorni metteva del mangime sul terrazzo e volatili di piccole dimensioni arrivavano a frotte, talvolta portando i loro piccoli, mostrandogli dove si trovava il cibo e talvolta azzardandosi anche a zampettare fin dentro casa.

Le rondini però non sono belle perché simbolo della primavera, della terra che rinasce, perché ci ricordano qualcuno o perché, come nella bellissima poesia di Pascoli, simbolo della malvagità dell'esistenza terrena, dell'iniquità della morte.

Le rondini sono belle perché, come tutti gli altri animali, sono individui senzienti con un loro valore intrinseco.

E così i passeri e altri uccelli e ogni altro animale. 

Io questa volta ho fatto una cosa che non dovrei fare: ho parlato di altri animali per parlare in fin dei conti dei miei genitori, di me, dei miei ricordi. 

E così la narrativa, la poesia, le arti figurative, i dipinti, il cinema hanno sempre parlato degli altri animali, tranne rare eccezioni, in rappresentanza di qualcos'altro. Come simboli. Mai in quanto individui.

Nella prima parte del mio libro sull'antispecismo che sta per uscire affronterò anche questo discorso qua, ossia l'uso degli animali e il posto che gli diamo nell'ordine delle cose da noi stabilito, quindi lo specismo, nella letteratura, nell'arte, nel cinema.

Perché poco importa che si parli di altri animali, se non lo si fa nel modo giusto, ossia spazzando via lo specismo. 

Servono altre narrazioni.

*Lo so, do questa notizia così, en passant, ma tanto quasi tutti voi lettori del mio blog mi seguite anche su FB e quindi immagino che lo sappiate già. Se invece non è così, abbiate pazienza, ve ne parlerò prestissimo. 



giovedì 15 aprile 2021

L'orrore l'orrore

 Un altro dei miei sogni/incubi a tema antispecista: ero entrata, non so come mai, in possesso di un tir pieno di maiali che dovevano essere liberati. Cioè, anziché andare al macello, sarebbero andati in un rifugio.

Il tir viene rubato. Io lo inseguo, riesco a raggiungere il conducente e dico che c'è un errore, quel tir non deve andare al macello, deve assolutamente riportarlo indietro. 

Nel frattempo, non so come mai, si era ribaltato. I maiali sono tutti schiacciati, sofferenti, agonizzanti. Vedo i corpi ammassati, quelli sotto stanno morendo, impossibilitati a muoversi, a respirare.

Mi metto a urlare disperata chiedendo aiuto per rimetterlo dritto. Mi sveglio.

Credo che i maiali nel sogno fossero anche le lumache che ho visto ieri in un video girato da una tipa (non voglio scrivere parolacce) mentre le stava bollendo vive. Le lumache si erano tutte ammassate sul coperchio nel tentativo di fuggire, ma la tipa le rimetteva giù e mescolava. 

L'orrore quotidiano che entra anche nei sogni. 

L'orrore l'orrore, grida il Colonnello Kurtz in Apocalypse Now. 

L'orrore di cui la nostra specie è artefice.


lunedì 12 aprile 2021

Io sono una persona disagiata

 Ieri una persona ha detto che chi fa attivismo (in qualsiasi ambito di riferimento) è un disagiato.

Lì per lì mi sono offesa. Io faccio attivismo e non sono una disagiata.

Poi però ci ho riflettuto meglio e ho capito che ha ragione, ma mentre probabilmente per questa persona il termine ha una connotazione negativa, per me ce l'ha positiva.

Infatti chi fa attivismo è colui che riconosce esserci qualcosa di profondamente ingiusto e sbagliato in questa società e questo qualcosa, che l'attivista si adopera a combattere, fa sì che non si senta mai perfettamente inserito, a suo agio, nella società stessa. 

Il disagio inoltre aumenta quando abbiamo a che fare con ideologie oppressive ma invisibili, cioè che la maggior parte della società nemmeno riconosce come tali. 

Come potrei sentirmi a mio agio passando di fronte a una macelleria, per esempio? 

Come potrei sentirmi a mio agio nel constatare quanto ciò che di più pericoloso e dannoso esiste non è nemmeno la violenza in sé, ma l'indifferenza dei più?

Come potrei sentirmi a mio agio nel constatare che la maggior parte delle persone, persone perbene anche, non solo si comporta come se niente fosse di fronte a certe ingiustizie, ma ne è essa stessa responsabile e corresponsabile senza che sappia riconoscerle poiché normalizzate e naturalizzate?

Di fronte a tutto questo, sì, sono una persona disagiata. Profondamente disagiata. E non ne vado fiera o altro, semplicemente non potrebbe essere altrimenti.

Due estranei

 

Quando avete mezz'oretta di tempo guardatevi su Netflix questo corto candidato agli Oscar 2021. 

"Due estranei" racconta la storia di un ragazzo nero che dopo aver trascorso la notte a casa di una ragazza esce per tornare nel suo appartamento, dove lo aspetta il suo amato cane; solo che rimane intrappolato in un loop temporale e, ogni volta, qualsiasi cosa cerchi di fare, viene ucciso da un poliziotto. 

La trama sembra che dica già tutto, ma vi assicuro che è potente e toccante. 

Meraviglioso!

domenica 11 aprile 2021

The Serpent's Way: riflessioni su donne e animali

 

Ieri sera ho iniziato a guardare un film svedese del 1986 intitolato The Serpent's Way, diretto da Bo Widerberg.

La trama è semplice: ci troviamo in un villaggio rurale, secolo non ben precisato - credo ottocento, dagli abiti, ma potrebbe essere anche prima o inizi novecento, comunque si va ancora a cavallo - e un commerciante prima, suo figlio poi, abusano di più generazioni di donne di una famiglia molto povera per riscuotere i debiti che aveva contratto il loro padre, ormai deceduto. Il commerciante diventa proprietario della loro modesta casa e ogni anno passa a riscuotere l'affitto in cambio di prestazioni sessuali. 

Una storia quindi di violenza e abusi in cui i corpi delle donne sono usati come moneta sonante, come merce di scambio. 

La cosa che più mi colpisce è la correlazione stretta tra animali e donne, infatti questa famiglia povera possiede una vacca e una capra, da cui prendono il latte (imprecisione scientifica significativa, dal momento che sia la capra che la vacca vengono rappresentate come animali da mungere per il latte, ma non si parla di gravidanze, non ci sono i cuccioli e non c'è nemmeno il montone o il toro); la vacca viene offerta in cambio dei servizi sessuali. 

Quindi, il corpo della donna è mercificato sessualmente dal commerciante, quello della vacca è mercificato dalla donna. 

Il commerciante valuta il valore economico della vacca, soppesandola con lo sguardo, tastandole il corpo, quindi dice che è troppo magra per essere mangiata, che dà poco latte e che macellarla per la sola pelle non avrebbe reso molto. 

Donne e animali sono entrambi beni di scambio, ma la differenza sostanziale consiste nel fatto che la vacca è usata anche dalla donna stessa e dai suoi figli: per lei è semplicemente un oggetto che produce reddito, e sarebbe stata disposta a mandarla al macello.

La donna, inoltre, per un certo periodo ha una relazione con un uomo che in qualche modo riesce a pagarle il debito con il commerciante almeno per un anno, quindi per un anno è, diciamo, esonerata dall'offrire servizi sessuali al commerciante, mentre vacche e capre continuano a essere usate per tutto il tempo della loro esistenza, per poi finire al mattatoio. 

Le analogie tra femminismo e antispecismo sono molte, ma gli animali sono sempre e solo vittime, in funzione del reddito. 

I loro corpi talvolta si sovrappongono nell'uso da parte di chi detiene il potere economico, ma anche l'affrancarsi dei poveri finisce sempre, in qualche modo, per passare attraverso lo sfruttamento degli animali (significativo il fatto che oggi molte donne diventino imprenditrici mettendosi ad allevare capre).

Questo perché, al di là delle analogie tra donne e animali, la differenza di specie tra animali umani e non umani produce precise gerarchie ontologiche. Combattere lo specismo significa combattere questa gerarchia qui, quindi l'antropocentrismo. E non è soltanto un discorso economico, ma culturale in senso ampio, cioè che riguarda il modo in cui innanzitutto pensiamo, immaginiamo, nominiamo prima, e usiamo poi gli altri animali. E di come poi talvolta ricorriamo ad essi per spingere anche l'umano nell'insieme di valore inferiore che attribuiamo agli animali in quanto credenza e pregiudizio dato per valido senza bisogno di essere confutato, per definizione.

mercoledì 7 aprile 2021

Pandemie e cambiamenti sociali

 Sto pensando che ogni pandemia importante è sempre stata il pretesto per cercare di rifondare l'ordine sociale ed economico.

Nel Decameron di Boccaccio si racconta proprio questo, i giovani e le giovani che si raccontano le novelle cercano di far rivivere, restituendogli valore e quindi invitando i lettori a ripristinarli, quei valori della società cavalleresca che ormai erano stati soppiantati da logiche mercantilistiche. 

La peste quindi come occasione per riflettere e cambiare la società. 

Parlando di Boccaccio, ovviamente lui guardava con nostalgia al valori del passato. Oggi, beh, oscilliamo tra derive autoritarie, ma anche riflessione sugli effetti del capitalismo. Il problema è che mi pare che il capitalismo, anche se in altre forme, rimane sempre in piedi. Stiamo distruggendo le piccole imprese a tutto beneficio dei grossi colossi come Amazon o multinazionali simili.

Poi c'è il discorso dello smart working e DAD, utile per ridurre inquinamento, ma causa di enormi conflitti familiari e anche di aumento delle violenze domestiche. E ovviamente sono avvantaggiate le persone ricche che posseggono spazi ampi e che possono permettersi baby sitter, mentre le fasce sociali più povere vivono enormi disagi. Quindi diventa anche una scelta che esaspera il conflitto di classe e da cui le donne, come categoria, continuano a  uscirne svantaggiate, sia per il carico maggiore di lavoro che è quasi sempre sullo loro spalle, sia perché sono quelle che vengono più facilmente costrette a lasciare il lavoro. 

Quindi che valori stiamo ripristinando noi? Chi ne esce sempre svantaggiato?

Io non amo gli animali

 La battaglia antispecista non è amore per gli animali. 

Così come la battaglia contro il razzismo non si fa per amore delle persone di etnia diversa, quella LGBT non si fa per amore delle persone gay, lesbiche o trans, e quella femminista non si fa per amore delle donne.

Tutte le battaglie contro le diverse oppressioni e discriminazioni si fanno per giustizia, per rispetto della diversità (che sia di appartenenza a un sesso, o di specie, o d orientamento sessuale ecc.), per chiedere uguaglianza di trattamento morale e non, banalmente, espressione di sentimento di amore.

Lo specismo non è mancanza di amore verso gli animali, ma diverso trattamento morale in base a una gerarchia di valore del vivente, ove gli altri animali sono l'alterità assoluta in opposizione agli umani.



domenica 4 aprile 2021

Non è un paese per donne

 Uno degli effetti collaterali del lockdown e del coprifuoco serale è quello di aver reso le strade ancora meno sicure per le donne che per necessità si trovano in giro la sera o che devono rientrare a casa dopo il lavoro. 

La nostra vulnerabilità è aumentata perché le strade sono deserte ed è più facile molestarci, importunarci o anche peggio.

Ovviamente il problema non è il lockdown, ma la cultura patriarcale.

Giusto poche sere fa sono stata inseguita e importunata da un uomo mentre stavo andando in colonia dai mici. Si è avvicinato chiedendomi se avessi bisogno di una mano (avevo le buste con la pappa dei mici), ma alla mia risposta negativa, anziché andarsene, ha continuato a chiedere con insistenza. Ho risposto che no, non avevo bisogno di aiuto e volevo essere lasciata in pace, ma mi ha affiancata dicendomi cose che, presa dal panico, non ho nemmeno capito. Alla fine ho dovuto tirare fuori il telefono e chiamare mio marito dicendogli ad alta voce che c'era uno stronzo che mi stava dando fastidio e solo a quel punto si è voltato e mi ha lasciata in pace. 

Non è questione di essere ragazze giovani, avvenenti o vestite in modo appariscente, purtroppo la maggior parte degli uomini continua a vederci come prede. 

La sensazione di pericolo che noi tutte abbiamo provato e proviamo costantemente sulla nostra pelle è difficile da spiegare.

Mi sono illusa che andando avanti con gli anni potessero diminuire le occasioni di catcalling e molestie, e sì, in parte è così, ma diminuire non significa azzerare. E comunque là fuori è pieno di donne e ragazze che non si sentono sicure di uscire la sera da sole. 

Se dovessi raccontare tutte le volte che sono stata inseguita e molestata, tutte le volte che sono stata vittima di catcalling, penso che non basterebbe una giornata. 

Quando parliamo di diritti delle donne, è soprattutto di questo che parliamo. Non di quote rosa, non di possibilità di votare (votare cosa e chi? Un sistema patriarcale e specista difeso da leggi patriarcali e speciste?), non di uguaglianza sulla carta, ma di possibilità di vivere da persone libere senza timore di essere molestate, picchiate, oggettificate, stuprate, derise, uccise.

P.S.: aggiungo un'altra riflessione. Peraltro il termine catcalling, che tradotto significa letteralmente "chiamare il gatto", a me dà fastidio anche quando lo si fa con gli animali (gatti, cani ecc.) perché non sempre amano essere avvicinati, chiamati, accarezzati. È da notare quindi il doppio standard, cioè, è accettato per gli animali, generalmente, mentre si inizia a metterlo in discussione, giustamente, quando viene fatto alle donne. 

Io dico: basta catcalling, tanto alle donne, quanto agli animali!

venerdì 2 aprile 2021

Natura morta

 

La bottega del macellaio, una delle tappe che facevo con mia madre all'uscita da scuola, era quella in cui non volevo mai entrare per la puzza, ma dove non vedevo l'ora di arrivare per salutare il cane che stava fisso all'entrata. 

Il cane del macellaio, lo chiamava mamma, ed era un tutt'uno con la sequela di raccomandazioni che puntualmente mi faceva, non toccarlo che poi ti metti le mani in bocca, guardalo ma senza farti annusare, mettiti seduta sullo scalino ma stai attenta a non farti leccare la faccia, sì, poi gli diamo un ossetto, qualcosina, ma se sta sempre qui è perché lo sa che poi qualcosina rimedia sempre. 

Non lo so se fosse davvero del macellaio o se fosse soltanto un randagio, me lo ricordo come se lo vedessi adesso. Marrone, tipo segugio, orecchie lunghe, occhioni grandi e tristi, magro e dall'andatura dinoccolata, la coda tra le gambe.

Allora non potevo capirlo, ma probabilmente era un cane che ce le prendeva, chissà quanti calci, quante volte sarà stato scacciato, allontanato, trattato in malo modo. 

Ero una bambina obbediente, ma per lui facevo un'eccezione, lo accarezzavo eccome, oh, se lo accarezzavo e gli davo anche dei bacetti sulla testa. 

Quando mi chinavo, con la faccia tra le sue morbide orecchie, sbirciavo dentro la bottega per assicurarmi che mamma non mi vedesse. Lei era sempre di schiena, aveva quel cappotto rosso che mi piaceva tanto. Alla sua destra i corpi appesi dei polli spellati, il bagliore dei ganci di metallo che rimandavano all'infinito altre immagini di altri corpi appesi. Ogni tanto un guizzo veloce. Le mani del macellaio sporche di sangue che tagliavano e trinciavano.

Corpi e corpi a non finire. 

Quello del cane, il mio, quello di mamma, quello dei tanti cadaveri animali. Io ero fuori e dentro. Spettatrice partecipe di una natura morta.

Penso che già allora percepissi l'orrore, il disgusto fisico e morale, che chiamavo semplicemente "puzza".


giovedì 1 aprile 2021

Figlia del cuore di Rita Charbonnier

 

Ayodele è una bambina di otto anni che trascorre i pomeriggi a mangiare patatine davanti alla tv insieme al fratellino Obani. 

Da vicino potrebbe sembrare una delle tante storie di genitori assenti che trascurano i figli, ma se proviamo ad allargare l'inquadratura come se fossimo dotati di una telecamera immaginaria, apprendiamo altri particolari. Ayodele e Obani non vivono in una casa qualsiasi, ma in una stanza di un Istituto di suore. La mamma non ce l'hanno più e il papà è effettivamente un padre assente che si fa vedere solo la sera. 

Ayodele però è felice così, per lei quelle mura, quelle patatine, quello schermo che la rapisce e la vicinanza del fratellino rappresentano quanto di più simile a una casa e a una famiglia possa esserci.

Un giorno però le viene presentata una donna che si chiama Sara, una donna piccina, minuta e dalla pelle quasi diafana che immediatamente verrà soprannominata "la marziana". Mai soprannome avrebbe potuto essere più indicato perché la donna la porta effettivamente in un pianeta sconosciuto dove vigono regole stranissime e rigide. Un posto in cui la televisione si guarda al massimo per mezz'ora, ci si lava i denti tutte le sere, a tavola si apparecchia con ben otto oggetti diversi per ogni persona presente e soprattutto si deve faticare tantissimo per apprendere una nuova lingua, che è la lingua che parlano le famiglie vere, quelle che da "cerchio diventano un cuore". 

Ancora una volta Rita Charbonnier ci racconta una storia di donne immerse nella Storia alle prese con le dinamiche, problematiche e conflitti della loro epoca. L'epoca però stavolta non è quella del ventennio fascista (Le due vite di Elsa), non è il settecento (La sorella di Mozart) e nemmeno l'ottocento (La strana giornata di Alexandre Dumas), bensì quella attuale. Una storia che nel sottotesto affronta tante questioni attuali, integrazione, immigrazione, tratta delle ragazze nigeriane, ma che soprattutto affronta il tema della famiglia, ossia dei tanti modi in cui si può formare e definire una famiglia, i diversi modi in cui si può essere madri e figli. Ayodele scoprirà così che esistono figli di pancia e figli del cuore e che si possono avere non soltanto una madre e nemmeno due, ma anche addirittura tre (tre come i capitoli in cui è suddiviso il libro, Uno, la base di ogni cosa, due, Il minimo indispensabile, e tre, La cosiddetta perfezione). 

La storia è narrata dal punto di vista di Ayodele, che è quindi protagonista e io narrante, ed è una storia vera, anche se l'autrice dichiara di aver aggiunto o modificato alcuni particolari, nonché cambiato i nomi per esigenze drammaturgiche e, immagino, di privacy. Come nei precedenti romanzi, Rita Charbonnier presta molta attenzione al registro linguistico e narrativo. Ayodele è una bambina che soffre di disturbi dell'attenzione e che fa fatica ad apprendere, non sa leggere e si rifiuta di parlare. 

Il linguaggio e i termini scelti nel libro sono quelli di un'adolescente che racconta la sua storia, da quel fatidico giorno, esattamente tremilasettecentosettanta giorni prima (la precisione numerica non è un particolare irrilevante, ma anche i numeri a un certo punto possono diventare altro e la maturità non è soltanto un fatto anagrafico), in cui conobbe Sara la marziana ed ebbe inizio quel percorso che la porterà da "diamante grezzo" a brillare il tutto il suo splendore. In mezzo le tante avversità e paure che Ayodele e Sara dovranno affrontare, tra cui quella della legge che non consente alle donne single di adottare bambini. In parallelo al percorso della ragazzina, si racconta anche quello del fratello e ci saranno presentati vari personaggi, tra cui, memorabile, quello di nonna Angela, madre di Sara, capace di entrare in sintonia con Ayodele come pochi altri: "Ma quello sguardo tra di noi è stato come quando fai pace anche se non hai litigato, come quando dentro di te si libera qualcosa che era imprigionato, e si mescola con qualcosa che era imprigionato dentro l'altra persona e si è liberato."

"Figlia del cuore", edito da Marcos y Marcos, è un romanzo di buoni sentimenti, volutamente, nel senso che anche quando si parla di tragedie e drammi, che sono ovviamente presenti, visti i temi trattati, lo si fa con la massima delicatezza e con enorme rispetto delle persone coinvolte. È una di quelle storie che ci fa bene leggere - e che non si riesce a metter via finché non si arriva alla fine - perché fa bene sapere che al mondo esistono persone che si impegnano a far andare le cose nel migliore dei modi possibili, anche se il mondo non è affatto il migliore dei possibili e nonostante si abbia a che fare con individui segnati da ferite che sembrano insanabili.

Una storia commovente perché vera e vera non soltanto perché basata appunto su una storia vera, ma perché narrata con sincerità.

Cosa si può chiedere alla scrittura, alla letteratura, se non, in primo luogo, la sincerità?

martedì 30 marzo 2021

Cambiare tutto per non cambiare niente

 

Benessere animale" innanzitutto è una menzogna funzionale a rassicurare i consumatori. Menzogna concepita all'interno di un sistema specista in cui gli altri animali sono pensati e trattati in quanto merci per produrre reddito o da cui spremere tutto il reddito possibile. 

Partendo da questa premessa ciò che scrive il giornalista quindi è esatto, ossia le norme del "benessere animale" sono concepite essenzialmente in funzione dell'ottenimento di certi standard di salubrità di un prodotto, che sia "carne", latte o uova. 

Questa è la narrazione di un sistema che non è interessato alla liberazione degli animali, ma soltanto a cambiare eventualmente metodo lasciando tutto immutato nel profondo (il profondo dello specismo).

Il problema è quando la stessa viene vista positivamente anche nel mondo animalista/antispecista, non capendo che senza abbattere i margini dello specismo, si continuerà sempre a navigare nelle medesime acque torbide che rendono impossibile scorgere l'ingiustizia della questione animale. 

Il problema è anche un altro, ossia che spesso si tende a far collimare la questione dello specismo con la sola questione degli allevamenti, dei mattatoi, della produzione alimentare. Invece lo specismo è qualcosa di molto più profondo, interiorizzato e pervasivo. È un'ideologia invisibile. Un'ideologia di cui la nostra cultura è intrisa totalmente. Il mattatoio e gli allevamenti sono la punta dell'iceberg.

Servizi come questi illudono che possa avvenire un cambiamento, ma un cambiamento nei metodi di produzione è ben distante da una reale ed efficace messa in discussione dello specismo.

domenica 28 marzo 2021

"Tappatevi le orecchie!"

 Dicono, talvolta, "Vegani, tappatevi le orecchie", per poi sciorinare parti di corpi animali considerati alla stregua di ingredienti; e a seguire l'immancabile risatina a condire il paternalismo come se fossimo bambini troppo sensibili da preservare dalla violenza. Quella violenza che conosciamo fin troppo bene e da cui abbiamo deciso di affrancarci.

Amici miei, non è questione di tapparsi le orecchie perché le ingiustizie rimangono tali, anche se si fa finta di non sentire le urla degli oppressi. Piuttosto, smettetela voi di tapparvi orecchie, occhi ed emozioni. 

Togliete il tappo alla vostra empatia e lasciatela fluire liberamente, anziché dosarla a seconda della specie.

venerdì 26 marzo 2021

Il fascismo di chi non vuole prendere in considerazione la questione animale

 La parlamentare del M5S Daniela Torto presenta un'interrogazione per chiedere di far luce sul caso di un gatto allontanato da un capotreno mentre i proprietari dormivano e in seguito smarrito. La Torto dichiara la necessità di "una rivoluzione culturale anche nel mondo animale. Un mondo troppo spesso aggredito e mai ritenuto alla pari del mondo dell'essere umano". 

Lungi da me fare propaganda partitica (e ne avrei parlato pure se fosse stata di qualsiasi altro schieramento), ma questa parlamentare ha fatto un discorso praticamente antispecista. Infatti lo specismo consiste proprio nel riservare agli altri animali un trattamento morale diverso rispetto a quello degli esseri umani.

Peccato che l'articolo che le dedica Repubblica sia a metà tra il serio e il divertito e che sui social sia stata bersagliata da commenti del tenore "signori miei, che fine ha fatto la politica, ci manca solo che ci si debba occupare anche di un gatto".

Provo molta tristezza nei confronti di chi non prende sul serio la questione animale; la giusta attenzione che dovrebbe essere rivolta a un gatto smarrito - e forse ferito e morto - a causa del gesto di un capotreno è solo la punta dell'iceberg della tragedia più ampia e complessa dello specismo, ovviamente, ma intanto è bene che se ne parli.

Chi sottovaluta la questione animale è un conservatore della peggior specie. Il fascismo inizia anche da qui. Dal non riconoscere il diritto alla vita e alla libertà di tutti gli individui, nell'attribuire status ontologici inferiori ad alcune categorie di viventi, specialmente gli altri animali, e nel ridicolizzare chiunque lotti contro l'oppressione specista.

Aggiornamento: Grisù è stato ritrovato! Almeno questa vicenda ha avuto un lieto fine, ma rimane il problema dello specismo.

mercoledì 24 marzo 2021

Perché si chiama femminicidio e non omicidio

 Quando riporti l'esatta definizione, linguistica e giuridica, di un termine - in questo caso, femminicidio - e ti dicono che vuoi imporre la tua idea. 

Il femminicidio non indica semplicemente il sesso della vittima, ma i motivi per cui le vittime di sesso femminile sono uccise dagli uomini per motivi inerenti il modo in cui la società patriarcale vede, considera, tratta le donne; così come per i motivi inerenti i ruoli entro cui, sempre la società patriarcale, vorrebbe relegare le donne. Il femminicida cioè non accetta che la donna sfugga a queste dinamiche di potere predeterminate e quindi la punisce o si vendica, eliminandola.

Per esempio è un femminicidio quando un uomo uccide la propria compagna, moglie, fidanzata o ex perché non accetta che lo abbia lasciato, o che voglia lasciarlo o perché non si comporta come lui vorrebbe, non riuscendo ad accettare che una donna possa avere una sua personalità e capacità decisionale. O anche se la donna muore in seguito a uno stupro. 

Non è femminicidio invece l'uccisione di una donna per motivi esterni alle dinamiche relazionali che fanno capo ai ruoli decisi dalla società patriarcale, che so, se una donna viene uccisa da un'altra donna per motivi vari o perché colpita da un proiettile nel bel mezzo di una sparatoria durante una rapina in banca o se è una vittima sul lavoro o di un incidente di strada.

L'uccisione di una donna da parte di un estraneo o di un sicario per moventi politici o di denaro, non è un femminicidio.

Con il termine femminicidio non si intende connotare le donne come persone di sesso inferiore e chi ha problemi con la radice del termine femmina, vuol dire che inconsapevolmente ha interiorizzato l'idea di inferiorità del sesso femminile.

Chiarire ciò e intervenire quando si leggono cose sinceramente imbarazzanti che mostrano totale ignoranza della questione (con tanto di mansplaining da parte di uomini che ti dicono che ora ti spiegano loro, ti spiegano loro il femminismo, tu non lo sai, non hai capito nulla, meno male che ci sono loro a spiegare alle gentili donzelle, meno male ché altrimenti noi donne da sole ancora stavamo in cucina a lavare i piatti tutto il giorno, eh, se non ci fossero stati loro a dare vita al femminismo...) non è imporre le idee, ma appunto dare informazioni corrette.

Altrimenti tutto diventa opinabile e anche affermare con forza che la terra è tonda laddove si legge che è piatta viene ridotto a un voler imporre le proprie idee. 

Alcuni fatti non sono idee, la definizione di alcuni termini non è un'idea. 

Non è che ci si sveglia la mattina e si decide di cambiare significato a un termine.

P.S.: chiarire le cause dell'uccisione delle vittime è importante perché permette di analizzare e lottare contro certe dinamiche. Non è questione di chiarezza terminologica e basta, è questione socio-culturale.

martedì 23 marzo 2021

Bambini e paure nel tempo

L'altro giorno stavo camminando e sul lato opposto della strada avanzava, in parallelo a me, un ragazzino che avrà avuto sui dodici anni. A un certo punto mi è andata la saliva di traverso e ho iniziato a tossire ripetutamente. Il ragazzino mi ha guardata e ha affrettato  il passo, anche se tra noi c'era di mezzo la larghezza di una strada abbastanza ampia.

Qualche metro più avanti me lo sono ritrovato accanto a un semaforo. Era sovrappensiero, inizialmente non aveva fatto caso a me, poi deve avermi notata e riconosciuta (quella che tossiva!) e ha fatto un balzo velocissimo per allontanarsi, tirandosi su la mascherina fin quasi sotto agli occhi. Nemmeno avesse visto un'appestata!

La cosa un po' mi ha fatto sorridere, ma poi anche riflettere su quanto deve essere difficile per i bambini e i ragazzini vivere in questi tempi di epidemia. Noi abbiamo tanti strumenti per razionalizzare e tranquillizzarci, strumenti critici che usiamo per interpretare le notizie, o per pensare a eventuali soluzioni in caso ci ammalassimo, ma loro no. 

Ricordo di come nella mia testa di bambina venissero amplificati i fatti esterni di cui mi giungevano gli echi attraverso la televisione, i discorsi degli adulti, le parole colte di sfuggita in vari momenti della giornata. Nella mia infanzia e primissima adolescenza c'erano gli anni di piombo, il terrorismo, i rapimenti. Ricordo che con le amichette giocavamo a rapiti e rapitori. Il sequestro Moro e di altri personaggi di spicco risuonava nella mia testa e veniva amplificato di tutte le paure possibili che un bambino può provare a quell'età. 

Pensate adesso a questi bambini di oggi che hanno visto i telegiornali, che non sentono parlare d'altro da mesi, che sono stati ossessionati da mascherine, distanze, lockdown, quarantena, coprifuoco e restrizioni varie. 

Terrorizzati da un colpo di tosse, da uno starnuto. Immaginate la loro paura di perdere i genitori e di restare soli.

lunedì 22 marzo 2021

Donne scostumate che fanno vergognare i loro mariti!

Se volete farvi un'idea dello stato dell'arte della consapevolezza femminista nel nostro paese, andate a leggere i commenti di molte donne sotto alla foto di Chiara Ferragni che si è fotografata mezza nuda davanti allo specchio. In realtà in questa foto si vede solo il pancione (è incinta) perché il seno è coperto con le mani.

Ora, il discorso sul fatto di mostrarsi nude o meno magari lo affrontiamo un'altra volta (ma intanto, in sintesi, in una società rimasta radicalmente patriarcale e maschilista, ogni donna libera paga lo scotto di essere ancora stigmatizzata e additata), ma quello che è terrificante è vedere come molte giovani ragazze (non donne della generazione precedente, attenzione!) la criticano poiché essendo sposata non dovrebbe mostrarsi nuda; il tenore dei commenti è: "Ma tuo marito cosa dice? Ma ti lascia fare queste foto?" come se le donne dovessero ricevere l'approvazione dei loro compagni, fidanzati, mariti ecc. 

Per inciso, non è la prima volta che le scrivono questi commenti, puntualmente arrivano ogni volta che fa qualcosa che secondo loro "una donna sposata e madre" non dovrebbe fare.

Parliamo di commenti di ragazze giovani. E ok, una parte magari saranno anche pilotati, cioè fake perché generano discussioni infinite sotto ai suoi post facendo aumentare l'engagement rate e la visibilità del suo account, ma, credetemi, la maggior parte sono autentici.

Ora, Chiara Ferragni non è certo il mio modello di donna per tutta una serie di motivi, ma è comunque una donna che fa quello che le pare e che ha creato un business enorme (ok, anche grazie all'aiuto del suo ex, ma non è una stupida insomma), eppure tutto quello che riescono a dirle è di non mostrare le tette e il pancione e non perché così si auto-oggettifica - attenzione, sarebbe un argomento che presuppone una certa consapevolezza -, ma perché è sposata e madre e quindi il marito potrebbe ingelosirsi e risentirsi e il figlio in futuro potrebbe pensare "caspita, che madre scostumata che ho".

Chiara Ferragni non è il mio esempio di femminismo, ma sicuramente i commenti delle sue follower sono l'esempio di cosa il femminismo NON è.

domenica 21 marzo 2021

Differenza tra liberazione animale e pietismo/protezionismo

 

In ottica di liberazione animale e antispecismo gli agnelli non si comprano. Ogni azione ha un significato anche simbolico e comprare dagli allevatori non soltanto significa far guadagnare l'allevatore stesso (quando, in ottica antispecista, dovremmo mirare piuttosto al fallimento o riconversione di quell'attività), ma soprattutto tale atto giustifica e rimarca la considerazione specista di questi animali, cioè quella di essere considerati solo in funzione del profitto, quindi li sottoporrebbe alla mercificazione anche da parte nostra.

Chi compra pensando che comunque è pur sempre una vita che si salva, agisce in un'ottica pietistica e protezionistica. Che ne sia consapevole, almeno.

Quello che in assoluto non va mai fatto è redimere la figura dell'allevatore facendolo passare per un benefattore che ogni tanto "cede" per compassione qualche cucciolo agli "amanti degli animali". Una messinscena che fa il gioco dello specismo, simile a quella di quando il Presidente degli Stati Uniti concede la grazia a un tacchino nel giorno del Ringraziamento.


Usati come cavie

 


L'espressione "ci usano come cavie" è entrata nell'uso comune per indicare, talvolta in maniera soltanto figurata, lo sdegno nei confronti di esperimenti - psicologici, sociologici o fisici - che i governi o altri fanno su di noi. 

Esattamente come nell'equivalente "ci trattano come bestie", con tale espressione si sottintende e rimarca la differenza ontologica tra  noi e gli altri animali - quella differenza che è alla base dello specismo, cioè che ne costituisce le fondamenta essenziali per poter poi dare avvio a determinate pratiche o comunque giustificarle  -, cioè si esprime l'accettazione e il tacito consenso al fatto che gli animali siano usati come cavie (o come animali da macellare o trattare comunque in modo diverso rispetto a noi) perché sono appunto animali (tautologia specista), mentre ci si ribella quando il medesimo comportamento viene agito su di noi poiché immorale, ingiusto, sbagliato. Si attua così un doppio standard. 

Da notare poi che il termine cavia è anche una metonimia, cioè, da nome comune di animale, appunto la cavia, piccolo roditore ecc.,  è diventato un termine che sta ad indicare, per estensione e spostamento semantico, ogni animale usato per la sperimentazione (medica, scientifica e in generale per tutti i test di varie tipologie di prodotti immessi sul mercato), dato che le cavie sono da sempre tra gli animali più usati. 

La metonimia viene appunto usata anche per gli esseri umani, ma, e in questo risiede lo specismo, in un'accezione negativa, critica. 

Sarebbe bello che almeno chi è antispecista prestasse attenzione al linguaggio per evitare di rafforzare, inconsapevolmente, proprio quello specismo che vorrebbe combattere.

Immagine presa da Wikipedia.

domenica 28 febbraio 2021

Il mostro della porta accanto

 Veterinari della Asl che si occupano degli animali cosiddetti da reddito, etichetta che ovviamente attribuiamo in modo arbitrario, che ti dicono che "la mucca non sente" e "non si accorgono quando vengono uccisi, non sentono nulla".

 Famigliole che infilzano un'anguilla e la mettono ad arrostire sul camino mentre si dibatte, condannandola a una lenta agonia; sullo sfondo voci di bambini umani che così apprendono la normalità della violenza.

Questi, due aneddoti a caso di cui sono venuta, ahimè, tristemente a conoscenza durante il fine settimana. 

Queste persone sono mostri? Non direi, cioè non nel senso comunemente inteso per il termine "mostro".

Queste persone sono normali, così come normale è il male che agiamo quotidianamente nei confronti di tanti individui di cui disconosciamo il valore e le percezioni. 

Lo specismo è questo concetto qui: una fede granitica in credenze, idee, convinzioni cosiddette definizionaliste, cioè che vengono credute per vere per definizione, senza bisogno di passare al vaglio della discussione, della critica, della validità.

C'è ovviamente, alla base, anche l'effetto di una profonda dissonanza cognitiva, cioè l'accantonamento inconscio di quella parte di realtà che bussa alla porta e che si fa finta di non udire perché altrimenti crollerebbero tutte le idee che abbiamo anche di noi stessi, di persone perbene che mangiano gli animali perché "così si è sempre fatto, perché non sentono, perché non sono come noi e perché non sentono dolore".

Poi c'è, almeno per quanto riguarda veterinari asl e allevatori, pure moltissima malafede finalizzata a mantenere l'impianto specista in quanto gli animali costituiscono materia prima da lavorare e su cui guadagnare, materiale rinnovabile pressoché infinito.

La coscienza di molti è come il dolore di quell'anguilla: forse urla, in un angolino, in profondità, ma le sue urla sono mute, non vengono ascoltate, si fa finta di non sentirle; peggio, si fa finta che non ci siano.

Negare il dolore altrui è forse la peggiore forma di violenza. 

Preferisco i sadici, coloro che godono del dolore altrui, ma almeno lo riconoscono.

martedì 2 febbraio 2021

The Crown

 


Ho iniziato a guardare la serie The Crown dopo anni in cui ogni volta che ne sentivo parlare bene, puntuale, mi ripetevo "sì, ma a me che mi frega della storia della regina Elisabetta?". 

Ok, mi piace tanto l'Inghilterra, sono appassionata della loro cultura, della loro lingua, letteratura, ma della famiglia reale anche no.

Poi però, in una di quelle sere al limite della noia esistenziale, mi son detta: vabbè, guardiamo un episodio, è pur sempre una serie stra-premiata e pare tra le più costose che Netflix abbia prodotto. Se tutti ne parlano così bene, ci sarà un perché. Andiamo a scoprire questo perché.

E così sono arrivata alla fine della seconda stagione con tutti i classici sintomi dell'astinenza giornaliera da serie tv, cioè quella in cui non vedi l'ora che viene sera per poterti sdraiare, senza sensi di colpa, sul divano (copertina sulle gambe e miciotta fusacchiante è il must d'accompagnamento perfetto) e riprendere a guardarla. Fedele alla mia regola: mai guardare le serie tv prima di una certa ora. Ma dopo ci puoi fare anche mattina.

Da dove iniziare? Non dirò le cose ovvie e scontate, attori bravissimi, costumi meravigliosi, ricostruzione storica eccellente ecc. ecc.

Dirò alcune cose che mi hanno colpito e pensieri che ho fatto.

Ci sono tanti elementi che la rendono interessante, in primis quello di raccontare fatti realmente accaduti e per fatti non intendo solo quelli relativi al privato della famiglia reale (di cui, appunto, anche chissene... o almeno pensavo), ma fatti storici e una rinfrescatina alla memoria in fondo non fa mai male. Poi c'è ovviamente il racconto ravvicinato della vita di questi reali, il loro vissuto privato e pubblico, o meglio pubblico alla luce del privato e viceversa. 

I fatti storici vengono raccontati per il riflesso che hanno sulle vite dei reali, ed è interessante vedere come sono state gestite alcune crisi, alcuni momenti particolarmente drammatici. Si scoprono anche tante cose che magari non tutti conoscono o ricordano. 

Insomma, man mano che conosciamo da vicino questi personaggi, i loro drammi interiori, esteriori, le scelte che devono fare e che non vorrebbero fare ma sono costretti a fare in osservanza al protocollo, la loro infanzia, i loro amori, la loro formazione, i loro hobby, le loro passioni si finisce, al solito, per provare empatia, per non dire simpatia e quasi quasi per parteggiare per loro. 

Questa è una cosa che a me disturba un po' perché ovviamente stiamo pur sempre parlando di una famiglia che gode di privilegi infiniti, ricchezze immense e fa molta impressione vedere i loro rapporti, ma soprattutto i rapporti dell'Inghilterra di allora, con i paesi coloniali. 

Così come fa impressione vedere alcune scene di caccia (abbastanza frequenti, devo dire, questi nobili vanno sempre a caccia) e sul mondo dei cavalli da corsa, di cui la regina era (è, presumo) una fan. Una delle cose più assurde è vedere come credevano nell'investitura divina e come effettivamente si sentissero diversi rispetto alle persone comuni. C'è parecchio snobismo che disturba un po'.

Nel complesso, cioè, al netto di tanti aspetti critici, è una serie che merita appunto di essere vista per l'interesse storico e anche per conoscere più da vicino un mondo che oggi appare senz'altro assurdo, ma che pure resiste perché ha saputo modernizzarsi e accorciare un po' le distanze dalle gente comune, dal mondo reale. Tutto molto calcolato, certamente, e nella serie viene spiegato bene, ma anche abbastanza complesso.

E sapete quando ci si accorge che una serie è fatta bene? Quando appunto ti ritrovi a immedesimarti in personaggi verso cui nella realtà non provi nessun interesse e che non ammiri nemmeno un po', lontani anni luce dalle tue convinzioni e da quella che per te è l'idea di come dovrebbe andare il mondo.

Cioè, alla fine questi reali sono dei parassiti, usurpatori di terre e ricchezze che comunque poi hanno ereditato e mantenuto anche quando le monarchie hanno perso il potere di un tempo. Loro stessi, nella serie, o almeno alcuni di loro, si ritrovano spesso a riflettere sul senso delle loro esistenze poiché, in una società in cui comunque hanno perso il potere di governare e gli rimane solo quello di regnare simbolicamente, si sentono come della marionette costrette a recitare un copione sempre uguale, che è il protocollo. 

Ma ovviamente il loro chiedersi il senso della vita è anch'esso un privilegio, rispetto alla stessa domanda che si poteva porre un minatore nel secolo scorso. Tutto un altro paio di maniche. 

Insomma, nonostante le tante contraddizioni che una serie così ti sbatte davanti, alla fine ti ritrovi a sospendere l'incredulità (quella del tuo stesso pensiero critico) e a familiarizzare con cristalli, argenterie, corone di diamanti, servitù e quant'altro. 

Un po' come quando guardi Dexter e ti ritrovi a fare il tifo per un serial killer o House of Cards e fai il tifo per Underwood, che è un uomo privo di scrupoli, assetato di potere e pure assassino. Qui fai il tifo per la regina Elisabetta, anche quando prende decisioni decisamente impopolari e sfoggia la sua coroncina da milioni e milioni di sterline. È una serie che forse tocca anche alcuni ricordi infantili perché in fondo a tutti noi hanno raccontato storie di principi, re e regine e castelli e palazzi. Una serie che attinge quindi al già noto, a ciò che ci è familiare, rassicurante e forse è proprio questo l'ingrediente segreto del suo successo, quel perché che ho voluto cercare e penso di aver trovato.

P.S.: uno degli episodi più belli è quello in cui si racconta del rapporto tra Churchill e l'artista commissionato per dipingere il suo ritratto. Lì ci sono dialoghi sull'arte, sull'invecchiare, sul tempo, sulla decadenza, sulla morte che fanno decisamente salire la serie di livello.

E voi, l'avete vista?

sabato 30 gennaio 2021

L'ideologia rende ciechi

 


I vivisettori dicono che i macachi non sono stati catturati in natura, ma sono stati fatti nascere apposta per farci esperimenti.

Un altro abisso ci separa, ossia quel che a loro, ai vivisettori, appare come una riduzione del danno, a noi risulta essere invece per quello che è, ossia un'aberrazione massima, quella di far nascere qualcuno appositamente per poterlo usare, torturare e infine uccidere. 

Ieri un vivisettore che lavora all'università di Parma ha scritto sulla sua bacheca che l'ideologia, intendendo quella animalista, rende ciechi.

Ma la nostra non è ideologia, la nostra è anzi lotta contro la vera ideologia che rende ciechi e sordi e insensibili alla sofferenza degli altri animali: quella specista.

Lo specismo è un'ideologia oppressiva invisibile.

venerdì 29 gennaio 2021

Criminali in camice bianco

 


Il Consiglio di Stato ha rigettato il ricorso della Lav e deciso che gli esperimenti sui macachi per il "progetto" chiamato Light up - che consiste nell'intervenire sul cervello dei poveri animali per creargli un'aerea di oscurità al fine di studiare la cecità - possono riprendere. 

A nulla sono valsi due anni di battaglie, giuridiche e non, manifestazioni, presidi, documenti sull'inevitabile sofferenza di questi esseri senzienti (che già comunque soffrono anche solo per vivere in cattività, rinchiusi dentro gabbie, senza mai conoscere la libertà).

Purtroppo viviamo in un sistema radicalmente specista, cioè interamente basato sulla distinzione morale tra esseri umani e animali (anche se siamo animali pure noi) e dove il valore ontologico e giuridico dei primi conta più dei secondi.

Se non scardiniamo questa visione malata e oppressiva, non ci sarà mai speranza per gli altri animali; che continueranno a essere usati, vessati, oppressi, uccisi per i più biechi scopi. 

Il sistema giuridico è figlio di questa visione specista.

Una sentenza favorevole ai macachi e quindi alla sospensione degli esperimenti avrebbe costituito un pericoloso precedente per la ricerca basata sugli animali: obsoleta ma ancora dogmatica e molto fruttifera per tante parti in gioco, tranne ovviamente per le vittime.

Così è per ogni questione che viene portata di fronte alle istituzioni. Che si tratti di macachi, cinghiali o orsi (e tutti gli altri allevati per altri motivi) è un intero sistema basato sullo specismo che continua ad affermarsi: prepotente, in sprezzo a ogni ragionevolezza, etica e soluzione alternativa.

La sentenza del Consiglio di Stato non fa che ribadire l'abisso incolmabile che c'è tra chi, come tanti di noi, si ferma a raccogliere una chiocciolina sul marciapiede per metterla in un luogo più sicuro e altri che la mattina indossano camice e guanti per torturare e uccidere individui appartenenti ad altre specie.
In fondo a quell'abisso c'è il riflesso di chi siamo noi, come specie, e non è una bella immagine.

L'altro giorno ci sono state le celebrazioni annuali per la giornata della memoria e giustamente in tanti hanno ricordato gli orrori compiuti durante il nazifascismo. Eppure la maggior parte di questa società, che oggi si definisce evoluta, continua tranquillamente ad accettare l'esistenza di altri lager, di altre oppressioni, di tanta violenza ai danni di esseri indifesi, ma perfettamente coscienti, intelligenti, sensibili, capaci di avere esperienza del mondo e di provare emozioni, dolori, gioia, piacere. 

martedì 26 gennaio 2021

Di fallacie logiche, etica al ribasso, estinzione e "salvezza", ma anche, semplicemente, di specismo e dintorni

 Faccio un riassunto di una tipica risposta esempio di etica al ribasso e di insensatezze logiche che mi capita spesso, troppo spesso, di leggere sui social da parte di chi difende il "proprio diritto" (sic!) a indossare le pellicce vere: "Io non sono vegana, mangio carne ecc. e quindi tanto vale che indossi pure le pellicce, tanto comunque poi sono di animali allevati apposta o che verrebbero uccisi per la carne e molti dovrebbero ringraziarci perché sono specie in via d'estinzione, altrimenti sarebbero scomparsi da un bel po'. Siamo a capo della catena alimentare e non mi pare che sia illegale".

Certamente diventare vegani può sembrare impegnativo, quando non se ne sono compresi bene i motivi e non si è mai fatto lo sforzo di analizzare il tipo di relazione di dominio che intratteniamo, come specie, verso tutte le altre e chiedersi se sia davvero necessario o meno; impegnativo perché si chiede di sostituire molti di quelli che vengono considerati alimenti - ma che, non dimentichiamolo, sono pezzi di esseri senzienti o prodotti realizzati a costo del loro sfruttamento e inevitabile fine precoce al mattatoio - e all'inizio può sembrare faticoso; anche se oggi non lo è come poteva esserlo dieci anni fa in quanto si trovano prodotti vegan ovunque e soprattutto, senza bisogno di acquistare quelli già confezionati, si possono realizzare migliaia di ricette con legumi, cereali, verdure, semi, frutta ecc. 

Ma non comprare pellicce vere, che sacrificio sarebbe? Che fatica sarebbe?

Cioè, veramente non si riesce a rinunciare a un prodotto di lusso per il solo capriccio di vanità o per essere trendy e seguire quello che fanno alcune influencer? 

Il discorso poi sugli "allevamenti appositi" mi lascia inorridita perché far nascere animali per ucciderli e scuoiarli, a mio avviso, lungi dall'essere una giustificazione, è più aberrante che mai. 

Poi non è vero che si tratta di animali che sono comunque uccisi per la carne, in quanto non mi risulta che ci siano pellicce di maiale, di gallina, di mucca (e non diciamolo troppo forte, ché non c'è limite alla perversione della nostra specie e della moda quando si tratta di animali). 

Un'altra obiezione è che si tratterebbe, a volte, di animali in via di estinzione e che così, allevandoli, gli si farebbe un favore. Due minuti di silenzio per questa insensatezza, ma giuro che l'ho sentita diverse volte. L'ho sentita anche una volta che discussi con un appassionato della corrida e mi disse che i tori allevati erano di una razza particolare che altrimenti si sarebbe estinta da un pezzo. Quindi in sostanza i toreri sarebbero degli animalisti di buon cuore che lottano per difendere il diritto a esistere di alcune razze di tori. Un po' i cacciatori che sarebbero amanti degli animali.  

Come dire "ti mantengo in vita affinché io possa ucciderti per mio divertimento o vanità".

E il bello è che questi discorsi, amici miei, provengono anche da persone intellettuali e con un minimo di istruzione (ché uno pensa, se hai finito l'università, due chicchi di sale in zucca dovresti pure averli e quanto meno essere in grado di rilevare le fallacie logiche insite nei tuoi stessi ragionamenti).

C'è una spiegazione al fatto che persone istruite e mediamente intelligenti dicano tante stupidaggini prive di logica ed eticamente deboli, cioè piene di fallacie logiche e filosofiche?

Sì. La spiegazione c'è ed è lo specismo: quell'ideologia invisibile che ti fa dire e sostenere cose che se fossero riferite agli umani farebbero ridere pure i sassi, ma sono ritenute perfettamente furbe e intelligenti quando la parte in causa sono gli animali. Un corto circuito dal quale è difficile uscire, ma che dobbiamo provare a spezzare.

Lo so, è faticoso dover ogni volta ribattere a frasi che a noi appaiono chiaramente per frasi senza senso, così come fa un po' male rendersi conto per quanto la teoria antispecista e il nostro dibattito interno abbiano raggiunto livelli di sofismi ormai anch'essi ridicoli, a volte, là fuori c'è ancora una massa sterminata che con il massimo candore possibile ti dice: "Ma sono animali allevati apposta, altrimenti si estinguerebbero". 

Fa male, ma prendiamone atto e non perdiamo la pazienza di informare, rispondere, sensibilizzare.

Qui un link informativo dal sito di Animal Ethics: https://bit.ly/3pxmjOl

domenica 24 gennaio 2021

Donne fortunate?

 Nel solito gruppo su FB di ricette vegan, già menzionato qualche post sotto, c'è un tipo che posta i piatti che cucina per la donna con cui sta insieme, aggiungendo "non è fortunata a stare con me?".

Coro di altre donne: "Wow, sei proprio un ragazzo da sposare!".

Il primo commento ironico che mi viene da fare è: vi accontentate di poco! 

Ma in realtà la questione è più seria. Un uomo che cucina non sta facendo qualcosa di eccezionale, noi donne lo facciamo da secoli e se ora, per fortuna, stiamo un pochino superando il medioevo e cominciano a farlo anche gli uomini, in una normale divisione di compiti casalinghi, non è fortuna, ma è, direi, il minimo sindacale.

Alcune dicono: sì, non è il fatto che cucini, ma che abbia delle attenzioni particolari (il tipo cucina vegan perché la ragazza è vegan, ma lui no). Beh, anche qui, io direi che è il minimo sindacale perché, come ha scritto un mio contatto, cosa avrebbe dovuto cucinarle, una bistecca? 😃

Io dico che stracciarsi le vesti per un uomo che cucina è un po' la cartina al tornasole di quanto ancora ci sentiamo in debito verso un uomo che fa qualcosa di normale per noi, come se il solo fatto di considerarci fosse un dono e non il minimo che ci si aspetti in una relazione paritaria.

Ricordo quando, in un lontano passato, ho accettato di essere trattata male perché mi sembrava già tanto che un uomo, che io giudicavo eccezionale per i miei canoni di allora, che erano molto bassi, mi degnasse di attenzione e facesse, ogni tanto, qualcosa di carino come regalarmi un cioccolatino a sorpresa o mandarmi un sms con parole carine, salvo poi comportarsi da stronzo in tanti altri casi. 

Oggi riconosco la fragilità di quella donna bisognosa di attenzioni, di essere vista, ma soprattutto insicura di se stessa, del proprio valore e con una stima e valutazione di se molto bassa. E ho dovuto lavorarci sodo su quelle fragilità, non è che sono sparite per magia. E proprio perché la riconosco, sento anche lontano un miglio la puzza di quelli che ti dicono "sei fortunata a stare con uno come me" solo perché cucinano un piatto ogni tanto o regalano dei fiori o fanno altro di carino. 

Già uno che dice "non è fortunata?" sta dicendo qualcosa di sbagliato perché è come se stesse vantandosi del proprio valore, obnubilando quello della donna, che difatti è come se non avesse meriti, ma fosse soltanto fortunata.

Ora, sia chiaro, io non conosco il tipo in questione e magari è veramente una brava persona e ha fatto solo un'uscita infelice (sebbene non sia la prima volta che accada e soprattutto sono stati tanti i commenti di donne che lo hanno esaltato); in questa mia riflessione, come ho già fatto altre volte, prendo come spunto un caso e ne traggo alcune considerazioni più ampie e il caso non importa se sia vero o meno, se sia inventato, se sia romanzato, quello che conta è la riflessione che ne scaturisce. Quello che è vero è che molte donne si accontentano di poco perché non hanno stima di se stesse e pensano che sia già tanto che un uomo le degni di uno sguardo, fosse anche solo per dirgli "che bel culo!"


sabato 23 gennaio 2021

Quali scuse?

 

Vediamo, quali erano le giustificazioni che vi davate quando ancora mangiavate animali, ma eravate messi di fronte all'eventualità di cambiare?

Io mi dicevo che mangiare animali era parte della mia cultura, che non era colpa mia se ero nata e cresciuta e continuavo a vivere in una cultura in cui era considerato normale farlo e che sarei stata disposta a cambiare quando quella cultura fosse cambiata. 

In pratica non mi assumevo la responsabilità di essere io parte attiva di quel cambiamento. Mi dispiaceva per tutti quegli animali uccisi che ho sempre saputo essere individui coscienti, senzienti, intelligenti, sensibili (anche se non conoscevo la realtà brutale e violenta di alcune pratiche necessarie a produrre latte, uova, insomma, i derivati), ma mi dicevo che io non potevo farci nulla.

Una volta una conoscente vegetariana mi disse "Se ti dispiace veramente, smetti di mangiarli, altrimenti smettila di dire che ti dispiace perché suona un po' ipocrita".

Ma la vera folgorazione la ebbi qualche tempo dopo leggendo I diritti animali di Tom Regan. In quel testo ogni giustificazione veniva smontata e svelata per quello che è, ossia una giustificazione priva di logica che ci raccontiamo solo perché intimamente siamo convinti che gli animali contino meno di noi, che siano meno intelligenti, che soffrano meno, che i loro interessi valgano meno dei nostri, ovviamente assumendo come parametro di giudizio solo ciò che ci fa comodo dimostrare e che mantiene intatti i nostri privilegi, convinzioni e credenze che assumiamo in maniera pressoché inconscia e che quindi vanno a formare un'ideologia tanto invisibile quanto difficile da smantellare e difficile da smantellare proprio perché invisibile e poi naturalizzata e normalizzata: un'ideologia che si chiama specismo.

Smontata questa, ho capito che non avevo più scuse. 

Certo, ero e sono consapevole che la mia decisione influisce poco e niente sulla produzione mondiale, ma io non voglio essere complice della violenza sugli animali e penso che se riteniamo qualcosa ingiusta e sbagliata dobbiamo agire di conseguenza.

Moltissime ingiustizie possono continuare indisturbate proprio perché ognuno di noi pensa di avere poca voce in capitolo, ma non è così, questo è il grande inganno di cui siamo tutti vittime, pensare di non contare e demandare tutto ai governi, alle istituzioni, che è ciò che hanno sempre voluto, ossia deresponsabilizzarci.

Deresponsabilizzare è la mano armata del Potere. Anche quello travestito con abiti democratici.


Foto scattata durante un presidio NOmattatoio. Due maiali cercano conforto reciproco nell'attesa di entrare al mattatoio.