mercoledì 15 settembre 2021

Carne artificiale sì o no?

 

Quando mi chiedono se sarei disposta a mangiare la carne artificiale (non quella vegetale, ma quella riprodotta dalle cellule dell'animale senza che venga ucciso), io faccio una serie di riflessioni.

Parto innanzitutto da una consapevolezza antispecista, che ho maturato negli anni, secondo cui ho smesso di vedere, pensare, immaginare, ricordare e persino sognare gli altri animali in funzione di qualcosa, che sia venire trasformati in prodotti alimentari ("carne") o essere usati come macchine per produrre qualcosa (latte, uova, miele, lana). 

In pratica ho del tutto rimosso dalla mia mente l'associazione animale=cibo. 

Il termine "carne" quindi per me non ha più senso; come non lo ha mai avuto in relazione ai cani, ai gatti, agli esseri umani o ad altre specie che culturalmente non mangiamo e non abbiamo mai mangiato.

E il punto è proprio questo: noi mangiamo alcune specie per cultura e  spesso continuiamo a vederli come cibo e prodotti alimentari anche dopo che siamo diventati vegani. 

Siamo diventati vegani perché non ci piaceva l'idea che soffrissero e ci siamo fermati al pensiero del "basta che non soffrano". Poi ci siamo spinti ancora oltre e abbiamo compreso che non devono proprio venire uccisi, a prescindere dalle modalità di allevamento o uccisione. 

A quanto pare però ancora non riusciamo a scalzare dalla mente l'idea del corpo degli altri animali come cibo.

Per questo motivo continuiamo a pensare che non ci sia nulla di male nel mangiare la carne artificiale (purché nessun animale venga ucciso), o nel mangiare le uova della gallina salvata dall'allevamento che ora razzola libera nel giardino (purché muoia di morte naturale e non soffra).

Questo modo di pensare è un modo di pensare ancora specista.

Voi direte: purché gli animali non vengano uccisi. 

Ma lo specismo è molto di più della pratica di allevare e uccidere, è appunto una forma mentis che continua a relegare gli animali entro una precisa funzione, a considerarne il valore ontologico e morale inferiore al nostro, a pensarli come prodotto, come "carne".

Io vi faccio una domanda molto semplice: se venisse prodotta carne artificiale dalle cellule di un bambino (ma senza che alcun bambino venisse ucciso) o di un cane o gatto (ma sempre senza che venissero uccisi), saresti disposti a mangiarla?

Sono sicura che direste di no, anche se, in teoria, non sussisterebbe alcun problema etico e morale in quanto nessun individuo sarebbe sfruttato, avrebbe sofferto e verrebbe ucciso. 

Ecco, chiedetevi invece come mai sareste disposti a tornare a mangiare carne artificiale di manzo, maiale, pollo (chiedetevi pure perché mangereste le uova di gallina, ma non di gabbiano o fagiano o altri volatili. È semplice: perché questi volatili non li abbiamo mai considerati come produttori di uova). 

La risposta è che non avete ancora sconfitto dentro di voi lo specismo, quello che vi fa considerare gli altri animali in funzione di qualcosa e non come individui che nascono liberi per loro stessi.

Quindi io no, non tornerei a mangiare "carne", nemmeno quella coltivata. 

Come non mangerei carne coltivata di esseri umani (anche se magari il sapore potrebbe essere buono), o di gatti o procioni.

Detto ciò, accolgo con discreto entusiasmo la sua commercializzazione intanto perché spero che possa venire usata per gli animali carnivori che convivono con noi (e quelli selvatici che vengono soccorsi e curati nei cras), e poi perché magari in futuro potrebbe portare all'abolizione definitiva degli allevamenti e questo sarebbe un enorme traguardo. Un traguardo che tuttavia non esaurirebbe l'immensa questione dello specismo che è invece filosofica, politica, giuridica, artistica, economica, culturale in senso ampio.

Lo specismo, infatti, non si esaurisce nelle sole pratiche di allevamento, è molto di più e riguarda il modo più ampio in cui vediamo, pensiamo, immaginiamo e quindi ci relazioniamo agli altri animali. Ragion per cui non sarà l'invenzione della carne artificiale a sconfiggerlo, ma ci vorrà tempo, educazione, una nuova cultura antispecista che abbracci a 360 gradi tutti gli ambiti della questione animale (il tema dello specismo, come sapete, l'ho affrontato in maniera divulgativa nel mio libro "Ma le pecore sognano lame elettriche? pubblicato da Marco Saya Editore. A proposito, in autunno, spero, ci sarà modo di presentarlo da qualche parte).


mercoledì 1 settembre 2021

Post semi-serio

 Ieri ho risposto a una domanda di un post di una pagina generalista. La domanda era: cosa non mangereste mai per nessun motivo al mondo, o una cosa del genere.

Io ho risposto "animali e prodotti del loro sfruttamento". 

C'erano tantissimi altri commenti. 

Indovinate sotto al quale si è scatenata una flame? 

Che ve lo dico a fare...

Allora, gente, siamo messi male, malissimo. Età media dei commentatori sui 30 anni, quindi non parliamo di persone anziane che non hanno accesso ai media.

Le obiezioni che vengono puntualmente poste a noi vegani direi che possono essere riassunte in quattro macro-insiemi: quello dell'etica, quello della nutrizione, quello della zoologia e quello dell'antropologia.

Nel primo rientrano tutte quelle che fanno appello a ragionamenti di etica al ribasso e che vorrebbero dimostrare che nessuno al mondo può dirsi davvero etico: anche le piante soffrono, anche i raccoglitori di pomodori sono sfruttati, anche il tuo telefonino comporta sfruttamento, quando cammini schiacci le formiche e così via. 

In pratica, siccome è impossibile vivere in modo totalmente etico, tanto vale mangiarsi pure gli animali. A questo punto, ma perché non anche tua nonna? 

Poi, altra obiezione è la sempreverde (parlando di verde, appunto): ma allora che ti mangi, non si può campare solo di insalata e pomodori (sul serio? Il vasto mondo dei vegetali dunque offrirebbe solo pomodori e insalata?), ti ammalerai entro pochi anni (bah, sono vegana da dieci e, toccando ferro, godo di buona salute e peraltro nemmeno solo particolarmente salutista, anzi), e tutte le varianti del caso.

Ora, siamo nel 2021, ci sono più account di vegan food blogger su Instagram e Youtube che stelle in cielo e ancora pensi che io mangi cicoria tutto il giorno? 

Passiamo agli esperti di zoologia: anche gli animali si mangiano tra loro (quali? No, perché ci sono anche animali erbivori e poi non è che si mangiano tra loro, altrimenti potremmo analogamente giustificare il cannibalismo), gli animali sono cattivi, gli animali sono feroci ecc.

Poi però subito dopo si rimarca l'immensità dell'homo sapiens, che sarebbe diverso da tutti gli altri. Decidetevi, o siamo animali tra gli animali e quindi se ti incontro ti stacco la testa a morsi, oppure in virtù del fatto che siamo capaci di compiere tante belle cose, compresa l'invenzione di Dio, della legge, della filosofia, della libertà, dei diritti umani ecc. possiamo anche fare un passetto ulteriore e arrivare a formulare un'etica comprensiva del rispetto di tutti gli esseri senzienti.

Per ultima, la più bella: l'homo sapiens da quando è nato (sic!) ha sempre cacciato. Detta da chi probabilmente non sa nemmeno posizionare gli eventi della storia più recente e probabilmente non ti saprebbe nemmeno dire la data della rivoluzione francese, figuriamoci discettare delle abitudini dei nostri antenati. 

Oh, comunque meno male che siamo noi vegani che rompiamo il caxxo ai carnisti... 

P.S.: ho mangiato animali anche io per tanti, troppi anni. Eppure quando venivo a contatto con un vegetariano (e parliamo di anni fa, quando non c'erano nemmeno tutte le informazioni di oggi), stavo zitta, consapevole di non avere scuse. Al massimo mi azzardavo in un: ti ammiro, io non ci riesco, ma vorrei. 

E alla fine ci sono riuscita perché se capisci che gli altri animali sono esseri senzienti, tutte le scuse prima o poi cadono.


domenica 29 agosto 2021

"Gli animali agiscono solo per istinto"

 In questi giorni, dopo la tragedia della ragazza che è stata uccisa da un branco di cani, ho letto tantissimi commenti e post intrisi di teriofobia e di pregiudizi sugli altri animali. 

La più comune: sono animali, agiscono solo per istinto. 

Si parla di istinto in opposizione all'intelligenza senza nemmeno saper definirlo, pensandolo come una sorta di reazione cieca e imprevedibile.

Nel mio libro "Ma le pecore sognano lame elettriche?" ho affrontato questo argomento in relazione alla differenza ontologica - un vero e proprio muro separatore - che abbiamo innalzato nei secoli tra noi e gli altri animali.

"Come ho già accennato, tendiamo a liquidare tutto ciò che fanno gli altri animali con il termine istinto, attribuendo a questo termine una valenza negativa e in opposizione a quello di intelligenza (disprezziamo l’istinto, esaltando la razionalità, proprio perché ci teniamo a distinguerci dagli altri animali, che riteniamo inferiori). In realtà l’istinto è intelligenza emotiva: anche noi, in quanto animali, abbiamo una parte del cervello emotiva e istintiva, quella destra, che usiamo molto più spesso di quello che immaginiamo, non soltanto quando agiamo e rispondiamo agli eventi in modo impulsivo, emotivo, poco controllato, ma soprattutto in caso di pericolo; è proprio questa risposta biologica ancestrale che ci viene in soccorso e ci intima di fuggire in caso di pericolo o ci mette in guardia di fronte a comportamenti che ci appaiono strani. L’istinto, al contrario di quello che vorrebbe il luogo comune, è una risorsa enorme che tutti gli animali hanno in comune, noi compresi. Solo che quando lo riferiamo a noi stessi, lo connotiamo positivamente (istinto materno, per esempio), mentre quando lo riferiamo agli animali lo poniamo in opposizione a un fantomatico concetto di intelligenza diversa che solo noi, in quanto umani, possederemmo, così stabilendo una sorta di giudizio di valore secondo cui l’istinto sarebbe una qualità inferiore. 

Comunque non è vero che gli altri animali agiscono solo per istinto, cioè dando risposte immediate e impulsive e noi invece solo ragionando e soppesando razionalmente ogni decisione; anche gli individui di altre specie manifestano intenzioni, mettono in atto comportamenti meditati, si ingegnano per ottenere ciò che vogliono, per realizzare i loro desideri, sono in grado di proiettarsi nel passato e nel futuro, cioè ricordano, memorizzano volti, nomi, luoghi, esperienze, odori, persone e immaginano il futuro. Soddisfano interessi diversi, di cui i primi sono certamente la soddisfazione della fame, della sete, del sonno, esattamente come noi in situazioni in cui sopravvivere diventa appunto necessità primaria (secondo la piramide dei bisogni di Maslow, noi possiamo dedicarci alla realizzazione di alcuni desideri e obiettivi solo quando abbiano pienamente soddisfatto  quelli primari1). Gli altri animali sognano. Giocano. Si divertono e provano anche indignazione e tutta una gamma di sentimenti quali umiliazione e senso del ridicolo. Ovviamente dolore, piacere, gioia, paura, panico, angoscia, estasi.

Gli altri animali vedono il mondo, lo interrogano, lo osservano, lo pensano. Non in maniera ridotta rispetto a noi, non sono esseri “poveri di mondo” come sosteneva Heidegger, ma hanno una ricchezza interiore cui non abbiamo nemmeno accesso.

Ciò che pensano è ovviamente diverso da ciò che possiamo pensare noi (e ciò che noi pensiamo ci è stato in parte trasmesso culturalmente ed è stato contaminato, offuscato da ciò che abbiamo letto e ci hanno raccontato, dal mito, dall’eredità biologica, dal mondo in cui ci siamo evoluti) perché esperiscono la realtà usando in modo più accentuato alcuni sensi rispetto ad altri, ma è forse meno importante? È la loro visione del mondo, una visione unica, non riducibile alla nostra." 

(pagg. 39, 40, 41).

domenica 22 agosto 2021

Cosa significa essere antispecisti?

 L'altra sera mentre mi facevo la doccia ho notato un ragnetto sul fondo che stava quasi affogando. Ovviamente ho chiuso subito l'acqua e ho preso un pezzetto di cartone di una scatolina che avevo a portata di mano per aiutarlo a mettersi in salvo. Appena ho avvicinato questo pezzetto di carta ha subito capito che era una specie di àncora di salvataggio e ci si è immediatamente aggrappato. Quindi l'ho preso e portato fuori. 

Ho provato una tenerezza incredibile nel vedere il modo in cui si è aggrappato a questo salvagente di fortuna improvvisato per lui. 

Se non lo avessi visto in tempo nel giro di pochi secondi sarebbe stato trascinato via dall'acqua e risucchiato nel foro di scarico. Una fine decisamente orribile. 

Era solo un ragnetto, penserà la maggior parte della gente, eppure la sua disperazione e il modo in cui si è aggrappato strenuamente a quel pezzetto di carta ci dice una cosa importante persino nella sua ovvietà: che tutti gli animali vogliono vivere e che noi che siamo così grandi e impattanti, a volte, diciamo spesso, possiamo davvero fare la differenza. 

Scegliere di salvare anziché di uccidere. 

Per questo provo tanto sconforto quanto mi sento rispondere che allora anche le piante sono vive e soffrono ecc. perché si tratta di un ragionamento di etica al ribasso che semplicemente spazza via tante scelte possibili solo perché esiste l'imponderabile o la necessità.

Sapete come si forma la coscienza, cioè quella che i credenti chiamano anima? Anche in base alle scelte che facciamo ogni giorno perché sono queste che poi creano dei precisi percorsi neuronali. Il cervello è plastico e le nostre abitudini non sono dei processi deterministici immodificabili. Allenarci in un senso o nell'altro modifica il nostro sentire, le nostre percezioni, il modo in cui facciamo esperienza del mondo.

Allenarsi a vedere e considerare gli altri animali, anziché ignorarli, calpestarli, spazzarli via, annientarli, rinchiuderli, consumarli, sfruttarli, sterminarli, ci allena a essere persone più sensibili, più empatiche e ci arricchisce anche mentalmente perché ci fa percepire la meraviglia dell'universo in tante sue manifestazioni. 

Osservare un altro animale e vederci solo cibo o un fastidio da eliminare ci rende invece persone povere, limitate mentalmente, ottuse. 

Il problema, a livello globale, storico, direi evolutivo, è che la nostra specie è stata allenata a dominare e a considerarsi il centro assoluto dell'universo prima, del pianeta terra poi. Quindi facciamo una fatica enorme a considerare l'altro, il diverso, specialmente se piccolo e non in grado di comunicare come noi. Siamo logocentrici, cioè attribuiamo al linguaggio verbale un valore morale, e, direi, antropocentrici, ossia attribuiamo valore a tutto ciò che sappiamo fare noi, disprezzando chi esiste e fa esperienza del mondo in modo diverso poiché si è evoluto e formato in modo diverso. 

Ma questa attitudine si può modificare. Certo ci vorranno secoli, però è importante provarci. 

Ecco, come vedete, pensare a un ragnetto, vedere un ragnetto, scorgerlo, cioè notarlo, considerarlo, considerare quindi il suo desiderio di vivere non è solo il gesto di una persona che "ama gli animali", ma un atto fondativo di un pensiero nuovo, non più antropocentrico, ma antispecista.

Essere antispecisti significa uscire dai propri limiti, sforzarsi di farlo, non immaginare come pensa un ragno, ché credo sia impossibile, ma meravigliarsi di quel ragno, sospendere persino la propria sete di conoscenza (che in una certa misura è essa stessa dominio e possesso) per arrivare ad accettare che esista e basta. Un ragno esiste. Non per noi, né per nessun altro. E sebbene nell'ordine più ampio dell'ecosistema possa avere una sua utilità (che so, mangiare altri insetti), non è per questo che dovremmo considerarlo, ma per la sua unicità. Per la meraviglia del suo stesso esistere. Epifanico, irriducibile a qualsiasi altro elemento. Egli è, semplicemente, così come siamo noi. 

Antispecismo è accettazione nel senso di accoglienza incondizionata delle altre specie.


sabato 21 agosto 2021

Uomini e bestie

 

Accanto alle persone che fingono di non sapere quello che accade agli animali affinché siano trasformati in cibo, ci sono i campioni del cinismo, cioè quelli che sanno perfettamente che "la carne non cresce sugli alberi, ma in qualche modo per avere la bistecca bisogna sgozzare le bestie" (sic!). 

Emblematica la scelta del termine "bestia" a creare una distanza semantica e ontologica tra noi e gli altri animali. Loro sono bestie, noi uomini. Come se non fossimo in realtà TUTTI animali, solo di specie diverse.

Che miliardi di animali, esseri perfettamente senzienti, vengano fatto nascere per essere sfruttati e uccisi è tragico; ma ancora più tragica, immensamente più tragica, è la normalità con cui avviene tutto ciò. La placida rassegnazione, accettazione, normalizzazione di uno sterminio che non ha pari e che senz'altro è il segno più distintivo della nostra "umanità", cioè del modo in cui ci definiamo e sentiamo umani in opposizione a coloro che chiamiamo "bestie".

Foto scattata durante un presidio NOmattatoio di qualche anno fa.

venerdì 13 agosto 2021

I falsi miti del veganismo

 "Posso testimoniare che, mangiando vegano, ingrassare è praticamente impossibile".

Da un libro che sto leggendo: La famiglia del piano di sopra di Lisa Jewell.

Quanto mi dispiace quando leggo falsità e disinformazione sull'alimentazione vegetale e sul veganismo. Peraltro ci si riferisce a una sorta di Comune (ok, parte della storia, quella in cui si parla della Comune, è ambientata negli anni '80 e il personaggio che racconta riflette la disinformazione dell'epoca) i cui fondatori sono palesemente dei fuori di testa, quindi si comunica il solito messaggio dei vegani estremisti, esaltati, dotati di buone intenzioni ma del tutto folli. 

Peccato perché la storia si legge anche con piacere, intendiamoci, nulla di che, è un romanzo di puro intrattenimento e fa bene il suo lavoro, ma alcuni passaggi sono proprio insopportabili.

Penso anche alla pericolosità di una frase simile, dato che viviamo in una società in cui tantissime persone, sia donne che uomini, ma soprattutto donne, soffrono di disturbi del cibo per aderire a un'immagine stereotipata del corpo, e so che tante ragazzine iniziano a mangiare vegetale (non userei il termine vegan perché appunto il veganismo non è una dieta) per dimagrire, salvo poi tornare a ingozzarsi di animali morti dopo un po' perché mangiare vegetale senza aver compreso cosa siano veganismo e antispecismo e per motivi egoistici, personali, che riguardino il dimagrire o altro, significa fare una dieta come un'altra. 

Comunque, datemi retta, se volete dimagrire, fate attività fisica, è l'unica.


martedì 10 agosto 2021

Lo sciame di Just Philippot

 

Attenzione: SPOILER

Lo sciame, film francese che è stato selezionato per la settimana della critica al Festival di Cannes nel 2020, poi annullato causa pandemia.

Che dire?

Dunque, da un punto di vista meramente cinematografico (e voi vi chiederete, perché, da quale altro punto di vista vuoi analizzare un film? Eppure le cose non sono così semplici perché l'estetica è anche etica) non si può dire che sia riuscito: trattasi di un drammone familiare a tema agricolo (i francesi negli ultimi anni spingono molto su questo tema, vedasi anche Le Petit Paysan che avevo recensito per Veganzetta, probabilmente perché si vuole promuovere l'allevamento etico e sostenibile) che vira verso l'horror in cui però la tensione tra la protagonista e i figli non è ben narrata e viene affidata a pochi elementi didascalici (la figlia che viene derisa dai suoi amici, la difficoltà del vivere in una casa in campagna in mezzo all'odore degli animali, l'acqua calda che manca ecc.).

Virginie è una donna rimasta vedova con due figli a carico (Laura, adolescente, Gaston, di circa dieci anni) che decide di mettere su un allevamento di cavallette per ricavarne farina ad alto contenuto proteico. 

È questo il cibo del futuro, no? Proteine di origine animale ottenute da allevamenti che abbiano poco impatto ecologico (anche in Blade Runner 2049 vediamo infatti allevamenti di insetti idroponici). Non sia mai che si possa promuovere il veganismo! Sembra proprio che non ci si riesca ad affrancare dalla cultura carnista, anche a costo di nutrirsi di insetti.

Comunque, tornando alla storia, Virginie in questa sua start up non ha il sostegno della figlia adolescente, mentre il piccolo segue con curiosità la crescita delle cavallette. Ne tiene alcune dentro una teca proprio per osservarle.

L'allevamento non decolla perché le cavallette non si riproducono come dovrebbero e il ricavo della farina è troppo poco, così la donna è costretta a chiedere soldi in prestito a un suo amico viticoltore. 

Un giorno, in preda alla rabbia causata dalle difficoltà, distrugge parte della struttura dove tiene le cavallette e cadendo a terra si ferisce. Al risveglio scopre che gli animali le stanno succhiando il sangue dalla ferita. Dopo qualche giorno assiste a un cambiamento nei loro comportamenti: iniziano a riprodursi e diventano più aggressive. Capisce che hanno bisogno del sangue per moltiplicarsi, ciò che le consentirebbe di accrescere anche i suoi guadagni; pian piano scivola in una sorta di ossessione arrivando persino a offrirgli il proprio stesso sangue, fino a che la situazione non sfugge di mano e la storia vira verso un finale decisamente horror. Nel mentre le cavallette avevano già ucciso una capra (amica del figlio) e il cane del vicino (che gli viene dato in pasto direttamente da Virginie). 

La tensione durante tutto il film è ben costruita ed è apprezzabile il fatto che non si tratti di un horror splatter in cui bisogna mettersi in salvo da cavallette sanguinarie (a parte nel finale). C'è qualche scena forte che potrebbe turbare a livello psicologico, ma non si può dire che sia veramente spaventosa. E questo è l'unico elemento positivo, insieme alla prova di recitazione della protagonista.

Da un punto di vista dei contenuti poi, l'ho trovato un film veramente orribile. Quando si è antispecisti non ci si può certo disfare della propria sensibilità e idee come se si trattasse di togliersi un vestito e riporlo nell'armadio. 

A parte i contenuti specisti (allevare animali per trasformarli in prodotti), ho letto che le cavallette usate sono in parte vere. Infatti si vede. Per il film è stato messo su un piccolo allevamento. Si mostra persino quando vengono uccise, praticamente vengono arrostite vive. Facendo una ricerca in rete, pare che in realtà vengano congelate o disidratate. Quale sia il modo in cui vengono uccise, è deprecabile il modo in cui vengono considerate e che questa pellicola racconta in modo senz'altro realistico. Senza la minima empatia, come se fossero oggetti, soprattutto considerato che all'inizio ha un intento quasi documentaristico. Deprecabile anche la scena in cui la protagonista prende il cane del vicino per darlo in pasto alle cavallette. Il valore della vita degli animali, quale ne sia la specie, è totalmente azzerato. Le cavallette vengono viste solo come prodotto, il cane come individuo di minor valore, da potersi tranquillamente sacrificare. Solo il figlio piccolo sembra mosso da un sincero affetto verso la capretta (infatti si dispera quando crede che sia fuggita) e di curiosità verso le cavallette.

Film così sono veramente dannosi perché continuano a inserirsi nel solco della teriofobia e della diffusione di stereotipi riguardo alcune specie.

Gli insetti sono specie molto diverse da noi, un po' come i pesci e sarebbe decisamente ora di abbandonare la narrazione orrorifica che molti film hanno contribuito a diffondere, tra cui questo.

In pratica, al di là degli intenti autoriali (dramma intimista familiare che vira verso l'horror) ci troviamo di fronte a un prodotto che ripercorre la scia già nota dell'horror tradizionale in cui gli altri animali rivestono il ruolo degli assassini di turno. Il dramma familiare, come detto, fa più da sfondo, che da elemento portante. Anche la presunta ossessione e follia della protagonista viene risolta troppo facilmente. Sì, a livello metaforico è evidente il messaggio: una madre che è disposta a dare sé stessa - anche letteralmente - per mantenere i figli, ma la metafora è fin troppo scoperta e la riconciliazione finale, in cui nuovamente dà in pasto il proprio corpo, non solleva la mediocrità della pellicola.

Piccola nota personale: le cavallette mi hanno sempre fatto ribrezzo. Non gli ho mai fatto del male, ma non riuscivo nemmeno a sopportarne la vista. Invece negli ultimi anni, sforzandomi di osservarle e conoscerle meglio, ho un po' superato questa fobia irrazionale. Vederle nel film, anche in primo piano, non mi ha dato fastidio, anzi, ho persino provato empatia. Mi hanno fatto tenerezza e sono stata in pena per loro, soprattutto sapendo che appunto ne sono stata usate di vive. Che fine avranno fatto poi?



venerdì 6 agosto 2021

Ma dove vanno i polli broiler quando gli allevamenti chiudono?

 

Il giovane Holden si domandava che fine facessero le papere di Central Park quando il laghetto ghiacciava, invece a noi vegani abolizionisti e liberazionisti fanno domande un po' meno romantiche e decisamente più insensate, del tipo: "ma dove metteremo tutti gli animali se gli allevamenti dovessero chiudere?" oppure "ma non ci sarà il pericolo di far estinguere alcune razze che ad oggi sono allevate appositamente per essere mangiate?". 

Ebbene, sì, forse alcune razze come i polli broiler si estingueranno, ma non sarebbe il male peggiore, considerata la fine che fanno oggi.

Ho scritto un articolo per il blog di Progetto Vivere Vegan riflettendo un po' su queste domande, ditemi cosa ne pensate. 

Lo trovate qui


giovedì 5 agosto 2021

C'era una volta a... Hollywood

 

Attenzione: spoiler!

Che dire? Forse uno dei migliori film di Tarantino, o per lo meno del Tarantino che piace a me, quello che dietro l'azione fa emergere il suo lato intimista, esistenziale, nostalgico, malinconico. 

Pensavo che dopo Mullholland Dr. di Lynch su Hollywood fosse stato detto tutto, e invece ci sono storie che ancora si possono scrivere e riscrivere in modo originale e creativo. 

"C'era una volta a... Hollywood" è metacinema di altissimo livello, è Hollywood ripiegata su sé stessa che ancora piange il dolore di una delle sue ferite più grandi e in cerca di una elaborazione del lutto riesce a farlo nel solo modo in cui può farlo, ossia raccontando la stessa storia per l'ennesima volta, ma trovando un finale diverso. 

Quanti di noi, leggendo o assistendo all'ennesima interpretazione di Romeo e Giulietta (avete fatto caso a quante volte compare l'insegna del teatro?) non continuano ostinatamente a sperare in un finale diverso? Eppure nessuno lo ha mai messo in scena perché quella di Shakespeare è una storia di un destino già scritto, segnato dalle stelle. A Hollywood però tutto diventa possibile, è il sogno che si avvera, è il luogo degli incontri e delle infinite opportunità. 

Gli amanti di Hollywood non sono nati sotto una "maligna stella", ma sono essi stessi stelle in grado di forgiare il loro destino. Almeno fino a che quel mondo di cartapesta e luccichii resta in piedi... vale a dire, il tempo di sognare in una sala, o davanti alla tv, il tempo di un ciak, il tempo di una notorietà che è comunque effimere e destinata a essere rimpiazzata, il tempo di arrivare alla scritta "The End".

Di Caprio e Brad Pitt sono straordinari come sempre, forse Margot Robbie un po' sottotono, ma la scena in cui va al cinema a vedere sé stessa è bellissima e struggente e già da sola vale tutto il film.

mercoledì 4 agosto 2021

Per il mio bene di Ema Stokholma

 

"Mi ricordo benissimo della prima volta in macchina, avevo quattro anni e lì non era mai successo fino ad allora, quindi pensavo che fosse un luogo protetto. Che delusione quando mi arriva il primo pugno".

Morwenn Moguerou, in arte Ema Stokholma, ci racconta la storia della sua infanzia e prima adolescenza accanto a un mostro che la picchia, la insulta, la accusa di cose folli e la tormenta psicologicamente. Quel mostro è sua madre. Morwenn, nonostante il mostro, rimane però una ragazzina piena di vita e desideri, ama stare con i suoi amici, la musica e la moda; dopo diversi tentativi andati a vuoto finalmente a 15 anni riesce a fuggire di casa e dalla Francia arriva a Roma, dove inizia una nuova vita, non senza ostacoli e difficoltà varie. Oggi è una Dj famosa in tutto il mondo, lavora in radio e ha scritto questa storia non per vittimismo, ma per squarciare il velo dell'omertà che troppo spesso viene avvolto intorno a storie come queste, di bambini abusati per cui nessuno fa niente, di cui nessuno sembra accorgersi fino a quando è troppo tardi. Questa è una storia triste, ma anche meravigliosa perché Morwenn poi diventa Ema, prende in mano la sua vita e la trasforma facendola diventare qualcosa di bello e sensato, un work in progress che continua ancora oggi perché alla fine il lavoro su noi stessi è un lavoro che non finisce mai e sta esattamente a noi farne qualcosa per cui valga la pena alzarsi la mattina.

Scritto molto bene, diretto, minimalista, ma intenso. E andate a sbirciare il suo profilo Instagram perché Ema è anche un'artista bravissima, fotografa ritratti e autoritratti, soprattutto autoritratti, ma anche spazi urbani e poi li dipinge, accostandoli gli uni agli altri.

martedì 13 luglio 2021

Convivere con un cane molto anziano

 

Convivere con un cane molto anziano significa sentire il cuore accelerarsi ogni volta che lo si scorge un po' più immobile del solito e avvicinarsi con la paura che il suo abbia smesso di battere.

Convivere con un cane molto anziano significa essere consapevoli che alcune delle cose che si faranno insieme potrebbero essere le ultime.

Convivere con un cane molto anziano significa pensare "questa è la sua ultima estate", "questo è il suo ultimo luglio", "questo potrebbe essere l'ultimo mattino".

Convivere con un cane molto anziano significa tendere l'orecchio nella notte per sentire il suo respiro, aguzzare la vista per cogliere il movimento, controllare a intervalli regolare che vada tutto bene.

Convivere con un cane molto anziano significa ripensare spazi e riorganizzare la casa così che possa muoversi meglio, che possa farcela da solo ad arrivare alle ciotole, che possa avere gli angoli migliori, più freschi e ventilati, a sua disposizione.

Convivere con un cane molto anziano significa pulire la pipì con gioia perché sai che quei pavimenti macchiati ti mancheranno. 

Convivere con un cane molto anziano significa rimandare impegni perché sai che è importante stargli vicino, esserci, non allontanarsi.

Convivere con un cane molto anziano significa sentirsi in colpa perché sai che avresti potuto fare di più, regalargli più corse al parco, più viaggi, più abbracci, più carezze, più tutto.

Vorrei dire che convivere con un cane molto anziano ci mette anche di fronte alla nostra morte, fragilità, vulnerabilità, ma invece dirò che questo non importa perché adesso non è il momento di pensare a noi o al senso della vita, ma a lui, a cosa gli resterà di questa vita nei suoi ultimi momenti e io vorrei tanto che fosse la consapevolezza di essere stato amato.

lunedì 12 luglio 2021

Letture imperdibili: Il sale della terra di Jeanine Cummins

 

Era dai tempi de Il cardellino di Donna Tartt che non mi esaltavo così per un libro, cioè quel tipo di esaltazione che ti fa venire voglia di parlarne a tutti. Ho letto tanti altri bei libri nel frattempo, chi mi segue su Instagram sa che ogni tanto butto là qualche consiglio di lettura, ma questo è particolare, coinvolgente, adrenalinico e insieme triste, tragico e disperato. 

Una donna e suo figlio di otto anni in fuga attraverso il Messico per sfuggire al temibile capo di uno dei cartelli più pericolosi, i Jardineros, chiamati così perché per uccidere i nemici usano gli attrezzi da giardinaggio. Il loro simbolo è un machete da cui pendono tante goccioline di sangue per ogni persona uccisa. 

La sua famiglia è stata sterminata durante una festa, sono tutti morti, marito, madre, sorella, nipoti, uccisi a sangue freddo mentre mangiavano in giardino e per puro caso lei e il figlio, che al momento dell'irruzione dei sicari si trovavano in bagno, sono riusciti a nascondersi e a non farsi trovare. Quello che hanno visto e sentito durante e dopo è un trauma impossibile da superare, una violenza che si tinge di toni persino grotteschi per quanto è assurda e spietata, eppure non c'è tempo di piangere, di disperarsi, nemmeno quello di sotterrare e salutare i propri morti; Lydia e Luca devono scappare, fuggire, una corsa contro il tempo con l'obiettivo di raggiungere il "norte" per darsi una possibilità di vita, anche se minima. Tentare il tutto per tutto, fare cose che fino a pochi giorni prima sarebbero stati impensabili anche solo da immaginare nel tran tran di un quotidiano in una città sempre più violenta, ma in cui in qualche modo sembrava ancora possibile vivere come sotto a una bolla. Lydia appartiene alla media borghesia, ha una bella casa, una libreria, suo marito è giornalista, un giornalista che voleva solo raccontare la verità, ma anche dire la verità, in un paese come il Messico, può avere conseguenze terribili. 

Ora si deve agire, fare scelte che potrebbero rivelarsi giuste o sbagliate, forse sarà solo per caso se riusciranno a restare vivi, come per puro caso non sono stati uccisi dai sicari poco prima, non c'è tempo di pensare, non pensare, non pensare, non pensare è il mantra con cui Lydia tiene insieme i pezzi della sua mente e si impedisce di sprofondare e di impazzire. Un pezzo alla volta, un'ora per volta, un piano alla volta. 

Si uniranno alla rotta dei migranti, salendo e scendendo da La Bestia, i poderosi e pericolosi treni merci diretti al confine di cui Lydia aveva sempre sentito parlare come di un qualcosa che mai avrebbe potuto riguardarla. La compassione, la pietà per i migranti è un pensiero che si fa in fretta a scacciare dalla mente, non ci riguarda, è lontano, si prega per loro e si dimentica.

Ora invece Lydia e Luca sono diventati essi stessi dei migranti e devono imparare in fretta, capire come muoversi, mimetizzarsi, stare in silenzio e rispondere solo a chi potrebbe aiutarli veramente.

Restare vivi su quei treni, sulla Bestia, è un terno al lotto: il pericolo maggiore non è soltanto quello di cadere giù e venire mutilati, se dice male, morire subito se dice bene, o di non farcela a salire - perché si sale al volo, mentre il treno è in movimento, dato che le stazioni sono recintate e controllate dalla polizia - ma si rischia di essere derubati, rapiti, stuprate, uccise. Ogni persona potrebbe essere qualcuno del cartello, o qualcuno che ha interessi a spremere dai migranti (cioè da chi non ha nulla se non le proprie gambe, zaino con pochi averi e a volte nemmeno le scarpe) tutto quel che si può, vita compresa. "Ognuno di voi sarà derubato", li mette in guardia un prete in un ricovero per migranti, solo uno su tre ce la farà a raggiungere il norte. Sarai tu, chiede a uno a uno alle persone presenti?". Non lo sanno, ma devono tentare perché restare è morte sicura. 

Devono crederci. Lydia impara che preoccuparsi è inutile, se il peggio deve accadere, accadrà comunque e così si ripete le innumerevoli volte in cui il cuore le batte all'impazzata nel petto, non pensare, non pensare, non pensare. Ma decidere, saltare giù a volo, scappare o, al contrario, farsi piccola, sospendere persino il respiro. A volte è solo questione di intuito. Si sceglie per istinto. Una risorsa che si impara a padroneggiare.

Sullo sfondo gli incantevoli paesaggi del Messico, la natura incontaminata, l'oceano, la terra, il deserto, i piccoli centri urbani dove i migranti possono ricevere conforto e solidarietà dalle persone del luogo, riposarsi un po' e poi ripartire (ma sempre stando bene attenti a capire di chi ci si può fidare e di chi no perché tutto potrebbe essere una trappola), rimettersi in viaggio a piedi, salendo e scendendo dai treni, fuggendo dalla polizia o da chi si approfitta della disperazione per farsi pagare, per estorcere le uniche cose possibili, qualche risparmio, sesso e se non c'è altro, la vita stessa.

Un romanzo che è sociale, politico, ma soprattutto profondamente umano. L'umanità di chi è capace di stuprare due ragazzine in fuga per la loro vita - perché sì, l'umano è anche questo -, ma anche quella capace di gesti immensamente generosi e altruisti come quelli di coloro che sanno che anche regalare un sorso d'acqua, un sacchettino con dentro tre cioccolatini può fare la differenza tra resistere o mollare. E resistere, andare avanti, per i migranti significa vita, significa salvezza.

La Bestia, il treno merci, è un mezzo, una possibilità, ma anche una condanna. L'equivalente dei barconi su cui salgono i migranti dall'Africa o dai altri paesi quando per scampare alla morte l'unica è attraversare il mare.

Deserto o mare, attraversarlo significa darsi una possibilità di vita. Anche se lo si dovrà rifare tante volte perché non è che arrivare al "norte" è garanzia di vita nuova. 

Ma una cosa per volta, un passo per volta. 

Una pagina per volta mi sto avviando alla fine di questa storia tragica e disperata dove l'avventura si mischia alla riflessione come nella narrativa migliore.


venerdì 9 luglio 2021

La scelta vegan è la scelta etica per eccellenza

 

Puntualmente ogni tot mesi esce fuori l'articolo del furbone di turno convinto di diffondere chissà quale informazione asserendo che "I vegani non hanno nulla di etico perché consumano quinoa" (o avocado, anacardi, bacche di Goji ecc., insomma, cambia l'alimento esotico di turno, ma non il concetto, che è sempre lo stesso). Stavolta, sulla scia del famoso articolo di Matteo Leonardon  pubblicato su The Vision ben tre anni fa e che purtroppo continua a mietere vittime (vittime di narrazioni ingannevoli e superficiali, di scarsa o nulla conoscenza della questione animale), è il turno di tale Rino Camilleri che titola "Perché i vegani non hanno nulla di etico" per il blog di Nicola Porro. 

Stupidaggini sulla quinoa a parte (o avocado, o anacardi o bacche di Goji) - che non è affatto necessario mangiare per essere vegani perché per esser vegani infatti basta NON mangiare animali e derivati e non è scritto da nessuna parte che li si debba sostituire con la quinoa, alimento che peraltro è consumato anche dagli onnivori - si tratta del solito discorso di etica al ribasso in cui si tenta di inficiare una scelta etica spostando il focus del discorso dagli animali ad altro, tipo sulle implicazioni indirette degli allevamenti, per poi asserire che tale scelta non sarebbe totalmente etica. E certo, se anziché parlare di antispecismo, ci si mette a parlare di altro, tutto diventa opinabile.

Comunque sia, i vegani hanno fatto una scelta etica del massimo valore già semplicemente non mangiando animali e derivati e combattendo in vari modi il sistema che li vede solo come macchine produttive o prodotti essi stessi. 

Questa scelta ha poi tutta una serie di benefici indiretti anche per il pianeta perché è cosa nota che gli allevamenti inquinano, consumano risorse idriche in eccesso, comportano deforestazione e distruzione di territori e non serve certo di essere un genio in matematica per capire che coltivando vegetali, legumi e cereali da destinare direttamente al consumo umano è mille volte più conveniente in termini di copertura dei fabbisogni alimentari che non prolungare la "catena" dovendo prima ingrassare animali per poi ucciderli e farli mangiare alle persone. E questo al NETTO di ogni considerazione etica di natura antispecista, che è l'unica cui dovremmo rispondere quando si parla di allevamenti giacché nulla può essere più grave dello sterminare sistematicamente milioni di individui senzienti al giorno.

 Quindi, sì, la scelta dei vegani è indubbiamente più etica di quella di chi consuma corpi di esseri senzienti e lo è sotto ogni punto di vista. 

Comunque queste obiezioni sciocche vengono fatte sempre perché anziché parlare di antispecismo (e di veganismo nel modo corretto) si parla di impatto ambientale ricorrendo agli argomenti indiretti.

giovedì 8 luglio 2021

Come vitelli

 

Come vitelli.

Il problema sta nella normalizzazione e totale accettazione dell'uccisione degli animali nei mattatoi.

L'indignazione del titolo è tale solo perché questa volta la violenza è agita su individui umani.

E che non si dica che dovremmo combattere lo specismo e quindi la violenza sugli animali solo perché propedeutica a quella sugli umani poiché resteremmo invischiati ancora una volta in quelle argomentazioni indirette che rilevano problematicità e solo perché, da ultimo, a farne le spese siamo anche noi umani.

Non è normale e non è giusto che i vitelli vengano abbattuti nei mattatoi. Non è normale e non è giusta l'esistenza dei mattatoi. E questo a prescindere dalle conseguenze che l'esercizio continuo e normalizzato della violenza provochi nella nostra società.

Una società sana deve smetterla di distinguere tra violenza accettata (quella sugli animali) e violenza stigmatizzata (quella sulle persone umane).

La violenza è sempre violenza. Una mattanza, anche se legalizzata, rimane pur sempre tale. 

Pensateci quando fate la spesa perché la fettina di prosciutto non arriva dal salumiere per magia e senza una dose massiccia di violenza.

venerdì 2 luglio 2021

Ancora sull'inganno del benessere animale, il principale ostacolo al superamento dello specismo

 

Da un punto di vista della comunicazione bisogna fare i complimenti alla Coop. 

Praticamente si sono appropriati di un concetto che spesso usiamo anche noi per far riflettere le persone sulla sofferenza degli animali allevati per essere trasformati in prodotti, solo che noi finalizziamo il discorso all'abolizione dello sfruttamento animale e per il superamento dello specismo, mentre loro ripropongono il solito welfarismo, ossia il mantenimento della visione specista degli animali che ne normalizza l'uso e l'uccisione, però ammantata di un falso interesse per il loro benessere. 

Certamente il dominio sugli animali implica ed ha come conseguenza tantissime pratiche violente, ma non è riformando o eliminando alcune di esse, quali il taglio della coda (o l'eliminazione delle gabbie), che si mette in discussione la violenza che è alla base: quella di considerarli risorse rinnovabili da trasformare in prodotti dopo l'uccisione al mattatoio.

Quindi sì, se la coda al casello ti sembra una sofferenza, pensa a quella degli animali che finiscono SEMPRE al mattatoio, appesi a testa in giù per essere sgozzati e poi fatti a pezzi. 

E per finire COMUNQUE sugli scaffali della Coop.

Taglio della coda o meno, questi sono i corpi dei maiali poco prima di finire sugli scaffali. Non mi pare che stiano molto bene. Non mi pare che si possa parlare di benessere. Il benessere implica la preservazione dell'interesse principale di qualsiasi individuo senziente, cioè vivere e fare esperienza del mondo.

Stesso discorso per la proposta di abolire le gabbie negli allevamenti che dovrebbe essere discussa in Parlamento Europeo nel 2023 che soddisfa soprattutto le persone speciste che vogliono continuare a mangiare tranquillamente gli animali e i prodotti derivati dalla loro esistenza - concepita in funzione di macchine - sentendosi a posto con la coscienza perché non vogliono mettere in discussione gli allevamenti, ma solo le modalità di produzione.

Gli animali continueranno a essere considerati risorse rinnovabili, macchine da latte o per le uova o per il miele.

Nessun traguardo, nessuna vittoria per gli animali, ma semmai per le aziende zootecniche che dal concetto di benessere animale hanno tutto da guadagnare a lungo termine. 

Come sempre vince il neo-welfarismo perché trova una gran massa di sostenitori, cioè la maggioranza, cioè quella massa di persone che agisce continuando a sostenere gli orrori nella più totale indifferenza e normalizzazione senza porsi una domanda perché "si è sempre fatto così, solo dobbiamo farlo meglio". 

Il fine degli allevamenti, il senso della loro esistenza è la trasformazione degli animali in prodotti. Con gabbie o meno si tratta di una delle peggiori forme di dominio che la nostra specie abbia pensato. Un nazismo quotidiano, un olocausto continuo. E nazismo quotidiano continuerà a essere, con o senza gabbie. Al chiuso o all'aperto. Su verdi pascoli o dentro scatole di cemento.

Perché il nazismo è nel pensiero, nelle intenzioni, nel concepimento aberrante di far nascere qualcuno intenzionalmente per poterlo usare, schiavizzare, uccidere e trasformare in prodotto.

La vera gabbia è quella mentale. 

Se vogliamo liberare gli animali dobbiamo prima liberarci noi dallo specismo. 

E non cadere nei tranelli linguistici, semantici e concreti di quel concetto e apparato normativo che va sotto il nome di "benessere animale".


giovedì 1 luglio 2021

Oxygène

Prodotto da Netflix e diretto da Alexandre Aja.

Una donna si sveglia intrappolata all'interno di una capsula criogenica senza sapere come ci sia finita, né chi sia. Una voce, quella dell'Intelligenza Artificiale, che si presenta come Milo, la avvisa di un guasto e del fatto che l'ossigeno stia finendo. Le rimane meno di un'ora di tempo prima che si esaurisca del tutto e che muoia. Senza memoria, se non qualche sprazzo che le arriva qua e là, riesce, tramite Milo, a farsi aprire una comunicazione con l'esterno e piano piano rimetterà insieme i pezzi che le sveleranno il motivo della sua presenza all'interno della capsula e il suo passato. 

Un po' claustrofobico all'inizio, ma poi è talmente pieno di colpi di scena che la sensazione passa in secondo piano.

Ci sono tanti elementi attuali che non vi svelo perché altrimenti vi farei dei super spoiler, ma di uno posso parlarvi perché tanto è visibile sin dalle primissime scene, ossia quello della sperimentazione sugli animali. 

Non vi fate illusioni, il film è specista, cioè non ne parla in modo critico, eppure in qualche momento qualche spunto viene fuori. Per esempio non è un caso che la protagonista a volte abbia delle allucinazioni in cui vede migliaia di ratti dentro la capsula insieme a lei, come se le immagini fossero un incubo ricorrente dovuto alla presa di coscienza. Poi a un certo punto c'è una rivelazione che ovviamente fa pensare e mettere in relazione la sua situazione con quella degli animali che hanno subito la stessa cosa, anche se il punto è sempre lo specismo, cioè il considerare orrorifiche alcune cose fatte su di noi, ma perfettamente lecite se fatte sugli altri animali.

Chi ha una sensibilità antispecista non potrà fare a meno di pensare per tutto il tempo alle migliaia, anzi, milioni, di piccoli animali chiusi dentro piccole teche di plastica o gabbiette senza sapere perché si trovano lì e senza alcuna possibilità di uscita, se non la morte. 

Questa del film è una storia di fantascienza, ma per migliaia di animali è un incubo reale. 

Oxygène ci porta a fare ovviamente anche tante altre riflessioni su chi siamo noi, come specie, e le nostre possibilità future. Ma la più importante dovrebbe essere quella etica perché se non siamo in grado di porci dei limiti, allora la risposta è che siamo semplicemente dei mostri.

lunedì 14 giugno 2021

Gli animali nell'arte

 Qualche giorno fa, in occasione della riapertura della Galleria Borghese, è stata inaugurata, al suo interno, la mostra di Damien Hirst, artista contemporaneo molto quotato.* 

Di lui, come di altri, ho parlato nel mio libro "Ma le pecore sognano lame elettriche?" nel capitolo dedicato al modo in cui gli animali - l'animalità delle altre specie in generale - sono rappresentati nell'arte, nel cinema, nella letteratura. Sempre simboli di altro, a rappresentare problematiche e concetti umani, mai come individui soggetti della loro esistenza affrancati dallo sguardo antropocentrico. Ne ho parlato anche qui sul blog, in passato. 

"Nell’arte contemporanea, oltre a continuare a rappresentare gli animali come simboli, non di rado si è passati a utilizzarli anche in senso materiale. Imbalsamati o uccisi all’uopo. I loro corpi usati come se fossero materiali da plasmare nelle mani dell’artista, dimenticando che essi erano, in primo luogo, individui unici e irripetibili.

Damien Hirst ha realizzato opere consistenti in vetrine che espongono corpi di squali, tigri, pecore, mucche, zebre e altri animali immersi in formaldeide; ha realizzato una sorta di mandala con ali di farfalla. Alle obiezioni degli animalisti ha risposto dicendo che erano animali acquistati già morti al macello. Questo significa che non li ha uccisi lui con le sue mani, ma che qualcun altro lo ha fatto al posto suo.

Il punto è che questi animali, anche quando materialmente presenti, stanno sempre a rappresentare altro, il nostro rapporto con la morte, il senso dell’esistenza ecc., ma non ci si interroga mai invece sulla violenza che caratterizza il nostro rapporto con le altre specie e non viene mai messa in evidenza l’unicità del soggetto, che rimane un rappresentante della sua specie, come se fosse intercambiabile; ancora una volta sono opere che parlano di noi. Mostrano animali, in questo caso veri animali, ma parlano delle nostre paure, angosce o desideri e aspirazioni.

L’artista, in questo caso, è un narcisista che usa gli altri per realizzare la propria opera e costruirsi una propria identità (di artista). Un’identità usurpata agli altri animali, negata, violentata.

Questi artisti (Hirst non è l’unico, cito anche Hermann Nitsch, Jan Fabre e Wim Delvoye: quest’ultimo ha tatuato il corpo di alcuni maiali, poi li ha imbalsamati ed esposti. In un articolo che recensisce una sua esposizione personale si legge “Tatuare un maiale è un’idea sovversiva morbida, rosea, quasi lirica. La fattoria degli animali secondo Delvoye.”) non vedono le altre esistenze, non le percepiscono, non provano empatia, le usano soltanto per i loro obiettivi."

Pagg. 74 e 75 del libro "Ma le pecore sognano lame elettriche?" pubblicato da Marco Saya Editore

*Nella mostra nella Galleria Borghese non credo siano presenti queste "opere" contenenti corpi di animali.

venerdì 11 giugno 2021

Il doppio inganno dell'alevamento sostenibile

 Ieri mi è comparsa sulla home di Facebook la pubblicità della LIDL. L'immagine conteneva una bistecca e sopra, a caratteri cubitali, la scritta IL BENESSERE ANIMALE, poi a seguire, a caratteri leggermente più piccoli NON CONOSCE STAGIONI, ANCHE QUANDO ARRIVA IL MOMENTO DI GRIGLIARE.

Il bello è che le persone, i consumatori, molto spesso sono disposti a lasciarsi prendere in giro in questo modo. Credono alla menzogna del benessere animale perché, da una parte, ci vogliono credere, e dall'altra perché comunque hanno introiettato lo specismo, cioè non mettono in discussione il fatto che gli animali si usino e si mangino.

A tal proposito, oggi è stato pubblicato questo mio articolo sul blog di Progetto Vivere Vegan. 

***

L’allevamento cosiddetto sostenibile – definito etico, biologico, estensivo – volto a edulcorare la facciata dello sfruttamento, inganna due volte: i consumatori e gli animali.

Benessere degli animali o delle tasche degli allevatori?

L’inganno nei confronti dei consumatori è abbastanza complesso ed è legato al concetto di benessere animale.

Per benessere animale si intende un apparato normativo concepito all’interno dell’industria zootecnica, quindi all’interno di una cornice specista, che dovrebbe tutelare appunto la salute e il benessere degli animali. Animali a cui da una parte si riconosce la capacità di sentire, soffrire, provare dolore e piacere, ma a cui dall’altra continua a venire negata la possibilità di essere pienamente soggetti della loro stessa vita e di esprimere e soddisfare gli interessi relativi alla loro specie, non solo da un punto di vista fisico, ma anche psicologico ed etologico e che, soprattutto, verranno comunque mandati al mattatoio quando il costo del loro mantenimento in vita supererà quello del valore del loro corpo stabilito dal mercato.

Per continuare a leggerlo, cliccare qui.

mercoledì 9 giugno 2021

Yulin è ovunque

 

Tra qualche giorno, esattamente il 21 giugno, inizia l'abominevole festival di Yulin, in Cina.

Ho letto delle testimonianze raccapriccianti. La tradizione vuole che i cani e gatti soffrano a lungo, che vivano una vera e propria agonia perché così le loro carni sono più tenere.

Non vi riporto quello che accade e che io stessa ho visto in alcuni video diffusi in rete dai pochi attivisti coraggiosi che riescono a entrare nella zona di Yulin, ma vi assicuro che è tutto vero, non sono credenze messe in giro dai razzisti. 

Purtroppo gli occidentali non sono ben visti e rischiano anche parecchio se provano a riprendere con la videocamera, ma si trova parecchio materiale in rete che potete cercarvi da soli, se proprio ci tenete a verificare. 

Ci sono luoghi, tradizioni e pratiche peggiori di altre per gli animali. Ma si tratta di una semplice gradazione dell'orrore. 

Altri orrori, invisibili agli occhi dei visitatori, avvengono anche in occidente, nei civilissimi e avanzatissimi laboratori per la ricerca medica (e detenere un animale in gabbia costituisce già una tortura al massimo grado per un individuo che così viene privato delle sue esperienze e di un'esistenza degna di chiamarsi tale), in tante città europee (pensate forse che la Corrida o il Palio di Siena siano meno cruenti?), nei ristoranti dietro casa dove vengono bollite vive le aragoste e altri animali marini o nei mattatoi, in ogni mattatoio; e dentro le nostre case perché dietro ogni prodotto alimentare di origine animale si nascondono sfruttamento, violenza, uccisioni.

Yulin è certamente un inferno. Ma dovete essere consapevoli del fatto che si tratta della punta di un iceberg. Quell'iceberg, che non riusciamo a vedere poiché sommerso, o meglio, immerso nella consuetudine del quotidiano e nella naturalizzazione e normalizzazione di pratiche e gesti: lo specismo.

Se volete combattere Yulin, allora dovete combattere lo specismo. Non solo l'uccisione dei cani e gatti, ma anche delle altre specie.


domenica 6 giugno 2021

Victoria

 

Imbattersi in film meritevoli per caso, senza averne mai sentito parlare, senza conoscere il regista e restarne affascinati. A volte capita.

Il film è girato in un unico piano sequenza e si svolge a Berlino, di notte.

Victoria è una ragazza spagnola che si trova lì da qualche mese e all'uscita da un locale conosce dei ragazzi che la invitano a proseguire la serata insieme a loro per farle conoscere la vera Berlino, non quella dei locali, ma della strada.

Parlano in inglese, a volte in tedesco tra di loro, si capisce che hanno buone intenzioni, vogliono solo passare del tempo bevendo birra, fumando e festeggiando il compleanno di uno di loro.

Victoria si lascia coinvolgere, entra nel mood e da questo momento in poi è tutto un avvicinamento progressivo di un legame che si instaura tra lei e i ragazzi, in particolare con Sonne. 

A un certo punto la serata prende una piega diversa, i ragazzi sono coinvolti in qualcosa di poco chiaro, chiedono aiuto a Victoria per recarsi a un appuntamento e le chiedono di fargli da autista perché devono essere necessariamente in quattro, ma uno di loro, il festeggiato, è fuori gioco a causa del troppo alcol bevuto.

Victoria accetta. Questa è una svolta narrativa importante.

Può sembrare folle che una ragazza decida di fare qualcosa di poco chiaro con dei ragazzi appena conosciuti, ma la bravura del regista è nell'averci fatto arrivare progressivamente a questo punto, nell'averci mostrato una sintonia e desiderio convergenti di sfidare la notte, il mondo, le regole, di mettersi in gioco, di stare al gioco, di vivere, di aiutarsi, di starsi vicini. Complicità è la parola chiave. 

Certamente il personaggio di Victoria è coerente con le sue scelte e decisioni: nella bellissima scena dentro al bar in cui lavora e in cui, prima della decisione fatidica, era stata accompagnata da Sonne apprendiamo alcune cose di lei e capiamo il perché delle sue azioni. O forse un perché non c'è, c'è solo il desiderio di proseguire la serata, di stare con i suoi nuovi amici, di sentirsi parte di qualcosa, di un mondo, di vivere con intensità.

Struggente, adrenalinico, coinvolgente. 

Laia Costa, l'attrice che interpreta Victoria è straordinaria.

domenica 30 maggio 2021

Piazza di Siena: manifestazione dello specismo

 

Oggi a Villa Borghese c'è Piazza di Siena, una manifestazione equestre, così dicono.

In pratica si tratta di cavalli schiavizzati e domati costretti a esibirsi con in sella il loro padrone (qui il termine padrone ha senso perché di questo si tratta: se sei schiavo devi avere per forza un padrone).

La gente tutta contenta, felice, esultante, guai anche solo a dirgli che i cavalli non si dovrebbero sfruttare, scherzi, son nati per quello, gli piace, loro adorano saltare ostacoli, replicare posizioni forzate, camminare in un certo modo, obbedire obbedire obbedire... E guai se sbagli, cavallino bello, liscio, spazzolato, lavato per allietare gli occhi del pubblico, guai se non rispondi come si deve, frustrate sui fianchi a non finire perché l'esercizio richiede perfezione, del resto, tu, cavallo, libero non lo sei mai stato, sei nato e subito hai dovuto imparare quanto costa guadagnarti il fieno, sei costato così tanto, purosangue di razza specifica, figlio di, nato lì, di proprietà del tuo primo padrone che ti chiama amico, ma lo sei finché farai il compito per cui sei nato, finché renderai, e sappi che se per caso ti farai male, cosa abbastanza frequente, o se non risponderai come si deve perché sei stanco o perché un giorno ti prende il ghiribizzo di correre più piano o più veloce, insomma, al ritmo tuo, senza quelle briglie a frenarti o accelerarti, allora sarai punito, o venduto, a far lo schiavo in un maneggio, o chissà dove, passando di mano in mano di altri padroni. Ma nessuno di loro ti vedrà per quel che sei, un individuo che vorrebbe essere libero. Tutti studieranno, leggeranno, si informeranno, sapranno tutto su come domarti, su come farti correre più forte, su come far risplendere il tuo pelo al sole, su come farti crescere robusto e sano, ma nessuno ti vedrà mai veramente. 

Quanta sofferenza celata, camuffata, quanto specismo invisibile, quanta banalità del male agita indisturbata davanti agli occhi di tante brave persone.

Guarda, guarda il cavallino come salta... Batti le mani, bambino, il cavallino è contento, è felice. 

Il doppio addestramento comincia in tenera età, da una parte i cavalli domati senza pietà, dall'altra i bambini educati al dominio.

Oggi a Villa Borghese va in scena una delle manifestazioni più plateali e paradigmatiche dello specismo: invisibile, naturalizzata, perfino romanticizzata.

venerdì 28 maggio 2021

Gli animali nel cinema

 



Visto che in questo blog ho parlato spesso di cinema, vi riporto un estratto del mio libro, in particolare il capitolo dedicato agli animali nell'arte, cinema e letteratura in cui sommariamente si parla dell'uso, simbolico o reale che sia, degli animali nel cinema. Di come sono narrati, mostrati, raccontati. 

"In The Elephant Man di David Lynch (1980), il protagonista affetto da una malattia che gli causa la crescita anomale di cellule, tessuti, ossa e tumori, viene di fatto paragonato e trattato come un animale, esibito negli spettacoli e rifiutato dalla società civile. Nella scena alla stazione in cui fugge da un gruppo di persone che lo stava inseguendo, accusandolo ingiustamente di aver colpito un bambina (in realtà l’aveva semplicemente urtata mentre tentava di allontanarsi da altri ragazzini che lo stavano bullizzando), urla disperato: “io non sono un animale!!! Sono un essere umano!!!”. Un’espressione come questa, come abbiamo visto a proposito del linguaggio, rimarca e rafforza la distanza ontologica che la nostra specie percepisce nei confronti degli altri animali, di fatto giustificandone un diverso trattamento poiché implicitamente sottolinea il fatto che gli animali si possono trattare male, picchiare, esibire, possedere, mentre gli esseri umani vanno rispettati. John Merrick urla la propria appartenenza al genere umano e quindi pretende il rispetto, il riconoscimento di uno status morale superiore. E di fatto, alla fine del film, lo otterrà perché proverà di possedere quelle qualità morali che appartengono al genere umano, nonostante il suo aspetto mostruoso. Gli altri animali appartengono ai regni inferiori, sono pura materia, dotati di solo istinto. Difficile che il cinema ne dia una rappresentazione diversa, poiché anche quando si tratta di specie amiche dell’uomo come cani, gatti, delfini, cavalli, questi rimangono pur sempre oggetti di proprietà, inferiori, strumentalizzati, usati. I pets nei film muoiono o addirittura vengono uccisi per sbaglio e si ricomprano per non far piangere il bambino; i pesci rossi vengono mostrati dentro acquari e bocce di vetro, chiamati per nome e vezzeggiati, gli uccellini in gabbiette, idem per quanto riguarda topolini e criceti. Nelle pellicole comiche non è raro vedere scene di violenza sugli animali (cani lanciati dalla finestra, pesci gettati nello scarico del water, gatti investiti), salvo poi dichiarare nei titoli di coda che era per finzione. Sì, ma intanto si comunica qualcosa di importante, ossia che pesci rossi, cani e gatti si possono comprare nei negozi e che se muoiono si rimpiazzano, come fossero oggetti. Di recente ho visto un film intitolato “28 giorni” con Sandra Bullock: diretto da Betty Thomas, affronta il tema della tossicodipendenza e dell’alcolismo. A un certo punto il terapeuta dice ai ricoverati presso una struttura di recupero di attendere prima di avere una relazione affettiva poiché un eventuale fallimento potrebbe farli ricadere in uno stato depressivo. Quindi gli consiglia, una volta usciti, di prendere una pianta e un pet (animale domestico) e se dopo un anno questi sono ancora vivi, vorrà dire che i pazienti saranno guariti, e in grado di prendersi cura di loro stessi e degli altri, quindi pronti per iniziare una relazione. Il riferimento al pet è esemplificativo del poco valore che attribuiamo persino a quelle specie che consideriamo amiche dell’uomo. A nessuno sarebbe mai venuto in mente di dire: adotta un neonato e vedi se dopo un anno è ancora vivo. Ma con un cane o gatto si può fare il test di guarigione. Tanto se muore non è poi così grave."

Pagg. 84 - 85 - 86, dal capitolo intitolato Gli animali nell'arte, cinema, letteratura" del libro Ma le pecore sognano lame elettriche pubblicato da Marco Saya Editore.

giovedì 27 maggio 2021

Lo specismo è invisibile

 

Noi antispecisti ci focalizziamo soprattutto sullo sfruttamento degli animali cosiddetti "da reddito".

Eppure lo specismo non comincia e non finisce lì.

Rendiamoci conto che là fuori c'è tantissima gente che ancora abbandona cani e gatti appena nati dentro i cassonetti, o anche cani e gatti adulti semplicemente perché deve andare in vacanza, gente che porta i figli allo zoo, nei delfinari, che assiste senza batter ciglio mentre i figli prendono a calci i piccioni, danno fuoco alle formiche o prelevano piccoli animali marini per metterli dentro al secchiello, gente che compra conigli e pesci rossi come fossero caramelle e altrettanto velocemente li getta nel cestino dei rifiuti quando si è stancata di doverli accudire, gente che per trascorrere una bella giornata in mezzo alla natura va a pesca o a caccia, gente che va a cavallo e costringe i cavalli ad esibirsi compiendo esercizi contro la loro natura (in questi giorni a Villa Borghese c'è Piazza di Siena, per dire... ). Potrei fare decine di altri esempi, ma penso che abbiate capito che la questione non riguarda semplicemente i modi in cui usiamo alcune specie per nutrircene, il loro impatto sul pianeta, ma il modo in cui trattiamo e pensiamo l'animalità in generale, l'altra animalità, quella che respingiamo da noi stessi dopo averla connotata negativamente per definire la nostra identità di umani. 

Lo specismo è ovunque ed è invisibile. 

E non è parlando di salute e impatto ambientale che lo mettiamo in discussione.

Una delle prove, semmai ce ne fosse stato bisogno, che l'uso degli argomenti indiretti si rivela fallimentare come strategia nella lotta antispecista l'abbiamo avuta negli ultimi anni: si è molto insistito sul cambiamento climatico e l'impatto ambientale degli allevamenti, così come sulle zoonosi che causano epidemie e che si riscontrano negli allevamenti. 

Eppure non mi pare che si sia modificata di una virgola la concezione degli animali, anzi, è persino aumentato il consumo dei pesci a fronte delle richieste di sushi.

Stessa cosa per i discorsi incentrati sul famigerato concetto del "benessere animale": il neo-welfarismo in ambito animalista attira molti consensi perché non mette in discussione l'idea di allevare, sfruttare, uccidere e consumare gli animali, ma rassicura le persone convincendole che siano comunque trattati bene, rispettati ecc. In più garantisce anche un "prodotto finale" migliore e un minore impatto ambientale. Mette d'accordo tutti.
Così il riduzionismo che fa capo al diabolico pensiero "se tutti mangiassimo meno carne, ci sarebbero meno animali uccisi", come se il problema fosse nel numero e non nel modo di vedere, pensare, usare gli animali.

Foto trovata in rete.

sabato 22 maggio 2021

Il cambiamento culturale lo fai tu

 Molte persone sarebbero anche contrarie a supportare alcune forme di sfruttamento degli animali (per sfruttamento si intende il semplice uso, a prescindere dalle modalità), ma si adagiano nell'attesa di un cambiamento culturale a venire. 

Pensano: se domani i delfinari e gli zoo venissero chiusi sarei contenta, ma nel frattempo che io ci vada o meno non fa la differenza; oppure, se venisse abolita l'industria della carne mi adatterei e diventerei vegano, ma nel frattempo...

Ecco, queste persone non hanno capito una cosa fondamentale e cioè che il cambiamento culturale siamo noi, parte da noi, non possiamo aspettarcelo dall'alto perché in alto, nel sistema capitalista in cui viviamo, c'è sempre l'interesse a mercificare il vivente, a trarre profitto da chi si trova in un rapporto di forza svantaggiato. E se tu non fai scelte diverse, allora sei dalla parte di chi agisce la forza, il potere, il dominio sugli altri animali. 

Il cambiamento culturale lo facciamo noi. Non dobbiamo aspettare che siano altri a farlo per noi. 

Se pensiamo che usare e uccidere gli animali sia ingiusto, dobbiamo agire di conseguenza e comportarci in accordo ai nostri valori morali.

Stesso discorso per quanto riguarda l'azione diretta. Molti dicono: "ci vorrebbero gli ALF" (vabbè, intanto magari sarebbe utile andarsi a informare su cosa significhi ALF, le origini del gruppo, il suo significato, cosa propugna, come si è evoluto nel tempo), oppure, "ma gli animalisti dove sono, cosa fanno?". 

Se pensate che un animale sia in difficoltà, se volete agire, se avete abbastanza sensibilità da indignarvi per il trattamento che subiscono gli animali, allora gli animalisti siete voi e gli ALF potete essere voi.


giovedì 13 maggio 2021

Lo specismo è più in salute che mai

 La nuova frontiera dello specismo è il riduzionismo. 

Mette d'accordo tutti. Si aiuta l'ambiente, il pianeta, la salute, placa i sensi di colpa. Ora al discorso dell'ambiente e della salute si è aggiunto anche quello della pandemia. Mangia green per prevenire altre epidemie. Mangia green per salvare il pianeta. Mangia green per salvare la specie umana. I nuovi slogan. 

Gli altri animali continuano a restare oggetti, presenti sul piatto come ingredienti - e ovunque come oggetti sacrificabili, come simboli, qualsiasi cosa - ma invisibili come individui. 

Gli effetti di un uso massiccio degli argomenti indiretti. 

Ovvio che laddove non si propugni l'antispecismo, tutto si riduca a ricette vegetali da alternare a quelle tradizionali; così pensiamo di fare la nostra parte, di essere etici, responsabili, attenti   semplicemente introducendo più ricette vegetali nella nostra dieta, ma continuando a non vedere i referenti assenti tutte le altre volte e soprattutto senza che la gerarchia di valore dei viventi subisca la benché minima alterazione o scossone. Gli altri animali continuano a restare l'alterità negativa rispetto a noi. Le bestie, gli irrazionali, gli stupidi, i sacrificabili (che sia per la ricerca o perché ci danno fastidio quando camminiamo nei boschi o perché, semplicemente, possiamo farlo), quelli che si possono uccidere impunemente, scacciare, usare, sfruttare, spremere, rinchiudere, imprigionare, deridere, guardare come inferiori.

domenica 9 maggio 2021

Maternità e infanzia negate

 


"Negli allevamenti, a seconda delle razze, sono sfruttate sia per il latte, che per la lana. I piccoli vengono uccisi perché la carne di agnello è molto richiesta e non soltanto nei periodi di Pasqua e Natale. 

I cuccioli vengono sottratti alle madri quando hanno poche settimane. Come nell’episodio al mattatoio che ho raccontato poco sopra, ovviamente belano disperati per chiamare la mamma. Ogni pecora riconosce, tra tutti gli altri, il belato del proprio cucciolo. Se avessero la possibilità di crescere insieme  rimarrebbero legati per tutta la vita. Gli agnellini chiamano una mamma che non verrà. Al suo posto, troveranno la lama gelida del macellaio.

Le pecore allevate per il latte, esattamente come le mucche, vengono munte fino allo sfinimento. Le loro mammelle si deformano a causa della mungitura continua. Quando la produzione di latte cala, anche loro vengono mandate al macello.

Una vita votata alla sofferenza: separazione dai cuccioli, sfruttamento, uccisione nei mattatoi."

Tratto da "Ma le pecore sognano lame elettriche?" - pag. 132 - pubblicato da Marco Saya Editore.

Nella foto: Greta e sua figlia Marilù, liberate e rifugiate presso il Rifugio La Tana del Bianconiglio.

venerdì 7 maggio 2021

Ospite virtuale di Progetto Vivere Vegan

 Progetto Vivere Vegan ODV, associazione che da anni si occupa di diffondere il veganismo secondo i principi antispecisti, mi ha chiesto di parlare del mio libro. Opportunità che ho accettato con molta gratitudine. 

Nel 2008, con una vaga coscienza animalista e l’idea di diventare vegetariana in un futuro imprecisato, mi imbattei in un libro che avrebbe avuto un ruolo determinante nella mia formazione antispecista. Quel libro era “I diritti animali” di Tom Regan e mi convinse di due cose: una, che non avevo assolutamente più scuse per continuare a mangiare gli animali o usufruire dei prodotti derivati dalla loro uccisione e sfruttamento; due, che questa decisione non riguardava me soltanto, ossia, non era una mia scelta personale, ma diventava una presa di posizione contro uno sterminio di proporzioni gigantesche e non soltanto per numeri e modalità, ma soprattutto poiché invisibile, cioè non riconosciuto come tale, ma naturalizzato, normalizzato, legittimato socialmente e legalizzato.


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