domenica 25 novembre 2018

Riflessione post manifestazione contro la violenza sulle donne

La considerazione che abbiamo di noi stesse si è formata sulla considerazione che la società ha delle donne. Ci sentiamo deboli, fragili, insicure, inferiori, inadeguate, imperfette, sbagliate, incapaci e ci auto-oggettifichiamo e mercifichiamo perché questa è l'unica narrazione del femminile cui una società maschilista ci ha abituate.

Non ha senso parlare di libera scelta (di prostituirsi, di mercificarsi, di oggettificarsi seguendo modelli stereotipati di bellezza femminile) quando questo è l'unico modello che abbiamo appreso.

Fino a non molto tempo fa pensavo di essere una donna che sceglieva consapevolmente di essere, apparire, comportarmi in un certo modo; è stato solo quando ho realizzato, grazie ad alcune letture, di essere una vittima della società patriarcale che ho capito quanto profonda sia la violenza e l'oppressione subita in quanto donna sin da quando sono venuta al mondo, una violenza tanto più dannosa quanto più sottile e difficile da decifrare poiché normalizzata, naturalizzata, fatta passare per "femminilità" che invece è soltanto il modo in cui altri hanno deciso per me.

Oggi il femminismo che va per la maggiore è un femminismo annacquato che ha perso le sue radici di ribellione a un sistema di oppressione millenario. Non ha senso scendere in piazza contro la violenza sulle donne se non si capisce che i femminicidi, gli stupri, le molestie sono solo la punta dell'iceberg di una considerazione profonda del sesso femminile. Non si può pensare di sentirsi forti e autonome nell'oggettificarsi e mercificarsi quando è proprio attraverso l'oggettificazione e la mercificazione del nostro corpo che si conferma e rafforza l'oppressione. 
Sarebbe come se una mucca dicesse "mi macello e sfrutto da sola" pensando così di combattere l'oppressione della sua stessa specie da parte della nostra, mettendosi da sola in vetrina e offrendo parte del suo corpo ai clienti. Alcuni diranno: "Eh, ma se vuole farlo, se a lei sta bene così...". Ma il punto è che non è che a lei stia bene così, è che crede che quella sia una cosa da mucca, una cosa che tutte le mucche fanno, che sia così che ci si debba comportare per il fatto di essere mucca. Che traslato significa: sono una donna? Allora devo essere sexy, devo essere compiacente, ho un corpo che è giusto che serva per questo e per quell'altro.

La prostituzione non è un lavoro, ma la forma di sfruttamento del corpo femminile più antica, e la gpa, utero in affitto, non nobilita nessuno perché significa ancora una volta essere considerate corpi da usare, da affittare, da mercificare. Non è il modo, il come, non c'è nulla da regolamentare, è proprio il principio che è sbagliato. 
Possibile che abbiamo così poca considerazione di noi stesse da pensare di poter dare un prezzo al nostro corpo? Di poterlo monetizzare? Possibile che abbiamo interiorizzato così nel profondo questa svalutazione di noi come persone, come individui? Sì, è possibile, perché come dicevo sopra l'idea che abbiamo di noi stesse è quella che ci ha tramandato la società patriarcale e maschilista dove siamo solo corpi da usare.

Cerchiamo di capirlo questo discorso, altrimenti potremo pure ottenere spazi, voto politico e quello che vi pare, ma sempre sesso debole resteremo.

Riporto un estratto significativo del libro - "Dalla parte delle bambine" di Elena Gianini Belotti - che forse più di tutti mi ha aperto gli occhi su cosa ha significato crescere come donna in una società che ci differenzia socialmente sin dalla nascita e privilegia gli uomini:

"Le radici della nostra individualità ci sfuggono; altri le hanno coltivato per noi a nostra insaputa"

"I pregiudizi sono profondamente radicati nel costume: sfidano il tempo, le rettifiche, le smentite perché presentano un'utilità sociale. [...] La loro stupefacente forza risiede proprio nel fatto che non vengono ammanniti a persone adulte che, per quanto condizionate e impoverite di senso critico, potrebbero averne conservato abbastanza per analizzarli e rifiutarli, ma vengono trasmessi come verità indiscutibili fin dall'infanzia e non vengono mai rinnegati successivamente. L'individuo li interiorizza suo malgrado, e ne è vittima sia colui che li formula e li mantiene in vita contro l'altro, sia colui che ne viene colpito e bollato. Per confutarli e distruggerli occorre non solo una notevolissima presa di coscienza ma anche il coraggio della ribellione che non tutti hanno. La ribellione suscita ostilità e la condanna di colui che tenta di sovvertire le leggi del costume, più profonde e più tenaci delle leggi scritte, può essere l'ostracismo, l'emarginazione sociale."

"Il fatto è che mentre la realtà sociale cambia con sempre crescente rapidità, le strutture psicologiche dell'uomo mutano con estrema lentezza."

"La tradizionale differenza di carattere tra maschio e femmina non è dovuta a fattori innati, bensì ai condizionamenti culturali che l'individuo subisce nel corso del suo sviluppo".

mercoledì 7 novembre 2018

Donne, animali, arte, scelte


Mi sembra che troppo spesso non ci si renda conto che molte scelte non sono davvero tali. 
Una donna di fede musulmana cresciuta in un contesto fortemente religioso e indottrinata sin da quando è bambina, sceglierà di coprirsi perché semplicemente è così che ha sempre visto fare all'interno della famiglia e della società in cui vive. Diversamente non sarebbe accettata, e in alcuni paesi persino picchiata e uccisa, espulsa dalla comunità.

Così nella nostra società molte ragazze considerano di mercificare il proprio corpo perché è un'opzione che ritengono valida, possibile, che hanno interiorizzato come opportunità per emergere, per guadagnare, per diventare magari qualcuno. Crescono pensando che esporre o lasciar usare il proprio corpo sia qualcosa di accettabile, che si è sempre fatto, che sempre si farà. Non scelgono veramente, fanno ciò che una società maschilista e patriarcale gli propone da sempre, implicitamente rafforzando la loro svalutazione. E tanto più questa oggettificazione dei corpi è presente, tanto più si acuisce la svalutazione del sé che porterà come conseguenza a considerarsi ancora più oggetto ornamentale o sessuale. 
Una donna sicura di sé pensa di avere altre possibilità. Ma la società in cui viviamo ci rende insicure perché quando cresciamo bersagliate da immagini moltiplicate all'infinito di noi stesse esposte come pezzi di carne in vetrina, senza rendercene conto interiorizziamo quella precisa idea di noi stesse. Quando ci viene ricordato ogni santo giorno che non siamo altro che bambole piacenti (e ci viene detto attraverso migliaia di messaggi subliminali e diretti, nei film, nelle pubblicità, sui giornali, in società) - e contemporaneamente i canoni di questa piacevolezza vengono spostati sempre un pochino più in alto per farci sentire sempre inadeguate e imperfette -, quando ci viene ricordato che siamo solo oggetti sessuali, è molto difficile riuscire a pensarsi come soggetti autonomi capaci di camminare alla stessa altezza degli uomini. Siamo sempre un pochino sotto, un pochino indietro, un pochino da parte, e in questo retrovia lo scenario che ci si prospetta spesso è quello che poi viene definito scelta: offrirsi al mondo per quello per cui si viene realmente considerate. 
Corpi da usare. Da ammirare, da criticare, funzionali a ruoli prestabiliti (mamma, casalinga, amante, puttana, suora e le varie declinazioni in cui siamo rinchiuse da sempre).

Persino l'arte classica ci ha allenato in questo senso: i nostri corpi sempre assoggettati a uno sguardo maschile.

Mi viene in mente un particolare: anni fa andai a vedere una mostra molto interessante sui Preraffaelliti e scoprii che i loro soggetti erano spesso donne del popolo che poi venivano dipinte e "corrette" secondo certi stereotipi (pelle candida, capelli rossi, lineamenti angelicati ecc.). Questo fatto mi colpì negativamente, ma all'epoca non riuscii a razionalizzarlo, a tradurlo in pensieri. Oggi so che ne fui colpita perché in un certo senso è l'equivalente artistico di quello che poi la modernità avrebbe sempre più esasperato: cambiare le forme femminili naturali per farle corrispondere a ideali maschili. E non solo: è quello che l'arte ha sempre fatto anche in poesia, letteratura ecc.; basti pensare al Dolce Stil Novo e alla donna angelicata, alla poesia cavalleresca, al romanticismo, e poi alle avanguardie ecc. in cui la donna è sempre e comunque corpo da modificare a piacimento per esprimere un ideale, una poetica, un'ideologia. Sempre asservita al potere o alla corrente di controcultura di turno, mai realmente se stessa nella sua vera realtà. Sempre simbolo, allegoria, altro rispetto alla sua natura. Vi ricorda qualcosa questo? Chi altro è sempre stato trattato così nella storia dell'arte? Gli animali.

domenica 4 novembre 2018

Maschiocentrismo

Maschiocentrismo: guardare alle donne da una prospettiva funzionale allo sguardo e soddisfacimento sessuale maschile. L'esistere delle donne in funzione del maschio (per esempio in questo articolo dove solo apparentemente si prendono le parti della donna e dove la funzione della donna è ridotta a quella di  dover rendere felici gli uomini). 
Costruzione di una fittizia scala di valori secondo cui il maschio è al centro e le donne sono contorno. 
Nell'arte, nel cinema, nella letteratura, nei discorsi quotidiani.

Non c'è solo la divisione in ruoli, dove ovviamente quelli attribuiti alle donne sono sminuiti di valore, ma c'è proprio un posizionamento di prospettiva che mette il desiderio e gli interessi del maschio al centro.

Ci educano così. Cresciamo così, con scarsa autostima, a inseguire l'amore, il rispetto, la stima del maschio di turno che ovviamente ci sembrerà di non conquistare mai abbastanza in quanto la posta in gioco non è il nostro valore individuale, ma la persona appartenente a un sesso preciso, sesso che è svalutato di default. Come donne, anche quando daremo il meglio di noi stesse, ci sembrerà sempre di essere un gradino inferiori.

Come dice una mia amica, il lavoro più grande da fare è quello di sconfiggere il patriarcato dalla testa delle donne, convincerci che non valiamo di meno solo perché nate di sesso femminile. Quando il patriarcato sarà spazzato via dalle nostre menti, allora avremo la parità perché comunque saremo massa compatta a lottare contro chiunque voglia sottometterci.

giovedì 25 ottobre 2018

La fallacia dell'appello alla natura


Uno degli argomenti spesso usato dai sostenitori della vivisezione, ma anche dagli allevatori e dai mangiatori di animali è quello della crudeltà insita nella natura, per cui ciò che fa la nostra specie, compreso appunto torturare animali nei laboratori, non sarebbe nulla di più perverso rispetto al leone che preda la gazzella. Quindi definiscono gli animalisti persone sempliciotte che si sono lasciate influenzare da filmetti alla Disney in cui gli animali vivono in pace in una natura idilliaca.

Ora, da una parte è vero che gli animali in natura sperimentano anche molta sofferenza: predazione, malattie, parassiti, intemperie, fame, sete. Tuttavia vivono anche momenti di pace e relax. Al contrario di come fanno vedere in certi documentari, i predatori non stanno tutto il giorno a inseguire le prede. Non esistono solo stagioni pessime, ma anche bel tempo. E non tutti si ammalano, molti vivono moltissimi anni, diventano anziani.

Il dolore che invece la nostra specie causa agli altri animali è continuo, incessante, senza fine; facciamo nascere individui appositamente per poterli trasformare in prodotti, schiavizzarli, torturarli e li uccidiamo a pochi mesi o pochi anni. Più progrediamo dal punto di vista tecnologico e più rendiamo l'esistenza di miliardi di animali un vero e proprio inferno in terra.
Ora, a parte la differenza qualitativa e quantitativa del dolore che procuriamo, ci sono altre due enormi differenze con il male che si può sperimentare in natura. Una, che quello in natura è un male, per dirla alla Leopardi, indifferente e necessario: necessario quello dei predatori che uccidono per la loro sopravvivenza, indifferente quello delle intemperie o sprigionato da altre cause che sono appunto casuali, cioè non intenzionali. Mentre il male che agisce la nostra specie è intenzionale, cosciente, responsabile. 
Avremmo però la possibilità, in quanto specie che si è evoluta con determinate caratteristiche, di rendere migliore non solo la nostra vita, ma anche quella degli altri animali e di migliorare lo stato del pianeta. Invece stiamo distruggendo tutto per avidità, voglia di prevaricare, di arricchirci, di schiavizzare chiunque sia possibile schiavizzare. Io questo lo chiamo dominio, non natura feroce; dominio che certamente è insito in parte nella nostra natura, come propensione, ma che è stato incentivato, esaltato, organizzato in struttura sociale e tramandato come cultura e che quindi, anziché essere represso, bloccato sul nascere nelle sue primissime manifestazioni, come si fa in alcuni casi, è stato legittimato e normalizzato. Prendete un bambino che, ancora insciente, voglia prendere a sassate una lucertola. Se la mamma interviene a redarguirlo, crescerà imparando che prendere a sassata una lucertola sia una cosa sbagliata e quindi reprimerà e controllerà quel primo istinto a colpirla. Ma se invece vivrà in una società che non solo farà passare per normale prendere a sassate una lucertola, ma addirittura ne sosterrà pubblicamente l'azione, la perfezionerà tecnologicamente, il bambino penserà che sia normale, naturale, necessaria. Così è per tutte le varie forme di dominio sugli altri animali attuali. In nessun'altra specie c'è la ferocia che possediamo noi. Una ferocia organizzata e sistematica, eretta a sistema sociale e per questo ancora più difficile da mettere in discussione.
L'appello alla natura crudele costituisce quindi una fallacia logica enorme perché viene usato appunto per naturalizzare ciò che non è affatto necessario o causale, ma intenzionale e frutto di responsabilità e dinamiche ben precise.

Inoltre, ci si appella alla natura per giustificare la violenza sugli animali, ma ce se ne discosta quando vogliamo dimostrare di essere una specie superiore (sempre al fine di sfruttare gli altri animali per i nostri interessi, ovvio!). 

martedì 23 ottobre 2018

Distopie attuali


Com'è possibile che un uomo come Trump sia diventato Presidente degli Stati Uniti?
A questa domanda risponde Michael Moore andando indietro di qualche anno, decennio addirittura, facendo una panoramica ampia da un punto di vista politico e sociologico. 
Ho trovato molte affinità con la situazione attuale italiana: la scomparsa di una sinistra che stia veramente dalla parte delle persone comuni, riforme che agevolano i ricchi, un clima generale di sfiducia nella politica e nella possibilità di cambiare le cose. E nel bel mezzo della crisi economica, l'uomo che promette di cambiare le cose, di risollevare il paese, guadagnandosi un'aura di rispettabilità che improvvisamente conferisce legittimità a idee prima impensabili e impronunciabili ad alta voce. 
L'aspetto più pericoloso è proprio la sottovalutazione di alcune frasi, buttate lì quasi come boutade, ma che improvvisamente si animano di vita propria, passano di bocca in bocca, vengono retwittate, diventano virali. Si passa dallo stupore, scandalo indignazione per arrivare all'accettazione. Ciò che fa paura, se lo ripeti tante volte, diventa quotidiano, ordinario, con l'ausilio di fake news create ad arte.
I dittatori, i mostri della storia non si presentano così, sono il frutto di un preciso clima politico che rende possibili le loro performance e rendendole possibili, le legittima. Si comincia per scherzo (come cominciò la Lega anni fa) e si finisce per entrare in Parlamento. Si butta una frase sì, si mettono in discussione leggi fino a quel momento intoccabili, si pensa che sarà impossibile tornare indietro, che l'opposizione non lo permetterà mentre in sordina inizia la limatura dei diritti.
Come dice Moore, abbiamo l'abitudine a credere che la democrazia sia una conquista dell'occidente che niente e nessuno potrà mai spazzare via, ma in realtà non solo è roba recentissima (fino a settanta anni fa le donne non votavano), ma non si è mai veramente realizzata, dal momento che media e politici sono al soldo delle varie lobby di industriali.

Un documentario da vedere assolutamente per comprendere alcuni meccanismi e anche per rendersi conto del tragico periodo in cui stiamo vivendo.

domenica 21 ottobre 2018

Liberazioni per la Liberazione

Sono totalmente d'accordo sul fatto che l'antispecismo debba essere anche anticapitalismo, antifascismo, combattere la società patriarcale, l'omofobia, la transfobia ed essere contro ogni forma di sfruttamento e discriminazione del vivente, ma penso altresì che poi debba declinarsi nella propria specificità (così come ogni altra lotta), altrimenti ci potremmo trovare nella situazione spiacevole e imbarazzante di dover esprimere solidarietà ai macellai; ora, comprendo che anche i macellai siano persone sfruttate, anelli di una catena di sfruttamento appena appena sopra agli animali che uccidono, ma nella relazione specifica che si viene a instaurare in quel contesto lavorativo sono pur sempre gli oppressori; così riguardo al femminismo: l'operaio sfruttato che torna a casa e picchia la moglie o la considera oggetto sessuale a sua disposizione, in quella specifica relazione è oppressore. 
Quindi ogni lotta deve teorizzarsi politicamente in modo autonomo e non può in alcun modo diventare secondaria rispetto ad altre. La lotta per la liberazione animale non è secondaria a quella contro il capitalismo, così come il femminismo non è secondario ad altre lotte. Sono tanti e diversi tasselli che devono esprimersi e rivendicare le proprie posizioni autonomamente, fermo restando il disegno più grande che li comprende tutti che è quello della liberazione totale e che si potrà realizzare solo quando ognuna di queste rivendicazioni avrà successo. Ognuna di queste. Non può esistere liberazione totale finché ci sarà anche un solo maiale oppresso, o donne sottomesse o persone omosessuali o trans discriminate.

mercoledì 17 ottobre 2018

Sguardi violenti


A proposito di circhi, zoo, zoomarine, acquari, agriturismi e strutture simili: molte persone, pur dichiarandosi contrarie alla detenzione di animali selvatici, affermano di volerci portare i bambini perché manifestano il desiderio di conoscere e vederli dal vivo.

Due considerazioni: i desideri sono legittimi, ma il diritto di realizzarli calpestando gli interessi altrui non lo è. Io anche desidero tanto poter vedere leoni, delfini, elefanti, ma il mio desiderio non è più importante del diritto alla libertà di questi individui. Non è giusto che siano catturati o fatti riprodurre in cattività al solo scopo di soddisfare i desideri di individui paganti. Non tutti i desideri possono essere legittimamente realizzati; non tutto può essere negoziabile economicamente e non dovrebbero esserlo i corpi altrui. La seconda è che non si riesce a uscire dalla dimensione antropocentrica che vede l'homo sapiens come soggetto guardante e tutte le altre esistenti come oggetto da guardare, studiare, sfruttare, manipolare, uccidere. 
C'è, nella visita allo zoo (circhi ecc.) questa duplice violenza. Una, ovviamente, quella di finanziare strutture che appunto imprigionano individui e li domano con metodi coercitivi, a dir poco; la seconda quella di assoggettarli al nostro sguardo, di renderli oggetti che noi guardiamo dall'alto di un piedistallo, ergendoci come superiori, che è già una violenza di per sé, anche se meno evidente poiché più simbolica. La violenza dello sguardo di chi vede gli altri come oggetti.

Il vetro o le sbarre che separano noi da loro, prima che materiali, sono simbolici, ontologici. Lo zoo, i circhi, rafforzano lo show della superiorità umana. Una superiorità di Potere.





Immagini scattate allo zoo di Roma, nel 2103, da Andrea Festa, che è andato come giornalista e quindi non ha pagato il biglietto. 

mercoledì 10 ottobre 2018

Cosa, non come

Ogni forma di lotta contro una determinata oppressione può solo prendere vita in una data epoca e non prima. Così è solo quando siamo arrivati alle catene di smontaggio dei grossi macelli di Chicago e agli allevamenti intensivi che abbiamo potuto prendere coscienza dell'orrore dello sfruttamento animale. Questo non vuol dire però che ciò che dobbiamo combattere sia solo la forma più estrema di una pratica e che basterebbe ritornare a forme di allevamento del passato, ma dovrebbe servire a mettere in discussione l'essenza della pratica in sé, a riflettere sull'aberrazione di un intero sistema che considera gli altri animali come risorse da consumare anziché individui senzienti. 
Lo svelamento dell'orrore degli intensivi e dei macelli, tramite immagini, investigazioni, documenti di vario genere, dovrebbe essere come un riflettore che illumina e mette a fuoco il nemico da colpire, non un raggio distorto che svia l'attenzione da cosa per concentrarsi sul come.

lunedì 8 ottobre 2018

La fiera degli orrori


"Queste so' quelle che ce magnamo dopo", dice uno, rivolto a suo figlio, che annuisce, ma forse non comprende fino in fondo il peso di quelle parole. 
"Queste" sono un piccolo numero di pecorelle che si fanno coraggio stando vicine tra loro, ammassate verso il punto più lontano dallo sguardo dei visitatori, protette da una staccionata e al riparo sotto a un tendone. Un riparo dalla pioggia, ma non dagli sguardi volgari di chi, in quei musetti spaventati, vede solo del "cibo" prossimo a essere consumato. 
Poco più avanti c'era lo spazio con i cavalli, tirati a lucido e dal passo apparentemente elegante, ma dallo sguardo oppresso e mortificato di chi ha dovuto subire un addestramento forzato e quindi violento. A caratteri cubitali campeggia la scritta "doma dolce" su dei cartelli affissi tutti attorno, ma anche in questo caso, come in quello di "benessere animale negli allevamenti" l'accostamento dei termini esprime una realtà ossimorica, l'inconciliabilità di due concetti. La doma è per sua natura un piegare la natura di un animale selvatico, una repressione delle sue abilità, necessità, potenzialità. E infatti lo vedevi questo cavallo, montato a turno da decine di bambini urlanti in fila uno dietro l'altro, prostrarsi di fronte al frustino e reprimere con immenso sforzo il desiderio di fuggire via, di saltare oltre quell'angusto recinto per immaginarsi altrove, a correre su verdi prati senza l'assillo di eseguire ordini di un padrone in cambio di un po' di cibo.

Ancora avanti c'era lei, una civetta con gli occhi feriti dalla luce diurna e la zampina legata, esposta come un fenomeno da baraccone ai ghigni degli astanti. 

E poi la teca dei coniglietti, cuccioli immobilizzati dalla paura e le caprette, i vitellini, tutti esseri dolcissimi spinti a divenire attori loro malgrado di un'esibizione pornografica in cui ognuno di loro vale per il peso della propria carne un tanto al chilo. 

Un evento di grandi proporzioni, questo messo in piedi dalla Coldiretti lo scorso fine settimana a Circo Massimo, un grande inganno mediatico in cui si è sfruttata vergognosamente l'innocenza dei bambini e degli animali, entrambi usati come richiamo: i primi, per indurre i genitori a portarli a fargli conoscere da vicino gli animali (gli stessi che poi, in un altro momento, saranno sgozzati e fatti a pezzi - ma questa parte, ovviamente, è stata ben tenuta nascosta), i secondi, doppiamente sfruttati: come soggetti pubblicitari dal vivo e, a seguire, come prodotti su cui lucrare.

Nel mezzo, un profluvio nonché un effluvio disgustoso di bancarelle che vendevano cibo, cioè parti di animali fatti a pezzi e prodotti derivati dal loro sfruttamento.

Una fiera degli orrori, una rappresentazione straordinaria dell'ordinaria banalità del male che è la realtà degli allevamenti, ma che ormai sempre più, nel tentativo di ripulirsi la facciata, mostra il suo lato grottesco e non si fa scrupolo di strumentalizzare l'ingenuità dei bambini.

Solo per questo io, se fossi in voi, consumatori di prodotti animali, cioè di individui violentati e fatti a pezzi, due domande me le farei.

#stoconglianimali

sabato 6 ottobre 2018

Stare con gli animali e non con gli allevatori

I termini "benessere animale" e allevamento sono inconciliabili.

Negli allevamenti, in qualsiasi allevamento, anche quello composto da dieci individui che vivono in spazi all'aperto, gli animali esistono per il solo e unico fine di essere trasformati in prodotti alimentari o di fornire prodotti alimentari.

Immaginate una comunità di persone umane che faccia nascere bambini al solo scopo di mangiarli o che allevi donne al solo scopo di farle partorire per poi prendergli il latte che sarebbe destinato al loro bambino e che quello stesso bambino gli venga sottratto per essere ucciso. Ora, anche nelle migliori condizioni, cioè nella condizione in cui queste comunità fossero provviste di ogni tipo di arricchimento (biblioteche, cinema, piscine, spazi verdi su cui giocare, cibo ottimale ecc.), ciò rappresenterebbe comunque un'aberrazione ai nostri occhi perché l'aberrazione è nella finalità dell'esistenza di tali luoghi e non nelle modalità o forma esteriore (a tal proposito vi invito a leggere un romanzo bellissimo del premio Nobel Ishiguro Kazuo dal titolo Non lasciarmi - ne ho parlato qui e qui. Non è un romanzo antispecista, ma per analogia può far comprendere benissimo il punto di vista che ho espresso qui sopra).

Perché il discorso dovrebbe cambiare se al posto delle persone umane ci mettiamo quelle non umane?

Non si può rispondere alla domanda dicendo che si tratterebbe di una strategia perché sono le strategie stesse che indicano l'obiettivo e se le strategie non chiedono l'abolizione di ciò che costituisce un'aberrazione allora non la intaccano minimamente, ma anzi, la rendono meno visibile e per questo la rafforzano.

Chi mi conosce sa che raramente critico i soggetti, ma sempre i concetti. Però questa volta, per onestà intellettuale, io devo dirlo: CIWF è un'associazione di allevatori che quindi ha tutto l'interesse nel continuare ad allevare gli animali. Una campagna promossa da CIWF è peggio che welfarista: è semplicemente conservazionista.  

Si tratta di un ombrello che mette gli allevatori al sicuro da possibili crisi dovute all'aumento di un consumo critico. Le persone vogliono ancora mangiare animali e bere latte, solo che vogliono farlo con la coscienza a posto, senza sentirsi dire che stanno sostenendo un sistema di crudeltà. E così gli allevatori gli danno quello che cercano: allevamenti senza crudeltà.

A un certo punto bisogna decidersi, o si sta con gli animali o con gli allevatori.

mercoledì 26 settembre 2018

Cosa significa allevamento intensivo?

Quando si parla di intensivi si pensa che la denominazione derivi dal numero di animali allevati, quindi la mente ricorre subito alle immagini di quei capannoni sovraffollati di individui rinchiusi in gabbie strettissime e che non hanno nemmeno uno spazietto per muoversi.

Invece: 
- intensivi sono anche gli allevamenti senza gabbie, in cui gli animali sono rinchiusi dentro un unico spazio o più spazi divisi; 
- intensivo è il metodo di allevamento, ossia il ritmo serrato e continuo di riproduzione (tramite inseminazione artificiale), svezzamento, ingrasso e deportazione al macello. E questo può avvenire anche in allevamenti di pochi individui.

Cosa voglio affermare con questo? Che ogni allevamento, al di là della tipologia, include violenza, oppressione, sfruttamento e controllo dei corpi e che comunque dire "aboliamo gli intensivi" non significa niente, è una frase priva di senso utile solo a illudere i consumatori, a trastullarli nella menzogna che possano esistere maniere migliori di allevare e uccidere animali o che possa esistere il benessere animale (di questo, ho parlato nel post precedente).

La frase "aboliamo gli intensivi" non ha senso, tecnicamente.

martedì 25 settembre 2018

La menzogna del benessere negli allevamenti


Il termine welfarismo deriva da welfare, che significa benessere e racconta una menzogna immensa, ossia che sia possibile che gli animali negli allevamenti vivano in uno stato di benessere, quando, tutt'al più, anche senza gabbie, vivranno in una condizione al limite della sopravvivenza, ossia avranno soddisfatte solo le loro esigenze basilari di essere nutriti, forse salvaguardati dal caldo eccessivo se i condizionatori funzionassero veramente a dovere (cosa che non avviene mai, in tutti gli allevamenti: sia a terra, che in gabbie, c'è un caldo infernale dato proprio dalla convivenza forzata tra tanti individui, caldo sprigionato dai corpi e, appunto, dai pessimi sistemi di aerazione).

Non ci potrà essere nessun tipo di benessere perché agli animali allevati viene negato di esprimere le loro potenzialità ed esigenze etologiche, di vivere nel loro vero habitat, di vivere gli anni che dovrebbero vivere, di sentire il sole sulla pelle (infatti gli devono somministrare la vitamina D), il vento, la pioggia, di conoscere l'alternarsi delle stagioni e del giorno e della notte.
Sono come prigionieri condannati alla reclusione forzata, solo che non hanno commesso nessun crimine se non quello di nascere in un corpo diverso da quello dell'homo sapiens.

Sono pensieri semplici, basilari, che ripetiamo da anni, ma che là fuori nessuno si prende la briga di capire veramente cosa significhino. Cosa significhi vivere da reclusi, nascere da reclusi, essere caricati su un camion a pochi mesi per andare al mattatoio. In questo orrendo ciclo di distruzione non ci potrà mai essere nessun tipo di benessere, mai. Potranno forse migliorare leggermente le condizioni legate alla sopravvivenza (cibo migliore, acqua più pulita, ambienti meno caldi, così come ci sono prigioni meno peggiori di altre), ma in nessun modo ci si potrà avvicinare a uno stato di benessere.

Se volete dare benessere agli animali allevati per essere trasformati in prodotti, smettete di considerarli prodotti, smettete di allevarli, di mangiarli. O si è soggetti o si è oggetti, non si può essere considerati a metà.

lunedì 24 settembre 2018

Il consenso condizionato

Giorni fa, in una discussione folle con un seguace del MRA (acronimo che sta per Men's Rights Activism), mi sono sentita dire che non è mai esistita storicamente l'oppressione delle donne e che il concetto stesso del patriarcato sarebbe un pensiero complottista nato dalle menti bacate di femministe acide, cieche e isteriche. 
Ho risposto riportando descrizione, abbastanza dettagliata per quanto sintetizzata, della vita che le donne conducevano fino al secolo scorso e tutt'oggi in alcuni paesi. Mi si risponde che tale vita avveniva dietro consenso femminile, che avevamo vantaggio dallo stare a casa a fare le mantenute. 

Ora, sorvolando sul fatto che venire private dell'accesso a istruzione, lavoro e ambienti esterni all'ambito domestico costituiva un danno enorme che impediva lo sviluppo delle potenzialità intellettuali delle donne, relegandole per sempre a un ruolo, psicologico e materiale, di subalternità, che esse accettavano in quanto considerato naturale, astorico e non frutto di determinate dinamiche di potere di un sesso sull'altro, mi ha colpito l'espressione "mantenute".

Vorrei quindi spendere due parole su questo luogo comune della donna che, stando a casa, cioè facendo il mestiere di casalinga, sarebbe mantenuta.
Questo luogo comune, per come la vedo io, è funzionale a rafforzare ulteriormente lo svilimento del sesso femminile: le cose che contano le fanno gli uomini, le donne fanno ciò che è considerato irrilevante, talmente irrilevante da non poter nemmeno essere considerato un lavoro vero e proprio, tanto che il mestiere di casalinga non è mai stato retribuito.

Ora, il concetto della semplicità e comodità del mestiere della casalinga è, semplicemente, falso. 
Si tratta di un lavoro faticoso e continuo da cui non si prendono mai ferie, giorni di riposo, né malattie. Culturalmente inoltre è stato associato alle qualità che fanno di una donna, di una moglie, di una madre, una buona donna. La casalinga perfetta che teneva la casa pulita, che faceva trovare la cena pronta al marito che tornava a casa dal lavoro era per antonomasia il ritratto della buona moglie. E doveva farlo con gioia, senza mai lamentarsi, come se anziché un lavoro fosse stato un passatempo gioioso di cui doveva esser grata. 
Nessuno rifletteva sul fatto che se gli uomini potevano dedicarsi alla carriera e al lavoro era anche perché venivano esonerati da tutto il lavoro quotidiano - e del tempo -  che altrimenti avrebbero dovuto spendere nell'occuparsi della manutenzione della casa, preparazione dei pasti ecc.. E, soprattutto, lasciando le donne in uno stato di dipendenza economica, potevano mantenerne il controllo.
Oggi le cose sono cambiate, non per tutte e non in ogni parte del mondo, ma persino qui nel ricco mondo occidentale siamo ben lontane dalla parità; le donne, per la maggior parte, fanno ancora lavori retribuiti in modo inferiore rispetto agli uomini e devono ancora fare i conti con quel condizionamento atavico a occuparsi in maniera preminente della casa e della cura dei bambini, impegno costante che le costringe a un'occupazione mentale cosiddetta multitasking, la quale, secondo i più recenti studi, genera uno stress non irrilevante poiché, data la mole di cose da pensare, impedisce alla mente di soffermarsi sui singoli compiti e la sovraccarica di preoccupazioni sulle tante cose da fare. Vero che oggi molti uomini aiutano in casa, ma raramente c'è una vera divisione dei compiti e questo perché resiste, nella mentalità comune, l'idea del lavoro casalingo come di un lavoro femminile per eccellenza. 
Le leggi cambiano, le donne oggi hanno accesso al lavoro e istruzione, ma gli stereotipi e i pregiudizi sul femminile sono duri da scalfire.
Comunque sia, anche quando non lavoravamo fuori casa, in nessun modo, mai siamo state "mantenute": eravamo lavoratrici non retribuite e frustrate poiché nel fare il mestiere di casalinga non c'erano riconoscimenti, non c'era carriera, non c'erano onori pubblici, c'era solo tanta fatica quotidiana non riconosciuta come tale: in poche parole, eravamo sfruttate e oppresse.

Il tipo di cui sopra mi ha fatto presente che comunque mangiavamo, avevamo protezione e un tetto sulla testa (poi eravamo anche picchiate, ma qui apriremmo un altro capitolo sulla violenza domestica, un fenomeno talmente specifico da aver appunto richiesto un'analisi e denominazione a sé); certo, anche gli schiavi erano nutriti e avevano alloggi. Ma restavano pur sempre schiavi, privati di accesso alla vita pubblica, di autodeterminazione, di possibilità di crescere ed emanciparsi come persone.
Avete presente quegli uccellini imprigionati in gabbia da tutta una vita? Se gli apri la porticina, spesso non fuggono, rimangono lì a guardare stupefatti la via di fuga, presi da un senso di panico, di stupore, di terrore. La libertà non è un atto improvviso che si può dare senza uno strumento. 
Le donne sono state private per secoli degli strumenti per vivere da individui autonomi, per questo è davvero squallido attribuirci il consenso di alcune scelte che, semplicemente, non erano scelte, ma effetti di una lunga oppressione. 
Molte ragazze ancora oggi scelgono di fare la velina o di partecipare a Miss Italia o di dedicarsi esclusivamente alla famiglia perché non hanno abbastanza stima e fiducia in loro stesse da pensare di poter fare ed essere di più.
Questo certamente è un lavoro su noi stesse che spetta a noi portare avanti. Ma è difficile se la società intorno continua a ricordarci che siamo solo oggetti sessuali, che valiamo solo per la nostra bellezza o sensualità, che non siamo portate per la matematica o altro, che siamo difettose nei ragionamenti logici, che facciamo solo cose da femmine (detto in senso spregiativo), che i nostri corpi al naturale fanno schifo, che siamo criminali se decidiamo di fermare una gravidanza, che siamo stupide, oche, cagne, vacche (ovviamente gli altri animali sono nella lista degli esseri inferiori in assoluto, anzi, nemmeno vengono riconosciuti come individui, ma solo come oggetti, prodotti, tutt'al più come soggetti appiattiti dentro un unico calderone su uno sfondo generico denominato "natura"), che possiamo sempre esercitare il "mestiere" di prostitute se cadiamo in stato di necessità (come se fosse davvero un mestiere), che, insomma, sì, siamo donne, femmine, esseri subordinati e inferiori, comunque "altro", rispetto al soggetto della storia dell'umanità per eccellenza: l'uomo. Bianco. Occidentale. Etero. Il maschio. Il macho. Da qui... il maschilismo come ideologia sottesa a tantissimi aspetti della nostra società.

Per questo c'è bisogno del femminismo. Per questo è semplicemente ridicolo parlare di "movimento per i diritti del maschi". 

Mercificazione della vita animale


Tutti gli allevamenti, per definizione, sono lager.
Sono luoghi in cui la vita animale viene progettata, manipolata, controllata al fine della sua trasformazione ultima in prodotto. 
Il concetto in sé di allevare individui e di pensarli non come tali, ma come risorse rinnovabili, costituisce un'aberrazione tanto più ingiustificabile quanto più oggi sappiamo non essere necessaria se non a far arricchire l'industria della carne.

Gli allevamenti rappresentano il culmine del capitalismo: la mercificazione della vita animale.

domenica 23 settembre 2018

Macelleria sociale


Credo che pochissime persone amino la violenza. A parte i sadici.
Il problema è che moltissime attività e pratiche di violenza all'interno della nostra società non vengono riconosciute come tali poiché sono normalizzate, naturalizzate e istituzionalizzate.

Non viene riconosciuta la violenza del dominio sugli animali all'interno di allevamenti, mattatoi, laboratori di vivisezione, zoo, circhi, delfinari, acquari, non viene riconosciuta la violenza di attività come la caccia e la pesca cosiddette "sportive", non viene riconosciuta la violenza del sistema prostituente, dei bordelli, della tratta delle schiave, non viene riconosciuta la violenza delle carceri, degli istituti psichiatrici, dei tso, dei confini tra le nazioni. E questo solo per dirne alcune tra le più evidenti e macroscopiche.

Ovunque c'è controllo dei corpi che passa attraverso i dispositivi di potere delle istituzioni, c'è anche violenza. Poi c'è quella dei singoli, ma cosa bisogna aspettarsi da individui nati in contesti di violenza?

Viviamo all'interno di una grandissima macelleria sociale e siamo tutti, a seconda dei punti di vista, vittime o aguzzini, scambiandoci i ruoli in continuazione.

Foto scattate durante il presidio NOmattatoio del 22 settembre 2018.

martedì 18 settembre 2018

La nostra voce

A molti uomini, ma anche donne, non piace il termine femminismo perché ai loro occhi assume una connotazione di suprematismo, di ribaltamento del potere. 
Ora, faccio intanto una prima osservazione, ossia, se è un ribaltamento dei ruoli e del potere che temete, significa anzitutto che riconoscente che esiste un ruolo e un potere che è preminente, quello maschile, e un altro che è subalterno, quello femminile. Vi inviterei a riflettere su questo.

La seconda è che la definizione di femminismo giunta ai più è quella distorta e funzionale a mantenere intatti i rapporti di potere del patriarcato, il quale, non appena ha appreso il sentore di un movimento che sarebbe potuto essere veramente rivoluzionario, ha lavorato per diluirlo, semplificarlo, banalizzarlo, dirottarlo verso la conquista di obiettivi più superficiali che però di nulla spostano le fondamenta e quindi denigrandone le fautrici, cioè, coloro che si fanno portatrici di determinate istanze; esattamente come sta accadendo a quello antispecista (pensate alla narrazione del vegano esaltato che secondo la massa penserebbe più a salvare un moscerino che un bambino ecc., o alla figura stereotipata dell'animalista urlatrice che amerebbe più gli animali che gli umani, analoga appunto a quella della femminista acida, brutta, che odia i maschi).

Ce n'è una terza: mi rendo altresì conto che molti uomini si sentono tirati in ballo, ma il femminismo non ce l'ha con gli uomini, bensì col maschilismo, con le dinamiche di potere patriarcali, vuole cioè sconfiggere i rapporti di potere in base al sesso. Pure il recente Metoo è stato del tutto frainteso e divulgato malissimo. Ci sono uomini che pensano che le donne vogliano denunciare chiunque, ma in realtà si parla di molestie sul lavoro nell'ambito di rapporti di lavoro gerarchici, del tipo, un datore di lavoro che fa proposte di natura sessuale alla segretaria sapendo che lei è nella posizione di essere ricattabile altrimenti perderebbe il lavoro. Rapporti di potere in base alla classe e in base al sesso, di questo parla il Metoo.

Ora, il femminismo ha questo nome perché le donne sono state una classe oppressa nei secoli e quindi è un movimento specifico che parla di questa oppressione, non la si può diluire in un generico sessismo o movimento antiviolenza. Vogliamo essere soggetti parlanti, autodeterminate, abbiano la nostra voce e parliamo di cosa significhi essere una donna oggi. Cerchiamo alleati in voi, ma questa è la nostra lotta, e il nome va benissimo così com'è.

Potete scegliere se essere nostri alleati o no.

Ringrazio Alessandro Cassano per lo spunto che mi ha offerto tramite un commento. 

Dicotomie funzionali al potere

Emotività, irrazionalità, sentimentalismo, volubilità, isteria, magia, ferinità, sono i termini con cui la narrazione del patriarcato ha da sempre dipinto il sesso femminile. Un'arma dai colori ben definiti, dicotomici rispetto al maschile che è logico, razionale, organizzato, composto, scientifico. Un'arma che una volta messa in campo viene poi usata per denigrare e svilire, per mettere su un piano subordinato rispetto al solo parametro che conti prendere in considerazione, quello dell'uomo bianco etero, fallocentrico. Lo stesso dualismo è stato usato per contrapporre l'umano all'animale, l'eterosessualità all'omosessualità, i bianchi ai neri e via dicendo in infinite sottotrame di esclusioni ed accoglienze a seconda della somiglianza al parametro fissato e stabilito una volta per sempre, ovviamente da chi ha avuto il potere di decidere e fissarlo. Sottoinsiemi che poi si legano insieme per rafforzare la reciproca subalternità, e così abbiamo donne e animali, migranti e animali, specismo e sessismo, razzismo e sessismo, razzismo e specismo e via discorrendo a seconda della prospettiva che conviene di più usare nelle narrazioni del potere.
Purtroppo questi abbinamenti non sono solo sistemici, ma anche psicologici, individuali e spesso riscontrabili anche in chi, in teoria, si propone di combatterli. Se estirparli su un piano sociale è difficile, farlo sul piano individuale lo è ancora di più perché in parte lo stesso individuale si forma dal sociale e tutti siamo, chi, in più e chi meno, contaminati dalle gerarchie e meccanismi di potere.

domenica 16 settembre 2018

Perché definirsi genericamente antisessisti non basta

"Io sono antisessista" is the new "io non sono né di destra e né di sinistra".

Ora, il termine in sé non è sbagliato, indica appunto il rifiuto della discriminazione in base al sesso, però da molti è ormai adottato per affermare che non serve essere femministi, l'importante è rispettare tutti, maschi e femmine, a prescindere dal sesso. E questo è un discorso sbagliatissimo invece perché implicitamente nega l'oppressione del patriarcato su un sesso specifico, quello femminile.
Appurato, confermato, dimostrato ogni santo giorno che viviamo invece in un sistema di potere patriarcale basato sull'oppressione di un sesso su un altro, è questo che bisogna sconfiggere, non una generica violenza individuale. Il movimento teorico e pratico che si oppone a ciò è il femminismo, non l'antissessismo.

Così come il movimento teorico che si oppone allo specismo, ossia all'oppressione degli altri animali da parte della nostra specie, è l'antispecismo e non avrebbe senso portare avanti un discorso di generico lotta alla violenza senza indicarne le motivazioni e la maniera in cui è agita. Questo discorso si potrà fare quando due soggetti, umano e animale, uomo e donna, saranno materialmente sullo stesso piano. 
Invece animali umani e non, donne e uomini, non sono affatto sullo stesso piano, giacché i primi sono oppressi dai secondi. 
Quindi bisogna prima sradicare le strutture di potere e le sovrastrutture culturale funzionali all'oppressione, dopodiché si potrà parlare e affrontare i casi di violenza individuale - ossia non generati dal sistema di oppressione che agisce su precise categorie di persone, umane e non - che ledono il rispetto di altri individui. Forse allora si potrà parlare di antisessismo.

Lo so che il termine femminismo a molti fa storcere il naso e questo perché non si ha chiara la storia di questo movimento, la sua definizione, cosa combatte.

sabato 15 settembre 2018

Patriarcato e specismo

Molte persone non capiscono il femminismo perché non capiscono il patriarcato. 
Il patriarcato è un sistema storico-sociale di oppressione di un sesso su un altro, e non il comportamento cattivo individuale di alcuni singoli. 
Così come lo specismo è un sistema storico-sociale di oppressione degli altri animali e non il comportamento cattivo di alcuni singoli che odiano gli animali.

Che poi su questo sistema si siano innestati discriminazioni, stereotipi, luoghi comuni e fatti culturali è un altro discorso che rafforza semmai l'oppressione storica, ma non la spiega.

Il patriarcato, per dirla con le parole di una mia amica, è una costruzione sociale di rapporti di potere. 

venerdì 14 settembre 2018

Sulla mia pelle


Sulla mia pelle racconta l'ultima settimana di vita di Stefano Cucchi a partire dalla nottata del suo arresto. 
Protagonista assoluto del film è il corpo di Stefano. È il suo corpo piegato in due dal dolore che occupa lo schermo, ed è ai lunghi primi piani sul suo volto tumefatto, ripresi da svariate angolature, insieme ai rantoli che accompagnano pochi e scarni dialoghi, che è affidata la narrazione. Una narrazione fisica che si fa strada in mezzo all'indifferenza della burocrazia per arrivare alla verità. 
La verità dei corpi, l'unica che non può essere negata, che non può essere sviata, che non ha bisogno di interpretazioni e letture. E soprattutto è un film sulla verità dell'esercizio del Potere, che è sempre un biopotere, ossia sui corpi.

Quando si percorrono certi corridoi oscuri, quando si viene fatti entrare a forza dentro certe stanze, quando la porta si chiude, quando si resta invischiati nelle maglie di un Potere che a volte è imperscrutabile, per dirla con Kafka, ma altre invece ha un volto umano e ben riconoscibile, si può solo sperare di uscirne disintegrati solo nello spirito. Non così è andata per Stefano, che da quelle stanze è uscito solo da morto, e solo, senza nemmeno il conforto di poter vedere i suoi familiari.

Se non fosse stata per la tenacia della sorella di Stefano questo caso sarebbe stato uno dei tanti, archiviato insieme alle tanti morti che avvengono in carcere o in custodia cautelare. Purtroppo non tutti hanno mezzi, forza e coraggio per andare avanti in un sistema che comunque sia tende sempre a proteggere chi detiene il potere e ad abbandonare le vittime.

Ottima recitazione di Alessandro Borghi, molto fisica e capace di rendere benissimo il dolore e la solitudine.

Sulla mia pelle, regia di Alessio Cremonini, è al cinema e anche su Netflix.

mercoledì 12 settembre 2018

L'abuso è nell'uso

L'abuso è nell'uso.

Di recente ho letto un libro, un saggio/testimonianza scritto da un'ex prostituta, che racconta nel dettaglio come funziona il sistema prostituente e la violenza insita in quel "mondo", così come nell'industria del porno, legata ad esso a doppio filo (Rachel Moran, Stupro a pagamento!, ne ho parlato qui).

Una cosa mi ha colpito ed è un concetto abbastanza semplice da comprendere, una volta inquadrato nella giusta prospettiva e che sintetizzerò nell'espressione "o si è oggetti o si è soggetti".

Il punto è che quando si entra nel sistema prostituente si perde totalmente il controllo e possesso del proprio corpo (quindi anche la presunta libertà di scelta), che diventa così un contenitore d'uso. Da quel momento in poi si cessa di essere soggetti e si spalanca la porta per ogni genere di violenza. Perché mai il cliente dovrebbe preoccuparsi di non ferire, svilire, umiliare, usare brutalmente (quasi sempre in modi difficili da immaginare se non si leggono le testimonianze di chi di quel sistema è stata vittima per anni) e di non usare violenza cosiddetta aggiuntiva su quei corpi che sono solo merce?

Ecco, lo stesso identico meccanismo avviene all'interno degli allevamenti e dei mattatoi: animali percepiti come oggetti, considerati già oggetti prima ancora di venire al mondo, diventano solo pezzi di carne da usare nel modo più economicamente conveniente possibile e da controllare e dominare nel modo più sbrigativo affinché non creino problemi agli addetti ai lavori; ora, si dà il caso che gli animali si ribellino, che scalcino, che si rifiutino di essere trattati come merci e quindi maggiore sarà la loro resistenza, maggiore cadrà su di loro la repressione brutale.

O si è oggetti o si è soggetti. Non esistono mele marce all'interno di strutture come allevamenti e mattatoi, laboratori di vivisezione, bordelli o altre dispositivi di biopotere, sono le strutture, i dispositivi stessi di controllo a essere marci e a diventare contenitori di violenza senza limite perché devono funzionare proprio come strumenti per annichilire ogni residuo di individualità, identità e dignità. O si è oggetti o si è soggetti. Per legittimare il mattatoio, bisogna che gli animali siano considerati e trattati come oggetti; così come per legittimare il sistema prostituente bisogna che una parte di donne sia considerata come un oggetto su cui sfogare i propri istinti di dominio sessuale, pratica che va a detrimento non solo delle vittime, ma dell'intero genere femminile, che difatti, anche se in misura minore, è sempre ridotto a oggetto sessuale.

Femmine e animali, ancora una volta le analogie mi sorprendono. Non a caso Rachel Moran parla di "carne da macello" riferendosi a ciò che avviene dentro a bordelli legalizzati della civile Germania.

giovedì 6 settembre 2018

Essere realisti: cioè, realizzare, far diventare realtà

C'è differenza tra il fatto che sia il sistema a introdurre delle riforme welfaristiche poiché avverte pressione politica in seguito a determinate richieste radicali, e tra il fatto che invece siano le stesse associazioni o parte del movimento a chiederle. Nel primo caso abbiamo una risposta, una reazione, nel secondo significa semplicemente aver tirato i remi in barca poiché ci si è accorti che la strada da fare è troppo lunga e ci si è messi in una posizione rinunciataria. 
Vero che la liberazione animale non potrà avvenire che per gradi, ma questi gradi non devono avvenire tramite negoziazioni che accontentano le aziende senza colpo ferire.

Le rivoluzioni si spengono quando gli obiettivi da conquistare sembrano troppo audaci e troppo di là a venire nel tempo, ma la capacità di immaginare una società diversa e di mettere in campo OGGI strategie atte ad attuarla - strategie che non siano però basate sui limiti della contingenza, ma volte a ostacolare e superare questi limiti - sono e sono stati i presupposti fondamentali di ogni rivoluzioni. I limiti bisogna superarli, arginarli, combatterli, non accettarli come dati di fatto atemporali e astorici.

La frase "bisogna essere realisti" viene quasi sempre recepita con un significato errato. Essere realisti dovrebbe significare conoscere come funziona il sistema per poterlo combattere in modo efficace, non rinunciare a combattere in modo radicale data la complessità della realtà. 
Se ci troviamo a dover scalare una montagna ardua, il realismo non dovrebbe consistere nel porci obiettivi a metà strada, ma nello studiare bene tutto il percorso e prepararci fisicamente e psicologicamente per affrontarlo.
Nel suo significato può profondo la frase "essere realisti" non può che voler dire una sola cosa: attiviamoci per REALIZZARE ciò che vogliamo. Che è tutto il contrario del fare poco per paura di non riuscire a fare di più. 

lunedì 3 settembre 2018

Dove nasce la rabbia

Nel privato mi confronto con alcuni uomini sinceramente interessati al femminismo. Non quelli del "not all men, bla bla bla", ma quelli che davvero si pongono in ascolto per capire. Mi chiedono il perché di questa rabbia che viene fuori. Ne sono spaventati, forse? Ovvio, nella misura in cui si è spaventati di qualcosa che non si conosce, non si comprende. Hanno paura magari di perdere amiche, sorelle, compagne. Magari ci hanno viste remissive e dolci e pazienti per tutta una vita e poi improvvisamente cambiamo.
Provo ad accennare il perché di questa rabbia, per quanto mi riguarda almeno.

Non è facile spiegare a chi non è donna dove nasce e perché. La condizione di oppressione si può spiegare nelle sue manifestazioni più evidenti, ma per quel che si prova nel profondo non basta l'empatia. Bisogna essere donne per capirla.

È molto difficile, ad esempio, farvi capire come ci sentiamo noi donne ogni giorno a essere considerate come oggetti sessuali e va da sé che quando attorno a te vedi l'immagine di te stessa, in quanto donna, oggettificata e moltiplicata all'infinito - e realizzi che questo è proprio ciò che sancisce la tua inferiorità - finisci per sentirti svilita in ogni momento. 
Esattamente come l'animale fatto a pezzi nella vaschetta di polistirolo sparisce come individuo e diventa prodotto, cioè un referente assente, così la donna che compare nelle pubblicità, nei media, sui manifesti giganti nelle strade, nell'arte, nella fotografia, ovunque - e realmente, fisicamente usata come oggetto nel sistema prostituente e industria del porno - , non è più un individuo, ma un oggetto funzionale allo sguardo e desiderio maschile. Ed è questo che sancisce la sua inferiorità, giacché non si può essere soggetti se si è oggetti.
O si è individui o si è oggetti. Non si può essere entrambi. 
L'oggettificazione a volte può essere sottile, può perfino passare per adorazione. Quando ci dite che siamo creature superiori e che la femminilità è qualcosa cui non si può rinunciare, ci state ancora riducendo a oggetto, a qualcosa che la cultura patriarcale, maschile, ha definito per noi, comunque in alterità al maschio. Quando ci parlate del femminile, come se fosse una serie di attributi naturali, ci state offendendo. Non esiste il femminile, non esiste roba da femmine, libri da femmine, interessi da femmine: proprie questi sono i limiti della nostra libertà e realizzazione in quanto individui, ciò che ha compresso e imbrigliato le nostre potenzialità e plasmato le nostre identità. Di questa profonda oppressione (tutta la cultura è maschile) noi portiamo i segni perché è ciò che ci ha definito come donne e in quanto donne. E abbiamo interiorizzato così nel profondo questi limiti che li abbiamo fatti nostri. Esattamente come il cane che conosciamo oggi è il frutto di secoli di domesticazione che hanno represso e modificato la sua natura più profonda, allo stesso modo il nostro essere individui come voi, solo con un sesso diverso, è stato represso nel profondo e ci sono stati appiccicati addosso ruoli e caratteristiche che attraverso l'educazione e di generazione e in generazione ci hanno definito come alterità femminile. La socializzazione differenziata non ha permesso lo sviluppo pieno delle nostre totali potenzialità di individui e fatichiamo enormemente per riappropriarcene. E questo è il motivo vero per cui moltissime donne stesse non comprendono il femminismo e, anzi, lo avversano profondamente, facendole diventare maschiliste. Gli resistono. Così come il paziente resiste nel voler sciogliere i blocchi profondi della sua psiche o così come il malato spesso resiste alla guarigione perché è ciò in cui si è identificato per tutta la vita, ciò che magari lo ha reso diverso rispetto agli altri. Molte sorelle hanno creduto talmente tanto nel vestitino da femmine che gli è stato cucito addosso che non vogliono più toglierselo (esattamente come le donne islamiche non vogliono rinunciare al velo, esso è diventato parte integrante della loro identità). E specularmente accade lo stesso agli uomini: compressi entro determinati ruoli che hanno definito la loro mascolinità, hanno paura di rinunciarci poiché ciò significherebbe destrutturare parte della loro identità e lavorare per costruirne una nuova. E lo stesso accade a proposito della nostra specie la cui umanità è stata definita in opposizione all'animalità. 
Il femminismo è doloroso, è un percorso faticoso perché significa rinunciare a parte della nostra identità così come si è costituita nei secoli.

Quindi, prendendo coscienza graduale di ciò, la nostra rabbia, più che giustificata, si manifesta. È una rabbia atavica che nasce da secoli di oppressione, naturalizzazione di un'oppressione in realtà materiale e politica, da presa per i fondelli riguardo un'apparente parità. Ma quale parità se ancora appunto siamo oggetti e non soggetti? Ci avete reso oggetti, ci avete mutilato, bruciato sui roghi, costrette a casa, proibito di studiare e quando l'abbiamo fatto ci avete fatto credere che certe branche del sapere non sono per noi, non ci saremmo portate e ci avete indirizzato ancora una volta verso ruoli subalterni. E ci arrabbiamo ancora di più quando voi vorreste definire i termini della nostra liberazione e ci dite come il femminismo dovrebbe o non dovrebbe essere. Potete accompagnarci, ascoltarci, sostenerci, ma non siamo disposte a lasciare ancora una volta nelle vostre mani i ruoli che contano per poi accontentarci delle briciole o di concessioni che però non cambiano di una virgola la nostra condizione di oppresse.

La nostra condizione qui in occidente è ovviamente meno evidente nella sua oppressione perché apparentemente siamo libere. Ma, come spiegavo sopra, l'oggettificazione che subiamo continuamente è un modo molto sottile di sancire ancora una volta la nostra inferiorità e di opprimerci. La maniera in cui il patriarcato continua a opprimerci ancora qui in occidente è attraverso il choice feminism, ossia facendoci credere che oggettivarci, lasciarci usare, tornare ai condizionamenti di una volta come stare a casa, fare e dedicarsi ai figli per realizzarsi, dedicarci alla cura come propensione naturale che avremmo e persino prostituirsi possa essere una libera scelta (molti uomini va da sé che difendano la prostituzione perché ne traggono benefici, illudendosi che sia davvero una libera scelta. Ma, a parte che lo è per pochissime, comunque la presunta libertà finisce nel momento in cui ci si oggettifica poiché appunto si perde automaticamente il proprio status di soggetto che negozia. Di questo parla molto approfonditamente Rachel Moran nel suo libro Stupro a pagamento! Ne ho accennato qui. Libertà e oggettificazione sessuale non collimano. Sono termini autoescludentisi a vicenda). Facendoci credere che continuare a indossare il vestitino della femminilità sia bello, gratificante, sia ciò che vogliamo realmente anche noi. Il modo migliore per schiavizzare qualcuno è fargli credere che non lo sia, che abbia scelto (esattamente come ci illudiamo di essere liberi perché possiamo scegliere tra tanti oggetti disponibili nei centri commerciali. Ma di questo bisognerebbe scrivere un post a parte).
Chi si oggettifica consapevolmente, o meglio, illudendosi di poterne negoziare i termini, non capisce fino in fondo cosa significhi rendersi oggetto e abdicare alla propria individualità. Costoro si illudono di poter scindere la loro personalità: oggetti per lavoro o in qualsiasi altra sfera della propria vita e poi riconosciute come soggetti quando lo decidono loro. Non è così che funziona, quando si viene oggettificate, tutto il resto è compresso in quella riduzione. E nel momento in cui diventi oggetto, non è che puoi dire all'altro fin dove può considerarti tale. Lo sei e basta.
Immaginate la mucca che viene sfruttata come se fosse una macchina per dare il latte. Essa rimane macchina, sempre, anche se in apparenza qualcuno le dà il nome e le dice che prova affetto per lei. Quel qualcuno, nell'usarla, ribadisce comunque a tutti i livelli la sua inferiorità, anche perché i termini del contratto d'uso non sono negoziabili da lei, ma solo da chi la sfrutta.
Così è per le donne. Non si può essere soggetti ed oggetti allo stesso tempo. E oggettificarsi, rendersi oggetto, sancisce la nostra inferiorità.

domenica 2 settembre 2018

Sexage: se lo conosci, lo eviti

La cultura patriarcale si rafforza anche tramite la diffusione e mantenimento di espressioni apparentemente innocue. Per esempio quando si dice "darla", in riferimento a una donna, si ribadisce implicitamente il messaggio che essa, in questa società, non abbia che una cosa da poter dare, cioè il sesso. Difatti l'oggetto non è nemmeno specificato. "Datela!". Come a dire, cos'altro potrebbe dare una donna se non quella?

Ricordo che mio padre da ragazzina mi diceva: "stai attenta, i ragazzi in questo periodo della loro vita (ma forse avrebbe dovuto dirmi "gli uomini in generale per tutta la loro vita") cercano solo una cosa. Per quanto siano gentili ecc., è sempre e solo una cosa che vogliono". 
Ora, per quanto capisca le sue buone intenzioni di allora, ossia proteggermi, e per quanto questa cosa qui non abbia contribuito granché alla formazione della mia autostima di allora (il messaggio recepito era: se tanto cercano solo quello, che mi affanno a fare a diventare e fare altro?), se non altro mi rese abbastanza cosciente del modo in cui la società vede le donne e come questi modi vengano trasmessi di generazione in generazione, proprio all'interno della famiglia, tramite l'educazione.

Perché racconto questa cosa, chiamiamolo pure aneddoto personale? Non certo per parlare di me, ma come spunto per dire che il maschilismo e il patriarcato trovano i loro modi di sopravvivere innanzitutto all'interno delle dinamiche familiari, per poi trovare conferma all'esterno, nella scuola e società.

Se vogliamo cambiare le cose, dobbiamo guardare ANCHE al privato, per poi portarlo all'esterno e farlo diventare politico. Per creare eserciti di donne consapevoli bisogna anche parlare di cosa avviene all'interno delle famiglie, di come ci si relaziona, delle cose che si dicono, di come vengono cresciuti maschietti e femminucce (anche con l'ausilio dei giochi differenziati), educati, repressi, ora in un modo, ora in un altro. 
Certamente l'educazione e la civiltà comportano sempre soppressione degli istinti, ma coloro che ne traggono maggior svantaggio sono le femmine perché vengono ancora cresciute e formate non già per diventare individui, ma appunto femmine, donne, la controparte maschile, che è il solo vero individuo che conta nella società.

P.S.: a scanso di equivoci, dato l'alto tasso di analfabetismo funzionale che purtroppo riscontro sui social, non sto mettendo in discussione la natura attrazione sessuale tra uomo e donna, ma la riduzione della donna al suo sesso. Concetto di cui da poco ho appreso esistere un termine: sexage. Cliccando sul nome vi rimando alla lettura dell'ottimo articolo che spiega cosa sia, dal blog Alle donne piace soffrire.

Il narcisista patologico: se lo conosci, lo eviti

E poi c'è quello che si mostra sensibile, delicato, spirituale, colto, intellettuale e che fa la vittima perché tutte le donne, poverino, lo lasciano. Chissà come mai, se lui è così affascinante, attento, amante perfetto? Ah, la colpa deve essere per forza delle donne che non lo capiscono, non sanno che tesoro egli sia, donne ovviamente insensibili, ciniche, promiscue. 
Attenzione ai tipi così, sono spesso narcisisti patologici, pericolosissimi. Ti accalappiano con la lusinga, facendoti credere che tu sì che sei una donna vera, che lo capisce, mica come le altre. Ti fanno credere di essere speciale e quando ci hai creduto e ti senti fortunata per questo, per essere stata prescelta da siffatto uomo altrettanto speciale, iniziano a rivelarsi per quello che sono, a mandare messaggi impliciti per far capire cosa dovresti realmente fare per continuare a farti amare e poi si rivelano per dei pezzi di merda orribili e finalmente si capisce perché tutte le altre donne lo abbiano lasciato. Ma niente, lui continua a pensare che la colpa sia delle donne, mica sua.

Narcisisti patologici, tutte ne abbiamo incontrato almeno uno nel corso della nostra vita, o almeno con alcuni tratti di suddetta personalità. Se siamo state fortunate, siamo qui a raccontarlo, altrimenti siamo una delle tante vittime della violenza e dell'annichilimento della propria individualità.

Io ho avuto una storia di due anni con un tipo simile, la cosa peggiore è che queste persone non cambiano perché è molto difficile che capiscano di essere malate. Per esistere hanno bisogno di svilire e degradare l'altro perché solo innalzando se stessi su un piedistallo artificiale, che costituisce il loro io, curano la ferita narcisistica.

Fate attenzione a quegli uomini che si pongono come vittime e che mandano messaggi in cui implicitamente dicono come dovreste essere. Spesso attuano un modo molto sottile di manipolazione, cioè dicono cose di te che non sono affatto vere, del tipo: perché tu sei così e colà e questo mi piace. Succede così che la vittima, pur sapendo di non essere così, per aderire a quell'ideale che il narcisista pensa di aver trovato in lei, si sforzi di diventare nel modo in cui egli vuole che sia, perdendo a poco a poco pezzi della sua autostima e individualità.

Attenzione perché le relazioni con i narcisisti patologici non sono solo quelle sentimentali o sessuali, ma anche sul lavoro. Collaborare con persone così diventa molto difficile e stressante. Sono persone che sviliscono il lavoro altrui per meglio far emergere il proprio.

P.S.: ovviamente le vittime prescelte da tali tipi sono persone insicure, con scarsa autostima; così che lui può far leva su questo loro punto debole, lusingandole, per poi, dopo averle innalzate, scaraventarle a terra facendole sentire un niente. Il narcisista patologico dà e toglie ossigeno per creare una dipendenza affettiva. 
La cura è coltivare la propria individualità, lavorare sulla propria autostima. Un lavoro che per noi donne non finisce mai perché tutte, in qualche misura, abbiamo interiorizzato la condizione di subalternità in cui ci ha relegato il patriarcato.

Consapevolezza e lavoro duro su noi stesse è la chiave. Per questo dobbiamo essere tutte femministe e solidali. Cioè, studiare innanzitutto il femminismo. 

Del narcisismo patologico avevo parlato anche qui, a proposito del film Mon Roi.