domenica 22 aprile 2018

Non c'è giustizia senza sensibilità


Ieri un mio amico mi ha fatto riflettere su una cosa che molti di noi, presi come siamo dal dimostrare l'aspetto politico e sociale dell'antispecismo con argomentazioni razionali, abbiamo accantonato, ma dalla quale, non possiamo prescindere: la sensibilità.

Ora, è vero che la sensibilità è anche una questione culturale e sociale perché è la cultura in cui viviamo e in particolare l'ambiente in cui cresciamo che ci insegnano a dirigere il nostro sentire in particolare verso alcuni e meno o per niente verso altri, ma è altrettanto vero che senza questo sentire ogni nostra argomentazione, per quanto forte e inoppugnabile, cadrà nel vuoto, cioè non troverà gli appigli giusti per radicarsi e trasformarsi poi in una battaglia sociale.
Se la persona con cui stiamo parlando non ha la nostra stessa sensibilità, di fronte a video di animali al macello e dentro gli allevamenti non proverà mai i nostri sentimenti di ingiustizia o li proverà in maniera attenuata. Ciò che a noi indigna e fa star male - lo sguardo degli animali dentro i tir, i loro corpi ammassati e martoriati e poi fatti a pezzi - può lasciare altri del tutto o in parte indifferenti. 
Le persone possono dirci: ok, per te è sbagliato uccidere animali, ma a me non importa nulla perché la loro sofferenza non mi tocca e di conseguenza non percepisco quanto ciò sia ingiusto.

Cos'è che ci fa dire che qualcosa è ingiusto? Il sentire che quello che si sta facendo a qualcun altro ci farebbe star male se fosse fatto a noi. Ma se questo sentire non c'è, l'ingiustizia non si percepisce.

E così noi ci sbracciamo e sgoliamo per spiegare quanto lo specismo sia affine al razzismo, al fascismo e ad altre forme di oppressioni; ci spertichiamo in sofisticate analisi politiche sulla nascita della società del dominio e facciamo analogie su questa o quell'altra forma di oppressione. Ma senza il sentire, cioè senza una certa forma di sensibilità, tutte queste argomentazioni scivolano via. O meglio, si riconoscono magari come vere e persino ovvie, ma non portano le persone a sentire quell'urgenza di volerle cambiare, a sentire quell'intima ribellione.

Se vogliamo cambiare la società, dobbiamo cambiare la sensibilità. Dobbiamo fare in modo che la cultura in cui cresciamo ci insegni a essere sensibili verso gli altri, allo stesso modo in cui ci insegna a essere sensibili verso i bambini o altre persone; dobbiamo fare in modo che non ci siano più individui di serie A e di serie B e che tutti siano considerati importanti.

Infine, l'altro giorno scrivevo che la nostra è una battaglia di giustizia e non di amore per gli animali; e lo penso ancora. Ma il il percepire qualcosa come ingiusto o giusto dipende dalla sensibilità, dal sentire.

La battaglia per i diritti animali non ha precedenti nella storia perché richiede una forma di sensibilità estesa ad individui che non sono come noi e che una cultura millenaria ci ha insegnato a considerare inferiori e utili al solo scopo di soddisfare alcuni nostri interessi; individui di cui non comprendiamo il linguaggio e nemmeno la mente. Anzi, a cui nemmeno attribuiamo un linguaggio o una mente.
Dobbiamo scendere in piazza in loro rappresentanza per chiedere il loro diritto alla vita e a non essere più considerati risorse rinnovabili. In piazza non ci sono loro, se non nelle foto o video. E non c'è questa sensibilità condivisa che porta le persone a percepire la tragedia del loro sfruttamento. 
Dobbiamo tener conto di tutto questo se vogliamo essere efficaci.
Dobbiamo smetterla di illuderci che basterà dire alle persone cosa avviene dentro gli allevamenti e mattatoi per farle schierare dalla parte degli animali.

Forse verrà il giorno in cui, anche se in pochi, dovremo pretendere la loro liberazione, anche se non sarà ancora capita dai più. Ma per pretenderla dovremo arrivare a essere una massa critica abbastanza significativa da essere ascoltata da chi detiene gli strumenti legislativi; si dovrà arrivare a una sorta di circolo virtuoso in cui l'aumento della sensibilità porti all'approvazione di determinate leggi e misure educative (per misure educative ovviamente non intendo nulla di coercitivo, bensì fare cultura nelle scuole, attraverso l'informazione, l'arte, la letteratura, il cinema, il linguaggio, la filosofia, l'economia ed entrando in ogni settore perché non c' settore che non sia intriso di specismo) e queste, a loro volta, modifichino la sensibilità e così via attraverso una serie di cerchi concentrici che arrivino al cuore della liberazione animale.

Per ora le leggi tutelano in parte solo gli animali cosiddetti da affezione e questo perché appunto c'è una sensibilità condivisa dalla maggioranza.

Oppure, può essere che semplicemente lo sfruttamento degli animali finirà quando non sarà più conveniente sotto il profilo economico. Finirà per motivi economici e non etici. 

venerdì 20 aprile 2018

Brave persone


Tutti pensano di essere brave persone, persino quelle che commettono i peggiori crimini si convincono di avere delle ottime ragioni o di non avere altre scelte.

In particolar modo è convinzione comune che non ci sia nulla di male nel mangiare animali, anche se questa pratica è causa di sofferenze indicibili e della negazione di infinite esistenze considerate solamente risorse rinnovabili. Già, infinite, fatte nascere e maciullate senza sosta in quell'immenso tritacarne che è l'industria della carne, del latte, delle uova, del pesce, del pellame, della sperimentazione animale e del divertimento con gli animali. Altrettanto infinite sono le giustificazioni che le persone si danno per non ritenersi responsabili di tutto ciò e per continuare a pensare a loro stesse come "brave persone" che mai torcerebbero un capello a chicchessia.

giovedì 19 aprile 2018

Io non amo gli animali!


- Tu che ami gli animali...

- No, io non amo gli animali, io lotto contro l'ingiustizia del loro sfruttamento, che è diverso...

Precisate questo quando vi appellano come "amanti degli animali", facendo passare in sordina il concetto che della sorte di questi individui oppressi e schiavizzati debbano occuparsi e interessarsi solo coloro che li amerebbero. 
La nostra società è un grattacielo (per usare la ben nota metafora di Horkheimer) che si regge sullo sfruttamento dei viventi e in particolare degli animali. Non c'è settore economico che in qualche modo non usi gli animali e non attinga alle risorse del territorio e manovali dei paesi più poveri. 
Dunque, se ribellarsi allo sfruttamento dei bambini, donne, uomini che vengono sfruttati per fabbricare oggetti poi rivenduti a migliaia di euro in occidente è una questione di giustizia e non di semplice amore, allo stesso modo ribellarsi allo sfruttamento degli altri animali è una questione sociale e politica.

P. S.: anche perché per "amore degli animali" spesso le persone intendono un atteggiamento zoofilo, cioè di passione per gli animali in un'accezione esclusivamente egoistica e di possesso. Amante degli animali è il collezionista di rettili esotici, la signora che compra il gatto o cane di razza per esibirlo alle mostre, il macho man che si prende il pit-bull come estensione della propria forza fisica, la famiglia che porta il figlio allo zoo, al circo o all'acquario e via dicendo. Insomma, nell'espressione "amore per gli animali" continua a sussistere un atteggiamento antropocentrico che vede gli altri animali ancora come esseri inferiori alla nostra mercè di cui si può disporre a nostro piacimento per soddisfare i nostri interessi e non come individui soggetti della loro stessa vita. 

venerdì 13 aprile 2018

Mangiarsi la felicità altrui


Allevare e uccidere gli animali è un'ingiustizia non soltanto perché li si priva prematuramente della vita, ma soprattutto perché li si priva di un'infinità di esperienze.
L'esperienza è ciò che rende importanti le nostre esistenze, non semplicemente il fatto di esser vivi. 
Relazionarsi con gli altri, comunicare, conoscere, dare affetto, muoversi nella natura, sentire il sole, la pioggia, il vento, volare, nuotare, correre, giocare, essere felici. 
Noi priviamo gli altri animali cosiddetti "da reddito" di tutto ciò.
Ci mangiamo, letteralmente, la felicità altrui. La potenzialità della felicità altrui.
Nella foto, scattata durante uno dei presidi di The Save Movement, un maiale socchiude gli occhi per godere dell'unico raggio di sole della sua vita.

Consiglio la lettura de Il maiale che cantava alla luna di Jeffrey Masson. 

mercoledì 11 aprile 2018

Pensieri calcistici

Stanotte non riuscivo a dormire perché sembrava che lo stadio intero si fosse trasferito sotto casa mia,  fatto sta che un pensiero tira l'altro e mi sono ritrovata a riflettere sul concetto del rispetto della scelta personale così tanto propugnata dai carnisti.
Spesso questa frase salta fuori non appena si scopre che si sta parlando con una persona che non mangia animali. Come a voler mettere le mani avanti. Come se la sola presenza di qualcuno che ha fatto una scelta simile facesse vacillare le proprie certezze. Ed è così infatti.
Ora, mi domando, se veramente siete certi del fatto che mangiare animali sia normale e naturale, perché ci tenete così tanto ad avere anche la nostra approvazione? Perché è questo che cercano i carnisti: l'approvazione socialmente indiscussa. Un'approvazione che sentono venire meno.
Ciò dimostra che il mangiare carne non è tanto un convincimento rafforzato da solide basi logiche, scientifiche e argomentazioni inoppugnabili, quanto una credenza culturale popolare basata su luoghi comuni e pregiudizi. Un'ideologia invisibile tanto forte quanto appunto rimane invisibile, ma facile a incrinarsi non appena la si evidenzi come tale.

domenica 8 aprile 2018

La forma dell'acqua


Beh, alla fine due righe su La forma dell'acqua voglio scriverle anche io. 
Non sto scrivendo a caldo, il film l'ho visto più di una settimana fa e la mia è un'analisi dei significati e non un giudizio emotivo.

Se mi è piaciuto? Sì, certo. Mi ha sorpresa? No, è esattamente il tipo di film che mi aspettavo di vedere dopo averne letto qualche recensione.

Non sono affatto d'accordo sul fatto che vi siano ravvisabili concetti antispecisti. È una storia sulla diversità e sulla solitudine, non sul rispetto dell'altro in quanto diverso.
Anzi, nell'impresa di Elisa di salvare la creatura c'è un egoismo sentimentale. Quando Giles, il suo amico e vicino di casa, alla fine si convince a darle una mano, è questo che le dice: "ti aiuterò perché ho capito che tu hai bisogno di lui (la creatura)". Ed Elisa stessa, quando tenta di convincerlo, non gli espone motivazioni altruistiche quali il rispetto dell'altro o la necessità di lottare contro la decisione altruistica dei suoi datori di lavoro di voler vivisezionare la creatura, bensì tenta di fargli comprendere quanto lei finalmente si sia sentita riconosciuta e vista per quello che è, oltre la sua diversità fisica. Elisa e la creatura sono due anime che si sono incontrate. Non c'è un discorso ampio contro lo sfruttamento dell'altro per il solo fatto di appartenere a una specie diversa, a parte un accenno quando il medico russo dice agli americani che non si può vivisezionare una creatura che comunque sembra avere una certa intelligenza, sembra sentire, capire, ascoltare la musica. Sì, qui ovviamente il mio pensiero è andato a ciò che noi diciamo sempre degli altri animali: come si possono mangiare individui che sentono, capiscono, soffrono e sono in grado di avere esperienza del mondo? 
Ma queste sono riflessioni derivate dal nostro sguardo sul mondo, che è uno sguardo antispecista e non sono esplicitamente ravvisabili nel film. 
Quindi è una storia sull'amore oltre la specie, certo, ma questo non si era già visto in Edward mani di forbice (che in più ha l'elemento gotico capace di renderla una storia ultraterrena, atemporale ecc. e la capacità visionaria di un Tim Burton), o ne La bella e la bestia, o, se vogliamo anche in Dracula (e certo che l'immaginario visivo di Coppola è di ben altro spessore) o, banalmente, in Twilight? V Vi sembrerà che stia dicendo un'eresia, ma guardate che i topoi letterari sono questi: una protagonista sola, un po' emarginata perché diversa, incontra un'anima gemella, diversa anche lei e proprio perché si riconoscono come anime affini in virtù di questa diversità (e solitudine, derivata dal fatto che il mondo non li comprende e non li vede nemmeno) finiscono per innamorarsi. Il loro amore però deve superare alcuni ostacoli. La società, in primis, con i suoi pregiudizi e scopi poco altruisti, che da una parte non riesce a vedere la bellezza della creatura, dall'altra vuole solo sfruttarla per denaro. Un classico. 
Prima di attivarsi, c'è una frase abbastanza significativa: "noi non siamo niente", dice Giles; lei risponde: "non siamo niente, se non facciamo niente". 
Ciò che muove Elisa e anche Giles è una sorta di ricerca di riscatto personale. Non c'è puro altruismo nell'aiutare la creatura, ma c'è voglia di riscattarsi da una società avida e superficiale e desiderio di non perdere una creatura che finalmente apprezza Elisa per quello che è perché possono comunicare anche senza parlare.

Ne La forma dell'acqua c'è in più l'elemento sociale dello scontro di classe e anche del patriarcato. Appena accennati. Il cattivo è un cattivo a tutto tondo che vive con una moglie sottomessa, la usa sessualmente come se fosse una bambola di gomma e si sente attratto da Elisa poiché muta. Ciò che lo eccita è proprio il fatto che non parli perché una donna non deve parlare, deve solo saper stare al suo posto, dentro casa e dentro il letto. 
Elisa si ribella contro l'ordine costituito, non si fa spaventare perché l'amore che prova per la creatura è il cardine della sua rivoluzione personale e per compiere l'impresa trova altri alleati che finalmente trovano il coraggio di ribellarsi. 
C'è la ribellione al sistema, ma data dalla spinta dell'amore, più che da un sentimento di giustizia. Il sentimento che muove Elisa è l'amore, non rispetto o giustizia. E l'antispecismo non è amore per l'altro, ma rispetto dell'altro.

Complessivamente lo giudico un film abbastanza banale, pure se emotivamente mi è piaciuto, ho fatto il tifo per Elisa e mi sono anche commossa. Ma il giudizio di pancia è una cosa e quello analitico un altro.

Molto più bello, sempre dello stesso regista, è invece Il labirinto del fauno. Anche lì attinge a piene mani dai topoi delle favole classiche, ma li usa come allegoria per raccontare un periodo storico realmente esistito, quello della dittatura franchista.

Ne La forma dell'acqua, tutto è esplicito, tutto è in superficie. Le immagini, abbastanza leziose, non vanno oltre, non hanno quella capacità di evocare un mondo interiore, o onirico.

Sono rimasta in attesa tutto il tempo di una svolta narrativa, che non c'è stata. Piatto, lineare, diretto, esplicito, semplice, ma di una semplicità che, purtroppo, impoverisce e banalizza.

venerdì 6 aprile 2018

L'estremismo del vegano

L'ultima spiaggia del carnista, talvolta anche del vegetariano convinto, quando proprio non sa come replicare di fronte all'evidenza della violenza di cui si rende complice: l'accusa di estremismo.

Sei estremista se non rispetti la scelta di mangiare animali, sei estremista se dici che allevamenti e mattatoi sono strutture di violenza, sei estremista se spieghi cosa accade alle mucche, e lo sei anche se usi il massimo tatto e gentilezza possibili. 
Sei estremista per il solo fatto che tu, vegano, con il tuo semplice esistere, osi mettere in discussione un sistema basato su sfruttamento e violenza, l'approvazione del quale, invece, a quanto pare, sarebbe indice di buon senso, equilibrio, sanità mentale.

martedì 3 aprile 2018

Ma i vegani cosa danno dai mangiare ai "loro" cani e gatti?


Ogni tanto qualcuno mi domanda cosa dovremmo, da vegani, dare da mangiare ai cani e gatti che vivono con noi.

Dirò la mia, ma non intendo assolutamente polemizzare con chi la pensa diversamente. 
Innanzitutto tra cani e gatti c'è una differenza: i primi possono mangiare vegano perché non sono carnivori obbligati. Proteine vegetali, verdure, cereali integrali possono andar bene; in commercio ci sono anche croccantini e scatolette di umido già bilanciati con tutti i nutrienti. 
I gatti invece sono animali carnivori per necessità. In natura mangerebbero solo piccole prede (uccellini, lucertole, insetti, topini e altri animali di questa taglia). 
Esistono prodotti vegani arricchiti di taurina e altre vitamine di cui necessitano. Alcuni vegani glieli danno. Io ai miei non li do per due motivi: non gli piacciono (ho provato), costano anche molto e, poiché sfamo anche i gatti delle colonie, comunque non potrei permettermele. Poi ho saputo di gatti di miei conoscenti alimentati con scatolette veg che dopo un po' hanno avuto problemi di salute e hanno dovuto ricominciare a mangiare carne. Ma forse dipende dai singoli individui, ci saranno quelli che li tollerano e altri no.

Ma, a questo punto, come la mettiamo con il discorso etico? Come risolvo il mio dilemma? Questa è una domanda che mi fanno spesso: mentirei se dicessi che compro scatolette di pollo per i mici a cuor leggero. No, ogni volta provo disagio, se non vero dolore.

La mia speranza è che commercializzino presto la carne sintetica. Esiste già, è brevettata, ha le stesse proprietà nutrizionali e stessa consistenza e sapore di quella vera degli animali. 
Questo è il mio sogno: non dover più comprare scatolette di pollo ai mici e avere per loro un'alternativa sana e cruelty-free.

Ed ora, un breve concetto che vorrei spiegare a coloro che mi giudicano ipocrita è questo: ognuno, nel lasso di tempo in cui si trova, dovrebbe cercare di fare del proprio meglio in base anche alle possibilità che quel periodo offre. Noi dipendiamo dalla contingenza spazio-temporale in cui ci troviamo. Se fossimo nati duecento anni fa, non ci faremmo queste domande. I cambiamenti sociali e culturali non si verificano di punto in bianco, sono dei processi e spesso molto lunghi.
Per cui, sono sicura che quando spariranno allevamenti e mattatoi, si sarà trovata anche un'alternativa per nutrire cani e gatti. In fondo esiste già, appunto: la carne sintetica. Certamente non faremo morire di fame cani e gatti e non continueremo ad allevare animali solo per sfamarli. 
Cani e gatti vivono con noi da molto tempo; anche quando, come spero, cesserà la loro vendita come animali domestici e anche quando avremo svuotato i canili e gattili, è probabile che resteranno vicini a noi. Ora, poiché è difficile immaginare un ipotetico scenario di questo tipo perché nel frattempo anche la società nel suo complesso sarà cambiata in moltissimi altri aspetti, è anche abbastanza ozioso e superfluo porre ai vegani domande del tipo: "eh, ma come farete con i vostri cani e gatti?". Ozioso non meno di quanto lo sarebbe chiedere oggi che tipo di umanità e situazione ci sarà nell'anno 3000. Certo, si possono fare delle previsioni e la mia è che, appunto, semmai ce la faremo a cambiare il nostro rapporto con gli altri animali e a realizzare una società solidale e non più impostata su rapporti di dominio, allora avremo anche, nel frattempo, trovato una soluzione per coabitare tutti insieme su questo pianeta senza dover dare scatolette di pollo ai gatti. Ma altro non saprei dire.

M basta sapere, per acquietar un po' la coscienza, che al momento, in questo presente, lotto affinché scompaia lo sfruttamento sistematico degli animali e affinché cambi la cultura antropocentrica e specista. Sono incoerente perché do da mangiare scatolette di pollo ai mici? Oh, beh, sì. Cerco di fare del mio meglio, come tutti. 
Mi capita anche, involontariamente, di calpestare insetti quando cammino e chissà di quale altro danno sarò responsabile nell'impossibilità di determinare ogni singolo rapporto di causa-effetto di ogni mia singola azione e scelta. Però cerco di non fare del male intenzionalmente e di non finanziare direttamente prodotti che comportano violenza e sfruttamento su altri individui. Per questo non mangio più animali e derivati, non indosso pelle, lana, seta, non vado al circo con animali, zoo, acquari e simili, se vedo qualcuno (umano o non) in difficoltà mi fermo a soccorrerlo, cerco di prestare attenzione in generale alle conseguenze di ciò che faccio, almeno quelle più dirette e prevedibili, mi informo su cosa avviene nel mondo e faccio attivismo in vari modi per portare un po' di informazione e consapevolezza.

Spero che questo confronto possa essere utile a qualcuno.

Nella foto, micio Silvestrino, uno dei gatti che convive con noi.

venerdì 30 marzo 2018

Il mio rapporto con la religione

Da piccola chiesi al prete che mi insegnava catechismo come avesse fatto la terra a popolarsi, dal momento che dalla prima coppia creata, Adamo ed Eva, nacquero due maschi. "Si sono accoppiati con la madre?", chiesi, con una certa ingenuità, ma anche evidente senso critico accompagnato da un pizzico di sarcasmo.

Mi sono sforzata per un po' di "credere" per essere come le mie amichette che andavano a messa e qualche volta ci andavo anche io, ma non sono mai stata convinta dell'esistenza di Dio e della verità delle cosiddette sacre scritture, nemmeno da bambina.

Mia madre era credente, ma più che una fede bigotta, aveva una fede semplice e irrazionale/scaramantica, più vicina al pensiero magico, che non ai dogmi religiosi; confidava nella protezione dei santi, nella divina provvidenza che non abbandona mai, nella preghiera diretta e senza intermediari. Mio padre una volta mi disse che i preti gli sembravano dei "bacarozzi neri", per scherzo, e da quella volta anche io li ho sempre chiamati così. 
Memorabile quella volta che accesi la radio e capitò per sbaglio di sintonizzarsi su una stazione che stava mandando una messa in diretta e io, molto piccola, dissi: "papà, spegni, ci sono i bacarozzi neri che parlano".

Le feste religiose mi sembrano reliquie di un passato oscuro che ancora sopravvive.

giovedì 29 marzo 2018

Do you love me yet?


La maggior parte delle persone che mangia animali è convinta che le loro sofferenze non siano paragonabili alle nostre, che non soffrano la schiavitù e la prigionia come la soffriremmo noi, che non si rendano conto di quanto gli stia accadendo.

Eppure pochi direbbero che sia giusto far nascere un cane o un gatto per trasformarlo in polpetta, questo perché quasi tutti hanno avuto modo di conoscere questi animali, magari ci vivono insieme.

Maiali, mucche, vitelli, galline, polli, agnelli e pesci non sono diversi per capacità cognitive, relazionali e di esperienza del mondo. Non è giusto farli nascere e allevarli per trasformarli in prodotti, privarli di una vita libera e della possibilità di esprimere tutte le loro caratteristiche etologiche.

Possibile che sia così difficile da capire?

Diventare vegani non significa dover rinunciare a del cibo, significa semmai sostituire i prodotti della violenza sugli animali con alimenti che ci offre la natura.

Immagine di Sanora Matchett.

martedì 27 marzo 2018

Petit Paysan, ovvero uno spot del buon allevatore compassionevole


Suona la sveglia, Pierre apre gli occhi, si alza e si fa strada tra i corpi delle Mucche che ingombrano l’appartamento, poi va in cucina, dove si prepara il caffè sotto lo sguardo curioso degli Animali. Una scena di intimo calore domestico. 
Dissolvenza. La sveglia suona di nuovo, questa volta nella realtà e non in sogno, e inizia la giornata lavorativa di Pierre.
Nella prima scena c’è già tutto l’intento del primo lungometraggio di Hubert Charuel, figlio di allevatori. Le Mucche occupano totalmente la mente del protagonista, sono il suo lavoro, la sua vita, non c’è spazio per altro, né per gli amici, né per l’amore, né per lo svago e nemmeno per i genitori. 
Il titolo italiano aggiunge una frase all’originale, “un eroe singolare”. 
Ed è così che ci viene descritto questo giovane allevatore che non esita ad uccidere con le sue stesse mani due Mucche che hanno contratto la febbre emorragica – una con un colpo di accetta, chiedendole “scusa”, l’altra con un colpo di fucile – e poi a nasconderne i corpi per evitare che la sanità pubblica abbatta l’intera mandria. 
Rispetto alla dimensione onirica della scena d’apertura, il resto ha un taglio molto realistico; la macchina da presa segue Pierre nelle sue mansioni quotidiane: la mungitura meccanica delle Mucche, la nascita di un vitellino – che viene subito allontanato dalla madre e costretto a bere il suo primo latte da un secchio di plastica -, la foratura delle orecchie per attaccare le marche auricolari, il pranzo a casa dei genitori, le visite della sorella veterinaria. Apprendiamo che Pierre è il miglior allevatore della zona, primo per qualità del latte. Un primato che lo rende orgoglioso e che non vuole assolutamente perdere. 

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martedì 20 marzo 2018

Combattere il sessismo con lo specismo? Not in my name.


Usare la maschera di un maiale per combattere il sessismo e il maschilismo? È successo a New York in occasione di una sfilata organizzata dal movimento #MeToo.

Non mi sembra una buona idea quella di combattere una discriminazione e ideologia di potere nei confronti delle donne avallandone un'altra, cioè quella verso gli animali non umani.

Mi rendo conto che ci siano moltissimi pregiudizi sui maiali e gli animali in generale, ma non sarebbe arrivato il momento di metterli in discussione? I maiali non molestano, non stuprano, non sono maschilisti. Sono animali socievoli e affettuosi, intelligenti, capaci di empatia e solidarietà nei confronti dei propri simili.

Così come ogni luogo comune sulle donne ne rafforza la discriminazione, allo stesso modo ogni luogo comune sugli animali ne rafforza lo sfruttamento. 

lunedì 19 marzo 2018

La rivoluzione animalista


Ricollegandomi a due post fa, ogni battaglia ha una sua specificità in base a chi è che sta rivendicando diritti e libertà e in base alle modalità di oppressione, che hanno sì radice comune, ma si differenziano a seconda delle vittime; e questa specificità va rispettata. Per questo, riguardo l'animalismo, non dobbiamo avere paura di dire che è una battaglia specifica, senza dover stare a tirare in mezzo ogni volta argomenti che invece riguardano noi, come la salute, o lo sfruttamento sul lavoro. Un conto è parlare di intersezioni, un altro è rischiare di non parlare bene né di una questione, né di un'altra, anzi, visto l'antropocentrismo da cui fatichiamo ad affrancarci, il rischio è sempre quello di posizionare gli animali sempre sullo sfondo. Sento troppo spesso dire: "prima dobbiamo fare la rivoluzione, cambiare la società e poi pensiamo agli animali". Chi mette al primo posto i diritti umani, non è diverso dal carnista che ti dice "pensiamo prima ai bambini".
Chi lotta, attivamente intendo, cercando e studiando strategie, per combattere lo sfruttamento degli animali, la rivoluzione la sta già facendo.
E la rivoluzione animalista è la più radicale mai pensata nella storia perché non mette in discussione l'idea stessa soltanto di società, ma l'idea di umanità come la conosciamo, la nostra identità e il nostro posto nel mondo. 

Chi pensa che la questione animalista sia secondaria non ha capito la portata di questa rivoluzione di pensiero e culturale in senso ampio. Una rivoluzione che investirà tutto ciò che conosciamo: l'economia, la filosofia, l'arte, il linguaggio, la politica, la maniera di vedere, interpretare e capire la realtà. 

Dobbiamo essere orgogliosi di farne parte, di essere i promotori di questa rivoluzione che è solo agli albori e di cui, proprio per questo, ancora fatichiamo a scorgerne tutte le potenzialità e gli orizzonti. Non sapremo dove ci porterà questo cammino, ma chi di noi l'ha intrapreso sa che non si può tornare indietro. 

Dobbiamo metterci in testa una cosa, però: affinché questa rivoluzione diventi effettiva, non basta percorrerla sul piano personale, non basta più. Dobbiamo affiancarci, coalizzarci, trovare strategie comuni e provarle, anche quelle che magari ci piacciono meno. Dobbiamo smetterla di restare chiusi nella nostra personale stanzetta fatta di uno stile di vita vegano coerente e puro. Diventare vegani è necessario, ma non risolutivo. Lo sarebbe se oltre la metà della popolazione mondiale lo diventasse, ma finché saremo una minoranza irrisoria (di contro a sempre più persone che nascono e che adottano lo stile carnista occidentale) che si limita a fare propaganda sul veganismo, gli animali continueranno a esser fatti nascere per essere trasformati in prodotti quanto prima.

Come ho detto poche righe sopra, poiché la rivoluzione animalista investe ogni campo della nostra cultura, quello che serve, che forse potrebbe servire, è che si portino avanti più battaglie contestualmente che investano, nell'ordine, diversi settori: quello economico/politico, con strategie specifiche per affossare l'industria della carne, del latte, delle uova; filosofico, con filosofi che si diano da fare in ambito accademico per promuovere e insegnare una filosofia antispecista; quello artistico, con registi che realizzino film che contengano un messaggio antispecista, scrittori che scrivano storie antispeciste, pittori e fotografi che realizzino opere che abbiano come soggetti gli animali in un'accezione antispecista e via dicendo; linguistico, promuovendo una neo-lingua, intesa in un'accezione positiva, ossia che abolisca le espressioni frutto di pregiudizi sugli animali - espressioni che, ogni volta che vengono pronunciate, rafforzano quegli stessi pregiudizi; medico-nutrizionista, con specialisti preparati che facciano informazione sul veganismo; scientifico, con scienziati, etologi, biologici che ci parlino della ricchezza del mondo degli animali e delle loro capacità diverse senza più usare parametri antropocentrici e che mettano in discussione il dogmatismo della sperimentazione animale. 
Insomma, a ciascuno il suo, come si suol dire, l'importante è la preparazione, la serietà, ossia che ognuno si dedichi a ciò che sa fare e conosce meglio. 
E che, tutti insieme, ci si unisca e si scenda in piazza in occasioni particolari, che sia un corteo, un presidio contro una multinazionale che sfrutta animali o altre iniziative, per mostrare che siamo tanti e compatti. Che lo si trovi il tempo. Che lo si crei, lo si inventi, quello che vi pare, tenendo sempre bene a mente che se su quei camion che vanno al macello ci fossimo noi o i nostri figli sospenderemmo ogni altra attività per trovare il modo di liberarli; ora, ovvio che viviamo esistenze faticose, che dobbiamo lavorare, sbrigare il quotidiano e ritagliarci anche qualcosa per il nostro piacere personale, non si sta chiedendo l'abnegazione totale, ma penso che possiamo e dobbiamo fare di più, inteso nel senso di specializzarci meglio ognuno nei vari settori, senza disperdere capacità e tempo, altrimenti è come se pedalassimo in salita con una marcia sbagliata, andando avanti per un po', ma trovandoci presto sfiancati e senza più ossigeno nei polmoni: che è esattamente quello che è successo al movimento fino ad adesso. Ci si sfinisce per qualche anno e poi ci si stanca e si lascia andare, dopodiché subentrano nuovi attivisti che ricominciano da capo facendo gli stessi errori. 
Credo che sia importante che ognuno di noi si guardi dentro e si chieda: cosa so fare meglio io? Che contributo potrei dare alla causa? Sono un artista? Allora forse potrei convogliare lì, nel mio lavoro o passione, l'impegno per gli animali. Sono un medico, un filosofo, un impiegato, un operaio? Allora dovrò cercare di cambiare le cose all'interno di questi settori. 

Non disperdiamo le energie, focalizziamoci su quello che sappiamo fare meglio e adoperiamoci per la causa. Tenendo a mente che siamo agli albori di una rivoluzione, ma sta a noi adesso trovare e indicare una via, prima che questa scintilla venga soffocata. 


domenica 18 marzo 2018

Ma il re è nudo!



Ha suscitato molto scalpore questa foto pubblicata sul profilo instagram di uno degli chef dell'Hotel Monaco Sport in cui, lo stesso, insieme a un suo collega, deride il corpo di un agnellino scuoiato e ironizza su chi, specialmente in questo periodo pre-pasquale, sensibilizza a non mangiarlo. 

Sulla pagina FB dell'hotel c'è stato un profluvio di commenti indignati, anche da parte di tanti carnisti, tanto che i gestori dell'albergo sono stati costretti a scusarsi e a scrivere che prenderanno provvedimenti contro il personale, i due chef, rei di così tanta insensibilità nei confronti del povero cucciolo.

Anche io ho scritto un commento mostrando la mia indignazione. 
Un sentimento, questo dell'indignazione, che mi ha costretta a riflettere, a interrogarmi. 
Perché questa immagine infastidisce così tanto? Posso capire che infastidisca i vegani/animalisti/antispecisti, ma, i cosiddetti onnivori, che pure l'agnello se lo mangiano (e se non lui, altri individui di altre specie), cos'hanno da criticare?

La prima cosa che mi viene in mente è che la derisione di un cucciolo ucciso e scuoiato è un atto estremo, sì, inqualificabile, sì, ma, purtuttavia, non è la cosa peggiore che abbia dovuto subire quel cucciolo.
La cosa peggiore che ha dovuto subire quel cucciolo è stata l'esser stato fatto nascere apposta per esser trasformato in prodotto, l'esser stato separato dalla madre a pochi giorni e poi condotto al macello.

Ora, lo capisco che mangiare carne sia considerato normale e che sia difficile ricondurre la bistecca nel piatto all'animale vivo che è stato, alla sofferenza che ha subito nell'esser stato considerato merce e non un individuo, mentre trovarsi di fronte a un corpicino intero scuoiato e per di più riderci sopra è un altro paio di maniche, eppure, forse, chi dice di rispettare gli animali e poi li mangia, non è che si sta semplicemente illudendo di essere diverso dai quei due?

Certo, la derisione è un di più, ma, ripeto, assumendo il punto di vista dell'agnellino, qual è il danno peggiore che ha subito?

La foto è indubbiamente oscena, ma lo è perché ci sta dicendo qualcosa di noi, perché mette a nudo una verità scomoda, che i più non vogliono sentire.

Un'altra riflessione che mi viene da fare è questa: non è forse vero che tutti quelli che mangiano l'agnello (o qualsiasi altro animale) alla fine si comportano esattamente come i due nella foto? 
Non ridono anche loro, forse, quando ce l'hanno nel piatto, magari insieme agli amici, alzando i calici per un brindisi, chiacchierando di cose più o meno facete? Certo, non ridono di lui, ma ridono NONOSTANTE LUI, nonostante quel pezzo di carne nel piatto che un tempo era appartenuto a un individuo. 
L'unica differenza è i due cuochi sono perfettamente consapevoli di chi hanno davanti, anche se quel CHI, quell'individuo che è stato, per loro vale meno di niente, mentre i carnisti, ossia chi mangia animali, non lo vedono nemmeno più.

E, francamente, non so chi sia peggio.

Gli anni al contrario di Nadia Terranova


Gli anni al contrario di Nadia Terranova è uno di quei libri da cui non riesci a staccarti fino a che non sei arrivato alla fine. 
Sorprende per la scrittura delicata e forte al tempo stesso; capace di far precipitare gli eventi con poche frasi senza risultare automatica; così come di restituire uno stato d'animo con due parole.

Ambientato in Sicilia in quel periodo a cavallo tra gli anni settanta e ottanta, sullo sfondo degli anni di piombo, ci racconta di Aurora e Giovanni, di come si sono trovati e poi persi e del loro sforzo, soprattutto, di trovare se stessi.

La narrazione degli eventi personali che riguardano Aurora e Giovanni è perfettamente bilanciata con quella degli eventi storici che li coinvolgono in prima persona. 
Ci sono periodi in cui sembra impossibile non essere toccati dalla Storia che irrompe nel privato e lo plasma, segnandone il destino. 
Giovanni avrebbe voluto essere un eroe, ma finisce per diventare un tossico; Aurora, che ha un talento per non accorgersi delle cose, gli vive accanto, in un silenzio fatto di complicità e connivenza.
Più che di un fallimento di una coppia, è la storia di un fallimento di un'epoca, con i suoi ideali, fino ad arrivare agli anni ottanta, alla loro apparente leggerezza, preludio della fine.

lunedì 12 marzo 2018

Noi vegani


Sì, "noi vegani" (come ci chiamano i non vegani) siamo spesso tristi e arrabbiati. E no, non ci facciamo due risate quando parliamo degli animali che vanno al macello.
Sì, a volte, dopo l'ennesima obiezione che tira in ballo le piante che soffrono o la catena alimentare, capita che rispondiamo male. E no, non sempre possiamo accogliere con un sorriso da Buddha la stupidità altrui.
Sì, a volte, di fronte a tanta indifferenza e leggerezza nel difendere la violenza sugli animali, capita che perdiamo le staffe. E no, non si tratta di aggressività, ma di reazione. A proposito, anche se a volte perdiamo le staffe sui social, la nostra presunta violenza verbale non sarà mai nulla rispetto a quella reale praticata sugli animali.
Sì, capita che facciamo una smorfia quando dopo aver descritto per filo e per segno la realtà di allevamenti e mattatoi ci sentiamo rispondere che mangiare animali o meno è una scelta persona e dovremmo rispettarle entrambe. E no, non si tratta di ostentazione di moralità superiore, è che non tutte le scelte si equivalgono, non tutte hanno egual valore e peso morale.

Il fatto è che non si tratta di una questione personale, non stiamo difendendo l'appartenenza a un gruppo, il gusto dell'insalata, il latte di soia o schierandoci "noi contro voi" come se stessimo allo stadio.

Stiamo cercando di far capire alle persone che gli animali sono individui senzienti che vengono imprigionati, schiavizzati, maltrattati e uccisi in numeri da far spavento senza alcuna vera necessità e che questa è un'ingiustizia tremenda nei confronti della quale non possiamo restare indifferenti.

Non siamo estremisti, ma converrete con noi che nei confronti della violenza non si può che fare una scelta radicale: rifiutarla o tollerarla. 
Se pensate che uccidere e sfruttare maiali, vitelli, mucche, galline, polli, pesci, agnelli sia ingiusto, allora sforzatevi di allineare il vostro comportamento al vostro sentire. O, quanto meno, di comprendere chi l'ha fatto, senza etichettarlo o denigrarlo sperando così di tenere a distanza anche la gravità della questione.

venerdì 9 marzo 2018

Fame di Roxane Gay


Libro coraggioso e ben scritto.
La storia di un corpo, ovvero l'autobiografia di una donna che prova a sezionare, strato dopo strato, gli innumerevoli chili di grasso che la ricoprono per scoprire e raccontare la sua verità.

"Questo libro è una confessione. Ecco le parti più brutte, deboli e scoperte di me. Ecco la mia verità. Ecco una storia del mio corpo, perché spesso le storie dei corpi come il mio vengono ignorate, liquidate in due parole o derise. La gente vede corpi come il mio e fa le sue deduzioni. Crede di conoscere il perché del mio corpo. Non lo conosce. Questa non è la storia di un trionfo, ma è una storia che merita di essere raccontata e merita di essere sentita.
Questo è un libro sul mio corpo, sulla mia fame e, in ultimo, sullo scomparire e perdersi e voler essere visti e capiti, volerlo con tutte le proprie forze. È un libro sull'imparare, anche lentamente, a concedersi di essere visti e capiti.".

Roxane Gay ha 12 quando viene stuprata da un branco. Un branco di cui faceva parte anche il ragazzo di cui si credeva innamorata. A dodici anni ha scoperto tutta la violenza e l'umiliazione che si può infliggere a un corpo usato come fosse un oggetto. Ha scoperto cose che, alla sua età, nemmeno sapeva fosse possibile fare su di un corpo.
Da allora, dopo quel momento, incapace di raccontare il tutto ai suoi genitori e convinta che in qualche modo si fosse meritata tutto quello schifo, tutta quella violenza, inizia una battaglia contro il suo corpo. Trova conforto nel cibo. Il cibo non fa domande, non giudica, offre una gratificazione immediata ed è la chiave per continuare a vivere senza essere visti. Può sembrare un paradosso che un corpo grasso risulti invisibile, eppure è questo che accade ai grassi di tutto il mondo. Il grasso che li ricopre rende invisibile ciò che c'è sotto. Magari si pensa di sapere chi c'è, i motivi per cui mangia fino a scoppiare, ma è solo una falsa verità fatta di pregiudizi e luoghi comuni.

Raccontando la storia del suo corpo, Roxane, attivista femminista, scrive anche un saggio accorato sull'ipocrisia della nostra società.

Una cosa mi ha colpito in particolare, ossia la discrepanza tra ciò che pretendiamo di definire come giusto e corretto e il sentirsi comunque a disagio in un corpo che non corrisponde ai canoni della società. 
Parlo a nome di noi donne tutte che intellettualmente e consapevolmente rifiutiamo di essere imbrigliate in assurdi canoni estetici e sappiamo che siamo altro dal nostro girovita o grandezza delle cosce, ma nonostante ciò non basta saperlo per farci accettare serenamente il nostro corpo e per avere un buon rapporto con esso, al di là della taglia che indossiamo. 
La discrepanza tra il sapere a livello intellettuale e il sentire a livello emotivo.

E questa è una problematica, cioè, un sentire, intimo e personale, che molto ha a che vedere con il posto che noi donne da sempre ci cerchiamo nel mondo. 
Ci insegnano a essere gentili, aggraziate, silenziose, moderate, a occupare, letteralmente, poco spazio. 
Ingrassare o dimagrire, avere una fame insaziabile, o al contrario, sopprimere la fame, va oltre questo bisogno atavico del mangiare, è una risposta alla cultura dominante, al biopotere, al patriarcato e al mito dell'efficienza e del controllo da parte della società, dei genitori, degli amici, dei parenti, di chiunque pensi che esista un modo giusto di essere e uno sbagliato.

Leggendo la storia del corpo di Roxane vengono in mente tante riflessioni, riflessioni come questa sopra, però mi sembrerebbe di farle un torto ad azzardare altre letture perché il libro è in primo luogo la sua storia e credo che meriti di essere letta e ascoltata per quella che è, senza intellettualizzarla troppo e senza personalizzarla; ognuna di noi si riconoscerà in qualche frase, in qualche suo pensiero, anche quelli in cui racconta la violenza che ha subito (chi di noi non ha mai subito molestie sessuali, per quanto lievi? Ma chi può dire quanto una molestia sia lieve o profonda se non la diretta interessata?), ma Fame è innanzitutto la storia del corpo di Roxane, un corpo che finalmente trova il coraggio di venire allo scoperto e di mostrarsi per quel che è. Con vergogna. Lo fa con tanta vergogna. E quasi ci sentiamo in imbarazzo con lei. Con lei, non per lei. E questo, credo, non le dispiacerebbe sentirlo. Che siamo con lei. Che la vediamo, la sentiamo, la capiamo. Finalmente smettendo di giudicarla, di giudicare il suo corpo. Che è il suo corpo. Né giusto e né sbagliato, ma vero, esistente. E quando dico né giusto e né sbagliato non sto facendo l'ipocrita apologia del "grasso" o mimando uno di quegli stupidi slogan che affermano che "grasso è bello". No, sto solo dicendo che bisogna sospendere ogni giudizio e fermarsi a sentire cosa ha da dire.

E se fosse narcisismo patologico?


Quando chiediamo alle persone di riflettere sullo sfruttamento degli animali, in realtà gli stiamo chiedendo molto di più. 
Gli chiediamo di mettere in discussione tutto un sistema di valori su cui hanno fondato le loro esistenze e che hanno appreso culturalmente, nonché, fondamentalmente, il concetto stesso di umanità; concetto, quest'ultimo, che si è costruito proprio in opposizione all'animalità, ossia definendosi arbitrariamente in positivo rispetto a un polo negativo (una somma di pregiudizi che peraltro non tiene conto dell'immensa diversità del mondo animale, di cui, beninteso, facciamo parte anche noi).

Quando diciamo alle persone che non dovrebbero mangiare la carne gli stiamo chiedendo molto di più: gli stiamo chiedendo di rimuovere tutta la sfera dell'affettività, simbolica e concreta, che ha determinato la loro crescita e di riconoscere che le persone che più amavano gli hanno mentito, raccontato una menzogna.

Non si tratta soltanto di prender coscienza della sofferenza e senzienza degli altri animali, ma di ripercorrere a ritroso tutto il percorso, individuale e storico-culturale, che ha definito quel che siamo. Significa smascherare la nostra storia, di singoli e dell'umanità nel suo complesso, alla luce di una nuova sconvolgente verità e di capire che la nostra presunta moralità, superiorità, razionalità, intelligenza sono in realtà una menzogna.

Usando una categoria della psicologia si potrebbe affermare che l'umanità soffre del disturbo narcisistico di personalità. Abbiamo bisogno di distruggere e mortificare chi si relaziona con noi per affermare e definire la nostra individualità di cui abbiamo un'idea di distorta megalomania. 
Non siamo in grado di riconoscere il maiale (o la mucca, il pulcino, il polpo) come nostro pari e di dialogarci e relazionarci con lui in modo sano ed equilibrato perché altrimenti il concetto di umanità verrebbe svuotato poco a poco di tutti quegli attributi che sono connotati positivamente solo poiché e finché esiste un polo negativo da contrapporgli. 
Se riconoscessimo di non esser speciali, o meglio, che lo siamo a nostro modo così come lo è ogni altra specie, perderemmo quell'opposizione negativa a partire dalla quale ci siamo innalzati sopra a tutta la natura e scopriremmo così di esser nudi: animali tra gli animali. Né di più, né di meno del maiale che sta andando al macello e che ci chiede soltanto di esser visto, capito, riconosciuto. Una vertigine immensa si spalancherebbe di fronte ai nostri occhi. 
È così difficile guardarsi allo specchio e vederci l'altro. O guardare l'altro, tutto ciò che denigriamo di lui, e scoprirci noi stessi.

Ma è uno sforzo che dobbiamo fare perché solo la verità rende liberi. Liberi da gabbie mentali e culturali, liberi di guarire, di realizzarci al meglio delle nostre possibilità. Possiamo essere migliori di come siamo. 
Mi rendo conto che ammettere di essere artefici di una gran massa di sofferenza ci farebbe vergognare immensamente e la vergogna forse è il peggiore dei sentimenti, quello più ruvido, più difficile da affrontare, ma anche, al tempo stesso, il più costruttivo. È solo dalla vergogna per ciò che siamo diventati e per gli effetti delle nostre azioni che possiamo metterci in discussione. 
Quindi, la prossima volta che ne avremo l'occasione, sforziamoci di non sviare lo sguardo dal maiale (o da qualsiasi altro animale) che sta andando al macello. 

Il suo sguardo ci ferisce, ci annienta, ci fa vergognare immensamente, mette a nudo ciò che siamo realmente. Ma è da qui, dal suo sguardo annientato, che possiamo ripartire.

domenica 4 marzo 2018

Come ti demonizzo il veganismo

La disinformazione mediatica porta a credere che il veganismo non sia adatto ai bambini. 
La capziosità nella narrazione che demonizza il veganismo funziona in questo modo: quando un bambino vegano finisce in ospedale, per qualsiasi motivo non inerente la sua alimentazione, sui titoli di giornale viene comunque menzionato come "il bambino vegano" (il titolo direziona l'interpretazione del lettore, specialmente nel lettore frettoloso e disattento e in particolare in quello che scorre le notizie fermandosi al solo titolo); se invece il bambino è onnivoro allora la precisazione non è necessaria. Non si menziona cioè il suo tipo di alimentazione. Avete forse mai letto "bambino onnivoro finisce in ospedale"? 
Si mette in atto cioè un preciso processo di criminalizzazione di una categoria, esattamente come avviene per gli immigrati.

Altra cosa: se un bambino vegano si ammala poiché magari i genitori sono stati poco attenti a introdurre nella sua alimentazione tutte le vitamine necessarie o sono stati incapaci di seguire un giusto ed equilibrato piano alimentare, allora anche in questo caso si demonizza il veganismo; se invece un bambino onnivoro si ammala di diabete o altre patologie legate a un'assunzione squilibrata o in eccesso o carente dei nutrienti necessari, non si demonizza la dieta onnivora nella sua totalità, ma si incolpano i cibi industriali o qualche precisa sostanza particolarmente dannosa.

C'è da dire che nessuna di queste tecniche funziona con chi ha veramente a cuore il rispetto e la giustizia verso gli altri animali e si informa per conto proprio tramite fonti corrette.

martedì 20 febbraio 2018

Fare come si fa da sempre non ci assolve

La strage di Sciacca conferma ciò che penso, ossia che nemmeno i cani e gatti sono tutelati dalle istituzioni e che i diritti scritti sulla carta servono a poco, se non cambia la cultura in cui siamo immersi. 
E la cultura in cui siamo immersi si cambia con il lavoro, spesso silenzioso e invisibile, di tutti noi. 
Si cambia quando ci fermiamo a soccorrere un randagio, quando spostiamo una lumaca dal centro del marciapiede, quando ci rifiutiamo di mangiare i corpi degli animali e i prodotti del loro sfruttamento, quando facciamo attivismo su strada, quando scriviamo, quando parliamo, quando usiamo i termini giusti per mettere in discussione la cultura del dominio, quando diciamo NO, è ingiusto, è sbagliato e ci rifiutiamo di essere accondiscendenti verso la morale comune che considera gli altri animali inferiori; quando spieghiamo con calma, senza insultare, ché non serve insultare (abbiamo argomenti forti e facilmente comprensibili), quando ci ribelliamo contro chi vorrebbe farci passare per disadattati che si occupano degli animali perché non hanno cose più importanti cui pensare o perché se ne fregano degli umani.

Ai più fa effetto sentire che sono sterminati decine di randagi, ma rimangono impassibili di fronte alla strage quotidiana, invisibile, di migliaia di animali dentro ai mattatoi.

Cosa ci può essere di più urgente e importante di cambiare il senso comune per combattere questa strage di proporzioni mai viste?

Ieri sera ho visto un film orribile. Solita americanata che esalta il governo e l'esercito che salvano tutti noi dall'invasione di una specie aliena. L'unica frase degna di nota è quando a un certo punto un umano chiede all'alieno perché vogliono distruggere tutta l'umanità. L'alieno risponde: perché ci serve la terra, le vostre risorse, ma non voi. L'umano risponde: ma non vi abbiamo fatto niente. L'alieno dice ancora: lo fate anche voi, da sempre.

Vero. Lo facciamo da sempre. Spariamo ai selvatici accusati di vivere semplicemente nel loro territorio perché in quel territorio vogliamo starci noi e non vogliamo dividerne lo spazio e le risorse naturali con loro; invadiamo altri paesi per sfruttarne sempre le risorse, schiavizzando le popolazioni locali o facendole uccidere in guerre direttamente finanziate dai paesi occidentali. 
Siamo scimmie predatrici e cattive. Ma non tutte. E fare una cosa da sempre non la giustifica e non ci assolve. Molti di noi sanno che si potrebbe stare molto meglio se solo si smettesse di pensare alle strutture di dominio come al prodotto di una legge ferrea naturale e immutabile. 
E molti di noi combattono, silenziosamente, ogni giorno, per cambiare questa cultura e società in cui ci siamo autoimprigionati e autoschiavizzati.

domenica 18 febbraio 2018

Nel mare ci sono i coccodrilli


"Come si fa a cambiare vita così, Enaiat? Una mattina. Un saluto. 
Lo si fa e basta, Fabio.
Una volta ho letto che la scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare.
È così. E la speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento. Mia madre, ad esempio, ha deciso che sapermi in pericolo lontano da lei, ma in viaggio verso un futuro differente, era meglio che sapermi in pericolo vicino a lei, ma nel fango della paura di sempre".

Breve estratto da Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda - storia vera di Enaiatollah Akbari.

Enaiat racconta la sua storia a Fabio e Fabio la scrive per raccontarla a noi. L'importanza di conoscere da vicino le persone che fuggono da una paura costante, e da una morte precoce cui andrebbero quasi certamente incontro se restassero nei loro paesi, è fondamentale. Se non capiamo, se non ci immedesimiamo, non possiamo nemmeno provare empatia e le tante persone immigrate che incrociamo ogni giorno rimarranno numeri su uno sfondo di guerre geopolitiche e di religione che continuano, forse, a non riguardarci, ossia a restare lontane, distanti. 
Ma se ci fermiamo ad ascoltare, a guardare, allora è facile precipitare dapprima in una specie di abisso emotivo - perché ci rendiamo conto che il mondo in cui viviamo noi, in cui vive l'occidente, è una finzione - ma poi, una volta, risollevato lo sguardo, sarà praticamente impossibile che dal fondo delle nostre coscienze non si sprigioni un sentimento forte di solidarietà, accoglienza, empatia.

Lo dico sempre anche a proposito degli animali. Quando si parla del loro sterminio in termini numerici rimangono sullo sfondo, privi di identità, di individualità; ma se ci soffermiamo sulle loro singole storie - nei tanti casi di ribellione che balzano agli onori della cronaca - allora ci è più facile capire chi sono, da cosa fuggono, e di cosa vanno in cerca: di libertà e di una possibilità di vivere.

Vi consiglio questo libro, ma soprattutto vi invito a leggere, in generale, la letteratura di altri paesi, di culture diverse. Aiuta a capire, chi sono gli altri, ma anche chi siamo noi (un doppio shock culturale, a volte).

sabato 17 febbraio 2018

L'insopportabile leggerezza della libertà


Un film di diversi anni fa che ho molto amato è Respiro di Emanuele Crialese.
Ambientato sull'isola di Lampedusa, segue le vicende di una donna, Grazia, interpretata da Valeria Golino, spirito libero e indipendente, selvaggio, all'unisono con la natura dell'isola. Con i figli ha un rapporto molto istintivo che si esprime con manifestazioni di affetto molto fisiche.
La fisicità è il segno della sua espressività.
Proprio per questa sua impossibilità - intesa come resistenza, come valore positivo, quindi - a reprimere una natura sensuale e indomita - purtroppo insopportabile all'interno di una cultura maschilista e patriarcale - viene giudicata pazza. 

Mi è tornato in mente in questi giorni perché c'è una scena molto forte che riguarda dei cani randagi. Grazia non sopporta di vederli rinchiusi dentro le gabbie e così li libera. 
Uno spirito libero come lei non può che desiderare di liberare tutto ciò che vive. 
Così i branchi di cani randagi si riversano per le strade dell'isola, ma vengono brutalmente uccisi. Le strade si ricoprono di una lunga scia di sangue. 
I cani liberi, come Grazia, mettono in discussione l'ordine costituito e gerarchico delle cose. 

Purtroppo certi fatti continuano ad accadere veramente. 
A Sciacca, in provincia di Agrigento, in questi giorni sono stati brutalmente assassinati trenta cani randagi. 
La loro colpa: quella di essere liberi, non addomesticati. 

L'uomo, che tutto vuole controllare e dominare, non sopporta l'idea di assistere allo spettacolo dionisiaco della libertà. 

Aggiornamento: il numero delle vittime è un centinaio, non 30 come si pensava inizialmente.


giovedì 15 febbraio 2018

Vegani e vegani


Le ultime news dicono che in Italia diminuisce il numero dei vegani.
Ma sarebbe più corretto dire che diminuisce il numero di chi ha pensato che la scelta vegan fosse una dieta, uno stile di vita, una moda transitoria.
Tutt'altra questione è invece la scelta di chi ha smesso di mangiare animali e prodotti del loro sfruttamento per giustizia e lotta contro l'oppressione e lo sterminio di individui senzienti.
In questo caso non parliamo di numeri, ma di determinazione che accresce con il tempo poiché quando si smette di "vedere" gli animali come cibo non può che aumentare la voglia di difenderli e liberarli dalla schiavitù. Non siamo consumatori che seguono o abbandonano un trend, ma attivisti per la trasformazione del reale: da società fondate sul dominio a società basate sul rispetto e la solidarietà intra e interspecie che riconosce pari dignità a tutti gli abitanti del pianeta.

Foto: The Save Movement.

martedì 13 febbraio 2018

Terremoto


Posso affermare di avere un certo sesto senso per la scoperta di nuovi autori. Da poche righe, a volte dalla sola sinossi, capisco se è un romanzo che potrebbe valere la pena di leggere o meno.
Non mi sbaglio mai. 
Questo racconta la storia di una ragazzina e della sua famiglia che negli anni novanta si trasferisce da Roma a Los Angeles. 
Potrebbe essere una storia di formazione come tante altre, ma non lo è perché ha una sua astrattezza quasi metafisica. 
Il romanzo parla della ferita del vivere, della sofferenza e dolore che sempre comporta e di come certi luoghi, certe realtà, inaspriscano e formino il carattere più di altri, o forse, soltanto, lo rivelino più di altri.

Particolarmente straziante è l'intermezzo che racconta della vacanza in un'isola piccolissima delle Eolie; qui il pianto delle creature è un sottofondo costante e l'impotenza della piccola protagonista di fronte a leggi ferree e immutabili, che pure aveva cercato di smuovere e cambiare, si fonde con quella dell'asina Angelina, costretta a piegarsi di fronte all'arroganza del potere maschile.

La città di Los Angeles è una forza che imprime direzione alle azioni e alla sorte dei personaggi, una presenza dalla natura bipolare, quella squallida o buia dei quartieri suburbani e quella rarefatta, quasi mistica, dei sentieri contigui al deserto, con la polvere rossa dorata e la luce che filtra attraverso le querce che a poco poco sfilacciano il "costume di gomma" - una sorta di corazza protettiva metaforica - che la protagonista si è cucita addosso. 

"Cambiò posizione, tenendo un occhio vigile sulla casa sotto di noi. Io mi aggrappavo alle radici spezzettate che sporgevano dalla terra e tiravo indietro l'amaca verso la staccionata. Una brezza calda cominciò a soffiarmi sul collo e lungo le gambe, proveniva da molte direzioni contemporaneamente. Un respiro che mi accarezzava gli angoli degli occhi, rendeva i capelli elettrici. Ascoltavo i rumori del canyon e mi sembrava, per la prima volta, di avere accesso a quella magica sensazione losangelina che Max aveva tentato di spiegarci quando eravamo arrivati, quella luce inafferrabile e incoraggiante: il luminoso invisibile. In termini hollywoodiani era l'equivalente di un colpo di fortuna improvviso, qualcosa di divino che poteva guarirti all'istante dal dolore, dallo smog e dai rifiuti subiti. Ne ero talmente affamata che spalancai gli occhi, sperando di poterne estrarre l'essenza e conservarla dentro me, da qualche parte tra gli strati del mio costume di gomma. Spinsi l'amaca contro la staccionata, con ogni oscillazione esaminavo le particelle di quella luminosità e provavo ad accovacciarmi lì dentro. Annusavo l'aria pungente e guardavo il cielo azzurro. Ma appena cercavo di catturare quella sensazione, la luce si affievoliva. Gli oggetti tornavano dentro i loro contorni e il luminoso invisibile scompariva. "Se guardi troppo da vicino vola via" aveva detto Max. E aveva ragione."

La scrittura precisa e misurata e l'ampio respiro della narrazione sono una piacevole scoperta nel panorama italiano. 

L'autrice sembra mostrare anche una certa sensibilità verso gli altri animali; sensibilità che emerge a tratti in alcune riflessioni, frasi - "Il pensiero di un vitello fatto a pezzi e cucinato in padella con la salvia e il burro mi fece subito star male e non appena cominciò a farmi effetto il Vicodin lasciai annegare quel pensiero e sprofondai di nuovo in acqua". e, in generale, nella consapevolezza di condividere la stessa vulnerabilità nell'esser vivi.