mercoledì 10 ottobre 2018

Cosa, non come

Ogni forma di lotta contro una determinata oppressione può solo prendere vita in una data epoca e non prima. Così è solo quando siamo arrivati alle catene di smontaggio dei grossi macelli di Chicago e agli allevamenti intensivi che abbiamo potuto prendere coscienza dell'orrore dello sfruttamento animale. Questo non vuol dire però che ciò che dobbiamo combattere sia solo la forma più estrema di una pratica e che basterebbe ritornare a forme di allevamento del passato, ma dovrebbe servire a mettere in discussione l'essenza della pratica in sé, a riflettere sull'aberrazione di un intero sistema che considera gli altri animali come risorse da consumare anziché individui senzienti. 
Lo svelamento dell'orrore degli intensivi e dei macelli, tramite immagini, investigazioni, documenti di vario genere, dovrebbe essere come un riflettore che illumina e mette a fuoco il nemico da colpire, non un raggio distorto che svia l'attenzione da cosa per concentrarsi sul come.

lunedì 8 ottobre 2018

La fiera degli orrori


"Queste so' quelle che ce magnamo dopo", dice uno, rivolto a suo figlio, che annuisce, ma forse non comprende fino in fondo il peso di quelle parole. 
"Queste" sono un piccolo numero di pecorelle che si fanno coraggio stando vicine tra loro, ammassate verso il punto più lontano dallo sguardo dei visitatori, protette da una staccionata e al riparo sotto a un tendone. Un riparo dalla pioggia, ma non dagli sguardi volgari di chi, in quei musetti spaventati, vede solo del "cibo" prossimo a essere consumato. 
Poco più avanti c'era lo spazio con i cavalli, tirati a lucido e dal passo apparentemente elegante, ma dallo sguardo oppresso e mortificato di chi ha dovuto subire un addestramento forzato e quindi violento. A caratteri cubitali campeggia la scritta "doma dolce" su dei cartelli affissi tutti attorno, ma anche in questo caso, come in quello di "benessere animale negli allevamenti" l'accostamento dei termini esprime una realtà ossimorica, l'inconciliabilità di due concetti. La doma è per sua natura un piegare la natura di un animale selvatico, una repressione delle sue abilità, necessità, potenzialità. E infatti lo vedevi questo cavallo, montato a turno da decine di bambini urlanti in fila uno dietro l'altro, prostrarsi di fronte al frustino e reprimere con immenso sforzo il desiderio di fuggire via, di saltare oltre quell'angusto recinto per immaginarsi altrove, a correre su verdi prati senza l'assillo di eseguire ordini di un padrone in cambio di un po' di cibo.

Ancora avanti c'era lei, una civetta con gli occhi feriti dalla luce diurna e la zampina legata, esposta come un fenomeno da baraccone ai ghigni degli astanti. 

E poi la teca dei coniglietti, cuccioli immobilizzati dalla paura e le caprette, i vitellini, tutti esseri dolcissimi spinti a divenire attori loro malgrado di un'esibizione pornografica in cui ognuno di loro vale per il peso della propria carne un tanto al chilo. 

Un evento di grandi proporzioni, questo messo in piedi dalla Coldiretti lo scorso fine settimana a Circo Massimo, un grande inganno mediatico in cui si è sfruttata vergognosamente l'innocenza dei bambini e degli animali, entrambi usati come richiamo: i primi, per indurre i genitori a portarli a fargli conoscere da vicino gli animali (gli stessi che poi, in un altro momento, saranno sgozzati e fatti a pezzi - ma questa parte, ovviamente, è stata ben tenuta nascosta), i secondi, doppiamente sfruttati: come soggetti pubblicitari dal vivo e, a seguire, come prodotti su cui lucrare.

Nel mezzo, un profluvio nonché un effluvio disgustoso di bancarelle che vendevano cibo, cioè parti di animali fatti a pezzi e prodotti derivati dal loro sfruttamento.

Una fiera degli orrori, una rappresentazione straordinaria dell'ordinaria banalità del male che è la realtà degli allevamenti, ma che ormai sempre più, nel tentativo di ripulirsi la facciata, mostra il suo lato grottesco e non si fa scrupolo di strumentalizzare l'ingenuità dei bambini.

Solo per questo io, se fossi in voi, consumatori di prodotti animali, cioè di individui violentati e fatti a pezzi, due domande me le farei.

#stoconglianimali

sabato 6 ottobre 2018

Stare con gli animali e non con gli allevatori

I termini "benessere animale" e allevamento sono inconciliabili.

Negli allevamenti, in qualsiasi allevamento, anche quello composto da dieci individui che vivono in spazi all'aperto, gli animali esistono per il solo e unico fine di essere trasformati in prodotti alimentari o di fornire prodotti alimentari.

Immaginate una comunità di persone umane che faccia nascere bambini al solo scopo di mangiarli o che allevi donne al solo scopo di farle partorire per poi prendergli il latte che sarebbe destinato al loro bambino e che quello stesso bambino gli venga sottratto per essere ucciso. Ora, anche nelle migliori condizioni, cioè nella condizione in cui queste comunità fossero provviste di ogni tipo di arricchimento (biblioteche, cinema, piscine, spazi verdi su cui giocare, cibo ottimale ecc.), ciò rappresenterebbe comunque un'aberrazione ai nostri occhi perché l'aberrazione è nella finalità dell'esistenza di tali luoghi e non nelle modalità o forma esteriore (a tal proposito vi invito a leggere un romanzo bellissimo del premio Nobel Ishiguro Kazuo dal titolo Non lasciarmi - ne ho parlato qui e qui. Non è un romanzo antispecista, ma per analogia può far comprendere benissimo il punto di vista che ho espresso qui sopra).

Perché il discorso dovrebbe cambiare se al posto delle persone umane ci mettiamo quelle non umane?

Non si può rispondere alla domanda dicendo che si tratterebbe di una strategia perché sono le strategie stesse che indicano l'obiettivo e se le strategie non chiedono l'abolizione di ciò che costituisce un'aberrazione allora non la intaccano minimamente, ma anzi, la rendono meno visibile e per questo la rafforzano.

Chi mi conosce sa che raramente critico i soggetti, ma sempre i concetti. Però questa volta, per onestà intellettuale, io devo dirlo: CIWF è un'associazione di allevatori che quindi ha tutto l'interesse nel continuare ad allevare gli animali. Una campagna promossa da CIWF è peggio che welfarista: è semplicemente conservazionista.  

Si tratta di un ombrello che mette gli allevatori al sicuro da possibili crisi dovute all'aumento di un consumo critico. Le persone vogliono ancora mangiare animali e bere latte, solo che vogliono farlo con la coscienza a posto, senza sentirsi dire che stanno sostenendo un sistema di crudeltà. E così gli allevatori gli danno quello che cercano: allevamenti senza crudeltà.

A un certo punto bisogna decidersi, o si sta con gli animali o con gli allevatori.

mercoledì 26 settembre 2018

Cosa significa allevamento intensivo?

Quando si parla di intensivi si pensa che la denominazione derivi dal numero di animali allevati, quindi la mente ricorre subito alle immagini di quei capannoni sovraffollati di individui rinchiusi in gabbie strettissime e che non hanno nemmeno uno spazietto per muoversi.

Invece: 
- intensivi sono anche gli allevamenti senza gabbie, in cui gli animali sono rinchiusi dentro un unico spazio o più spazi divisi; 
- intensivo è il metodo di allevamento, ossia il ritmo serrato e continuo di riproduzione (tramite inseminazione artificiale), svezzamento, ingrasso e deportazione al macello. E questo può avvenire anche in allevamenti di pochi individui.

Cosa voglio affermare con questo? Che ogni allevamento, al di là della tipologia, include violenza, oppressione, sfruttamento e controllo dei corpi e che comunque dire "aboliamo gli intensivi" non significa niente, è una frase priva di senso utile solo a illudere i consumatori, a trastullarli nella menzogna che possano esistere maniere migliori di allevare e uccidere animali o che possa esistere il benessere animale (di questo, ho parlato nel post precedente).

La frase "aboliamo gli intensivi" non ha senso, tecnicamente.

martedì 25 settembre 2018

La menzogna del benessere negli allevamenti


Il termine welfarismo deriva da welfare, che significa benessere e racconta una menzogna immensa, ossia che sia possibile che gli animali negli allevamenti vivano in uno stato di benessere, quando, tutt'al più, anche senza gabbie, vivranno in una condizione al limite della sopravvivenza, ossia avranno soddisfatte solo le loro esigenze basilari di essere nutriti, forse salvaguardati dal caldo eccessivo se i condizionatori funzionassero veramente a dovere (cosa che non avviene mai, in tutti gli allevamenti: sia a terra, che in gabbie, c'è un caldo infernale dato proprio dalla convivenza forzata tra tanti individui, caldo sprigionato dai corpi e, appunto, dai pessimi sistemi di aerazione).

Non ci potrà essere nessun tipo di benessere perché agli animali allevati viene negato di esprimere le loro potenzialità ed esigenze etologiche, di vivere nel loro vero habitat, di vivere gli anni che dovrebbero vivere, di sentire il sole sulla pelle (infatti gli devono somministrare la vitamina D), il vento, la pioggia, di conoscere l'alternarsi delle stagioni e del giorno e della notte.
Sono come prigionieri condannati alla reclusione forzata, solo che non hanno commesso nessun crimine se non quello di nascere in un corpo diverso da quello dell'homo sapiens.

Sono pensieri semplici, basilari, che ripetiamo da anni, ma che là fuori nessuno si prende la briga di capire veramente cosa significhino. Cosa significhi vivere da reclusi, nascere da reclusi, essere caricati su un camion a pochi mesi per andare al mattatoio. In questo orrendo ciclo di distruzione non ci potrà mai essere nessun tipo di benessere, mai. Potranno forse migliorare leggermente le condizioni legate alla sopravvivenza (cibo migliore, acqua più pulita, ambienti meno caldi, così come ci sono prigioni meno peggiori di altre), ma in nessun modo ci si potrà avvicinare a uno stato di benessere.

Se volete dare benessere agli animali allevati per essere trasformati in prodotti, smettete di considerarli prodotti, smettete di allevarli, di mangiarli. O si è soggetti o si è oggetti, non si può essere considerati a metà.

lunedì 24 settembre 2018

Il consenso condizionato

Giorni fa, in una discussione folle con un seguace del MRA (acronimo che sta per Men's Rights Activism), mi sono sentita dire che non è mai esistita storicamente l'oppressione delle donne e che il concetto stesso del patriarcato sarebbe un pensiero complottista nato dalle menti bacate di femministe acide, cieche e isteriche. 
Ho risposto riportando descrizione, abbastanza dettagliata per quanto sintetizzata, della vita che le donne conducevano fino al secolo scorso e tutt'oggi in alcuni paesi. Mi si risponde che tale vita avveniva dietro consenso femminile, che avevamo vantaggio dallo stare a casa a fare le mantenute. 

Ora, sorvolando sul fatto che venire private dell'accesso a istruzione, lavoro e ambienti esterni all'ambito domestico costituiva un danno enorme che impediva lo sviluppo delle potenzialità intellettuali delle donne, relegandole per sempre a un ruolo, psicologico e materiale, di subalternità, che esse accettavano in quanto considerato naturale, astorico e non frutto di determinate dinamiche di potere di un sesso sull'altro, mi ha colpito l'espressione "mantenute".

Vorrei quindi spendere due parole su questo luogo comune della donna che, stando a casa, cioè facendo il mestiere di casalinga, sarebbe mantenuta.
Questo luogo comune, per come la vedo io, è funzionale a rafforzare ulteriormente lo svilimento del sesso femminile: le cose che contano le fanno gli uomini, le donne fanno ciò che è considerato irrilevante, talmente irrilevante da non poter nemmeno essere considerato un lavoro vero e proprio, tanto che il mestiere di casalinga non è mai stato retribuito.

Ora, il concetto della semplicità e comodità del mestiere della casalinga è, semplicemente, falso. 
Si tratta di un lavoro faticoso e continuo da cui non si prendono mai ferie, giorni di riposo, né malattie. Culturalmente inoltre è stato associato alle qualità che fanno di una donna, di una moglie, di una madre, una buona donna. La casalinga perfetta che teneva la casa pulita, che faceva trovare la cena pronta al marito che tornava a casa dal lavoro era per antonomasia il ritratto della buona moglie. E doveva farlo con gioia, senza mai lamentarsi, come se anziché un lavoro fosse stato un passatempo gioioso di cui doveva esser grata. 
Nessuno rifletteva sul fatto che se gli uomini potevano dedicarsi alla carriera e al lavoro era anche perché venivano esonerati da tutto il lavoro quotidiano - e del tempo -  che altrimenti avrebbero dovuto spendere nell'occuparsi della manutenzione della casa, preparazione dei pasti ecc.. E, soprattutto, lasciando le donne in uno stato di dipendenza economica, potevano mantenerne il controllo.
Oggi le cose sono cambiate, non per tutte e non in ogni parte del mondo, ma persino qui nel ricco mondo occidentale siamo ben lontane dalla parità; le donne, per la maggior parte, fanno ancora lavori retribuiti in modo inferiore rispetto agli uomini e devono ancora fare i conti con quel condizionamento atavico a occuparsi in maniera preminente della casa e della cura dei bambini, impegno costante che le costringe a un'occupazione mentale cosiddetta multitasking, la quale, secondo i più recenti studi, genera uno stress non irrilevante poiché, data la mole di cose da pensare, impedisce alla mente di soffermarsi sui singoli compiti e la sovraccarica di preoccupazioni sulle tante cose da fare. Vero che oggi molti uomini aiutano in casa, ma raramente c'è una vera divisione dei compiti e questo perché resiste, nella mentalità comune, l'idea del lavoro casalingo come di un lavoro femminile per eccellenza. 
Le leggi cambiano, le donne oggi hanno accesso al lavoro e istruzione, ma gli stereotipi e i pregiudizi sul femminile sono duri da scalfire.
Comunque sia, anche quando non lavoravamo fuori casa, in nessun modo, mai siamo state "mantenute": eravamo lavoratrici non retribuite e frustrate poiché nel fare il mestiere di casalinga non c'erano riconoscimenti, non c'era carriera, non c'erano onori pubblici, c'era solo tanta fatica quotidiana non riconosciuta come tale: in poche parole, eravamo sfruttate e oppresse.

Il tipo di cui sopra mi ha fatto presente che comunque mangiavamo, avevamo protezione e un tetto sulla testa (poi eravamo anche picchiate, ma qui apriremmo un altro capitolo sulla violenza domestica, un fenomeno talmente specifico da aver appunto richiesto un'analisi e denominazione a sé); certo, anche gli schiavi erano nutriti e avevano alloggi. Ma restavano pur sempre schiavi, privati di accesso alla vita pubblica, di autodeterminazione, di possibilità di crescere ed emanciparsi come persone.
Avete presente quegli uccellini imprigionati in gabbia da tutta una vita? Se gli apri la porticina, spesso non fuggono, rimangono lì a guardare stupefatti la via di fuga, presi da un senso di panico, di stupore, di terrore. La libertà non è un atto improvviso che si può dare senza uno strumento. 
Le donne sono state private per secoli degli strumenti per vivere da individui autonomi, per questo è davvero squallido attribuirci il consenso di alcune scelte che, semplicemente, non erano scelte, ma effetti di una lunga oppressione. 
Molte ragazze ancora oggi scelgono di fare la velina o di partecipare a Miss Italia o di dedicarsi esclusivamente alla famiglia perché non hanno abbastanza stima e fiducia in loro stesse da pensare di poter fare ed essere di più.
Questo certamente è un lavoro su noi stesse che spetta a noi portare avanti. Ma è difficile se la società intorno continua a ricordarci che siamo solo oggetti sessuali, che valiamo solo per la nostra bellezza o sensualità, che non siamo portate per la matematica o altro, che siamo difettose nei ragionamenti logici, che facciamo solo cose da femmine (detto in senso spregiativo), che i nostri corpi al naturale fanno schifo, che siamo criminali se decidiamo di fermare una gravidanza, che siamo stupide, oche, cagne, vacche (ovviamente gli altri animali sono nella lista degli esseri inferiori in assoluto, anzi, nemmeno vengono riconosciuti come individui, ma solo come oggetti, prodotti, tutt'al più come soggetti appiattiti dentro un unico calderone su uno sfondo generico denominato "natura"), che possiamo sempre esercitare il "mestiere" di prostitute se cadiamo in stato di necessità (come se fosse davvero un mestiere), che, insomma, sì, siamo donne, femmine, esseri subordinati e inferiori, comunque "altro", rispetto al soggetto della storia dell'umanità per eccellenza: l'uomo. Bianco. Occidentale. Etero. Il maschio. Il macho. Da qui... il maschilismo come ideologia sottesa a tantissimi aspetti della nostra società.

Per questo c'è bisogno del femminismo. Per questo è semplicemente ridicolo parlare di "movimento per i diritti del maschi". 

Mercificazione della vita animale


Tutti gli allevamenti, per definizione, sono lager.
Sono luoghi in cui la vita animale viene progettata, manipolata, controllata al fine della sua trasformazione ultima in prodotto. 
Il concetto in sé di allevare individui e di pensarli non come tali, ma come risorse rinnovabili, costituisce un'aberrazione tanto più ingiustificabile quanto più oggi sappiamo non essere necessaria se non a far arricchire l'industria della carne.

Gli allevamenti rappresentano il culmine del capitalismo: la mercificazione della vita animale.

domenica 23 settembre 2018

Macelleria sociale


Credo che pochissime persone amino la violenza. A parte i sadici.
Il problema è che moltissime attività e pratiche di violenza all'interno della nostra società non vengono riconosciute come tali poiché sono normalizzate, naturalizzate e istituzionalizzate.

Non viene riconosciuta la violenza del dominio sugli animali all'interno di allevamenti, mattatoi, laboratori di vivisezione, zoo, circhi, delfinari, acquari, non viene riconosciuta la violenza di attività come la caccia e la pesca cosiddette "sportive", non viene riconosciuta la violenza del sistema prostituente, dei bordelli, della tratta delle schiave, non viene riconosciuta la violenza delle carceri, degli istituti psichiatrici, dei tso, dei confini tra le nazioni. E questo solo per dirne alcune tra le più evidenti e macroscopiche.

Ovunque c'è controllo dei corpi che passa attraverso i dispositivi di potere delle istituzioni, c'è anche violenza. Poi c'è quella dei singoli, ma cosa bisogna aspettarsi da individui nati in contesti di violenza?

Viviamo all'interno di una grandissima macelleria sociale e siamo tutti, a seconda dei punti di vista, vittime o aguzzini, scambiandoci i ruoli in continuazione.

Foto scattate durante il presidio NOmattatoio del 22 settembre 2018.

martedì 18 settembre 2018

La nostra voce

A molti uomini, ma anche donne, non piace il termine femminismo perché ai loro occhi assume una connotazione di suprematismo, di ribaltamento del potere. 
Ora, faccio intanto una prima osservazione, ossia, se è un ribaltamento dei ruoli e del potere che temete, significa anzitutto che riconoscente che esiste un ruolo e un potere che è preminente, quello maschile, e un altro che è subalterno, quello femminile. Vi inviterei a riflettere su questo.

La seconda è che la definizione di femminismo giunta ai più è quella distorta e funzionale a mantenere intatti i rapporti di potere del patriarcato, il quale, non appena ha appreso il sentore di un movimento che sarebbe potuto essere veramente rivoluzionario, ha lavorato per diluirlo, semplificarlo, banalizzarlo, dirottarlo verso la conquista di obiettivi più superficiali che però di nulla spostano le fondamenta e quindi denigrandone le fautrici, cioè, coloro che si fanno portatrici di determinate istanze; esattamente come sta accadendo a quello antispecista (pensate alla narrazione del vegano esaltato che secondo la massa penserebbe più a salvare un moscerino che un bambino ecc., o alla figura stereotipata dell'animalista urlatrice che amerebbe più gli animali che gli umani, analoga appunto a quella della femminista acida, brutta, che odia i maschi).

Ce n'è una terza: mi rendo altresì conto che molti uomini si sentono tirati in ballo, ma il femminismo non ce l'ha con gli uomini, bensì col maschilismo, con le dinamiche di potere patriarcali, vuole cioè sconfiggere i rapporti di potere in base al sesso. Pure il recente Metoo è stato del tutto frainteso e divulgato malissimo. Ci sono uomini che pensano che le donne vogliano denunciare chiunque, ma in realtà si parla di molestie sul lavoro nell'ambito di rapporti di lavoro gerarchici, del tipo, un datore di lavoro che fa proposte di natura sessuale alla segretaria sapendo che lei è nella posizione di essere ricattabile altrimenti perderebbe il lavoro. Rapporti di potere in base alla classe e in base al sesso, di questo parla il Metoo.

Ora, il femminismo ha questo nome perché le donne sono state una classe oppressa nei secoli e quindi è un movimento specifico che parla di questa oppressione, non la si può diluire in un generico sessismo o movimento antiviolenza. Vogliamo essere soggetti parlanti, autodeterminate, abbiano la nostra voce e parliamo di cosa significhi essere una donna oggi. Cerchiamo alleati in voi, ma questa è la nostra lotta, e il nome va benissimo così com'è.

Potete scegliere se essere nostri alleati o no.

Ringrazio Alessandro Cassano per lo spunto che mi ha offerto tramite un commento. 

Dicotomie funzionali al potere

Emotività, irrazionalità, sentimentalismo, volubilità, isteria, magia, ferinità, sono i termini con cui la narrazione del patriarcato ha da sempre dipinto il sesso femminile. Un'arma dai colori ben definiti, dicotomici rispetto al maschile che è logico, razionale, organizzato, composto, scientifico. Un'arma che una volta messa in campo viene poi usata per denigrare e svilire, per mettere su un piano subordinato rispetto al solo parametro che conti prendere in considerazione, quello dell'uomo bianco etero, fallocentrico. Lo stesso dualismo è stato usato per contrapporre l'umano all'animale, l'eterosessualità all'omosessualità, i bianchi ai neri e via dicendo in infinite sottotrame di esclusioni ed accoglienze a seconda della somiglianza al parametro fissato e stabilito una volta per sempre, ovviamente da chi ha avuto il potere di decidere e fissarlo. Sottoinsiemi che poi si legano insieme per rafforzare la reciproca subalternità, e così abbiamo donne e animali, migranti e animali, specismo e sessismo, razzismo e sessismo, razzismo e specismo e via discorrendo a seconda della prospettiva che conviene di più usare nelle narrazioni del potere.
Purtroppo questi abbinamenti non sono solo sistemici, ma anche psicologici, individuali e spesso riscontrabili anche in chi, in teoria, si propone di combatterli. Se estirparli su un piano sociale è difficile, farlo sul piano individuale lo è ancora di più perché in parte lo stesso individuale si forma dal sociale e tutti siamo, chi, in più e chi meno, contaminati dalle gerarchie e meccanismi di potere.

domenica 16 settembre 2018

Perché definirsi genericamente antisessisti non basta

"Io sono antisessista" is the new "io non sono né di destra e né di sinistra".

Ora, il termine in sé non è sbagliato, indica appunto il rifiuto della discriminazione in base al sesso, però da molti è ormai adottato per affermare che non serve essere femministi, l'importante è rispettare tutti, maschi e femmine, a prescindere dal sesso. E questo è un discorso sbagliatissimo invece perché implicitamente nega l'oppressione del patriarcato su un sesso specifico, quello femminile.
Appurato, confermato, dimostrato ogni santo giorno che viviamo invece in un sistema di potere patriarcale basato sull'oppressione di un sesso su un altro, è questo che bisogna sconfiggere, non una generica violenza individuale. Il movimento teorico e pratico che si oppone a ciò è il femminismo, non l'antissessismo.

Così come il movimento teorico che si oppone allo specismo, ossia all'oppressione degli altri animali da parte della nostra specie, è l'antispecismo e non avrebbe senso portare avanti un discorso di generico lotta alla violenza senza indicarne le motivazioni e la maniera in cui è agita. Questo discorso si potrà fare quando due soggetti, umano e animale, uomo e donna, saranno materialmente sullo stesso piano. 
Invece animali umani e non, donne e uomini, non sono affatto sullo stesso piano, giacché i primi sono oppressi dai secondi. 
Quindi bisogna prima sradicare le strutture di potere e le sovrastrutture culturale funzionali all'oppressione, dopodiché si potrà parlare e affrontare i casi di violenza individuale - ossia non generati dal sistema di oppressione che agisce su precise categorie di persone, umane e non - che ledono il rispetto di altri individui. Forse allora si potrà parlare di antisessismo.

Lo so che il termine femminismo a molti fa storcere il naso e questo perché non si ha chiara la storia di questo movimento, la sua definizione, cosa combatte.

sabato 15 settembre 2018

Patriarcato e specismo

Molte persone non capiscono il femminismo perché non capiscono il patriarcato. 
Il patriarcato è un sistema storico-sociale di oppressione di un sesso su un altro, e non il comportamento cattivo individuale di alcuni singoli. 
Così come lo specismo è un sistema storico-sociale di oppressione degli altri animali e non il comportamento cattivo di alcuni singoli che odiano gli animali.

Che poi su questo sistema si siano innestati discriminazioni, stereotipi, luoghi comuni e fatti culturali è un altro discorso che rafforza semmai l'oppressione storica, ma non la spiega.

Il patriarcato, per dirla con le parole di una mia amica, è una costruzione sociale di rapporti di potere. 

venerdì 14 settembre 2018

Sulla mia pelle


Sulla mia pelle racconta l'ultima settimana di vita di Stefano Cucchi a partire dalla nottata del suo arresto. 
Protagonista assoluto del film è il corpo di Stefano. È il suo corpo piegato in due dal dolore che occupa lo schermo, ed è ai lunghi primi piani sul suo volto tumefatto, ripresi da svariate angolature, insieme ai rantoli che accompagnano pochi e scarni dialoghi, che è affidata la narrazione. Una narrazione fisica che si fa strada in mezzo all'indifferenza della burocrazia per arrivare alla verità. 
La verità dei corpi, l'unica che non può essere negata, che non può essere sviata, che non ha bisogno di interpretazioni e letture. E soprattutto è un film sulla verità dell'esercizio del Potere, che è sempre un biopotere, ossia sui corpi.

Quando si percorrono certi corridoi oscuri, quando si viene fatti entrare a forza dentro certe stanze, quando la porta si chiude, quando si resta invischiati nelle maglie di un Potere che a volte è imperscrutabile, per dirla con Kafka, ma altre invece ha un volto umano e ben riconoscibile, si può solo sperare di uscirne disintegrati solo nello spirito. Non così è andata per Stefano, che da quelle stanze è uscito solo da morto, e solo, senza nemmeno il conforto di poter vedere i suoi familiari.

Se non fosse stata per la tenacia della sorella di Stefano questo caso sarebbe stato uno dei tanti, archiviato insieme alle tanti morti che avvengono in carcere o in custodia cautelare. Purtroppo non tutti hanno mezzi, forza e coraggio per andare avanti in un sistema che comunque sia tende sempre a proteggere chi detiene il potere e ad abbandonare le vittime.

Ottima recitazione di Alessandro Borghi, molto fisica e capace di rendere benissimo il dolore e la solitudine.

Sulla mia pelle, regia di Alessio Cremonini, è al cinema e anche su Netflix.

mercoledì 12 settembre 2018

L'abuso è nell'uso

L'abuso è nell'uso.

Di recente ho letto un libro, un saggio/testimonianza scritto da un'ex prostituta, che racconta nel dettaglio come funziona il sistema prostituente e la violenza insita in quel "mondo", così come nell'industria del porno, legata ad esso a doppio filo (Rachel Moran, Stupro a pagamento!, ne ho parlato qui).

Una cosa mi ha colpito ed è un concetto abbastanza semplice da comprendere, una volta inquadrato nella giusta prospettiva e che sintetizzerò nell'espressione "o si è oggetti o si è soggetti".

Il punto è che quando si entra nel sistema prostituente si perde totalmente il controllo e possesso del proprio corpo (quindi anche la presunta libertà di scelta), che diventa così un contenitore d'uso. Da quel momento in poi si cessa di essere soggetti e si spalanca la porta per ogni genere di violenza. Perché mai il cliente dovrebbe preoccuparsi di non ferire, svilire, umiliare, usare brutalmente (quasi sempre in modi difficili da immaginare se non si leggono le testimonianze di chi di quel sistema è stata vittima per anni) e di non usare violenza cosiddetta aggiuntiva su quei corpi che sono solo merce?

Ecco, lo stesso identico meccanismo avviene all'interno degli allevamenti e dei mattatoi: animali percepiti come oggetti, considerati già oggetti prima ancora di venire al mondo, diventano solo pezzi di carne da usare nel modo più economicamente conveniente possibile e da controllare e dominare nel modo più sbrigativo affinché non creino problemi agli addetti ai lavori; ora, si dà il caso che gli animali si ribellino, che scalcino, che si rifiutino di essere trattati come merci e quindi maggiore sarà la loro resistenza, maggiore cadrà su di loro la repressione brutale.

O si è oggetti o si è soggetti. Non esistono mele marce all'interno di strutture come allevamenti e mattatoi, laboratori di vivisezione, bordelli o altre dispositivi di biopotere, sono le strutture, i dispositivi stessi di controllo a essere marci e a diventare contenitori di violenza senza limite perché devono funzionare proprio come strumenti per annichilire ogni residuo di individualità, identità e dignità. O si è oggetti o si è soggetti. Per legittimare il mattatoio, bisogna che gli animali siano considerati e trattati come oggetti; così come per legittimare il sistema prostituente bisogna che una parte di donne sia considerata come un oggetto su cui sfogare i propri istinti di dominio sessuale, pratica che va a detrimento non solo delle vittime, ma dell'intero genere femminile, che difatti, anche se in misura minore, è sempre ridotto a oggetto sessuale.

Femmine e animali, ancora una volta le analogie mi sorprendono. Non a caso Rachel Moran parla di "carne da macello" riferendosi a ciò che avviene dentro a bordelli legalizzati della civile Germania.

giovedì 6 settembre 2018

Essere realisti: cioè, realizzare, far diventare realtà

C'è differenza tra il fatto che sia il sistema a introdurre delle riforme welfaristiche poiché avverte pressione politica in seguito a determinate richieste radicali, e tra il fatto che invece siano le stesse associazioni o parte del movimento a chiederle. Nel primo caso abbiamo una risposta, una reazione, nel secondo significa semplicemente aver tirato i remi in barca poiché ci si è accorti che la strada da fare è troppo lunga e ci si è messi in una posizione rinunciataria. 
Vero che la liberazione animale non potrà avvenire che per gradi, ma questi gradi non devono avvenire tramite negoziazioni che accontentano le aziende senza colpo ferire.

Le rivoluzioni si spengono quando gli obiettivi da conquistare sembrano troppo audaci e troppo di là a venire nel tempo, ma la capacità di immaginare una società diversa e di mettere in campo OGGI strategie atte ad attuarla - strategie che non siano però basate sui limiti della contingenza, ma volte a ostacolare e superare questi limiti - sono e sono stati i presupposti fondamentali di ogni rivoluzioni. I limiti bisogna superarli, arginarli, combatterli, non accettarli come dati di fatto atemporali e astorici.

La frase "bisogna essere realisti" viene quasi sempre recepita con un significato errato. Essere realisti dovrebbe significare conoscere come funziona il sistema per poterlo combattere in modo efficace, non rinunciare a combattere in modo radicale data la complessità della realtà. 
Se ci troviamo a dover scalare una montagna ardua, il realismo non dovrebbe consistere nel porci obiettivi a metà strada, ma nello studiare bene tutto il percorso e prepararci fisicamente e psicologicamente per affrontarlo.
Nel suo significato può profondo la frase "essere realisti" non può che voler dire una sola cosa: attiviamoci per REALIZZARE ciò che vogliamo. Che è tutto il contrario del fare poco per paura di non riuscire a fare di più. 

lunedì 3 settembre 2018

Dove nasce la rabbia

Nel privato mi confronto con alcuni uomini sinceramente interessati al femminismo. Non quelli del "not all men, bla bla bla", ma quelli che davvero si pongono in ascolto per capire. Mi chiedono il perché di questa rabbia che viene fuori. Ne sono spaventati, forse? Ovvio, nella misura in cui si è spaventati di qualcosa che non si conosce, non si comprende. Hanno paura magari di perdere amiche, sorelle, compagne. Magari ci hanno viste remissive e dolci e pazienti per tutta una vita e poi improvvisamente cambiamo.
Provo ad accennare il perché di questa rabbia, per quanto mi riguarda almeno.

Non è facile spiegare a chi non è donna dove nasce e perché. La condizione di oppressione si può spiegare nelle sue manifestazioni più evidenti, ma per quel che si prova nel profondo non basta l'empatia. Bisogna essere donne per capirla.

È molto difficile, ad esempio, farvi capire come ci sentiamo noi donne ogni giorno a essere considerate come oggetti sessuali e va da sé che quando attorno a te vedi l'immagine di te stessa, in quanto donna, oggettificata e moltiplicata all'infinito - e realizzi che questo è proprio ciò che sancisce la tua inferiorità - finisci per sentirti svilita in ogni momento. 
Esattamente come l'animale fatto a pezzi nella vaschetta di polistirolo sparisce come individuo e diventa prodotto, cioè un referente assente, così la donna che compare nelle pubblicità, nei media, sui manifesti giganti nelle strade, nell'arte, nella fotografia, ovunque - e realmente, fisicamente usata come oggetto nel sistema prostituente e industria del porno - , non è più un individuo, ma un oggetto funzionale allo sguardo e desiderio maschile. Ed è questo che sancisce la sua inferiorità, giacché non si può essere soggetti se si è oggetti.
O si è individui o si è oggetti. Non si può essere entrambi. 
L'oggettificazione a volte può essere sottile, può perfino passare per adorazione. Quando ci dite che siamo creature superiori e che la femminilità è qualcosa cui non si può rinunciare, ci state ancora riducendo a oggetto, a qualcosa che la cultura patriarcale, maschile, ha definito per noi, comunque in alterità al maschio. Quando ci parlate del femminile, come se fosse una serie di attributi naturali, ci state offendendo. Non esiste il femminile, non esiste roba da femmine, libri da femmine, interessi da femmine: proprie questi sono i limiti della nostra libertà e realizzazione in quanto individui, ciò che ha compresso e imbrigliato le nostre potenzialità e plasmato le nostre identità. Di questa profonda oppressione (tutta la cultura è maschile) noi portiamo i segni perché è ciò che ci ha definito come donne e in quanto donne. E abbiamo interiorizzato così nel profondo questi limiti che li abbiamo fatti nostri. Esattamente come il cane che conosciamo oggi è il frutto di secoli di domesticazione che hanno represso e modificato la sua natura più profonda, allo stesso modo il nostro essere individui come voi, solo con un sesso diverso, è stato represso nel profondo e ci sono stati appiccicati addosso ruoli e caratteristiche che attraverso l'educazione e di generazione e in generazione ci hanno definito come alterità femminile. La socializzazione differenziata non ha permesso lo sviluppo pieno delle nostre totali potenzialità di individui e fatichiamo enormemente per riappropriarcene. E questo è il motivo vero per cui moltissime donne stesse non comprendono il femminismo e, anzi, lo avversano profondamente, facendole diventare maschiliste. Gli resistono. Così come il paziente resiste nel voler sciogliere i blocchi profondi della sua psiche o così come il malato spesso resiste alla guarigione perché è ciò in cui si è identificato per tutta la vita, ciò che magari lo ha reso diverso rispetto agli altri. Molte sorelle hanno creduto talmente tanto nel vestitino da femmine che gli è stato cucito addosso che non vogliono più toglierselo (esattamente come le donne islamiche non vogliono rinunciare al velo, esso è diventato parte integrante della loro identità). E specularmente accade lo stesso agli uomini: compressi entro determinati ruoli che hanno definito la loro mascolinità, hanno paura di rinunciarci poiché ciò significherebbe destrutturare parte della loro identità e lavorare per costruirne una nuova. E lo stesso accade a proposito della nostra specie la cui umanità è stata definita in opposizione all'animalità. 
Il femminismo è doloroso, è un percorso faticoso perché significa rinunciare a parte della nostra identità così come si è costituita nei secoli.

Quindi, prendendo coscienza graduale di ciò, la nostra rabbia, più che giustificata, si manifesta. È una rabbia atavica che nasce da secoli di oppressione, naturalizzazione di un'oppressione in realtà materiale e politica, da presa per i fondelli riguardo un'apparente parità. Ma quale parità se ancora appunto siamo oggetti e non soggetti? Ci avete reso oggetti, ci avete mutilato, bruciato sui roghi, costrette a casa, proibito di studiare e quando l'abbiamo fatto ci avete fatto credere che certe branche del sapere non sono per noi, non ci saremmo portate e ci avete indirizzato ancora una volta verso ruoli subalterni. E ci arrabbiamo ancora di più quando voi vorreste definire i termini della nostra liberazione e ci dite come il femminismo dovrebbe o non dovrebbe essere. Potete accompagnarci, ascoltarci, sostenerci, ma non siamo disposte a lasciare ancora una volta nelle vostre mani i ruoli che contano per poi accontentarci delle briciole o di concessioni che però non cambiano di una virgola la nostra condizione di oppresse.

La nostra condizione qui in occidente è ovviamente meno evidente nella sua oppressione perché apparentemente siamo libere. Ma, come spiegavo sopra, l'oggettificazione che subiamo continuamente è un modo molto sottile di sancire ancora una volta la nostra inferiorità e di opprimerci. La maniera in cui il patriarcato continua a opprimerci ancora qui in occidente è attraverso il choice feminism, ossia facendoci credere che oggettivarci, lasciarci usare, tornare ai condizionamenti di una volta come stare a casa, fare e dedicarsi ai figli per realizzarsi, dedicarci alla cura come propensione naturale che avremmo e persino prostituirsi possa essere una libera scelta (molti uomini va da sé che difendano la prostituzione perché ne traggono benefici, illudendosi che sia davvero una libera scelta. Ma, a parte che lo è per pochissime, comunque la presunta libertà finisce nel momento in cui ci si oggettifica poiché appunto si perde automaticamente il proprio status di soggetto che negozia. Di questo parla molto approfonditamente Rachel Moran nel suo libro Stupro a pagamento! Ne ho accennato qui. Libertà e oggettificazione sessuale non collimano. Sono termini autoescludentisi a vicenda). Facendoci credere che continuare a indossare il vestitino della femminilità sia bello, gratificante, sia ciò che vogliamo realmente anche noi. Il modo migliore per schiavizzare qualcuno è fargli credere che non lo sia, che abbia scelto (esattamente come ci illudiamo di essere liberi perché possiamo scegliere tra tanti oggetti disponibili nei centri commerciali. Ma di questo bisognerebbe scrivere un post a parte).
Chi si oggettifica consapevolmente, o meglio, illudendosi di poterne negoziare i termini, non capisce fino in fondo cosa significhi rendersi oggetto e abdicare alla propria individualità. Costoro si illudono di poter scindere la loro personalità: oggetti per lavoro o in qualsiasi altra sfera della propria vita e poi riconosciute come soggetti quando lo decidono loro. Non è così che funziona, quando si viene oggettificate, tutto il resto è compresso in quella riduzione. E nel momento in cui diventi oggetto, non è che puoi dire all'altro fin dove può considerarti tale. Lo sei e basta.
Immaginate la mucca che viene sfruttata come se fosse una macchina per dare il latte. Essa rimane macchina, sempre, anche se in apparenza qualcuno le dà il nome e le dice che prova affetto per lei. Quel qualcuno, nell'usarla, ribadisce comunque a tutti i livelli la sua inferiorità, anche perché i termini del contratto d'uso non sono negoziabili da lei, ma solo da chi la sfrutta.
Così è per le donne. Non si può essere soggetti ed oggetti allo stesso tempo. E oggettificarsi, rendersi oggetto, sancisce la nostra inferiorità.

domenica 2 settembre 2018

Sexage: se lo conosci, lo eviti

La cultura patriarcale si rafforza anche tramite la diffusione e mantenimento di espressioni apparentemente innocue. Per esempio quando si dice "darla", in riferimento a una donna, si ribadisce implicitamente il messaggio che essa, in questa società, non abbia che una cosa da poter dare, cioè il sesso. Difatti l'oggetto non è nemmeno specificato. "Datela!". Come a dire, cos'altro potrebbe dare una donna se non quella?

Ricordo che mio padre da ragazzina mi diceva: "stai attenta, i ragazzi in questo periodo della loro vita (ma forse avrebbe dovuto dirmi "gli uomini in generale per tutta la loro vita") cercano solo una cosa. Per quanto siano gentili ecc., è sempre e solo una cosa che vogliono". 
Ora, per quanto capisca le sue buone intenzioni di allora, ossia proteggermi, e per quanto questa cosa qui non abbia contribuito granché alla formazione della mia autostima di allora (il messaggio recepito era: se tanto cercano solo quello, che mi affanno a fare a diventare e fare altro?), se non altro mi rese abbastanza cosciente del modo in cui la società vede le donne e come questi modi vengano trasmessi di generazione in generazione, proprio all'interno della famiglia, tramite l'educazione.

Perché racconto questa cosa, chiamiamolo pure aneddoto personale? Non certo per parlare di me, ma come spunto per dire che il maschilismo e il patriarcato trovano i loro modi di sopravvivere innanzitutto all'interno delle dinamiche familiari, per poi trovare conferma all'esterno, nella scuola e società.

Se vogliamo cambiare le cose, dobbiamo guardare ANCHE al privato, per poi portarlo all'esterno e farlo diventare politico. Per creare eserciti di donne consapevoli bisogna anche parlare di cosa avviene all'interno delle famiglie, di come ci si relaziona, delle cose che si dicono, di come vengono cresciuti maschietti e femminucce (anche con l'ausilio dei giochi differenziati), educati, repressi, ora in un modo, ora in un altro. 
Certamente l'educazione e la civiltà comportano sempre soppressione degli istinti, ma coloro che ne traggono maggior svantaggio sono le femmine perché vengono ancora cresciute e formate non già per diventare individui, ma appunto femmine, donne, la controparte maschile, che è il solo vero individuo che conta nella società.

P.S.: a scanso di equivoci, dato l'alto tasso di analfabetismo funzionale che purtroppo riscontro sui social, non sto mettendo in discussione la natura attrazione sessuale tra uomo e donna, ma la riduzione della donna al suo sesso. Concetto di cui da poco ho appreso esistere un termine: sexage. Cliccando sul nome vi rimando alla lettura dell'ottimo articolo che spiega cosa sia, dal blog Alle donne piace soffrire.

Il narcisista patologico: se lo conosci, lo eviti

E poi c'è quello che si mostra sensibile, delicato, spirituale, colto, intellettuale e che fa la vittima perché tutte le donne, poverino, lo lasciano. Chissà come mai, se lui è così affascinante, attento, amante perfetto? Ah, la colpa deve essere per forza delle donne che non lo capiscono, non sanno che tesoro egli sia, donne ovviamente insensibili, ciniche, promiscue. 
Attenzione ai tipi così, sono spesso narcisisti patologici, pericolosissimi. Ti accalappiano con la lusinga, facendoti credere che tu sì che sei una donna vera, che lo capisce, mica come le altre. Ti fanno credere di essere speciale e quando ci hai creduto e ti senti fortunata per questo, per essere stata prescelta da siffatto uomo altrettanto speciale, iniziano a rivelarsi per quello che sono, a mandare messaggi impliciti per far capire cosa dovresti realmente fare per continuare a farti amare e poi si rivelano per dei pezzi di merda orribili e finalmente si capisce perché tutte le altre donne lo abbiano lasciato. Ma niente, lui continua a pensare che la colpa sia delle donne, mica sua.

Narcisisti patologici, tutte ne abbiamo incontrato almeno uno nel corso della nostra vita, o almeno con alcuni tratti di suddetta personalità. Se siamo state fortunate, siamo qui a raccontarlo, altrimenti siamo una delle tante vittime della violenza e dell'annichilimento della propria individualità.

Io ho avuto una storia di due anni con un tipo simile, la cosa peggiore è che queste persone non cambiano perché è molto difficile che capiscano di essere malate. Per esistere hanno bisogno di svilire e degradare l'altro perché solo innalzando se stessi su un piedistallo artificiale, che costituisce il loro io, curano la ferita narcisistica.

Fate attenzione a quegli uomini che si pongono come vittime e che mandano messaggi in cui implicitamente dicono come dovreste essere. Spesso attuano un modo molto sottile di manipolazione, cioè dicono cose di te che non sono affatto vere, del tipo: perché tu sei così e colà e questo mi piace. Succede così che la vittima, pur sapendo di non essere così, per aderire a quell'ideale che il narcisista pensa di aver trovato in lei, si sforzi di diventare nel modo in cui egli vuole che sia, perdendo a poco a poco pezzi della sua autostima e individualità.

Attenzione perché le relazioni con i narcisisti patologici non sono solo quelle sentimentali o sessuali, ma anche sul lavoro. Collaborare con persone così diventa molto difficile e stressante. Sono persone che sviliscono il lavoro altrui per meglio far emergere il proprio.

P.S.: ovviamente le vittime prescelte da tali tipi sono persone insicure, con scarsa autostima; così che lui può far leva su questo loro punto debole, lusingandole, per poi, dopo averle innalzate, scaraventarle a terra facendole sentire un niente. Il narcisista patologico dà e toglie ossigeno per creare una dipendenza affettiva. 
La cura è coltivare la propria individualità, lavorare sulla propria autostima. Un lavoro che per noi donne non finisce mai perché tutte, in qualche misura, abbiamo interiorizzato la condizione di subalternità in cui ci ha relegato il patriarcato.

Consapevolezza e lavoro duro su noi stesse è la chiave. Per questo dobbiamo essere tutte femministe e solidali. Cioè, studiare innanzitutto il femminismo. 

Del narcisismo patologico avevo parlato anche qui, a proposito del film Mon Roi.

venerdì 31 agosto 2018

Analogie tra femminismo e antispecismo

Un'altra riflessione che sto facendo in questi giorni è questa. 
Leggendo la storia dei movimenti femministi ci si rende conto di come noi donne abbiamo ottenuto dei risultati solo quando ci siamo unite come movimento politico capace di sollevarsi per fare determinate richieste. Il potenziale di questo movimento politico forte verso cui stavano convergendo le donne oppresse da tutto il mondo (sebbene con divergenze interne perché comunque, per esempio, la maniera in cui erano oppresse le donne nere è diversa da quella in cui lo erano le bianche in quanto le prime subivano una duplice oppressione; ed è così tutt'oggi: le donne migranti che fuggono da regimi totalitari, guerre ecc. sono più oppresse di come lo siamo noi perché oltre al patriarcato devono combattere anche povertà ecc.) non è passato inosservato e così tutto il sistema della classe maschile che detiene certi privilegi ha fatto in modo di dirottare il movimento verso la richiesta di alcune istanze più superficiali: ha concesso un certo grado di libertà di costume alle donne inducendole a credere di essere ormai sulla strada della liberazione e soprattutto ha lavorato per ricondurle a una dimensione di lotta individuale, chiamata "emancipazione femminile". In questo modo il movimento ha perso forza perché gli individui che lottano singolarmente come monadi disinserite dagli ingranaggi di cui invece sono parte, al massimo possono avere l'illusione di fare delle scelte autonome, ma non si rendono conto che queste scelte sono invece pilotate dall'alto e che il loro margine di azione è estremamente limitato.

Ora, se ci pensate bene, la stessa cosa accade al movimento per la liberazione animale. L'unico modo per ottenere dei risultati sarebbe unirci come movimento politico (non partitico) che lotta contro l'oppressione degli altri animali, anche cercando alleati negli altri movimenti che lottano contro la loro specifica oppressione e facendogli capire le radici comuni di tutte le forme di oppressione. Ma il sistema lo sa che questo sarebbe pericoloso e quindi cosa fa? Disinnesca il potenziale esplosivo dell'antispecismo e lo riduce al solo veganismo come scelta individuale, ossia facendo credere che basti fare proselitismo vegano per ottenere risultati, così facendoci perdere tantissime energie e tempo. Ci fa pedalare a vuoto.

Ora, così come il femminismo non si gioca solo nel privato chiedendo al compagno di lavare i piatti, ma facendo richieste politiche forti che erodano e sconquassino le fondamenta, ossia il vero terreno di scontro del potere di controllo dei nostri corpi, allo stesso modo la liberazione animale non si gioca a tavola facendo diventare vegana la zia, ma sottraendo potere a chi trae vantaggio dal loro sfruttamento.

Riflessioni sul movimento antispecista o animalista che dir si voglia

Se uno dice che il welfarismo, le concessioni del sistema, l'aumento di prodotti vegani sugli scaffali non faranno altro che rafforzare il sistema stesso, non sta dividendo il movimento, sta solo cercando di capire a che punto siamo arrivati.

Chi sta veramente dividendo il sistema è chi chiede riforme welfaristiche, appoggia le grandi multinazionali e fa campagne insieme ai produttori di alimenti derivati dallo sfruttamento animale perché fa passare il resto degli attivisti che si oppone a tutto ciò come estremisti e fanatici. Chi sta veramente dividendo il movimento è chi manda messaggi blandi, diluiti, annacquati per racimolare più fondi possibili; il che andrebbe anche bene se poi con questi fondi non ci si facessero richieste welfariste che non spostano di una virgola le fondamenta su cui è costruito lo sfruttamento animale (di animali umani compresi).

Abbiamo un grosso problema perché è vero che il movimento è diviso, ma è diviso da chi pensa che il welfarismo e il proselitismo vegano possano veramente essere un obiettivo perseguibile. 
Ora, anche io sempre pensato che fosse necessario allargare la massa per poi passare a richieste più significative, ma abbiamo bisogno di una massa che si interroghi sui meccanismi politici che fanno funzionare la società, non di un aumento di persone che agisce a caso, purché sia. 
Ho passato anche io una fase di ingenua illusione in cui ero convinta che bastasse parlare alle persone del veganismo per portarle a combattere l'oppressione degli animali o che bastasse mostrare l'esistenza di opzioni vegan per normalizzare una scelta etica. Ma non è così. E non lo è perché l'oppressione degli animali non è una prassi dovuta all'ignoranza o all'assenza di empatia o perché non si conoscono abbastanza gli animali. Certamente ci sono anche questi fattori, ma sono collaterali, sono effetti, più che cause. L'oppressione degli altri animali, così come quella delle donne o altre minoranze, è dovuta al fatto che tutta la nostra civiltà è costruita in relazione dialettica con un unico soggetto vincente che è l'uomo bianco occidentale e tutto il resto, natura, donne, animali, neri diventa un'alterità da opprimere e controllare, spogliata di individualità e fatta esistere (e allevata, educata per questo fine) solo in funzione del mantenimento di questo status quo. Esiste una dialettica di potere e questa dialettica è ciò che produce un soggetto che ha potere e un oggetto da modellare a piacimento per rafforzare e mantenere questo potere.
Io sono arrivata a capire queste cose. Forse mi sbaglio, forse tra qualche anno arriverò a pensieri ancora diversi. Ma l'importante è continuare a mettere e mettersi sempre in discussione. Condivido con voi queste riflessioni con umiltà, nel solo ed unico interesse di non sprecare la mia vita, ma di fare qualcosa di utile.
A chi in questi giorni mi sta sbeffeggiando dandomi dell'antispecista dura e pura, dico soltanto che tutto ciò che scrivo e dico lo faccio per provare a crescere come movimento e perché da sempre mi interessa solo una cosa: la giustizia per tutti.

P.S.: per inciso, se si trova più facilmente cibo vegano, egoisticamente posso trarne vantaggio. Cioè, penso, ok, posso fare colazione al bar come tutti quanti, posso andare in pizzeria e chiedere il mio menu vegan, ma questo non ha nulla a che fare con la liberazione animale. Nulla. Questo è solo interesse delle aziende ad allargare la vendita con altri prodotti che verranno comprati non solo dai vegani, ma anche da chi vuole mangiare con meno grassi, vuole provare alternative o ha allergie. E se pensate che le multinazionali non siano un problema forse non avete ben chiaro i modi in cui agiscono. Comprano tutto, anche servizi in appalto dello stato, controllano i media, le banche, la politica partitica, diventano stati dentro lo stato e si sostituiscono ad esso. Le guerre e tutto il marcio che c'è nel mondo vengono fatte per mantenere le lobby delle armi, la politica statunitense è funzionale al controllo economico del mondo. E questi sono solo particolari, per quanto mastodontici. La storia del mondo è la storia di una lunga oppressione e questa oppressione è soppressione di infinite individualità che vengono appiattite e diventano funzioni, ingranaggi di macchine di potere giganteschi di cui è difficile comprenderne confini e limiti. Dobbiamo studiare questo, ossia come come poter essere minimamente d'impatto in questo mastodontica tragedia che è la storia della civiltà.

giovedì 30 agosto 2018

Movimenti di liberazione

Più studio gli altri movimenti e più mi rendo conto di quanto stiamo prendendo strade sbagliate, tra welfarismo, riformismo dei piccoli passi e opzioni vegan. 
Purtroppo, come movimento, soffriamo ancora di un sentimento di inferiorità, come se la liberazione animale, da sola, non fosse una questione abbastanza importante da affrontarsi. Sentiamo sempre l'esigenza di accompagnarla ad altre lotte e non per fare legittime analogie costruttive o per trovare alleati, ma proprio per conferirle una sua dignità che altrimenti si è convinti non avrebbe. 
La stessa cosa accade nel femminismo. Sembra che le questioni che riguardano le donne - che sono una vera classe oppressa in base al sesso - debbano sempre venire dopo di altre, ben più urgenti. 
Invece è molto importante che ogni parte oppressa si organizzi intorno alla propria oppressione ritenendola assolutamente prioritaria. 
Ora, per gli animali, dobbiamo farlo noi, non tanto perché non sono capaci di resistere e ribellarsi, ma perché purtroppo gli viene negata ogni possibilità di negoziazione. Il Potere parla la lingua dei dominanti e non ascolta le altre.

Nel combattere le proprie battaglie non si può però non tener conto del contesto globale dell'oppressione, cioè non capire come funziona e come agisce. Non ci si può fermare ai suoi aspetti più superficiali facendo richieste che, se ottenute, non intaccherebbero minimamente le fondamenta della società, quelle fondamenta su cui e grazie alle quali si erge il dominio.

Quindi, spendere tantissime energie nell'ottenere qualche legge, provvedimento o qualsiasi cosa che purtuttavia lascerebbe inalterato il paradigma profondo entro il quale avvengono le discriminazioni e oppressioni, è non solo inutile, ma anche dannoso.

Ci hanno detto: avete ottenuto il diritto al voto, potete studiare, uscire, fare sesso con chi vi pare, cos'altro volete?

Che è l'equivalente di: avete opzioni vegan, le gabbie sono più grandi, c'è il benessere animale, la macellazione è fatta previo stordimento e quindi è etica, cos'altro pretendete?

Pretendiamo la messa in discussione radicale della società così come è. Che ogni essere vivente sia considerato come individuo e non come maschio o femmina, cane o maiale, cioè entro categorie preordinate e funzionali al mantenimento dello status quo.

Cambiare il sistema stando dentro al sistema con gli strumenti offerti da esso (come la televisione o il voto) è un'illusione perché ovviamente tutto ciò che esso offre è funzionale al mantenimento del suo status quo.

martedì 28 agosto 2018

Il circo è violenza


Questa immagine di un elefante scappato da un circo che assapora il mare, probabilmente per la prima volta, si aggiunge alla lunghissima lista dei casi di ribellione degli animali che fuggono dai luoghi di prigionia, così come ad altri che raccontano di deliberate azioni vendicative nei confronti dei loro aguzzini.
Storie come queste dovrebbero farci riflettere sulla consapevolezza che questi individui hanno di essere schiavi e prigionieri e quindi indurci a lottare per la loro libertà, quanto meno smettendo di finanziare questi orribili spettacoli frutto di schiavitù, violenza fisica e coercizione psicologica. 
Mi accorgo invece di quanto, come umanità, abbiamo raggiunto livelli di brutalità mai visti prima. C'è un video che mostra questo elefante attorniato da persone urlanti che si fanno i selfie, che ridono, sghignazzano, fanno battute. Uno spettacolo indegno.
Di fronte allo spettacolo della nostra cattiveria raccontato attraverso lo sguardo di un elefante che per la prima volta vede il mare, dovremmo solo vergognarci, ammutolirci, inchinarci, e andare via in silenzio.


P.S.: pare che l'elefante non fosse scappato, ma che i proprietari del circo lo abbiano fatto uscire di proposito a scopo promozionale. Nulla cambia di quanto scritto sopra, infatti sono comunque numerosi i casi di ribellione animale, riportati dalle cronache e non. 

Anzi, il fatto che lo usino a scopo promozionale aggiunge solo crudeltà alla crudeltà: fargli assaporare la libertà per pochi minuti al giorno per poi riportarlo in gabbia e costringerlo a eseguire umilianti esercizi contro la sua natura etologica è veramente quanto di peggio si possa fare a un individuo.

Foto di Anna Laura Letto.

lunedì 27 agosto 2018

The Hunting Ground


The Hunting Ground è un agghiacciante documentario sugli stupri nei campus universitari. 
Agghiacciante per due motivi; intanto per la casistica: in ogni campus ci sono all'incirca più di cento casi tra stupro e tentativi di stupro ogni anno (e parliamo solo di quelli denunciati); e poi per la totale omertà del personale universitario e delle istituzioni che non solo non danno alcun sostegno alle vittime e le scoraggiano dal denunciare, ma non prendono alcun provvedimento di espulsione dei predatori nemmeno in caso di conclamata ammissione del reato su più di una vittima, ossia nel caso in cui si ha a che fare con predatori seriali. Nel mantenere l'omertà concorrono vari motivi: i predatori spesso sono ragazzi che fanno parte di confraternite prestigiose o di atleti molto in vista, fiore all'occhiello delle università e da cui escono le promesse del football a livello nazionale; le università non vogliono scandali pubblici perché perderebbero fondi e numero di iscritti, nonché prestigio; gran parte dei fondi provengono da ex studenti divenuti facoltosi uomini d'affari, imprenditori, professionisti ecc., membri di confraternite che di generazione in generazione mandano i loro figli a studiare presso suddetti istituti.
Nel documentario sono state intervistate decine di ragazze vittime di stupro o tentato stupro e tutte hanno raccontato che il trattamento subito da parte delle istituzioni e del personale universitario è stato persino peggiore dello stupro in sé. Abbandonate a loro stesse, senza alcun sostegno legale e psicologico, addirittura non credute, bulleggiate, minacciate e colpevolizzate. Di conseguenza altre ragazze, vedendo come sono trattate le poche vittime che trovano il coraggio di denunciare, sono scoraggiate dal denunciare esse stesse e dall'esporsi.
Alcuni anni fa, due ragazze vittime di stupro hanno deciso di creare una rete di supporto tra le varie università per fornire assistenza alle vittime e incoraggiarle a denunciare. Appellandosi al IX emendamento sul reato di discriminazione degli studenti (di fatto, se il predatore non viene allontanato dal campus, la vittima è obbligata a incontrarlo, è bulleggiata, minacciata e perseguitata dagli amici del predatore, non riceve il giusto sostegno, si sente in pericolo costante e quindi non è messa nelle condizioni di poter studiare e seguire i corsi serenamente), hanno sollevato un polverone mediatico e politico e sono riuscite a far aprire diverse indagini per stupro in diverse università, ma le cose non sono ancora cambiate. In ogni campus, solo due o tre predatori su circa 200 vengono di fatto condannati a piccole multe o espulsi, ma solo dopo aver terminato il corso di studi o aver completato la stagione sportiva. 
Nessun provvedimento serio viene preso contro gli stupratori, così che sapendo di potersela cavare con la totale impunità o al massimo una lavata di capo (espulsione di un giorno soltanto, pagamento di una modesta somma, qualche giorno di lavori socialmente utili, quando va bene, ma quasi sempre senza nulla di tutto ciò poiché semplicemente il caso viene archiviato con la sentenza di sesso consensuale o, nella stragrande maggioranza dei casi, non viene proprio preso in esame), continuano a stuprare.
La modalità è quasi sempre la stessa: si approfittano di ragazze che hanno bevuto e, nella maggioranza dei casi, inducono loro stessi le vittime al bere, anche con l'aggiunta di droghe nel bicchiere. I predatori seriali sono molto abili, scelgono bene le loro vittime, ragazze isolate, con pochi amici, quasi sempre matricole, magari alla loro prima festa nel campus. Agiscono mostrandosi gentili e amichevoli per poi circuire la vittima, trascinandola in un luogo appartato. Spesso sono amici, anzi, quasi sempre, ossia persone di cui la vittima si fida. I racconti delle ragazze intervistate nel documentario sono veramente agghiaccianti.
L'aspetto più sconcertante è la totale assenza di consapevolezza del reato commesso da parte degli stupratori.
Tutte le vittime soffrono di disturbi da stress post-traumatico, alcune si tolgono la vita, altre ancora smettono di studiare o comunque hanno un calo di rendimento. Il momento più importante della vita di una ragazza, quello in cui si sta decidendo il suo futuro, è praticamente stroncato e distrutto da un terribile atto di violenza che la segnerà per sempre; una violenza terribile seguita da una seconda violenza ancora più devastante: il modo in cui vengono trattate dal personale universitario che fa di tutto per minimizzare e farle sentire colpevoli, liquidandole con una pacca sulle spalle, dicendo loro "la prossima volta starai più attenta, questa cose succedono, non dovevi bere, dovevi dire no più chiaramente, non hai urlato, non hai lottato abbastanza" e frasi di questo tipo che sono di una violenza psicologica devastante per chi ha già subito una delle peggiori violenza che possano capitare a una donna, ossia quella di essere stuprata. Ciò distrugge ancora di più la loro autostima, le porta ad adottare comportamenti autolesionisti e a sentirsi svilite, come persone, come studentesse, come donne. 
Ci sono, anche se in numero di molto inferiore, stupri di ragazzi, sempre praticati da altri maschi. Spesso si tratta di forme di bullismo che avvengono all'interno delle confraternite. I ragazzi sono ancora più scoraggiati dal denunciare poiché lo stupro mina la loro virilità. Questo è un discorso molto particolare e terribile perché al solito è il concetto di femminilità che viene denigrato e che è subordinato a quello di mascolinità e virilità, per cui un ragazzo stuprato si sente due volte svilito, come persona e come maschio. Ovviamente la radice è sempre quella: quella del maschilismo e dei (dis)valori della società patriarcale.

I pochi professori o membri del personale studentesco che diventano attivisti e scelgono di non restare a guardare vengono mobbizzati o comunque allontanati dal campus. Nessuno deve mettere in cattiva luce l'università, gli atleti più promettenti e le confraternite. Raccogliere i fondi, mantenere numero di iscritti e prestigio sembra essere l'unico scopo di queste istituzioni che incarnano i (dis)valori del più becero patriarcato e maschilismo.

P.S.: anche questo lo trovate su Netflix.

sabato 25 agosto 2018

Dove è finita la rabbia?

Guardando il documentario "She's beautiful when she's angry" (ne ho parlato qui) mi sono chiesta che fine ha fatto tutto quel fervore, dove sono andate a finire le istanze più rivoluzionarie, perché non abbiamo ottenuto ancora una vera parità di genere?
In parte lo individua la Firestone ne La dialettica dei sessi, in parte si può ravvisare quanto successo facendo l'analogia con altri movimenti radicali liberazionisti.
La società tende sempre inevitabilmente a mantenere lo status quo, cioè chi detiene varie forme di potere e privilegi non è disposto a concederli; concede invece di buon grado dei contentini, approva leggi e riforme che diano l'impressione di aver ottenuto la vittoria ma che lasciano sostanzialmente immutata la società nel profondo.
Purtroppo leggi migliorative illudono anche molte attiviste di aver raggiunto chissà cosa, portandole via via ad assumere punti di vista e pensieri più moderati e a dipingere come estremiste le compagne di lotta che ancora lottano per una vera liberazione.
Così il Potere divide et impera, trascinando dalla sua parte una buona parte del movimento e spegnendo il fuoco rivoluzionario.
Parcellizzando il movimento, distruggendo l'unione (anche facendo passare il concetto che il femminismo non debba essere politico, ma solo una battaglia individuale di emancipazione o di rispetto reciproco tra i sessi), distruggono il potenziale rivoluzionario.

Succede così anche nel movimento per la liberazione animale.

Un'altra cosa che fa è che nell'approvare alcune leggi che sarebbero comunque veramente rivoluzionarie, ne argina le modalità di azione. 
Per esempio, la legge sull'aborto è continuamente resa difficilmente attuabile per via dei numerosi obiettori di coscienza, della retorica della colpevolizzazione delle donne e della disinformazione pro-life.

venerdì 24 agosto 2018

Embrace


Altro suggerimento: il documentario Embrace, sempre su Netflix. 
Nato dall'idea di una fotografa canadese, Taryn Brumfitt, che dopo la gravidanza non accetta più il suo corpo e decide di fare un intervento chirurgico, ma poi cambia idea perché si rende conto che in questo modo avrebbe mandato un messaggio pericoloso a sua figlia e cioè che esiste un unico modello di corpo cui conformarsi e che i nostri, al naturale, non vanno bene, sono in qualche modo difettosi. Decide quindi di affidarsi a una personal trainer che la indirizza verso il mondo del fitness e in poco tempo raggiunge un perfetto fisico da bikini e vince anche un premio partecipando a una gara di body building femminile. Scopre però di non essere felice, di sentirsi ancora insicura e confrontandosi con le altre concorrenti - tutte con fisici invidiabili - realizza di non essere la sola a sentirsi così e quindi si rende conto che esiste un problema che ha radici molto profonde ed è la non accettazione dei nostri propri corpi.
Il bello accade quando decide di postare una foto sui social in cui mostra un "prima e dopo", ma all'inverso, cioè, non un'immagine che mostra la transizione da un corpo grasso secondo i canoni correnti a uno snello dopo una dieta o intervento, bensì quella di come era prima della gravidanza e quella di come è adesso. La reazione è esplosiva e l'immagine diventa virale in pochissimi minuti. Moltissime donne, ma anche uomini, reagiscono positivamente incoraggiandola e scrivendo cose come "era ora, questa è la verità, basta photoshop e diete estenuanti" e via dicendo, ma riceve anche commenti negativi e di body shaming. 


Da qui decide di approfondire il discorso sui corpi femminili, su come la nostra percezione è modellata e condizionata dai media e su come moltissime donne, quasi la maggioranza, hanno un'idea negativa del proprio corpo e vivono ossessionate dal cibo, dalla paura di ingrassare o di essere poco sensuali, spendendo un mucchio di energie nel praticare attività fisica in modo estenuante e ossessivo e non per stare in salute e ricavare benessere fisico, ma al solo scopo di modificare il proprio corpo secondo un ideale quasi sempre irraggiungibile, così come anche spendendo un mucchio di denaro in interventi estetici e chirurgici. Intraprende così un viaggio in varie parti del mondo per incontrare persone che hanno proposto un'estetica diversa provando a combattere i canoni imperanti che propongono invece un solo modello (a sua volta soggetto a cambiamenti a seconda delle varie epoche storiche) e incontrando anche medici, psicologi e esperti a vario titolo che spiegano i danni causati da questi condizionamenti sociali relativi al corpo delle donne e anche su quanto sia facile entrare in spirali autodistruttive che aprono la porta a veri e proprie disturbi alimentari. Il mondo della moda mostra sulle passerelle e sulle riviste corpi anoressici, mantenuti così a forza di diete rigidissime ed esercizio fisico estenuante, oppure perché sono semplicemente corpi di ragazzine che non hanno ancora raggiunto la maturità sessuale e presentano caratteristiche da ragazzine. Questi corpi divengono di ispirazione comune e le persone comuni, anche le più intelligenti (non è questione di intelligenza o meno, questo è importante sottolinearlo) ne sono influenzate.
La cosa che più mi ha colpito, e mi ha colpito perché mi ci sono riconosciuta, è vedere come moltissime ragazze e donne trascorrono la loro esistenza odiando il proprio corpo, percependolo come brutto, deforme, pieno di difetti. Su questa percezione concorre moltissimo non solo il fatto che i media propongano corpi privi di difetti (corretti con photoshop o comunque malati, ossia sottopeso), ma anche l'educazione differenziata per le bambine che la fa crescere con il valore della bellezza, come se la bellezza fosse un valore significativo.
Ora, il punto fondamentale per me è farvi capire questa cosa: non solo è sbagliato promuovere un unico modello di bellezza femminile, ma è proprio sbagliato considerare come valore la bellezza. 
Ma purtroppo è questo che ci viene trasmesso sin da quando siamo bambine, attraverso complimenti volontari o involontari. Ci dicono: che begli occhi, hai dei capelli fantastici, come sei alta, che belle gambe, come sei sensuale, come sei sexy, che bel sorriso e via dicendo. Anche tra noi donne, amiche, sorelle, quando ci incontriamo la prima cosa che ci diciamo è: "come stai bene, ti trovo benissimo, sei bellissima, stai bene con questo taglio di capelli, sei dimagrita ecc.". Tutto ciò ci fa crescere assumendo la bellezza esteriore come valore o comunque come caratteristica da tenere in considerazione. 
Penso che raggiungeremo una vera parità di genere solo quando anche per noi donne i valori che contano saranno altri: l'intelligenza, la bravura nel fare certe cose, le varie capacità e non la bellezza o la dolcezza o la grazia o l'eleganza. E soprattutto quando lotteremo insieme per abbattere l'estetica misogina che ci costringe a odiare i nostri corpi al naturale e a spendere un mare di energie nel modificarli. 
Penso che odiamo i nostri corpi al naturale perché è la nostra società che li odia, perché questo odio è frutto di una profonda misoginia. Le donne sono percepite come ornamento, come oggetti sessuali ed è per questo che ci viene continuamente ricordato che dobbiamo essere attraenti secondo certi canoni. Ma non siamo ornamenti, non siamo un paesaggio da ammirare e quindi al diavolo se non siamo come dite voi, se non ci vestiamo come dite voi, se non ci comportiamo come dite voi.
Lo so, noi stesse non ci piacciamo se non siamo in un certo modo e questo perché la società ha modificato nel profondo la percezione che abbiamo dei nostri corpi, del nostro viso. Io mi vedo brutta senza trucco, eppure so che è soltanto una percezione e, comunque sia, sono sempre io, non perderei valore come persona se anche mi ingrassassi o mostrassi le occhiaie.
I nostri corpi sono un mezzo, uno strumento che ci permette di correre, di camminare, di muoverci, di amare, e dobbiamo rispettarli e amarli per questo, al di là del loro aspetto estetico. 
Nel documentario ci sono tantissimi spunti su tutte queste tematiche, poi sono sicura che ognuna di noi sarà colpita magari da una storia o da un aspetto in particolare. 
Ve lo consiglio per iniziare a riflettere sul tema dell'estetica misogina e perché non si può parlare di femminismo senza dare ampio rilievo al modo in cui veniamo cresciute in quanto donne e sui valori e aspetti che ci dicono essere parte integrante della femminilità, quando in realtà sono solo frutto di una cultura ben precisa che vede le donne come ornamento e oggetti sessuali.

Pensate al tempo che spendiamo nel modificare i nostri corpi nel tentativo di renderli più attraenti secondo determinati canoni, a quanto buona parte della nostra mente sia monopolizzata dai pensieri sul nostro corpo, al bombardamento mediatico che ci mostra di continuo immagini di modelle e ci fa sentire insicure quando dobbiamo andare al mare, alle pubblicità per dimagrire, rassodare, contro la cellulite, le rughe, le occhiaie, le smagliature ecc., come se fosse un crimine mostrare questi aspetti naturali, naturalissimi, dei nostri corpi. Come se le occhiaie fossero il male, come se la cellulite fosse un crimine.

Bisogna iniziare a pensare ai nostri corpi come degli strumenti, certo bisogna averne una certa cura, ma per mantenerli EFFICIENTI, e non per renderli belli, luccicanti, lisci, sensuali. Per mantenerli in salute e non per sessualizzarli. Tutti i nostri corpi sono normali e naturali. Tutti.

Bisogna riscoprire il piacere di mangiare senza sensi di colpa e di fare sport perché ci fa sentire bene, aiuta a produrre endorfine e ci fa socializzare o stare a contatto con la natura, non perché ci fa bruciare tot calorie. So di persone che scelgono di fare determinati sport solo perché hanno letto che fanno bruciare più calorie di altri e non perché gli piacciono e vanno in palestra maledicendosi e odiandosi. Non va bene ragazze, non va affatto bene.

Non fate diete perché, ve lo dico per esperienza personale, vi porteranno a pensare tutto il giorno al cibo, vi renderanno nervosi, irascibili, vi faranno perdere il piacere di stare in compagnia e di uscire. Se smetterete di essere ossessionate dai vostri corpi, vedrete che le cose andranno meglio. 
Non c'è una formula magica per arrivare a sentirvi bene nei vostri corpi, bisogna riflettere, approfondire. Magari potete cominciare guardando questo documentario, dà tanti input.

P.S.: no, non sono pagata da #Netflix, ma vista la pubblicità che gli sto facendo, forse potrebbe anche darmi qualcosina. :-D