lunedì 25 giugno 2018

Il leone e la gazzella in versione intellettuale

Una delle obiezioni più comuni che i carnisti muovono a chi tenta di fargli capire quanto sia ingiusto sfruttare, uccidere e mangiare animali è che i moderni allevamenti, per quanto aberranti, in fondo sono soltanto la maniera in cui noi ci siamo naturalmente evoluti, in quanto specie intelligente e che usa la tecnologia, rispetto agli altri animali predatori. Quindi non faremmo nulla di più o di diverso rispetto a quello che fanno gli altri animali predatori.
La fallacia logica di questo ragionamento, soltanto leggermente più articolato rispetto a quello del "leone e la gazzella" consiste nel ritenere naturale la pratica di allevare animali, che invece è un prodotto culturale; certo, mi si obietterà, ma la cultura è il modo in cui si evoluta la nostra natura. Peccato che la nostra natura non sia quella di essere predatori e ritenere naturale opprimere, uccidere e schiavizzare è come ammettere che siamo una specie davvero malvagia, irrazionale, incapace di reprimere i nostri istinti più brutali. 
Si cade dunque qui nella seconda fallacia logica del ricorso alla natura per giustificare la violenza, salvo poi, in altre occasioni, ritenere la nostra presunta natura più evoluta, morale, logica, razionale, intelligente e dotata degli altri animali.

Delle due l'una: o siamo belve inferocite (ma allora perché adottare l'etica in altre circostanze? Perché allora non uccidere sempre e comunque per il solo piacere e bisogno della violenza? E inoltre le belve diventano feroci solo quando si sentono attaccate o hanno fame e non è il caso nostro, dal momento, che abbiamo a disposizione un'enorme quantità di alimenti, oltre alla carne e derivati), o siamo animali capaci di discernere e adottare comportamenti più giusti e equi.

Dal momento che allevare, uccidere e mangiare animali non è necessario, fatevi una domanda (chi sono, chi penso di essere, come voglio essere?) e datevi la risposta.

sabato 16 giugno 2018

Ancora di donne e animali

Questa cosa di giudicare e imputare responsabilità alle vittime anziché agli oppressori deve finire. 
Ripetete con me: se una donna viene uccisa, non è colpa sua. Se una donna viene stuprata, non è colpa sua. Se viviamo in una società patriarcale non è colpa delle donne. Se un animale viene portato al macello, non è colpa sua. Se un animale vive dentro un allevamento lurido non è colpa sua, non è perché gli piace così.

Femminismo e maschilismo non sono la stessa cosa: il primo è movimento teorico e pratico di liberazione da una forma di oppressione millenaria, e questa forma di oppressione millenaria è, guarda caso, proprio il secondo. 
Antispecismo e specismo non sono la stessa cosa: il primo è un movimento teorico e pratico di liberazione da una forma di oppressione millenaria e questa forma di oppressione millenaria è, guarda caso, proprio il secondo.

Pensare che un animale schiavizzato stia bene come sta perché non metterebbe in gioco abbastanza risorse per liberarsi è stupido; pensare che alle donne piaccia essere oppresse perché spesso sono le prime ad essere accondiscendenti è altrettanto stupido: significa non tener conto dei danni psicologici che provocano migliaia di anni di oppressione e dei condizionamenti radicati a livello sociale e interiorizzati a livello psicologico che spesso rendono difficile che una vittima sappia di esser tale. Ma, per fortuna, il femminismo e l'antispecismo è questo che fanno, cioè mettono a nudo e rendono comprensibili queste dinamiche di potere e oppressione millenarie: negarli, ostracizzarli, significa essere parte del problema, significa voler mantenere intatte queste strutture e dinamiche di potere.

Siate dalla parte delle donne, siate dalla parte degli altri animali. Abbiate il coraggio di rompere le catene e smettete di essere parte degli anelli che le compongono.

sabato 9 giugno 2018

Di sessismo e specismo

I pregiudizi sulle donne si basano spesso sulla discriminazione degli altri animali: donne stupide come galline, come oche, troie (la troia è la femmina del maiale), vacche e via dicendo. Le oppressioni e le discriminazioni sono tutte collegate e procedono per associazione e analogia. Prima si svilisce il non umano, poi si paragonano altri soggetti umani (che siano donne, immigrati, gay, lesbiche) agli animali per giustificarne l'oppressione. Se una femminista o qualsiasi altra persona che lotta contro i pregiudizi e le oppressioni non capisce questi collegamenti difficilmente avrà gli strumenti per combattere pure la sua stessa oppressione.

venerdì 8 giugno 2018

Paraventi intellettuali

Spesso, per regolamentare o edulcorare una pratica di sfruttamento, si fa strumentalmente ricorso ai casi eccezionali o alla complessità della questione in sé. In realtà è un paravento intellettuale molto furbo che permette di nascondere le proprie vere idee a favore di questa o quella pratica di sfruttamento.

Alcuni esempi di questo paravento intellettuale: 
- "alcune donne scelgono di prostituirsi, per cui la prostituzione non è sempre sfruttamento". Ammesso e non concesso, ciò non rende la pratica in sé dello sfruttamento e mercificazione del corpo femminile meno evidente e reale e non trasforma per magia il sistema prostituente in un'opera di benevolenza;

- "ma esistono anche le uova del contadino". Ammesso e non concesso che sia vero che ci sia così grande disponibilità di uova del contadino (a quanto pare ognuno ha un contadino per vicino di casa), cioè non rende lo sfruttamento degli animali una pratica meno ingiusta, da condannare senza se e senza ma, né può impedire di prendere una posizione chiara, netta, inequivocabile;

- questione "utero in affitto". Ammesso e non concesso che ci siano casi di donne che scelgano di aiutare la loro sorella, amica, cugina portando avanti una gravidanza al posto loro, senza chiedere nulla in cambio e quindi non per bisogno di denaro, questo non vuol dire che la mercificazione dell'utero della donna (e del bambino, trattato anche lui come oggetto) sia meno grave.

Insomma, i casi limite non costituiscono argomentazioni valide, né a sostegno, né contro una pratica. Bisogna essere onesti intellettualmente e sviscerare la pratica in sé per arrivarne al nocciolo e poi decidere da che parte si vuole stare, altrimenti si cade nel qualunquismo e pavidità nell'esprimere le proprie posizioni, nella migliore delle ipotesi; nella disonestà intellettuale, nella peggiore.

domenica 3 giugno 2018

Le parole contano!


È fondamentale parlare sempre degli animali come individui e non come cibo. 
Le parole che usiamo afferiscono a determinate aree semantiche diverse e richiamano per associazione altri termini legati a quella di appartenenza (vi ricordate il giochino delle parole che facevate da piccoli, quello in cui un bambino dice una parola e il bambino successivo ne dice un'altra per associazione?) e tutti insieme concorrono a esprimere o rafforzare un determinato concetto. Quando parliamo di "carne" inevitabilmente la mente del nostro interlocutore va a tutta una serie di questioni che ci riconducono - come in un loop - al concetto di cibo, e quindi alla salute, al ferro, alla B12, al biologico, all'igiene, alla salubrità del prodotto, agli antibiotici, alla sicurezza alimentare, all'asetticità della macellazione, al rispetto delle norme sulla produzione ecc.; in questo modo non ci allontaniamo di un centimetro dalla concezione dell'animale come prodotto. L'animale come individuo sparisce, rimane un referente assente, e al suo posto c'è la merce, il cibo, il prodotto. Ovviamente il messaggio che le persone recepiranno più facilmente è quello che sia legittimo e normale considerare gli animali come prodotti in quanto è quello che, come scrivevo nel post di ieri, conferma il sistema di credenze in cui siamo cresciuti. Nominare la realtà con le parole corrette è importantissimo. La realtà che vediamo è quella che noi nominiamo. Le cose cominciano a esistere solo quando gli troviamo un nome e le definiamo. Se continuiamo a parlare della carne e degli animali come cibo, gli individui resteranno sottotraccia, in un non detto inesprimibile che li condanna all'invisibilità di sempre. E poiché noi siamo immersi in una ragnatela di significati, il termine giusto al posto e momento giusto può contribuire a far cadere le lenti del carnismo e a farci cogliere la possibilità di parlare degli animali e non della carne o di cosa mangiamo noi vegani.

Allo stesso modo le singole campagne welfariste promosse con la scusante dei "piccoli passi" in realtà rassicurano la collettività sul fatto che possa esistere il benessere animale in un sistema che ne legittima il loro uso (e comunque il benessere animale è sempre funzionale al miglioramento del prodotto e non delle condizioni degli animali). Vero che alcune associazioni dichiarano di lavorare comunque in finalità dell'obiettivo ultimo della liberazione animale, ma di fatto si comportano esattamente come l'industria che divulga l'enorme mistificazione del benessere e rispetto degli animali.
Quando parliamo di libertà, parliamo innanzitutto di libertà e autodeterminazione nell'agire, di inviolabilità dei corpi da qualsivoglia dominio e controllo istituzionale. Dal momento invece che l'industria della carne, del latte, delle uova, delle pelli, pellicce, del divertimento ecc. detengono un potere e dominio assoluto sulle esistenze degli animali, questo dominio non può essere affatto scalfito o alleggerito da misure protezioniste, giacché, al di là del metodo della schiavitù e sfruttamento, è la schiavitù e lo sfruttamento stesso che privano l'individuo della sua libertà ed esistenza; inoltre, sempre per il discorso semantico di cui sopra, si rassicura la collettività sul fatto che si possa continuare a fare come si è sempre fatto: allevare e mangiare animali, considerarli oggetti su cui lucrare sopra e via dicendo.

sabato 2 giugno 2018

Via la maschera!


Se bastasse raccontare alle persone la realtà dello sfruttamento degli animali per convincerle di quanto sia ingiusto, come se ciò fosse un processo razionale, allora probabilmente saremmo già sulla buona strada perché l'unico vero ostacolo da combattere sarebbe quello economico delle lobbies e delle aziende che lucrano sugli animali. Potremmo comunque contare su una massa crescente di persone convinte - e convinte poiché raggiunte dall'informazione corretta - disposte a lottare. 
Ma i processi cognitivi non sono del tutto razionali. Le persone, generalmente, cercano conferma del proprio sistema di valori. Nessuno ama sentirsi dire che con le proprie scelte sta in realtà partecipando alla violenza sugli animali. Perché nessuno definirebbe sé stesso come una persona violenta in generale. Così, sostanzialmente, quando comunichiamo, nella stragrande maggioranza dei casi, ci troviamo di fronte a un blocco pressoché inespugnabile, che è dato dall'insieme dei pregiudizi e delle menzogne sugli altri animali, dalla necessità del mangiar carne e dalla definizione di noi stessi in quanto specie e in quanto individui singoli. 
Ora, quando qualcuno si trova di fronte a qualcun altro che sta mettendo in discussione tutto ciò, la sua prima reazione è di entrare in una modalità di "congelamento" dei propri canali ricettivi in quanto, ciò che sta ascoltando, primo, non conferma le proprie certezze, secondo, provoca una frattura dolorosa, quella che viene definita dissonanza cognitiva, ossia un indebolimento delle proprie strutture mentali - e della propria idea di sé stesso - che fino a quel momento potevano poggiare sulla sicurezza di un tappeto solido composto dall'insieme di scelte corrispondenti ai propri valori morali. Ciò che disturba di più le persone è sapere di fare cose non in linea con i propri principi morali, tant'è che quando "deviano" dalla propria personale idea di giustizia si danno un gran da fare per cercare tutte le giustificazioni possibili (non avevo scelta, sono stata costretta dalle necessità, l'ho fatto per un fine superiore: è ciò che si racconta chiunque prenda una decisione che non è in accordo con i propri valori più profondi).
La messa in discussione di ciò che si è sempre ritenuto giusto, esige una risposta mentale veloce: prendere atto di aver fatto scelte che si pensavano giuste, ma che non lo erano, e quindi cambiare di conseguenza; oppure, la via più facile, negare e rimuovere la nuova realtà che viene presentata per non scardinare le radici su cui è stata fondata anche la propria identità, dal momento che noi siamo anche quello che facciamo e ci definiamo in base alle scelte etiche e morali che prendiamo ogni giorno.
Per questo non basta raccontare a una persona cosa accade agli animali per riuscire a ottenere una sua presa di posizione immediata. Non è così semplice. Per scalfire credenze così radicate servirebbe, primo, una controinformazione talmente capillare e martellante, paese per paese, piazza per piazza, vicolo per vicolo, giorno dopo giorno e protratta nel tempo da fare in modo che la realtà si sostituisca alla menzogna radicata. Secondo, questa campagna massiccia e capillare dovrebbe comunque arrivare a sostituire quella pervasiva dell'industria che lucra sui corpi degli animali e che trova un terreno fertile di ascolto, non solo per l'enormità di mezzi e forze messe sul campo, ma soprattutto perché è più rassicurante e confortante in quanto conferma e rafforza il sistema di credenze culturali in cui siamo nati e cresciuti.

Poi c'è un secondo ostacolo: vero che l'oppressione sugli animali è sostanzialmente di tipo economico e politico, ma è anche vero che per giustificarla abbiamo dovuto, come specie, inventarci tutta una serie di attributi negativi, funzionali all'oppressione da una parte, e tutta una serie di attributi positivi, funzionali a innalzarci come specie superiore che fa cose giuste, dall'altra. Ora, poiché il nostro cervello è plastico, queste pratiche di oppressione e dominio si sono in un certo senso naturalizzate, ossia sono diventate parte fondante delle nostre strutture identitarie profonde. E per scardinarle serve qualcosa di più di una controinformazione capillare. Se tutto andasse bene, ossia se non avessimo le risposte continue ancora più convincenti dell'industria della carne, ci vorrebbero comunque decenni. 
Quindi stiamo combattendo non solo contro chi lucra sugli animali, ma contro la nostra stessa definizione di umani. E questo è un lavoro che enorme, che, come ho già avuto modo di dire altre volte in passato, è culturale in senso ampio e va fatto senza tralasciare nessun campo delle attività umane.

Due cose vanno fatte: combattere il mostro economicamente, cambiare l'identità individuale e collettiva della nostra specie. 
Come accelerare questo processo, dal momento che ci sono individui che soffrono costantemente e vengono uccisi ogni secondo?

Sappiamo che si è disposti a cambiare più facilmente quando viene meno il consenso sociale. Quando quello che facciamo ottiene giudizi negativi. La collettività cambierà quando sull'atto di addentare una salsiccia si abbatterà lo stigma sociale. Per molti, legalità equivale a giustizia. Penalizzare chi fa certe cose, d'altro canto invece serve a rafforzare lo stigma sociale.

Forse dovremmo iniziare a lavorare di più sul fattore dello "stigma sociale". Sul formare un movimento, anche se in minoranza, che si fa sentire di più e che chiede cose precise. 
Vi racconto un piccolo aneddoto per chiudere: durante l'ultimo presidio NOmattatoio a Passo Corese siamo stati tre ore a osservare, in un forte dissenso silenzioso, il lavoro dei macellai che entravano e uscivano dal mattatoio. Alcuni di loro hanno reagito con rabbia (scherno, derisione, aggressività verbale) perché sapevano che qualcuno li stava giudicando. Per un attimo, nel breve lasso di tempo di una mattinata, qualcuno gli ha mostrato un'altra prospettiva dalla quale osservare le loro azioni. Il fatto che uno di loro, davanti a noi, abbiamo sentito l'urgenza di schernire degli agnellini, significa che per un momento ha comunque visto quegli agnellini per quello che sono, ossia individui e non prodotti. La derisione e lo scherno sono funzionali all'oppressione, giacché non si può opprimere senza svilimento dell'altro. Ma se si sente il bisogno di svilire, significa che l'altro non è ancora del tutto oggettificato. Dobbiamo inserirci lì. Cogliere il tentennamento, l'esitazione e poi rovesciarci sopra tutto il nostro stigma sociale.
Abbiamo avuto fin troppa paura di apparire come moralisti, come fanatici di una setta, come aggressivi, come estremisti. E così abbiamo giocato al ribasso. 
Ora è tempo di alzare la posta in gioco. Non siamo noi che dobbiamo temere lo stigma e l'accusa di estremismo, ma gli altri.

Mi piacerebbe che un giorno i carnisti divenissero, metaforicamente parlando, portatori di una lettera scarlatta sul petto, una lettera di infamia e vergogna per ciò che fanno. Non è moralismo (anche se mi rendo conto che ho usato una metafora estrapolata da un noto romanzo che diceva l'esatto contrario, ma in quel caso a ragione in quanto Hawthorne metteva in guardia dal moralismo del puritanesimo, mentre la mia è una riappropriazione semantica che ne distorce il significato originario), ma battaglia di giustizia sociale perché mangiare i corpi degli animali non può essere definita semplicemente una scelta personale in quanto ci sono altri soggetti coinvolti: le vittime.

Perché temiamo così tanto di essere definiti "giudicanti"? Sì, giudichiamo, ma ci teniamo sempre a specificare che non stiamo giudicando le persone, bensì la pratica di sfruttare e mangia animali. Questo perché altrimenti verremmo tacciati di moralismo, ossia di giudicare qualcuno per ciò che fa e non semplicemente quello che fa, lasciando intatta la sua persona, senza lasciare che venga sfiorata dal giudizio; ciò avviene in parte perché anche noi abbiamo mangiato animali e perché continuano a farlo persone cui vogliamo bene e che stimiamo in altri campi.
E non vogliamo alienarci chi amiamo e dalla società.

In questo modo però continuiamo a scindere e a giustificare, a considerare inferiore la nostra battaglia (tanto che per darle dignità dobbiamo sempre associarla ad argomentazioni indirette e ad altri movimenti di liberazione) e a rafforzare inconsciamente lo specismo. 
Insomma, scindereste una persona nazista da quel che ha fatto? Direste mai, ha fatto una cosa terribile e sbagliata, ma nel complesso era una brava persona? 
Eppure riguardo quello che vien fatto agli altri animali tendiamo sempre a dare troppe giustificazioni, troppe attenuanti. 
A volte servono per strategia, ma spesso le diamo perché noi in primis ci vogliamo autoassolvere per quel che abbiamo fatto e vogliamo assolvere chi ci sta accanto. 
E, soprattutto, ho come il dubbio che lo facciamo anche perché a nessuno di noi piace davvero pensare a quanto schifo facciamo come specie. 
È tutto un prendere le distanze. Tutto un giustificare. Tutto un parlare di redenzione e progresso morale. 
E se fossimo davvero dei mostri? Non tutti, ovvio. Ma il cervello è plastico e a forza di opprimere, mentire, ingannare, mistificare, dominare siamo, di fatto, diventati dominatori, oppressori, assassini. 
Ci sono azioni e pratiche di una gravità talmente enorme che inquinano e contaminano la persona che le compie. L'assassinio è una di queste. La violazione dei corpi altrui è un'altra di queste. Le molestie, le violenze, le torture, le uccisioni non sono azioni come le altre, non sono azioni neutre. Le abbiamo giustificate per troppo tempo perché è ciò che, come specie, facciamo dalle origini. E questo ci fa immensamente paura. Ci fa paura ammettere come siamo.
Temiamo di dire al vivisettore che è un assassino perché se ci guardiamo allo specchio temiamo di esserlo un po' anche noi e quindi giustifichiamo gli altri per giustificare un po' anche noi stessi, dal momento che siamo tutti coinvolti. 
Vorrei che riflettessimo su questo. 
Su quanto siamo indulgenti con gli altri perché proviamo vergogna per ciò che siamo come specie. E questa vergogna la copriamo con una maschera.
Ma è da qui che dobbiamo partire. Dal fare i conti con noi stessi e con quella che, a forza di praticarla (ricordate: il cervello è plastico) è diventata la nostra natura. Non è uno stigma irreversibile. Ma dobbiamo ammetterlo e accettarlo.

Io ho potuto scegliere di diventare vegana e antispecista solo dopo aver provato un'immensa vergogna per ciò a cui, con le mie scelte, stavo collaborando.

La vergogna è il sentimento che ci salverà.

lunedì 28 maggio 2018

Stupri a pagamento


Ieri sono andata ad ascoltare una conferenza, organizzata da Resistenza Femminista, sull'industria del sesso e la tratta delle schiave. Hanno preso la parola diverse relatrici, tra cui anche due donne che sono riuscite a fuggire dal mondo della prostituzione. 
Difficile adesso riassumere tutto in un post, ma la cosa più importante che mi è arrivata (fatto di cui ero già convinta) è che liberalizzare la prostituzione sarebbe un'ulteriore condanna per le donne sfruttate, come si sta osservando in Germania e in Nuova Zelanda; in questi modelli di liberalizzazione gli unici che vengono tutelati sono i clienti e gli sfruttatori; clienti cui è concessa praticamente ogni cosa per il solo fatto che pagano una merce e più sono disposti a pagare e più si sentono in diritto di usare quella merce nel modo che più gli aggrada; al contrario, il modello nordico che penalizza papponi e clienti è quello più auspicabile. Non si tratta, come pensano a torto alcuni di moralismo, ma di porre fine alla "normalizzazione" del comprare un corpo per violentarlo. 
Per tutte le altre considerazioni e per capire meglio di cosa si stia effettivamente parlando quando si parla di prostituzione (un mondo su cui, come quello della pornografia, circolano molti miti e fantasie per nulla corrispondenti alla realtà, tra cui la "normalizzazione e naturalizzazione") vi consiglio di leggere il libro testimonianza di Rachel Moran dal titolo "Stupri! A pagamento - La verità sulla prostituzione", in cui, attraverso la sua testimonianza, un racconto doloroso e molto lucido, fa un'accurata e spietata analisi non solo di quel mondo, ma anche della società e dei meccanismi spietati che conducono determinate ragazze alla (non)scelta di vendere il loro corpo. Uno stile di vita - lei si rifiuta di chiamarla professione - che annichilisce e distrugge corpo e mente e che porta inevitabilmente con sé dipendenze e traumi psichici. La violazione della propria intimità sessuale è un trauma ripetuto da cui queste ragazze si dissociano mentalmente con gravi ripercussioni sulla psiche e diventano poi incapaci di sentirsi parte della società, convinte che non siano degne di appartenervi; attenzione a questo punto, il tema dell'alienazione sociale è dirimente; una società che, di fatto, le considera rifiuti, scarti e a cui i clienti si rivolgono unicamente perché, pagando, si sentono in diritto di fare ciò che con una partner "normale" non farebbero mai. Uomini violenti o incapaci di avere relazioni sane. Uomini che amano proprio usare una donna come fosse un oggetto. Ma tutto questo potrete leggerlo nel libro.

Un'ultima cosa: mi hanno colpito molte espressioni poiché sono identiche a quelle che usiamo nell'antispecismo. Espressioni come "prodotti", "merce", "uso", "consumo", "annullamento della volontà", "dominio totale sui corpi", "invisibili", "senza voce" e infine "carne felice"; sì, perché anche per quanto riguarda la prostituzione - lo sfruttamento e la violenza sulle donne più antichi del mondo - esiste l'illusione che possa esistere la prostituta felice, ovverosia un individuo totalmente umiliato e annullato nella sua volontà, identità, considerazione di sé e che di fatto è ridotto a un pezzo di carne, felice di essere usato. 
Vi parlerò del libro più approfonditamente dopo averlo finito.

venerdì 25 maggio 2018

Non sono un uomo facile


Immaginate una società in cui gli uomini vengano trattati e considerati allo stesso modo in cui oggi vengono trattate e considerate le donne. 
Oggetti del desiderio, condizionati a dover apparire belli, seducenti, in forma, a depilarsi, tingersi i capelli e le unghie, curarsi e vestirsi secondo i canoni della bellezza del momento; ossessionati dalla paura di ingrassare, oggetto di sguardi, battute e molestie femminili; relegati a ruoli lavorativi minori e considerati sciocchi e sentimentali; liquidati come "incapaci di stare al gioco e capire l'ironia" ogni qual volta provano a ribellarsi a una battuta sessista, a un comportamento sessista, a una frase sessista.
È la realtà parallela in cui, dopo una botta alla testa, si trova il protagonista maschile della commedia francese "Non sono un uomo facile": un film divertente in grado di coniugare leggerezza e profondità. 
Fa sorridere, ma mette a disagio perché, ribaltati sul genere dominante, i comportamenti e i valori della società patriarcale risaltano in tutta la loro ingiustizia. Ciò che appare naturale, ma che in realtà è cultura che è stata "naturalizzata" per il mantenimento del privilegio, viene messo a nudo ed evidenziato nella sua vera natura di oppressione.
Ho sempre pensato che per capire quanto sia realmente diffusa la discriminazione di alcuni soggetti bisognerebbe mettersi nei loro panni dalla mattina alla sera: essere loro, vivere come loro nel quotidiano e immaginare questo quotidiano nell'arco di una vita intera; in particolare, per quanto riguarda le donne, sin da quando la cultura della differenziazione di genere si imprime come un marchio nelle loro giovani menti facendole sentire sempre giudicate, inadeguate, mai abbastanza capaci, in poche parole, inferiori; e, quel che è peggio, portandole appunto a credere naturale tutto ciò, come se non fosse il frutto della cultura, ma una specie di stigma biologico. 
Questa commedia aiuta a mettersi nei panni delle donne, o meglio a vedere come la società le tratta. 
Non vi aspettate un capolavoro, ma non è un film stupido ed ha un finale perfetto.
La prime scene dal momento in cui il protagonista si trova catapultato nella realtà parallela sono anche le più emblematiche: improvvisamente diventa oggetto d'attenzione di sguardi femminili e mentre cammina per strada gli vengono rivolte frasi apparentemente ingenue, ma che ne reificano la persona e che sono fastidiose e umilianti per chi le subisce, anche se ci hanno insegnato e credere che siano "soltanto complimenti" e che magari dovremmo anche ringraziare e "stare al gioco" (ma il gioco di chi?): "ciao bambolina, che bel sorriso, complimenti alla mamma, bel culo, belle tette, e così via".

Piccola nota personale: ieri, mentre ero in una sala d'attesa, ho sfogliato una rivista femminile; una di quelle che ho sempre giudicato non impegnate, esempi di pessimo giornalismo, ma comunque abbastanza innocue. Invece improvvisamente è come se avessi preso la "pillola rossa" e visto la natura profonda di quelle immagini, linguaggio, pubblicità e ne avessi intuito la devastante pericolosità. Nulla è fatto a caso. Tutto manda un messaggio, più o meno recepibile a livello conscio. Queste riviste strumento di propaganda con cui l'ideologia maschilista e la società patriarcale di sempre definisce i ruoli femminili senza minimamente metterli in discussione. Ci si rivolge alle donne come se fossero esseri incapaci di pensare, scegliere, decidere. Gli si dice come vestirsi, quali prodotti devono comprare per essere belle e via dicendo. 
In particolare mi ha atterrito la risposta di una psicoterapeuta di coppia a una donna che lamentava il distacco del marito e la preoccupazione per averlo visto chattare con un'altra. La premessa era: abbiamo tre figli e dopo aver lavorato, cucinato, badato ai bambini, sono stanca e non riusciamo a fare sesso con una certa regolarità.
I consigli che questa psicoterapeuta le ha dato sono stati allucinanti, riassunti nella frase: pure se sei distrutta da una giornata di lavoro, accogli tuo marito vestita in modo carino, sorridente, non farti trovare in tutta, mettiti un po' di rossetto e dedicati anche a lui, non solo ai figli. Rivista del 2018, non degli anni cinquanta. Eppure non è cambiato nulla nella mentalità non solo maschile, ma anche di tante donne.
Lo trovate su Netflix.

mercoledì 23 maggio 2018

Addio, Philip


Con grande dispiacere apprendo della morte di Philip Roth.
Da quando l'ho scoperto, più o meno intorno al 2001, l'ho sempre considerato il più grande scrittore vivente. Oggi entra nell'olimpo dei più grandi, il suo posto è accanto a Dostoevskij, Kafka, Shakespeare, Mann e altri. 
Una morte che mi amareggia anche per un altro fatto: non gli hanno mai dato il Nobel, nonostante lo meritasse più di qualsiasi altro, perché non si era mai schierato a favore di Israele, anzi, da Ebreo, vedeva in modo critico la sua politica espansiva e guerrafondaia; e poi perché era irriverente e poco "politically correct".
Se non lo conoscete, vi consiglio alcuni sui romanzi: Pastorale americana, La macchia umana, Everyman, Il teatro di Sabbath, Nemesi, Lamento di Portnoy, L'animale morente, La controvita, La mia vita di uomo.

La sua poetica era profondamente esistenziale e laica. Disincantato, lucidissimo, ma non nichilista. Amava la vita e il sesso come unica pulsione capace di opporsi alla morte, alla vecchiaia, alla decadenza.

Nonostante io oggi lo legga anche in modo profondamente critico (i suoi personaggi sono abbastanza maschilisti e non di rado misogini), continuo a considera la sua prosa un esempio pressoché inimitabile e la sua lucidità nel trattare i temi dell'esistenza come più unica che rara.

Già nel 2012 aveva annunciato il suo ritiro, non avendo praticamente più nulla da dimostrare e da dire (ma non per mancanza di idee, bensì perché è stato uno scrittore molto prolifico); la notizia mi colse come una specie di lutto anticipato. Un lutto che oggi si è compiuto definitivamente.
Non mi resta che rileggere i suoi romanzi.

Di lui ho parlato in precedenza qui e qui e in altri post che sono rintracciabili sotto l'etichetta Philip Roth.

domenica 20 maggio 2018

Irrazionalità


Nel nostro paese c'è una percentuale molto alta di persone contrarie alla caccia. Non ricordo i numeri, ma comunque oltre la metà. Anche chi mangia animali è comunque contrario alla pratica venatoria.
Però, allo stesso tempo, queste stesse persone che dichiarano di essere contrarie non disdegnano certo, quando gli capita l'occasione, di mangiare il cinghiale, o il cervo, capriolo, lepre e altri animali selvatici. 
Anche in questo caso il carnismo è talmente radicato da far commettere azioni contrarie ai propri valori morali.

L'indotto economico ottenuto dalla caccia è enorme e anche per questo non viene abolita. Se però i consumatori rifiutassero di mangiare almeno gli animali selvatici - per quanto sia una scelta specista - forse almeno la caccia smetterebbe di essere sostenuta politicamente. 
Questi quattro trogloditi che la praticano per passione alla fine si ritroverebbero a non avere più nessuno che gli compri gli animali ammazzati e i ristoratori anche smetterebbero di metterli sul menu.
Ci sono regioni e città dove la cucina tipica è proprio basata sulla cacciagione, ad esempio in Toscana va forte il cinghiale, sulle Dolomiti il cervo e capriolo, in altri posti la lepre. 
Le persone vanno appositamente in cerca di trattorie che propongano menù con piatti tipici a base di questi animali. Le stesse persone che si dichiarano contrarie alla caccia e che dicono che in caso di referendum abrogativo voterebbero a favore. 
Al solito è il condizionamento irrazionale che trionfa sulla logica e sul pensiero razionale. 
Ci riteniamo animali razionali e intelligenti, ma agiamo in base a comportamenti profondamente condizionati dalla cultura in cui siamo nati. Agiamo come se fossimo automi.

sabato 19 maggio 2018

Resistenze

Il carnismo è talmente radicato e interiorizzato che, non di rado, continua a resistere anche nella mente di alcune persone che si definiscono vegane e antispeciste.

Ma come fare a smascherare questi condizionamenti e pregiudizi che ancora resistono, impedendoci di fare scelte davvero consapevoli? Chiedetevi, per esempio, in che modo continuate a considerare alcuni cosiddetti "prodotti" come le uova, il formaggio, il latte, il burro. Una prima considerazione da fare è che sia ovviamente più difficile associarli alla violenza che invece subito ci si spalanca davanti agli occhi nel momento in cui vediamo un pezzo di carne, in quanto i primi non sono pezzi di animali uccisi, ma prodotti derivati dal loro sfruttamento; anche se sappiamo esattamente come sono stati ottenuti, quel "prodotto" non ci colpisce emotivamente allo stesso modo di un pezzo di carne sanguinolento. La violenza rimane occultata, più invisibile. 
Fortunatamente, quando facciamo delle scelte, ricorriamo anche alla razionalità. Non siamo soltanto attori irrazionali (anche se molto di più di quanto pensiamo), ma ragioniamo e mettiamo a frutto le nostre conoscenze. Questo processo di apprendimento è ciò che ci ha fatto decidere di diventare vegani: a un certo punto abbiamo scoperto cosa si cela dietro la realtà produttiva di uova e latticini e quindi, razionalmente, abbiamo deciso di non voler più essere complici di tali pratiche attraverso il nostro acquisto e consumo.
Ma, per moltissimo tempo, ossia da quando siamo nati, siamo stati fortemente condizionati a considerare latte e uova come prodotti, come cibo e questo condizionamento è talmente resistente da superare, talvolta, ciò che abbiamo appreso a livello razionale.

È il motivo per cui molti vegani continuano a non trovare nulla di male nel mangiare uova se prese (rubate) a galline non sfruttate (a parte che sottrargliele gli crea comunque un danno psicologico e fisico), e ad autogiustificarsi per eventuali "cedimenti" nel mangiare i derivati.

Ora, vorrei fosse chiaro che questa che sto facendo non è una riflessione che ha a che vedere con una sorta di purismo vegano, né è un modo per giudicarci a vicenda su chi è più vegano di chi. Lungi da me. Ognuno fa quel che può. Ma vorrei fosse altrettanto chiaro che continuare a considerare uova e latticini come prodotti, come alimenti, significa non aver ancora interiorizzato il discorso della liberazione animale e continuare a vedere, inconsciamente, questi individui animali che diciamo di voler liberare da pratiche di dominio varie, come produttori di qualcosa da cui noi potremmo trarre vantaggio. Chiedetevi se vi verrebbe mai in mente di considerare alimento commestibile il latte di una femmina umana (a meno che non siate un neonato), o di una cagna o di una scrofa; chiedetevi se vi verrebbe mai in mente di considerare alimento commestibile le uova di un gabbiano (eppure sono belle grosse e scommetto che il sapore sarebbe altrettanto buono di quelle di gallina). Credo di no. E sapete perché? Perché nella nostra cultura questi animali non sono stati mai considerati produttori di uova e latte. Mentre continuate invece a considerare cibo il latte e le uova, rispettivamente di mucca e gallina.

Altra considerazione che dà sostegno a quanto sto dicendo è che le argomentazioni di alcuni vegani per giustificare il loro mangiare talvolta latte e uova sono identiche a quelle dei carnisti quando vogliono giustificare il mangiar carne; rientrano nella cosiddetta etica al ribasso e impossibilità di vivere a impatto zero.
Faccio un esempio: - eh, ma anche per produrre insalata si uccidono insetti; - eh, ma allora tu cosa dai da mangiare ai tuoi gatti? Che sono analoghe a quelle del carnista medio: - eh, ma quando cammini pesti gli insetti, anche la quinoa produce un alto impatto ambientale e il cellulare che usi causa sfruttamento; - anche il leone mangiare la gazzella; - vorrei vedere che mangeresti se fossi su un'isola deserta.

Voglio dire, se queste fossero argomentazioni valide, allora tanto varrebbe mangiare anche animali, come esattamente ci dicono i carnisti. Ma sì, ma mangiamoci pure tra di noi perché può capitare che per caso investi uno con la macchina e lo uccidi e allora a quel punto, tutti colpevoli, no? Peccato che NON siano argomentazioni valide perché tra uccidere un insetto in modo non intenzionale e allevare, sfruttare e uccidere animali per trasformarli in prodotto c'è una differenza morale enorme, così come tra l'atto predatorio per necessità del leone e la scelta di gola o di altre giustificazioni varie della persona che può benissimo fare a meno di mangiare animali e derivati.

Tutto questo per dire quanto il carnismo sia resistente, quanto sia difficile sottrarsi a determinati condizionamenti che abbiamo interiorizzato come normali sin dalla nascita e quanto, nonostante siamo attivisti, alcuni di noi continuano a considerare cibo il latte e le uova.

Non ho scritto questa riflessione per giudicare, ma per comprendere e analizzare.

Donne e animali

C'è un filo comune che lega la battaglia antispecista al femminismo ed è la difficoltà nel riconoscere l'oppressione che subiscono animali e donne. Nel primo caso, poiché sono vittime nemmeno riconosciute in quanto individui e silenziate nei loro tentativi di ribellarsi; si dice infatti che non hanno voce, anche se non è esatto perché la voce ce l'hanno, ma non vengono ascoltate. Nel secondo caso, poiché persino le vittime stesse hanno talmente interiorizzato il dominio del patriarcato da remare contro sé stesse e contro le altre donne che vogliono liberarle da condizionamenti e varie forme di dominio e sottomissione maschile.

Attenzione al concetto di libera scelta: sopravvalutato, ma prima e più importante forma di condizionamento del sistema di credenze e valori che interiorizziamo sin da quando nasciamo al punto da diventare invisibile e quindi irriconoscibile come ideologia.

Nel momento in cui si prende consapevolezza dei condizionamenti subiti, nostro malgrado, non solo ci si spalanca un mondo, ma si prova anche molta rabbia. Questa rabbia però va incanalata in modo costruttivo e bisogna essere molto pazienti con le persone che difendono il sistema di dominio e oppressione in cui sono nate senza rendersene conto. 

Suggerisco di leggere questo articolo molto interessante di Melanie Joy, psicologa americana che ho citato molte volte nel blog, in cui spiega perché sia così difficile far comprendere gli ideali di giustizia alle persone che hanno interiorizzato alcune forme di oppressione e privilegio e come, nel lor agire e parlare quotidiano, concorrano a sostenerle senza che ne siano minimamente consapevoli, persino entrando in conflitto con il loro sistema di valori morali.
Tipico, per quanto riguarda lo sfruttamento degli animali, di chi è sinceramente convinto di amarli, ma ritiene normale, naturale e necessario mangiarli o di chi, per quanto riguarda i privilegi del patriarcato, crede di trattare le donne in modo paritario rispetto agli uomini, ma in realtà sta inconsapevolmente remando in favore del mantenimento dei propri privilegi. 

mercoledì 16 maggio 2018

Etichette negative

I maschilisti, che siano consapevoli di esserlo o meno, reagiscono esattamente come i carnisti: di fronte alla messa a nudo dell'ideologia su cui si fonda un dato pensiero, anziché riflettere, si sentono attaccati e bollano l'interlocutrice come "femminista acida"; mentre il carnista ti dà della "vegana estremista".

Si prendono le distanze, spesso adottando il sarcasmo, e guai se non ridi con loro, significa che non comprendi l'ironia, che sei una che non sta al gioco (il gioco in cui tu, donna, devi stare al tuo posto, ovviamente).

La costruzione dello stereotipo della femminista acida, così come quello del vegano estremista è una reazione prevedibile di fronte alla critica radicale dello status quo. I cambiamenti fanno paura, soprattutto quelli che farebbero perdere determinati privilegi e che mettono in discussione un intero modo di pensare, quindi si provvede alla creazione di uno stereotipo negativo per delegittimare chi si fa portatore di determinate istanze.

Il termine "femminista" ancora oggi porta il peso di uno stigma sociale, esattamente come accade oggi a quello di "vegano".

Eppure stiamo parlando di lotte sociali, di giustizia, di rispetto per tutti gli individui, della critica a una società patriarcale fondata sul dominio e sull'oppressione e sulla superiorità del maschio, bianco, etero, occidentale.
Le femministe (e i femministi, per fortuna ci sono anche uomini che ci appoggiano), così come i vegani, sono persone che portano avanti un pensiero rivoluzionario radicale e per questo sono malvisti, osteggiati, ridicolizzati, persino bulleggiati.

Non siamo acide, non siamo estremisti, siete voi che avete un pensiero retrivo, asfittico, gretto, provinciale.

giovedì 10 maggio 2018

Lulu e Belle





















Vi presento Lulu e Belle e vi racconto la loro storia.

All'incirca un mesetto fa, tornando a casa, ho notato un gruppetto di lumache schiacciate sotto all'icona di una Madonna cui molte persone del quartiere vanno a chiedere grazie e portare fiori (no comment, ma ho ragione di pensare che qualche devoto le abbia volutamente staccate dai vasetti di fiori e gettate a terra poiché era pieno giorno e c'era il sole; notoriamente le lumache escono per strada quando è umido e la sera. Poi erano tutte ammassate, in un unico punto e non c'era qualcosa che avesse potuto attrarle); alcune erano morte, solo una viva e col guscio integro (che ho provveduto immediatamente a portare in un posto sicuro) e cinque ancora vive, ma col guscio molto danneggiato, che si staccava a pezzi o con parti mancanti; se fossero rimaste lì avrebbero finito di morire schiacciate come le compagne o predate da insetti vari facendo una fine comunque orribile (le lumache col guscio molto danneggiato non sopravvivono in natura); così le ho prese e portate a casa. Io e Andrea Festa le abbiamo messe dentro una scatolina con poca acqua e insalata. Tre sono morte nei giorni successivi, ma due sembrano star bene, mangiano e addirittura sembra che il guscio si stia rimarginando (si è formata una patina sopra). Quindi, per dargli un ambiente più confortevole e grande, gli abbiamo comprato un acquarietto di plastica e lo abbiamo arricchito con legnetti e altro dove possono salire, nascondersi ecc.. Ovviamente, se il guscio si sistemerà, le libereremo in natura. Per il momento sono qui con noi e osservarle è molto emozionante perché si scoprono un sacco di cose. 
Mangiano volentieri insalata, spinaci, foglie di cavolo, bieta, ma anche frutta. Vanno matte per la carta, ho cercato in rete e pare che comunque non gli faccia male; contiene cellulosa, del resto e magari gli è utile per ricompattare il guscio.

Facendo ricerche in rete per la loro alimentazione sono usciti fuori un sacco di siti di allevatori perché, purtroppo, le lumache vengono mangiate. Fanno una fine orribile poiché vengono bollite vive (come le aragoste).
Se ne parla poco e niente, ma sono animali anche loro, sensibili all'ambiente (pleonastico, ovvio, tutti gli animali interagiscono tra di loro, con e nell'ambiente circostante) e con un loro mondo da scoprire. 
Per favore, non mangiatele e se vi capita di trovarle in mezzo alla strada, a rischio di essere schiacciate, prendetele delicatamente e portatele in un posto sicuro; se hanno il guscio molto danneggiato, potete fare come me e mio marito e provare di dargli una chance di sopravvivenza, per poi liberarle quando sarà il momento.

mercoledì 9 maggio 2018

Dalla parte delle bambine


"Le radici della nostra individualità ci sfuggono; altri le hanno coltivato per noi a nostra insaputa"

Riporto, qui di seguito due brevi estratti dal libro "Dalla parte delle bambine"* di Elena Gianini Belotti che mi hanno colpito particolarmente, non soltanto per la profonda verità che contengono, ma anche perché possono essere applicati pure ad altri tipi di condizionamenti e pregiudizi, non solo quelli sul femminile. 
Verissimo infatti che le credenze culturali che ci vengono trasmesse da bambini vengono introiettate facilmente perché a quell'età non si possiede alcuna capacità critica e si crede a qualsiasi cosa ci dicano gli adulti, oltre a volerli assecondare in ogni modo per essere accettati e amati in modo incondizionato (e questo spiega come mai facciamo fatica a scrollarci di dosso tantissimi pregiudizi che permangono anche nell'età adulta, inconsciamente, a dispetto del buon senso e di acquisizioni di tipo scientifico; pensiamo infatti anche al carnismo, a quanto sia radicato in noi. Ho conosciuti medici convinti che le mucche producano sempre il latte, eppure avrebbero dovuto avere le cognizioni mediche necessarie per capire che, come animali mammiferi, hanno la lattazione solo dopo aver partorito; e conosco persone ben istruite che ancora parlano di differenze innate comportamentali di maschi e femmine, attribuendo determinate caratteristiche agli uni e alle altre e definendo eccezioni quei casi che non confermano i loro pregiudizi; la verità è che queste differenze si manifestano perché sin da piccoli veniamo educati e repressi al fine di creare dei maschietti e delle femminucce che confermino queste credenze).

Il secondo estratto spiega in particolare come mai, nonostante di fatto oggi le donne sembrino aver acquisito una parità, almeno sulla carta, poi nei fatti continuino a restare vittime di pregiudizi e vengano trattate e considerate in modo diverso. Infatti mi fanno ridere quelli che dicono "ma cosa volete ancora voi donne, ormai il femminismo non serve più perché avete ottenuto la parità", quando, di fatto, nei comportamenti, linguaggio, gesti e costumi continua a restare radicato un profondo sessismo e maschilismo. 
Vero che oggi le donne lavorano in ogni campo insieme agli uomini (anche se spesso con stipendio minore), ma non sono considerate e trattate con lo stesso rispetto che generalmente si dà ai loro colleghi uomini. Battutine, molestie, frasi sessiste, mansplaining ed altro sono all'ordine del giorno in molti ambienti di lavoro. Così come nella vita e in ogni altro ambiente. 
Anche a casa, non di rado la donna che lavora è anche quella che poi svolge la gran parte dei lavori domestici o, quanto meno, se ne fa carico a livello di organizzazione. Leggevo tempo fa un articolo che parlava di un disturbo dovuto all'eccessivo carico di lavoro mentale che tocca alla donna che lavora e organizza i lavori domestici a casa, anche quando è aiutata comunque dal compagno, che però mantiene un atteggiamento distaccato, di mera esecuzione di compiti affidati, come se non ne fosse comunque responsabile (ad eccezione di determinati lavori che vengono definiti "maschili"); se a tutto ciò si aggiunge anche la cura di un figlio, ecco che la donna si carica veramente di una mole infinita di mansioni, mole complessiva che non è percepita e vissuta allo stesso modo del compagno e questo perché entrambi hanno interiorizzato certi pregiudizi e schemi mentali, a dispetto di quanto si affermi in teoria.

Altro punto, molti pregiudizi faticano a scomparire e vengono trasmessi di generazione in generazione (tramite un processo che si chiama inculturazione) poiché mantengono un'utilità sociale; sono cioè utili a chi li tiene in vita a discapito di chi ne è vittima (fa comodo continuare a credere che gli animali siano fatti per essere mangiati e che le donne debbano essere sottomesse e servire l'uomo).

"I pregiudizi sono profondamente radicati nel costume: sfidano il tempo, le rettifiche, le smentite perché presentano un'utilità sociale. [...] La loro stupefacente forza risiede proprio nel fatto che non vengono ammanniti a persone adulte che, per quanto condizionate e impoverite di senso critico, potrebbero averne conservato abbastanza per analizzarli e rifiutarli, ma vengono trasmessi come verità indiscutibili fin dall'infanzia e non vengono mai rinnegati successivamente. L'individuo li interiorizza suo malgrado, e ne è vittima sia colui che li formula e li mantiene in vita contro l'altro, sia colui che ne viene colpito e bollato. Per confutarli e distruggerli occorre non solo una notevolissima presa di coscienza ma anche il coraggio della ribellione che non tutti hanno. La ribellione suscita ostilità e la condanna di colui che tenta di sovvertire le leggi del costume, più profonde e più tenaci delle leggi scritte, può essere l'ostracismo, l'emarginazione sociale."

"Il fatto è che mentre la realtà sociale cambia con sempre crescente rapidità, le strutture psicologiche dell'uomo mutano con estrema lentezza."

*Il libro della Belotti, che sto leggendo in questi giorni, è stato pubblicato negli anni settanta, ma è ancora tremendamente attuale proprio perché i pregiudizi sul femminile, come si dice negli estratti che ho riportato, sono durissimi a morire, nonostante appunto gli avvenuti cambiamenti sociali. Nel libro l'autrice, che ha diretto il Centro Nascita Montessori di Roma, dimostra come "la tradizionale differenza di carattere tra maschio e femmina non è dovuta a fattori innati, bensì ai condizionamenti culturali che l'individuo subisce nel corso del suo sviluppo".

lunedì 7 maggio 2018

"Chi bella vuol comparire, qualche male deve soffrire"

Ma ne siamo davvero sicure?

Disparità sul lavoro e, in generale, condizionamenti dettati da una società patriarcale che definisce i canoni estetici femminili: trovo molto discriminante che ai colloqui di lavoro chiedano alle donne se vogliano avere figli e, in alcuni casi, anche "una bella presenza" o "abbigliamento adeguato".

Perché agli uomini non lo chiedono? Perché danno per scontato che comunque, in caso di figli, sia la donna a restare a casa e ad accollarsi il grosso del lavoro e responsabilità per crescerli. E poi ovviamente mancano gli aiuti e sostegni statali adeguati.

Vero che l'abbigliamento di un certo tipo è richiesto anche agli uomini, ma in genere si tratta di abbigliamento formale, giacca, cravatta, pantaloni; mi vengono in mente invece tutti quei lavori in cui alle donne è richiesto di indossare tacchi alti, collant, gonne (per esempio alle stendiste - non so se sia questo il termine adatto - delle fiere di un certo tipo), per non parlare del ruolo, maschilista per eccellenza, della valletta in tv. Indumenti scomodissimi, per nulla pratici, che provocano sofferenza. Una sofferenza che, in quanto donne, siamo abituate da una vita a sopportare, talmente abituate che nemmeno ce ne rendiamo più conto. Per non parlare del trucco (in certi ambienti, come in tv, il make up credo sia quasi obbligatorio per apparire al meglio, togliere occhiaie, borse, levigare rughe, correggere imperfezioni - ma sono davvero tali? - ecc.) e altri trattamenti che diamo per scontato si debbano fare per apparire belle, curate, in forma. Tingersi i capelli, depilarsi, curarsi la pelle, essere magre e prosperose al tempo stesso (e ovviamente l'uso esagerato di photoshop nelle pubblicità ha esasperato questo ideale di perfezione), avere le tette grosse e le labbra carnose, ma il vitino da vespa e le gambe da fenicottero (un connubio più unico che raro perché generalmente chi ha forme prosperose tende ad essere morbida anche nel resto del corpo), unghie laccate, capelli perfetti. Su youtube è pieno di adolescenti che fanno tutorial su come farsi le onde ai capelli, su come truccarsi, su come eliminare la cellulite, occhiaie e quant'altro. Operazioni che portano via tempo, energie, denaro. Vedo queste ragazzine sempre più giovani adottare delle routine di bellezza quotidiana che alla lunga diventano prigioni mentali da cui è difficile uscire e tutto ciò è qualcosa che ha molto a che fare con il modo in cui la società stabilisce i canoni estetici femminili (e da cui ovviamente le aziende traggono profitto).

Il punto è, siamo consapevoli e fino a che punto dell'imperativo categorico che noi donne, in quanto femmine, subiamo sin da quando siamo bambine e a cui, nostro malgrado, ci assoggettiamo senza rendercene conto? Essere belle e seducenti. Bellezza e seduzione ovviamente imposte culturalmente e che condizionano anche lo sguardo maschile.

Tutto ciò ricade anche in ambiente lavorativo, non a caso certi lavori in cui è richiesta una bella presenza sono rivolti soprattutto alle donne (vallette, stendiste, segretarie, per dirne qualcuno).

Mi rendo conto di aver toccato più temi in uno (riflessioni frutto di scambi molto interessanti che ho avuto ieri e oggi e di un percorso personale che sto facendo), la discriminazione sul lavoro e i canoni estetici femminili, ma il punto è che abbiamo talmente introiettato alcuni schemi e comportamenti e modi di essere che pensiamo siano frutto di una nostra libera scelta, di un nostro gusto personale, quando invece non è così, o non del tutto.
Quale donna non trova noioso depilarsi, struccarsi la sera, mettersi le creme ecc.? Sì, a volte può essere piacevole e rilassante (o ci hanno insegnato a pensare che lo sia?), pensiamo che prenderci cura di noi stesse lo sia, ma siamo del tutto sicure che lo facciamo soltanto per noi stesse? Ovvio che la prima risposta che ci diamo e che, sono sicura, mi darete quasi tutte è: lo faccio per me stessa. Anche io ne sono convinta perché ci tengo ad apparire al meglio, quando mi guardo allo specchio voglio che mi rimandi una precisa idea che ho di me stessa, che è frutto però sempre di un condizionamento culturale estetico che ho subito nel tempo e di un consenso che ricerco, che tutte ricerchiamo.
Quindi credo sia importante capire quanto di quello che facciamo lo facciamo perché ci fa stare veramente bene e quanto invece lo facciamo per necessità, perché ormai ci siamo abituate a vederci e sentirci in un certo modo e temiamo di essere altrimenti sciatte e brutte.
E poi, altro punto importante: perché ci teniamo così tanto ad apparire belle?
Perché è da quando nasciamo, cristo santo, che ci dicono che siamo o non siamo belle. Che i nostri corpi dovrebbero essere così e colà, che siamo sciatte o truccate, troppo magre o troppo grasse. Siamo bersagliate da giudizi e commenti sul nostro aspetto estetico dalla mattina alla sera, sin da quando nasciamo ("ma che bella bambina, guarda che lineamenti, ha un nasino perfetto...").
Vero, anche gli uomini sottostanno a molti condizionamenti estetici, ma in genere per loro si predilige la comodità, la praticità e l'accettazione dell'invecchiamento. Perché se una donna non si tinge i capelli bianchi appare sciatta mentre a nessun uomo è richiesto questo? Perché le donne devono depilarsi e gli uomini no? Perché le donne devono indossare tacchi e gli uomini no? Perché il corpo delle donne deve essere costruito artificialmente - ossia corretto, modificato - e non si accettano le normali caratteristiche fisiche che tutti abbiamo? Ripeto, in parte anche per gli uomini, ma molto meno. Gli uomini possono farsi crescere la barba, i peli sul corpo e i capelli bianchi. Le donne no e quelle che lo fanno spesso vengono giudicate come sciatte, trascurate.

Se vi va, ditemi la vostra, quali sono i trattamenti estetici di cui vi sentite schiave e fareste volentieri a meno e cosa vi impedisce di liberarvene.

domenica 6 maggio 2018

Qualcosa sulle uova che forse non sapevi


Cosa comporta mangiare le uova?
Essere complici di un'industria che seleziona i pulcini dopo la schiusa, mette da una parte le femmine e tritura i maschi. Quando le femmine, le cosiddette galline ovaiole, sono in grado di deporre le uova, vengono portate in un capannone, o chiuse dentro gabbiette all'interno sempre di un capannone, e poi vengono sfruttate per 12-15 mesi - ossia finché la produzione giornaliera di uova darà un profitto maggiore rispetto al costo del loro mantenimento - dopodiché il capannone viene svuotato e vengono mandate al macello. Poi si ricomincia.

Praticamente nascono, vengono sfruttate per un anno o poco più e poi uccise.

Smettere di acquistare e mangiare uova non è una scelta estrema, ma di rispetto.

P.S.: non esistono uova senza crudeltà, anche quelle di allevamenti cosiddetti "bio" ed estensivi comportano sfruttamento e uccisione prematura delle galline. Senza tener conto del fatto che molti allevamenti, pur contenendo la dicitura bio, in realtà tengono le galline ammassate nei capannoni e, previo ammassamento, c'è comunque la cernita e uccisione dei pulcini maschi e la fine al mattatoio delle galline nel momento in cui la produzione cala. Per "bio" ci si riferisce al tipo di mangime usato che non presenta pesticidi. 
Un'altra considerazione da fare è che quando si acquistano prodotti contenenti uova, generalmente queste sono uova provenienti da allevamenti intensivi. 
Quindi, a meno che non viviate con delle galline che poi farete morire di vecchiaia, qualsiasi tipologia di uova acquistiate comporta sfruttamento e uccisione precoce delle galline. Inoltre, pur sembrando un discorso difficile da comprendere, è invece fondamentale arrivare a pensare alle galline come a degli animali soggetti della loro stessa vita e che non devono essere costretti a produrre qualcosa per noi. Non sono macchine. 

sabato 5 maggio 2018

Il mito della Natura

La Natura come mito. Niente di più sbagliato.
La natura è sopravvivenza alla violenza.

Noi, come specie, avremmo la possibilità sia di affrancarci, in parte, dalle sue manifestazioni più brutali, sia di superare la visione dell'antropocentrismo sfrenato che ci posiziona al di là di essa.
Purtroppo invece prendiamo il peggio di entrambe le posizioni: ci riferiamo alla sua brutalità per giustificare l'oppressione e il dominio delle altre specie (anche se potremmo vivere senza farlo) e la rinneghiamo per sperimentare e produrre tecnologie sofisticatissime di cui però usufruiscono solo pochi a discapito di tutti gli altri (umani senza adeguate risorse economiche e non umani).
Io per esempio guardo di buon occhio al transumanismo, solo però se inclusivo del rispetto di tutte le specie e della natura come spazio comune.

venerdì 4 maggio 2018

Possono gioire?


Noi attivisti e chiunque si interessi agli animali ci concentriamo soprattutto sul dolore e sofferenza psicologica che provano gli altri animali perché, giustamente, chi vuole sfruttarli è la prima cosa che nega, ossia che siano in grado di rendersi conto, che soffrano ecc.; 
però penso che si debba fare un passo avanti e aggiungere alla famosa domanda di Bentham "possono soffrire?", anche "possono gioire, provare emozioni, sentimenti, stringere relazioni, fare esperienza del mondo?".
Infatti, oltre a farli soffrire, è di tutto questo che li priviamo. Neghiamo loro di essere autori e soggetti della loro stessa vita. E per loro stessa vita si intende quella che loro, liberamente, vivrebbero secondo le caratteristiche etologiche specie-specifiche, non quella che noi pensiamo debba essere giusta per loro.

Altrimenti, restando focalizzati sul solo dolore, poi ti inventano specie capaci di non sentirlo e il problema è risolto. Ci stanno già lavorando (potete leggere la notizia qui).
Ma l'abominio più grande non è tanto o soltanto infliggere dolore a qualcuno, ma privarlo della sua esistenza e di fare tutto ciò che farebbe liberamente nella sua vita.

giovedì 3 maggio 2018

Orgoglio carnista


Oggi assistiamo a un crescendo della rivendicazione dell'orgoglio carnista, ossia di persone che sentono la necessità di esternare e rimarcare la loro identità carnista tramite vari mezzi: facendosi foto con bistecche, scrivendo post che sfottono i vegani, comunicando sotto ai video di allevamenti e mattatoi l'intenzione di mangiarsi maialini e costolette di abbacchio e via dicendo.

Questa polarizzazione di due gruppi, uno conservatore che non vuole rinunciare al panino al prosciutto e l'altro rivoluzionario che lotta per l'affrancarsi della società da dinamiche di dominio e mercificazione dei corpi, è destinata ad aumentare.

L'aspetto interessante è che il carnismo non è più dato per scontato, ragion per cui si sente il bisogno di disinformare sul veganismo, di denigrare chi si fa portavoce della battaglia antispecista, di sviare il discorso dalle vittime animali e di rafforzare invece la propria posizione (anche con campagna mirate che dicono quanto faccia bene il latte e la carne).

Non la vedo come una cosa negativa, vuol dire che la normalità del mangiare animali comincia a traballare.

Una mia amica che guarda la televisione mi riferisce, a sostegno di quanto dico, che non c'è giorno in cui non si faccia disinformazione sul veganismo. Si dice che fa male, che sottrae energie, che è una forma di ortoressia e altre amenità simili.
Tutto falso. L'unica cosa vera che non si dice - e che si dovrebbe dire! - è che il veganismo è una scelta etica che nasce dal rifiuto di continuare a prender parte allo sfruttamento, schiavitù e uccisione di miliardi di individui senzienti.

L'unica cosa che mi sottrae energie, da vegana, è vedere l'indifferenza delle persone nei confronti dello sfruttamento animale e dover rispondere alle idiozie di chi, a fronte di un video sui macelli, ti risponde che "anche le piante soffrono". 

domenica 22 aprile 2018

Non c'è giustizia senza sensibilità


Ieri un mio amico mi ha fatto riflettere su una cosa che molti di noi, presi come siamo dal dimostrare l'aspetto politico e sociale dell'antispecismo con argomentazioni razionali, abbiamo accantonato, ma dalla quale, non possiamo prescindere: la sensibilità.

Ora, è vero che la sensibilità è anche una questione culturale e sociale perché è la cultura in cui viviamo e in particolare l'ambiente in cui cresciamo che ci insegnano a dirigere il nostro sentire in particolare verso alcuni e meno o per niente verso altri, ma è altrettanto vero che senza questo sentire ogni nostra argomentazione, per quanto forte e inoppugnabile, cadrà nel vuoto, cioè non troverà gli appigli giusti per radicarsi e trasformarsi poi in una battaglia sociale.
Se la persona con cui stiamo parlando non ha la nostra stessa sensibilità, di fronte a video di animali al macello e dentro gli allevamenti non proverà mai i nostri sentimenti di ingiustizia o li proverà in maniera attenuata. Ciò che a noi indigna e fa star male - lo sguardo degli animali dentro i tir, i loro corpi ammassati e martoriati e poi fatti a pezzi - può lasciare altri del tutto o in parte indifferenti. 
Le persone possono dirci: ok, per te è sbagliato uccidere animali, ma a me non importa nulla perché la loro sofferenza non mi tocca e di conseguenza non percepisco quanto ciò sia ingiusto.

Cos'è che ci fa dire che qualcosa è ingiusto? Il sentire che quello che si sta facendo a qualcun altro ci farebbe star male se fosse fatto a noi. Ma se questo sentire non c'è, l'ingiustizia non si percepisce.

E così noi ci sbracciamo e sgoliamo per spiegare quanto lo specismo sia affine al razzismo, al fascismo e ad altre forme di oppressioni; ci spertichiamo in sofisticate analisi politiche sulla nascita della società del dominio e facciamo analogie su questa o quell'altra forma di oppressione. Ma senza il sentire, cioè senza una certa forma di sensibilità, tutte queste argomentazioni scivolano via. O meglio, si riconoscono magari come vere e persino ovvie, ma non portano le persone a sentire quell'urgenza di volerle cambiare, a sentire quell'intima ribellione.

Se vogliamo cambiare la società, dobbiamo cambiare la sensibilità. Dobbiamo fare in modo che la cultura in cui cresciamo ci insegni a essere sensibili verso gli altri, allo stesso modo in cui ci insegna a essere sensibili verso i bambini o altre persone; dobbiamo fare in modo che non ci siano più individui di serie A e di serie B e che tutti siano considerati importanti.

Infine, l'altro giorno scrivevo che la nostra è una battaglia di giustizia e non di amore per gli animali; e lo penso ancora. Ma il il percepire qualcosa come ingiusto o giusto dipende dalla sensibilità, dal sentire.

La battaglia per i diritti animali non ha precedenti nella storia perché richiede una forma di sensibilità estesa ad individui che non sono come noi e che una cultura millenaria ci ha insegnato a considerare inferiori e utili al solo scopo di soddisfare alcuni nostri interessi; individui di cui non comprendiamo il linguaggio e nemmeno la mente. Anzi, a cui nemmeno attribuiamo un linguaggio o una mente.
Dobbiamo scendere in piazza in loro rappresentanza per chiedere il loro diritto alla vita e a non essere più considerati risorse rinnovabili. In piazza non ci sono loro, se non nelle foto o video. E non c'è questa sensibilità condivisa che porta le persone a percepire la tragedia del loro sfruttamento. 
Dobbiamo tener conto di tutto questo se vogliamo essere efficaci.
Dobbiamo smetterla di illuderci che basterà dire alle persone cosa avviene dentro gli allevamenti e mattatoi per farle schierare dalla parte degli animali.

Forse verrà il giorno in cui, anche se in pochi, dovremo pretendere la loro liberazione, anche se non sarà ancora capita dai più. Ma per pretenderla dovremo arrivare a essere una massa critica abbastanza significativa da essere ascoltata da chi detiene gli strumenti legislativi; si dovrà arrivare a una sorta di circolo virtuoso in cui l'aumento della sensibilità porti all'approvazione di determinate leggi e misure educative (per misure educative ovviamente non intendo nulla di coercitivo, bensì fare cultura nelle scuole, attraverso l'informazione, l'arte, la letteratura, il cinema, il linguaggio, la filosofia, l'economia ed entrando in ogni settore perché non c' settore che non sia intriso di specismo) e queste, a loro volta, modifichino la sensibilità e così via attraverso una serie di cerchi concentrici che arrivino al cuore della liberazione animale.

Per ora le leggi tutelano in parte solo gli animali cosiddetti da affezione e questo perché appunto c'è una sensibilità condivisa dalla maggioranza.

Oppure, può essere che semplicemente lo sfruttamento degli animali finirà quando non sarà più conveniente sotto il profilo economico. Finirà per motivi economici e non etici. 

venerdì 20 aprile 2018

Brave persone


Tutti pensano di essere brave persone, persino quelle che commettono i peggiori crimini si convincono di avere delle ottime ragioni o di non avere altre scelte.

In particolar modo è convinzione comune che non ci sia nulla di male nel mangiare animali, anche se questa pratica è causa di sofferenze indicibili e della negazione di infinite esistenze considerate solamente risorse rinnovabili. Già, infinite, fatte nascere e maciullate senza sosta in quell'immenso tritacarne che è l'industria della carne, del latte, delle uova, del pesce, del pellame, della sperimentazione animale e del divertimento con gli animali. Altrettanto infinite sono le giustificazioni che le persone si danno per non ritenersi responsabili di tutto ciò e per continuare a pensare a loro stesse come "brave persone" che mai torcerebbero un capello a chicchessia.