lunedì 29 dicembre 2014

Le mie impressioni sugli ebook

(immagine presa da Wikipedia)

Da un paio di settimane sono passata a leggere gli ebook. Come supporto ho scelto il Kobo e finora ne sono molto soddisfatta. Ho pensato quindi di scrivere un post per condividere le mie impressioni.
Le ragioni che mi hanno spinta a compiere questo passo - anche se non significa che abbandonerò la lettura dei libri cartacei, ma solo che a questi affiancherò anche gli ebook - sono diverse. 

La prima, per quanto mi riguarda, è la possibilità di poter ingrandire i caratteri quanto mi pare e piace. Non avendo più una vista perfetta, pur con tutti gli occhiali, negli ultimi tempi mi ero accorta che stavo rinunciando a leggere alcuni testi perché stampati con caratteri troppo piccoli. Io poi ho sempre amato leggere la sera prima di andare a dormire e a fine giornata è facile che la vista sia più stanca. 
Il Kobo permette di regolare l'illuminazione, e anche di eliminarla del tutto. Questo facilita la lettura e dà meno fastidio alla vista.

Un altro motivo è stato quello del costo dei normali libri di carta. Le edizioni Einaudi, tanto per fare un esempio - che poi, non so perché, ma tutti i miei autori preferiti vengono pubblicati da Einaudi - si aggirano sui venti euro a testo, a volte anche 25. Meno i tascabili, ma non sempre si ha la pazienza o la voglia di aspettare. Alcuni Mondadori costano anche 32-35 euro. Non so voi, ma io che divoro un romanzo dietro l'altro, non potevo più permettermi di spendere queste cifre e così ero costretta a fare delle rinunce. Gli ebook invece costano molto meno. E spesso ci sono offerte in alcuni giorni speciali in cui vengono venduti a meno di un euro o addirittura regalati. 

Altro motivo, il risparmio di carta, e così la salvaguardia delle foreste. Non mi dite che a fronte c'è quello del consumo di corrente perché la batteria del Kobo (non so degli altri, ma immagino siano simili) dura circa due mesi. Forse, leggendo tanto, qualcosina in meno, ma sicuramente più di un mese. 
Il supporto di ebook permette inoltre di tenere insieme e portarsi dietro, con pochissimo peso, tantissimi libri. Comodissimo in viaggio, ma anche sui comuni mezzi pubblici presi per spostarsi in città. Io prima difficilmente mi portavo dietro i libri (a meno che non dovessi affrontare viaggi di almeno un'ora) perché comunque pesano, mentre ora giro con il Kobo nella borsa e ad ogni occasione lo tiro fuori e lo apro. Non serve nemmeno di spegnerlo o accenderlo ogni volta, ha un sistema comodissimo e veloce: basta chiudere la custodia. 
Ci sono poi delle agevolazioni come il dizionario incorporato, anche in lingua straniera (ho letto un romanzo in inglese e mi è stato molto utile, con un clic si accede alla traduzione), il collegamento a Wikipedia, la possibilità di annotare appunti, e altre cose che devo ancora scoprire. 

Un altro motivo ancora, per me non indifferente, è stato quello dello spazio. Il mio compagno ha ereditato nel corso degli anni i libri dei suoi genitori, entrambi lettori appassionati, poi quelli di uno zio e di altri parenti. A tutto ciò si erano aggiunti i suoi e i miei. Praticamente casa nostra era sommersa di libri. Nelle librerie non c'era più posto. Bello da immaginarsi, anche a vedersi, un po' meno da vivere perché comunque poi i libri se non sono tenuti bene si rovinano, si impolverano e l'intera casa finisce per diventare un enorme mucchio di carta impolverata. Un casino poi per trovarli. Mantenere un certo ordine era impossibile. A tutto ciò aggiungiamo il fatto che con noi convivono nove gatti e un cane e che molti libri finivano preda delle loro fauci e unghiette. Facile che compravamo un libro e dopo due giorni non riuscivamo più a trovarlo. Per poi scovarlo semi-distrutto sotto a un divano tempo dopo. Di alcuni avevamo tre o quattro copie, di altri edizioni differenti. La scorsa estate abbiamo dato via dodici scatoloni di libri, dopo una cernita accurata, per dare una sistemata. Ma continuare a comprarne, oltre che problematico, sarebbe stato assurdo. Gli ebook hanno risolto questo problema.

E ora veniamo alle impressioni più personali. 
Com'è leggere un ebook, un'esperienza migliore o peggiore rispetto al cartaceo? Io direi, semplicemente, diversa. 
Ammetto che la prima sera mi ha fatto un po' impressione tenere in mano quello schermetto e soprattutto non poter girare materialmente le pagine. Mi sembrava di vivere un'esperienza in qualche modo inconsistente, effimera, ma dopo pochi minuti sono stata catturata dalla storia e questa sensazione è svanita. L'assenza di materia cartacea non impedisce infatti di assaporare il piacere della lettura o la possibilità di estraniarsi dalla realtà presente per immergersi in altri mondi. 
Diciamo che il libro cartaceo favorisce un immediato trasporto nel mondo di finzione cui stiamo per accedere, dato anche dalle immagini della copertina, che sono come il primo ingresso nella realtà narrativa. L'odore della carta, la consistenza delle pagine, l'atto materiale dello sfogliarle, favorisce il passaggio da uno stato di realtà a quello di finzione. L'ebook inizialmente appare sprovvisto di tutto ciò: è più spoglio, più immateriale, è in bianco e nero e lo schermo è sempre lo stesso identico per tutti i romanzi. Ma dopo un po' che si legge, ecco che la storia particolare in cui siamo immersi fa acquisire anche al supporto i caratteri della sua unicità. Non so bene come spiegare questa cosa, ma è come quando ci squilla al telefono una persona che amiamo o riceviamo un suo sms; anche se lo schermo del telefono è sempre lo stesso, ne percepiamo una luminosità differente, o un suono diverso, perché la nostra capacità di immaginare e di dare un volto e sensazioni a un nome o a un numero, ci fa percepire le cose diversamente.
Così è con gli ebook. Lo schermetto è sempre quello, ma ogni romanzo, in virtù delle particolari sensazioni che riesce a scatenare, gli conferisce una sua unicità. 

Mi pare inoltre che si legga più in fretta. Forse perché i caratteri ingranditi sforzano meno la vista, o perché è più facile portarsi dietro il supporto e quindi leggere in molte più occasioni. Fatto sta che ho ricominciato a leggere alla grande, mentre ultimamente, causa stanchezza degli occhi, a volte la sera ci rinunciavo. 

In definitiva, per me l'esperienza è finora positiva. Né migliore, né peggiore, solo diversa, con in più gli svariati vantaggi che ho accennato. 

P.S.: per acquistare gli ebook, avendo il Kobo, posso parlare solo di questo. Mi sono fatta un account sul loro sito e poi ho preso delle carte prepagate (simili a quelle telefoniche). Ce ne sono di vari prezzi, a partire da dieci euro. Si inserisce il loro codice e si ha così un tot da spendere. Quindi si scelgono i libri dal catalogo - divisi in genere o per autore in ordine alfabetico - si mettono nel carrello e si fa l'acquisto con un clic. A seguire si fa la sincronizzazione sul proprio supporto, accendendo il tasto apposito. Dura pochi secondi. L'ebook è pronto da leggere a sincronizzazione terminata. 
Finora ho acquistato sette romanzi, spendendo meno di 50 euro. Ho controllato il relativo prezzo in cartaceo e poiché quasi tutti sono Einaudi, per quella cifra avrei potuto prenderne al massimo due. 

P.P.S.: auguri di buon anno a tutti e che sia un anno pieno di buone letture e di cambiamenti positivi. 

domenica 21 dicembre 2014

E buon Natale!


Ieri mattina davanti al mattatoio è stata un'esperienza devastante.
Vedere i piccoli agnellini spaventati e sapere che non si poteva far nulla per salvarli ci ha messo a dura prova; sentire le risa e parole di scherno dei macellai che hanno osato uscire fuori per provocarci ci ha fatto capire che esiste una parte di umanità perduta, che non voglio, né posso più giustificare. 
Automatismo, deresponsabilizzazione, quello che volete, ma il coltello nelle loro mani rimane un fatto che, al netto di ogni analisi, non si può cancellare.
In tutto quel dolore e tensione, c'è stata però una cosa che mi ha riempito il cuore di speranza. Una persona, una persona che non sapeva nulla del nostro presidio, ma che per caso si è trovata a passare di lì, ha scelto di unirsi a noi. Ha preso in mano un cartello e ci ha tenuto compagnia per quasi tutto il tempo.
Se è vero che la lotta per la liberazione animale comincia quando le persone comuni si uniranno agli attivisti per protestare davanti ai mattatoi, allora forse quel tempo non è più molto lontano.

giovedì 18 dicembre 2014

Rendiamo le pareti trasparenti

Poiché quello della presunta superiorità morale di noi antispecisti e vegani è un tema ricorrente, dirò che io non mi sento superiore a chi mangia carne, ma che senz'altro giudico la mia scelta di aver rifiutato di partecipare al sistema di sfruttamento degli animali e del dominio di una specie su tutte le altre, una scelta migliore rispetto a quella di continuare a giustificare (con motivazioni moralmente inconsistenti) l'olocausto animale.
Migliore perché se è possibile smettere di arrecare così tanto dolore, non vedo perché rinunciarci.

Ricordo che sabato prossimo, il 20 dicembre, a Roma ci sarà un presidio davanti al mattatoio di Viale Palmiro Togliatti. Dalle ore 9,30 alle 14,30.

Per dare visibilità a coloro cui è stata sottratta ogni individualità. 



domenica 14 dicembre 2014

Giornata internazionale per i diritti degli animali


A volte sono stanca. Stanca dell’indifferenza, dell’ottusità, degli sguardi che ti scivolano addosso con fastidio, delle frasi stupide e prive di logica, dell’egoismo, della fretta, dell’aggressività, dei “no grazie” e a volte persino dello scherno.

A volte sono stanca di stare tante ore in piedi a reggere un cartello o di farmi chilometri per partecipare a un evento.

 A volte sono stanca di sentirmi fare sempre le solite domande e di ripetere, ormai quasi a memoria, le stesse risposte.

A volte sono stanca delle provocazioni e degli insulti e dei tentativi delle persone di aggredire per difendersi dai sensi di colpa.

A volte sono stanca della mole di dolore che ti frana addosso all’improvviso quando realizzi che tu sei solo un testimone della sofferenza altrui, ma che in quel preciso momento, e anche dopo, anche adesso, non puoi fare nulla per alleviarla.

 A volte sono stanca perché l’attivismo è un impegno che grava costantemente sulla coscienza e sulla testa, prima ancora che sulle gambe. Quando si finisce un presidio, un banchetto, una manifestazione e si torna a casa, quelle immagini di animali massacrati, schiavizzati, umiliati continuano a rimanere davanti agli occhi e non è facile voltare pagina e mettersi a fare una cosa qualsiasi. Specialmente quando si protesta in certi luoghi dove gli animali sono presenti e dove puoi sentire i loro lamenti, le loro grida, annusare la loro sofferenza, ma sai anche che non puoi fare nulla, almeno sul momento, per liberarli.

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sabato 29 novembre 2014

Pezzata rossa e bionda naturale in una stalla


Una bella ragazza bionda ammicca verso l’obiettivo della macchina fotografica mentre, vestita di soli indumenti intimi, viene colta nell’attimo di indossare una tuta da lavoro. Sulla testa una bandana, che però non nasconde, anzi, evidenzia, i lunghi capelli biondi. Alla sua sinistra si scorgono le terga di tre Mucche in fila l’una accanto all’altra. Si capisce che ci troviamo dentro una stalla. Queste scarne informazioni ci dicono che la ragazza sta per mettersi al lavoro. Il lavoro possiamo facilmente immaginarlo: mungere le Mucche, o forse accudirle, probabilmente entrambe le cose. 

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giovedì 20 novembre 2014

Della serie: basta che non soffra


Ieri leggevo su una rivista generalista che non bisogna condannare la produzione e acquisto dei piumini d'oca, ma solo l'eventuale maltrattamento degli animali; perché, a detta del giornalista, sono poche le aziende che operano la tecnica dello spiumaggio sulle oche vive, la maggior parte viene infatti spiumata da morta. E, a seguire, un elenco delle varie ricette che prevedono l'uso dell'oca in cucina.
A voler decodificare il pezzo ne vien fuori una roba come: poiché tanto le oche vengono uccise per essere mangiate, poco male se poi vengono anche spiumate per confezionare piumini.
Detto in altre parole: una prassi di sfruttamento e morte a giustificazione di un'altra.
Dacci oggi il nostro oblio quotidiano. Amen.

"Socialista nel cuore"


Ieri ho assistito al seguente monologo (cui non riesco a smettere di pensare perché lo sai che esistono persone che la pensano così, ma quando ci sbatti il muso, è tutt'altra un'altra cosa), parte di una conversazione in corso di cui però ho colto solo la "chicca" a seguire:
"... perché io non sono fascista, ma di destra, e lo dichiaro forte e chiaro. E sono a favore del capitalismo perché amo il lusso, la bella vita e per nulla al mondo sono disposta a fare dei sacrifici per far star bene altri. Ci tengo ai miei privilegi. Però sono socialista nel cuore... sì, nel cuore sono solidale con tutti".
Ora avrebbe avuto senso replicare alla tizia? 
Una tizia che ammette così chiaramente di fregarsene del prossimo per soddisfare e continuare a mantenere i propri privilegi non è una che non comprende le proprie responsabilità o che non capisce che il prezzo per avere quel di più destinato a pochi è quello di aver tolto il minimo necessario a molti, non è una con cui si può parlare, per spiegare, per raccontare o per farle cambiare idea. Rimane il disgusto da sbatterle in faccia, ma dubito che sia in grado di vedere oltre lo scuro dei suoi grandi occhiali firmati. 
Dunque, alla tizia che dichiara di amare il capitalismo non mi resta che augurare di scivolare giù, giù fino ai piani bassi in cui, per citare le parole di Horkheimer, "crepano a milioni i coolie della terra" e poi ancora più giù in mezzo "all'inimmaginabile sofferenza degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali".
Anche per un giorno o soltanto per un'ora. Sperando che sia sufficiente a risvegliare l'empatia e quel socialismo che dichiara di avere nel cuore (sic! Ma che accidenti avrà voluto dire?). 

martedì 11 novembre 2014

La storia non insegna

Difendere Salvini perché è contro la politica renziana o perché si pone contro i poteri forti dell'Europa, sorvolando sul fatto che sia uno xenofobo populista, pone allo stesso livello di quelli che dicono che in fondo in fondo non tutto è da buttare del fascismo perché almeno quando c'era Mussolini i treni arrivavano in orario.
Uno che sulla sua pagina FB permette che vengano scritti commenti di chiara matrice xenofoba, razzista e nazifascista, che vengano postate foto nostalgiche del duce e di Hitler, che si inneggi alla riapertura dei forni, che si inviti gli organi di controllo statale a usare i manganelli contro chi occupa le case e chi protesta, che si difenda il pensiero omofobo, rimane una persona improponibile.
Peraltro l'apologia del fascismo è un reato.
Io capisco che viviamo in una realtà complessa e che, specialmente in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo (crisi che va oltre il mero aspetto economico) si senta il bisogno di trovare un capro espiatorio, di dare la colpa a qualcuno, ma il problema non sono gli immigrati o i rom come vorrebbe far credere Salvini.
Il problema è il tipo di società che abbiamo costruito basato su un sistema volto ad ottenere il massimo profitto con il minimo di costo. Ossia il capitalismo. Il problema quindi non è l'immigrato che viene sfruttato, ma chi lo sfrutta e il sistema che lo permette, le leggi che consentono la delocalizzazione della produzione e delle risorse, il meccanismo di liquidità che permette lo spostamento di somme stratosferiche di denaro virtuale e i collassi di interi paesi causati dalle speculazioni finanziarie di enormi gruppi privati (che siano multinazionali, banche o poteri finanziari di altro genere). 
Che c'entra il povero immigrato in tutto ciò?
La crisi in Italia è stata creata anche con il beneplacito della sinistra e dei sindacati che hanno acconsentito a legalizzare forme di precariato selvaggio, rendendo la schiavitù un dato di fatto. Il problema non è l'euro, ma il mancato controllo dell'aumento dei prezzi che ci fu nel 2002, semmai.
E il problema è proprio l'impostazione di fondo del lavoro, ossia il credere che per vivere sia necessario lavorare dodici ore al giorno.
Basterebbe ridurre gli orari di lavoro e si aprirebbero spazi e posti in men che non si dica. Lavorare tutti, lavorare di meno. Agevolare chi assume non riducendo gli stipendi dei dipendenti, ma le tasse da pagare allo stato. Sottrarre via via sempre più potere agli organi statali e creare una rete di società formata da tanti singoli e gruppi che si uniscano in solidarietà reciproca e che man mano si sostituiscano allo stato nei privilegi, ma anche nei doveri. Ci vuole consapevolezza civica e politica. Non demandare, ma accollarsi individualmente la gestione e la responsabilità della cosa pubblica, della res publica.
In pochi anni l'economia ripartirebbe e ci sarebbe una società meno stressata e più sana. Più capace di godere del proprio tempo libero (che però è proprio quello che il potere e le sue emanazioni di governo non vogliono perché gente con più tempo libero è gente che pensa di più, che legge di più, che studia di più, in poche parole gente meno facile da plagiare mediaticamente).
Il problema non è cambiare i vertici. Ma la base della società stessa.
Se non si capisce questo, ecco che si finisce col credere al primo fanfarone di turno come Salvini. Ma la storia, diosanto, non vi ha insegnato niente?

giovedì 6 novembre 2014

Domande che non necessitano di molte risposte


Ultimamente mi sento in imbarazzo a rispondere alla domanda: "come mai sei vegana?".
Cioè, ma c'è bisogno che ti faccia i disegnini dei macelli?
Sì, sì, sto facendo del sarcasmo. Lo so. In realtà c'è bisogno eccome di spiegarlo perché la gente non mette in discussione pratiche consolidate nel tempo considerate normali, naturali e necessarie. E rimosse dalla sfera emotiva per autodifesa. 
Solo che a volte ho come la sensazione di parlare a vuoto. Ogni mia parola sembra finire in un gorgo per poi essere inghiottita dal nulla. 
Però, paradossalmente, è proprio in momenti come questi che riscopro il valore dell'attivismo pratico, concreto, del lottare per salvare anche soltanto una vita. Che forse è l'unica possibilità che ci sarà mai concessa. 

martedì 4 novembre 2014

Non solo Moncler


Le immagini di crudeltà nei confronti delle oche spennate per produrre i piumini mandate in onda da Report non costituiscono un'irregolarità della Moncler, ma la normale prassi di produzione. 
E, udite udite, per le pellicce e il pellame avviene anche di peggio; per non parlare di ciò che si nasconde dietro la produzione di latte, carne, uova e altri alimenti di origine animale.

Del resto, che gli animali siano felici di donarsi a noi e che non soffrano è una menzogna che si può raccontare solo ai bambini. 
La vera tragedia è che ci si continui a credere anche una volta divenuti adulti. 

martedì 21 ottobre 2014

La dignità del lutto


Se c’è un’esperienza che davvero ci accomuna tutti, animali umani e non, è quella della morte. 
E della morte parliamo continuamente noi antispecisti. Ne parliamo per raccontare quanto sia ingiusto che miliardi di animali vengano uccisi solo per farne bistecche o indumenti di vestiario; ne parliamo indulgendo su particolari raccapriccianti per dimostrare quanto i mattatoi e altri luoghi di sfruttamento siano crudeli.
Parliamo della morte che tantissimi animali abbandonati o selvatici trovano sulle strade, spesso preceduta da ore di agonia.
Parliamo della morte che innumerevoli creature identificate solo da un numero (innumerevoli nel senso che è impossibile conoscerne persino il numero esatto) trovano per mano di vivisettori nei laboratori, o nelle reti dei pescatori o nei tir dove vengono condotti per arrivare alla destinazione ultima del mattatoio.
Insomma, più che l’esistenza, gli animali sembrano sperimentare una morte prematura e sempre cruenta.
Ma se di morte si parla moltissimo, si parla invero assai poco del lutto. Di quell’esperienza dolorosa e traumatica che si vive quando il nostro compagno animale ci lascia.
Soprattutto accade che raramente si riesca a esprimere fino in fondo tutta la gamma di sentimenti e stati d’animo provati – che vanno dalla rabbia, al senso di colpa, alla frustrazione, al dolore, fino alla depressione e stress post-traumatico – e questo perché nella nostra società il dolore per la perdita un animale non è equiparato a quello della perdita per un parente o persona cara umana e così viene sminuito, liquidato con una pacca sulle spalle e, immancabilmente, accompagnato dalla terrificante espressione: “era solo un animale”, o anche “muoiono ogni giorno migliaia di bambini, non puoi stare così male per un gatto (cane ecc.)”.
Nella migliore delle ipotesi, anche chi ci vuole bene e ci capisce, comprende cioè il nostro dolore, tenta di farcelo rimuovere dicendoci di non pensarci, di provare a uscire, a distrarci ecc..
Si finisce così per sentirsi in imbarazzo o addirittura ridicoli nell’esternare ciò che si prova veramente con il risultato che anziché esprimere i nostri sentimenti come sarebbe auspicabile fare, ci si chiude ancora più in sé stessi, bloccando o ritardando le normali fasi del superamento del lutto.
E sì, perché l’esperienza del lutto – io direi più il trauma del lutto – non è meno grave per il sol fatto che a morire sia stato il nostro cane anziché un nostro parente o amico umano.
Amore, affetto, assenza, sono sentimenti e condizioni che non si possono quantificare o delimitare entro confini ben precisi. Sono dirompenti, travolgenti, irrazionali, inspiegabili. Il vuoto lasciato da un esserino minuscolo quale potrebbe essere un cricetino può essere altrettanto ingombrante di quello lasciato da un familiare; anche perché gli animali che hanno vissuto con noi sono membri della famiglia a tutti gli effetti.
Il vuoto, l’assenza percepiti divengono spazi mentali che invadono ogni angolo della nostra mente.
Il baratro che ci si spalanca davanti nel momento in cui realizziamo l’assenza di colui che fino a qualche momento prima era un individuo vivo e poi è diventato nient’altro che materia in decomposizione, ci stravolge completamente; è un qualcosa difficile da razionalizzare e metabolizzare e finanche da spiegare. Anche perché si tratta di un dolore talmente personale, per quanto universale, che ognuno lo vive a modo suo e che perciò è impossibile da condividere. In più ha a che fare con l’ignoto, con l’inconoscibile per eccellenza che è la morte. Un evento che, per quanto si dica e ce la si racconti, rimane pur sempre inconsciamente inaccettabile.

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venerdì 17 ottobre 2014

Sono animalista e lo dico con orgoglio!


Mi piace definirmi animalista perché innanzitutto siamo animali anche noi appartenenti alla specie homo sapiens, e poi perché sono orgogliosissima di combattere una battaglia così altruista e fondamentale come quella per la liberazione dei non umani dal nostro dominio. 
Non si tratta di fare del paternalismo, ma i non umani sono veramente alla totale mercé nostra poiché incapaci di affrancarsene con gli strumenti a loro disposizione.
Negoziano, lottano, si ribellano, si esprimono, certo, ma sia perché ci fa comodo non ascoltarli, sia perché non ne siamo capaci, è evidente che da soli non possono farcela. 
E poiché sono in assoluto i più abusati di tutti, io sono fiera di aiutarli, di combattere per loro e insieme a loro. 
Fiera di essere animalista, ossia per gli animali. 
Non abbiate paura di usare questo termine, non abbiate paura di esporre al mondo le ragioni degli animali. 
Non pensiate mai e poi mai che questa sia una battaglia minoritaria o meno degna di essere combattuta di altre.
Ci proveranno, ci proveranno in tutti i modi a dirvi che ci sono "cose più importanti per cui combattere", ma voi abbiate sempre il coraggio di rispondere che non esiste al mondo nulla di più importante di quella di combattere per chi non ha voce.

giovedì 16 ottobre 2014

Come ti faccio passare il vegano per matto


Dobbiamo fare davvero paura al sistema se in una serie tv statunitense - Breaking Bad, 4° stagione, 4° episodio - si sente il bisogno di associare il veganismo alla follia, alla bizzarria, alla stranezza, anche se non esplicitamente, ma in maniera sottile.

Attenzione spoiler, legga solo chi l'ha visto: è il momento in cui Walter sta parlando della morte di Gale con Hank e stanno sfogliando il suo "Lab Notes"; Hank rileva come a margine delle pagine ci fosse scritto di tutto, tra cui, una ricetta per i brownies vegani (in lingua originale è per i marshmallows). E subito dopo aggiunge: "era una persona davvero folle, eccentrica, un vero pazzo"... o qualcosa di simile (non ricordo le parole esatte).
Lo spettatore medio cosa fa? Associa la parola "vegano" a "persona folle".
Cioè, la prova che Gale sarebbe stato pazzo, è che, tra le altre cose, si annotava ricette di brownies vegani.
Il sistema lavora così. In maniera subdola, sottile, quasi impercettibile. Nemmeno te ne accorgi, ma ti suggerisce associazioni, chiavi interpretative, percorsi di lettura.
Dovremmo fare la stessa cosa. Imparare a parlare di antispecismo e veganismo in maniera sottile, infilandolo in ogni discorso, non direttamente.

venerdì 10 ottobre 2014

Torture da medioevo? No, avvengono ancora oggi!


E pensare che ci sarebbe persino chi sostiene che "la vivisezione non esiste più". 
Forse il problema è terminologico, ma certamente non semantico perché di esperimenti su animali vivi vengono fatti in continuazione.
I pro-test, ossia gli studenti, medici, scienziati, ricercatori stessi, ma anche gente comune a favore della vivisezione, sostengono che nei laboratori si bada a far soffrire gli animali il meno possibile e che un veterinario è sempre presente per assicurarsi che vengano rispettati gli standard sul cosiddetto "benessere animale".

Allora mi spiegassero come mai, ancora oggi, nel 2014, nei laboratori di uno Stato considerato civilissimo e avanzato, si conducano esperimenti di questo genere, meglio sarebbe definirli orrori.

Vorrei che tutte le persone che sostengono la sperimentazione animale (se proprio non vogliamo chiamarla vivisezione, anche se il termine è riportato come sinonimo in tutte le principali enciclopedie e dizionari italiani e stranieri) guardassero questo video fino alla fine e avessero il coraggio di immaginarsi, anche solo per un momento, al posto di queste creature e poi che venissero qui sotto a spiegarmi come si faccia a giustificare una simile tortura. Troll esclusi, si intende. 

Peraltro, i conducenti di tale esperimento, anche detti scienziati, farebbero prima ad osservarsi allo specchio per trarne conclusioni sugli effetti della follia e delle malattie psichiche; ne trarrebbero sicuramente risultati più interessanti. Soprattutto sulla totale assenza di empatia. 

Posso comprendere tutto, chi mangia carne perché nella nostra cultura improntata sull'ideologia del carnismo (per usare le parole della Joy) lo considera "normale e naturale", chi ha pregiudizi morali sugli animali non umani ecc., ma non chi difende e giustifica la vivisezione in quanto la tortura, in ogni tempo e luogo, è sempre stata considerata disumana. 
Il bello è che la si giustificherebbe per apportare presunti benefici alla specie umana, non rendendoci conto che praticandola ci si allontana da qualsiasi idea di umanità che auspicheremmo di voler raggiungere. 
Rendiamoci quindi conto che più ci allontaniamo dalla nostra animalità - ossia dal riconoscimento che siamo tutti individui animali presi nella rete del tempo e dello spazio - e meno coltiviamo quella parte nobile di noi stessi che potrebbe caratterizzarci. Infine, quel che conta, non è poterci definire superiori o inferiori, ma rispettarci nella diversità di specie.

giovedì 9 ottobre 2014

Addio Excalibur, vittima dello specismo


Lo specismo, nella sua definizione basilare, significa: discriminazione morale degli animali non umani.
Quando pensiamo a questa discriminazione contro cui vogliamo combattere subito ci viene in mente lo sfruttamento istituzionalizzato degli animali che vengono considerati al pari di mere risorse rinnovabili da far nascere, allevare e poi uccidere per soddisfare alcune nostre esigenze (e non necessità, come erroneamente si sostiene). 
Ma lo specismo si manifesta anche, più sottilmente, nel non considerare i non umani degni di ricevere lo stesso trattamento riservato alla nostra specie in casi particolari di malattie, incidenti e altro. Così, ad esempio, se una persona viene investita da un'auto subito si interviene prestando soccorso, ma se lo stesso capita a un animale può succedere - e invero purtroppo succede assai di frequente - che nemmeno ci si fermi preferendo lasciarlo agonizzante in mezzo alla strada. Lo stesso trattamento si verifica in caso di malattie: se un umano si ammala si ritiene necessario curarlo, mentre se è un animale non umano a essere colpito da una qualche patologia spesso ci si sente rispondere di "lasciar fare alla natura". Questo è vero soprattutto per quanto riguarda gli animali selvatici, come se per il sol fatto di vivere liberi in natura dovessero venire dispensati da ogni cura e soccorso umani; eppure sappiamo bene quanto la natura non sia affatto quel luogo idilliaco descritto nella letteratura bucolica, ma riservi a casaccio dolore, sofferenza ed esistenze per niente rosee. 
Il caso del povero cane Excalibur è emblematico in questo senso ed evidenzia lo specismo cui è improntata la nostra cultura: appartenuto all’infermiera spagnola che ha contratto il terribile virus dell’Ebola, è stato soppresso senza pietà e senza gli approfondimenti necessari a verificare se anch’egli fosse stato contaminato o meno. A nulla è valso l’appello di una signora di Siviglia, formalizzato alle autorità attraverso una petizione sottoscritta da migliaia di persone di svariati paesi e seguita da presidi e proteste, a metterlo in quarantena, ossia riservandogli lo stesso trattamento cui è stato sottoposto il marito dell’infermiera. 

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sabato 4 ottobre 2014

Spigolature (9)

Perché dico che la mia libertà COMINCIA dove inizia quella degli altri e non, come recita il più celebre detto, finisce dove inizia quella degli altri?
La differenza ovviamente è semantica, ossia riguarda il significato che si intende trasmettere con tale monito.
Se invitiamo il prossimo a non commettere certe azioni affinché, nel momento in cui rendo possibile ad altri godere dei loro diritti e libertà, io stessa divento più libera, sto mettendo l'accento sulla conquista di un contesto più libertario entro il quale vivere anziché sulla rinuncia o costrizione.
Così, ad esempio, se invito a non nutrirsi più di animali e derivati per non essere più partecipi del sistema di sfruttamento degli animali, non sto in realtà contemplando il concetto di una rinuncia, ma di una conquista.
Libera il tuo prossimo e sarai più libero anche tu. Non di rinunce, non di costrizioni o obblighi si tratta, ma di conquiste per una società più libertaria.

venerdì 3 ottobre 2014

Spigolature (8)

Una delle maniere per assimilare al sistema un movimento di critica sociale è quello di copiarne i metodi di protesta, così neutralizzandone la valenza sovversiva.
Qualche esempio: cacciatori che rivendicano il loro "diritto" a uccidere sdraiandosi a terra e fingendosi morti. 
Quanto meno curioso che mimino lo stato cui riducono le loro vittime.
Pro-test e allevatori che scendono in piazza.
Adozione del nostro stesso linguaggio.
Stiamo allerta! Se il sistema è arrivato a copiarci, vuol dire che è arrivato il momento di inventarci e mettere in atto nuovi metodi di lotta.

mercoledì 1 ottobre 2014

WVD


Pensierino del giorno: oggi è il World Vegetarian Day. Quindi auguri a tutti i vegetariani. Bella scelta! Mi complimento con voi.
Un tempo sono stata vegetariana anche io ed ero convinta che aver fatto questa scelta - per motivi etici, ossia per non partecipare più allo sfruttamento degli animali - fosse stata la decisione migliore di tutta la mia vita. 
Poi ho scoperto che industria di produzione della carne e industria di produzione del latte e delle uova sono praticamente la stessa cosa, ossia si sorreggono a vicenda (non devo spiegarvi perché vero? Se qualcuno dei miei contatti ancora non sa faccia un segno, sono disponibile a spiegare o a postare qualche video) e quindi ho capito che restare vegetariana, se proprio volevo non rendermi più partecipe dell'olocausto animale, non aveva senso, per cui sono diventata vegana. 
Ma non penso più che sia la scelta migliore che abbia fatto, ossia, per quanto riguarda me, la mia evoluzione individuale, certamente sì, però non mi sento affatto gratificata o arrivata perché gli animali continuano lo stesso a essere sfruttati e uccisi a miliardi e so che oltre a diventare vegani quello che più conta è farsi parte attiva nella rivoluzione culturale, sociale e politica che vogliamo, ossia diventare attivisti. 
Non sto criticando chi è vegetariano, è una persona che ha già capito alcune cose e che si sta impegnando. Sto invitando a prendere coscienza dell'orrore che ci circonda e ad attivarsi al meglio per combatterlo.
Dei vegani e vegetariani per motivi salutistici invece non mi interessa, anche se forse anche loro inconsciamente hanno capito alcune cose, ma non hanno il coraggio di opporsi apertamente al sistema e quindi cercano motivazioni di altro genere per smettere di mangiare animali e derivati.
Ovviamente per veganismo non intendo solo lo smettere di mangiare animali e derivati, ma tradurre in fatti l'acquisizione di una consapevolezza politica che miri a opporsi e contrastare tutto il sistema di sfruttamento degli animali, quindi che includa il boicottaggio dei vari lager tipo zoo, delfinari, circhi ecc., la lotta contro la vivisezione, l'industria della pelle e pelliccia, le corse dei cani, cavalli ecc. e in generale tutto ciò che comporti appunto sfruttamento, oppressione, dominio di individui senzienti appartenenti ad altre specie.

martedì 30 settembre 2014

Adozione o procreazione?


Così come bisognerebbe fare più informazione per incentivare l'adozione di cani e gatti anziché il loro acquisto in negozi e allevamenti, lo stesso si dovrebbe poter fare in merito all'adozione di bambini. 
Ora, so bene che chi decide di adottare anziché procreare si trova di fronte a complicazioni burocratiche che fanno passar la voglia (che poi non capisco perché per l'adozione siano necessari, giustamente, tremila controlli mentre qualsiasi idiota può mettere al mondo un figlio), ma credo che la diffidenza verso questa scelta sia dettata anche da una cultura avversa in cui l'adozione viene vista e percepita come un ripiego, una sorta di ultima spiaggia dopo averle provate tutte per procreare e non ci si è riusciti; invece basterebbe far capire che non di ripiego, non di ultima chance, non di scelta secondaria si tratterebbe, ma di enorme gesto di altruismo, di amore, di profonda umanità. 

Al mondo ci sono migliaia, ma che dico, miliardi di bambini che attendono dentro gli istituti e non vedo quale gesto più grande di quello di adottarli potrebbe esserci. Dare la vita in senso biologico non è più importante di darla a chi già si trova al mondo, ma non ha chance di poterla vivere appieno. 
Trovo veramente strana questa smania di procreare a tutti i costi quando si potrebbe fare la differenza per un bambino già nato. 
Si tratta spesso di un desiderio egoistico, legittimo, per carità (alla fine io ho scelto di non avere figli ugualmente per motivazioni egoistiche, ma non solo - e ne ho parlato qui, in un post che ha ricevuto molta attenzione tanto da risultare tra i più letti in assoluto), ma che almeno non lo si mascheri da gesto disinteressato del dare la vita perché, primo, dare la vita potrebbe non essere quella gran figata che sembra, secondo, c'è più altruismo nell'aiutare una creatura che è già al mondo e che sta vivendo una vita di stenti, anziché crearne dal nulla una nuova. 

venerdì 26 settembre 2014

Caso Daniza: un tentativo di analisi psicologica sul clamore che ha suscitato


Ancora in pieno climax della vicenda Daniza, subito dopo il presidio (il terzo) davanti al Ministero dell’Ambiente, me ne sono andata una settimana a Londra in vacanza. Una vacanza attesa da mesi, eppure al momento di partire mi ha preso un sentimento di quasi reticenza perché non volevo correre il rischio di perdermi tutti gli sviluppi del caso. Certo, si è connessi ovunque o quasi ovunque, ma si suppone che uno in vacanza non stia tutto il giorno collegato a internet. 
In particolare eravamo rimasti che il Ministero dell’Ambiente e la Provincia di Trento avrebbero dovuto darci delle risposte in merito alla sciagurata gestione dell’intera vicenda – che ha portato alla morte di Daniza – e alla presa in carico della salvaguardia dei cuccioli in termini di condizioni per render possibile la loro sopravvivenza senza la madre.  
Ho cercato di tenermi aggiornata e se so che molte associazioni animaliste e singoli attivisti stanno lavorando e continuano a darsi da fare in tal senso, sia per i cuccioli che per fa luce sulla vicenda, purtroppo non mi pare di aver letto ammissioni di responsabilità da parte delle Istituzioni; anzi, qualcosa mi dice che probabilmente i responsabili staranno tutti aspettando che l’ondata di clamore si smorzi sperando che l’intera storia finisca nel dimenticatoio insieme a tanti altri scandali italiani. Vorrei che questa volta il finale fosse diverso, ossia che l’ondata di indignazione, rabbia, dolore suscitati non si disperdano, ma anzi segnino un prima da un dopo, l’inizio di una nuova stagione proficua e strategicamente ben organizzata per l’attivismo italiano. Che Daniza ci rimanga nel cuore insomma, come monito per continuare una lotta che anche se impari, non per questo è meno degna di essere combattuta; anzi, proprio perché impari, va combattuta più che mai.
Invece, a proposito di clamore mediatico (soprattutto sui social) e di ondata emotiva che il caso Daniza ha suscitato, ho avuto modo durante la mia breve vacanza, complice la distanza dagli eventi e il riposo mentale da tutto un accumulo di stress stratificatosi negli ultimi anni (il burn out è una sindrome di cui tutti gli attivisti sono a rischio), di riflettere sul perché questa tragedia, più di altre, abbia scosso l’intero movimento dalle fondamenta e non solo.
Qualcuno ha parlato di “orso simbolo nell’immaginario collettivo”. Sì, è vero, mamma orsa e i suoi orsetti sono stati sicuramente i protagonisti di tante storie che abbiamo letto o visto nei cartoni animali da piccoli e lo stesso si può dire della valenza ampiamente suggestiva di questo animale in termini di natura selvatica, libertà ecc., ma tutto ciò non basta a spiegare come mai Daniza e i suoi piccoli ci abbiano colpiti così nel profondo.
Io credo che ci sia dell’altro, ma non potendo parlare a nome di tutti, parlerò di come personalmente abbia vissuto io l’intera vicenda sul piano emotivo e anche razionale, nel tentativo di far luce su alcuni punti.

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giovedì 25 settembre 2014

Al museo zoologico con sguardo animalista


Non conoscono il divenire delle stagioni, non sentono il bacio del sole, la sferzata del vento e del tempo; vivono per sempre non vivendo affatto...

Aldo Leopold

(A seguire un pezzo scritto in occasione di una visita al museo zoologico di Roma dove ho accompagnato la mia amica Grazia che stava ultimando la sua tesi in antropologia e aveva bisogno di riflessioni da parte di un’altra persona – oltre a lei stessa – con una sensibilità antispecista).

È una calda giornata di agosto e ho appuntamento con la mia amica Grazia davanti al museo zoologico di Roma. Mi ha gentilmente chiesto di accompagnarla perché le raccontassi le mie impressioni, che sono quelle di un’animalista, di un’attivista per la liberazione animale, come diciamo noi che ogni giorno ci battiamo per sottrarre i non umani al nostro dominio, al dominio di noi altri umani. Detto in altre parole – e come recita il titolo della sua tesi – è un altro sguardo animalista, oltre al suo, che le serviva. Ma cos’è uno sguardo animalista? Cosa significa? 
Uno sguardo animalista è uno sguardo che incontra altri sguardi e che non vi si sottrae, ma anzi, ci si sofferma a lungo con la speranza, la certezza e il desiderio di poter imparare qualcosa. Lo sguardo animalista è quello di chi sa che il proprio non è l’unico sul mondo, ma che è soltanto uno dei tanti. Lo sguardo animalista è quello di chi si rende conto di essere guardato e forse, chissà, finanche giudicato. Ma guardato da chi? Da altri individui non umani che non fanno parte del panorama, non stanno sullo sfondo immoti e fissi nel tempo e nello spazio, ma sono soggetti unici dotati di un’irripetibile singolarità.
Capito questo, ecco che il solo atto del varcare la soglia di un museo zoologico già mi pone di fronte a un primo problema di natura epistemologica. La domanda da farsi è: a cosa serve un museo zoologico? Sull'opuscolo informativo leggo e riporto: “Il museo partecipa alla costruzione della cultura scientifico-naturalistica dei cittadini, sia attraverso esposizioni permanenti e mostre temporanee su temi della biologia animale, sia mediante specifici progetti educativi rivolti a tutti i visitatori.
Il museo propone percorsi didattici ed attività formative per le scuole di ogni ordine e grado. Molti i temi trattati, che coinvolgono tutte le problematiche naturalistiche, con particolare attenzione alla conoscenza e alla salvaguardia della biodiversità, nonché alla sostenibilità ambientale.”
Mi colpisce: “conoscenza e salvaguardia della biodiversità” e “costruzione della cultura scientifico-naturalistica”.

Si pensa quindi che la sola osservazione di animali tassidermizzati con didascalie che ne attestino la tipologia di specie, l’habitat di appartenenza ecc.  basti per fornire una cultura scientifico-naturalistica e per contribuire alla conoscenza della biodiversità.

In realtà l’idea che esista “il gufo”, “il leone”, “l’orso” è una finzione culturale. Ed è esattamente con questa finzione che abbiamo a che fare nel momento in cui entriamo in un museo di questo tipo. 
Non esiste “il leone”, ma esistono tanti individui che vivono un certo tipo di esperienze e di emozioni e che noi abbiamo chiamato “leoni”. 

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martedì 16 settembre 2014

Animalisti violenti?


Poiché mi hanno segnalato alcune pagine contro Daniza - pagine di cui non voglio riportare nemmeno il nome perché anche solo a scriverlo mi fanno vergognare di far parte della stessa specie dei soggetti che le hanno pensate e create - ho fatto una ricerchina e ho scoperto tutta una serie di pagine ignominiose contro i vegani e gli animalisti. Pagine piene di commenti di una violenza e volgarità raccapriccianti. Pagine in cui l'augurio di morte quasi quasi è la cosa più bella che ci viene scritta. 
Come giustamente ha detto una mia cara amica, prima di segnalarle dovremmo tutti fare uno screenshot così da dimostrare quanto l'aggressività e violenza comunemente imputate agli animalisti non riguardi il movimento in quanto tale, ma una certa umanità nel suo complesso, con un distinguo però: la nostra aggressività verbale spesso è solo una reazione ai tanti commenti, critiche, offese, battutine, sarcasmo che ci vengono immancabilmente rivolti - ché quando ti senti ripetere per l'ennesima volta che mangiare gli animali è "normale" e noi saremmo dei pazzi estremisti, psicopatici, patosensibili e quant'altro, dopo un po' diventa difficile continuare a trattenere il vaffanculo - nonché, cosa più importante, lo sfogo contro quella reale, di violenza, che giornalmente viene perpetrata sugli animali non umani. 
Ora, vero che con le urla e la rabbia - se non indirizzata, quest'ultima, in maniera costruttiva - non si risolve nulla, ma magari spiegare a chi ci critica che spesso le nostre sono solo risposte dettate da una grande esasperazione, potrebbe non essere una cattiva idea. Inoltre lo screenshot di ogni commento violento ed offensivo nei nostri confronti lo consiglio anche perché, non si sa mai, in futuro si potrebbe intentare una battaglia legale in questo senso. Vero che le vittime della prima discriminazione morale sono gli animali, ma a volte anche noi che li difendiamo subiamo attacchi non indifferenti. Chi si occupa di colonie di gatti, per dire, sa bene quanto spesso sia costretto a subire vessazioni, critiche, offese di vario tipo, nella migliore dei casi battutine sarcastiche o commenti idioti. Per non parlare delle reali discriminazioni che vengono fatte sul lavoro nei confronti dei vegani. Ci sono casi documentabili di persone che non sono state assunte poiché vegane. Ora, non dimentichiamoci mai che le vittime reali dello specismo sono gli animali, ma non per questo non dovremmo difenderci da chi ci offende e insulta gravemente. 
Poi ci sono casi e casi. Io prediligo sempre la comunicazione nonviolenta, ossia l'argomentazione pacata e meditata - ma non meno sentita o determinata! - anche perché non è con le parolacce e gli insulti che costruiremo la società nonviolenta che auspichiamo o spiegheremo le nostre ragioni, che poi sono quelle della rivendicazione della libertà degli animali non umani, però ci sono delle situazioni particolari, come questa di Daniza, in cui invece urlare la nostra indignazione contro i responsabili che hanno permesso questo scempio dovrebbe essere non solo giusto, ma doveroso!
Chiudo dicendo che spero vivamente che questo triste episodio ci inciti ancora di più a lottare contro il sistema e le istituzioni che legittimano lo sfruttamento e la discriminazione morale degli animali non umani, a non abbassare mai la guardia (altro che aperitivi vegani!) e ad alzare il tono della protesta, sempre nel segno della nonviolenza, va da sé, ma con la consapevolezza che nonviolenza non è pacifismo, ma lotta che può anche implicare l'uso del proprio corpo come arma (resistenza passiva, occupazione strade ed edifici ecc.: leggetevi Gandhi e i metodi della nonviolenza). 

E, a proposito di violenza, colgo l'occasione per ricondividere questo pezzo che avevo scritto tempo fa: http://gallinaeinfabula.com/2013/11/02/sulla-violenza-facciamo-un-po-di-chiarezza/

sabato 13 settembre 2014

Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi (ancora sul caso Daniza)

In questo articolo si legge: "Solo nell’ultimo mese Daniza era stata avvistata almeno una decina di volte vicina (quando non dentro) i centri abitati. È questo che l’ha «fregata». Walter Ferrazza, sindaco di Bocenago, paese della zona ed ex sottosegretario alle Autonomie nel governo Letta, aveva provato subito dopo l’aggressione a Maturi a creare un comitato coinvolgendo Provincia, sindaci e autorità varie per affrontare il problema. «Non volevo - spiega - che abbattessero l’orso, ma serviva un coordinamento per affrontare il problema perché Daniza era una minaccia». Tutto rimasto carta straccia fino a quando l’altra notte la squadra speciale della provincia individua la bestia in una stalla e l’abbatte. «Sono degli incompetenti», sbotta Ferrazza. «Il danno d’immagine per noi è terribile, ora per tutti siamo i killer dell’orso»."

Cosa sa l'autore del pezzo, Roberto Simoni, che noi non sappiamo? Come mai parla di abbattimento in una stalla? 

Altro fatto inquietante: in rete gira una foto di Daniza con uno dei cuccioli davanti a una trappola a tubo - la vedete qui sotto. La foto risulterebbe essere quella ufficiale di una telecamera bolyguard usata per riprendere gli animali selvatici senza farsi vedere. Cosa c'è di strano? - direte voi - si sapeva che tentavano di prenderla con questo metodo. 
Di strano c'è la data. La foto è DATATA 28 LUGLIO. Ben prima della presunta (a questo punto il "presunta" è d'obbligo) aggressione al sedicente cercatore di funghi (ringrazio Marina Kodros che per prima ha scovato la copia con la data in rete, su un profilo Twitter).


Come mai cercavano di cattura Daniza già il 28 luglio, cioè prima che spargessero in giro l'assurda voce che fosse pericolosa a causa dell'aggressione (difesa dei cuccioli) al tipo? 

Di questo e di tanto altro dovranno tener conto, così come della volontà di usare quell'area in cui Daniza si muoveva per ampliare le piste sciistiche, come si legge qui.

Poi, stranamente, nessuna foto di Daniza ormai morta è stata pubblicata (e dico stranamente perché il "circo mediatico" generalmente non si ferma di fronte a nulla e non ha certo il buon gusto di evitare di postare foto di individui uccisi). Le poche che si vedono non ritraggono il cadavere di Daniza, ma sono di repertorio, foto reperibili in rete già da tempo. 

Ci sono troppe incongruenze nella versione ufficiale, curioso anche il fatto che non si riesca a conoscere il nome del veterinario che avrebbe sparato a Daniza la dose fatale di anestetico. Perché mai non si dovrebbe sapere, se tutto era legale e a norma? 

Ieri intanto abbiamo fatto un flash mob davanti al Ministero dell'Ambiente e bloccato il traffico sulla Cristoforo Colombo per alcuni minuti.

L'articolo qui, prossimamente pubblicherò anche il video.

giovedì 11 settembre 2014

Daniza come Alexandre: la solita storia di dominio tutta umana (nonché la solita storia italiana di pessima gestione)


Morta l’orsa Daniza, non sopravvive alla cattura”. 
Così recita l’articolo pubblicato su Repubblica, ma è sbagliato. 
Daniza non è morta, Daniza è stata uccisa perché, nel tentativo di catturarla, dopo un’assurda caccia durata un mese, le hanno somministrato una dose di sedativo evidentemente eccessiva. 
La stessa fine fece Alexandre, il piccolo giraffino fuggito da un circo nel settembre di due anni fa: anche lui ucciso da una dose letale di sonnifero somministratogli per catturarlo. 
Entrambi stavano chiedendo soltanto una cosa: il diritto di essere lasciati liberi. 
E come loro tanti altri, non li elencherò, ma colgo l’occasione per commemorarli.

La notizia dell’uccisione di Daniza non mi giunge certo inaspettata, ma la rabbia che provo non per questo è diluita. Una morte annunciata, oserei dire, ma non per questo meno vergognosa, meno iniqua; eppure ci avevamo provato, e in tanti, a scrivere un finale diverso.
Eravamo andati davanti al Ministero dell’Ambiente il 22 agosto scorso, come rappresentanti di singoli cittadini indignati, ché non c’è bisogno di dichiararsi animalisti per sostenere la libertà di una mamma orsa e i suoi cuccioli, il loro diritto a vivere nel loro habitat. 
Ci avevano ricevuto in tre, tra cui il Vice-Presidente di Gabinetto Ministeriale l’Avvocato Aldo Grasso (che altisonanza, eh!); sembravano disposti ad ascoltarci, ad ascoltare le nostre ragioni, ossia quelle di mamma orsa e dei suoi cuccioli. Ci avevano lasciato intendere però che le nostre parole non erano, per così dire, molto autorevoli e che per potersi muovere nella direzione da noi indicata (lasciare in pace l’orsa e permetterle di veder crescere i suoi figli: la cosa più naturale del mondo, quello che desidera ogni madre) avevano bisogno di relazioni tecniche che attestassero la non pericolosità dell’orsa e la quasi certa incapacità dei cuccioli a sopravvivere da soli nel malaugurato caso in cui fossero rimasti senza madre (fatto che ora si è verificato e di cui ci si dovrà assolutamente occupare).

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venerdì 5 settembre 2014

Tu che sei gattara...


Vorrei parlare di un argomento che mi sta molto a cuore, ma prima una doverosa premessa: quanto sto per dire non vuole assolutamente essere una critica contro chi negli anni mi ha chiesto aiuto per risolvere emergenze gattesche o di altri animali in genere, né contro chi chiede consigli o vuole avere uno scambio di vedute relativo ad alcune questioni, né contro chi ha realmente bisogno di una rete di supporto per risolvere determinate urgenze, ma solo una riflessione ampia su cui vorrei che tutti, animalisti e non, riflettessero.
Succede - è successo a me e sono sicura è successo a ognuno di voi che vi occupate di animali - che non appena si sparge la voce che si è animalisti o che ci si occupa di gatti o di cani, magari gestendo delle colonie o facendo volontariato nei canili, la gente cominci a telefonare per ogni questione. 
E per ogni questione intendo questioni che le persone potrebbero benissimo risolvere da sole, ma non si attivano per pigrizia, indolenza e soprattutto per questo luogo comune che "degli animali in difficoltà si debbano occupare gli animalisti". Questo è il punto. 
Faccio qualche esempio che reputo abbastanza emblematico: tizia (benestante, istruita, lo specifico per far capire che non è che non avesse avuto i mezzi per occuparsi della questione ella stessa) mi viene incontro una sera mentre sto dando da mangiare ai gatti delle colonie e mi dice: "Sa, la mia gatta ha fatto dei cuccioli. Lei che è gattara, non è che potrebbe occuparsi di farmeli adottare?". 
Ecco, signora mia, io che sono gattara... che significa? Io sono una persona che volontariamente si occupa di alcune colonie, questo non significa che debba o possa o voglia occuparmi di tutti i problemi di tutti i gatti del mondo, compresi quelli di proprietà di signore benestanti che magari, prima di far fare una cucciolata, avrebbero anche potuto sterilizzare il proprio micio.

Altro caso: telefona l'amica che non sento da una vita: "ciao Rita, come stai? Sai ho trovato un uccellino, non è che potresti venire a prenderlo e portarlo alla Lipu?".

Ma bella mia, perché non ce lo porti tu? Perché ho da fare, mi risponde. E invece io secondo te stavo giusto aspettando una tua chiamata per trovarmi un passatempo?

Ancora: "Sai, volevo dirti che una settimana fa ho visto un gatto malandatissimo, avrebbe proprio bisogno di essere preso e portato da un veterinario."

Ecco, se hai avuto l'accortezza di renderti conto che questo gatto non stava bene, perché non l'hai preso tu? Perché aspetti che ci vada qualcun altro? E poi, me lo dici dopo una settimana che nel frattempo potrebbe essere morto?

Insomma, il senso del mio discorso è: bisogna imparare a non delegare sempre tutto agli animalisti perché gli animalisti non sono una categoria di persone a parte con i poteri magici, ma sono persone che fanno semplicemente quel che dovrebbero fare tutti, ossia prendersi cura di chi, animale non umano o no, si trova in difficoltà. 

Per non parlare di quelli che: "ho visto un cane abbandonato che vagava disperato sulla strada x... qualcuno può andare a salvarlo?". Ma cristo, a meno che non avessi una fretta tale da fare la differenza in una questione di vita o di morte (che poi la questione di vita o di morte è quella del cane), perché non ti sei fermato tu?

Ho come l'impressione che le persone che fanno così vogliano semplicemente sentirsi a posto con la coscienza, ma passando la palla ad altri. Se interessa veramente prendersi cura di un individuo in difficoltà (a meno che, ripeto, non si sia nell'effettiva impossibilità di poterlo fare per qualche motivo) lo si faccia e basta, senza sentirsi eroi, né aver bisogno di sentirsi addosso il cartellino di "animalista doc". 

Non esiste l'animalista, esiste la persona che non si volta dall'altra parte di contro a quella menefreghista. Ché qui non è questione di fare distinzioni morali di specie o meno (perché se mi stai chiamando si vede che avverti l'urgenza dell'intervento), ma di avere voglia di alzare il culo o meno.

Ovviamente del tutto diverso (e non rientra nella mia critica) è il caso di attivisti che si chiedono aiuto e sostegno a vicenda. Ovvio che se un amico mi chiede, che so, un passaggio in macchina perché non ce l'ha e ha un'emergenza o di intervenire al posto suo perché in quel momento proprio non può, si fa con più che piacere. Io stessa ho avuto bisogno e chiesto aiuto in diversi casi, ma mai lavandomene le mani... e mai per passare l'emergenza da risolvere ad altri. 

Sono sicura che molte di queste persone che mi hanno chiesto aiuto fossero veramente interessate al destino degli animali in questione, ma purtroppo vittime di un certo tipo di ragionamento, ossia che "degli animali debbano occuparsi gli animalisti". Un po' come "se ho la febbre, chiamo il medico". Quando ovviamente occuparsi di alcune questioni potrebbe essere invece tranquillamente alla portata di tutti.

giovedì 4 settembre 2014

Il lavoro sottopagato è un ricatto


Nel campo del lavoro si sta tornando alle condizioni pre-lotte sindacali. Ne ho le prove perché la quasi totalità delle persone che conosco è sottopagata rispetto all'attuale costo della vita e alle ore di fatica che svolge per lavorare.
Mi state dicendo che mio padre, organizzatore di tanti scioperi e lotte negli anni settanta per ottenere alcuni diritti fondamentali sul lavoro (quale quello di non essere licenziati senza motivo, di avere il personale in numero adeguato così che nessuno dovesse lavorare per quattro allo stesso stipendio, di avere gli straordinari pagati in busta paga, ferie pagate e malattia pagata, sostituzioni ecc.) - e con lui tantissime altre persone - si è fatto un culo così per niente?
Le persone che accettano di lavorare dieci ore al giorno per ottocento euro (senza nemmeno avere rimborso spese viaggio e pranzo), o otto ore al giorno per seicento euro, spesso domeniche comprese, lo sanno che così contribuiranno ad abbassare ancora di più il costo del lavoro? 
Nessuno, e per nessuno intendo nessuno, dovrebbe accettare uno sfruttamento di questo tipo. 
Idem per quei corsi che fanno le aziende per cui vi fanno fare un culo così e solo perché, vi fanno credere, ciò arricchirà il vostro curriculum. Lo capite o no che anche fare delle fotocopie deve essere una mansione pagata? Lo capite o no che qualsiasi cosa facciate gratis è sfruttamento e non vi dà nessun prestigio? Fare l'assistente del fotografo famoso o nella famosa redazione del famoso giornale a gratis non è prestigioso, non è un'opportunità che vi viene data, è sfruttamento. 
Non lo capite che quando rispondete "ma devo pagare il mutuo", "ma altrimenti i miei figli non mangiano" vi state sottoponendo a un ricatto? Non lo capite che state svendendo la vostra dignità e, quel che è peggio, l'esistenza vostra e di quei figli che vorreste tutelare?
Si sciopera, ci si mette d'accordo e si torna nelle piazze, tutti uniti! Non si subisce il ricatto del padrone, chiunque egli sia, mai. 
Qui non è soltanto in gioco la vostra esistenza e il far quadrare i conti a fine mese, ché tanto non quadrano mai, ma il futuro di noi tutti. 
Chi accetta di lavorare per seicento euro al mese per otto ore non è una persona che si sacrifica per un futuro migliore, è una persona che sta distruggendo il futuro.

Non esiste che diciate: "ma se non accetto io, accetterà qualcun altro" perché se una cosa è sbagliata e porta conseguenze terrificanti non la si fa e basta e perché rispondendo così state dicendo che allora sareste pronti a fare qualsiasi cosa, visto come va il mondo e ché tanto ci sarà sempre qualcun altro. 

Avete da mantenere i figli e da pagare il mutuo? Ma chi ve l'ha fatto fare di comprarvi la casa e di fare figli (il discorso figli è più complesso di così, spero che si capisca che non sto puntando il dito contro chi consapevolmente ha deciso di procreare, ma contro chi si sposa e fa figli solo per essere conforme al sistema)? 

Non capite che spesso si tratta di scelte che il sistema ci porta a fare proprio per renderci ancora più obbligati ad accettare condizioni di vita che ci fanno diventare sempre più simili ad automi schiavizzati?

Fate una cosa: la prossima volta che un datore di lavoro vi proporrà di lavorare otto ore al giorno per seicento euro, sputtanatelo, anziché riverirlo. Denunciatelo, anziché ringraziarlo.

sabato 30 agosto 2014

Ritorno alla terra?


Nei prossimi decenni ci sarà uno scontro di civiltà e questo scontro passerà per la gestione delle risorse energetiche. La posta in gioco è appunto perdere o mantenere la civiltà tecnologia che conosciamo oggi.
Riesco a vedere chiara una cosa: l'Italia un tempo era un paesello in grado di tirare avanti coltivando la terra. Poi c'è stata la seconda guerra mondiale e il nostro rimetterci totalmente nelle mani degli USA. Abbiamo preso a modello, volenti o nolenti, consapevoli o meno, il modello di civiltà industrializzato del paese oltreoceano e da lì al boom economico che ha trasformato l'Italia in un paese da agricolo a industrializzato (ma senza risorse proprie) il passo è stato breve.
Oggi però questo modello di vita industrializzato non possiamo più permettercelo non solo perché non abbiamo materie prime e non abbiamo saputo gestire la concorrenza aprendo il mercato all'economia cinese, ma soprattutto perché non abbiamo risorse energetiche e quelle sono la base, la materia prima necessaria per mandare avanti un'economia industrializzata tecnologicamente avanzata.

Quindi, ora che Putin si sta organizzando bene bene per spartirsi le poche risorse energetiche rimaste al mondo, noi che faremo? Niente, al solito resteremo schiavi dell'una o dell'altra parte.
O, in alternativa, e sarebbe la soluzione migliore, potremmo accettare di rinunciare alla civiltà così come la conosciamo oggi, ossia a questo tipo di società industrializzata e avanzata tecnologicamente per ritornare a fare quello che facevano prima della seconda guerra: coltivare la terra (che non ci manca, anche se buona parte è stata distrutta dalla corruzione di chi gestisce i rifiuti tossici). 

Non mi dispiacerebbe abbandonare questo tipo di civiltà perché anche se all'apparenza può sembrare che coltivare la terra sia un lavoro più duro rispetto a quelli che siamo abituati a fare oggi, in realtà nulla ci ha resi più schiavi dell'odierna civiltà tecnologica; basti pensare che nel lavoro delle terra gli orari sono quelli stabiliti dai cicli circadiani (si lavora fino a che c'è la luce del sole e d'inverno molto meno perché il sole tramonta presto), mentre in fabbrica si fanno turni massacranti anche di dieci ore continue (con straordinari, cottimo ecc.), compresi i notturni.

Quando in Italia ci fu l'esodo dalla campagne per venire in città a lavorare nelle fabbriche le persone erano convinte di lasciare uno stile di vita gramo per accoglierne un altro che avrebbe migliorato le loro esistenze; non sapevano che sarebbero diventati schiavi del capitale e del padrone. Non sapevano che le loro esistenze sarebbero state tiranneggiate dalle sirene delle fabbriche e dalla sveglia elettronica al mattino e che non sarebbero più stati padroni del loro tempo.

Unica cosa che mi preoccupa di un possibile ritorno alla terra è il pensiero che con esso si potrebbe ritornare a un uso degli animali per arare e svolgere determinate mansioni (nel caso in cui decidessimo di non partecipare alla guerra per la spartizioni delle risorse energetiche attuali, ossia non alternative): anche se sono sicura che vivessero molto meglio prima dell'apparizione dei primi allevamenti intensivi e macelli a catena di smontaggio, la cultura a-aspecista che noi auspichiamo non può contemplare nessuna forma di sfruttamento degli animali.

Un'altra possibilità per noi è che ci dedichiamo seriamente all'incremento di energie alternative al gas e petrolio.