lunedì 24 settembre 2018

Il consenso condizionato

Giorni fa, in una discussione folle con un seguace del MRA (acronimo che sta per Men's Rights Activism), mi sono sentita dire che non è mai esistita storicamente l'oppressione delle donne e che il concetto stesso del patriarcato sarebbe un pensiero complottista nato dalle menti bacate di femministe acide, cieche e isteriche. 
Ho risposto riportando descrizione, abbastanza dettagliata per quanto sintetizzata, della vita che le donne conducevano fino al secolo scorso e tutt'oggi in alcuni paesi. Mi si risponde che tale vita avveniva dietro consenso femminile, che avevamo vantaggio dallo stare a casa a fare le mantenute. 

Ora, sorvolando sul fatto che venire private dell'accesso a istruzione, lavoro e ambienti esterni all'ambito domestico costituiva un danno enorme che impediva lo sviluppo delle potenzialità intellettuali delle donne, relegandole per sempre a un ruolo, psicologico e materiale, di subalternità, che esse accettavano in quanto considerato naturale, astorico e non frutto di determinate dinamiche di potere di un sesso sull'altro, mi ha colpito l'espressione "mantenute".

Vorrei quindi spendere due parole su questo luogo comune della donna che, stando a casa, cioè facendo il mestiere di casalinga, sarebbe mantenuta.
Questo luogo comune, per come la vedo io, è funzionale a rafforzare ulteriormente lo svilimento del sesso femminile: le cose che contano le fanno gli uomini, le donne fanno ciò che è considerato irrilevante, talmente irrilevante da non poter nemmeno essere considerato un lavoro vero e proprio, tanto che il mestiere di casalinga non è mai stato retribuito.

Ora, il concetto della semplicità e comodità del mestiere della casalinga è, semplicemente, falso. 
Si tratta di un lavoro faticoso e continuo da cui non si prendono mai ferie, giorni di riposo, né malattie. Culturalmente inoltre è stato associato alle qualità che fanno di una donna, di una moglie, di una madre, una buona donna. La casalinga perfetta che teneva la casa pulita, che faceva trovare la cena pronta al marito che tornava a casa dal lavoro era per antonomasia il ritratto della buona moglie. E doveva farlo con gioia, senza mai lamentarsi, come se anziché un lavoro fosse stato un passatempo gioioso di cui doveva esser grata. 
Nessuno rifletteva sul fatto che se gli uomini potevano dedicarsi alla carriera e al lavoro era anche perché venivano esonerati da tutto il lavoro quotidiano - e del tempo -  che altrimenti avrebbero dovuto spendere nell'occuparsi della manutenzione della casa, preparazione dei pasti ecc.. E, soprattutto, lasciando le donne in uno stato di dipendenza economica, potevano mantenerne il controllo.
Oggi le cose sono cambiate, non per tutte e non in ogni parte del mondo, ma persino qui nel ricco mondo occidentale siamo ben lontane dalla parità; le donne, per la maggior parte, fanno ancora lavori retribuiti in modo inferiore rispetto agli uomini e devono ancora fare i conti con quel condizionamento atavico a occuparsi in maniera preminente della casa e della cura dei bambini, impegno costante che le costringe a un'occupazione mentale cosiddetta multitasking, la quale, secondo i più recenti studi, genera uno stress non irrilevante poiché, data la mole di cose da pensare, impedisce alla mente di soffermarsi sui singoli compiti e la sovraccarica di preoccupazioni sulle tante cose da fare. Vero che oggi molti uomini aiutano in casa, ma raramente c'è una vera divisione dei compiti e questo perché resiste, nella mentalità comune, l'idea del lavoro casalingo come di un lavoro femminile per eccellenza. 
Le leggi cambiano, le donne oggi hanno accesso al lavoro e istruzione, ma gli stereotipi e i pregiudizi sul femminile sono duri da scalfire.
Comunque sia, anche quando non lavoravamo fuori casa, in nessun modo, mai siamo state "mantenute": eravamo lavoratrici non retribuite e frustrate poiché nel fare il mestiere di casalinga non c'erano riconoscimenti, non c'era carriera, non c'erano onori pubblici, c'era solo tanta fatica quotidiana non riconosciuta come tale: in poche parole, eravamo sfruttate e oppresse.

Il tipo di cui sopra mi ha fatto presente che comunque mangiavamo, avevamo protezione e un tetto sulla testa (poi eravamo anche picchiate, ma qui apriremmo un altro capitolo sulla violenza domestica, un fenomeno talmente specifico da aver appunto richiesto un'analisi e denominazione a sé); certo, anche gli schiavi erano nutriti e avevano alloggi. Ma restavano pur sempre schiavi, privati di accesso alla vita pubblica, di autodeterminazione, di possibilità di crescere ed emanciparsi come persone.
Avete presente quegli uccellini imprigionati in gabbia da tutta una vita? Se gli apri la porticina, spesso non fuggono, rimangono lì a guardare stupefatti la via di fuga, presi da un senso di panico, di stupore, di terrore. La libertà non è un atto improvviso che si può dare senza uno strumento. 
Le donne sono state private per secoli degli strumenti per vivere da individui autonomi, per questo è davvero squallido attribuirci il consenso di alcune scelte che, semplicemente, non erano scelte, ma effetti di una lunga oppressione. 
Molte ragazze ancora oggi scelgono di fare la velina o di partecipare a Miss Italia o di dedicarsi esclusivamente alla famiglia perché non hanno abbastanza stima e fiducia in loro stesse da pensare di poter fare ed essere di più.
Questo certamente è un lavoro su noi stesse che spetta a noi portare avanti. Ma è difficile se la società intorno continua a ricordarci che siamo solo oggetti sessuali, che valiamo solo per la nostra bellezza o sensualità, che non siamo portate per la matematica o altro, che siamo difettose nei ragionamenti logici, che facciamo solo cose da femmine (detto in senso spregiativo), che i nostri corpi al naturale fanno schifo, che siamo criminali se decidiamo di fermare una gravidanza, che siamo stupide, oche, cagne, vacche (ovviamente gli altri animali sono nella lista degli esseri inferiori in assoluto, anzi, nemmeno vengono riconosciuti come individui, ma solo come oggetti, prodotti, tutt'al più come soggetti appiattiti dentro un unico calderone su uno sfondo generico denominato "natura"), che possiamo sempre esercitare il "mestiere" di prostitute se cadiamo in stato di necessità (come se fosse davvero un mestiere), che, insomma, sì, siamo donne, femmine, esseri subordinati e inferiori, comunque "altro", rispetto al soggetto della storia dell'umanità per eccellenza: l'uomo. Bianco. Occidentale. Etero. Il maschio. Il macho. Da qui... il maschilismo come ideologia sottesa a tantissimi aspetti della nostra società.

Per questo c'è bisogno del femminismo. Per questo è semplicemente ridicolo parlare di "movimento per i diritti del maschi". 

Mercificazione della vita animale


Tutti gli allevamenti, per definizione, sono lager.
Sono luoghi in cui la vita animale viene progettata, manipolata, controllata al fine della sua trasformazione ultima in prodotto. 
Il concetto in sé di allevare individui e di pensarli non come tali, ma come risorse rinnovabili, costituisce un'aberrazione tanto più ingiustificabile quanto più oggi sappiamo non essere necessaria se non a far arricchire l'industria della carne.

Gli allevamenti rappresentano il culmine del capitalismo: la mercificazione della vita animale.

domenica 23 settembre 2018

Macelleria sociale


Credo che pochissime persone amino la violenza. A parte i sadici.
Il problema è che moltissime attività e pratiche di violenza all'interno della nostra società non vengono riconosciute come tali poiché sono normalizzate, naturalizzate e istituzionalizzate.

Non viene riconosciuta la violenza del dominio sugli animali all'interno di allevamenti, mattatoi, laboratori di vivisezione, zoo, circhi, delfinari, acquari, non viene riconosciuta la violenza di attività come la caccia e la pesca cosiddette "sportive", non viene riconosciuta la violenza del sistema prostituente, dei bordelli, della tratta delle schiave, non viene riconosciuta la violenza delle carceri, degli istituti psichiatrici, dei tso, dei confini tra le nazioni. E questo solo per dirne alcune tra le più evidenti e macroscopiche.

Ovunque c'è controllo dei corpi che passa attraverso i dispositivi di potere delle istituzioni, c'è anche violenza. Poi c'è quella dei singoli, ma cosa bisogna aspettarsi da individui nati in contesti di violenza?

Viviamo all'interno di una grandissima macelleria sociale e siamo tutti, a seconda dei punti di vista, vittime o aguzzini, scambiandoci i ruoli in continuazione.

Foto scattate durante il presidio NOmattatoio del 22 settembre 2018.

martedì 18 settembre 2018

La nostra voce

A molti uomini, ma anche donne, non piace il termine femminismo perché ai loro occhi assume una connotazione di suprematismo, di ribaltamento del potere. 
Ora, faccio intanto una prima osservazione, ossia, se è un ribaltamento dei ruoli e del potere che temete, significa anzitutto che riconoscente che esiste un ruolo e un potere che è preminente, quello maschile, e un altro che è subalterno, quello femminile. Vi inviterei a riflettere su questo.

La seconda è che la definizione di femminismo giunta ai più è quella distorta e funzionale a mantenere intatti i rapporti di potere del patriarcato, il quale, non appena ha appreso il sentore di un movimento che sarebbe potuto essere veramente rivoluzionario, ha lavorato per diluirlo, semplificarlo, banalizzarlo, dirottarlo verso la conquista di obiettivi più superficiali che però di nulla spostano le fondamenta e quindi denigrandone le fautrici, cioè, coloro che si fanno portatrici di determinate istanze; esattamente come sta accadendo a quello antispecista (pensate alla narrazione del vegano esaltato che secondo la massa penserebbe più a salvare un moscerino che un bambino ecc., o alla figura stereotipata dell'animalista urlatrice che amerebbe più gli animali che gli umani, analoga appunto a quella della femminista acida, brutta, che odia i maschi).

Ce n'è una terza: mi rendo altresì conto che molti uomini si sentono tirati in ballo, ma il femminismo non ce l'ha con gli uomini, bensì col maschilismo, con le dinamiche di potere patriarcali, vuole cioè sconfiggere i rapporti di potere in base al sesso. Pure il recente Metoo è stato del tutto frainteso e divulgato malissimo. Ci sono uomini che pensano che le donne vogliano denunciare chiunque, ma in realtà si parla di molestie sul lavoro nell'ambito di rapporti di lavoro gerarchici, del tipo, un datore di lavoro che fa proposte di natura sessuale alla segretaria sapendo che lei è nella posizione di essere ricattabile altrimenti perderebbe il lavoro. Rapporti di potere in base alla classe e in base al sesso, di questo parla il Metoo.

Ora, il femminismo ha questo nome perché le donne sono state una classe oppressa nei secoli e quindi è un movimento specifico che parla di questa oppressione, non la si può diluire in un generico sessismo o movimento antiviolenza. Vogliamo essere soggetti parlanti, autodeterminate, abbiano la nostra voce e parliamo di cosa significhi essere una donna oggi. Cerchiamo alleati in voi, ma questa è la nostra lotta, e il nome va benissimo così com'è.

Potete scegliere se essere nostri alleati o no.

Ringrazio Alessandro Cassano per lo spunto che mi ha offerto tramite un commento. 

Dicotomie funzionali al potere

Emotività, irrazionalità, sentimentalismo, volubilità, isteria, magia, ferinità, sono i termini con cui la narrazione del patriarcato ha da sempre dipinto il sesso femminile. Un'arma dai colori ben definiti, dicotomici rispetto al maschile che è logico, razionale, organizzato, composto, scientifico. Un'arma che una volta messa in campo viene poi usata per denigrare e svilire, per mettere su un piano subordinato rispetto al solo parametro che conti prendere in considerazione, quello dell'uomo bianco etero, fallocentrico. Lo stesso dualismo è stato usato per contrapporre l'umano all'animale, l'eterosessualità all'omosessualità, i bianchi ai neri e via dicendo in infinite sottotrame di esclusioni ed accoglienze a seconda della somiglianza al parametro fissato e stabilito una volta per sempre, ovviamente da chi ha avuto il potere di decidere e fissarlo. Sottoinsiemi che poi si legano insieme per rafforzare la reciproca subalternità, e così abbiamo donne e animali, migranti e animali, specismo e sessismo, razzismo e sessismo, razzismo e specismo e via discorrendo a seconda della prospettiva che conviene di più usare nelle narrazioni del potere.
Purtroppo questi abbinamenti non sono solo sistemici, ma anche psicologici, individuali e spesso riscontrabili anche in chi, in teoria, si propone di combatterli. Se estirparli su un piano sociale è difficile, farlo sul piano individuale lo è ancora di più perché in parte lo stesso individuale si forma dal sociale e tutti siamo, chi, in più e chi meno, contaminati dalle gerarchie e meccanismi di potere.

domenica 16 settembre 2018

Perché definirsi genericamente antisessisti non basta

"Io sono antisessista" is the new "io non sono né di destra e né di sinistra".

Ora, il termine in sé non è sbagliato, indica appunto il rifiuto della discriminazione in base al sesso, però da molti è ormai adottato per affermare che non serve essere femministi, l'importante è rispettare tutti, maschi e femmine, a prescindere dal sesso. E questo è un discorso sbagliatissimo invece perché implicitamente nega l'oppressione del patriarcato su un sesso specifico, quello femminile.
Appurato, confermato, dimostrato ogni santo giorno che viviamo invece in un sistema di potere patriarcale basato sull'oppressione di un sesso su un altro, è questo che bisogna sconfiggere, non una generica violenza individuale. Il movimento teorico e pratico che si oppone a ciò è il femminismo, non l'antissessismo.

Così come il movimento teorico che si oppone allo specismo, ossia all'oppressione degli altri animali da parte della nostra specie, è l'antispecismo e non avrebbe senso portare avanti un discorso di generico lotta alla violenza senza indicarne le motivazioni e la maniera in cui è agita. Questo discorso si potrà fare quando due soggetti, umano e animale, uomo e donna, saranno materialmente sullo stesso piano. 
Invece animali umani e non, donne e uomini, non sono affatto sullo stesso piano, giacché i primi sono oppressi dai secondi. 
Quindi bisogna prima sradicare le strutture di potere e le sovrastrutture culturale funzionali all'oppressione, dopodiché si potrà parlare e affrontare i casi di violenza individuale - ossia non generati dal sistema di oppressione che agisce su precise categorie di persone, umane e non - che ledono il rispetto di altri individui. Forse allora si potrà parlare di antisessismo.

Lo so che il termine femminismo a molti fa storcere il naso e questo perché non si ha chiara la storia di questo movimento, la sua definizione, cosa combatte.

sabato 15 settembre 2018

Patriarcato e specismo

Molte persone non capiscono il femminismo perché non capiscono il patriarcato. 
Il patriarcato è un sistema storico-sociale di oppressione di un sesso su un altro, e non il comportamento cattivo individuale di alcuni singoli. 
Così come lo specismo è un sistema storico-sociale di oppressione degli altri animali e non il comportamento cattivo di alcuni singoli che odiano gli animali.

Che poi su questo sistema si siano innestati discriminazioni, stereotipi, luoghi comuni e fatti culturali è un altro discorso che rafforza semmai l'oppressione storica, ma non la spiega.

Il patriarcato, per dirla con le parole di una mia amica, è una costruzione sociale di rapporti di potere. 

venerdì 14 settembre 2018

Sulla mia pelle


Sulla mia pelle racconta l'ultima settimana di vita di Stefano Cucchi a partire dalla nottata del suo arresto. 
Protagonista assoluto del film è il corpo di Stefano. È il suo corpo piegato in due dal dolore che occupa lo schermo, ed è ai lunghi primi piani sul suo volto tumefatto, ripresi da svariate angolature, insieme ai rantoli che accompagnano pochi e scarni dialoghi, che è affidata la narrazione. Una narrazione fisica che si fa strada in mezzo all'indifferenza della burocrazia per arrivare alla verità. 
La verità dei corpi, l'unica che non può essere negata, che non può essere sviata, che non ha bisogno di interpretazioni e letture. E soprattutto è un film sulla verità dell'esercizio del Potere, che è sempre un biopotere, ossia sui corpi.

Quando si percorrono certi corridoi oscuri, quando si viene fatti entrare a forza dentro certe stanze, quando la porta si chiude, quando si resta invischiati nelle maglie di un Potere che a volte è imperscrutabile, per dirla con Kafka, ma altre invece ha un volto umano e ben riconoscibile, si può solo sperare di uscirne disintegrati solo nello spirito. Non così è andata per Stefano, che da quelle stanze è uscito solo da morto, e solo, senza nemmeno il conforto di poter vedere i suoi familiari.

Se non fosse stata per la tenacia della sorella di Stefano questo caso sarebbe stato uno dei tanti, archiviato insieme alle tanti morti che avvengono in carcere o in custodia cautelare. Purtroppo non tutti hanno mezzi, forza e coraggio per andare avanti in un sistema che comunque sia tende sempre a proteggere chi detiene il potere e ad abbandonare le vittime.

Ottima recitazione di Alessandro Borghi, molto fisica e capace di rendere benissimo il dolore e la solitudine.

Sulla mia pelle, regia di Alessio Cremonini, è al cinema e anche su Netflix.

mercoledì 12 settembre 2018

L'abuso è nell'uso

L'abuso è nell'uso.

Di recente ho letto un libro, un saggio/testimonianza scritto da un'ex prostituta, che racconta nel dettaglio come funziona il sistema prostituente e la violenza insita in quel "mondo", così come nell'industria del porno, legata ad esso a doppio filo (Rachel Moran, Stupro a pagamento!, ne ho parlato qui).

Una cosa mi ha colpito ed è un concetto abbastanza semplice da comprendere, una volta inquadrato nella giusta prospettiva e che sintetizzerò nell'espressione "o si è oggetti o si è soggetti".

Il punto è che quando si entra nel sistema prostituente si perde totalmente il controllo e possesso del proprio corpo (quindi anche la presunta libertà di scelta), che diventa così un contenitore d'uso. Da quel momento in poi si cessa di essere soggetti e si spalanca la porta per ogni genere di violenza. Perché mai il cliente dovrebbe preoccuparsi di non ferire, svilire, umiliare, usare brutalmente (quasi sempre in modi difficili da immaginare se non si leggono le testimonianze di chi di quel sistema è stata vittima per anni) e di non usare violenza cosiddetta aggiuntiva su quei corpi che sono solo merce?

Ecco, lo stesso identico meccanismo avviene all'interno degli allevamenti e dei mattatoi: animali percepiti come oggetti, considerati già oggetti prima ancora di venire al mondo, diventano solo pezzi di carne da usare nel modo più economicamente conveniente possibile e da controllare e dominare nel modo più sbrigativo affinché non creino problemi agli addetti ai lavori; ora, si dà il caso che gli animali si ribellino, che scalcino, che si rifiutino di essere trattati come merci e quindi maggiore sarà la loro resistenza, maggiore cadrà su di loro la repressione brutale.

O si è oggetti o si è soggetti. Non esistono mele marce all'interno di strutture come allevamenti e mattatoi, laboratori di vivisezione, bordelli o altre dispositivi di biopotere, sono le strutture, i dispositivi stessi di controllo a essere marci e a diventare contenitori di violenza senza limite perché devono funzionare proprio come strumenti per annichilire ogni residuo di individualità, identità e dignità. O si è oggetti o si è soggetti. Per legittimare il mattatoio, bisogna che gli animali siano considerati e trattati come oggetti; così come per legittimare il sistema prostituente bisogna che una parte di donne sia considerata come un oggetto su cui sfogare i propri istinti di dominio sessuale, pratica che va a detrimento non solo delle vittime, ma dell'intero genere femminile, che difatti, anche se in misura minore, è sempre ridotto a oggetto sessuale.

Femmine e animali, ancora una volta le analogie mi sorprendono. Non a caso Rachel Moran parla di "carne da macello" riferendosi a ciò che avviene dentro a bordelli legalizzati della civile Germania.

giovedì 6 settembre 2018

Essere realisti: cioè, realizzare, far diventare realtà

C'è differenza tra il fatto che sia il sistema a introdurre delle riforme welfaristiche poiché avverte pressione politica in seguito a determinate richieste radicali, e tra il fatto che invece siano le stesse associazioni o parte del movimento a chiederle. Nel primo caso abbiamo una risposta, una reazione, nel secondo significa semplicemente aver tirato i remi in barca poiché ci si è accorti che la strada da fare è troppo lunga e ci si è messi in una posizione rinunciataria. 
Vero che la liberazione animale non potrà avvenire che per gradi, ma questi gradi non devono avvenire tramite negoziazioni che accontentano le aziende senza colpo ferire.

Le rivoluzioni si spengono quando gli obiettivi da conquistare sembrano troppo audaci e troppo di là a venire nel tempo, ma la capacità di immaginare una società diversa e di mettere in campo OGGI strategie atte ad attuarla - strategie che non siano però basate sui limiti della contingenza, ma volte a ostacolare e superare questi limiti - sono e sono stati i presupposti fondamentali di ogni rivoluzioni. I limiti bisogna superarli, arginarli, combatterli, non accettarli come dati di fatto atemporali e astorici.

La frase "bisogna essere realisti" viene quasi sempre recepita con un significato errato. Essere realisti dovrebbe significare conoscere come funziona il sistema per poterlo combattere in modo efficace, non rinunciare a combattere in modo radicale data la complessità della realtà. 
Se ci troviamo a dover scalare una montagna ardua, il realismo non dovrebbe consistere nel porci obiettivi a metà strada, ma nello studiare bene tutto il percorso e prepararci fisicamente e psicologicamente per affrontarlo.
Nel suo significato può profondo la frase "essere realisti" non può che voler dire una sola cosa: attiviamoci per REALIZZARE ciò che vogliamo. Che è tutto il contrario del fare poco per paura di non riuscire a fare di più. 

lunedì 3 settembre 2018

Dove nasce la rabbia

Nel privato mi confronto con alcuni uomini sinceramente interessati al femminismo. Non quelli del "not all men, bla bla bla", ma quelli che davvero si pongono in ascolto per capire. Mi chiedono il perché di questa rabbia che viene fuori. Ne sono spaventati, forse? Ovvio, nella misura in cui si è spaventati di qualcosa che non si conosce, non si comprende. Hanno paura magari di perdere amiche, sorelle, compagne. Magari ci hanno viste remissive e dolci e pazienti per tutta una vita e poi improvvisamente cambiamo.
Provo ad accennare il perché di questa rabbia, per quanto mi riguarda almeno.

Non è facile spiegare a chi non è donna dove nasce e perché. La condizione di oppressione si può spiegare nelle sue manifestazioni più evidenti, ma per quel che si prova nel profondo non basta l'empatia. Bisogna essere donne per capirla.

È molto difficile, ad esempio, farvi capire come ci sentiamo noi donne ogni giorno a essere considerate come oggetti sessuali e va da sé che quando attorno a te vedi l'immagine di te stessa, in quanto donna, oggettificata e moltiplicata all'infinito - e realizzi che questo è proprio ciò che sancisce la tua inferiorità - finisci per sentirti svilita in ogni momento. 
Esattamente come l'animale fatto a pezzi nella vaschetta di polistirolo sparisce come individuo e diventa prodotto, cioè un referente assente, così la donna che compare nelle pubblicità, nei media, sui manifesti giganti nelle strade, nell'arte, nella fotografia, ovunque - e realmente, fisicamente usata come oggetto nel sistema prostituente e industria del porno - , non è più un individuo, ma un oggetto funzionale allo sguardo e desiderio maschile. Ed è questo che sancisce la sua inferiorità, giacché non si può essere soggetti se si è oggetti.
O si è individui o si è oggetti. Non si può essere entrambi. 
L'oggettificazione a volte può essere sottile, può perfino passare per adorazione. Quando ci dite che siamo creature superiori e che la femminilità è qualcosa cui non si può rinunciare, ci state ancora riducendo a oggetto, a qualcosa che la cultura patriarcale, maschile, ha definito per noi, comunque in alterità al maschio. Quando ci parlate del femminile, come se fosse una serie di attributi naturali, ci state offendendo. Non esiste il femminile, non esiste roba da femmine, libri da femmine, interessi da femmine: proprie questi sono i limiti della nostra libertà e realizzazione in quanto individui, ciò che ha compresso e imbrigliato le nostre potenzialità e plasmato le nostre identità. Di questa profonda oppressione (tutta la cultura è maschile) noi portiamo i segni perché è ciò che ci ha definito come donne e in quanto donne. E abbiamo interiorizzato così nel profondo questi limiti che li abbiamo fatti nostri. Esattamente come il cane che conosciamo oggi è il frutto di secoli di domesticazione che hanno represso e modificato la sua natura più profonda, allo stesso modo il nostro essere individui come voi, solo con un sesso diverso, è stato represso nel profondo e ci sono stati appiccicati addosso ruoli e caratteristiche che attraverso l'educazione e di generazione e in generazione ci hanno definito come alterità femminile. La socializzazione differenziata non ha permesso lo sviluppo pieno delle nostre totali potenzialità di individui e fatichiamo enormemente per riappropriarcene. E questo è il motivo vero per cui moltissime donne stesse non comprendono il femminismo e, anzi, lo avversano profondamente, facendole diventare maschiliste. Gli resistono. Così come il paziente resiste nel voler sciogliere i blocchi profondi della sua psiche o così come il malato spesso resiste alla guarigione perché è ciò in cui si è identificato per tutta la vita, ciò che magari lo ha reso diverso rispetto agli altri. Molte sorelle hanno creduto talmente tanto nel vestitino da femmine che gli è stato cucito addosso che non vogliono più toglierselo (esattamente come le donne islamiche non vogliono rinunciare al velo, esso è diventato parte integrante della loro identità). E specularmente accade lo stesso agli uomini: compressi entro determinati ruoli che hanno definito la loro mascolinità, hanno paura di rinunciarci poiché ciò significherebbe destrutturare parte della loro identità e lavorare per costruirne una nuova. E lo stesso accade a proposito della nostra specie la cui umanità è stata definita in opposizione all'animalità. 
Il femminismo è doloroso, è un percorso faticoso perché significa rinunciare a parte della nostra identità così come si è costituita nei secoli.

Quindi, prendendo coscienza graduale di ciò, la nostra rabbia, più che giustificata, si manifesta. È una rabbia atavica che nasce da secoli di oppressione, naturalizzazione di un'oppressione in realtà materiale e politica, da presa per i fondelli riguardo un'apparente parità. Ma quale parità se ancora appunto siamo oggetti e non soggetti? Ci avete reso oggetti, ci avete mutilato, bruciato sui roghi, costrette a casa, proibito di studiare e quando l'abbiamo fatto ci avete fatto credere che certe branche del sapere non sono per noi, non ci saremmo portate e ci avete indirizzato ancora una volta verso ruoli subalterni. E ci arrabbiamo ancora di più quando voi vorreste definire i termini della nostra liberazione e ci dite come il femminismo dovrebbe o non dovrebbe essere. Potete accompagnarci, ascoltarci, sostenerci, ma non siamo disposte a lasciare ancora una volta nelle vostre mani i ruoli che contano per poi accontentarci delle briciole o di concessioni che però non cambiano di una virgola la nostra condizione di oppresse.

La nostra condizione qui in occidente è ovviamente meno evidente nella sua oppressione perché apparentemente siamo libere. Ma, come spiegavo sopra, l'oggettificazione che subiamo continuamente è un modo molto sottile di sancire ancora una volta la nostra inferiorità e di opprimerci. La maniera in cui il patriarcato continua a opprimerci ancora qui in occidente è attraverso il choice feminism, ossia facendoci credere che oggettivarci, lasciarci usare, tornare ai condizionamenti di una volta come stare a casa, fare e dedicarsi ai figli per realizzarsi, dedicarci alla cura come propensione naturale che avremmo e persino prostituirsi possa essere una libera scelta (molti uomini va da sé che difendano la prostituzione perché ne traggono benefici, illudendosi che sia davvero una libera scelta. Ma, a parte che lo è per pochissime, comunque la presunta libertà finisce nel momento in cui ci si oggettifica poiché appunto si perde automaticamente il proprio status di soggetto che negozia. Di questo parla molto approfonditamente Rachel Moran nel suo libro Stupro a pagamento! Ne ho accennato qui. Libertà e oggettificazione sessuale non collimano. Sono termini autoescludentisi a vicenda). Facendoci credere che continuare a indossare il vestitino della femminilità sia bello, gratificante, sia ciò che vogliamo realmente anche noi. Il modo migliore per schiavizzare qualcuno è fargli credere che non lo sia, che abbia scelto (esattamente come ci illudiamo di essere liberi perché possiamo scegliere tra tanti oggetti disponibili nei centri commerciali. Ma di questo bisognerebbe scrivere un post a parte).
Chi si oggettifica consapevolmente, o meglio, illudendosi di poterne negoziare i termini, non capisce fino in fondo cosa significhi rendersi oggetto e abdicare alla propria individualità. Costoro si illudono di poter scindere la loro personalità: oggetti per lavoro o in qualsiasi altra sfera della propria vita e poi riconosciute come soggetti quando lo decidono loro. Non è così che funziona, quando si viene oggettificate, tutto il resto è compresso in quella riduzione. E nel momento in cui diventi oggetto, non è che puoi dire all'altro fin dove può considerarti tale. Lo sei e basta.
Immaginate la mucca che viene sfruttata come se fosse una macchina per dare il latte. Essa rimane macchina, sempre, anche se in apparenza qualcuno le dà il nome e le dice che prova affetto per lei. Quel qualcuno, nell'usarla, ribadisce comunque a tutti i livelli la sua inferiorità, anche perché i termini del contratto d'uso non sono negoziabili da lei, ma solo da chi la sfrutta.
Così è per le donne. Non si può essere soggetti ed oggetti allo stesso tempo. E oggettificarsi, rendersi oggetto, sancisce la nostra inferiorità.

domenica 2 settembre 2018

Sexage: se lo conosci, lo eviti

La cultura patriarcale si rafforza anche tramite la diffusione e mantenimento di espressioni apparentemente innocue. Per esempio quando si dice "darla", in riferimento a una donna, si ribadisce implicitamente il messaggio che essa, in questa società, non abbia che una cosa da poter dare, cioè il sesso. Difatti l'oggetto non è nemmeno specificato. "Datela!". Come a dire, cos'altro potrebbe dare una donna se non quella?

Ricordo che mio padre da ragazzina mi diceva: "stai attenta, i ragazzi in questo periodo della loro vita (ma forse avrebbe dovuto dirmi "gli uomini in generale per tutta la loro vita") cercano solo una cosa. Per quanto siano gentili ecc., è sempre e solo una cosa che vogliono". 
Ora, per quanto capisca le sue buone intenzioni di allora, ossia proteggermi, e per quanto questa cosa qui non abbia contribuito granché alla formazione della mia autostima di allora (il messaggio recepito era: se tanto cercano solo quello, che mi affanno a fare a diventare e fare altro?), se non altro mi rese abbastanza cosciente del modo in cui la società vede le donne e come questi modi vengano trasmessi di generazione in generazione, proprio all'interno della famiglia, tramite l'educazione.

Perché racconto questa cosa, chiamiamolo pure aneddoto personale? Non certo per parlare di me, ma come spunto per dire che il maschilismo e il patriarcato trovano i loro modi di sopravvivere innanzitutto all'interno delle dinamiche familiari, per poi trovare conferma all'esterno, nella scuola e società.

Se vogliamo cambiare le cose, dobbiamo guardare ANCHE al privato, per poi portarlo all'esterno e farlo diventare politico. Per creare eserciti di donne consapevoli bisogna anche parlare di cosa avviene all'interno delle famiglie, di come ci si relaziona, delle cose che si dicono, di come vengono cresciuti maschietti e femminucce (anche con l'ausilio dei giochi differenziati), educati, repressi, ora in un modo, ora in un altro. 
Certamente l'educazione e la civiltà comportano sempre soppressione degli istinti, ma coloro che ne traggono maggior svantaggio sono le femmine perché vengono ancora cresciute e formate non già per diventare individui, ma appunto femmine, donne, la controparte maschile, che è il solo vero individuo che conta nella società.

P.S.: a scanso di equivoci, dato l'alto tasso di analfabetismo funzionale che purtroppo riscontro sui social, non sto mettendo in discussione la natura attrazione sessuale tra uomo e donna, ma la riduzione della donna al suo sesso. Concetto di cui da poco ho appreso esistere un termine: sexage. Cliccando sul nome vi rimando alla lettura dell'ottimo articolo che spiega cosa sia, dal blog Alle donne piace soffrire.

Il narcisista patologico: se lo conosci, lo eviti

E poi c'è quello che si mostra sensibile, delicato, spirituale, colto, intellettuale e che fa la vittima perché tutte le donne, poverino, lo lasciano. Chissà come mai, se lui è così affascinante, attento, amante perfetto? Ah, la colpa deve essere per forza delle donne che non lo capiscono, non sanno che tesoro egli sia, donne ovviamente insensibili, ciniche, promiscue. 
Attenzione ai tipi così, sono spesso narcisisti patologici, pericolosissimi. Ti accalappiano con la lusinga, facendoti credere che tu sì che sei una donna vera, che lo capisce, mica come le altre. Ti fanno credere di essere speciale e quando ci hai creduto e ti senti fortunata per questo, per essere stata prescelta da siffatto uomo altrettanto speciale, iniziano a rivelarsi per quello che sono, a mandare messaggi impliciti per far capire cosa dovresti realmente fare per continuare a farti amare e poi si rivelano per dei pezzi di merda orribili e finalmente si capisce perché tutte le altre donne lo abbiano lasciato. Ma niente, lui continua a pensare che la colpa sia delle donne, mica sua.

Narcisisti patologici, tutte ne abbiamo incontrato almeno uno nel corso della nostra vita, o almeno con alcuni tratti di suddetta personalità. Se siamo state fortunate, siamo qui a raccontarlo, altrimenti siamo una delle tante vittime della violenza e dell'annichilimento della propria individualità.

Io ho avuto una storia di due anni con un tipo simile, la cosa peggiore è che queste persone non cambiano perché è molto difficile che capiscano di essere malate. Per esistere hanno bisogno di svilire e degradare l'altro perché solo innalzando se stessi su un piedistallo artificiale, che costituisce il loro io, curano la ferita narcisistica.

Fate attenzione a quegli uomini che si pongono come vittime e che mandano messaggi in cui implicitamente dicono come dovreste essere. Spesso attuano un modo molto sottile di manipolazione, cioè dicono cose di te che non sono affatto vere, del tipo: perché tu sei così e colà e questo mi piace. Succede così che la vittima, pur sapendo di non essere così, per aderire a quell'ideale che il narcisista pensa di aver trovato in lei, si sforzi di diventare nel modo in cui egli vuole che sia, perdendo a poco a poco pezzi della sua autostima e individualità.

Attenzione perché le relazioni con i narcisisti patologici non sono solo quelle sentimentali o sessuali, ma anche sul lavoro. Collaborare con persone così diventa molto difficile e stressante. Sono persone che sviliscono il lavoro altrui per meglio far emergere il proprio.

P.S.: ovviamente le vittime prescelte da tali tipi sono persone insicure, con scarsa autostima; così che lui può far leva su questo loro punto debole, lusingandole, per poi, dopo averle innalzate, scaraventarle a terra facendole sentire un niente. Il narcisista patologico dà e toglie ossigeno per creare una dipendenza affettiva. 
La cura è coltivare la propria individualità, lavorare sulla propria autostima. Un lavoro che per noi donne non finisce mai perché tutte, in qualche misura, abbiamo interiorizzato la condizione di subalternità in cui ci ha relegato il patriarcato.

Consapevolezza e lavoro duro su noi stesse è la chiave. Per questo dobbiamo essere tutte femministe e solidali. Cioè, studiare innanzitutto il femminismo. 

Del narcisismo patologico avevo parlato anche qui, a proposito del film Mon Roi.