sabato 3 settembre 2016

Elogio dei piccioni




Sono una di quelle persone (ma forse siamo tutti così!) che quando sente il suono della sveglia al mattino maledice il mondo intero, soprattutto perché il trillo malefico arriva sempre a interrompere bruscamente un bel sogno; da qualche tempo però le cose sono leggermente diverse: complice la luce estiva che filtra dalle persiane accompagnata dal rilassante tubare di una coppietta di piccioncini che probabilmente hanno nidificato sotto le grondaie. 
Quel tuuu tuuuu di gola mi si rovescia addosso con un’inaspettata allegria e mi fa venire più voglia di mettere i piedi giù dal letto.
Sono grata ai piccioni per questo. 
Dunque, vediamo, quand’è che ho scoperto per la prima volta i piccioni? Sicuramente da bambina (in una delle foto sopra ci sono io a undici/dodici anni, insieme a un’altra bambina, intenta a nutrire i piccioni a Venezia), ma probabilmente la loro presenza è una di quelle costanti nel tempo che arriva a darsi quasi per scontata; così scontata che a un certo punto si smette di vederli davvero.  
È quando si dà per scontata la bellezza del mondo che iniziamo a perdere pezzettini di noi, irriggidendoci in schemi e fissando in forme e concetti il fluire dell’esistenza. Smettiamo a poco a poco di vedere le cose – immaginate che i nostri occhi siano le finestre di un paesino arroccato su una montagna che a poco si spengono facendolo precipitare nell’oscurità – e poi di sentirle, fino a che di esse non restano solo definizioni astratte e vuote, luoghi comuni, pregiudizi. 
Accade così per tutto e anche per le varie forme di vita che abitano il pianeta insieme a noi. 
Sui piccioni è rimasto poco dello stupore iniziale che sicuramente abbiamo avuto da bambini e son rimasti solo pregiudizi: sporchi, brutti, stupidi, molesti, “topi con le ali” (pregiudizio al quadrato), portatori di malattie (non è vero!) e quant’altro. E meno male che sono piccoli, altrimenti saremmo stati capaci di inventarceli anche aggressivi e pericolosi. Ah, cosa non si fa pur di regnare incontrastati nel mondo animale relegando tutto il resto a un prodotto buono da mangiare o a un fastidio di cui disfarsi con i metodi più crudeli!
Eppure, a ricominciare a vederli davvero, spolverando l’opacità dell’abitudine, li si scopre animali curiosi, vivaci, intelligenti e molto empatici. Ma a dire il vero non amo molto riportare questo genere di informazioni perché sembra che solo coloro che ne siano dotati in misura uguale o simile a noi meriti il nostro rispetto, quando invece l’evoluzione ci insegna che non procede in linea retta partendo dalla forma vivente meno complessa per poi arrivare all’homo sapiens (siamo gli ultimi sulla terra in termini di apparizione, ma non per questo i migliori in assoluto, ché non ha senso definire un più dotato o meglio dotato sulla base di caratteristiche tanto diverse e necessarie per ogni specie), quanto piuttosto in forma reticolare e ogni specie guarda a un proprio orizzonte evolutivo che è improprio e del tutto arbitrario paragonare al nostro.
Tornando ai piccioni, quel che ho osservato e letto è che sono animali capaci di intessere relazioni complesse e di comunicare con una vasta gamma di segni: ho spesso ascoltato o sono stata direttamente testimone di piccioni amici di gatti, di piccioni soccorsi e salvati che, una volta liberati, tornano a salutare ogni sera, di piccioni che spartiscono il cibo con altri animaletti cittadini (gabbiani, gatti, topi) senza litigare, di piccioni capaci di grandissimi gesti d’affetto. 
Purtroppo la nostra specie sembra incapace di intrattiene con gli altri animali relazioni che non siano improntate al dominio e allo sfruttamento e sorte simile hanno quindi  avuto anche i piccioni
In passato infatti, fino all’avvento dei moderni mezzi di comunicazione come il telefono e il telegrafo, sono stati usati per recapitare messaggi grazie alla loro straordinaria capacità di ritornare sempre alla propria colombaia di origine: in entrambe le guerre mondiali furono usati per spedire messaggi strategici e segreti. 
Oggi, non più usati per questi scopi, continuano purtroppo a essere allevati per le loro carni (una razza specifica) e sono tollerati a malapena come animali semi-selvatici in città. Infastidiscono perché si dice che sporchino e non di rado nei palazzi si vedono quegli orribili arnesi appuntiti finalizzati a tenerli lontani (ne esistono anche cruelty-free, ad ogni modo). Certo, come tutti gli esseri viventi, noi compresi, producono escrementi, ma che visione limitata è quella di ridurre un individuo alla sola funzione naturale del suo intestino? 
Al solito, quello che ci frega è l’antropocentrismo, ossia il mettere in evidenza le caratteristiche che contraddistinguono la nostra specie, erigendole a parametro di giudizio, sminuendo o, peggio, denigrando tutte le altre degli altri animali. Ma, a voler usare lo stesso parametro che adottiamo per i piccioni, sarebbe come se una specie aliena in visita sul nostro pianeta dicesse che gli “animali umani sono sporchi, molesti e dannosi perché inquinano mare, monti, fiumi e boschi e impestano l’aria con le loro produzioni organiche e non”. Una visione limitata, non vi pare?
Eppure è quella che riserviamo ai piccioni e a tantissimi altri animali che incrociamo ogni giorno e ai quali riserviamo sguardi infastiditi.

Oltre la patina dell’abitudine c’è invece molto altro: ci sono storie di incontri bellissimi tra noi e questi animali – storie di gente che vive ai margini, non di rado senzatetto o vecchietti solitari che si dilettano a dargli da mangiare, sentendosi un poco utili e rispecchiandosi nella medesima condizione di libertà, ma anche, purtroppo di marginalità; ci sono tuuuu tuuu mattinieri di effusioni e coccole che addolciscono la messa a fuoco sul mondo e svolazzare libero nelle piazze che è un invito a danzare e ad alzare gli occhi con rinnovato stupore.
I piccioni appartengono alle città e al mondo e il mondo e le città appartengono ad essi nel senso dell’esserci pienamente, in quel costante fluire del tempo e in quell’abitare lo spazio senza possesso, senza dominio, che è una cosa che forse noi non impareremo mai a fare.






Nessun commento: