domenica 22 ottobre 2017

Carne felice, allevamento estensivo e altre menzogne

Immaginate un cucciolo pieno di gioia di vivere alla scoperta del mondo. 
Immaginatelo mentre corre nei prati, annusa i fiori, le foglie, l'aria, conosce la pioggia, il vento, il sole.
E poi immaginatelo mentre, un bel giorno, all'improvviso, viene strappato via da tutto questo e portato al macello.
Nel pieno della sua infanzia/adolescenza. Perché qualcuno ha deciso che la sua vita non gli appartiene, che non può essere soggetto della sua stessa esistenza, ma corpo da trasformare in prodotto.
Questo è l'allevamento estensivo.
Nella "carne felice" l'aberrazione, la violenza, l'orrore si spingono ai loro massimi livelli. 
Ogni allevamento implica la sottrazione della libertà e il dominio totale sul corpo di qualcun altro.

venerdì 20 ottobre 2017

The last pig


Perché The Last Pig è un ottimo documentario.

Lo è nella scelta del soggetto, intanto: raccontare la storia di un uomo, un allevatore di maiali, che un giorno realizza di non voler più avere il potere di decidere della vita e della morte di qualcun altro. Bob non ha il classico allevamento intensivo di migliaia di animali, ne gestisce uno piccolo, di poco più di duecento individui, trattati nel miglior modo possibile. Ma destinati comunque a diventare quella che il mercato chiama "carne felice". Bob si rende conto che questa carne di maiali felici non è poi così felice. Apre un blog e racconta i suoi dubbi. Qualcuno lo legge. La sua storia arriva alle orecchie di Allison Argo (documentarista attiva da oltre 25 anni e nota per le sue storie forti e i ritratti di animali oggetto di sfruttamento e in pericolo. Vincitrice di sei Emmy Award e di oltre cinquanta premi internazionali, ha prodotto, scritto e diretto film trasmessi da PBS e National Geographic) che da tempo aveva in mente di raccontare una storia sugli animali non umani "d'allevamento" e così lo contatta. Tra loro nasce un'intesa. Bob vuole che la sua storia sia raccontata, ma il tempo è poco, lui ha deciso che dopo l'ultimo gruppetto di maiali che sono ancora nella sua proprietà non ne prenderà altri e convertirà la sua attività in produzione di ortaggi. Si comincia a girare subito, senza soldi, poi verrà aperto un crowfunding cui ha contribuito l'associazione Essere Animali, la stessa che ne ha curato i sottotitoli in italiano e organizzato il primo tour nel nostro paese, di cui ieri la tappa romana. 
Lo è perché le scelte registe e stilistiche di Allison hanno una serie di punti di forza: il primo, è quello di non scivolare mai nella retorica aggiungendo materiale di finzione o preparato. Hollywood ne avrebbe fatto un prodotto strappalacrime; Allison ha raccontato, con la massima sincerità possibile e con molto rispetto, una storia vera. Un documentario vecchia maniera, se vogliamo, in cui il protagonista viene filmato mente svolge la sua attività quotidiana e dove la voce fuori campo è molto discreta, giusto a sottolineare qualche particolare passaggio interiore (e specifico sottolineare, perché comunque è tutto già molto visibile a livello visivo). 
Il secondo è che la macchina da presa è ad altezza occhi dei maiali. Uno sguardo soggettivo del loro mondo, delle loro esperienze, emozioni; quelle positive, quando esplorano la realtà circostante, osservano Bob curiosi e interessati, apprendono, giocano e comunicano tra loro, e quelle negative, di paura e terrore quando vengono fatti salire sul furgoncino che li conduce al mattatoio.
Ho apprezzato in particolare la scena del mattatoio, un terzo punto, veramente molto potente, che già da solo reggerebbe tutto il film: si lavora per ellissi, si racconta un prima e dopo. Allison sceglie di non mostrare la violenza; viene invece evidenziata l'assenza, questa graduale sparizione dallo spazio filmico degli individui che stanno andando a morire. Prima sono in cinque/sei, un piccolo gruppetto, poi in quattro, tre, due, fino a che non ne rimane uno solo. L'ultimo maiale è anche lui. In questo, terribile, senso. Allison si sofferma sul suo sguardo: lui ha capito, è visibilmente stressato, ha la lingua di fuori e ansima dal panico. Ha già visto tutto i suoi compagni, fratelli, amici, sparire in quello spazio che odora di sangue e di morte. Sa che tocca a lui e non c'è rimasto nessun altro a consolarlo. Nemmeno Bob, di cui si fidava. Questa scena è un colpo al cuore. 
Ciò che ci comunica non è la violenza - sarebbe stata una scelta fin troppo banale e scontata - ma il senso di ingiustizia. Il senso di profonda ingiustizia di vedere questi individui pieni di gioia, visibilmente felici fino a un attimo prima e poi, nel momento subito successivo, quei loro corpi palpitanti di vita trasformati in prodotti, in pezzi di carne livida.
In una fase storica come questa in cui il sistema si appella al concetto di "carne felice" per mettere a tacere i dubbi di sempre più persone in merito alla liceità o meno di schiavizzare e sfruttare animali, The Last Pig ci dà la sua risposta, ed è una risposta potente, che non lascia adito a dubbi.
Allevare esseri senzienti, seppur concedendo loro la miglior vita possibile nel breve lasso di tempo prima che raggiungano il peso ottimale (richiesto dal mercato) per andare al macello, è sempre qualcosa di terribilmente sbagliato, ingiusto, aberrante.

lunedì 16 ottobre 2017

Oste, com'è il vino? È 'bono!


Lo so, è deprimente, ma là fuori stiamo ancora a "ma il ferro e le proteine dove li prendete voi vegani?", "i bambini vegani muoiono" o "i vegani sono brutti e perdono i capelli".
Colpa della disinformazione mediatica e della tivvù che campa con i soldi di Amadori, Rovagnati, Parmalat e affini.
Ora, chi mi conosce sa che non parlo mai di veganismo dal punto di vista della dieta, però giusto oggi un amico mi ha posto delle domande legittime e poco fa ho letto altri commenti sotto a un post di un altro amico che mi hanno fatto venire voglia di dirle, due cosine, giusto due. 
Facciamo così, copio-incollo parte del commento che ho scritto in risposta alla domanda del primo amico (mi chiedeva inizialmente delle uova), ci aggiungo qualcosina, e lo lascio qui, a beneficio di chi ha ancora dei dubbi.
Quando ho deciso di diventare vegana mi sono preparata, ho ascoltato conferenze di medici e nutrizionisti già preparati sul tema, letto decine di articoli, e mi sono consultata anche con medici di base un minimo aperti sul tema, quindi con voglia di informarsi e, soprattutto, onesti intellettualmente. 
Non ho fatto le cose a caso perché alla mia salute ci tengo e nonostante avessi amici già vegani da decine di anni, volevo esser sicura di non andare incontro a carenze. Perché, lo ammetto, il lavaggio del cervello che ti fanno sin da quando nasci è potente e un po' di timori giustamente ce li avevo. 
Premesso questo, posso ora affermare con cognizione di causa le seguenti cose.
La dieta vegana è perfettamente sostenibile, a patto che sia varia, ma questo si può dire di qualsiasi tipo di dieta perché anche mangiare solo carne senza verdure e cereali farebbe male. Le uniche vitamine che bisogna integrare sono la B12 e la D. Ma queste sono vitamine cui tutti devono prestare attenzione ed eventualmente integrare (tant'è che tutti gli integratori che si vendono in farmacia da anni sono consumati dall'intera popolazione, mica solo dai vegani): la D perché con lo stile di vita che quasi tutti conduciamo, che consente una scarsa esposizione al sole, è carente in quasi tutti noi; la B12 perché è una vitamina prodotta da un batterio presente nel terreno e, a meno che non ci mettiamo in bocca manciate di terra, dubito che la si possa assimilare; un tempo si consumavano verdure cresciute in terreni ricchi di questo batterio, oggi sono piene di pesticidi e tocca lavarle e poi ci sono coltivazioni di serra e tanta altra roba artificiale rispetto a un tempo e infatti nemmeno gli animali d'allevamento - che mangiano foraggio e non escono all'aperto - sono in grado di assumerla direttamente, tant'è che gli viene somministrata tramite integratori. Queste sono le uniche due vitamine cui bisogna prestare attenzione e che si possono assumere tranquillamente tramite integratori. Vitamine di cui sono carenti anche molti onnivori. Per il resto legumi, cereali (di vario tipo, farro, orzo, miglio, grano, riso, ecc.), verdure, ortaggi, frutta fresca e secca e semi oleosi ci danno tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere. Conosco tante famiglie vegane che hanno bambini svezzati vegani in ottima salute. Conosco vegani che mangiano pure piuttosto maluccio perché magari vanno di corsa e non sempre hanno tempo di cucinarsi, ma stanno bene lo stesso, l'importante comunque è farsi le analisi del sangue almeno una volta all'anno, controllare se tutti i valori sono a posto e in caso correggere l'alimentazione o integrare. Io per sicurezza la B12 e la D le prendo, pure se in dosi minime perché comunque, nonostante sia vegana da quasi sei anni e vegetariana da otto, ho tutti i valori a posto. Avevo solo il ferro un po' basso, ma sono sempre stata anemica, pure da bambina, quindi cerco sempre di assumere della vitamina C (mezzo limone spremuto o un kiwi, un'arancia) quando mangio vegetali e legumi che sono ricchi di ferro, così da riuscire ad assimilarlo meglio. Lo so, sembrerà di dover fare attenzione a troppe cose, ma in realtà poi diventa una cosa semplice, ordinaria e del resto ogni bambino, adolescente, adulto che sia deve prestare attenzione alla dieta nelle varie fasi della crescita. Gli onnivori a una certa età devono far attenzione al colesterolo, al diabete, all'obesità ecc., che sono tutte patologie potenzialmente mortali. Con la dieta vegana basta solo far attenzione alla B12 e D. Non ascoltate il terrorismo psicologico che fanno i vari Calabrese in tv, è pura disinformazione mediatica. Nessun bambino è mai stato ricoverato in ospedale per carenze, si è sempre trattato di notizie infondate e poi smentite. O in un caso il bambino non era vegano, oppure era sì vegano, ma era stato ricoverato per patologie che riguardavano tutt'altro che la nutrizione. Purtroppo le lobby degli allevatori, i medici che sostengono la vivisezione (e quindi devono screditare il movimento animalista in toto) fanno disinformazione e si inventano casi inesistenti. 
Ma poi, scusate, se ci dicono menzogne riguardo la carne felice (col maialino che ride felice di andare al macello), il benessere animale ecc., perché mai non dovrebbero dirle anche riguardo la dieta vegana? Chi dice che gli animali dentro gli allevamenti stanno bene è una persona in malafede e direbbe qualsiasi cosa pur di difendere strenuamente la categoria cui è legata da interessi economici. Questo non è complottismo, è semplice osservazione e analisi della realtà.
Se pensate che uccidere e sfruttare gli animali sia ingiusto, ma avete paura che diventare vegani sia pericoloso, scrivete pure ai tanti medici e nutrizionisti preparati sul tema, leggete libri, chiedete a un amico che è già vegano da tanti anni, qualsiasi cosa, ma non date retta ai medici faziosi in tivvù o all'opinione del vostro macellaio di fiducia o di chi campa sullo sfruttamento animale.
Ovvio che l'allevatore vi dirà sempre che la carne è necessaria.

P.S.: so che state pensando che anche io potrei essere di parte e vi tranquillizzo subito, certamente lo sono, dalla parte degli animali. Degli animali oppressi, umiliati, privati della dignità e del semplice diritto a vivere un'esistenza libera dal dominio dell'homo sapiens. Ma non ci guadagno nulla, se non la gioia di poterli finalmente guardare negli occhi sapendo che se anche dovranno morire, non sarà certo in mio nome. 

Foto presa dal web di Jerick Aldrin P. Ilagan

giovedì 12 ottobre 2017

Il danno del procrastinare


Per tanti anni ho rimandato a domani quello che avrei potuto fare subito.
Sapevo che il prosciutto, i salumi, la carne che mangiavo in generale venivano prodotti in modi terribili e che tantissimi animali dovevano soffrire e morire per questo. Però mi focalizzavo sul discorso degli allevamenti intensivi, ossia non mettevo in discussione il concetto stesso di mangiare carne, ma dicevo soltanto che sarebbero dovute cambiare le condizioni di allevamento.
Intanto però, nell'attesa di un miglioramento di queste condizioni - che non avverrà mai poiché inconciliabile con il fine del profitto - continuavo a mangiare prosciutto, salame e carne provenienti da lager infernali. Così sostenendo e restando complice di sofferenza inimmaginabile. E, quel che è peggio, continuavo a dichiarare di amare gli animali. 

E tu, cosa pensi di fare? Continuare a rimandare ancora o dissociarti oggi stesso da un sistema che produce orrori indicibili? 

Nella foto: un'immagine ottenuta dal team investigativo Free John Doe all'interno di uno dei tanti allevamenti italiani fornitori di prosciutto. L'immagine, pubblicata sulla pagina Facebook del gruppo di supporto, riporta la seguente didascalia: "La morte dimenticata di un maiale in un allevamento. Ha circa quattro mesi di vita, un'emorragia al naso e vari lividi sul corpo. Probabilmente è stato calpestato dai suoi simili all’interno di un recinto di pochi metri quadrati dove sono stati rinchiusi troppi animali. Quanto ci vorrà perché il suo decesso venga notato dagli allevatori? Quante ore ancora la sua carcassa rimarrà per terra, immersa nei suoi stessi escrementi? Quanto passerà prima che gli altri maiali si accaniscano sul suo cadavere e lo divorino?
Per il team investigativo di Free John Doe il momento più difficile è trovarsi di fronte a scene come queste. Testimoniare la morte e la sofferenza affinché la gente sappia, affinché le cose possano cambiare."

domenica 1 ottobre 2017

La mia Berlino


Berlino non è una città bella. Non ha niente dell’eleganza di Londra o Parigi, per esempio,  né della monumentalità di Roma o Madrid, ma ti conquista per il carattere composto da più e diverse anime da approfondire senza fretta; ti affascina per l’atmosfera vivace e rilassata al tempo stesso dei localini, pub e cafè, decorati con le lucine colorate anche se non è Natale, che si affacciano sulle strade, sonnacchiosi nel primo pomeriggio e pieni di vita la sera; ti colpisce per i tanti negozietti indipendenti e stracolmi di oggettini e abiti vintage, quasi tutti in ottimo stato a prezzi eccezionali, mercatini delle pulci dove puoi trovare delle vere e proprie chicche, librerie con angolo caffè, gallerie d’arte, ponti che si affacciano sullo Spree e angoli da cui sbucano palazzi colorati e ferrovie sopraelevate; ti sorprende per i colori della street art, i cortili dei palazzi che si intravedono attraverso portoni finemente decorati, i parchi e giardini pieni di cornacchie, passerotti e gazze; ti rattrista per i tanti luoghi della memoria e ti fa chiedere come sia stato possibile che una città così accogliente abbia potuto esser teatro di un passato così oscuro; ti fa capire meglio l’anima del romanticismo, non a caso nato proprio in Germania, mentre passeggi per il grande parco pieno di salici e arbusti selvatici che taglia in due la città, percorso da biciclette veloci, runners e vecchietti che si tengono per mano; ti alleggerisce il cuore quando entri nei quartieri più giovani dove si respira politica e aria di controcultura, con i punkabestia che ti battono il cinque e ti sorridono senza motivo, pieni di locali vegan, alcuni proprio animalisti, lo capisci dagli adesivi che tappezzano le pareti dei bagni; Berlino è quella delle notti un po’ strambe, vagamente surreali, in cui ti sembra di essere capitato dentro a un film: una ragazza in bici dal cui cestino spunta un unicorno gigante, un’altra che corre da una parte all’altra della strada trasportando un lampadario più grande di lei, un ragazzo in fuga dopo esser fuggito da un locale senza pagare, inseguito da un cameriere e poi da un altro ancora e poi da un passante che si è aggiunto senza sapere né cosa e né perché, una scultura dinamica di bottiglie di birra vuote che cresce e si modifica man mano che ne vengono scolate altre sul momento, che è un inno artistico all'alcolismo o forse alla disperazione, ma che comunque ti fa soffermare e pensare e sperare che la solitudine del tizio si attenui un po' e infine uno strano tizio che cammina con una pianta in testa, occhi bassi e passi veloci;  e poi quella della protesta politica il giorno delle elezioni, con ragazze e ragazzi che si sono buttati completamente nudi nel fiume mentre sopra il ponte i loro compagni hanno srotolato uno striscione; le biciclette che tagliano l’aria silenziose e che se non stai attento ti mettono sotto senza troppi problemi, le piste ciclabili ovunque, talmente ovunque che a volte ti ci ritrovi in mezzo rischiando, appunto, di essere investito; il trenino giallo sulla ferrovia sopraelevata che oltre a portati per lungo e per largo ti offre anche la più bella vista della città, una vista che mai nessun bus turistico potrebbe eguagliare; il battello sullo Spree, che sì, è un po’ turistico e per vecchietti, ma vuoi mettere la possibilità di vedersi scivolare la città accanto sorseggiando birra immersi in una luce del crepuscolo talmente bella, ma così bella come non ho mai visto nemmeno a Roma (che in quanto a luce pensavo non avesse rivali); e le sdraio colorate lungo il fiume dove i giovani sorseggiano birra già al tramonto, ascoltano musica, fumano, amoreggiano e si divertono; l’atmosfera retrò e un po’ fiabesca di alcuni quartieri, con i palazzi color verde acqua che ricordano le case delle bambole e altri ricoperti di edera e delle sfumature rossastre della vite americana; la cupezza improvvisa di quella torre che un tempo ha ospitato un lager provvisorio, oggi suddivisa in appartamenti abitati, il senso di colpa misto al desiderio di andare avanti, di superare, ricordare e dimenticare, morire un po’ dentro e poi sentirsi scendere le lacrime di fronte all’East Side Gallery; Berlino è tante cose insieme, cose che sono difficili da spiegare, da raccontare, da intrappolare in uno scatto. Ci si sta bene a Berlino, tanto bene, ti senti a casa, rilassato, i tempi sono lenti, c’è poco traffico, poche persone ovunque perché è molto estesa, le strade sono immense, i marciapiedi anche, i locali, anche se piccoli, hanno spazi all’aperto e arredamenti accoglienti, spesso modesti, ma caldi. Berlino est è quella che mi è piaciuta di più per la sua atmosfera viva e includente. Come ho detto all’inizio, non è bella nel senso classico, ma ha dalla sua il saperti accogliere, rispetto a Londra, per esempio, che rimane altera, respingente e persino un po’ snob (per quanto sia un’altra città che adori). Berlino ti fa venire voglia di pensare: ecco, qui mi fermerei, sento che qui potrei viverci bene, rilassata, senza fretta, senza ansia, senza stress. 
Berlino è anche quella dell’arte, dell’isola dei musei, architettura splendida e ricca di opere all’interno, della fondazione di Helmut Newton al museo della fotografia, foto tante belle quanto speciste e sessiste, ma una visita la merita lo stesso, se non altro per capire come, sfortunatamente, la donna sia stata vista nei vari periodi storici e perché, se oggi siamo ancora immersi nel maschilismo, la colpa la dobbiamo un po’ anche alle riviste di moda e ad artisti come il suddetto; si può esser bravi, dannatamente talentuosi, ma al servizio di un pensiero sbagliato.
Berlino è anche quella di alcuni particolari che ti restano in testa e a cui ti affezioni, come il cloc cloc dei semafori con l’omino che divenne famoso nella DDR, una delle icone nostalgiche sopravvissute, l’aria frizzante, la pioggerellina leggera che non serve l’ombrello, il sole che appare e scompare come se si divertisse a fare i dispetti. La birra a meno di due euro, gli ottimi felafel e le Bäckerei invitanti (qualcosa di vegan si trova sempre).
Berlino è quella del Katzencafé, dove un po’ avevo paura di entrare per timore di vedere i gatti stressati dai visitatori, e invece ho trovato un ambiente super tranquillo e rilassato, molto rispettoso dei gatti, con doppia porta per non farli scappare e raccomandazioni su come usarle scritte a caratteri cubitali; divanetti comodi, cioccolate calde (anche con latte di soia), cuccette dei mici un po’ ovunque e camminatoi sopraelevati, alberi finti per farli arrampicare e sinceri amanti dei gatti che si impegnavano a non disturbarli, anche se poi erano i mici stessi a venire, in cerca di coccole e per giocare un po’.
La mia Berlino, la nostra Berlino, è stata quella dei percorsi un po’ a caso e un po’ seguendo l’ottima guida “Percorsi d’autore”, consigliataci dagli amici Francesca e Daniele, che ti porta a scoprire angoli inediti e quartieri meno turistici per assaggiare un po’ della vita - e delle notti - dei Berlinesi, dagli hipster, agli intellettuali nostalgici della DDR, fino ai giovani dei centri sociali.

La mia Berlino è anche quella dell’incontro con l’amica Francesca conosciuta su Facebook che avevo sempre desiderato incontrare dal vivo e che, guarda caso, soggiorna qui proprio negli stessi giorni perché Berlino è anche la città dove hai la sensazione che tutto possa accadere, compreso incontrare pure un altro amico all’aeroporto il giorno del rientro. La città degli incontri.

Ed è anche quella che mi ha fatto venire voglia di comprare al mio rientro a Roma “Ognuno muore  solo”, il libro di Hans Fallada, un romanzo sulla storia della Resistenza tedesca e che oltre a raccontare un episodio toccante di lotta contro un potere spietato, è anche una testimonianza della vita quotidiana degli abitanti del quartiere Prenzlauer Berg sotto il terribile terzo reich. 

Certo, cinque giorni sono pochi per carpirne davvero tutte le anime, per vedere tutto quello che interessa vedere, cinque giorni sono giusto un assaggio, un assaggio gustosissimo che ci ha fatto venire voglia di tornare ancora. 

Altre foto è possibile vederle qui.

mercoledì 20 settembre 2017

Vi guardano


Alla fine la verità è sempre la cosa più semplice e facile da dire e da mostrare.
Oltre i super interessi economici e politici contro il veganismo, ci siamo noi, con le nostre testimonianze quotidiane. 
E soprattutto, ci sono loro, gli animali, i loro corpi, i loro sguardi, il loro essere qui con noi, sempre, in ogni momento, anche quando si fa finta di non vederli o di non volerli vedere.
Vi guardano da ogni dove: dalle vetrine dei negozi, dagli scaffali dei supermercati, dai capannoni anonimi che delimitano le autostrade, dagli edifici squallidi situati nelle periferie, dalle vetrate dei ristoranti, dai recinti, dalle gabbie. A volte il loro sguardo è così forte che arriva quasi a sollevarvi quel velo dietro al quale vi nascondete, fingendo di non vederli, di non sentirli.
Foto scattata durante uno dei presidi NOmattatoio.

lunedì 18 settembre 2017

Benvenuti nel "1984"


Se le persone fossero un minimo intelligenti capirebbero facilmente da sole che il concetto di fare a fette qualcuno dopo averlo fatto nascere e vivere per qualche mese dentro un capannone lurido non può essere compatibile con il benessere animale, né con il soddisfacimento minimo delle esigenze etologiche e tanto meno con il concetto di giustizia.
Però siccome le persone rimangono facilmente vittima del lavaggio del cervello, specialmente quando si tratta di assolversi e di negare a loro stesse la verità per continuare con ciò che tradizionalmente hanno sempre fatto senza mai chiedersi il perché, allora si fanno bastare l'etichetta di Rovagnati.
Benvenuti in "1984", dove il Ministero della Pace promuove la guerra e via dicendo.

A margine di questo discorso, credo che qui ci siano gli estremi per pubblicità ingannevole, visto che hanno persino copiato il marchietto con la v di vegan.
D'altro canto, penso che se dovessimo stare dietro a tutte le stronzate che si dicono in tv per continuare a mentire sulla produzione di carne, latte e uova perderemmo davvero un sacco di energie preziose; al solito penso che l'unica maniera per sconfiggere la mistificazione della propaganda carnista sia continuare a mostrare la verità, ossia la realtà di allevamenti e mattatoi. Un video di un'investigazione o dell'arrivo di un camion al mattatoio conta più di mille parole. 

Del resto, come si può sconfiggere una menzogna?

Solo mostrando la verità.


video



mercoledì 13 settembre 2017

Cecità


Ieri sera sono passata di fronte a una vetrina di un alimentari. In bella mostra il corpo di un maialino piccolissimo arrostito, trasformato in quel che comunemente si chiama "porchetta". 
Era intero, con tutta la testolina. Si vedevano benissimo gli occhietti socchiusi, la bocca spalancata in una smorfia di agonia. Il corpo coperto di quella crosta che per molti costituisce una prelibatezza. 
Lo era anche per me, quando mangiavo ancora gli animali.
Per prima cosa mi ha colpito l'orrore. Lo stesso che avrei provato se al suo posto ci fosse stato un bambino morto. Orrore, disgusto, raccapriccio.
Poi lo stupore. Come ho potuto un tempo essere cieca di fronte ai quei corpi che eppure erano lì, in bella vista, in tutta la loro tragica verità? Com'è possibile che io non vedessi quegli occhi, quella bocca, quel corpicino martoriato? Possibile che fossi così cieca?
Sì, lo ero. Ero cognitivamente dissociata e quindi cieca. Vedevo un maiale vivo e quello era un maiale. Ne vedevo uno arrostito o fatto a fettine e quello era cibo. Non era più un maiale.
E questo è quello che fa il carnismo. Che ci fa il carnismo, che vi fa il carnismo. Ci/vi rende ciechi. Dissociati. Violenti. Malati.
Pensateci. Provate, alla prima occasione in cui vi capiterà di trovarvi di fronte a un prodotto animale, a vederlo per quello che era prima che venisse trasformato.

sabato 9 settembre 2017

Non diventate vegani!


No, non sono impazzita! 
Ho invece il piacere di pubblicare una bellissima lettera aperta scritta da un mio contatto su Facebook. In mezzo al mare magnum delle notizie fake, dei selfie, dei post autoreferenziali, ogni tanto si trova anche qualche riflessione su cui vale la pena soffermarsi.
Vi invito a leggerla perché trovo che sia il giusto modo per approcciarsi agli "altri", ossia tutti coloro che per abitudine, ignoranza, pregiudizi o altro ancora mangiano gli animali.

Di Maria Campo

Lettera aperta agli "altri".

Non diventate vegani. 
Non diventate niente. Non datevi etichette, siate solo voi stessi come persone e individui. Togliete agli altri le etichette che gli vedete addosso. Se avete incontrato vegani antipatici dimenticateli e basta. Non fareste un dispetto a loro facendo torto agli animali.
Informatevi, leggete, osservate, controllate, confrontate, pensate... Ascoltate il vostro cuore e fate ciò che sentite giusto.
Non diventate neanche vegetariani.
Solo smettete di mangiare carne perché gli animali non vogliono morire. E lo capiscono. Guardateli, conosceteli. Guardate i video dove possono giocare e accorgetevi che non c'è differenza tra un cane, un vitello, un maiale. E guardate i video dove gli viene imposto il destino di diventare ingredienti, non vi piaceranno, vi faranno stare male. Pensate cosa dev'essere per loro che lo vivono, se qualcosa vi ferisce solo a vederlo. Guardate che cosa passano nella loro breve vita (sono cuccioli quelli che finiscono nel frigo), immaginate cosa vivono durante il trasporto, la paura che hanno al macello.
Non diventate vegani. Però smettete di mangiare derivati: lo sfruttamento di loro​ che sono come bambini non è mai una leggerezza come forse pensate. Non è colpa vostra, è quel che vi hanno insegnato perché a loro volta è stato insegnato: nessuno è cattivo o una persona malvagia per aver creduto a questa cultura. Perdonate e perdonatevi. È stato così, ma ora datevi la possibilità di cambiare. Non date nulla per scontato, approfondite, tenete la mente aperta. Cercate informazioni, chiedete come e perché. Per ogni "mucca da latte" c'è un vitello ucciso. Per ogni "gallina ovaiola" c'è un pulcino ucciso. Quando avete obiezioni e dubbi, cercate la risposta vera e non​ accontentatevi di quella che vi rassicura: è un mercato che muove troppi soldi per dirvi la verità, le pubblicità vogliono vendervi qualcosa, le aziende vi vogliono consumatori, i giornali e tv e i media in generale sono foraggiati e non si mettono contro gli sponsor. La politica si preoccupa dell'economia. Ma non abbiate paura per il mercato e l'economia, quelli se la caveranno eccome. Pensate ai deboli, pensate agli ultimi, pensate a chi non ha voce: è perché sono indifesi che vengono schiavizzati e sfruttati. Non potranno mai difendersi perciò dobbiamo essere noi umani a chiedere pietà per loro: la prima cosa è interrompere gli acquisti di ciò che fa loro del male. Per riconvertire il commercio in uno più etico abbiate fiducia nell'intelligenza umana, si troverà una soluzione che vada bene a tutti anche smettendo la schiavitù.
Il nostro piacere e comodità non devono essere al prezzo della vita altrui.
Nemmeno la nostra vanità di bellezza. Non diventate vegani, ma smettete di comprare prodotti testati su animali. Scoprite le aziende cruelty free.
Dite basta alla sperimentazione animale: siamo tutti animali, ma tra specie diverse non siamo identici, i nostri corpi hanno differenze che rendono vano, per curarci, sapere cosa faccia bene o male agli altri... È inutile torturarli e terrorizzarli e imprigionarli per fare esperimenti che non ci daranno benefici. E comunque nessun risultato varrebbe l'infliggere loro tutto quel male: loro provano dolore e paura come noi, ci assomigliano precisamente in questo. 
Non vi piacerebbe sapere cosa succede nei laboratori. Probabilmente non verrete neanche a saperlo fino in fondo, ma se avete il coraggio cercate di scoprirlo. Se non ne avete il coraggio avete già la vostra risposta: non potete far finta di niente.
Non diventate vegani, non c'è bisogno di esserlo per smettere di comprare pellicce e indumenti con gli inserti. Guardate gli animali nelle gabbie e il modo orrendo in cui gli viene rubata la pelliccia per venderla a voi. Voi non ne avete bisogno, loro sì.
Smettete di comprare cose in pelle, smettete di comprare lana e seta. Ma se ne avete, non dovete per forza buttare via nulla: adoperate tutto ciò che avete in guardaroba e scarpiera, portatelo fino alla fine, evitate lo shopping non necessario, fregatevene delle mode. Aggiustate, riparate, personalizzate, abbellite quel che avete e riutilizzatelo prima di buttarlo.
Non andate al circo, non andate allo zoo, non andate ai delfinari, evitate gli acquari: la sofferenza non può mai essere divertente. Tanto meno istruttiva.
Se state leggendo fin qui, probabilmente non vi è mai passato per la testa di andare a caccia o a pesca. Ma se così fosse, imparate invece l'arte della fotografia e andate a "caccia" armati solo di macchina fotografica. Fate un corso di sub e incontrate i pesci senza fargli del male. Starete nella natura e ci starete con la pace nell'anima. Se quel che cercate è adrenalina, valutate i videogiochi; se è solo per gioco e divertimento che avete voglia di sparare provate il softair! L'Italia ripudia la guerra ma vende armi, i cacciatori sono dei clienti... Non cascateci quando vi racconteranno la storia del buon cacciatore amante della natura: chi ama non uccide così alla leggera.
Se osservate la natura, vi accorgete che la vita di qualsiasi animale è già abbastanza difficile anche senza incontrare la crudeltà umana. Non possiamo e non dobbiamo infierire.
Nelle tragedie naturali, in terremoti e alluvioni, ricordatevi anche delle vittime non umane.
Continuate a vivere la vostra vita, ma ricordatevi degli animali. Quando ci sarà una festa, accorgetevi se hanno messo musica a volume impossibile sotto un nido di rondinini. Accorgetevi se hanno portato un cane in mezzo al casino infernale. Se il volume è alto per noi figuratevi per loro. E dite qualcosa: gli animali non possono parlare e chi sta pensando solo a divertirsi probabilmente in quel momento si è dimenticato della loro esistenza e dei loro bisogni. Quando verrà capodanno, dite no a botti e petardi: pensate al terrore che provano gli animali domestici e selvatici. Ho visto piccioni​ impazzire di paura. Loro sono invisibili, vivono accanto a noi e vengono schifati per pregiudizio. Conosceteli, scoprite quanto sono intelligenti. Tutti gli animali meritano rispetto.
Con quel che avrete risparmiato sulla spesa (mangiare vegetale costa meno) e dallo shopping, aiutate un rifugio: c'è sempre bisogno di tutto e dell'aiuto di tutti. 
Fintanto che vengono considerati come oggetti ci sono abbandoni e randagismo e ancora e ancora cucciolate... Non comprate! Adottate.
Se potete, adottate un animale e conoscetelo davvero, trattatelo come una personcina: no, non è umano, ma scoprirete che non serve esserlo per avere personalità. Adottate un cane o un gatto tra chi ha più bisogno, un coniglio, una gallina, un maiale, un ratto... adottate col cuore!
Quando fate la spesa state solo un po' attenti: evitate i derivati animali, sì, e pensate anche agli umani e all'ambiente. Preferite il bio quando l'opzione è possibile. Preferite il fair trade. Non spenderete di più, fate la prova e tenete un registro delle spese se volete. Non comprate tofu e seitan se non vi piacciono, oppure comprate tofu e seitan se vi piacciono. Scoprite sapori nuovi se ne avete voglia, ma sappiate che non servono ingredienti che non conoscete per mangiare vegetale, equilibrato e vario: legumi, cereali, frutta, verdura, frutta secca, semi, alghe, funghi... Ricordatevi​ che non c'è nessun sacrificio e non dovete obbligatoriamente diventare salutisti. Non rinunciate ai vostri cibi preferiti, scoprite come avere gli stessi gusti con ingredienti vegetali. Quando andate in giro chiedete l'opzione più buona, quella buona per davvero che non fa male a nessuno: ormai si trova ovunque, e comunque dappertutto possono proporre qualcosa.

Certo, bisogna che tutti vivano così per cambiare le cose. Vi sentite una goccia nel mare? Non abbiate paura di fare quel che potete per paura che sia poco: bisogna solo che ognuno faccia la propria parte, senza aspettare di controllare che gli altri la stiano facendo. Cosa state aspettando? Cominciate subito, perché non ci sarà uno start per partire tutti assieme. Strada facendo vi accorgerete che altri​ stanno facendo il vostro percorso.
Vivete con coscienza, vivete con giustizia, senza darvi etichette. E quando qualcuno vi chiederà qualcosa non etichettatevi ancora e non etichettate nessuno. Spiegate ciò che sapete e ciò che avete imparato. La vostra testimonianza di umani​ che vivono nel rispetto degli animali tutti, varrà moltissimo: e allora parlatene, raccontate la compassione, spiegate il vostro senso di giustizia. Se ciascuno vivrà con rispetto il mondo sarà un posto migliore, senza più bisogno di dirsi vegani e animalisti. 

giovedì 7 settembre 2017

Ma davvero i vegani sono estremisti?


La maggior parte dei carnisti non ha difficoltà a comprendere il motivo per cui si diventa vegetariani ma giudica estremista la scelta dei vegani.
Purtroppo questo accade perché ci sono tanti pregiudizi riguardo a ciò che non si conosce, quindi, in altre parole, perché c'è ancora tantissima ignoranza sulla questione dello sfruttamento animale.
Sì, tanti sanno cos'è il veganismo dal punto di vista alimentare e i supermercati sono pieni di prodotti vegani, ma la questione animale è ben altro. 
Per esempio, per quanto ci sembri assurdo, molte persone ancora ignorano cosa ci sia dietro la produzione delle uova. Pensano che non mangiamo le uova per una presa di posizione dogmatica o perché potrebbero essere fecondate  (come se volessimo evitare di mangiare un pulcino in nuce). Invece ovviamente il motivo è un altro, ossia lo sfruttamento delle galline ovaiole (che in natura deporrebbero le uova solo in un limitato periodo dell'anno), la loro uccisione prematura e l'uccisione dei pulcini maschi poiché considerati scarti, in quanto improduttivi.
Stesso discorso per quanto riguarda la produzione del latte: ci rifiutiamo di bere latte vaccino non per un astruso motivo ideologico, ma perché non esiste latte senza sfruttamento delle mucche, uccisione prematura (in natura vivrebbero 20 anni, invece negli allevamenti arrivano massimo a cinque anni - cinque nei casi limite, quasi sempre vengono uccise molto prima, cioè non appena la loro produzione inizia a calare), e uccisione dei vitellini; infatti le mucche non fanno naturalmente il latte come se fossero delle macchine da latte, ma solo dopo aver partorito. Come ogni animale mammifero, noi compresi.

Spiegare queste cose è importante perché le persone ancora non sanno e non lo verranno a sapere solo perché il bar sotto casa offre il cappuccino di soia e il cornetto vegan.

Detto in altre parole: l'invasione di prodotti vegani nei supermercati, la nascita di nuovi ristoranti vegani ecc. non ci farà fare passi avanti nella lotta per la liberazione animale; questi saranno fatti solo quando ci sarà un'informazione capillare su cosa sia realmente lo sfruttamento degli animali e su chi siano gli altri animali, al netto di paternalismi e mistificazioni culturali. 

Quello che alcuni considerano moralismo, fondamentalismo, ideologizzazione eccessiva, in realtà è una presa di posizione politica ed etica contro lo sfruttamento degli animali in ogni suo aspetto.

Non siamo un movimento dietetico, ma un movimento per la giustizia e il rispetto per tutti gli esseri viventi, a prescindere dall'appartenenza di specie. 

P.S.: sul numero 36 della rivista Re Nudo c'è un mio articolo sul veganismo, cos'è e cosa non è, mentre sul n.27 ce n'è un altro, sempre mio, sullo sfruttamento delle mucche cosiddette da latte. 

martedì 29 agosto 2017

Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito


Asserire che non dovremmo accogliere gli immigrati poiché fornirebbero manodopera a basso prezzo abbassando ancora di più il prezzo del lavoro significa guardare agli effetti, senza capire o voler intervenire sulle cause.
Chi ha causato la crisi economica italiana? Non certo gli immigrati, bensì anni di politica berlusconiana in cui è stato - con la compiacenza della sinistra - distrutto interamente il mondo del lavoro; chi ha introdotto il precariato che man mano ha eroso ogni diritto sul lavoro (diritti che erano stati conquistati duramente dai nostri padri durante le lotte sindacali negli anni settanta)? Chi non ha provveduto a proteggere l'economia lasciando che dopo l'entrata dell'Euro i prezzi lievitassero senza che ci fosse un equilibrato e corrispettivo aumento degli stipendi? Chi ha fatto leggi in tutela dei ricchi e che non hanno saputo proteggere i lavoratori? Chi ha distrutto il mondo della scuola? 
Sono decenni che siamo governati da incompetenti, oltre che da delinquenti. La crisi economica è una crisi politica.
E il problema sarebbero gli immigrati?
Dovremmo tutti scendere in piazza e pretendere che mai nessuno proponga più stipendi da fame, che mai nessuno paghi tre euro al giorno l'immigrato che raccoglie i pomodori perché non è l'immigrato che ci sta impoverendo, ma la speculazione dei ricchi sui poveri.
Perché la polizia non va a manganellare questi che sfruttano, schiavizzano e speculano sulla vita altrui? Semplice, perché la polizia, come istituzione, comunque è sempre asservita allo Stato e al mantenimento dei privilegi - privilegi che non avrebbero se non si sfruttassero i molti.
Gli imprenditori si lamentano della concorrenza. Perché il governo, più di un decennio fa, non ha tassato i prodotti a basso costo provenienti dalla Cina, proteggendo così l'economia locale? E perché gli imprenditori locali che hanno spostato le loro fabbrichette in posti dove si possono sfruttare gli operai continuano a prendere contribuiti dal governo italiano(come ha fatto la Fiat per anni)?
E perché, quando ancora si poteva fare, sempre il suddetto governo ha impoverito gli Italiani dimezzando stipendi al confronto dei nuovi prezzi dell'Euro che, senza motivo alcuno, sono stati raddoppiati dal giorno alla notte? Io me la ricordo questa cosa qui. Dopo l'entrata dell'Euro improvvisamente il mio potere d'acquisto è stato dimezzato ed è successo in pochissime settimane. Senza motivo. Semplicemente perché nessuno ha pensato a mettere un banalissimo calmiere dei prezzi.
E chi ha introdotto nuovamente il licenziamento senza motivo e quelle leggi del cavolo (una miriade) che consentono agli imprenditori di assumere e licenziare, assumere e licenziare, assumere e licenziare senza pagare contributi, senza garantire continuità?
E il problema sarebbero gli immigrati?
Poi si accusa me di essere idealista, di vivere al di fuori della realtà (a parte che essere idealisti non dovrebbe essere un termine negativo in quanto significa avere degli ideali, però nella nostra lingua spesso viene usato per liquidare con argomenti ad hominem una persona che sta dicendo qualcosa cui non si sa cosa rispondere. E così sono idealista perché vegana, idealista perché dico che in realtà se ci unissimo agli immigrati, anziché combatterli, metteremmo su una forza popolare capace veramente di fare la differenza).
Ad ogni modo, io la realtà la vedo, la osservo e la conosco sicuramente meglio di chi guarda solo agli effetti senza ricordarvi delle cause.
Riassumendo: se il costo del lavoro si abbassa, non è certo per una legge metafisica su cui non si può intervenire, ma perché si consente che chi detiene i mezzi di produzione paghi poco le persone in stato di necessità. Alcuni vorrebbero intervenire sugli effetti (non introduciamo mano d'opera basso costo), io sulle cause (chi sfrutta lo stato di necessità delle persone indigenti).
La distruzione del mondo del lavoro è iniziata ben prima dell'arrivo dell'immigrazione di massa in Italia e già allora gli imprenditori sfruttavano le persone - ulteriormente impoverite dall'aumento dei prezzi e dal precariato - creando indigenza e facendo in modo che chi volesse mantenere il lavoro subisse ricatti e accettasse paghe da fame.
Il problema non sono gli immigrati, ma l'ignoranza delle persone che anziché unirsi agli altri poveri per combattere un nemico comune, si mettono a combattere tra di loro.
Bisogna allearsi, vederli come compagni di lotte, non come antagonisti. 

sabato 26 agosto 2017

Ho letto cose che voi umani...


Quelli che dicono "aiutiamoli a casa loro" sono talmente ignoranti delle dinamiche globali che, oltre a non saper distinguere un rifugiato da un migrante, non saprebbero nemmeno indicare sulla cartina geografica dove si trovi questa "casa loro". Il fatto che questa casa sia stata poi distrutta da guerre o intrisa di povertà a causa dello sfruttamento delle risorse locali da parte dell'occidente o che i presunti aiuti umanitari siano stati in realtà occupazioni militari e bombardamenti a tappeto suppongo debba essere un particolare irrilevante.
Ma sì, ragioniamo per slogan, seppelliamo l'empatia, sospendiamo il pensiero critico, azzeriamo la complessità del reale nel pensiero binario buoni Vs. cattivi inculcatoci nella testa da oltre un secolo di propaganda culturale statunitense, tanto l'importante è preservare i nostri privilegi, no? 
Sapete cosa mi stupisce? Che molti che fanno appello a questi slogan beceri si definiscano animalisti perché ciò significa che della questione animale hanno capito ben poco; non capiscono che siamo tutti animali, siamo tutti corpi che nessuno dovrebbe dominare, gestire, controllare. 
Poi, costoro che in questi ultimi giorni ho visto ergersi in difesa della legalità e quindi della violenta azione di sgombero avvenuta a Roma, lo sanno che allora dovrebbero difendere anche lo sfruttamento animale poiché, in fin dei conti, anch'esso è legale?
Ma dove è finito il dissenso, la resistenza (che è un concetto che va ben oltre il fenomeno storico), la disobbedienza civile, quella libertà dei corpi che tanto agognate per gli animali, ma che ora rifiutate per i vostri simili di specie? 

giovedì 17 agosto 2017

Paura della morte


Della domesticazione della natura si parla da secoli, ci hanno scritto su migliaia di libri e girato centinaia di film. 
Della rimozione della nostra parte selvatica che si esprime attraverso la soppressione degli istinti - e meno male, riguardo alcuni, la civilizzazione ha comunque innegabilmente portato anche dei vantaggi - e del selvatico in generale pure.
Cosa ci resta da dire?
Forse che osservare non basta più.
Dobbiamo mettere in moto pratiche collettive più incisive per spazzare via l'antropocentrismo e quel concetto sbagliato di razionalità come negazione del sentimento. La razionalità senza il sentimento è asettica gestione delle risorse senza comprenderne la complessità e vitalità. La razionalità senza il sentimento è quella che ha permesso il nascere dei lager e che ora dice di dover chiudere le porte agli immigrati. È quella che ha ucciso Daniza e KJ2, ma continua a far prosperare gli zoo perché lì gli orsi si possono ammirare senza pericolo. È quella che ha consentito il nascere degli allevamenti e dei mattatoi e che distrugge foreste e interi ecosistemi in nome dell'ottimizzazione delle risorse; è quella che aliena la maggior parte della popolazione imprigionandola dentro schemi esistenziali, orari, convenzioni. 
È quella che pretende di sconfiggere la morte uccidendo migliaia di animali dentro i laboratori e che, soprattutto, ha amplificato la paura della morte facendoci vivere in punta di piedi e trattenendo il respiro, così facendoci morire ancor prima che l'evento naturale si verifichi. 
Vogliamo che nulla ci turbi, che nulla metta in pericolo quella che crediamo essere la nostra tranquillità e le nostre certezze senza sapere che è tutto illusorio. 
Temiamo l'invasione dello straniero, il caldo, il freddo, i terremoti, le alluvioni, gli animali selvatici e anche quelli semiselvatici perché ci potrebbero ferire, uccidere, trasmettere malattie. 
Sì, certo, alcune di queste cose come i disastri naturali possono mettere effettivamente in pericolo la nostra esistenza, così come ci si può ammalare in qualsiasi momento o si può restare coinvolti in un incidente (fatto, questo, molto più probabile dell'aggressione di un orso in montagna), ma il pensiero che possa accadere ci terrorizza ancora più dell'evento in sé che non è affatto detto che si verificherà. E pure queste fobie diffuse, queste nevrosi che ci caratterizzano così tanto e che sono diventate oramai tratti peculiari della nostra identità anziché patologie da curare, sono sempre da ascrivere al più ampio concetto di razionalità inteso come soppressione del sentimento, ossia del sentire.
Abbiamo così paura che temiamo anche il sentire, vogliamo smettere di sentire, ci anestetizziamo di surrogati e di tutto quello che ci distoglie da noi e dalla realtà che ci circonda. Poi, quando la realtà torna a colpirci per qualche motivo, siamo incapaci di viverla, di comprenderla, di accoglierla e ci facciamo cogliere, letteralmente, dal panico (che subito mettiamo a tacere con la pasticchina di ansiolitico).
La paura della morte ci fa giocare - un gioco che prendiamo terribilmente sul serio - a essere già morti come se troppa vita ci facesse male. E non la tolleriamo in chi ancora sa vivere pienamente - gli altri animali, per esempio, che definiamo stupidi, sciocchi, poco intelligenti; per questo vogliamo tenere lontano da noi chi rischia il tutto e per tutto pur di sopravvivere perché un istinto di vita ancora ce l'ha, come gli immigrati che fuggono da pericoli reali, gli animali selvatici che ne sono ebbri, i bambini e tutto ciò che ci ricorda che essa, la potenza di vita, cresce in ogni dove e si manifesta ovunque, come quelle piantine selvatiche che spuntano tra le crepe del cemento.
In Rumore Bianco, Don DeLillo dice che uccidiamo nell'illusione di sconfiggere la nostra stessa morte. 
Ma l'unico antidoto alla paura della morte che possa davvero funzionare è uno soltanto: vivere e lasciar vivere. 

domenica 13 agosto 2017

KJ2


E così l'hanno fatto. Dopo Daniza hanno ucciso anche KJ2. 
Tanto, avranno pensato, se c'è andata bene con la prima, se nessuno ci ha rimosso dai nostri incarichi, se nessuno ci ha denunciato all'UE facendoci ridare indietro i soldi avuti per il progetto Ursus, se gli animalisti fanno solo caciara, ma nulla più, se i Turisti continuano a venire in Trentino, se tutti hanno creduto alle storielle degli orsi cattivi e aggressivi, allora che ci vuole? Rifacciamolo!
Questa gente ha solo una cosa in mente: il denaro.
E allora io penso che non metterò mai più piede in Trentino e che tutti dovremmo boicottarlo. Ma sul serio, stavolta. 
Altrimenti, il prossimo anno, avremo ancora un'altra vittima.
Bisogna boicottare economicamente, fargli capire che prendere decisioni così impopolari e terribilmente ingiuste non fa bene al turismo. Mi spiace per i Trentini che erano contrari all'uccisione, ma d'altronde anche quando si fanno scioperi importanti ci vanno di mezzo cittadini che non c'entrano nulla. Le lotte politiche ed economiche dal basso si fanno così, coinvolgendo tutti, richiamando le persone alle proprie responsabilità e invitandole a unirsi contro chi opprime e devasta anche le loro terre.
A quella povera creatura che aveva la sola colpa di esistere mando un pensiero profondo.
A questa umanità misera che si sente padrona delle montagne, dei boschi, dei cieli e dei mari e continua a disporre della vita altrui invece mando il mio disprezzo più profondo.
Giorni come questi sembrano senza speranza. E invece non dobbiamo dargliela vinta perché abbiamo il potere di cambiare il mondo con le nostre scelte. Possiamo boicottare, smettere di comprare, di finanziare, di alimentare questa maledetta cultura della morte. Loro danneggiano vite, noi possiamo danneggiare tutto ciò su cui poggiano i loro miserabili valori legati al profitto.

martedì 8 agosto 2017

Femminilità

Quando si parla di femminismo spesso mi sento dire la seguente frase: "le donne non dovrebbero perdere la loro femminilità".
Ecco, spiegatemi, in cosa consiste per voi la femminilità?
Perché spesso è nella definizione di alcuni concetti - che ci sono stati tramandati culturalmente - che si nasconde il maschilismo (così come, parlando di altri soggetti, lo specismo, o la xenofobia ecc.), anche senza che sia del tutto evidente.
Insomma, maschilismo non è soltanto essere despoti con le donne, volerle comandare ecc. - quelle sono soltanto le loro manifestazioni più becere ed evidenti e per questo anche più facilmente smascherabili; maschilismo è anche ritenere che la femminilità sia un insieme di attributi decisi dagli uomini per le donne, decisi da una cultura patriarcale che aveva ed ha tutte le intenzioni di relegare le donne in un angolo. E che sono stereotipi.
La femminilità per esempio, si dice, dovrebbe essere accoglienza, dolcezza e infatti spesso, senza che si abbia il coraggio di esporlo chiaramente, le donne più apprezzate da certi uomini sono quelle che si mostrano accondiscendenti, sottomesse, che stanno al loro posto e, insomma, non rompano troppo i coglioni (ome è venuto fuori da un recente sondaggio in cui gli uomini hanno dichiarato di preferire le donne dei paesi dell'est per questi motivi, dicendo che sono "rimaste femminili").
Di recente ho conosciuto un tipo che credendo di fare un complimento a una mia amica le ha detto: "e poi mi piaci perché non rompi troppo i coglioni".
Questa non è la femminilità, signori. Queste sono le donne come piacciono ad alcuni uomini.
E, sapete, se mi chiedete cose sia per me la femminilità, il bello è che non ve lo so dire. Vi potrei dire come sono io, ma farei un grosso errore: quello di parlare a nome mio per tutte le altre donne.
Ogni donna è come è, dolce, oppure rabbiosa, tonda oppure filiforme, intelligente o stupida, fantasiosa, irrazionale, contraddittoria, oppure estremamente logica, razionale, analitica, generosa oppure arida, gentile oppure respingente, cinica o empatica e quasi sempre tutto questo a seconda del contesto, del momento, dell'esperienza.
Perché la verità è che non esiste un femminile o un maschile. Cioè, esiste, ma come costruzione culturale. Così come esiste "il leone" o "il gatto", o "il cane", ossia come insieme di attributi decisi da qualcun altro a definire ciò che invece è unico, l'individualità. 
Esistono le persone, oltre il biologico, che sono tutte diverse e tutte uniche.
Esiste però anche il maschilismo che è quella cultura che ci dice come le donne e come gli uomini dovrebbero essere ed è questa che dobbiamo combattere. Il femminismo nasce storicamente come movimento politico per affiancare gli uomini nelle lotte operaie proprio per ottenere i diritti che poi hanno conquistato (e che oggi ci hanno di nuovo tolto) e poi è andato avanti per far ottenere alle donne quei diritti che non avevano e per cambiare la cultura patriarcale. Oggi ha ancora e più che mai ragione d'essere perché se qualche diritto sul lavoro e in generale nella vita sociale lo abbiamo ottenuto, esiste però ancora tantissimo maschilismo. La nostra cultura ne è intrisa da cima a fondo. 
Il difficile è saperlo riconoscere.
Però potete cominciare dal dubbio, ossia mettendo in discussione ciò che pensate di sapere del femminile. 
No, la donna non è accoglienza e sottomissione, non è dolcezza e irrazionalità. Non è vero che è difficile capirci, siete voi che non sapete ascoltarci, esattamente come noi non sappiamo ascoltare gli altri animali e allora per comodità diciamo che sono stupidi e che "gli manca la parola".
La questione animale e la questione femminile hanno diversi punti in comune, anche nel linguaggio ("sei una vacca, una cagna, una gatta in calore", "stupida come un'oca" e via dicendo).
Le mucche vengono usate per il latte, le galline per le uova, i loro corpi manipolati; le donne per lungo tempo sono state considerate solo come creature per procreare. 
In ogni caso sia le donne che gli animali appartenevano al regno animale, inferiore a quello umano che è a immagine e somiglianza di Dio (moltissimi gli esempi nell'arte classica di opere che raffiguravano corpi femminili terioformi, metà donne e metà animali); alla sfera dell'irrazionalità, della ferinità. 
Tutto ciò è cultura.
Ecco, la femminilità, se proprio posso provare a darle una definizione, è questa: è ovunque ci si adoperi per spazzar via luoghi comuni, pregiudizi, ignoranza, stereotipi e ci si ponga in ascolto autentico dell'altro, chiunque esso sia.

domenica 6 agosto 2017

Stupidità


Day after day, day after day,
We stuck, nor breath nor motion;
As idle as a painted ship
Upon a painted ocean.

Water, water, everywhere,
And all the boards did shrick;
Water, water, everywhere,
Nor any drop to drink.

(The Rime of the Ancient Mariner - S.T. Coleridge)

Ho sempre saputo che esistono paesi dove la siccità è una piaga costante e dove l'acqua scarseggia. Però, come accade un po' per tutte le tragedie che non ci riguardano direttamente (i cosiddetti "mali freddi") non avevo mai percepito in tutta la sua gravità questo problema.
Ora accade, forse per la prima volta da quando sono al mondo, che non piove da mesi. Il caldo è tremendo, con temperature che, nemmeno queste, mi sembra di ricordare di aver mai vissuto.
Mi ritrovo a desiderare la pioggia e a detestare questo cielo sempre azzurro, senza nemmeno una nuvola. 
Mi alzo la mattina e la prima cosa che faccio è uscire nel terrazzo e guardare fuori. Uguale al giorno prima e a quello prima ancora.
La sera idem. Esco fuori con la speranza di sentire un po' di vento. Invece è l'aria è ferma e immobile. 
In questa fissità degli elementi mi è tornata in mente più volte la Ballata del vecchio marinaio di Coleridge. 
Il protagonista che si ritrova alla deriva nel mare aperto, su acque torbide e immobili, senza vento a far procedere la sua nave, in mezzo ai suoi compagni morti. Ha ucciso l'albatros e la natura lo sta punendo. Lo punisce finché non riconosce il suo crimine e chiede perdono.
Chissà se anche noi un giorno saremo in grado di riconoscere i nostri crimini. Chissà se chiederemo perdono alla terra, agli animali, alle foreste, ai mari, al cielo.
Ma intanto le risorse d'acqua scarseggiano e, a livello mondiale, vengono quasi tutte impiegate per la produzione di carne, latte, uova. Il buco dell'ozono causato soprattutto dall'inquinamento degli allevamenti favorisce e accresce i mutamenti climatici, che sì, ci sono sempre stati, ma in tempi più lunghi.
E sembriamo così incoscienti, come bambini irresponsabili che non sono in grado di soppesare gli effetti delle loro azioni.
La pioggia arriverà. Ma c'è poco da gioire perché ogni goccia è il sudore e le lacrime versati da tutti gli animali che sono stati uccisi da un'umanità miope, povera di empatia e stupida.

venerdì 4 agosto 2017

Caldo


Lo sentite questo caldo?
Ora decuplicatelo e immaginate di stare ammassati al chiuso in mezzo a migliaia di vostri simili, senza poter uscire, senza poter respirare l'aria aperta. E immaginate di doverci restare almeno per sei mesi. 
Ci riuscite? 
Bene, questi sono gli allevamenti.
Sappiate inoltre che i maiali soffrono particolarmente il caldo perché non hanno ghiandole sudoripare e non possono abbassare la temperatura corporea sudando.
Come fare per fermare tutto questo? Sicuramente smettendo di contribuire con i propri acquisti all'industria della carne. Sicuramente iniziando con il diventare vegani.

Foto tratta da un'inchiesta della Lav all'interno di un allevamento di Cremona e pubblicata sul Corriere della Sera.

martedì 1 agosto 2017

Sein und Zeit


The arrival di Villeneuve è uno dei migliori film che ho visto negli ultimi anni.
Finalmente una fantascienza che torna a dire qualcosa. L'impianto filosofico è evidente (Heidegger), così come le contaminazioni di Tarkovskij e Malick.
Le grandi domande che l'umanità pone agli alieni sono le stesse che dall'origine ha sempre posto a se stessa: chi sono, perché sono qui, qual è il mio scopo.
Molto interessanti le riflessioni sul linguaggio dalle quali deriva la linearità o meno del pensiero, la quale, a sua volta, determina la percezione del tempo.

sabato 29 luglio 2017

Ma cosa vuol dire davvero essere animalisti?


Cosa vuol dire essere animalisti?
Vuol dire lottare contro la schiavitù, lo sfruttamento, l'oppressione, la violenza legalizzata, le tradizioni cruente, la mercificazione del corpo dei viventi, le gerarchie di valore degli individui, le discriminazioni, l'ignoranza.
Dunque, se non altro per questo, dovremmo essere tutti animalisti.
O forse c'è qualcuno che è favore delle pratiche e dei concetti sopracitati?

martedì 25 luglio 2017

E dopo "Pantheon is closed", "hotel is closed"!

Racconto un aneddoto che è certamente singolare, ma anche rappresentativo del pressappochismo in cui ormai versa questo paese. 
Da circa un paio di mesi un albergo nei paraggi di casa mia ha chiuso per motivi non del tutto chiari. Sulla porta hanno affisso un cartello con su scritto "chiuso per ristrutturazione". Io so che il giorno prima della chiusura c'è stato un movimento di polizia, vigili del fuoco e ambulanza e di dipendenti che si lamentavano di non esser stati pagati. Dopodiché, chiuso.
Fin qui tutto bene. Insomma, cavoli loro.
Ieri sera, verso le nove di sera, noto tre turisti americani, con tanto di trolley, valigie, zaini e borse varie di fronte alla porta: l'espressione costernata, incredula, a metà tra il riso isterico e il pianto. 
Sembrava una scena di un film comico, di una commedia all'italiana, appunto. Solo che questa era la realtà.
Praticamente questi dell'albergo hanno chiuso senza disdire le prenotazioni, senza avvertire i clienti che sarebbero arrivati in estate e che chissà da quanto avevano prenotato.
Mi sono messa nei panni di quei turisti - una cosa che mi riesce molto bene, mettermi nei panni degli altri - e mi sono sentita davvero male per loro: immaginate una famiglia che si prenota una vacanza con settimane o mesi di anticipo (e visto che quest'albergo è chiuso da circa due mesi, sicuramente avevano prenotato ancora prima, magari approfittando di un'offerta particolarmente vantaggiosa, visto che stiamo comunque parlando di un albergo a 4 stelle), che arriva stanca dopo tante ore di volo (erano americani, si capiva dall'accento), che già si immagina di posare le valigie, farsi una bella doccia tonificante e poi fuori ad assaporare le prime ore nella città più bella del mondo, magari un giretto in centro, una passeggiata in qualche nota via, una cenetta in un ristorantino tipico e invece si ritrova davanti a una porta chiusa, a discutere con il tizio dell'agenzia e a supplicare che gli trovino qualsiasi posto per dormire in qualsiasi punto della città. 
"Everywhere, everywhere, everywhere".
Ora, il posto sicuramente l'avranno trovato, siamo a Roma e di hotel ce ne sono quanti vi pare, ma certamente se, come di solito avviene quando si prenota con largo anticipo, l'albergo era già stato pagato, avranno comunque buttato via dei soldi. Magari si erano portati solo quelli per il soggiorno, hotel escluso.
Insomma, non deve essere stata una bella impressione quella che gli abbiamo fatto noi Romani o noi Italiani in generale. Tutto ciò mi rattrista molto perché noi di turismo dovremmo viverci e dovremmo fare il massimo per mettere i turisti a loro agio, invece gli tiriamo sòle (fregature, in gergo), gli facciamo i prezzi a seconda dell'intuizione sulle loro possibilità economiche, gli chiudiamo i musei negli orari più improbabili e il Pantheon nel bel mezzo di un concerto (ricordate l'aneddoto?), li lasciamo spesso a piedi per via del mal funzionamento dei mezzi pubblici e per di più anche senza posto dove dormire. 
E no, non basta vedere il colosseo e la fontana di Trevi per chi viene a farsi una vacanza.

lunedì 24 luglio 2017

The War - Il pianeta delle scimmie



Attenzione: contiene spoiler.

"The War - Il pianeta delle scimmie" è una grandiosa conclusione della trilogia che vede come protagonista Cesare, lo scimpanzé divenuto intelligente al pari degli umani dopo un esperimento di laboratorio.
Il prologo - che poi costituisce la trama del primo della saga (ne avevo parlato qui) -  costituisce in parte il suo limite, ma fa anche da serbatoio per avviare una serie di riflessioni sul nostro rapporto con gli animali e per una visione decisamente critica dell'antropocentrismo. 
Il suo limite perché l'intelligenza di Cesare è riconosciuta tale solo dopo che si avvicina a quella degli umani e inizia a parlare facendo del Logos la misura di tutte le cose, concetto che però viene finalmente ribaltato nell'ultimo episodio. 
L'umanità si sta estinguendo, umani e scimmie sono in guerra per la sopravvivenza delle rispettive specie - una guerra non voluta da Cesare, che avrebbe voluto vivere in pace con i suoi simili, ma da Kobo, il co-protagonista del secondo episodio, assetato di vendetta poiché incapace di perdonare ciò che gli uomini hanno fatto. 
Questa volta è il pacifismo di Cesare a vacillare, dopo che gli umani hanno ucciso uno dei suoi figli e  la sua compagna, così, dopo aver indirizzato la sua gente verso una possibile nuova terra da abitare al riparo dagli umani, parte alla ricerca del Colonnello che sta dirigendo la guerra contro le scimmie.
Inizia così una sorta di percorso a tappe verso l'inferno - ossia verso il punto più buio della follia umana - che riecheggia esplicitamente - il viaggio di Willard alla ricerca del colonnello Kurtz in Apocalypse Now. L'omaggio diretto al capolavoro di Coppola è evidente sin dalle primissime inquadrature e atmosfere del campo del colonnello: le scimmie che lui aveva lasciato in viaggio sono state catturate, fatte prigioniere e ora usate come schiave per costruire un muro che possa separare e proteggere gli umani dall'arrivo degli altri umani con cui sono in lotta a causa di un virus che fa perdere la parola e riconduce l'umanità a uno stadio primigenio, prima del logos e del pensiero astratto. In poche parole, prima della cultura che ci ha resi gli animali più dominanti e distruttivi del pianeta. 
Anche Cesare viene catturato, ma grazie all'aiuto di un gruppetto dei suoi che l'hanno seguito per aiutarlo e soprattutto grazie all'aiuto di una bambina che ha contratto il virus - e che quindi non parla, ma impara a comunicare con le scimmie tramite il linguaggio dei segni, diventando così una di loro - riescono ad avere la meglio.
L'umanità - almeno quella che conosciamo - ormai non esiste più, rimangono solo le scimmie e la bimba, soprannominata Nova, la prima di una nuova specie che ha perso il Logos, ma ci ha guadagnato in empatia, solidarietà, potremmo dire in umanità, se l'umanità fosse ciò che ci contraddistinguesse per la capacità di vivere in pace e armonia e non per quella di dominare a sopraffare le altre specie animali.
Alcune considerazioni: pur in un film esplicitamente animalista come questo e quindi critico nei confronti dell'antropocentrismo, non ci si riesce del tutto ad affrancare dallo specismo di cui è intrisa la nostra cultura; ho già detto del limite concettuale dell'intelligenza di Cesare che si libera e libera la sua gente solo dopo che è diventato simile agli umani grazie a un esperimento (e, volendo andare oltre nella lettura, ci si potrebbe anche vedere un vago rinforzo positivo della sperimentazione sugli animali), ma per di più queste scimmie intelligenti che parlano hanno imparato a domare e cavalcare. Usare i cavalli come mezzo di trasporto evidentemente non costituisce alcun problema per lo sceneggiatore e il regista, abituati come sono, da lungo tempo, a considerare normale che lo si faccia.
Invece stona, e parecchio, l'indole pacifista delle scimmie mentre tengono in mano le redini di animali che vorrebbero e dovrebbero essere liberi come loro.
A parte questo però il messaggio del film è chiaro e alla fine vien quasi da applaudire quando gli ultimi residui di un'umanità ormai arrivata all'ultima tappa della propria follia viene spazzata via da una slavina mentre Cesare e le sue genti sono in salvo sulle cime degli alberi più forti e più alti.
Ora il pianeta terra appartiene alle scimmie e a Nova, la prima di una nuova specie di umani che, senza comprendere l'importanza del suo ruolo nell'evoluzione, gioca felice con i cuccioli di scimpanzé. 
Solo noi infatti pensiamo di essere giunti al gradino più alto dell'umanità, mentre in realtà potremmo essere giunti già alla fine del nostro viaggio, all'ultima tappa, quella in "Heart of Darkness" dal quale non c'è ritorno. 

Ho molto apprezzato anche la colonna sonora e la delicatezza con cui il regista, Matt Reeves (che aveva già diretto il secondo della saga),  si affida alle immagini, più che ai dialoghi, tipico di un cinema senz'altro più europeo o comunque autoriale e meno hollywoodiano. I tempi infatti sono più lenti rispetto al classico action movie, pur non mancando scene adrenaliniche e un uso attualissimo della computer grafica.