lunedì 21 novembre 2011

La mia Vita di Uomo di Philip Roth

Ovvero una riflessione sul valore della Letteratura: qui, sulla rivista online MENTinFUGA.

14 commenti:

Dinamo Seligneri ha detto...

ti piace Philip Roth? forse dico un'eresia, ma i libri di ROth che ho letto mi sono sembrati modesti; un po' povero d'attrezzatura.
Cormac Mc Carthy (che pure non mi fa impazzire) credo abbia una sua personale sismicità narrativa, una sua grazia pioneristica...
Roth, poco sugo.
Opinioni.

ciao

Biancaneve ha detto...

Se mi piace Roth? Per me è semplicemente il più grande scrittore vivente.
Non so cosa tu abbia letto (magari le prime opere giovanili, che sono state ripubblicate in questi ultimi anni), ma tutto direi di lui tranne che sia povero di sugo.
Per me è semplicemente il più grande scrittore vivente. Certo, ha scritto tanto e scrive tanto e non tutto quello che di suo esce in libreria è degno di nota (ripeto, i primi lavori giovanili, raccontini, romanzi brevi, sono più una sorta di sperimentazione letteraria, di tentativo di delineare una strada, di trovare un centro, ma comunque meglio - anche solo per stile ed arguzia - di tanta altra roba in circolazione), ma alcuni suoi romanzi sono dei capolavori.
Nulla a che vedere con Mc Carthy, che non mi fa impazzire (né per contenuti, né per stile).
Di Roth ti consiglio Pastorale Americana, La Macchia Umana, Il Teatro di Sabbath, Everyman, La Controvita.
Diciamo che la sua poetica è divisibile (sommariamente ed arbitrariamente, nel senso che è una semplificazione che sto facendo io ora) in tre parti; la produzione giovanile, quella in cui presenta l'alter ego Nathan Zuckerman e in cui costruisce una serie di storie - di spunto biografico - rielaborando quelle che sono le sue ossessioni: il suo essere ebreo innanzitutto, che lui vorrebbe non fosse una questione, e però la cultura in cui è immerso, la sua famiglia, la Storia, lo costringono a farci continuamente i conti; dissacrante, iconoclasta, prende spesso posizione - ad es. ne La controvita si dichiara esplicitamente antiisraeliano, o meglio, indifferente, asserendo che lui è nato in America e tale si sente e che non si sentirebbe a casa ad Israele più di quanto si senta New York, definendo il Sionismo una fissazione ed un'esaltazione; una visione laica della vita; torna continuamente, in queste prime opere, a rielaborare sentimenti e questioni legate alla sua infanzia, adolescenza, riscrivendo la storia della sua famiglia più volte, sempre compiendo quel lavoro di "riscrittura" esistenziale che parte proprio dalla rielaborazione del proprio vissuto in chiave letteraria - com'è appunto ne La mia vita di uomo; ossessionato dal rapporto con le donne ed il sesso. Il sesso in particolare è praticamente onnipresente, visto come unico tentativo per far fronte al pensiero - sempre incombente - della Morte. Sesso come pulsione vitale in grado di opporsi alla vecchiaia, alla malattia, alla morte.
(segue)

Biancaneve ha detto...

(continua da commento precedente)

Nella seconda produzione definisce meglio quella che è la sua filosofia e concezione dell'esistenza: un nonsense, un paradosso, un terreno fragile in cui qualsiasi tentativo di acquisire certezze si rivela, prima o poi illusorio (Pastorale Americana e La Macchia umana), e molto altro. Qualsiasi certezza l'essere umano arrivi a conquistare (famiglia, lavoro, carriera, stabilità emotiva, salute fisica) prima o poi si rivelerà illusoria, puro frutto del caos.
Nella terza produzione, si vede che il nostro Roth è sempre più ossessionato dalla Morte (lui non è credente, non è religioso, quindi non ha quel tipo di "speranza") e i suoi scritti divengono sempre più dimessi, molto vicini al teatro di Beckett (l'esistenza è solo un lungo processo che ci avvicina alla Morte, nel frattempo assistiamo al lento deteriorarsi di tutte le nostre facoltà fisiche e mentali, un po' come in Aspettando Godot); in Everyman parla della vecchiaia, della morte, dalla malattia. In altri romanzi che seguono e precedono Everyman aveva già affrontato - en passant - l'argomento, raccontando di personaggi ormai anziani che nella finzione (o nella realtà, chissà) sono suo padre o qualche altro parente.
Insomma, ne ha di argomenti la sua opera.
Personalmente condivido la sua filosofia di nonsense esistenziale, di illusione di certezza, posizione che però non diviene nichilismo ma ricerca di una pienezza di vivere con l'utilizzo di armi quali: arguzia, ironia, dissacrazione.
E' un uomo coltissimo, laureato in Letteratura inglese, nei suoi romanzi trovi sempre tanti riferimenti letterari, ma mai fine a se stessi, sempre pertinenti a quel che sta cercando di dire. Scrittura complessa, ricca di incisi, sintassi che costringe a leggere e rileggere.
Pastorale Americana è considerato il suo capolavoro, e sono d'accordo.
Dagli un'altra chance. Magari con uno di quei titolo che ti ho consigliato.
E' capitato anche a me in passato di non apprezzare degli scrittori e poi, dietro consigli di amici, costringendomi a rileggerli, mi sono dovuta ricredere.
Uno di questi è Philip K. Dick (e si vede che ho una passione per il nome Dick), autore considerato a torto di genere, ma che invece scriveva di genere perché costretto da necessità economiche, e che in realtà tratta tematiche assai complesse.
Ma di lui magari parlerò un'altra volta ;-)

Biancaneve ha detto...

P.S.:
in passato - non saprei ora, non è che seguo la critica ufficiale più di tanto, anzi, per niente - è stato pure un po' inviso alla comunità ebraica e all'establishment letterario, proprio per il suo rifiuto di fare del suo essere ebreo una questione (nel senso che magari non ha scritto opere sull'Olocausto o non si è espresso a favore di Israele). Pure se, secondo me, a forza di parlarne, specialmente nelle prime opere, ne viene fuori una sorta di ossessione.
Quello che volevo dire meglio è che lui ha una visione essenzialmente laica e quindi dell'ebraismo come religione o dell'educazione rigorosa che ha ricevuto, gli importa poco.
E' uno che per tutta la vita ha cercato un'autonomia intellettuale, un proprio centro, pure se, forse, arriva ad ammettere che non si può prescindere dalla cultura in cui si è cresciuti e dall'educazione che si ha ricevuto in ambito familiare, quindi, alla fine, resta più essenzialmente ebreo di quanto egli voglia ammettere (qualsiasi cosa significhi, ed è proprio su questo che lui cerca di lavorare, cioè cerca di capire se significhi qualcosa).
Comunque le opere migliori sono quelle in cui si sposta su un piano più esistenziale-filosofico e meno storico o biografico.
Cioè, alla fine a me importa poco quando parla delle sue ossessioni in merito all'educazione religiosa ricevuta e dalla quale cerca di affrancarsi, mi importa assai di più quando parla della vita, della morte, dell'esistenza.

Dinamo Seligneri ha detto...

Grazie Biancaneve, mi hai dato delle buone linee d'orizzonte su cui arrampicarmi.
Io ho letto qualcosa della saga di Zuckerman e non ci avevo visto molto, come ho detto. Vedo che anche tu citi la Pastorale americana, vuol dire che bisogna leggerla. Qua c'è un mondo da leggere e c'è chi si lamenta che la buona letteratura finisce, dopo un po'.
Ti ringrazio veramente dei consigli.
Non arriverò a dire che è il più grande scrittore vivente (perché ci sono alcuni scrittori italiani d'oggi come Montesano, Rugarli, Celati che sinceramente vedo dura superare, anche se sono relativamente conosciuti - questi, se non li conosci, sono il mio controconsiglio per sdebitarmi) ma forse lo rivaluterò.
ciao

Biancaneve ha detto...

Ok, ti ringrazio per il tuo controconsiglio. E devo dire che lo apprezzo moltissimo perché io praticamente non conosco buona letteratura italiana contemporanea. Mi sono fermata a Buzzati, Bassani, Calvino, quella del dopoguerra insomma ;-)
Ho sempre letto tanta letteratura straniera e trascurato quella italiana, quindi sarò ben lieta di colmare le mie lacune.
Anzi, al prossimo giro in libreria, prenderò qualche autore di quelli da te citati.
Hai qualche titolo in particolare anche?

Di Roth, oltre a Pastorale americana, prova anche La macchia umana e Il teatro di Sabbath.

La buona letteratura non finirà mai, è un serbatoio ineusaribile, perché anche se nessuno dovesse più scrivere, in assoluto, resteranno sempre i classici da rileggere e rileggere più volte.
Purtroppo a me sembra che ci siano meno lettori.

Dinamo Seligneri ha detto...

Hai ragione a dire che i lettori sono pochimi. Ma credo che non siano mai stati tanti, specie degli autori che piacciono a noi.
Sono arrivato a credere che i lettori di letteratura contemporanea siano più o meno quelli che pesticciano con regolarità i siti letterari. Le stime sono basse, si contano su scale di poche migliaia se va bene. C'è da ridere.
Il resto del (e)lettorato, ma poco, va sui classici e ignora i contemporanei, mentre tutti gli altri vanno a vedere Zalone a Teatro e comprano Faletti...

Mbè, forse dovresti leggere in primis Manganelli che è stratosferico. Darti un titolo suo è difficile perché ha scritto tanto e non è facile orientarsi. "Hilarotragoedia", "Le interviste impossibili", "Centuria", "Pinocchio ovvero un libro parallelo", "Encomio del tiranno".
(E' una panoramica buona; sempre se non l'hai letto).

DI Rugarli ti consiglio in primis "La Troga" e poi "Il Superlativo Assoluto" e "la Luna di malcontenta" (son quelli che ho letto io, ma ha scritto altro ancora, sempre di liveelo)

Di Montensano leggi "Di questa vita menzognera": gigantesco.

Celati non scrive mai cazzate. se riesci a trovare "Le avventure di Guizzardi" (difficile) sennò "I narratori delle pianure" è un ottimo libro, e segna anche uno stacco stilistico nei confronti della novellistica italiana classica.
Celati poi è il maestro di Cavazzoni, sono entrambi umoristi alla Swift, di Cavazzoni ti consiglio (oltre a "Gli scrittori inutili" e "Vite brevi d'idioti") "Il poema dei lunatici" che poi servì a Fellini per il suo ultimo film: La voce della luna, tratto da quel libro...

ce ne sarebbero altri perché c'è un bassomondo davvero composito... vedi tu.
ciao

Biancaneve ha detto...

Grazie mille. Prendo nota.
Già mi pregusto serate invernali stesa sul divano, con gatti sulle ginocchia a fare le fusa e libro in mano (e qualche volta pure copertina per non sentire freddo).
Qualcuno lo troverebbe triste, per me è il Paradiso.

Dinamo Seligneri ha detto...

Avviso:
Non so perché ma da qualche settimana ho dei problemi con blogger. Il mio avatar appare e scompare (secondo l'umore della piattaforma) dalla stringa dei lettori fissi nei blog che scelgo di seguire. Ho visto che succede anche qui da te, Biancaneve. Insomma, io ti seguo, se il pupazzetto scompare non dipende da me...
ciao

Biancaneve ha detto...

Sì, sì, non ti preoccupare, anzi, io devo ancora aggiungermi al tuo come lettrice fissa, ti ho messo però intanto qui accanto sulla lista dei blog e siti che seguo.
Buona giornata :-)

Emmeggì ha detto...

Ho letto solo Il lamento di Portnoy, spassoso, gustoso, acuto. Però è una scrittura che ho trovato difficile e infine un po' noiosa e ripetitiva. Sarà anche perchè è uno dei primi romanzi?
Ringrazio anche per le segnalazioni sugli autori italiani, che vorrei approfondire anche io.

Biancaneve ha detto...

Beh, la scrittura di Roth non è mai facile, richiede attenzione e dedizione, però certamente Il lamento di Pornoy - per quanto amato moltissimo, soprattutto dai lettori giovani - non si può definire tra le opere più mature.
Se vuoi leggere altro di Roth ti consiglio gli stessi che ho indicato anche a Dinamo, che sono opere più complete e più ricche di significati, e ci aggiungo anche questo suo più recente di cui ho scritto la recensione: Nemesi

http://ildolcedomani.blogspot.com/2011/06/nemesi-di-philip-roth.html

Roth è un altro con cui andrei volentieri a cena per fare due chiacchiere ;-)
(avrai notato che i miei miti non sono i belloni hollywoodiani, ma uomini piuttosto cerebrali. Mi innamoro della testa, prima di tutto) :-)

Emmeggì ha detto...

Caspita, una cena con Roth, avendo letto solo il lamento di Portnoy, credo che come impatto equivarrebbe a una pera di novocaina più un bagno nel fango ghiacciato. Comunque, seguirò il tuo consiglio e proverò un altro romanzo.

Biancaneve ha detto...

Eh, ma infatti, subito dopo aver letto solo Il lamento di Portnoy (che anche per me fu il primo suo che lessi) nemmeno io ci sarei andata a cena, ma poi mi sono ricreduta. :-D

Guarda, in ordine ti consiglio di prendere La macchia umana, Pastorale americana, poi gli altri.