sabato 2 aprile 2011

Leslie: il mio Nome è il Male di Reginald Harkema

A volte, curiosando tra gli scaffali delle videoteche - a chi, come me, non scarica i film da internet ma preferisce acquistarli in dvd o prenderli a noleggio - può capitare di scovare piccole gemme escluse dall’ingranaggio della grande produzione; è proprio quando mi imbatto in un nome nuovo, in un titolo mai sentito, in un cast poco noto che la mia curiosità inizia a essere solleticata.  Sono sincera: non sempre questa ricerca casuale di film praticamente sconosciuti produce un buon esito, spesso infatti capita di imbattersi in perle di raro trash, ma qualche volte capita anche il contrario, come è stato ad esempio per Leslie: il mio nome è il male, una produzione canadese diretta da Reginald Harkema. Anche conoscere il paese di provenienza di un film può essere indicativo: a me il Canada fa venire immediatamente in mente Cronenberg, per dire, e quindi è un paese che mi ispira una certa fiducia.
Leslie: il mio nome è il male racconta la stranota vicenda di Charles Manson e dei suoi accoliti, passati alla storia per aver commesso vari delitti, tra cui, il più famoso, quello dell’attrice Sharon Tate, all’epoca dell’uccisione incinta di otto mesi e sposata con il famoso regista Roman Polanski.
Il film ha un taglio originale e creativo: innanzitutto la vicenda è raccontata attraverso il punto di vista di una delle ragazze della “famiglia” di Manson, nel film Leslie, e di quello di un ragazzo, Perry, il cosiddetto bravo ragazzo americano, di famiglia borghese, estremamente religiosa, bigotta e bacchettona, conservatrice e intrisa di valori patriottici, favorevole all’invasione del Vietnam.  
L’intero film però, a ben guardare, si snoda attraverso non un duplice, ma triplice filo: quello di Leslie, quindi, insoddisfatta e annoiata, alla ricerca di un senso più spirituale e più profondo con cui colmare il vuoto esistenziale che avverte dentro sé, quello di Perry, il ragazzo repubblicano, in bilico tra l’adesione ai “valori” inculcategli dalla famiglia e dalla cultura perbenista in cui è stato allevato e il desiderio di sottrarvisi e ribellarvisi, ed infine anche quello della Società che solo apparentemente  assolve alla funzione di sfondo - sociale e culturale - entro il quale si caratterizzano ed avvengono le vicende ma in realtà diventa essa stesso un terzo elemento dialettico, un personaggio simbolico ed emblematico che non solo si contrappone, ma ingloba e fagocita ogni altro elemento da essa derivante, inclusi i personaggi Leslie, Manson e Perry stessi.
Il film è girato in maniera molto originale e curata ed è sostanzialmente ironico, e - un po’ come succede ne L’uomo che ride di Victor Hugo - spesso enuncia esattamente il contrario di ciò che vuole intendere.
La prima parte mette in evidenza i caratteri dei personaggi principali, sempre mostrati sullo sfondo sociale su cui agiscono e si muovono, la seconda racconta il processo per i delitti commessi.
Lo sfondo sociale e culturale entro cui si muovono ed agiscono i personaggi è sempre rappresentato mettendo bene in evidenza la finzione scenografica anche  attraverso l’uso di inquadrature sbilenche, tese a rimandare una prospettiva volutamente errata,  così che la chiesa, la biblioteca, le piazze, le case appaiono  quasi dei non luoghi di cartapesta, tragicamente smascherati per quello che sono,  ossia strutture artificiali ed artificiose - una sorta di Truman Show - in cui le persone - come burattini - sono manovrate e ridotte al mero ruolo di comparse.
Manson e le sue ragazze, durante la parte del processo, vengono additati come il Male assoluto, le mele merce della società da estirpare per ripristinare lo stato di salute sociale. Ma tutta la messa in scena del processo - volutamente teatrale - appare come una sorta di farsa poiché, è evidente a quel punto, e non solo allo spettatore ma allo stesso Perry - divenuto membro della giuria - che Manson,  Leslie e le altre  ragazze lungi dall’essere l’incarnazione del Male sono semplicemente vittime al pari delle stesse persone che hanno ucciso, vittime di un qualcosa che è infinitamente più subdolo ed indecifrabile. Quel qualcosa, e in maniera velata e ironica Harkema ce lo mostra sin dai titoli di inizio, altro non è che la Società, con le sue sovrastrutture culturali e le dinamiche malate e viziose di cui si avvale. La Società come specchio ingrandente di un altro microcosmo, che può essere talvolta ancora al servizio del male e capace di generare altro male da sé, e che è la Famiglia. Nulla sfugge all’occhio critico e spietato del regista, ogni anfratto del sociale, dalla famiglia, alla scuola, alla chiesa, tutti i luoghi preposti all’istruzione e alla cultura, apparentemente sani, sono in realtà sistemi forieri di distorsioni e frustrazioni, di nevrosi e follia. L’essere umano, incatenato sin dalla nascita nelle costrizioni sociali, sembra suggerire Harkema, non ha che due scelte: lasciarsi assorbire e fagocitare dalle dinamiche malate della società, finendo per riconoscervisi, divenendo egli stesso artefice inconscio di un disagio che è male, che è malattia, oppure può ribellarvisi, divenendo un outsider come Manson e Leslie.  Il Male quindi non è Manson, né la Leslie protagonista, il Male è fuori da loro, il Male è la Società e loro, lungi dall’esserne gli artefici, ne sono semplicemente un prodotto, il prodotto.
Ovviamente Harkema  non intende sminuire o depotenziare la violenza di cui Leslie, Manson e le altre si sono fatti promotori, restano pur sempre assassini e la fine del processo nel film li vede condannati a morte, ma intende semmai mettere a nudo l’altra violenza, quella nascosta, quella non identificata e riconosciuta dall’opinione pubblica: Harkema mette a nudo la violenza insita nel lavaggio del cervello effettuato dai mass media, quella celata nell’oppressione e nelle imposizioni della famiglia, quella di una religione intrisa di sensi di colpa e di mortificazione e soppressione dei legittimi desideri dello spirito e del corpo, quella sottesa alle leggi dell’economia e di una cultura malata e violenta per cui è considerato naturale nutrirsi della carne degli animali: ci sono infatti varie scene in cui vengono mostrati in primissimo piano - a disturbare lo spettatore - lame di coltelli e punte aguzze di forchette che trinciano tacchini ed hamburger e denti che masticano, bocche piene di cibo in maniera rivoltante, chiara condanna della violenza socialmente accettata ed accettabile, quella che l’essere umano esercita nei confronti dei più deboli.
La famiglia in cui cresce Perry è una chiara parodia - molto efficace - della classica famiglia perbenista americana, tutta votata alla chiesa, ai piaceri della carne sì, ma di quella messa nel piatto proveniente dall’uccisione di tacchini, polli ed altre creature viventi, ed alla soppressione di quegli altri piaceri della carne, di quelli che invece scaturiscono dalle pulsioni vitali e sane del sesso; una famiglia che vede di buon occhio l’intervento americano in Vietnam ed incita il figlio ad andare a combattere perché “così vuole Dio”, un “così vuole Dio” pronunciato con una sicurezza da far venire i brividi (la frase esatta, pronunciata dal padre di Perry, è, se non ricordo male: “Dio più o meno la pensa come me”).
Allora, ci dice il regista, dov’ è la violenza vera? Qual è la violenza vera? Qual è il Male vero? In Manson? E’ Manson? O non è forse lui stesso semplicemente un’altra vittima, una delle tante vittime che miete una Società sempre più insana ed ipocrita, intrisa di dis-valori e portatrice di un germe contaminato e violento, vero covo della vera violenza e della vera malattia, che diventa Male?
La risposta la sappiamo.
Manson è una vittima. Una vittima che per non soccombere è divenuta essa stessa carnefice. Fallendo miseramente.
E l’opinione pubblica lo condanna non solo per allontanarlo e per impedirgli di commettere altro Male - com’è nelle norme di prevenzione e giustizia - ma lo stigmatizza soprattutto per tenere lontano da sé, dai propri occhi il riflesso di quella violenza in cui è essa stessa immersa e, fingendo di vederne l’incarnazione in un personaggio bollato come “discutibile”, come “diverso”, come “mostro” si trastulla nell’illusione  di potersene tenere alla larga, di poter stare al sicuro. Additare Manson come Male assoluto in un certo senso porta all’esterno un disagio sociale che è latente in tutti coloro che puntano il dito e che con quel dito lo scaraventano in una sfera di “alterità” fingendo che il Male sia “altro da loro”.
Additare il Male negli altri, senza riconoscere quello che alberga all’interno della società di cui tutti siamo vittime ma anche artefici. Proprio come quello riconosciuto in Manson. Solo che il suo Male non è accettabile, quello della società sì.
E allora, per finire, come non ricordare il bellissimo monologo di Apocalypse Now? “E se lei mi capisce Willard.. lei farà questo per me… noi addestriamo dei giovani a scaricare napalm sulla gente… ma i loro comandanti non gli permettono di scrivere cazzo sui loro aerei… perché è… osceno”). Eccola l’ipocrisia messa a nudo, la stessa che argutamente viene messa a nudo anche in questa piccola “perla cinematografica” che è, appunto, Leslie: il mio nome è il male, di cui consiglio vivamente a tutti la visione.

5 commenti:

some1elsenotme ha detto...

Hai detto, se non mi sbaglio, che non ti piace la musica. Quindi dubito che tu conosca il pezzo, anche perché gli autori non sono certo gente che vende milioni di dischi.

Io quando penso a Charles Manson penso a questo brano: http://www.youtube.com/watch?v=1Z62YRA-J70 (la voce di Manson stesso si trova campionata più volte all'interno del pezzo)

Biancaneve ha detto...

Non è che proprio non mi piaccia affatto, diciamo che non ho una gran cultura musicale, ecco ;-) e che, a differenza di altre "arti", senza le quali non potrei vivere (letteratura, arti figurative), non avverto questa esigenza intima di ascoltare musica, se non in particolari occasioni.

Ovviamente non conoscevo il pezzo che mi hai linkato ;-)

Ti sembrerà strano eppure apprezzo invece qualche pezzo di Marilyn Manson, soprattutto perché - al di là della provocazione, della trasgressione ecc. legata al suo personaggio - trovo che faccia un discorso molto intelligente e lucido contro l'uso perverso che i media fanno per creare o abbattere dei miti, e quindi la sua immagine, look si configurano come discorso antitetico, e anche paradossale, rispetto al messaggio che veicola.

some1elsenotme ha detto...

Sì sì, infatti M. Manson è un gran personaggio - anche se, a dirla tutta, pur ascoltando molto metal, non son mai andato pazzo per la sua musica :)

Alessia ha detto...

Questo post mi ha fatto pensare ad un film che ho visto recentemente: "Bronson", che parla del famoso criminale britannico Michael Gordon Peterson, conosciuto come Charles Bronson. Non so se l'hai visto, io l'ho trovato un film molto particolare, uno di quei pochi che affrontano il tema del carcere (anche se qui non svolge il ruolo portante del film) in modo "diverso". (Oggi invece ho visto "Il Profeta", gran bel film, con invece il tema del carcere al centro del racconto, l'hai visto?)Terrò presente "Leslie: il mio nome è il male", come hai scritto all'inizio, la nazionalità dei film è molto importante. Il Canada ispira sempre molto anche me.

Alessia (www.ilcinemabendato.wordpress.com)

Biancaneve ha detto...

Ciao Alessia :-)
Non ho visto "Bronson", ma ho ben presente invece "Il Profeta", uno dei migliori film della stagione passata, in cui il carcere - luogo simbolico oltre che reale - diventa una sorta di microcosmo in cui vigono i medesimi rapporti di forza e di potere che si trovano all'esterno, solo manifestati in maniera ancora più acuita e diretta perché nel carcere è assente tutta l'impalcatura su cui poggiano le relazioni sociali, o meglio, a quelle esterne se ne vengono a costituire altre del tutto specifiche.
Il profeta è un eroe al negativo, un anti-eroe. Entra nel carcere che non era nessuno - un povero derelitto tra i tanti, una vittima anonima - ed esce da vincente poiché è colui che ha compreso le "leggi" ed ha saputo sfruttarle a suo vantaggio per ottenere potere.

Invece, associazione per associazione, hai mai visto "Roberto Succo"? E' un film franco-svizzero del 2000 che racconta le vicende dell'omonimo criminale. E' un film straziante perché, al di là della vicenda criminosa - emerge tutta la solitudine del protagonista; ancora una vittima che diventa carnefice suo malgrado, una persona sola e disperata prima ancora che un folle criminale.