domenica 8 maggio 2011

L'insostenibile pesantezza dell'essere (una domenica mattina)

Mi piace il cinema. Mi piace proprio andare al cinema, entrare dentro la sala - rigorosamente con dieci minuti di anticipo - attendere che le luci si spengano, dopodiché lasciare che le immagini che iniziano a scorrere sullo schermo diventino le mie sole immagini, escludendo tutto ciò che mi circonda, che i dialoghi e la musica diventino le mie sole voci ed i miei soli suoni dentro la testa, che la storia diventi la mia storia ed i personaggi tanti me che vivono tante vite diverse dalla mia.
Si dice che una vita sola non basti, che quando si pensa alla propria inevitabilmente vengano in mente tutti i “se” e tutti i “ma” che avremmo potuto considerare ma che - per qualche motivo che in quel momento ci sembrava il migliore o per pura casualità abbiamo tralasciato, e tutte le diverse conseguenze e gli altri futuri che da questi “se” e questi “ma” sarebbero potuti scaturire. Penso, che pur restando sempre se stessi, pur immaginandoci nati e vissuti nel medesimo luogo, dagli stessi genitori, con gli stessi geni, avremmo comunque potuto avere prospettive ed esiti diversi nella nostra parabola esistenziale a seconda delle tante piccole scelte - anche apparentemente insignificanti - che facciamo ogni giorno. Non so voi, ma io penso spesso alle tante altre vite che avrei potuto avere, e a volte è come se in effetti le vivessi comunque, perché già il solo pensarle, immaginarle, ricamarci sopra è una maniera di viverle. Ché l’esistenza non è solo un susseguirsi di fatti concreti, narrabili ed ordinabili come eventi specifici, ma spesso è tutto ciò che raccontabile non è. 
Sarà di certo capitato anche a voi di incontrare una persona - un conoscente, un amico di vecchia data - dopo tanto tempo e di provare una sensazione di lieve imbarazzo ed inadeguatezza alla domanda “allora, che mi racconti, che hai fatto in tutto questo tempo”? E voi ve ne restate lì, indecisi su cosa rispondere, se dare una risposta di circostanza o se cercare una maniera di esprimere davvero quello che sentite, perché la verità è che in tutto quel tempo non si è verificato nulla di davvero narrabile o degno di essere riferito come “evento” nella vostra vita, eppure, al tempo stesso, sentite anche che rispondere “nulla di particolare, sempre le stesse solite cose”, non renderebbe giustizia al patrimonio esperienziale che si è stratificato ed  accumulato in voi dall’ultima volta che vi eravate trovati faccia a faccia con tizio.
E’ che spesso la vita interiore prende il sopravvento su quella esteriore e, sebbene di una materia inconsistente come i sogni, ci dà la misura di quanto siamo cambiati molto più di quanto accada con la seconda. Ciò che importa, alla fine, non è tanto l’evento in sé, ma come noi reagiamo e facciamo tesoro di questo evento, e sono le mille impercettibili reazioni al mondo esterno che alla fine costituiscono e formano la nostra vera essenza, molto di più degli inesauribili gesti che continuiamo a ripetere ogni giorno. E anche a proposito di questi inesauribili gesti: c’è in effetti tutta una serie di gesti ineludibili che siamo costretti a ripetere ogni giorno: aprire gli occhi la mattina, prendere coscienza del giorno, mettersi in piedi, lavarsi, vestirsi, nutrirsi, uscire di casa, parlare, camminare, aprire e chiudere la porta, infilarsi le scarpe, prendere un bicchiere dalla credenza per bere, salutare, salire e scendere le scale, fermarsi ai semafori, riprendere a camminare, lavorare (e tutta un’altra serie di gesti ripetitivi che ogni lavoro, anche il più creativo, comporta). In poche parole, tutte le azioni a cui solitamente diamo poca importanza e alle quali - al di fuori del loro fine utilitaristico - non attribuiamo alcun senso, ma che sono necessarie per stare al mondo, per vivere.
Avete mai riflettuto su quanto per vivere ci tocchi ripetere, ogni giorno, ogni settimana, ogni anno di tutti gli anni che vivremo sempre tutti questi stessi ripetibili, identici, rassomiglianti gesti? A me a volte, al solo pensarci, viene una noia, una nausea (proprio la stessa Nausea di cui parlava Sartre) che mi afferra alla gola peggio di una morsa.
Forse, mi chiedo, sono soltanto io a riporre un’attenzione morbosa su certi aspetti dell’esistenza, forse non è così per tutti, eppure faccio fatica a credere che anche voi non vi facciate, a volte, le mie stesse (oziose) domande.
Riflettete mai sui piccoli gesti che siete costretti a compiere ogni giorno, oppure, tutti presi dalle mille urgenze del vivere quotidiano, eseguite senza necessariamente trasferire in questa gestualità automatica una ricerca di senso, un’attenzione consapevole nella speranza di un’attribuzione di un qualcosa che possa riempire il vuoto di un’esecuzione così coattivamente ripetuta?
Sentite anche voi a volte l’esigenza di rompere gli schemi di questo apparentemente immodificabile quadro? Vorreste, a volte, smettere di sentirvi, di percepirvi? Non vi sentite mai troppo pieni di voi? Non avvertite mai questa strabordanza del vostro essere che preme per esondare da ogni poro? Una pienezza non di felicità, come a volte si dice, ma proprio di noia, di inutilità, di vacuità profonda?
E’ che io a volte non riesco proprio a sopportare la ripetitività. E non sto parlando dell’organizzazione delle giornate, le quali, fortunatamente, sono piuttosto varie e in cui gli imprevisti (belli o brutti) a movimentare il tutto non mancano mai, ma proprio di tutti questi gesti che prima ho definito, non a caso, ineludibili. E allora, in certi momenti, anche infilare la chiave nella serratura e sapere che sarà un gesto che dovrò ripetere un’infinità di volte nel corso della vita che mi resta da vivere, può diventare un qualcosa che, idiosincraticamente, mi disturba. Voglio dire, so bene che è un gesto meramente utilitaristico al quale non dovrei riservare così tanta attenzione morbosa, in fondo infilare la chiave nella serratura è un’azione necessaria per ottenere un risultato, tipo entrare in casa, in macchina, in ufficio, in cantina, che so... in qualsiasi posto vi sia una porta con una serratura - ma è solo un esempio a caso fra i tanti che avrei potuto riportare  (forse Freud avrebbe qualcosa da dire?) - ma è proprio questa necessarietà di dover compiere dei gesti per poter svolgere le comuni attività del vivere che a volte mi annoia, mi disturba, mi fa percepire il nonsense esistenziale più di quando mi metto a speculare sui massimi sistemi.
Mentre invece, la vita interiore, che scorre sotterranea, al di sotto di questi gesti esteriori, mi appare improvvisamente come degna della massima considerazione.
Così, quando qualcuno ci chiede “cosa mi racconti?”, restiamo sempre un po’ spiazzati perché, in assenza di episodi significativi veri e propri, raccontare quel nucleo indistinto di sé non è cosa facile. Se dovessimo concretizzare il peso delle nostre esperienze in un racconto o restituirle dentro una cornice narrativa, ci risulterebbe alquanto scomodo e molto difficile. La vita interiore non è fatta di eventi, di fatti, di incontri ma di pensieri, di immagini, di associazioni libere e spontanee, di riflessioni, ossessioni, di pulsioni e desideri, tanto espressi che inespressi, di sogni (sia quelli scaturiti dall’attività onirica vera e propria, ma anche quelli cosiddetti ad “occhi aperti”), di quelle minuzie, ancora idiosincratiche, e di tutta un’attenzione costante rivolta all’interno, alle proprie sensazioni che, a loro volta, si nutrono di ciò che è esperibile all’esterno con i sensi.
Il risultato è un insieme di impercettibili variazioni del nostro essere che, minuto dopo minuto, attimo dopo attimo, strutturano e modificano il nostro essere.
Ma come si può raccontare tutto questo, ammesso che sia narrabile? Certo, i grandi scrittori ci riescono (Sartre, appunto, ma anche Musil, Rilke, così per citare i primi che mi vengono in mente), ma non è che uno può mettersi a parlare di certe cose con il conoscente che si incontra per caso e che magari vuol sapere solo se ci siamo sposati, divorziati, e come stanno i figli e se abbiamo trovato lavoro).
Quindi, anche nell’apparenza immutabile della nostra vita, ossia anche in assenza di grandi stravolgimenti e di fatti concreti significativi, in realtà non facciamo che mentire ogni qual volta rispondiamo “nulla di nuovo, non è successo niente”, poiché anche in quello stesso istante si stanno verificando impercettibili eventi e mutamenti  dentro di noi.
Allora, se è vero che la nostra vita interiore ci dà davvero la misura dello scorrere del tempo e dei cambiamenti anche in assenza di rivolgimenti esteriori,  il cinema - così come la letteratura - in quanto portatori di emozioni e sensazioni, seppure nel riflesso dell’immedesimazione, può veramente donarci la possibilità di vivere tante altre vite a costo (quasi) zero e di alleggerirci dalla pesantezza della gestualità del vivere quotidiano. E forse quello che io ricerco e mi aspetto ogni volta che mi rilasso sulla poltrona di un cinema è proprio questo sollievo dall'affanno che il semplice vivere - nella sua indiscussa reiterazione - talvolta mi procura. Un'evasione, ma non nel senso comunemente inteso di allontanamento dai problemi, ma proprio come annullamento temporaneo del nostro percepirci. E non è un caso che preferisca guardare i film al cinema anziché a casa, proprio perché il silenzio ed il buio della sala cinematografica favorisce il lasciare fluire via quella costante attenzione verso la percezione fisica.
Com’è buffo... quando ho iniziato a scrivere questo post volevo parlare di un paio di film (uno visto ieri sera, l’altro un po’ di tempo di fa), ma iniziando - così, tanto per introdurre l’argomento - dalla mia passione per il cinema, sono stata letteralmente trascinata fino a tutta una serie di associazioni - infinitesimale parte della mia vita interiore - le quali hanno finito per prendere  il sopravvento, e così questo post si è in definitiva scritto da solo, un po’ così... .
I due film di cui volevo scrivere sono Revolutionary Road di Sam Mendes, che ho visto un paio di anni fa ma che, in qualche modo, è entrato a far parte della mia memoria; e l’altro è Henry - Pioggia di Sangue di John McNaughton, visto ieri sera: etichettato inadeguatamente e riduttivamente di genere thriller/horror, in realtà una metafora sociale piuttosto interessante.
Sono due film molto diversi tra loro, eppure, ognuno a suo modo, affrontano il discorso del disagio esistenziale (e sociale) e del vuoto che ne scaturisce o, forse, che ne è la causa diretta.
Ne parlerò la prossima volta. Sempre che nuove e diverse associazioni non decidano nuovamente di prendere il sopravvento su quelle che erano le mie intenzioni iniziali.

6 commenti:

Marco Maurizi ha detto...

Il cinema come mezzo di annullamento dell'autopercezione! Forte come idea e anche possibilissima... Certo è vero che non tutti hanno questa sensibilità profonda per se stessi, in realtà percepire se stessi è, in un certo senso, la cosa più difficile di tutti anche se è a portata di mano. Viviamo nello stordimento che ci rende più facile fare le operazioni del giorno e quel notturno brulichio di sensazioni, immagini, pensieri ecc. di cui parli se ne rimane sullo sfondo, come un contorno sfumato del nostro occhio vigile e freddo sulla realtà esterna. Ma c'è, anche se io per primo non sono un gran frequentatore di me stesso...sarà che mi ha influenzato Schopenhauer e la sua idea che più ci sprofondiamo in noi stessi meno riusciamo ad afferrare qualcosa di reale, come se in fondo nel fondo non ci fosse una "cosa" (il vero noi) ma, appunto, un fascio di pensieri/emozioni instabile e cangiante che non si può afferrare, oggettivare, un fantasma che sempre diviene e mai "è". E siccome il "vero" noi non è nemmeno la maschera sociale di superficie la logica conseguenza è che questo vero "io" non c'è. O, forse, mi piace pensare che sta nell'intervallo tra le due cose, è un passaggio tra qualcosa di rigido e qualcosa di fluido, entrambi veri e falsi, entrambi parziali (il dualismo onda-particella applicato allo spirito! :D).

Ad ogni modo complimenti per aver resuscitato Harry Pioggia di sangue, film che io conosco solo per la citazione che ne fece Nanni Moretti in Caro Diario. E magari è un bel film ma il modo in cui Moretti ridicolizzava il recensore era troppo divertente (e liberante: quanti ne ho conosciuti di pseudo-intellettuali cinefili che fanno a gara a elogiare ogni film spazzatura e hanno trasformato il populismo della cultura di massa in una nuova forma di snobbismo...no, grazie, preferisco sempre Rikle e i quartetti viennesi!). E insomma, 'sto film com'era?

Marco Maurizi ha detto...
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Marco Maurizi ha detto...

il buio e il silenzio della sala...ad AVERCELI!!! Sempre più spesso mi tocca protestare per gente che chiacchiera durante il film (e non solo le orde di marmocchi brufolosi, eh!). Per me il cinema è un'esperienza TOTALE, mi dà fastidio tutto ciò che mi distrae, devo immergermi totalmente nel film...Beh in fondo non è molto diverso da un quartetto viennese! :D

Biancaneve ha detto...

"Viviamo nello stordimento che ci rende più facile fare le operazioni del giorno e quel notturno brulichio di sensazioni, immagini, pensieri ecc. di cui parli se ne rimane sullo sfondo, come un contorno sfumato del nostro occhio vigile e freddo sulla realtà esterna."

A me succede spesso il contrario, per questo parlavo della pesantezza che poi questa continua percezione di se stessi comporta; c'è stato solo un periodo della mia vita in cui ho vissuto in piena "leggerezza", in cui davvero ero pronta ad afferrare la vita, senza mediazione alcuna, senza il filtro dell'autopercezione (o se c'era, era molto attutito); era come se vivessi in superficie, mentre ora la mia dimensione è più simile a quella degli abissi marini, non in un'accezione negativa o cupa, ma solo per rendere l'idea di una coesistenza di vari livelli di profondità. A volte vorrei ritrovare quella leggerezza, che non è superficialità, ma proprio una diversa capacità di esperire il reale, le esperienze, i contatti con gli altri.
Sono d'accordo che il nostro io profondo alla fine sia sfuggente e cangiante, sensibile ad ogni minima variazione e quindi impossibile da definire, eppure qualcosa mi dice che, seppure in queste continue variazioni e ovviamente oltre le maschere del sociale, un nucleo della nostra essenza più profonda da qualche parte riesce a consolidarsi: magari solo un'illusione sì, ma potente, efficace.
Mi auto-cito, come al solito (sempre molto umilmente ed ironicamente, è che alla fine io dico sempre quelle stesse tre o quattro cose e così, ritornano...):
http://ildolcedomani.blogspot.it/2011/07/ritorno-noi-stessi-con-una-breve.html

Henry pioggia di sangue è un bellissimo film. Non mi sovviene al momento la scena in cui Moretti ridicolizzava il recensore, comunque - per associazione e sempre a proposito dei critici letterari - mi viene in mente invece la scena di Io e Annie di Woody Allen in cui lui è in fila per andare a vedere un film ed assiste ad una discussione tra due, appunto, critici che non si trovavano d'accordo sulle presunte intenzioni dell'autore e allora nella scena si immagina che appaia il regista stesso (ruolo cameo interpretato da Marshall McLuhan) a dire la sua. :-D

Comunque, tornando a Henry pioggia di sangue, è un film a mio avviso geniale perché rende benissimo il senso di apatia e totale anaffettività del protagonista; è uno di quei film in cui il ricorso ad un genere ben preciso, in questo caso il genere horror, serve solo come mezzo per veicolare un messaggio, per dire altro; io lo definirei un film sociale a tutti gli effetti, un film in cui si mette in scena - attraverso la parabola anaffettiva del protagonista e la sua psicopatologia - il dramma dell'incomunicabilità e del disagio esistenziale.

Biancaneve ha detto...

P.S.:
anche io ormai trovo sempre più difficile concentrarmi nelle sale cinematografiche, per questo, quando posso, vado sempre agli spettacoli pomeridiani di lunedì o martedì: in genere non c'è mai nessuno, tranne qualche vecchietto o qualche signora, i pensionati insomma :-D e solitamente se ne stanno tranquilli, per lo meno non si mettono a smanettare sms sul cellulare durante la proiezione come fanno tanti ragazzi... un fastidio che non ti dico... .

Biancaneve ha detto...

P.P.S.:

comunque è vero che più sprofondiamo in noi stessi e meno percepiamo del reale, in effetti quelle piccole "epifanie" che può capitare di avere (tipo quella che ho descritto nel racconto della casa sul lago) avvengono proprio quando si è pronti a recepire gli stimoli della realtà esterna e si è meno concentrati sulle proprie sensazioni.

Una cosa che un po' mi spaventa è proprio l'impossibilità di riuscire a comunicare questo nucleo indistinto del proprio "io", o qualsiasi cosa sia insomma, fascio di percezioni, emozioni. Da qui il pensiero che siamo tutti, in qualche misura, irrimediabilmente soli.

Vedi, anche l'atto del comunicare scrivendo è comunque sempre un fallimento perché seppure si riesce a suscitare una qualche emozione in chi legge - cosa che certamente gratifica assai - non è detto però che sia la nostra stessa emozione, si tratta sempre di impressioni e reazioni infinitamente soggettive.

Se scrivo "casa", come in quel racconto, io ho in mente una mia precisa idea di casa, che non sarà mai la stessa tua o di chiunque legge.