sabato 14 maggio 2011

Revolutionary Road di S. Mendes (ovvero, una riflessione su cosa significhi "crescere")

April e Frank sono due giovani pieni di aspirazioni e di progetti per il futuro: lei recita in teatro, lui ha velleità da artista (scrittore, poeta),ma ancora deve metterle a punto e tutto quel di cui è certo è che vuole sfuggire alla noiosissima vita da impiegato che già era stata del proprio padre. Si innamorano - più dei loro condivisi ideali nello sfuggire ad una vita borghese in piena regola fatta delle solite restrizioni e perbenismo che non di loro stessi in quanto individui, mi arrischierei a dire - e vanno a vivere in una ridente casetta posta sul limitare di una graziosa via chiamata, guarda caso, Revolutionary Road. April - abbandonata la carriera di attrice dopo un fiasco a teatro, ed anche, soprattutto, perché poco compatibile con gli impegni familiari e domestici - si sente tuttavia frustrata e limitata nel suo ruolo di donna-mogliettina borghese e non perde occasione per ricordare a Frank il tradimento dei loro ideali e delle loro rispettive aspirazioni. Frank - anche lui evidentemente reticente nell'accettazione supina e passiva del ruolo di padre di famiglia che deve portare a casa il denaro per crescere i figli secondo certi crismi borghesi - propone ad April, ora che i due figli non sono più piccolissimi, di mollare tutto e fuggire a Parigi, alla ricerca di una maggiore pienezza di vita, più  corrispondente al loro comune sentire di un tempo. April si impegna persino - una volta là - a prendere il posto di Frank lavorativamente parlando, per lasciarlo libero di concentrarsi affinché possa trovare la sua vera strada facendo emergere il proprio talento (quale esso sia).
Tutto sembra predisposto ma la vita, si sa, è sempre pronta a metterci lo zampino (a dimostrazione della difficoltà di portare a termine qualsiasi progettualità), così, mentre Frank ottiene inaspettatamente un'ambiziosa offerta di lavoro (nel frattempo aveva infatti continuato a lavorare nella medesima azienda in cui era stato impiegato il padre), poiché, in fin dei conti, sa svolgere il proprio mestiere coscienziosamente e diligentemente - molto di più di quanto non riesca a tirar fuori il lato nascosto del proprio presunto talento come scrittore - April resta incinta del terzo figlio.
A questo punto il progetto di partire per Parigi inizia a sfumare, non tanto da parte di April, che è disposta ad abortire pur di non rinunciare al sogno di una vita diversa, ma soprattutto da parte di Frank, il quale, evidentemente, raggiunge una nuova e diversa consapevolezza.
Quel che accade poi non lo dirò - sia mai qualcuno che mi sta leggendo non abbia visto ancora il film, non vorrei anticipargli il finale - vorrei però riflettere sulla questione della consapevolezza e - come la chiamano in tanti - della fatidica maturità dell'età adulta.
Il personaggio di Frank (peraltro interpretato da uno straordinario - come sempre - Leonardo Di Caprio, mentre nel ruolo di April abbiamo l'altrettanto straordinaria Kate Winslet) può apparire, ad una prima lettura, un personaggio negativo: colui che, una volta cresciuto, tradisce i propri sogni e le proprie aspirazioni per adagiarsi in una comoda vita da borghese, (oddio, comoda mica tanto, se essere borghesi, soprattutto per come era inteso all'epoca, significava comunque svolgere un lavoro noioso e ripetitivo per guadagnare il denaro per potersi permettere di comprare tutti quegli orpelli che appunto servono a vivere secondo le direttive di una vita borghese, ossia una bella casa, scuola prestigiosa per i figli, una bella macchina, ecc. nell'esclusione totale di un "vivere" più spontaneo in assenza di qualsiasi progettualità, e nell'adesione nevrotica ad esigenze sociali che però finiscono per mettere in secondo piano quella piena realizzazione del sé, totalmente assorbita dal tentativo spasmodico di portare avanti un falso "sé" sociale costruito e omologato ai canoni di un pregiudizievole "vivere perbenista"); April invece è colei - o almeno è quello che appare ad una lettura superficiale - che è disposta a tutto pur di non disperdere le proprie ambizioni e la propria spasmodica ricerca di un vivere più pieno che lei vede riassunte e realizzabili nel progetto di andare a vivere a Parigi, come fosse una chiave di accesso ad una vita diversa non solo esteriormente, ossia a livello di organizzazione quotidiana, ma proprio interiormente.  April è colei che appare come fedele a se stessa. Frank, di converso, colui che "mettendo la testa a posto", rinnega il se stesso di un tempo.
Subito i due personaggi, per quanto la vicenda sia ambientata negli anni '50, fanno venire in mente il percorso della generazione cresciuta nel '68, la quale, dopo aver aderito agli slanci di una rivoluzione culturale e sociale, ha finito per abbracciare le dinamiche del capitalismo, del consumismo e del successo borghese, proprio quelle stesse dinamiche contro cui - da giovane - aveva lottato.
Revolutionary Road però non è un film così scontato o banale, ci dice anzi qualcosa di molto più complesso e scomodo.
Ad una lettura più profonda e sotterranea infatti il vero personaggio positivo risulta essere proprio quello stesso Frank che, nella fretta, avremmo potuto giudicare come "traditore" delle proprie aspirazioni.
In realtà Frank è un personaggio che cresce e si evolve grandiosamente, in quanto riesce a prendere atto e ad accettare la propria mediocrità a testa alta. E non è da tutti accettare la propria mediocrità. A testa alta. Solo gli eroi, i veri eroi, riescono a perdere inchinandosi ma mantenendo la testa alta, riconoscendo un volere superiore (gli Dei o il Fato), cui non ci si può opporre: o meglio, l'eroe tragico è colui che non può esimersi dall'essere quello che è - nemmeno quando viene messo in guardia - ma è anche colui che, perdendo, accetta dignitosamente la propria sconfitta, sapendo che il tutto rientrerà in un disegno maggiore, anche se terribile o incomprensibile.
Frank è un vero eroe perché in definitiva non tradisce se stesso, non tradisce nulla, in quanto si rende fin troppo conto che il sogno di divenire uno scrittore era solo una velleità giovanile, dato che poi, di concreto, non aveva mai prodotto nulla, anzi, di più, non si era proprio mai cimentato in qualcosa che non fosse un semplice vagheggiamento ad occhi aperti. Quindi, anziché rinnegare se stesso ed i propri sogni, in realtà, accetta e porta a compimento la sua vera natura, che è quella appunto di essere una persona in gamba nel proprio lavoro impiegatizio. Per quanto triste da accettare, Frank è un bravo impiegato, ha idee brillanti (tanto che, pur impegnandosi appena a sufficienza, ottiene un grosso successo contrattuale e quindi si guadagna un'eccellente promozione), è uno che è naturalmente (la necessarietà dell'eroe tragico che non può far altro che seguire la propria irrefutabile natura) portato per quel tipo di lavoro. Quindi cosa fa? Preso atto di queste sue capacità, lascia perdere l'aleatorietà di una fuga a Parigi (che è poi, in definitiva, fuga da se stessi, da un vuoto esistenziale il quale - lungi dall'essere causato dal perseguimento di un lavoro piuttosto che di un altro - ha radici ben più profonde e complesse) ed affronta la vita. Frank non è colui che "ha messo la testa a posto" nell'accezione spesso negativa del termine, bensì è colui che ha deciso di affrontare la vita, pur con tutte le tristezze e le miserie che comporta. Frank non è colui che si rassegna, bensì colui che riesce ad accettare la sua condizione di uomo comune, privo di un particolare talento artistico. E questo non dovrà assolutamente significare che, tutto sommato, non possa dimostrarsi persona "eccezionale" in altri campi.
April invece non si rassegna all'idea di essere - visto che come attrice e artista ha dato esiti piuttosto scarsini - una persona "normale", ossia priva di un particolare talento, continua a sperare in una fuga dalla realtà che è, appunto, sostanzialmente fuga da un vuoto esistenziale incolmabile , per il quale, per come la vedo io, non c'è Parigi che tenga, ma che si può risolvere solo nel confronto onesto con la crudezza della realtà e con l'eventuale - almeno come tentativo -  accettazione di essa e di se stessi. Non ci sono palliativi per sfuggire al nonsense ed al vuoto esistenziale (molto significativo è infatti, nel film, il monologo del personaggio chiave del figlio dei vicini di casa - alter ego coscienzioso di entrambi i protagonisti - il quale afferma che tutti sono in grado di percepire questo vuoto, ma pochi si rendono davvero conto di quanto sia un vuoto in cui non si intravede alcun barlume di speranza), e non si tratta di accogliere ed abbracciare uno stile di vita borghese piuttosto che quello "bohemien", né di sentirsi e provare a realizzarsi come artisti piuttosto che come semplici impiegati, quanto di fare i conti con la propria fragile e limitata, mortale, caduca natura di esseri umani.
La fuga a Parigi rappresenta - simbolicamente - il tentativo di sfuggire ad una condizione esistenziale che è ineludibile per chiunque perché, prima di essere artisti o semplici impiegati, ottusi borghesi o liberi pensatori, siamo tutti, irriducibilmente esseri umani, con tutti i limiti e le costrizioni che la nostra natura comporta ed il disagio di dover infine riuscire ad accettarci.
Allora, la domanda fondamentale che scaturisce da questo film è: crescere significa finalmente prendere coscienza della propria mediocrità, laddove per "mediocrità" non si intende carenza di virtù o di particolari talenti, bensì la somma di tutte quelle caratteristiche che fanno di noi semplici esseri umani e non "eroi" al pari di certi personaggi delle tragedie classiche?
Prendere atto della propria caducità, del nonsense esistenziale che ci circonda sempre ed ovunque, dei propri limiti (ma anche riconoscere i propri pregi e le proprie capacità, seppure non aderenti romanticamente a presunte velleità artistiche), in definitiva, accettarsi: questo significa, per me, divenire finalmente adulti, anche se, nel passaggio, può succedere che alcune delle aspettative che si avevano avute da giovani vadano perdute. A volte può essere anche davvero rassegnazione, tradimento, un rinnegare i propri valori, sì, ma altre, spesso, è anche - come nel caso di Frank di Revolutionary Road - la faticosamente raggiunta accettazione e ridimensionamento di sé che ne consegue.
Revolutionary Road è un film triste, che ci provoca un malessere e un disagio fortissimi, proprio per questo, proprio perché in Frank è facile specchiarsi, è facile cogliere la verità di quello che fatichiamo ad ammettere, ossia che non tutti possiamo essere persone speciali, che quell'umanità che spesso critichiamo e giudichiamo miserevole e mediocre, ci assomiglia in fin dei conti più di quanto riusciremo mai ad ammettere.
Allora, quello che possiamo fare per emergere, per sentirci meno inutili, per allontanare quel vuoto che ci attanaglia le viscere è cercare di scoprire ciò per cui siamo portati (che non deve essere necessariamente un talento chissà quanto nobile o grandioso) e perseguirlo, come ha fatto Frank, anziché disperarci ad inseguire un sogno fatuo come ha fatto April, perdendo se stessa, perdendo tutto.

5 commenti:

ilcinemabendato ha detto...

Come sempre le tue analisi sono molto attente e profonde. Ho amato moltissimo il film e prima o poi vorrei leggere anche l'omonimo libro di Yates da cui è tratto il film; autore che ho conosciuto con la lettura di "Una buona scuola" e che mi ha positivamente impressionata.

Per quel che riguarda il film, l'ho rivisto più volte ed ogni volta lo trovo così immensamente bello, d'una bellezza oltre che tecnica (una fotografia splendida, bellissime le citazioni visive ad Hopper) anche di spessore di contenuti, così velati, segreti, nascosti che tu in questo articolo hai superbamente sviscerato.

http://www.youtube.com/watch?v=PLXpnqX1Di0

Adoro questa scena.
P.S. Colonna sonora di Newman, semplicemente splendida.

Biancaneve ha detto...

Ciao Alessia,
e come sempre a me fa particolarmente
piacere sapere che apprezzi le mie riflessioni sul cinema, ci tengo davvero al tuo giudizio perché so quanto tu ami e conosca il cinema :-)

Eh sì, quella è una delle scene più belle ed anche delle più significative: inizialmente non si può fare a meno di parteggiare per April ed i suoi sogni, perché lei sembra farla così facile, perché davvero il discorso che fa a Frank è molto romantico ed appare anche sensato; in effetti non è che sia sbagliato inseguire i propri sogni (come dare torto ad April in questo?), ma è sbagliato inseguire il sogno "sbagliato" (perdona il gioco di parole). E' qui che lei cade rovinosamente. I desideri di April non hanno fondamenta, sono vaghi, illusori in quanto completamente scollati dalle loro reali potenzialità e sprigionati soltanto dalla voglia di fuggire da un'esistenza avvertita come noiosa e vuota. Lei pensa che cambiando città, cambiando abitudini di vita, cambiando casa ecc., quel vuoto possa essere riempito dalla pienezza di una vita più autentica, mentre Frank - che tra i due è quello che ha una vera evoluzione - ad un certo punto, si risveglia dall'illusione e capisce che il suo talento è quello di riuscire a svolgere bene il lavoro che già faceva.
In questo senso parlo di "accettare la propria mediocrità", ossia la possibilità - in mancanza di un talento davvero riconosciuto ed individuato - di accettare quel poco di valido che si riesce a fare nella propria vita e di ritenerlo comunque meraviglioso.

Anche la colonna sonora, sì, è splendida. E sarebbe interessante anche leggere il romanzo da cui tratto.

Di Sam Mendes ho amato moltissimo anche l'indimenticabile American Beauty.

Biancaneve ha detto...

P.S.:
rivedendo la scena di cui mi hai messo il link, mi sono accorta che poi in effetti è April che propone a Frank di andare a Parigi e non viceversa come ho scritto nel post... è che il film in effetti l'ho visto un bel po' di tempo fa e non mi ricordavo bene.

ilcinemabendato ha detto...

American Beauty l'ho amato molto anche io. Non ho ancora visto American Life. Un film dannato, per me. Provai ad andarlo a vedere al cinema per ben 4 o 5 volte ed ogni volta succedeva qualcosa. O arrivavo tardi e non entravo, o improvvisi impegni! Dovrò vederlo! Tu l'hai visto?

Biancaneve ha detto...

Sì, l'ho visto, ma non mi ha fatto impazzire. Alcune scene, prese singolarmente, sono divertenti, così come ho trovato interessante il significato complessivo. Nell'insieme però rimane un film che non raggiunge lo spessore dei precedenti.
Vorrei rivedere invece "Era mia padre" perché la prima volta non mi piacque molto, ma ho come il sospetto che sia dipeso da me ;-)