venerdì 3 giugno 2011

Rumore Bianco di Don DeLillo (con premessa divagante)


Capita di avere un libro a disposizione per molto tempo, ma di non degnarlo minimamente di uno sguardo. Così è stato per Rumore Bianco di Don DeLillo: lo presi anni fa insieme ad altri che facevano parte di una collezione proposta da un noto quotidiano (Repubblica, che non leggevo io perché solitamente non leggo quotidiani, ma mio padre); si trattava di una selezione di cinquantuno capolavori del novecento, italiani e stranieri, e devo ammettere che in effetti conteneva tanti bei titoli, ed anche che è stato divertente collezionarli tutti. E leggerli anche, ovviamente. Ché non sono una di quelli che compra i libri per arredare la casa. Anzi, la casa in cui vivo ringrazierebbe di cuore se ci fossero meno libri sparsi ovunque, ché senz'altro ci guadagnerebbe in ordine e leggerezza. Temo sempre,  un giorno o l'altro, di sprofondare al piano di sotto in seguito al crollo del pavimento incapace di reggere il peso di quell'ultimo volumetto aggiunto. A casa mia i libri sono ovunque, in cucina, in corridoio, in camera, in bagno, in sala, persino nelle cucce dei gatti e del cane. Tutti mischiati in maniera quanto mai eterogenea. Alcuni rispuntano inaspettatamente fuori, quando ormai si credeva di averli persi per sempre. Altri spariscono improvvisamente, salvo poi ricomparire lì, esattamente dove li avevi lasciati, ma che ieri, quando li cercavi, proprio non c'era stato verso di trovarli. Secondo me i libri - almeno quelli che stanno a casa mia - hanno una vita propria; ed anche i personaggi, passano da un libro all'altro scambiandosi ruoli e vicende. Classici con moderni, intraprendenti gentiluomini dell'ottocento con giovani esistenzialisti in preda al vuoto esistenziale, uomini oppressi dalla modernità con picari alla conquista del mondo, fanciulle pie e timorate di Dio con spregiudicate femmes fatales, edizioni più o meno  di lusso con edizioni comprate ai mercatini, pagine strappate, segnate, scarabocchiate, macchiate ed ingiallite (le più belle) con altre dai caratteri nitidi e raffinati, ed ovviamente argomenti di ogni genere, narrativa,  saggistica, filosofia, storia. Si passa dal serio al faceto, dal noir al romanzo di formazione, dal romanticismo al naturalismo, dai grandi autori a quelli meno noti. E tutti sono degni del mio rispetto, amore, attenzione. A tempi alterni, a periodi. Sono un’amante infedele. Mi prendo delle cotte spaventose per un autore, e leggo tutto di lui, e poi improvvisamente lo mollo, mi stufo, passo ad altro. Salvo, a volte, tornare sui miei passi e ritrovare il perché di quell'amore che avevo creduto prima sopito e poi svanito. Faccio risuscitare passioni travolgenti, ritrovo emozioni dimenticate. I grandi romanzi sono come i grandi amori. Si portano sempre con sé (questa me la potevo anche risparmiare!).
Don DeLillo era uno di quelli che - chissà perché - non avevo mai considerato più di tanto. A volte, con certi autori, succede come per certe persone, che magari abitano vicino a te, e le vedi tutti i giorni, e le guardi di straforo, ma non c'entri mai in contatto. Poi, per caso, un giorno, un amico in comune (che non sapevi essere in comune), ti presenta proprio quella persona, quella che vedevi da anni, ma non ti eri mai filata. E ti ritrovi a pensare che forse ti stavi perdendo qualcosa.
Con Don DeLillo è andata proprio così.
E' andata che tempo fa stavo cercando in internet notizie sui prossimi lavori di uno dei miei registi preferiti, che è David Cronenberg, e sono venuta così a scoprire che sta lavorando ad un nuovo film tratto - guarda caso - da un romanzo di Don DeLillo, dal titolo Cosmopolis. E se Cronenberg - grande appassionato e studioso di letteratura prima ancora che regista (laureato in Letteratura inglese) - legge Don DeLillo, dovrà pur essere indicativo del valore di questo autore, no? 
E così, l’attimo dopo, ero già intenta a compiere l’impresa - per niente facile - di far emergere, da tutto quel caos di libri, la copia ancora intonsa di Rumore Bianco.
E dopo questa - estenuante - premessa (ho bisogno sempre di un po' di rodaggio prima di centrare l'argomento che mi sono prefissa), eccomi qui a tessere le lodi di questo romanzo (e di questa mia nuova passione, lui appunto, Don DeLillo, per cui a breve comprerò anche altre sue opere).
Il romanzo, pubblicato nel 1985, è diviso in tre parti: Onde e Radiazioni - L'evento tossico aereo - Dylarama. La cosa che più mi ha colpito - oltre ad una scrittura arguta, raffinata e coinvolgente -  è che nella prima parte sembra che l'autore voglia andare in una precisa direzione, salvo poi condurre il lettore, lentamente, al tema centrale della storia. Che è un altro, ma in un certo qual modo conferente al primo.
La voce narrante è quella di Jack Gladney, un professore universitario noto per aver dato vita ad un dipartimento che si occupa di studi su Hitler. Lo affiancano altri personaggi, colleghi universitari e i membri della sua famiglia: la moglie Babette, due figli maschi, di cui uno adolescente, dall'intelligenza sopraffina, ed un altro piccolino, e poi due figlie femmine di età intermedia tra i due maschi (in più, interverrano altri personaggi, anche indirettamente, o solo citati,  a contribuire ad una tessitura a tratti corale: un'altra figlia avuta da un precedente matrimonio, altre ex mogli, l'amico del figlio adolescente, vicini di casa ecc.).
Lo sfondo su cui i personaggi interagiscono tra loro e si muovono è quello di una cittadina americana, né troppo grande, né troppo piccola, ed il quotidiano è un quotidiano ordinario, costellato di piccoli gesti in ambienti domestici e lavorativi; c'è tuttavia un dato saliente che non si può non notare, ed è il continuo riferimento a tutti gli oggetti tecnologici domestici con cui i personaggi hanno a che fare nel corso della loro esistenza; oggetti che, in qualche maniera, divengono, nel romanzo, come una terza entità, astratta eppure ben definita, carica di valenze e significati. Oggetti che definiscono e scandiscono la cultura occidentale, la nostra, come quella della famiglia Gladney: dalla tv alla radio, sempre accese, al tritarifiuti, oggetti che emanano vibrazioni e producono rumore, occupano spazio, invadono la nostra vista e definiscono, con i loro ritmi e tempi, le nostre abitudini;  diverse scene sono ambientate all'interno di un grosso supermercato (e qui ci ho colto diversi riferimenti a J.G. Ballard), ma non è, come potrebbe sembrare,  una critica della modernità ipertecnologica, della perdita di umanità che ne consegue e delle nevrosi tipiche dei nostri tempi, quanto un'osservazione lucida e toccante di un problema antichissimo - oserei dire atavico - che l'uomo si porta dietro dalle origini, e che, nonostante tutto il progresso, le invenzioni ipertecnologiche, le scoperte della scienza in ogni campo, appunto, continua a restare irrisolto. E, anzi, è proprio nel contrasto con tutta questa efficienza tecnologica, che emerge e si fa pressante con un'urgenza ancora più disperata.
Il problema antichissimo è, in sostanza, la paura della morte.
In maniera quasi geniale il lettore viene introdotto a questa problematica nella seconda parte del romanzo, quella in cui tutta la famiglia Gladney, insieme agli altri abitanti della cittadina in cui vivono, è costretta ad evacuare in fretta e furia dalla loro abitazione a causa di una nube tossica aerea che si è sprigionata in seguito alla rottura di un serbatoio contenente Nyodene D, un composto chimico altamente tossico, di cui però ancora non si conoscono bene gli effetti sugli esseri umani.
Timori apocalittici ed un senso di sconforto e disperazione pervadono questa seconda parte, che contiene riflessioni quanto mai interessanti su ciò che definiamo progresso tecnologico e che, in maniera troppo superficiale, siamo pronti a scambiare per vera evoluzione dell'umanità. Soprattutto viene messa a nudo l'illusorietà di trovare conforto in una realtà ipertecnologica, la quale, prima o poi, finirà per sfuggire al controllo delle nostre esistenze (e l'evento tossico aereo funge da catalizzatore di queste riflessioni)  rendendo ancora più evidente ed attivando con ancora più urgenza quel timore di essere nulla di fronte ad un evento così incontrollabile come la morte.
Come se l'essere in possesso di una tecnologia sempre più sofisticata ci potesse fornire la chiave per divenire immortali. Perché il tema portante del  romanzo poi - tutta la terza parte - consiste proprio nel mettere a nudo questa tragedia di tutti gli esseri umani - ed il dolore e terrore che ne consegue - che è data dalla consapevolezza  di dover un giorno morire.
Come si può vivere la vita di tutti i giorni dovendo affrontare, giorno dopo giorno, questa paura della morte? Questa è la domanda chiave che pone Don DeLillo in Rumore Bianco, domanda alla quale i vari personaggi tenteranno di dare una risposta, risposte che costituiranno il dipanarsi degli eventi e dei dialoghi  all'interno della narrazione.
Rimuovere la consapevolezza della morte, quindi eliminarne la paura, sembra essere l'obiettivo principale dell'umanità tutta. E, in quest'ottica, a ben guardare, la tecnologia in cui riponiamo così tanta fiducia ed entusiasmo, potrebbe anche essere vista come l'ennesimo tentativo di ridurre all'impotenza, esorcizzandola, questa paura sempre presente in sottofondo - questo rumore bianco pervasivo - che è presenza costante, che a volte sembra essere rimosso, ma che poi, improvvisamente, torna, e torna, come un ritornello ossessivo, come, appunto, un rumore disturbante e stridente.
Può essere allora che tutti i rumori  - così familiari - della televisione accesa, della radio, del tritarifiuti in funzione, del telefono che squilla, del rombo delle automobili, il brusio delle folle, della gente nei luoghi chiusi (supermercati, luoghi di aggregazione di massa) altro non siano che il tentativo di coprire, di sovrastare quella voce interiore della nostra coscienza, che è la consapevolezza della morte?
E si può mettere a tacere la propria morte uccidendo gli altri?
Farsi causa degli eventi, dirigere il corso di connessioni dall’apparenza casuali, non più subite, ma decise, farsi immensi di potere nel decidere della vita e della morte di chi è impotente di fronte a noi, ennesimo tentativo di mettere a tacere quel rumore perpetuo, assordante, soffocante che ci trasmette continuamente questo pensiero inaccettabile della morte, pensiero che diviene paura, paura atavica, incontrollabile, irremovibile.
- "stai dicendo che l'uomo, nella storia, ha sempre cercato di guarire dalla morte uccidendo gli altri?" (...)
- "in teoria la violenza è una forma di rinascita. Colui che muore soccombe passivamente. L'assassino continua a vivere" (...).
- "L'assassino, in teoria, tenta di sconfiggere la propria morte ammazzando gli altri".
Ed ecco qui che si fanno strada teorie dietro teorie, ipotesi dietro ipotesi, tutti i modi con cui, da sempre, l'essere umano ha cercato di fronteggiare - tentando di rimuoverla, di eliminarla - la paura della morte.
E vuoi vedere che - se tanto mi dà tanto - anche dietro la volontà di sopraffazione e l'esercizio del Potere alla ricerca della dimostrazione - illusoria - che ci si può sentire forti di fronte al debole che soccombe, si nasconde in realtà il tentativo di dissolvere il peso oppressivo della paura di morire?
Fingersi forti per nascondere la propria fragilità, e fingere di esserlo soprattutto con chi riteniamo più debole, sapendo quanto confrontarsi con chi è - oggettivamente - più debole - sebbene sia uno squallido trucchetto, ci dia l'illusoria sensazione di essere potenti, invincibili. L'illusione di superare tutto, anche la paura più grande di tutte, quella della morte.
Jack Gladney, tenterà di tutto, così come anche sua moglie Babette.
Saranno disposti a qualsiasi cosa pur di guarire da questa paura ossessiva che li sta divorando giorno dopo giorno, persino - Babette - a prestarsi volontaria per l'assunzione di una pillola sperimentale - chiamata Dylar (la terza parte si chiama, appunto, Dylarama) - che potrebbe davvero riuscire ad eliminare dal cervello la paura della morte, anche se a rischio di gravissimi effetti collaterali.
Jack alla fine crederà di aver trovato una soluzione. Che non anticiperò. E  poi capirà che era quella sbagliata.
Mi basti dire che, come al solito, la risposta non potrà essere quella della violenza.
A margine, riflettendo sull'idea folle e sbagliata di uccidere gli altri per sconfiggere la nostra stessa morte (se tu muori, io continuo a vivere), pensavo che magari anche la maniera con cui l'essere umano tratta gli animali potrebbe in realtà nascondere questo - assurdo, inutile - tentativo di sviare la paura della morte da se stesso, rivolgendola altrove, indirizzandola su chi è più debole ed indifeso.
Un grande romanzo. Densissimo di riflessioni. Pagine piene, in cui si avverte a volte la necessità di soffermarsi.
Ho chiuso il libro tante volte, prima di procedere. Anche per un giorno intero. Lo lasciavo riposare. O meglio, lasciavo che le impressioni riposassero in me (cosa strana per me, che in genere leggo velocemente, quasi senza dare respiro alle pagine). Bella scrittura (a parte i refusi della mia edizione, facente sì parte di una bella selezione, ma poco curata). Belle idee. Magari non nuovissime, ma interessante l'intreccio, il modo di anticipare e poi affrontare tematiche, di porre domande e tentare risposte. E bello il significato complessivo. La scoperta di Jack per sconfiggere la paura della morte. E il finale invece opprimente, angosciante, falsamente consolatorio ed illusorio. Ma dal quale si può partire, per riflettere sul mondo che ci circonda e sul senso che diamo a tutta questa tecnologia che ha invaso le nostre esistenze.
Non un romanzo profetico alla Ballard, ma una riflessione lucidissima sull'umanità che - nonostante il progresso tecnologico di cui gode - resta ancorata alle proprie ossessioni, paure e necessità.

4 commenti:

petrolio-muso ha detto...

Ho letto Rumore bianco due volte. Mi piace scoprire nuovi aspetti e significati ignorati. Sono una lettrice che ritorna sui suoi passi, ma sui finali sorvola, perché come dici tu, sono solo l'inizio. Un saluto. Tornerò volentieri.

Biancaneve ha detto...

Il romanzo che il lettore sta leggendo muta nei significati con il mutare del lettore stesso, quindi nel tempo. Perché alla fine siamo sempre noi che attribuiamo significato alla realtà che ci circonda, quindi anche alle letture, no?

Ho letto il tuo profilo e mi è piaciuto molto. Ho visto che hai tanti blog, poi nei giorni prossimi ci darò volentieri una sbirciatina ;-)

Torna pure quando vuoi. Qui è aperto a chiunque abbia curiosità e piacere di confrontarsi ;-)

Emmeggì ha detto...

Cara Biancaneve, visto che volevi di Cronenberg, eccomi qui a commentare questo tuo post, in realtà solo per dire che Cosmopolis è un libro spet-ta-co-la-re! Secondo me un testo da cui Cronenberg può tirar fuori cose molto interessanti. Nonostante lo stimi profondamente come regista, però, ho paura che sia impossibile reggere il confronto con il libro di DeLillo, davvero ricco di sfumature, dettagli e "linfa" narrativa...Vedremo!

Biancaneve ha detto...

Ah, guarda che sincronicità, ti ho appena lasciato un commento sul tuo post in cui parli dell'attesa di Cosmopolis, che, guarda caso, proprio in questi giorni mi sono alla fine decisa a leggere.

Sono arrivata a metà e puntualmente mi trovo a domandarmi in quale maniera Cronenberg potrebbe rendere questo o quel pensiero.
La scrittura di Don DeLillo è complessissima (nel senso proprio di stratificazione polisemantica, tanto che praticamente su ogni frase, ma anche sulla scelta di ogni singola parola bisognerebbe soffermarsi una vita), però tieni presente che Cronenberg è riuscito a tirar fuori dei capolavori da altrettante opere "difficili", e mi riferisco in particolare a Il pasto nudo di Burroughs e a Crash di Ballard.
E' riuscito a restituirne il significato profondo, al di là delle differenze che la diversità del mezzo inevitabilmente porta con sé.
Grazie per essere passato e benvenuto. Quando hai tempo e ti va, torna pure, trovo stimolante il confronto con te :-)