sabato 18 giugno 2011

Gay Pride, Europride e dintorni

Non avrei mai creduto di dover scrivere un post del genere. Non l’avrei  mai creduto poiché non ho mai considerato, né considero, l’argomento “omosessualità” una questione di cui discutere, su cui essere “pro” o “contro” o simili. Sono antispecista, metto sullo stesso piano uomini - da qualsiasi parte del mondo provengano - ed animali - qualsiasi specie appartengano - in quanto esseri viventi dotati del medesimo valore inerente: quella della vita, appunto.
Ciò significa che l’unico vero discrimine che io faccio nella mia vita è quello tra esseri viventi e cose inanimate: detto in altre parole, se mi si rompe la macchina, non me ne frega niente (e non mi dispiacerei nemmeno se si trattasse di una Bentley, invece della scalcagnata Ford Fiesta del 1997 con cui vado - raramente, ché guidare non mi è mai piaciuto - in giro), se per sbaglio invece calpesto una formica me ne dispiaccio molto perché penso che la sua vita - sebbene diversissima e lontanissima dalla mia - non valga meno della mia (e questo anche se io leggo tanti libri e la formica no! Ché la vita di ognuno non si giudica dal grado di intelligenza o di istruzione che possiede, e comunque la formica, per ciò che le è necessario a sopravvivere come specie, è molto più intelligente di tanti esseri umani).
Premesso questo, figuriamoci quindi se io potrei mai pensare di mettere in discussione i gusti sessuali delle persone. Ritengo legittimo, bellissimo e sanissimo che ognuno ami chi vuole amare. Uomo o donna che sia.
Quello che sto cercando di dire è che questo pensiero è sempre stato talmente radicato in me da provare imbarazzo ogni qualvolta mi è capitato di trovarmi di fronte a persone che invece “discutono”, manifestando opinioni contrarie o favorevoli, dell’omosessualità.
Quindi, quando giorni fa mi è capitato di leggere alcune affermazioni, che a seguire trascriverò, su un blog molto seguito, ho avvertito l’esigenza di scrivere questo post, del quale farei volentieri a meno.
Il blog in questione è quello della signora Costanza Miriano, già autrice del libro “Sposati e sii sottomessa”, dal quale ha poi ripreso il titolo per il suddetto blog.
La signora Miriano è una fervente cattolica (leggasi, correttamente: un’estremista religiosa).
Non intendo entrare nel merito della sue credenze, né di tante sue affermazioni, che a me, per inciso, fanno letteralmente rabbrividire, una su tutte: “provo repulsione per ogni animale che non sia commestibile”. E ci sarebbe da fare un discorso lunghissimo sull’indottrinamento culturale che porta a considerare alcuni esseri viventi come “commestibili” mentre altri no - in base a questa affermazione debbo credere che la signora Miriano provi repulsione per i cani ed i gatti, in quanto, nella nostra cultura, non “commestibili”, mentre non ne provi affatto per il maiale di cui ha l’abitudine di cibarsi. Curioso come però, in base a questo discrimine, se fosse nata nei paesi di religione musulmana (a parte che non sarebbe mai divenuta cattolica, ma probabilmente sarebbe stata appunto musulmana, essendo la religione niente altro che un corpus dottrinario - corredato di dogmi - relativo alla cultura in seno alla quale si forma), ovviamente avrebbe provato repulsione per il maiale; ed ancora, se fosse nata in Cina avrebbe tollerato il cane poiché in quel paese considerato “commestibile” - ma vorrei soffermarmi unicamente su queste considerazioni (espresse in questo post dal titolo "A lezione di obbedienza") che la signora Miriano (con grande seguito di altri cattolici, e mi stupisco del fatto che nessuno dei suoi lettori abbia espresso un commento critico) esprime riguardo l’omosessualità (in neretto, mio, i passi più salienti e significativi):

Comunque, E. sta andando a Macerata per poi raggiungere a piedi di notte Loreto. Insieme a lei ci sono tanti figli che vanno dalla loro Mamma. Sono peccatori, è per questo che vanno a Loreto. Sono peccatori esattamente come noi, e come quelli dell’Europride. Solo che quelli invece che implorare misericordia pretendono diritti, e pretendono che il loro errore sia chiamato progresso. E’ anche per questo che mi allontano con una certa soddisfazione dall’area del Circo Massimo, che sta vicino a casa mia (nove o undici minuti di corsa, dipende dal sonno): non perché abbia paura degli omosessuali – omofobia è una parola profondamente disonesta – né tanto meno del peccato, che ne sono impastata in ogni fibra. Mi fa rabbia la distorsione culturale, ideologica, spirituale alla fine, che questa cultura contraria alla vita sta piano piano subdolamente “normalizzando”. Mio figlio una volta mi ha spiegato che a scuola ha sentito dire che “è normale che uno scelga se gli piacciano i maschi o le femmine”. E’ normale un par di pifferi. Non è normale per niente. “Maschio e femmina li creò, ad immagine e somiglianza di Dio li creò”: proprio nella distinzione sessuale somigliamo a Dio. Non posso riferire i termini scientifici con i quali ho corretto questa informazione ricevuta a scuola, perché le parolacce non si addicono al blog.”

E poi, nei commenti al medesimo post, interviene ancora a precisare:

la cultura della indifferenziazione sessuale, della libertà di scelta della propria identità, delle famiglie arcobaleno e tutto quello che viene insieme non fa che portare tanto dolore in giro, sofferenza, disorientamento, presunta autodeterminazione che non è altro che rifiuto di ammettere che siamo creature amate. Noi cristiani abbiamo il dovere di amare questi singoli fratelli personalmente, ma di non stancarci di dire loro che sono nell’errore.”

Sono sempre più gli autorevoli psichiatri sostengono che l’omosessualità venga da uno sviluppo non sereno, e sia quindi un disturbo, dal quale si può guarire

Penso che questo mio post potrebbe aver termine qui, tanto sono per me indifendibili ed assurde le affermazioni della signora Miriano che ho riportato (e, per inciso, io aggiungerei, e che la signora se mai mi leggerà non se la prenda: “anche dall’estremismo religioso si può guarire. Sì. Coraggio signora, ce la può fare!”), ma invece, poiché ancora esiste gente che è disposta a credere (sulla base di cosa, poi? Di credenze religiose!) che l’omosessualità sia una malattia, io vorrei fare alcune considerazioni.
La signora Miriano per portare avanti la sua tesi, oltre che ad un ordine superiore dettato da Dio (il corsivo è mio, non suo, poiché ella non metterebbe mai in corsivo quello che considera il Verbo, essendo la Bibbia, sempre secondo lei e secondo il suo mentore, tale Camillo Langone, giornalista de Il Foglio On line, dichiarato omofobo, nonché specista-xenofobo, basta leggere le sue raccappriccianti “Preghiere”, “non un testo antico, ma la vera voce di Dio che continua a parlarci ancora oggi”), si appella ad un presunto concetto di normalità.
Gli omosessuali, secondo la signora, non sarebbero normali poiché la normalità invece è amare una persona del sesso opposto al proprio, da sposare al fine di formare una famiglia (con matrimonio cristiano, il solo che per lei abbia un senso) per poi accoppiarsi e procreare, e così facendo portare avanti la “vita”. Poco importa se poi invece si distrugge quella di altri esseri viventi, tipo quella degli animali - “commestibili”- che la signora considera “normale” mangiare.
Bè, secondo la signora Miriano nemmeno io sono tanto normale, eh. Infatti non intendo sposarmi (considero il matrimonio civile solo un contratto tra due persone e non lo ritengo necessario per continuare ad amare e a stare bene con colui che ho scelto come compagno di vita; quello religioso non l’ho mai contemplato in quanto non sono religiosa; non intendo avere figli; non ho mai avuto il cosiddetto istinto materno e non vedo perché dovrei formarmi a mettere al mondo un altro essere umano solo perché la società lo considera “normale” o persone come la Miriano, un atto dovuto a Dio).
Allora, vogliamo parlare di questo fin troppo abusato concetto di normalità?
Etimologicamente il termine deriva da norma, che significa: modello, regola, ordine, costume. Quindi, con ciò che è naturale, ossia riscontrabile in natura, c’entra poco e niente. In altre parole, il termine norma esiste poiché esiste una società disposta a stabilire cosa debba essere considerato legittimo e cosa no.
In che modo una società decide cosa definire normale e cosa no? In tantissimi modi. Principalmente attraverso le abitudini, usi e costumi di un popolo, ossia, attraverso ciò che viene definita “cultura” di quel popolo (“cultura intesa come il complesso dell’attività e dei prodotti intellettuali e manuali dell’uomo-in-società, quali che ne siano le forme e i contenuti, l’orientamento e il grado di complessità o di consapevolezza” da “Cultura egemonica e culture subalterne” di Alberto. M. Cirese).
In effetti per i popoli dell’antica Grecia, l’omosessualità non è mai stata un problema di importanza capitale. Nè mai è stata considerata un abominio, o, tanto peggio, una malattia.
Le norme sociali spesso sono imposte dall’alto. O in maniera coercitiva, o in maniera persuasiva. I cosiddetti mass media (mezzi di diffusione di massa, ne ho parlato diffusamente qui), sono spesso molto efficaci nel formare una “cultura di massa”. 
La norma, nell’estensione del termine, è anche ciò che la maggioranza fa e pensa.
Questo significa, che poiché io non amo andare al mare la domenica e non guardo la televisione, probabilmente non vengo considerata una tanto “normale”.
Ecco, soffermiamoci qui.
Basta, per stabilire il valore di questa presunta normalità analizzare i comportamenti della massa (della maggior parte della gente) per poi, di contro, lasciare fuori tutto ciò che ne emerge come “diverso” per arrivare a stabilire che allora questa “diversità”  ossia - atteggiamento che si discosta da ciò che la maggioranza pensa e fa - non è normale, non rientra nella normalità, e quindi diventerebbe automaticamente un disvalore?
Secondo me è un modo di ragionare estremamente erroneo.
Ed il nocciolo dell'errore sta proprio nel considerare questa presunta normalità un valore da difendere ad oltranza.
Secondo questo ragionamento io NON sarei normale poiché non amo andare al mare la domenica d’estate (come la maggioranza invece ama fare), poiché non mi voglio sposare (nonostante abbia comunque un compagno), poiché non voglio avere figli, poiché non guardo la televisione e poiché sono vegetariana. E questi comportamenti, questo mio stile di vita, queste mie scelte e preferenze, secondo la signora Costanza Miriano, costituirebbero un disvalore rispetto ad uno stile di vita che rientri nei canoni attribuiti dalla religione cattolica.
Certo, ho abitudini diverse da quelle della maggior parte della gente, ma NON per questo sono una persona malata di mente, da curare, che necessità di essere riabilitata. Non per questo la mia vita è priva di valore (o, se lo è, lo è quanto quella di qualsiasi altro, cattolico o ateo, omosessuale o eterosessuale che sia).
Restiamo nei termini però. Certo, se per normalità intendiamo “devianza da una norma”, stabilita sulla base di quello che la maggioranza fa e pensa, allora probabilmente è vero, che non sono “normale”. Ma da intendersi appunto, etimologicamente, come, ciò che è estraneo ad un modello diffuso. E non come carente di qualcosa. Non come mancanza di un valore.
E NON nell’accezione di “anormale” come insano, malato, persona che dovrebbe essere curata al fine di ripristinare una stato di sanità mentale e fisica.
E allora, sulla base di questo ragionamento, perché un omosessuale, solo perché è attratto da una persona del suo stesso sesso anziché da una persona di sesso opposto, come forse la maggior parte delle persone - e dico forse, poiché chissà quanti invece sono omosessuali repressi, o sono bisex, o non lo sanno ancora -  dovrebbe essere considerato una persona da curare?
Se esce da un concetto di presunta normalità - inteso unicamente nella sua accezione etimologica del termine - lo è in quanto si discosta nel comportamento e dal sentire da un modello diffuso, maggioritario, così come tanti di voi (me stessa) ce ne discostiamo riguardo un’infinità di altri argomenti (tipo andare al mare o no la domenica d’estate).
E perché dovrebbe esistere solo ed unicamente un concetto di famiglia? Le società si sono sempre evolute nel tempo. Le società non sono formazioni granitiche. Perché non si dovrebbe avere una società con famiglie formate anche da due persone  dello stesso sesso? Qual è il problema? Ma di cosa hanno paure le persone come Costanza Miriano? Paura che due omosessuali che si sposano possano distruggere la sua bella famiglia formata da uomo, donna e quattro figli?
Ma perché ognuno non può avere il tipo di famiglia che vuole?
E’ vero che oggi la norma (e ribadisco per l’ennesima volta, norma intesa unicamente nella sua accezione etimologica di modello comunemente e maggioritariamente diffuso) è la cosidetta famiglia formata da uomo, più donna, più eventualmente figli, ma poiché le società, le culture, i comportamenti, gli schemi mutano e si evolvono, non è detto (e non deve esserlo deciso o imposto dall’alto) che le cose non debbano e non possano cambiare. Magari (lo spero) un domani verranno considerate legittime tutte le maniere altre di formare unioni e famiglie (due uomini o due donne, un uomo ed una donna, sposati o conviventi, unioni fondate su contratti scritti o su taciti patti, ma che importa, in fondo? Non siamo tutti esseri viventi che vogliono amarsi e stare insieme?).
Perché la Chiesa ha paura degli omosessuali che vogliono vivere insieme come una famiglia, con gli stessi medesimi diritti di tutte le altre? E’ una paura assurda, illogica ed irrazionale perché tanto chi sarà etero e vorrà avere una famiglia tradizionale potrà averla comunque. L’omosessualità NON è una malattia contagiosa. Le famiglie formate da uomo, più donna, più eventuali figli, continueranno ad esistere comunque se gli eterosessuali lo vorranno, NON sono destinate a scomparire solo perché invece due omosessuali vogliono averne una loro.
E per la miseria, fare sesso senza il fine di procreare, NON è peccato.
E non è peculiare attribuzione degli omosessuali (io sono etero, ad esempio, ma non intendo procreare, eppure faccio sesso ugualmente).
Quindi NON sono gli omosessuali che negano il diritto alla vita  solo perché accoppiandosi non riusciranno ad avere figli: semmai il diritto alla vita lo nega colui che uccide altre vite già formate, tipo chi mangia gli animali! E forse su questo punto la signora Miriano dovrebbe iniziare a meditare, per una volta tanto mettendo da parte la sua adorata bibbia.
E poi, signora Miriano, ma di quale errore stiamo parlando? Ma quando mai (ed una che si professa cattolica come lei dovrebbe saperlo bene) amare qualcuno è un errore?
E chi stabilisce, di grazia, chi dobbiamo amare? L’amore è un sentimento meraviglioso, che fluisce libero e spontaneo, perché mai dovremmo incanalarlo in pregiudizi e normative e rigorosi dogmi ecclesiastici?
Io amo gli animali. Tantissimo. E invece di fare figli ho adottato nove gatti ed un cane. Non sono normale per questo signora Miriano? Nego la vita per questo?
Sono vittima di una distorsione ideologica? Sono malata? Voglio precludere forse ai cattolici come lei di avere figli e di formare una famiglia tradizionalmente intesa? La mia esistenza ha meno valore rispetto alla sua? Vivo nel peccato? Andrò all'inferno? La mia unione con il mio compagno non ha senso?
Sono un pericolo per la società?
Sono una persona che esce fuori da una cosiddetta norma (sempre nell’accezione etimologica di cui sopra), ma non sono per questo una pazza, una malata, una persona da riabilitare pena la sua esclusione dal consesso sociale.
E, allora, come me,  NON sono persone malate nemmeno gli omosesssuali. E NON sono nemmeno persone che sbagliano, o che, con il loro esempio, provocano chissà quali danni alla società. E le loro unioni, il loro amore, ha senso e valore esattamente quanto quello di due eterosessuali che si sono sposati in chiesa e hanno messo al mondo otto figli.
Quindi, smettiamola una volta per tutte di appellarci ancora a questo concetti di presunta normalità ed anormalità per giudicare la sanità mentale di chi ci circonda (a far questo bastano i medici, e spesso nemmeno tanto!), smettiamola di definire chi ama persone del proprio stesso sesso un pericolo per la società, finiamola di accusarli di negare la vita, e basta, una volta per tutte, con questa erronea e terrificante abitudine di definirle persone malate!!!
A me, in tutto questo, dispiace solo una cosa: di essere soltanto eterosessuale. Perché, se fossi bisex, potrei sicuramente divertirmi molto di più.
Ché il sesso è vita. L’amore è vita. L’apertura mentale di chi non si preclude nulla, nemmeno una famiglia costituita secondo canoni altri da quelli tradizionali, è vita.
L’abbattimento di ogni pregiudizio e di ogni discriminazione è vita.
Questa è vita, signora Miriano. E non l’adeguamento supino ad una concezione sociale che rientri esclusivamente nei canoni stabiliti dalla Chiesa e dalla Bibbia.
Gli omosessuali sono persone che hanno tutto il diritto di amare coloro da cui si sentono più attratti, e di farci l’amore liberamente, ed hanno tutto il diritto di continuare ad urlare per tutti i diritti che per secoli gli sono stati negati e contro tutte le forme di abuso, violenza e discriminazione che per secoli hanno subito (la Chiesa, cara Miriano, spesso è stata complice di condanne e di esecuzioni a morte contro gli omosessuali, e solo per questo considero una vergogna il definirmi cattolica, così come considererei una vergogna il definirmi fascista o nazista).
Viva il Gay Pride e l'Europride allora. Viva ogni libera manifestazione a favore dell’amore, della vita, dell’amore per la vita!

20 commenti:

ivaneuscar ha detto...

Splendido post, sono talmente tante le cose che condivido che se le dovessi elencare tutte, il mio commento sarebbe lungo quanto il post stesso, o anche di più :-)
Ad esempio, la critica del concetto di "norma" e di "normalità", che trasforma la pura media "empirica" dei comportamenti umani e sociali in canone di legittimità etica - e quindi fa di "una" scelta contingente, prevalente in dati momenti storici (la "normalità", come tu accenni, cambia con le abitudini, nel tempo), "la" verità unica e indiscutibile.
Ma condivido ad es. anche quello che dici sulla religione, sul matrimonio, sulla scelta di avere figli, e anche questa considerazione, da sempre anche mia: "... l’unico vero discrimine che io faccio nella mia vita è quello tra esseri viventi e cose inanimate: detto in altre parole, se mi si rompe la macchina, non me ne frega niente".

ivaneuscar ha detto...

Inoltre, chi - come i fondamentalisti religiosi - critica il "relativismo", in realtà critica in maniera sotterranea la stessa libertà di pensiero, che per me (e non solo per me) è la libertà fondamentale. Molti fondamentalisti vorrebbero di fatto che si ritornasse all'Etica Unica, stabilita da una qualche religione, colpendo attraverso leggi repressive la libera manifestazione delle opinioni e degli orientamenti (culturali, sessuali, ecc.).
E poi, questo attacco ossessivo all'omosessualità, finisce a mio parere per "appiattire" la *persona* omosessuale sulla sola dimensione della sua scelta affettiva, come se non fosse anche altro (che ne so? buon figlio, fratello o sorella leale, eccellente professionista, ecc.): proprio da parte di chi sta sempre a parlare di "valore della persona"! Che contraddizione, eh!

Biancaneve ha detto...

Eh già ;-)
Guarda, in realtà di cose da aggiungere a queste mie considerazioni (e alle tue, preziossime, aggiunte, specialmente riguardo appunto l'errore di considerare la persona omosessuale nella sua sola dimensione affettiva, quando invece la sfera della sessualità, degli affetti, ecc., è solo un piccolissima parte che va a costituire la complessità di questa persona)ce ne sarebbero da dire tantissime.
In particolare avrei molto da dire sul concetto di Fede in quanto scelta precisa di abdicare alla propria capacità raziocinante per assumere come verità assoluta tutto ciò che deriva dai dogmi di una religione (a dire il vero ho già accennato qualcosa, anche se brevemente, nei commenti ad un mio post intitolato "Quaresima" e in quelli all'altro intitolato "The Silence of the Lambs").

Ti posso confessare una cosa? A me persone come Costanza Miriano o Camillo Langone (ti suggerisco, quando avrai tempo, di andare a leggerti qualche loro scritto: ho messo i rispettivi link), fanno davvero paura.
Così come mi fa paura chiunque, in nome di una religione, di una ideologia, voglia imporre un'unica monolitica verità.
Subito mi viene da pensare al Potere che la Chiesa ha esercitato nei secoli, all'Inquisizione, e alle mostruose dittature del ventesimo secolo quali il Fascismo, il Nazismo, il Comunismo.
E detesto il perbenismo, il bacchettonismo, il bigottismo. In altre parole tutto ciò che reputo retrivo, oppressivo e limitante.
E, soprattutto, appunto, considero le persone e gli animali nel loro valore inerente, nel loro essere "soggetti di una vita", unica, insostituibile e come tale degna di essere vissuta liberamente e pienamente, senza restrizioni o discriminazioni di alcun tipo.
Mi rendo conto di essere molto retorica nel ribadire certi concetti (concetti che io appunto immagino di aver appreso sin da quando ero bambina), eppure, guardandomi attorno, leggendo in giro, su internet, sui giornali, mi rendo conto che determinati valori non sono affatto acquisiti da tutti. E allora è bene continuare a parlarne.

eustaki ha detto...

pienamente d'accordo. io parlo di sessualità.
bel dialogo. saluti a te e a ivan

Biancaneve ha detto...

Saluti a te Eustaki :-)
E benvenuto nel "mio" blog (che poi è anche lo spazio di chiunque vorrà partecipare ad una discussione).

Anonimo ha detto...

Mah, io non sono molto d'accordo. Come diavolo si fa a paragonare l'essere o meno omosessuali allo scegliere se mangiare o meno la carne, andare o meno al mare...? Perché, se è una scelta, allora sono d'accordo con chi dice che tutto questo rimescolamento di sessi, persone e sentimenti porti non necessariamente alla felicità, per tutta una serie di motivi non riassumibili nell'essere o meno vegetariani o guardare la tv. Se invece non è una scelta, allora meglio star poco a discutere, perché l'argomento diventa ancora più complesso, ed entrano in gioco fattori psicologici che non sempre sono sereni e lieti, come spesso si pensa. Buona settimana a tutti.

Biancaneve ha detto...

@ anonimo

Ho accostato omosessuali alla scelta di mangiare o meno carne non perché ci sia un'affinità tra i due concetti, ma solo per riflettere meglio sul termine "normalità" (di cui ho dato ampia spiegazione);
intendevo semplicemente dire che anche compiere scelte (come decidere di non mangiare carne) o avere gusti sessuali diversi (mai parlato di omosessualità come scelta, quindi, ma solo come modo di essere e di amare) che, numericamente possono risultare meno compiute dalla massa, non significa solo per questo che non siano normali o legittime.

Forse dovresti rileggere con attenzione quello che ho scritto.
Mai scritto o pensato che l'essere omosessuale sia una scelta paragonabile all'andare al mare. L'hai dedotto erroneamente perché ho portato vari esempi per meglio spiegare il concetto di normalità così come viene comunemente inteso.
Buona settimana a te.

VeganaTrav ha detto...

@ anonimo

E se una persona volesse scegliere di essere omosessuale non potrebbe???? ahahahah c'è qualcuno che lo vieta??? Ognuno ha il diritto di fare quello che più gli pare e più gli piace se non fa del male al prossimo e essere omosessuali non danneggia nessuno!
Invidia???

VeganaTrav ha detto...

Non potrebbe essere che per alcuni l' omosessualità non è una scelta mentre per altri lo è? vi segnalo a riguardo questo articolo su Cynthia Nixon:

http://www.queerblog.it/post/13973/cynthia-nixon-sono-stata-eterosessuale-ma-ho-preferito-essere-lesbica

Biancaneve ha detto...

@ VeganaTrav

Sì, può essere benissimo. In genere si tratta di casi di bisessualità.
Io ne conosco diverse di persone (miei amici) che sono stati innamorati ed hanno avuto storie sia con persone del loro stesso sesso, che del sesso opposto. Poi magari, dopo un certo numero di esperienza, hanno scelto e preferito persone dello stesso sesso. In questi casi si tratta di scelte.
Un mio amico è stato sposato per dieci anni con una donna, ora invece convive da otto con un uomo. Lui è attratto sia dalle une che dagli altri, però ora sta bene così, ha scelto di convivere con un uomo, anche perché se ne è innamorato. :-)

Emanuele ha detto...

Cara Biancaneve, mi sono imbattuto nel tuo blog cercando recensioni su Rumore Bianco di don de lillo. E siccome il tuo blog è, devo dire, splendido, ben scritto e pieno di idee, mi sono messo a leggerlo con calma.
Apprezzo il tuo modo di scrivere, condivido parecchi dei tuoi gusti letterari e cinematografici (Roth definito il piu' grande scrittore vivente, ad esempio). Quando però mi sono imbattuto in questa discussione, qualche motivo per dissentire mi è venuto in mente.
Lungi da me voler difendere la chiesa cattolica in materia di sessualità, ruolo della donna, ecc (non ho alcuna simpatia per la chiesa cattolica). Tuttavia nelle tue considerazioni ho sentito un "di piu' " di acredine che non mi sento di condividere. Ad esempio, l'idea di una assoluta uguaglianza tra uomo e donna (uguaglianza, bada bene... non parita') mi sembra impossibile da sostenere. Perche' le differenze tra uomo e donna esistono e condizionano necessariamente le scelte di ognuno di noi. Giusto per fare un esempio: un uomo può rimandare sine die la scelta di avere un figlio, una donna no. Questo non vuol assolutamente dire che la vocazione della donna debba essere quella di fare la madre e la moglie (inorridisco anch'io a sentire certe affermazioni), ma che il corpo di una donna, se ha un desiderio di genitorialita', le imponga scelte in maniera diversa rispetto al corpo di un uomo, questo mi pare evidente. E ancora: due uomini dello stesso sesso che si amano e che hanno desiderio di un figlio, sanno perfettamente che non potranno generarlo. Potranno amarlo (se hanno la fortuna di vivere in un paese che lo consente loro), potranno farlo generare da un'altra donna (sempre nel caso di cui sopra), ma non potranno generarlo. Non siamo liberi rispetto al nostro corpo, nessuno di noi lo è (pensa a Everyman!!!!). Il nostro corpo, anche nel suo genere, condiziona la nostra libertà e le nostre scelte. In questo senso né io, né te, né nessun altro siamo liberi da esso

Biancaneve ha detto...

Ciao Emanuele,
grazie per i complimenti relativi al blog, mi fa piacere trovare persone che condividono i miei gusti letterari e cinematografici e anche le mie, scarne, ma abbastanza decise direi, idee. :-)

Riguardo la tua osservazione, temo ci sia un equivoco (o non sono riuscita ad esprimermi bene, oppure tu hai percepito un qualcosa che non c'è).
Non ho mai detto che le donne sono uguali agli uomini; non lo sono proprio fisiologicamente, dico però che le differenze (biologiche, culturali - perché comunque il femminile si struttura anche proprio culturalmente a cominciare dai giochi che ci suggeriscono di fare da piccoli - di organizzazione del pensiero ecc.) non devono divenire un giudizio di valore (del tipo, le donne inferiori o gli uomini inferiori), né un pretesto per mettere in atto discriminazioni a livello di opportunità e diritti.
Riconoscere le differenze quindi, ma per rispettarle, accoglierle, valorizzarle.
Idem riguardo la genitorialità di due omosessuali, ovvio che non potranno generare tra loro un figlio, però potranno adottarlo (come dici tu, se sono fortunati da vivere in paesi dove la legge lo consente) o concepirlo con un/a diverso/a partner e poi farlo riconoscere al proprio compagno/a. Insomma, biologicamente non si può fare, legalmente, in alcuni paesi, sì. In Italia purtroppo no.

Concordo sul fatto che il nostro corpo ci condiziona molto di più di quello che sarebbe bello poter credere. Assolutamente. Già riflettere sulla vecchiaia, sulla decadenza proprio fisica, su questo sfacelo del nostro corpo che, se vogliamo vederla con Beckett, nasce, poi nell'attesa della morte va incontro ad una devastazione e menomazione progressiva è insopportabile. Già l'idea che invecchiando ci avviciniamo alla morte sarebbe comunque tragica di per sé, se a ciò poi ci aggiungi che nel frattempo siamo anche costretti a subire questa devastazione fisica inarrestabile, questa menomazione proprio sempre più vitale, davvero tutto ciò diventa difficilissimo da accettare e da vivere.
E perché, vogliamo parlare allora della pulsione del sesso, sempre comunque viva pure in ogni uomo e donna non più giovanissimi, ma più difficile da vivere liberamente e pienamente per tutta una serie di motivi, soprattutto legati sempre alla decadenza fisica (ma anche alla cultura, alla morale ecc.). La mente resta giovane, il desiderio c'è, ma il corpo invecchia. Triste tutto ciò, no?
Mi tornano in mente dei versi che Pirandello scrisse a Marta Abba, allora una giovane attrice che peraltro lui contribuì a lanciare e di cui era tragicamente innamorato (dico tragicamente perché la differenza d'età gli impedì di vivere questo amore con serenità): "tu non sai che scoprendomi per caso d’improvviso a uno specchio, la desolazione di vedermi [...] uccide ogni volta in me lo stupore di non ricordarmene più [...] provo un senso di vergogna del mio cuore ancora giovanissimo e caldo”

Parole che poi riprese e riportò (cambiandoli lievemente) in “Quando si è qualcuno”.

Perdona la divagazione, tutto questo per dirti che sono ben consapevole di quanto il corpo ci condizioni fortemente.
Dico solo che esso non deve MAI diventare pretesto per porre in atto discriminazioni o per negare diritti a qualcuno. Ma se mi leggi avrai visto che io questo principio lo estendo anche alle altre specie: "sotto la pelle" (per citare il titolo di un romanzo di Faber) siamo tutti esseri viventi.
Grazie per la bella "chiacchierata" comunque. :-)

Mai hai letto, a proposito di Roth, quella notizia di un paio di giorni fa su un errore di Wikipedia? :-D
Io spero sempre che gli diano il Nobel. Nessuno lo merita più di lui.

Emanuele ha detto...

Si, biancaneve, ho letto dell'errore su Wikipedia e della risposta di Roth.
Concordo pienamente sull'auspicio del Nobel, anche se devo essere sincero che non tutto mi piace, di Roth. Ho trovato splendidi, intensi, tremendamente umani "il teatro di Sabbath", "la macchia umana", "il seno", "everyman", giusto per citarne alcuni. Ho invece apprezzato meno romanzi precedenti come "pastorale americana" e "ho sposato un comunista". Mi sembra che a poco a poco Roth abbia trovato nella sua scrittura quella lucidità ed essenzialità che lo rendono capace di descrivere la complessità umana con quella precisione che spesso mi fa dire: ecco, questo sono io:D

Biancaneve ha detto...

Io, molto arbitrariamente ho suddiviso la sua opera in tre parti, forse avrai letto quel commento che ho scritto in calce al post su La mia vita di uomo, dove faccio un po' il sunto delle sue tematiche.

I primi esperimenti letterari li trovo ricchi di spunti, ma ancora debolucci (ossia, debolucci relativamente, diciamo sempre rispetto al culmine che raggiungerà poi la sua scrittura più matura, e diciamo pure che il peggior racconto di Roth è sempre tra le migliori cose che si possano trovare in circolazione oggi, probabilmente); con Pastorale Americana invece per me ha rasentato la perfezione proprio a livello estetico, rimane una delle più efficaci parabole dell'umanità e dell'America - ma direi più dell'esistenza tout court, nel senso che poi la parabola dell'America si eleva a diventare quella dell'esistenza - che siano mai state raccontate, ma sono d'accordo che La Macchia umana gli sia superiore per "umanità"; a proposito, hai visto il film? Un po' deludente perché mette in risalto soprattutto la storia d'amore. E comunque il finale del romanzo è magnifico.
Tra gli ultimi ho tanto apprezzato Nemesi, ma anche La controvita e La mia vita di uomo.

Non è piaciuto nemmeno a me Ho sposato un comunista e reputo il suo peggiore Il complotto contro l'America.
Non ho letto Indignazione (e nemmeno Umiliazione) ma solo perché ce l'ho in inglese e sono pigra e, soprattutto, motivo principale, da antispecista quale sono mi hanno infastidito i discorsi e le descrizioni iniziali sul lavoro di macellaio.

Ecco, io Roth, per dire, lo venero come scrittore, ma quando in un'intervista ha dichiarato che uno dei motivi per cui gli sembra che la vita non sia più degna di essere vissuta è che il suo medico gli abbia proibito le cotolette d'agnello.... beh, ecco, ho pensato che come al solito quando si apprezza un artista non bisognerebbe mai approfondire l'uomo che è. ;-)
Ma è anche anzionotto, vissuto in un'altra epoca, lo posso perdonare.

Emanuele ha detto...

Sono assolutamente d'accordo con te, mai confondere l'opera d'arte con l'uomo che l'ha creata. Opere sublimi sono state create da persone infime e da persone umanamente ricchissime. È però vero che nella letteratura, forse perchè è un'arte basata sulla parola, l'ombra dello scrittore, della sua vita, della sua personalità, aleggia più fortemente sulla sua creazione, di quanto non avvenga per la musica, ad esempio. Come non pensare alla vita di Dostoevkij quando se ne leggono i romanzi?
Ho visto il film tratto da la macchia umana e l'ho trovato infinitamente più povero del romanzo. D'altra parte quasi sempre è così, non trovi?

Biancaneve ha detto...

Sì, sì, quasi sempre le opere filmiche tratte dai romanzi risultano più deludenti, con delle eccezioni ovviamente: penso a Shining del Maestro Kubrick (tempo fa ho visto anche il televisivo girato da King stesso, beh, lasciamo stare...), o a Blade Runner che, pure se diverge abbastanza dal romanzo di Dick, ne coglie comunque lo spirito (lo stesso Dick fece in tempo a vederne una parte e rimase soddisfatto).
Ecco, l'importante è che nella trasposizione cinematrografica si sappia mantenere lo spirito del testo scritto da cui si attinge, pur omettendo particolari o anche modificando quasi completamente la trama.
A proposito di DeLillo, hai letto Cosmopolis e visto il film di Cronenberg? Ecco, un esempio chiarissimo del riuscire a preservare l'intento ed il senso profondo di un romanzo pur connotandolo dell'impronta personalissima del regista che lo adatta. In questo caso Cronenberg ha compiuto un vero e proprio lavoro di traduzione. Ha preso il testo di DeLillo e lo ha tradotto nel suo personalissimo linguaggio. Qualcosa inevitabilmente è andato perduto, qualcos'altro si è aggiunto. Come succede in ogni traduzione, che è sempre pure un atto creativo.

Certamente ci sono scrittori la cui opera è impregnata della loro vita e l'una non può essere scissa dall'altra.
Tempo fa leggevo qualcosa su Ballard ad esempio (avevo appena letto Il Paradiso del Diavolo), del suo interesse per la psichiatria (ha studiato infatti medicina e psichiatria, pure se senza laurearsi poi ha preferito dedicarsi alla scrittura, anzi, diciamo che dopo aver appreso ciò che gli serviva, ha lasciato stare) e delle sue esperienze personali, internamento in un campo di prigionia in Giappone quando era solo un bambino, perdita della moglie in un incidente e di tutto quel malessere, soprattutto psichico, poi confluito nei romanzi. Ecco, in questo caso conoscere qualcosa della vita dell'autore aiuta proprio anche ad interpretare l'opera.
Dostoevskij certamente è un altro esempio dei più eclatanti. Mi viene in mente anche Jack London...
In questo senso la vita e l'opera diventano l'una chiave di lettura dell'altra. Un po' come si fa nella critica psicanalitica. Io per questo tipo di analisi letteraria ci vado a nozze, come si suol dire, pur restando consapevole che il valore di un'opera comunque è altro da quello attribuibile alla persona, intendo come giudizio, non come analisi o chiave di lettura che invece è determinante per comprendere meglio cosa si sta leggendo.
Poi c'è anche chi ha fatto della propria stessa vita un'opera letteraria, come Casanova ad esempio. :-)
E vabbè, ma se mi inviti così a parlare di letteratura e cinema, poi non la finisco più, eh. :-)

Che stai leggendo in questo periodo?

Emanuele ha detto...

Sto leggendo banalità, cara Biancaneve :D
Nel senso che se cercavi qualche suggerimento sfizioso, a giudicare dalla quantità di citazioni letterarie nel tuo blog direi che hai già letto tutto di quello che ho letto io neglio ultimi mesi;)

comunque, mi lancio nella fiera delle banalità facendoti l'elenco degli ultimi quattro libri letti

Ho cominciato l'estate con "A un cerbiatto somiglia il mio amore", di Grossman. Splendido, se non lo hai letto, te lo consiglio (a me non è piaciuto tutto di Grossman, tutt'altro... anzi, devo dire che certi romanzi, "vedi alla voce amore" ad esempio, mi sono risultati totalmente indigesti; alcuni però mi hanno toccato l'anima: "ci sono bambini a zig zag", "qualcuno con cui correre" e, appunto, "a un cerbiatto somiglia il mio amore")

Ho proseguito con "almeno il cappello", di Andrea Vitali. Non certo alta letteratura, ma Vitali secondo me ha un senso del ritmo e forse ancora di piu' del comico, che me lo fa amare tantissimo. E poi, devo dire che ogni tanto mi piace anche sollazzarmi con letturine leggere, di quelle che scorrono via piacevoli

Quindi "Rumore Bianco". La cosa buffa e' che anche nel mio caso questo libro è rimasto per mesi perso per casa in attesa di una propria identità. Preso in mano un paio di volte e lasciato dopo poche righe, probabilmente per mancanza del mood giusto (faccio spesso così: siccome leggo esclusivamente per passione, senza nessun tipo di vincolo lavorativo, mi permetto anche il lusso di mollare un libro dopo dieci righe se mal si accorda al mio umore del periodo, o addirittura del momento). Dopo il terzo inizio, passate le prime due pagine, mi sono innamorato.

Ora sto leggendo... Guerra e Pace Si vede che il mood era giusto. Non commento, voglio arrivare alla fine. Ti dico solo che ho amato alla follia Anna Karenina, molto meno Resurrezione. Troppa ideologia.

Per gli aggiornamenti su eventuali nuove letture temo invece che ci dovremo risentire tra un paio di mesi :D

Biancaneve ha detto...

Ma quali banalità, anzi, ad esempio, guarda caso, Grossman, così come Andrea Vitali, non li ho mai letti, quindi il suggerimento è ben accetto.
Del primo soprattutto ho sempre sentito parlare un gran bene, e infatti mi sono ripromessa di leggere proprio alcuni di quelli che citi. E poi anche io faccio spesso letture leggere, ci mancherebbe, l'importante è che la storia mi avvinca, che non ci siano concetti troppo banali e scontati e che ci sia una prosa decente. Dici che non è poco? In effetti... :-D

Io invece, pensa, ho trovato Resurrezione superiore ad Anna Karenina, pure se sì, d'accordo con te, troppo intriso di ideologia. Ed in generale a Tolstoj preferisco Dostoevskij, pure se trovo che i personaggi del primo siano più umanamente possibili, mentre D. li usa spesso per portare avanti delle tesi. Non ho ancora mai affrontato Guerra e Pace, ma prima o poi lo farò. Fammi sapere come procedi nella lettura allora.

Comunque io (ma come tutti penso) vado a periodi, ci sono quelli in cui leggo tantissimo, altri in cui centellino e seleziono di più.
Ora sto leggendo Piero Chiara, un autore ormai quasi dimenticato e invece... che rivelazione alcune sue pagine e che prosa! Lo conosci?

Emanuele ha detto...

Cara Biancaneve, come promesso (ogni promessa e' debito), ecco il mio commento a Guerra e Pace: come Resurrezione, troppa ideologia. Intendiamoci: Tolstoj ha una capacità di tratteggiare la psicologia dei personaggi che a mio avviso è unica, inarrivabile... neanche Dostoevskij (che pure io preferisco) è così capace di descrivere cosa può passare nella testa di un uomo (mentre certi personaggi di Dostoevskij mi danno l'impressione che dalla loro testa transitino i pensieri di almeno una decina di uomini, tanto sono "densi"). Però... però... stavolta Tolstoj è troppo presente. Mi è venuta in mente, con rispetto parlando, la battuta fatta da Dino Risi a proposito delle pellicole di Nanni Moretti: "spostati, ché devo vedere il film". Ecco, leggendo Guerra e Pace avevo sempre la sensazione che Tolstoj fosse lì di fianco, pronto a interrogarmi chiedendomi: allora? hai capito bene cosa ti voglio dire? prova a ripeterlo...
Diciamo che almeno una volta nella vita G&P va letto... ma non ho certamente ansie di rilettura immediata

Biancaneve ha detto...

Caro Emanuele,
ti ringrazio tantissimo per esserti ricordato di riportarmi le tue riflessioni.
Comprendo benissimo cosa tu voglia dire, ci sono quei romanzi nei quali il lettore non riesce a dimenticare l'autore che vi è dietro e a quel punto allora forse conviene leggersi un saggio. In un romanzo, a mio avviso, l'autore dovrebbe saper scomparire per lasciare che i personaggi si animino di una vita propria, tanto da risultare a volte anche diametralmente opposti al pensiero ideologico che sostiene il loro artefice.
Beh, sarà una lettura che prima o poi affronterò senz'altro perché, giusto come ricordi tu, ci sono opere che almeno una volta nella vita vanno lette, ma... dopo queste tue impressioni diciamo che ho meno ansia di prima. ;-)
Grazie ancora.
E ora che leggerai? Ancora un classico o qualcosa di contemporaneo?
Io sto ultimando la lettura di una raccolta di racconti di una scrittrice canadese esordiente, una rivelazione devo dire. Ci scriverò qualcosa molto presto, spero domani.
Buona giornata e ancora grazie. :-)