lunedì 28 ottobre 2013

Lottare contro il complesso d'inferiorità delle battaglie animaliste


Prima di pensare agli animali, pensiamo ai bambini che muoiono di fame.        Con tutti i problemi che ci sono nel mondo, ti vai a preoccupare di salvare uno scarafaggio?  
C’è la crisi, la gente non riesce ad arrivare a fine mese e voi pensate ai crostacei vivi sul ghiaccio?

Quante volte ci siamo sentiti rivolgere queste indisponenti domande? Tante, praticamente sempre.
Di recente è stato coniato un neologismo che va sotto il nome di “benaltrismo” e che sta ad indicare proprio il tentativo di depotenziare alcune problematiche invocando l’attenzione per altre che sarebbero ben più cogenti e urgenti.
Si tratta in realtà di una non argomentazione, alla quale tuttavia ci sentiamo chiamati a rispondere. Attaccati in questa maniera, messi all’angolo, ci troviamo a dover replicare in difesa, quasi a doverci giustificare, ricorrendo talvolta ai cosiddetti argomenti indiretti per nobilitare il tutto, come se inconsciamente soffrissimo di una sorta di complesso d’inferiorità relativo alla nostra battaglia, tale da richiedere a sostegno della sua rivendicazione tutta una serie di motivazioni aggiuntive e correlate.
Continua su Gallinae in Fabula.

giovedì 24 ottobre 2013

Della vita e della morte

"La levatrice Elide gli aveva dato dieci lire per i giaggioli e poi altre dieci per farle vedere la pelata - lei era già tormentata dalla calvizie per conto suo e aveva un diritto naturale a vedere lo scempio fatto dalla tosatura e anche a sapere della faccenda della gatta e dei mici che non erano usciti.
"Per non farli morire bisognerebbe non farli mai nascere. Eh, le femmine! Altro che dare la vita! Una gatta fortunata!" buttò lì. La Elide non era mai stata simpatica a nessuno in frazione, ma era la sola levatrice e era brava per essere una che non aveva mai partorito. Barbino non si dimenticò mai più di quelle frasi, che presero a girargli per la testolina anche per molto tempo dopo che era stata risarcita dei suoi riccioli. Della gatta, dunque, non c'era più traccia, ma restavano i richiami fra la cosa e la cosa pensata, le dipendenze a distanza fra cose diverse troppo vicine, le confuse relazioni fra le parole dette e quelle taciute, la levatrice... non la Elide di Vighizzolo, la levatrice Conti di Montichiari... che l'aveva tirato fuori da sua madre - suo padre non aveva nemmeno voluto vedere il figlio, tanta era la delusione che fosse un altro maschio, una futura filandera con la paga fissa non gli sarebbe dispiaciuta - la levatrice che ora, con quelle frasi, sembrava stesse già parlando a uno che era morto o a uno di quei mici che non erano mai riusciti a far breccia da quel grembo. E che parte assegnare agli insetti che a loro volta di quella carogna si nutrivano, liberi e ignari, leggiadri? E la femmina, l'animale femmina che faceva nascere e faceva morire altri animali, attorno al quale girava tutto il mondo di chi c'è e non c'è più... E l'animale gatto maschio, che non era stato lì, con la gatta, morta da sola? L'animale maschio che è sempre assente da casa e che arriva solo per amministrare la giustizia del più forte, per punire, picchiare e, prima di scomparire daccapo, chiudere col catenaccio la porta dietro la quale aspetta la femmina-madre e insieme a fare quell'acre puzzetta notturna che la mattina strisciava sotto la porta e invadeva le delicate e onnivore narici di Barbino...
Ma tutto ciò dileguò presto dalle sensazioni di Barbino; ciò che rimase fu un'intuizione meravigliosa e definitiva: che quella gatta trasportata dalla corrente era stata fortunata poiché lui l'aveva scorta e guardata, perché lui l'aveva rimessa dentro al suo chiuso, al sicuro. Perché lui l'aveva non solo sentita ma pensata. Non solo vista e guardata, ma immaginata. Condivisa condividendosi. Fatta vivere di più. Viveva di più anche lui!
E adesso poteva come "riscattarla dal destino", vita, ruolo, morte e oblio di ogni apparizione umana in giro: ricordare la gatta per un po'. Lui poteva farla - sì - vivere oltre la sua carcassa e le acque che l'avevano portata via, per un po'. Mise il tempo alle strette, eppure lo dilatò.
"Per un po'" si disse a voce alta, e diventò il suo per sempre."

(Aldo Busi - Seminario sulla gioventù)

venerdì 18 ottobre 2013

Gallinae in Fabula



 “Se sei un uomo libero,
allora sei pronto a metterti in cammino
"
(H. D. Thoreau)


Ho il piacere di annunciarvi la nascita di un nuovo blog collettivo animalista/antispecista, di cui la sottoscritta, orgogliosamente, fa parte, insieme ad altre care persone. 

Se vi fa piacere, seguiteci e dateci una mano a diffonderlo. 
Ma vediamo un po' più da vicino di cosa ci occuperemo:

Cosa.
“Gallinae in fabula” è un progetto intellettuale animalista finalizzato alla divulgazione dell’antispecismo, e dei suoi principi, nelle società contemporanee. Riconoscendosi, ovviamente, nel rifiuto di ogni discriminazione nei confronti del vivente, e assumendo l’antiautoritarismo tra i suoi valori di base, il progetto ha tuttavia come finalità primaria la problematizzazione della liberazione animale e degli strumenti pratici atti a raggiungerla, per restituire agli animali il ruolo essenziale e centrale che spetta loro, ma che è stato troppo spesso confinato dalle attuali filosofie e teorie antispeciste.
“Gallinae in fabula” nasce dal desiderio di far dialogare, attraverso la costruzione di una teoria/prassi volta a ridisegnare una coesione interna nel movimento italiano, le diverse realtà/associazioni/coordinamenti, affinché l’obiettivo comune di liberazione animale (dove per animali, ovviamente, si intendono anche gli animali umani) possa essere perseguito a partire da strategie e sinergie che inquadrino i nuclei e principi comuni della costellazione di identità che condividono lo stesso obiettivo.
L’idea guida è che animalismo e antispecismo coincidano: inoltre, anti-specismo, come termine “negativo” (opposizione a qualcosa), è auspicabilmente una parola da superare in favore di “animalismo” (‘essere’ è essere per la vita di ogni animale) e delle sue connotazioni positive spesso coscientemente ignorate, o falsamente interpretate.

Contesto.

Negli ultimi anni, in Italia, il dibattito sull’attivismo e la filosofia animalista ha goduto di grande fermento. Scopo del progetto, complice la partecipazione di alcuni esponenti di tale dibattito, è lavorare ad un antispecismo (chiamato classicamente “morale” o, più recentemente, “debole”) che articoli le sue principali istanze intorno alle strategie immediate e future per la liberazione animale, una nuova concezione dell’animalità e un ripensato rapporto con gli animali non umani. Per questo, i principali progetti e punti su cui “Gallinae in fabula” si articola sono:

Il dialogo tra diverse associazioni e realtà animaliste e antispeciste volto all’individuazione di strategie comuni per la liberazione animale;
La problematizzazione della nozione di “animalità”;
Una nuova concezione degli studi di animal cognition volti alla “rottura” definitiva del falso confine “umano/altri animali”;
La promozione di incontri, eventi, manifestazioni di dialogo trasversale finalizzate alla divulgazione del pensiero animalista e antispecista;
La collaborazione con diverse associazioni, centri culturali, università e media volta alla diffusione delle ricerche teoriche sull’antispecismo e alle rispettive ricadute pratiche e politiche;
La divulgazione di pubblicazioni, articoli e libri finalizzati a far progredire le ricerche antispeciste, dai loro aspetti filosofici, psicologici e politici, fino a quelli antropologici, letterari e sociologici;
La ricerca del dialogo tra il movimento di liberazione animale italiano e le diverse realtà internazionali.


Chi siamo.

Pur riconoscendosi in una determinata visione dell’antispecismo, come teoria e prassi che deve conferire priorità assoluta alla liberazione animale, la redazione del blog – orizzontale e privo di gerarchie interne – si propone di far dialogare le diverse posizioni che lo compongono attraverso uno scambio civile che sappia stimolare negoziati concettuali tra diversi modi di intendere l’antispecismo o l’animalismo, anche, e soprattutto, dando vita ad un autentico, e ormai necessario, confronto tra lo specismo, e le sue istituzioni, e i movimenti rivoluzionari che ne rivendicano il superamento.

Perché.

Il progetto si chiama “Gallinae in fabula” perché crediamo che per liberare gli animali sia necessario anche riscattarli da tutti quei pregiudizi popolari che li vorrebbero stupidi, sporchi, aggressivi, o connotati di altri attributi negativi atti a caricaturizzarli e denigrarli senza scampo. La cultura del dominio si può e si deve cambiare anche attraverso il linguaggio, scardinando quei luoghi comuni e modi di dire attraverso cui, nel tempo, si è consolidata un’idea falsa, riduttiva e mistificatoria della reale natura dei soggetti oppressi. Le galline da sempre sono considerate stupide e inutilmente ciarliere, tanto che si ricorre a loro come metro di paragone ogni qualvolta si vuole sminuire o offendere l’intelligenza di una donna. Sono inoltre tra gli animali più sfruttati per fini alimentari, costrette a trascorrere la loro (non)esistenza in gabbiette talmente minuscole dove a malapena riescono a respirare. Ci è piaciuto poi giocare con la nota locuzione “lupus in fabula”, sostituendovi le galline per un rovesciamento semantico teso a riscattarle una volte per tutte dal falso mito che le condanna ad una perenne marginalità ed irrilevanza. Almeno la nostra vorremmo che fosse una favola a lieto fine, dove lupo e galline corrono insieme verso la libertà.
“Gallinae in fabula”, infine, perché noi della redazione, donne e non, siamo orgogliose e orgogliosi di prendere il nome comune di un animale, per la convinzione che solo capendo che la nostra natura e forma, ovvero i nostri corpi, sono intrecciati da un unico destino con gli “altri” animali, sia davvero possibile intraprendere quel percorso che chiamiamo “liberazione animale”.
La liberazione animale è, del resto, innanzitutto liberazione dell’animalità dell’umano: ritrovandoci animali che dunque siamo, ovvero facendo tutto nella prospettiva degli animali oppressi, e specchiandoci nella loro oppressione, la liberazione diverrà una rivoluzione necessaria, urgente, e concretamente realizzabile."

Per i progetti, articoli (presto ne pubblicheremo di nuovi) e quant'altro ci riguarderà potrete consultare direttamente il sito all'indirizzo: 

(Loghi e grafica sono di Michael Dall)

mercoledì 16 ottobre 2013

Caro Jonathan Coe, non mi freghi più!

Non so quanto vi interessi, ma sono arrivata alla conclusione che Jonathan Coe sia uno scrittore un po' sopravvalutato o quanto meno in discesa libera ormai da qualche anno.
"La famiglia Winshaw" mi era piaciuto tanto, e così anche "La banda dei brocchi" e "La casa del sonno", ma mi pare che poi sia andato avanti a forza di rendita, confidando su lettori ormai fedeli (tipo me), ma senza sapersi rinnovare o evolvere. Sa tutto di già visto, sentito, stantio, come se ricorresse a una formula di scrittura ormai inflazionata e svuotata della sua originaria energia.

Trovo che il suo principale punto di forza - creazione di personaggi e situazioni al limite tra l'ironia e il grottesco su sfondo storico-politico - negli ultimi lavori sia diventato anche il suo principale difetto. I protagonisti mancano di spessore, di credibilità, sembrano figurine di cartone; la spinta verso il grottesco è talmente eccessiva da sforare nella caricatura e l'ambientazione storico-politica appena accennata. Atmosfere poco caratterizzate.

Inoltre in quest'ultimo romanzo, "Expo 58", si affida alla formula collaudata di spy-story con annessa storia d'amore.
Peccato che già un anno fa McEwan, suo connazionale, aveva fatto la stessa cosa con Miele, ma con risultati di gran lunga migliori, anzi direi che non si possono proprio paragonare.
In "Expo 58" ci sono passaggi interessanti, ad esempio eccellente la descrizione di un poema sinfonico suonato a un concerto, narrato talmente bene da sembrare di udire le note musicali, ma il resto, stati d'animo, descrizioni di ambienti ecc. non riescono a imprimersi visivamente. 
La storia è debole, gli eventi si susseguono con un certo automatismo, la frase più degna di nota che ho trovato è questa: "Inoltre, talvolta non conosciamo fino in fondo la nostra natura. Non sappiamo bene chi siamo, finché non sopravviene una nuova circostanza a rivelarcela". Ecco... rendiamoci conto del livello.

Si tratta di una commedia, sì, per carità, ma superficialità e leggerezza non sono proprio la stessa cosa.
 
Devo ancora finire di leggerlo, mi mancano una cinquantina di pagine, dubito tuttavia di avere qualche sorpresa positiva che mi faccia cambiare idea. In tal caso, vi farò sapere.

Come per il precedente, "I segreti di Maxwell Sim" - il romanzo con il finale più abborracciato e improvvisato del secolo, della serie: non so come farlo finire e quindi ricorro all'ormai vecchio stra-abusato cliché metanarrativo del protagonista che è solo un personaggio fittizio uscito dalla penna di uno scrittore che a un certo punto si stanca di scrivere, o non vuole più scrivere o comunque sia non sa più cosa inventarsi perché tanto la vita continua e nessuna storia mai finisce bla bla bla bla - ho la netta sensazione di aver buttato i miei soldi. Triste perché mai di nessun libro vorrei dire di aver sprecato denaro.

venerdì 11 ottobre 2013

Visioni grottesche





Ieri sera sono stata a un evento culturale (presentazione nuova corrente pittorica denominata "effettismo"), ha parlato questo pittore molto bravo, il quale ha anche presentato un suo libro, un manuale di pittura rivolto ai principianti e poi a seguire un critico d'arte. Sono stati mostrati e "raccontati" alcuni dipinti appartenenti a questa corrente. Tutto molto interessante.
Alla fine, com'è sempre solitamente in questi eventi, è stato offerto un buffet.
Mi sono avvicinata timidamente già sapendo che al massimo avrei potuto mangiare qualche olivetta e infatti non mi sbagliavo: era tutto un tripudio di tramezzini e panini al prosciutto, salame, formaggio, maionese, gamberetti, salmone, mortadella e altri tipi di carne e derivati.
Mi sono messa da una parte a osservare tutte queste persone sensibili all'arte che si riempivano la bocca di parole come luce, colori, natura, chiaro-scuri, pennellate, emozioni, sentimenti, stati d'animo e poi al contempo di pezzi di cadaveri.
Le bocche spalancate, la frenesia del riempiersi il piatto, le spintonate e gomitate per accaparrarsi l'ultima pizzetta.
Più osservavo e più vedevo queste bocche spalancarsi e distorcersi in un ghigno grottesco mentre il suono delle parole appariva sempre più sovrastato da un incessante lavorìo delle mascelle simile al suono di una macina tritatutto.
Signore vestite bon ton – tic tac tic tac dei tacchi a spillo sul parquet - e signori in giacca e cravatta che fingevano di interessarsi ai dipinti – “il vino bianco non è male, hai provato il cornetto salato al prosciutto? Hmmmm, delizioso, dolcissimo, si scioglie in bocca” – l’ennesima finzione borghese che va in scena.

È in momenti come questi – in cui la vita mi appare nel pieno della sua falsità e illusorietà - che penso che l’antispecismo sia solo un’utopia e che alla fine l’unica cosa reale, vera, concreta che conti sia salvare più vite possibili.
Ma... salvate da cosa se poi si deve comunque morire?
Salvate da noi, stolti appartenenti alla specie umana che osiamo ostentare in maniera così tronfia la nostra presunta superiorità mentale e morale solo perché, con un pennello in mano, siamo capaci di riprodurre l’ombra di un pino in un viale assolato, eppure sordi al lamento di chi da quell’ombra sotto cui stava placidamente avvoltolandosi è stato brutalmente strappato.
Incapaci di vivere la placida beatitudine dei sensi, cerchiamo di riprodurre gli stessi “effetti” della natura, quando basterebbe semplicemente imparare a contemplare.
No, no, a noi non basta contemplare, osservare, fare il pieno di bellezza, noi dobbiamo possedere, bramare, distruggere e poi, incapaci di cogliere e apprezzare il vero, imitare, riprodurre, recitare. 

Ci crediamo elevati di spirito perché traiamo piacere dall'arte, ma disconosciamo la vera bellezza tentando volgarmente di riprodurla. 

A proposito di bellezza... c'è una frase nel film La Grande Bellezza di Sorrentino che mi ha molto colpito, semplice, ma vera: "la povertà non si racconta. Si vive".
La stessa riflessione può essere applicata alla vita, all'amore, all'arte. La vita non si racconta, ma si vive. L'amore non si racconta, ma si vive. L'arte non si racconta, ma si vive e così via. 

Eppure la nostra specie non fa che raccontarsi, autorappresentarsi, glorificarsi e innalzarsi. 

E invece non ci resta che sprofondare davanti agli occhi del cucciolo che con stupore, di fronte alla mannaia alzata su di lui, si domanda: perché?

mercoledì 9 ottobre 2013

A proposito del Decameron tradotto da Busi: una riflessione sulla traduzione





L’altro giorno ho letto che Aldo Busi ha tradotto il Decameron.
Tradotto, esattamente, dall’italiano all’italiano; o meglio, dall’italiano trecentesco, a quello attuale.

Beh, io ne sono felice e non vedo l’ora di ri-leggerlo.
Intervistato a proposito dell’opportunità o meno di riportare in un italiano più attuale i classici della letteratura, ha detto alcune cose che fanno molto riflettere (ne riporto più o meno il senso, non ho l’intervista sotto mano): i lettori coevi a Boccaccio ridevano a crepapelle quando leggevano le novelle contenute nel Decameron; non era un testo aulico, era un testo che ebbe una diffusione enorme tra il popolo, tanto che molte novelle furono rimaneggiate ed entrarono nell’immaginario popolare in diverse versioni; i lettori di oggi, posti di fronte al testo trecentesco, si annoiano, faticano, arrancano, non riescono a seguire la sintassi, non conoscono il significato di buona parte delle parole. Tanto che ormai è uno di questi testi che si studia solo all’università o che al massimo leggono gli appassionati, studiosi e ricercatori di letteratura. 

È un vero peccato che opere così immense non siano lette invece anche da chi legge solo per svago o per ingannare il tempo sull’autobus. Costoro potrebbero ricavarne un gran diletto e invece, per via della difficoltà del testo, rinunciano in partenza. E come dargli torto?
Io sono anni che mi riprometto di rileggere La Divina Commedia, ma dopo poche pagine, a forza di seguire le note, mi viene un gran mal di testa. L’ho studiata a suo tempo, così come il Decameron, per carità, si tratta di opere immense, ma che certamente non si leggono per svago, anzi, richiedono impegno e pazienza. Capisco la necessità di impegnarsi un minimo, ma se questo dovesse scoraggiare l'eventuale lettore, al punto da farlo demordere, chi ne perde è l'opera stessa, che non sarà mai letta.
Un buon romanzo - o novelle che siano - non deve annoiare. Mai. E Il Decameron, così come fu scritto all’epoca, annoia. Fidatevi.

Busi ha ragione. Non si tratta di essere ignoranti o meno, la lingua del Decameron oggi non è più parlata, di conseguenza ha bisogno di una traduzione.

Certamente l’opera di Boccaccio è un testo complesso che ha un suo valore proprio anche solo a livello formale, presenta sfumature e precisi registri linguistici scelti intenzionalmente a seconda del personaggio che si esprime. Se protagonista è un popolano, parla come tale e usa determinate espressioni popolari, se è un nobile anche il linguaggio si adegua e così via.
Sono consapevole, così come certamente lo è stato Busi, che una buona traduzione deve essere in grado di restituire tutti i registri linguistici, senza perdere la varietà lessicale, di stile, di sintassi ecc. delle novelle.
Ma questo più o meno è il compito di ogni traduttore.
In pratica non vedo perché debba essere considerato scandoloso tradurre dall’italiano all’italiano, quando riteniamo invece utile tradurre da una lingua straniera alla nostra.

Le lingue si evolvono, altrimenti oggi parleremmo ancora in volgare e scriveremmo in latino. Così come non riusciremmo a interpretare un testo latino (a meno che non abbiamo studiato latino) e quindi leggiamo gli autori classici in traduzione – e lo stesso per quegli autori stranieri come Shakespeare, Chaucer ecc. – non vedo cosa ci sia di male nel leggere una trasposizione più moderna del Decameron o anche della Divina Commedia.

Vero che ci sono le note sotto, ma andiamo, le note rendono la lettura faticosa, fanno perdere il ritmo (senza contare che sono scritte sempre in caratteri minuscoli, difficili proprio da decifrare, almeno per chi, come me, comincia ad accusare qualche problemino alla vista).

I puristi della lingua italiana (e io mi considero, guarda un po’, abbastanza una purista) storcono il naso perché dicono che ogni traduzione è un tradimento. Certo, lo sappiamo, questa diatriba tra traduzione sì e traduzione no è vecchissima e sono abbastanza d’accordo nel leggere, quando possibile, i testi in lingua originale, ma sfido qualsivoglia conoscitore della lingua inglese a leggere Shakespeare in originale senza dover ricorrere alle note.

Voglio dire, pur conoscendo approfonditamente una lingua – e noi lettori italiani dovremmo almeno conoscere la nostra – è sempre quella attuale che si usa, parla e legge, non quella del passato.
E, tra un lettore annoiato e appesantito dal Decameron in originale che lo mette via dopo tre pagine e un lettore che lo legge tradotto, ma appassionandosi pagina dopo pagina, ridendo e gustandone ogni tratto, sicuramente penso che Boccaccio stesso preferirebbe il secondo.

Meglio leggerla un’opera, anche se tradotta, piuttosto che non leggerla per niente.

Lo stesso Busi ad esempio riconosce che anche il suo romanzo d’esordio, Seminario sulla Gioventù, pubblicato nel 1984, necessiterebbe di una revisione perché oggi parliamo una lingua ancora diverse; certe espressioni e termini in voga negli anni ottanta, oggi sono ormai dimenticati, desueti e sicuramente tolgono freschezza al testo.

Credo che un buon traduttore dovrebbe fare dei distinguo tra termini obsoleti perché indicanti oggetti, fenomeni, condizioni, mode o comportamenti ecc. che proprio non esistono più (penso a mangianastri, giradischi ecc.), i quali ovviamente devono essere necessariamente lasciati invariati in quanto testimoni del passato, e quelli che invece si riferiscono a oggetti o fenomeni ancora attuali che però oggi vengono denominati in un altro modo; in questo secondo caso, è bene cambiarli, rinnovarli, riportando quelli attuali.

Ciò che importa è non tradire lo spirito e il senso profondo di un’opera.

Tornando al Decameron, lo spirito era goliardico ed è bene che riesca a far ridere ancora oggi; in quanto al fine, la raccolta di novelle aveva un valore certamente apotropaico e al contempo mirava a rifondare una società cavalleresca, in opposizione a quella mercantile che Boccaccio vedeva come fonte di ogni male (ricordiamo che la peste pare che si diffuse proprio attraverso una nave mercantile che sbarcò a Genova e che portò con sé topi che diffusero il contagio attraverso le pulci). Il commercio quindi è associato alla peste, la cui corruzione delle carni metaforicamente rappresenta la corruzione del genere umano nella società dei mercanti.

Diciamo che oggi il senso potrebbe essere quello di tentare di rifondare una società basata sui valori della solidarietà e dell’empatia, di contro a quella attuale che vede nel capitalismo, nel consumismo, nella logica della sopraffazione e del dominio i suoi fondamenti.
Un’opera si può definire classica quando rimane attualissima nonostante parli di fenomeni legati a un’altra epoca, ossia quando è facile ravvisare analogie tra il passato che si racconta e il presente che si vive; quel che una buona traduzione dovrebbe saper fare è proprio restituirne lo spirito originario in maniera tale da non perderne il valore ancora attuale.

Penso che il lettore di oggi abbia tutto da guadagnare da una buona traduzione di alcuni classici scritti in una lingua ormai di difficile comprensione, anche se sempre di italiano stiamo parlando. Per questo, personalmente, ho ben accolto l'operazione di traduzione di Busi.

E voi che ne pensate? Decameron tradotto oppure no?

sabato 5 ottobre 2013

Figli? No, grazie.





Da piccola giocavo con le bambole come tutte le bambine della mia età. Anzi, non è esatto, in realtà giocavo con UNA bambola in particolare: sempre e solo lei, Patatina; molte di voi se la ricorderanno, la bambola paffutella con i capelli ricci e biondi e gli occhioni azzurri. La portavo dappertutto, d’inverno la vestivo con abiti invernali, d’estate con quelli estivi, a Carnevale la mascheravo e truccavo, prima di andare a dormire le davo la buonanotte e tutte le mattine il buongiorno. Le avevo pure tagliato i capelli per sperimentare una nuova acconciatura, tanto ricrescono, pensavo.
Ma non si può dire che giocassi propriamente a madre e figlia, a dire il vero non ho mai avuto, da che mi ricordi, il sogno di formare una famiglia, di sposarmi, di mettere al mondo figli. Le mie amichette giocavano a moglie e marito, a sposarsi, a formare famiglie numerose con minimo tre figli. Io mi annoiavo a fare questo tipo di gioco. Preferivo quelli da tavolo, giocare a dama, o quelli tipo Scarabeo in cui si devono formare le parole con le lettere a disposizione. Più di tutti amavo leggere o passeggiare in mezzo alla natura pensando ai fatti miei (sono cresciuta in un paesino e per un periodo ho abitato in una casa al limitare della campagna).
Il mio sogno era fare l’attrice. Recitare. In alternativa, fare la veterinaria.
Non ho cambiato gusti, da allora. Ancora oggi mi piacciono i film, leggere, passeggiare in mezzo alla natura e amo gli animali. Mi piace la solitudine per scelta, l’avere tempo e luoghi per me sola. Non penso che in una famiglia numerosa mi sarei sentita a mio agio, di conseguenza, non ho mai desiderato avere una famiglia numerosa.
Così non mi sono mai nemmeno realmente immaginata a formare una famiglia e si può dire che nella mia vita si siano sempre e solo avverate quelle cose che in qualche modo avevo già anche prima immaginato.
A ripensarci oggi credo che Patatina fosse in effetti qualcosa di diverso dalla mia bambina per gioco, probabilmente il mio alter ego, colei sulla quale progettavo desideri e sogni e in qualche modo plasmavo la mia personalità o, più semplicemente, la mia amichetta. 

Crescendo le cose non sono cambiate. A un certo punto ho pensato di volermi sposare come tutti, ma la cosa è durata solo un attimo, il tempo di rendermi conto che a me di certe convenzioni sociali non importava proprio niente.
Piuttosto ho sempre cercato l’amore, ossia un compagno di vita che condividesse la mia stessa visione dell’esistenza e del rapporto di coppia.
Mi sono resa conto molto presto di non provare alcun desiderio di voler diventare madre. Non è esatto dire che i bambini non mi piacciano, diciamo che ci sono quelli che trovo simpatici e tenerissimi e altri che mi lasciano indifferente (un po’ come le persone adulte, del resto, non è che perché sono bambini dovrebbero piacermi tutti per forza). Non provo tutta questa tenerezza quando li vedo, mentre, al contrario, sono sempre impazzita di curiosità per le altre specie animali. Non posso farci niente, sono fatta così. Se vedo una signora col passeggino e un cagnetto al guinzaglio, mi viene spontaneo fermarmi per fare i complimenti al cane e secondariamente al bambino.
Solo un paio di volte mi è capitato di conoscere bambini così deliziosi, dolci, intelligenti da pensare che forse sarebbe stato bello diventare madre... a patto che mi fosse venuto un bambino esattamente come quello.
Insomma, detto in altre parole, non ho quel che si definisce abbastanza impropriamente “istinto materno” (dico impropriamente perché pare che molte donne lo sviluppino solo DOPO essere diventate madri e che non sia affatto scontato provarlo); per questo ho sempre avuto le idee abbastanza chiare: non voglio avere figli.
Parole come: gravidanza, pancione, nottate, allattamento, pianti, pannolini, poppate, pappette, passeggino, parco giochi, festicciole di compleanno mi hanno sempre provocato reazioni allergiche.
Il solo pensiero di avere il mio corpo sformato da una gravidanza mi faceva sentire depressa.
Più di tutti mi ha sempre angosciata il pensiero di non essere più autonoma, libera, di dover costantemente pensare a un’altra personcina che avrebbe dipeso, per lo meno nei primi anni, in tutto e per tutto da me. Rinunciare a dormire quanto mi pare, a viaggiare, a uscire, a fare tardi la sera, a dedicarmi alle cose che più mi piacciono.
Sono egoista, lo ammetto, non avrei mai voluto sacrificare la mia vita e le mie priorità per mettere al mondo un altro essere vivente.
Tante volte mi è capitato di ascoltare, senza invidia alcuna, i discorsi delle mie amiche alle prese con la maternità: storie di stanchezza infinita, di notti insonni, di pianti e preoccupazioni, di pannolini sporchi, rigurgitini di latte, ruttini e smagliature. Non le ho mai invidiate. Mai, nemmeno una volta.
Alcune volte le ho sentite dire: “se avessi saputo che era così, non lo avrei fatto”.
Questa frase mi è sempre parsa un po' idiota. Come, “se avessi saputo”?  Ma Dio Santo, decidi di fare una cosa così importante come un figlio e non ti informi prima su quello che ti aspetta? Ma che pensavi, che fosse come portare nel passeggino il bambolotto con cui giocavi da piccola?
Mi dicevano: ma l’amore che si prova supera tutto e poi tutte quelle cose lì del fatto che diventare madre è un’esperienza talmente meravigliosa e unica da compensare i sacrifici e tutto il resto; ma se io non sento questa cosa, se a me non alletta provare questa esperienza, perché dovrei intraprendere controvoglia questa strada? Non lo capivo.
Mi dicevano: sì, ora non hai l’istinto materno, ma quando guarderai tuo figlio negli occhi, a poco a poco ti verrà, non si diventa madre in un istante, ci vorrà del tempo, ma poi capirai cosa vuol dire. Sì, rispondevo io, può essere, ma perché devo andarmi a cercare una cosa che non mi convince affatto? Ma che sta scritto da qualche parte che ogni donna deve diventare madre?
A questa consapevolezza, come dire, intima, si sono andate ad aggiungere nel corso degli anni tutta una serie di motivazioni razionali.
Viviamo in un mondo sovrappopolato in cui c’è tanta povertà e ci sono tanti bambini orfani, che non hanno alcun futuro. Se proprio un domani mi dovessi pentire di non aver messo al mondo figli, ho sempre pensato, potrò sempre adottarne uno. Farei un’opera buona e soddisferei questo eventuale improvviso desiderio.

Poiché quando dicevo che non volevo figli mi guardavano come se fossi un’aliena (più le donne che gli uomini, devo dire) ho iniziato a interrogarmi più a fondo sulla questione e sui miei sentimenti e ho capito che in fondo non ero affatto la sola, che come me c’erano tante altre donne, solo che a differenza di me non riuscivano ad ammetterlo e si facevano condizionare dalle convenzioni e aspettative sociali.
Mi sono resa conto che la nostra società funziona in un certo modo al riguardo e che praticamente ti spinge a questa cosa della maternità già da quando sei piccola. Come se ci si volesse assicurare il ricambio generazionale, il che lo capirei, se non fosse che, per l’appunto, siamo in sovrannumero abbondante e stiamo distruggendo le risorse del pianeta che ci ospita.
Basta entrare in un qualsiasi negozio di giocattoli per rendersi conto che le bambine vengono spinte a diventare madri sin dalla più tenera età, come se si trattasse di un percorso obbligato, come se il loro fosse un ruolo predestinato e ineludibile. Sugli scaffali si trovano piccole bambole che sono riproduzioni di neonati in fasce, biberon, cambio di pannolini e vestitini e poi passeggini, carrozzine e tutto il resto. Cucinette per giocare a fare la piccola massaia e per preparare tanti piccoli pranzetti ai piccoli bambini-bambolotti.
Nei parchi si vedono queste piccole mammine in miniatura che trascinano passeggini in miniatura e che sgridano o coccolano i loro bambolotti in miniatura. Giocano a fare le mamme. Si preparano per il ruolo che la società ha scelto per loro.
Slogan pubblicitari ci avvertono che “mamma è bello”, che “non c’è nulla di più sexy di una mamma col pancione” (ma quando mai? Ma che c’è di sexy in un corpo deforme, nelle gambe con le varicose, i piedi gonfi, i labbroni e la peluria in eccesso?).
Esiste inoltre un vero e proprio business legato alla maternità e all’infanzia. Una miriade di prodotti che da sola costituisce un quarto dell’ammontare del Pil di un paese.

Ora, non vorrei essere fraintesa. Non sto dicendo che tutte le donne che decidono di fare figli stiano rispondendo come automi a determinati input sociali, sono però sicura che moltissime donne non hanno piena consapevolezza di cosa significhi mettere al mondo un figlio.
Innanzitutto l’espressione “fare un bambino” è ingannevole perché quello che chiami bambino prima o poi diventerà un uomo e quindi è un uomo (o donna), insomma, un essere vivente che stai mettendo al mondo.
Fermiamoci un attimo a riflettere sull’implicazione di tale frase: mettere al mondo un essere vivente.
Sicuri che in assoluto la vita sia il dono migliore che si possa fare?

Io ho rispetto per la vita, nutro un profondo rispetto per ogni essere vivente, cionondimeno non dimentico la lezione fondamentale e cioè che dare la vita è in primo luogo condannare alla morte e prima ancora a invecchiare, ammalarsi, soffrire (se tutto va bene).
Direte: sì, vabbè, hai scoperto l’acqua calda. No, non ho scoperto l’acqua calda, ma ho scoperto semplicemente che vivere per alcuni non è tutta questa gran cosa (e lo dico da ottimista, da una che vede sempre il bicchiere mezzo pieno). C’è gente là fuori che maledice ogni mattina l’istante in cui si rende conto di essere viva, c’è gente che soffre dannatamente dei mali più improbabili, gente che non ama vivere. Perché io dovrei decidere questo per altri, perché dovrei assumermi la responsabilità di prendere una creatura indifesa, che non ha colpe e gettarla nella mischia di questo mondo di cui non si capisce una beneamata mazza?

Non so, mi pare veramente di un egocentrismo assurdo voler riprodurre i propri geni, come se davvero il mondo, l’universo ne avesse bisogno.

Cioè, rendiamoci conto, in fondo la gente si riproduce perché non accetta l’idea di morire, di veder svanire nel nulla la propria esistenza, perché, semplicemente, non accetta, teme, odia la morte e però allo stesso tempo condanna qualcun altro a questa stessa angoscia? Ma che è, ci facciamo i dispetti? Poiché qualcuno ha condannato me a morire, allora tiè, farò lo stesso mettendo al mondo un figlio? Se ami la vita, non riprodurla.
Mi colpì molto una riflessione di Thomas Mann che è ne La montagna incantata: la vita è come una sorta di tumore che cresce, una superfetazione. Proprio così. Vedo il pianeta terra come un corpo felice e improvvisamente tutte queste vite che nascono e che sono come tanti tumori che invadono e distruggono questo corpo. Perché? Che senso ha?

Quindi ho capito che in realtà quella che credevo fosse una mia forma di egoismo, ossia non voler i figli, non è nulla rispetto alla forma di egoismo mille volte più elevata di voler mettere al mondo un altro essere vivente solo per poter soddisfare un proprio desiderio, che spesso non è neanche proprio, ma indotto dalla società dei consumi (o dalle religioni o comunque da convenzioni culturali).

Per non parlare di alcune motivazioni assurde del fare i figli che purtroppo mi è capitato di sentire: faccio i figli così almeno quando sarò vecchia avrò qualcuno che si occupa di me. Faccio figli così almeno non mi sentirò più sola. Faccio figli perché un matrimonio non è completo senza un bambino. Faccio figli perché così mi realizzo come donna.

Mah. Non voglio giudicare nessuno. E però chiedo anche di non essere giudicata io. E invece purtroppo la mia dichiarazione di non voler esser madre suona ancora così atipica in questa società che subito vengo tacciata di essere arida, incapace di sentimenti, anormale, nella migliore delle ipotesi, bizzarra.

Un’altra cosa che ho sempre trovato ridicola è che, indipendentemente dal volerlo o meno, si definisce “madre” solo chi procrea biologicamente. Invece ho capito che la maternità è, tutto sommato, una condizione che può sperimentare chiunque.
Nella mia vita ho fatto altre scelte, scelte diverse da quelle della maggioranza. Ho adottato degli animali trovati abbandonati, feriti o comunque in situazioni di pericolo. E non perché cercassi dei sostituti a dei figli, che non ho mai consapevolmente voluto, appunto, ma proprio perché ho sempre avuto questa empatia estesa verso le altre specie, questo amore per gli animali.
Probabilmente non sarà come partorire un figlio proprio, ma posso dire che amo queste creature non di meno di quanto una madre qualsiasi ami i propri figli.
Alla fine questo sentimento della maternità di cui tanti blaterano non è per forza quella cosa che ti fa desiderare di circondarti di pannolini e biberon, si può provare in maniera estesa in quanto forma peculiare di amore, si possono amare figli di altri, bambini orfani, animali, senza necessariamente assumersi l’enorme responsabilità di mettere al mondo un altro ammasso di cellule che poi diventerà una persona adulta.

In fondo, se io non ho voluto figli, non è perché non amo abbastanza la vita, come pensano alcuni, ma proprio perché amo ed ho rispetto della vita più di tanti altri.

Questo scritto/sfogo non vuole essere tuttavia un atto di accusa verso chi consapevolmente, o anche no, ha voluto fare figli, è felice di averli fatti e li ama. Se chi mi sta accanto è felice, sono felice anche io, a prescindere da quanti figli abbia.

Vorrei però che le donne riuscissero a uscir fuori da certi schemi, stereotipi, condizionamenti sociali, religiosi e culturali perché purtroppo intorno a me scorgo anche tanta infelicità, scorgo persone che hanno fatto figli tanto per aderire a determinati modelli convenzionali di famiglia o come punto di arrivo di un percorso ritenuto a torto obbligato (fidanzamento, matrimonio, figli) e che se ne lamentano in continuazione. Si lamentano di non aver tempo, di essere stanche, di aver rinunciato al lavoro o a questo e quell’altro. Persone che si fanno il mazzo per poter mantenere due, tre figli.
Facile risponder loro: ma chi te l’ha fatto fare? Ovvio che l’hanno fatto senza rendersi conto fino in fondo di tutte le implicazioni che il mettere al mondo un figlio comporta.

Soprattutto, la cosa che più di tutte mi rattrista è vedere donne che veramente non si sentono realizzate se non fanno figli, ricorrono alla fecondanzione assistita, alla procreazione artificiale, si sottopongono a tremila esami e tutto e solo perché qualcuno gli ha messo in testa che una donna che non diventa madre non è una donna pienamente realizzata.

Ci sono uomini che continuano a dire che mai nessuna donna è bella quanto una donna incinta.
Ma che state dicendo? Capisco che la maternità, per chi lo desideri, sia un’esperienza bellissima, ma non vi rendete conto di quanto questi stereotipi condizionino le donne e le facciano sentire in difetto se poi non riusciranno, per qualche motivo, a diventare madri?
Mica tutte hanno avuto le idee chiare come me, ce ne sono alcune che si ammalano di depressione, che si sentono dimezzate, incapaci di valere solo perché non sono diventate madri.

Donne, ribellatevi, non è così, voi valete in quanto persone e non in quanto madri o mogli o professioniste. 

Poi, ci sarebbe da parlare del ruolo pesantissimo che la religione occupa in tutto ciò. Magari un’altra volta.

venerdì 4 ottobre 2013

Open di Andre Agassi: una non-recensione



E così ieri sono entrata in una grande libreria in cerca di ispirazione, cercavo un romanzo, uno di quelli che tengono lo sguardo incollato alle pagine, di quelli che poi da quando lo cominci non pensi ad altro, ma ero scazzata, non mi andava di cercare, mi capitavano sotto gli occhi tutti i grandi classici che ho già letto, oppure quelli che non leggerei mai nemmeno a pagamento e poi c'era Open, l'autobiografia di Andre Agassi che mi occhieggiava da uno scaffale posto al centro della stanza intorno a cui continuavo a gironzolare.
È da quando è uscito che volevo prenderlo, un po' perché ho seguito e giocato a tennis per un periodo della mia vita e Agassi era, come per tutte le ragazzine dell'epoca, il mio idolo, e un po' perché ho letto diverse recensioni positive (non è solo un'autobiografia, ma un vero romanzo di formazione ecc. ecc..) e un po' perché così, a pelle, mi andava, mi solleticava l'idea di ficcare il naso nei fatti privati di questo personaggio che ha avuto una vita abbastanza movimentata e intorno alla quale sono circolate diverse leggende.
Lui era un vincente e un perdente al tempo stesso, di lui si diceva che avesse paura di vincere i tornei davvero importanti, troppe pressioni, troppa insicurezza, instabilità emotiva. In questo libro, pare, da quello che ho letto in giro, che si racconti di quanto in realtà odiasse il tennis e di quanto avesse sempre voluto smettere, ma senza mai riuscire a farlo perché in fondo il tennis era la sua vita. 
Insomma, sono lì in libreria che continuo a soppesare questo libro, un bel mattoncino edizioni Einaudi, costicchia anche, ho veramente voglia di leggere l'autobiografia di Agassi, mi dico? A rafforzare i miei dubbi si aggiunge la voce della ragione in fatto di libri, quella del mio compagno, ché se fosse per me svaligerei librerie intere senza controllo, quando, dice lui, a casa praticamente non abbiamo più un posticino uno per metterli, siamo invasi da libri, perché devi comprarne altri?
La biografia di Agassi poi - mi fa - ma davvero vuoi leggere la biografia su Agassi? Un libro sul tennis? Davvero vuoi leggere un libro sul tennis? Ma non è meglio se ti compri un bel romanzo come avevi detto allora? Sì, ma cosa? - faccio io. E mi guardo intorno sconsolata, come se non fossi una lettrice veterana, come se fosse la mia prima volta in una libreria e mi sentissi sperduta in mezzo a tutta quella cellulosa scritta. 
La lettrice snob che è in me mi dice che no, non posso leggere l’autobiografia di Agassi, la lettrice verace che pure è in me mi dice invece va bene tutto, ché nella lettura bisogna essere anarchici, ché in fondo non sai mai se un libro può essere bello o brutto fino a che non lo hai letto.
E poi ho voglia di farmi sorprendere, anche in negativo, purchessia, ultimamente ho letto solo saggi e robetta anche pesante e quindi senza pensarci un secondo di più arraffo al volo il mio Agassi e mi dirigo alla cassa, soddisfatta come una che ha appena deciso di fare l’acquisto della vita.
A piazza della Repubblica il mio compagno si ferma a scattare alcune foto per provare un obiettivo – dice -  così io mentre aspetto, tiro fuori il mio libro nuovo di zecca e comincio a leggere, lì in piedi più o meno in mezzo alla piazza, incurante del fatto che le persone ci guardino, una strana coppia dobbiamo sembrare, lui che scatta foto ad angoli improbabili di palazzi e io che gli sto accanto con questo librone in mano e pure strizzando gli occhi, ché sono senza occhiali.
Ricomincio lo stesso periodo per cinque volte di seguito, tante sono le volte che il mio compagno mi interrompe per chiedermi di tenergli la macchina fotografica mentre cerca gli obiettivi da provare nella borsa, ma intanto vado avanti, scorro le prime due e tre pagine e a un certo punto mi pare che non mi importi di niente se non di sapere come proceda la vita di Agassi.
Faccio fatica a sovrapporre le immagini dei miei ricordi dei suoi match più famosi ed estenuanti con quelle intime che trapelano da queste pagine e poi a un certo punto succede qualcosa di magico e inaspettato e capisco che in fondo quello che sto leggendo è proprio il romanzo che ero andata cercando quando sono entrata in libreria, uno di quelli che una volta cominciati non riesci a metter via e che ti tengono sveglia la notte.
Open non l’ha scritto Andre Agassi, lo dichiara apertamente nei ringraziamenti, pure se ovviamente ha partecipato all’intera opera di stesura, raccontando, ricordando, ricostruendo aneddoti, storie, eventi, dialoghi, ricompattando la memoria dei tanti incontri, numeri, cifre, giorni, tornei, sentimenti, emozioni, vita privata.
È scritto bene, con ironia e attenzione dei dettagli, realistico ed epico al tempo stesso, più che un’autobiografia sembra un romanzo di fantasia e il fatto che ci siano nomi conosciuti di persone che hanno fatto la storia del tennis rende tutto ancor vagamente surreale, stranito e avvincente.
Arrivano le quattro del mattino e nonostante gli occhi brucino e domani mattina – questa mattina – devo alzarmi presto, sono ancora lì che leggo. Il mio compagno ogni tanto mi guarda mi fa: ma puoi fare le tre del mattino per leggere l’autobiografia di Agassi? Un libro sul tennis... ma si può?
Sì, si può, faccio io. 
Sono felice di aver ritrovato la lettrice anarchica che ero, quella che i libri un po' li sceglie anche a istinto, attratta da un argomento o da un titolo, quella che delle recensioni si fida, fino a prova contraria, che ascolta consigli e pareri amici di esperti, ma anche meno esperti. 
E ora scusate, ma Open è lì che mi aspetta e quasi quasi sono contenta di mandare anarchicamente affanculo tutti gli impegni presi della giornata per sprofondare nel divano cercando di ricordarmi quella pienezza inconfondibile del suono che fa la pallina quando colpisce bene il telaio.

mercoledì 2 ottobre 2013

A proposito di nonviolenza

 


di Francesco Pullia

La giornata internazionale della nonviolenza, proclamata con risoluzione del 15 giugno 2007 dall’Assemblea generale dell’Onu per il 2 ottobre, è un evento che non può essere sottaciuto e ci induce a diverse considerazioni. La scelta del 2 ottobre non è affatto casuale. Il 2 ottobre 1869 nasceva, infatti, a Porbandar, nella regione indiana del Gujarat, Mohandas Karamchand Gandhi, cui il poeta Rabindranath Tagore conferì il celeberrimo appellativo di Mahatma, “grande anima”.
A Gandhi, come si sa, spetta la prima, articolata, elaborazione teorico-pratica della nonviolenza, la trasformazione di quest’ultima da mera concezione filosofico-religiosa in metodo d’azione politica poggiante sull’assunzione individuale di responsabilità. Nel corso degli anni si è a bella posta e in modo equivoco confuso nonviolenza con pacifismo ma, anche alla luce della storia, i due termini non solo implicano profonde divergenze ma sono addirittura antitetici.
Se all’ambigua e scorretta definizione di nonviolenza come “resistenza passiva” si sostituisce quella, di matrice gandhiana, di “affermazione di verità” (satyagraha = “forza della verità”), si comprende subito come non sussista alcuna coincidenza con il pacifismo, dedito, con arrendevolezza, al mantenimento dello status quo. Emblematici sono, in questo senso, i “partigiani della pace”, costituitisi nell’immediato dopoguerra sotto l’occhio vigile e compiaciuto della Russia comunista.
Tutt’altro che passiva, la nonviolenza implica, al contrario, una visione propositiva, costruttiva. Gioca d’attacco, non di rimessa, prefigurando nel suo esplicarsi lo scenario desiderato. Non si tratta di essere “contro” ma “per” qualcosa. Da qui il significato di scriverla come una parola sola, senza distinzione tra “non” e “violenza”. Se, come ha rimarcato Capitini, si separa l’avverbio dal termine, viene spontaneo chiedersi cosa resti e/o cosa si profili una volta tolta la violenza.
Se, invece, si scrive “nonviolenza” si annuncia qualcosa di organico, di positivo.
D’altronde, l’insistenza di Gandhi, e successivamente di Capitini, sul fatto che il fine sia già anticipato e contenuto nel e dal mezzo adoperato per il suo conseguimento lo attesta palesemente. Al di là dell’immagine veicolata e accreditata nel tempo, Gandhi non fu un asceta disancorato dal mondo, ma un attivista che sperimentò continuamente su se stesso il cambiamento prima di estenderlo e proiettarlo al sociale. Nulla a che spartire, come si evince, con l’acquiescente irenismo. Non a caso, tra i vari testi che maggiormente contribuirono alla formazione di Gandhi (diversi dei quali di autori occidentali come Thoreau, Salt, Ruskin), un posto particolare veniva dato alla Bhagavad Gita, la parte centrale del poema epico Mahabharata in cui Krishna esorta sul cocchio Arjuna a non lasciarsi sopraffare dallo sconforto ma a combattere, partecipando alla battaglia di Kurukshetra. Non è difficile intuire a quale combattimento, di ben altro livello e di non minore gravità, si alluda. Da questa tensione scaturisce quell’allargamento di orizzonte chiamato da Capitini “compresenza dei morti e dei viventi”, dimensione in cui tutti, ognuno con la propria singolarità, cooperano alla creazione di una società aperta, composita, multiforme, in cui ci sia davvero spazio per ogni individualità, anche per i trapassati, senza distinzione di natura e di specie.
Da qui si arriva direttamente ad un’altra questione nient’affatto marginale. Se si è, infatti, nonviolenti non si può restare legati ad una prospettiva antropocentrica. L’oltrepassamento dell’umanesimo è implicito nel mutamento instaurato dalla nonviolenza. Ciò significa che, seguendo il percorso intrapreso da Gandhi e arricchito da Capitini, la nonviolenza segna l’avvento di una consapevolezza ecosofica in cui ogni manifestazione vivente occupa un tassello imprescindibile. Di conseguenza, si sancisce la fine dello specismo e di quanto ne deriva (allevamenti intensivi, mattatoi, vivisezione e sperimentazione sugli animali non umani, asservimento e sfruttamento di altre specie, detto in altri termini olocausto animale). Uno dei maggiori limiti del movimento nonviolento, così come si è andato delineando specialmente in Italia, sta proprio nel disconoscimento di questo aspetto che Capitini, cui spesso si ricorre per citarlo in modo avventato e poco consono al carattere profetico del suo pensiero, aveva, invece, con netto anticipo, previsto divenendo, già negli anni Trenta, vegetariano. Si dirà che le scelte alimentari non incidano sul versante sociale. Nulla di più falso e ipocrita. La storia insegna che ogni rivoluzione imposta dal sociale e confinata al sociale sia destinata allo scacco, finendo per riproporre schemi obsoleti e sfociando nel totalitarismo. Non si attuano considerevoli cambiamenti nella società senza rivoluzioni di coscienze. Cos’altro ha voluto affermare Danilo Dolci se non questo, quando, specialmente nell’ultima fase della sua vita, si è soffermato sulla necessità di passare dall’univocità del trasmettere alla pluralità creativa e creatrice del comunicare? Comunicare presuppone la dimensione empatica della nonviolenza declinata in chiave antispecista. L’io si spegne per accendersi, con un moto di estesa compassione, nel tu, un tu, si badi bene, il cui volto e la cui voce racchiudono una molteplicità di volti e di voci. La violenza del solipsismo specista è scalzata, allora, dall’abbraccio nietzscheano al cavallo, dal (ri)connettersi all’animalità. Al di là delle gabbie erette dal dispotismo dell’uomo, al di là della rovina dei mattatoi, si apre lo spazio della non sottomissione all’acquisito, della costruzione del nuovo, dell’affermazione di un afflato liberatorio.