sabato 21 novembre 2020

Oscenità

 Entro in una pizzeria e nei pochi minuti di attesa prima che arrivi il mio turno, alle orecchie mi giungono i suoni deformati di quel che per me ormai è indicibile: prosciutto, salsiccia, porchetta, provola, salmone, gamberetti. 

"Deformati" perché come in un incubo è l'orrore che si fa normalità. 

E vedo quelle pinze afferrare parti di corpi ormai a brandelli, quelle bocche ridere e chiacchierare nell'indifferenza, pagare e mordere avide.

E penso ai novecento maiali cui è crollato un capannone addosso (qui la notizia).

Penso che i più fortunati non sono stati quelli che si sono salvati, ma quelli morti subito, schiacciati, perché gli è stata risparmiata l'oscenità del mattatoio. 

Quando accadono incidenti in cui sono coinvolti gli animali allevati per le nostre orribili tradizioni culinarie - tir ribaltati in autostrada, incendi o crolli nei capannoni - l'azzeramento del valore delle loro esistenze si rivela in tutta la sua brutalità; a partire dalle narrazioni dei media, in cui le vittime non sono conteggiate come tali, ma solo in termini di perdita economica per poi proseguire con la conta dei superstiti che però non possono definirsi "salvati" perché nella destinazione cui sono diretti - il mattatoio - non c'è salvezza. 

Basterebbe riflettere su questo per capire l'insensatezza di tutto ciò. Ma chi lo fa? Riflettere, dico... 

Si entra in pizzeria e si chiede quel che si ha davanti, prosciutto, gamberetti, salmone, salsiccia. 

Un corto circuito cognitivo spaventoso. Osceno.

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