sabato 26 marzo 2011

Walt Disney, Delacroix ed Orson Welles


A Parigi quel giorno pioveva. Ed anche per quello avevano deciso di prendere il treno da Disneyland Paris - dove si erano concessi una breve gita di quattro giorni - per passare qualche ora al Louvre. La città la conoscevano bene, c'erano già stati altre volte, ma con altre persone, mai insieme. E comunque il Louvre richiede ben più di una visita, anzi, si potrebbe benissimo abitare a Parigi ed andarci ogni giorno senza che per questo si  possa esaurire l'interesse e la curiosità di visitarlo.
Lei non la si sarebbe potuta definire proprio un "studiosa di arte"; anzi, quel poco di storia dell'arte che aveva studiato al liceo l'aveva pure dimenticato. Manteneva un approccio infantile verso la pittura, la vedeva semplicemente come un mezzo tra i tanti per raccontare delle storie, per questo amava soprattutto i dipinti a sfondo mitologico o tratti da opere letterarie; anche i temi storici raccontano delle storie, anzi, la Storia per eccellenza, ma lei, come al solito, preferiva la finzione, le storie nate dalla fantasia degli uomini. 
Avevano passato così l'intero giorno chiusi dentro il Louvre, uscendo solo una volta per fumare una sigaretta e per vedere se il tempo era migliorato.
Avevano visitato diverse sale ma senza seguire il percorso indicato dalla guida, preferendo soffermarsi sulle tele di alcuni artisti piuttosto che su altre, assecondando l'unico criterio che mai potessero avere, quello dei loro sensi. 
Anche quella volta, come tutte le ultime volte che era entrata al Louvre, lei aveva evitato accuratamente di entrare in una sala ben precisa, quella in cui per la prima volta aveva visto La mort de Sardanapale di Eugène Delacroix, e la cui visione le aveva provocato un così profondo sovvertimento dei sensi da averla fatta star male per giorni e giorni.
In quel groviglio di corpi, allora,  aveva visto e sentito - ad un livello emotivo raramente sperimentato prima - l'inutile procrastinarsi di un qualcosa che resta tuttavia ineluttabile. E dopo, nei giorni a seguire, aveva provato un senso di impotenza devastante, dentro ed intorno a lei.
Ma quel giorno era diverso, si sentiva bene, negli anni aveva acquisito una lucidità di pensiero ed una consapevolezza di cui ora avrebbe certamente saputo far tesoro. Così entrò. E si fermò, per la seconda volta, di fronte a quel capolavoro del periodo romantico: la tela era come la ricordava: immensa. E il potere che ne sprigionava era, anche questo: immenso.
I dipinti, come gli odori e come la musica, hanno un fortissimo potere evocativo. E così, anche quel giorno, ancora una volta di fronte a quella tela, ecco ripresentarsi, con l'urgenza di un qualcosa che erompe dal profondo, tutte quelle drammatiche sensazioni, pari ad un malessere fisico ma mille volte più inquietanti.
Proprio come quella volta di tanti anni fa sentiva di trovarsi lì fisicamente, ma anche dentro a quella tela. Era tornata a percepirne i contorni fisici e anche la sensazione del reale.
Si era ripresentato in lei lo stesso terrore di essere in bilico sull'ignoto. E poi, dentro quel terrore, la certezza di aver subito uno strappo, e di avervi intravisto, come attraverso uno squarcio, lampi di verità.
E poi, la stessa inevitabile domanda dell'altra volta: la tela di Delacroix era come la pillola rossa di Matrix?  Solo che lei, adesso, come la prima volta, la blu non ce l'aveva. E quindi non aveva scelta. Era costretta a vedere, a sentire, a percepire: esperienza estetica spinta al massimo.
E tornava, come ondate, il ricordo di quei giorni del passato: la frenesia improvvisa, il non poter stare ferma, l'ansia di doversi muovere, come se avesse dovuto sfuggire a qualcosa. E la notte insonne, a camminare su e giù per il corridoio. E la paura di crollare per la stanchezza e di essere costretta a fermarsi.
Giorni spesi in un microcosmo personale di malessere - incondivisibile - una fortezza inespugnabile di pensieri privi di controllo razionale, guidati soltanto dall'angoscia, dalla paranoia e dalla paura. Immagini di luoghi che esistono solo nella mente ma più reali del reale.
Ed in quel momento che si era trovata di nuovo di fronte a quella tela, le sembrava quasi di rivedere il cielo di quei giorni,  stranamente sempre cupo, anche quando c'era il sole. E quella sensazione di un'oscurità invasiva da un punto indefinito dentro di lei che si andava ad espandere all'esterno, arrivando a contaminare tutto, le strade, il cielo, le case, gli oggetti, gli animali e le persone. E poi tutto che si faceva nero, come fosse sempre notte.
E poi ancora ricordava l'angoscia profonda  che le veniva data  dalle forme degli oggetti, come fossero stati una costrizione oppressiva ed opprimente. E il terrore scatenato da una busta di plastica che per sbaglio era finita sui fornelli e si stava velocemente sciogliendo. Ed essere rimasta ad  osservarla, senza poterci fare niente.
E subito dopo, l'improvvisa profonda devastante compassione per il gatto Dick, costretto anche lui dentro una forma, dentro la necessità di un corpo.
La costrizione delle forme. E il desiderio, ma anche il terrore sconvolgente di potervi sfuggire.
E poi la buffa, bizzarra sensazione di non sentirsi più se stessa, di non avvertirsi più, come se qualcuno, o qualcosa, avesse preso possesso dei suoi pensieri più profondi e stesse trasformando, manipolandola dall'interno, la percezione che della realtà aveva. La realtà, dentro lei, come creta manipolata dalle mani di qualcuno. Che non era lei.
Giorni e giorni di quell'assurda angoscia. Di totale dìstacco dalla realtà e del desiderio di reintrarvi.
E l'incapacità di capire e la sola cosa che avesse potuto fare: accettare quello che aveva vissuto, prendendolo come un dono, o come una maledizione: la rivelazione di qualcosa che tuttavia continuava a restarle inafferrabile.
Ora era di nuovo lì, scossa nel profondo per la vivacità con cui erano tornate quelle impressioni.
E poi, improvvisamente, con una lucidità raramente sperimentata prima, realizzò quella che già allora - diversi anni prima - era stata epifania dentro di lei ma senza che le fosse stato dato di poterla comprendere. Solo accettarla.
Il turbamento che era stato adesso lasciava spazio alla consapevolezza.

Questa volta, di diverso, c'era stata la gita a Disneyland Paris - certo, una scelta buffa (gli amici li avevano guardati con aria di sufficienza, un po' dall'alto in basso quando avevano saputo di questo loro breve viaggetto) se si pensa che erano entrambi adulti e che non avevano figli, che erano andati lì proprio per loro stessi: erano cresciuti entrambi con le letture di Topolino, e tutti quei personaggi erano stati compagni con cui confrontarsi e con cui solleticare l'immaginazione e la fantasia. E poi, solo qualche settimana prima, a Eurodisney c'era stata l'inaugurazione di un gioco pazzesco: The Tower of Terror, ispirato ad uno degli episodi di Ai Confini della Realtà: un ascensore - controllato meccanicamente -  che cade nel vuoto per svariati metri, in una cornice scenografica - ricostruita, sotto la supervisione della Disney americana, sin nei minimi dettagli. Si sa, gli Americani, eterni bambinoni, certe cose le sanno fare proprio bene. E, per quel che se ne possa dire, a volte le cose vanno prese semplicemente per quello che sono: un gioco.
Si erano divertiti in quel luogo fiabesco, ed anche commossi quando, la prima sera, avevano voluto assistere alla parata di tutti i personaggi Disney: Paperino, Pluto, Pippo, Topolino, Minnie, Qui, Quo e Qua, la Banda Bassotti, Nonna Papera, Lupo Ezechiele, Archimede e poi, a seguire i personaggi delle favole classiche (ma quelli gli erano piaciuto meno, lei, ad esempio, aveva sempre preferito le favole originali e non la versione originale della Disney). Mentre stavano guardando la parata lei improvvisamente aveva avvertito - insieme al riso e alla commozione - una sensazione di angoscia profonda, di perdita definitiva, come di un qualcosa che era andato perduto per sempre. Non era stato difficile da decifrare: aveva preso coscienza di quel qualcosa che non può più ritornare: l'infanzia.
Un'invasiva nostalgia da togliere il respiro. Da scatenare una crisi di ansia profonda. Nostalgia: dal greco nòstos, che significa desiderio di  ritorno a casa, far ritorno alle radici, e algia, da algos che significa dolore, tristezza. Sembra che questo termine - oggi così comunemente usato - sia stato attestato per la prima volta in Omero, a proposito della profonda tristezza di Ulisse che si trovava lontano dalla patria e dal suo desiderio di farvi ritorno.
E allora finalmente si era resa conto dello scarto profondo che c'è tra la dimensione intellettuale e quella emotiva; e di quanto poco si comprenda alla fine di quello che non è anche immediatamente vissuto. Nostalgia. Quante volte aveva letto, sentito, scritto questa parola? Eppure solo adesso ne comprendeva davvero il senso, il significato autentico. Perché anche per lei, come per tutti prima o poi, era arrivato il momento dello strappo irriducibile, irriconducibile di una parte di sé.
Ed i giorni lievi dell'infanzia le erano apparsi allora come un luogo perduto per sempre, ormai irraggiungibile. E si era resa conto che quella commozione intrisa di angoscia altro non era che la certezza di un qualcosa che non può più ritornare.
Ed ora tutto si faceva nuovamente chiaro e semplice di fronte a La mort de Sardanapale: la consapevolezza della perdita dell'infanzia è una linea retta che conduce ad un'altra consapevolezza, quella dell'ineluttabilità dell'evento che tutti attendiamo: la morte.
Lo strappo del passato e la visione del futuro. Perdere l'infanzia è imparare a morire. Perdere l'infanzia è cominciare a morire. In Quarto Potere di Orson Welles, il protagonista Charles Foster Kane non fa che tentare per tutta la vita di far ritorno a quell'infanzia che gli era stata sottratta troppo presto: Rosebud - le ultime indecifrabili parole che pronuncia prima di morire e con cui si dà inizio al racconto della sua storia - è il luogo cui cerca di far ritorno per tutta la vita.
Una gita a Disneyland Paris, La mort de Sardanapale, Quarto Potere; Topolino, Delacroix ed Orson Welles.
Buffo come a volte tutto ci conduca altrove. Assaggio del luogo che tutti ci attende.

5 commenti:

L ha detto...

«Perdere l'infanzia è imparare a morire».
Questo è un aforisma.

Ricordo che diverse volte pensai senza capacitarmi di come facesse la gente a invecchiare e morire. O anche solo a essere adulta.
Io ero bambino/ragazzino. E guardavo il cielo, l'erba, gli alberi... e pensavo: è qui il tempo. Ce l'ho davanti e non mi fa nulla. Come potrò mai invecchiare? Forse forse ero spaventato da qualcosa che sembrava l'immortalità.

Poi mi sono trovato davanti ad alcuni episodi. In cui c'era da fare scelte, prendere atto della realtà, progettare soluzioni. Provare il dolore. Lì ho compreso che se tutto ciò stava toccando a me, allora era possibile anche tutto il resto.
E forse prima si prende atto della propria irrilevanza, prima ci si abbandona alla Vita.

Pure questa è stata verbalizzata. Meglio così. Abbraccione.

Biancaneve ha detto...

«Perdere l'infanzia è imparare a morire».
Questo è un aforisma.

Ho leggermente cambiato un aforisma di Montaigne, che dice: "filosofeggiare è imparare a morire" :-) Ma l'ho fatto involontariamente, ci ho riflettuto solo adesso.

"E forse prima si prende atto della propria irrilevanza, prima ci si abbandona alla Vita."

E questa è grande saggezza. La tua.
Un aforisma anche questo, che sintetizza Sein und Zeit di Heidegger.

Come diceva Bukowski: "il male non è la morte ma la vita che la gente non vive".

Detto tra noi, io ancora non riesco a capacitarmi di come si possa avere 80-90 anni - sapendo che ormai resta davvero poco da vivere - senza morire di paura tutto il tempo. Sapere che ormai è tutto dietro di te, e che ogni giorno si avvicina IL GIORNO.

Poi però penso anche che forse, se si ha la fortuna di arrivare a quell'età - perché è comunque una fortuna l'essere invecchiati, vuol dire che non si è morti prima - forse, ecco, ci si sente anche stanchi di tutto, sazi, annoiati. Forse non si vede l'ora di andarsene, così, semplicemente, come dopo aver partecipato ad una festa e ad un certo punto cominciare ad annoiarsi, desiderare di tornare a casa.

GC ha detto...

"Fabrizio Corona ha prelevato il figlio Carlos, avuto dalla precedente relazione con Nina Moric, e lo ha portato all'Eurodisney di Parigi, insieme all'attuale compagna Belen Rodriguez. Lo riporta l'edizione online del settimanale Oggi."

26 marzo 2011. Fonte:
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2011/03/26/visualizza_new.html_1530518992.html

Inquietante sincronicità a contrasto (a-sincronicità?), altro che Tower of Terror, Phantom Manor, Pirates of the Caribbean. Delacroix forse sdegnerebbe; piangerebbe più forte la corte di Sardanapalo, e magari anche la banda Disney al completo (quindi inclusa quella Bassotti: ma loro solo per invidia). O. Welles organizzerebbe forse uno scherzo radiofonico o magari - attualizzandolo - via internet: "sono sbarcati gli alieni a Eurodisney".
E forse è proprio vero.

Biancaneve ha detto...

"(quindi inclusa quella Bassotti: ma loro solo per invidia)"

LOL

Quelli della banda Bassotti - in confronto a Corona - sono dei veri gentlemen ;-)

Emmeggì ha detto...

Su come l'Anima non si prevede finita, consiglio l'ultima parte di un'intervista fatta a Jung anziano. Lo stesso autore nei suoi scritti dedicati alla Morte esprime un Sapere molto saggio e vero. Su altre cose ti scriverò, Biancaneve. Ciao!
http://www.youtube.com/watch?v=MxSRWpasfRg