venerdì 1 febbraio 2013

A Charlie


Quella mattina sei venuto a salutarmi come ai vecchi tempi e avrei dovuto capirlo che qualcosa non andava. Ormai era da tanto che non ti precipitavi più nella mia camera al suono della sveglia, vecchio e stanco com’eri. Preferivi restartene a dormire sotto alle coperte fino a mezzogiorno inoltrato e solo al mio rientro da lavoro trovavi la forza per tirarti fuori da quel mucchio di panni; cominciavi col stirarti gli arti doloranti, una stiratina qui, un’altra là e così facendo avanzavi fino a raggiungermi. Com’eri buffo e tenero quando mi venivi vicino aspettando che io mi accorgessi di te. Io lo sapevo che c’eri. C’eri talmente tanto che ti davo per scontato. Scontato. Così come le albe, gli inverni, i lunedì.
Non ho mai pensato abbastanza che un giorno avresti potuto non esserci più.
Di quella mattina conservo l’immagine di una mia carezza distratta, allungata nella fretta della concitazione mattutina perché stavo preparandomi per andare a lavoro; conservo il tuo sguardo insistente, come una domanda, ma che non seppi interpretare.
Del resto del giorno ricordo poco, se non che, tornata a casa per pranzo, chiamai il veterinario perché ci accorgemmo che respiravi a fatica.
- “Nulla di grave, solo un’influenza che gira, vi prescrivo comunque degli antibiotici per scrupolo, visto che è anziano”.
Ci tranquillizzò. Mi tranquillizzò. Ci tranquillizzammo.
Così la sera uscii.
Tu dormivi sereno nella tua cuccia. Ti diedi un buffetto affettuoso. Ti dissi: “domani starai meglio”.
Uscii per incontrarmi con un uomo che forse nemmeno mi amava, certamente non tanto quanto mi amavi tu.
Ricordo che a un certo punto mi resi conto di essere nel posto sbagliato: lontana da casa, lontana da te. Tu stavi male e io invece di starti accanto sono uscita per andare ad incontrarmi con quell’uomo, che era importante per me, importantissimo, ma forse io non abbastanza per lui.
Certo, non eri solo, c’erano i miei genitori, ma che importa, che importa quando avrei dovuto esserci io? Ricordo i sensi di colpa che mi azzannarono all’improvviso e le mie tattiche di autoinganno per alleviarne i morsi.  
È solo un’influenza, che vuoi che sia, non è nulla di grave, guarirà in un paio di giorni.
Che cazzo ci sto a fare in questo ristorante?
Stai tranquilla, tanto sta dormendo, la tua presenza è irrilevante. Lo sa che gli vuoi bene. Lo sa, altrimenti non sarebbe venuto da te questa mattina. Appunto! È da me che è venuto, da me! Mica da mamma e papà. Da me! E io che faccio? Esco e lo lascio solo? Maddai, sta dormendo!
Tu dici? Sììì, stai tranquilla.
Ricordo il ritorno in macchina, ormai in preda all’ansia, alla fretta di arrivare.
Mezzanotte passata, forse l’una, le due, non ricordo adesso.
Dal momento in cui giro la chiave nella toppa tutto sembrò accadere come su un altro piano di realtà, tanto la percezione di ciò che avevo attorno risultava alterata, distorta, sbagliata.
Entrai, con cautela per non svegliare mamma e papà, attraverso il breve ingresso al buio, mi affacciai in cucina, accesi la luce e guardai in direzione della tua cuccia, lì dove ti avevamo sistemato perché stessi più al caldo, sotto al termosifone. Guardai, cercai con lo sguardo, ma tu non c'eri. Non c'eri, non c’era niente lì sotto al termosifone, nemmeno la cuccia. Il vuoto, solo il vuoto, nient'altro. Un vuoto che cresceva, che si materializzava, che si faceva quasi minaccioso.
Un urlo mi rimase smorzato in gola mentre entrò mio padre e lo guardai e lui mi rispose scuotendo la testa.
- "Dov’è" - gli chiesi? Dentro di me conoscevo già la risposta, ma la domanda la feci lo stesso come se il solo tentativo di farla potesse in qualche modo restituirmi l’attesa, la speranza di un esito diverso. In quei due tre secondi in cui mio padre tardò a rispondere nulla era ancora successo, tutto era ancora possibile, metà e metà, come l’esperimento del gatto di Schrödinger – quel brutto esperimento, fortunatamente solo mentale.
Poi mio padre si mise seduto e mi raccontò. Mi raccontò del tuo peggioramento improvviso, della corsa inutile per portarti dal veterinario, mi raccontò con dovizia di particolari – chissà perché poi, a volte non sarebbe meglio mentire? – del tuo ultimo sguardo in cerca di aiuto (di aiuto? O di me?) e di quegli istanti di agonia prima di morire.
- “Meglio così” – disse mio padre – “è stato meglio che non c’eri, tanto non avresti potuto fare niente e così ti sei risparmiata quegli ultimi momenti strazianti”.
Risparmiata? Che strano, a me sembrò di vedere tutto, di vivere tutto, lui che mi cercava, che cercava aiuto, i suoi ultimi istanti. E io che non c’ero. Non ero lì accanto a lui. 
Come potrò perdonarmi? Come potrai perdonarmi? Potrai?
- “Comunque stai tranquilla” – proseguì mio padre – “non era solo, c’eravamo io e mamma, gli siamo stati vicini fino alla fine. Lo abbiamo coccolato, confortato”.
Sentii il dolore che saliva, lentamente, la mia impotenza crescere, farsi come  un'onda gigante pronta a sommergermi.
- “Ma... “ – chiesi – “... la sua cuccia, il suo corpo, perché non c’è più niente? Perché portar via anche la sua cuccia?”
- “Io e mamma abbiamo pensato che fosse meglio così, l’abbiamo messo dentro una scatola con una coperta e fatto portar via, anche la cuccia, per farti star meno male, per non fartela trovare vuota”.
Mi girai e lì dove prima c’era la tua cuccia vidi il vuoto. Solo il vuoto, di nuovo quel vuoto. Un vuoto talmente vivido, talmente grande da farsi ingombrante, da divenire presenza quasi, ecco, l'ho detto, presenza.
Chi l’avrebbe mai detto che persino l’assenza, il vuoto, il niente potrebbero trasformarsi in qualcosa che c’è, in qualcosa capace di incollarsi plasticamente al corpo, ai pensieri, a divenire, appunto, un'essenza?
La morte, il lutto, un qualcosa che prima non c’era e ora c’è. C’era infatti questa cosa ora dentro di me. Non c'eri più tu, ma c'eri ugualmente, nella tua essenza/assenza/presenza.
Così per me tu oggi sei l’immagine di quel vuoto, e di quegli ultimi istanti che non ho visto, ma che il senso di colpa mi ha impresso a vita nella mente.
In seguito, parlando con qualcuno di quel vuoto che avevo percepito come una presenza, mi fu risposto che lì, probabilmente, in quel vuoto, c’era il germe della fede.
Non lo so. So solo che darei non so che cosa per tornare a quella mattina quando insolitamente venisti a porgermi il tuo ultimo saluto. Ora lo so perchè trovasti la forza di alzarti e di scendere dalla tua cuccia così presto, nonostante l’artrite che negli ultimi anni aveva offeso le tue povere zampette stanche. Eri venuto a salutarmi.
E io, potrò mai rispondere a quel tuo saluto come avresti meritato?
Ti chiedo scusa Charlie per non esserci stata quel giorno e per non esserti stata accanto mentre morivi.
Vorrei che tu mi conoscessi oggi, che sono una persona diversa, con un’empatia di gran lunga maggiore di quanta potessi averne all’epoca, così troppo occupata a correre dietro ad uomini che non mi amavano, o, almeno, non come avrei voluto io. Certo, ti volevo tantissimo bene, ma non basta voler bene se poi non lo so si sa dimostrare e se, quel bene, non arriva come e dove dovrebbe arrivare.
Poche storie, su, io quella sera avrei dovuto restare a casa a vegliarti, rinunciare ad uscire. E per quanto ripeta a me stessa che ti volevo bene, tantissimo bene, la verità è che tu sei morto cercandomi mentre io non c’ero.
Cazzo, vorrei tornare indietro per rimediare ai tanti errori commessi.
E invece tutto quello che posso fare è andare avanti, sperando di aver appreso abbastanza da quegli errori da essere divenuta una persona migliore.
  
***    ***    ***
Questa sorta di auto-confessione mi è stata ispirata dalla lettura di In morte di un cane di Jean Grenier. In realtà era tanto che volevo scrivere della morte di Charlie, solo che ammettere per iscritto una propria mancanza, renderla pubblica, non è poi tanto facile.
Charlie è stato il mio secondo cane, un meticcio di taglia piccola, incrociato con un Pinscher. Aveva quasi 15 anni quando è morto, per complicazioni insorte in seguito a una banale influenza. Ha vissuto una vita piena, bella, intensa. Ma non so se riuscirò mai a perdonarmi per non essergli stata accanto in quei suoi ultimi istanti di agonia. Morire è sempre un’agonia. Manca il fiato, è così che si muore e non dev’essere bello. Certo, mi dico per perdonarmi, non potevo sapere che sarebbe morto. Però diciamo sempre così e alla fine le persone e gli animali che amiamo se ne vanno ed è allora che ci accorgiamo di non averle sapute amare abbastanza. Un monito. Che questo mio scritto mi/ci serva come monito a darci sempre oggi, qui, senza mai risparmiarci. E a farci comprendere il valore di ogni singola esistenza.

10 commenti:

Alessandro C. ha detto...

ho visto piangere come un bambino per la morte del suo cane un cacciatore che aveva sempre detto di avercela a morte con gli animalisti.

Io stesso avevo un rapporto totalmente diverso dagli animali prima di incontrare Miagolina. Penso che molte cose cambierebbero se a tutti venisse data la possibilità di conoscere e rispettare gli animali già in tenera età, quando un agnello o un maialino non li consideri ancora un succulento pasto, ma possibili amici a quattro zampe.
Chissà, probabilmente le cose in futuro cambieranno, ma temo si tratterà di un futuro che non avremo mai la fortuna di vivere.

Biancaneve ha detto...

Sì, Alessandro, anche io sono convinta che non avremo la possibilità di vivere questo futuro che ci auguriamo, mi basterebbe però sapere di star seminando qualcosa di buono che le generazioni future potranno cogliere.
E, comunque sia, crederci o non crederci, cos'altro potremmo fare ora che abbiamo acquisito questa sensibilità? Se non li aiutiamo noi, gli animali, chi li aiuta? Hanno solo noi... diamoci da fare.

Maura ha detto...

Ho un groppo in gola, lo stesso groppo che troppe volte ho sentito...
Noi sappiamo che nel nostro piccolo cerchiamo di dare ai compagni animali quanto è nelle loro necessità.
Però tutte le volte che purtroppo dovessimo perderne uno, perchè si ammala, perchè ci viene rubato dalla stada, ci assaliranno comunque i sensi di colpa perchè è vero, avremmo potuto fare di più...
Ma cosa vuol dire fare di più? Tenere i miei gatti sempre rinchiusi, non farli giocare in giardino perchè dopo la recinzione c'è una maledetta strada semi privata dove le auto sono guidate da delinquenti, ect,ect.
Si, forse per egoismo vorrei tenere tutti sotto una cappa di vetro, ma non sarebbe vita.
Tu sai, cara Rita, che i nostri amici ci conoscono meglio di chiunque altro al mondo, la loro sensibilità è unica, quindi se anche siamo un poco maldestri e non riusciamo a capirli come loro sanno fare sappi che loro ci accettano per quello che siamo...dopo tutto siamo solo dei piccoli esseri umani.

Un abbraccio e un buon sabato.

Biancaneve ha detto...

Buongiorno Maura,
è vero, hai detto una grande verità, loro ci accettano per quello che siamo, a differenza dei nostri simili umani, che stanno sempre a giudicare.
Così come è vero che ci tocca assumerci delle responsabilità su di loro, sulla loro vita, prendere decisioni che a volte appaiono difficili da gestire.
Fai bene a tenere i tuoi gatti in giardino, si divertono, sono liberi, certo, il pericolo delle macchine (se solo la gente andasse un po' più piano) c'è, ma è giusto che vivano la loro vita.

Un forte abbraccio anche a te e buon fine settimana. :-) Un bacio ai pelosetti.

Sara ha detto...

Morire dopo aver vissuto un'intesa vita permeata dall'amore!Non credo che gli sia mancato il tuo sguardo, secondo me ti aveva innanzi credo che i suoi occhi ti rivedessero in quei momenti di inevitabile passaggio tra la Vita e la Morte. 15 anni per un cane sono tantissimi, dal punto di vista veterinario ma per noi non saranno mai abbastanza.
Il quattrozampette che ho amato di più è stata Puzzola, una simil norvegese che ha vissuto 16 anni, una sorta di figlia proprio, che credo abbia mi capito anche quando ero lontana da lei.

Martigot ha detto...

Sono sicura che Charlie ti abbia perdonata, se c'era qualcosa da perdonare. E dov'è ora ti aspetta paziente, in attesa di quando ti rivedrà e ti correrà incontro felice :-)

Comunque è vero, anche se può sembrare banale, che non si dovrebbe mai dare niente per scontato, specialmente la presenza di coloro che amiamo di più, siano umani o animali. Bisognerebbe sempre esserci, fare cose insieme, vivere davvero la serenità del presente. In fondo è questo che dà un senso alla nostra vita. Ed è questo, insieme alla consapevolezza di avere vissuto pienamente, di avere voluto bene, di avere condiviso tanti momenti belli, che ci sarà di conforto, credo, quando dovremo affrontare (mi auguro il più tardi possibile) la scomparsa di qualcuno che amiamo.

Biancaneve ha detto...

Grazie Sara, può essere che sia come dici tu. :-)
Sì, 15 anni sono tanti per un cane, ma ovvio che a noi sembreranno sempre pochi. Purtroppo gli animali hanno generalmente una vita più breve della nostra, affezionarsi a loro è mettere in conto un dolore, una perdita. Ma anche tanto arricchimento d'amore. :-)

Biancaneve ha detto...

Ciao Martigot,
sogno spesso Charlie e nei sogni infatti mi corre sempre incontro festoso. Era un cagnetto speciale, scapestrato, ne combinava di tutti i colori. Ogni tanto scappava, quando sentiva le cagnette in calore (all'epoca abitavo in paese, in una via poco trafficata e lo conoscevano tutti quelli del quartiere) così dovevo andarlo a cercare; oppure tornava da solo, affamato, dopo una notte di passione. :-)

Sì, non dovremmo mai dimenticare che la morte per ognuno di noi potrebbe arrivare in qualsiasi momento, che non è un pensiero brutto o triste come può sembrare, solo un monito a vivere più pienamente la vita, il presente. Mi rendo conto che detto così sembra banale perché sono frasi che si sono sempre dette, ma un conto è dirle, leggerle, prenderne atto intellettualmente, un altro è sentirle emotivamente.

keiko ha detto...

Mi ha preso un groppo in gola......
L'assenza è sempre una presenza ingombrante.
Charlie era fortemente empatico, specialmente con te, ma noi non siamo perfetti.
Non potevi prevedere; capita di perdere così anche persone che amiamo.
Ha vissuto una vita serena e felice, io credo che da qualche parte ti pensa ancora.
Come stai facendo tu.
Ti abbraccio.

Biancaneve ha detto...

Grazie Keiko.
Sì, lui era proprio un cagnetto speciale. E mi consolo sapendo che ha vissuto una bella vita.
Ti abbraccio anche io.