lunedì 18 agosto 2014

Di arte e consumo conditi da un pizzico di (sana) misantropia


Nell’immagine sopra il trittico di Balla esposto alla Galleria nazionale di arte moderna di Roma: memorabile.
I malati, la pazza, il mendicante.
Certo dal vivo è un'altra cosa, andate a vederlo.

Non esaltante invece la mostra attualmente in corso dal titolo "La forma della seduzione. Il corpo femminile nell'arte del novecento".
Lodevoli gli scatti di Man Ray, così come qualche singola opera, un nudo di Modigliani, ad esempio, da togliere il fiato, però nel complesso abbastanza deludente.
C'è una sezione in cui il corpo femminile è teriomorfo o comunque si incontra con animali non umani. 
Ovviamente il titolo che hanno scelto è "la bella e la bestia" (che originalità!), rimarcando così la differenza ontologica tra umano e non umano, il primo nel segno della bellezza, il secondo nel segno della mostruosità. 
L'arte è ancora troppo distante da qualsivoglia sensibilità non dico antispecista, ma un po' meno antropocentrica. 

Comunque mi son riempita il cuore delle tre opere di Balla e ci tornerei solo per dargli un'occhiatina ogni tanto... se non si pagasse il biglietto d'entrata.

Sì, perché in Italia si paga per vedere l'arte, a differenza di tanti altri paesi europei. Non vedo l'ora di tornare a Londra per entrare dentro i musei anche solo per guardare una sola opera e poi tornarci il giorno dopo per guardarne un'altra. 
L'arte a pagamento è un affare consumistico. Paghi, entri, consumi e siccome hai pagato ti senti "obbligato" a guardare tutto e in fretta altrimenti non fai in tempo, è tutto un bruciare visioni, faccio questa sala, poi l'altra, quella mi manca, ma lì ci sono già stato o no?

Ricordo una scena buffa a una mostra su Cézanne di tanti anni fa: un lui e una lei che si aggiravano spaesati tra le varie sale espositive, abbigliati da turisti, con l’andatura pesante di chi ha i piedi doloranti. Facevano parte di un tour ed era evidente che non si trovassero lì per propria scelta, ma perché “il pacchetto” di viaggio aveva incluso pure quella visita. Lei affranta, quasi piagnucolante dalla noia e la stanchezza e lui che la consolava dicendole: “coraggio cara, ancora un sala e poi abbiamo finito”. Se l’avessero portata dal dentista si sarebbe lamentata di meno. 

Un caso limite ovviamente, eppure capita spesso di vedere persone nei musei che si aggirano scontente, strascicando i piedi, gettando occhiate alla rinfusa, soffermandosi solo su qualche nome noto (alla National Gallery di Londra la gente passa in fretta davanti a certi capolavori classici, capace che ti sbadigli davanti a un Velasquez e poi però ti sgomita e ti lotta  nella ressa per riuscire a sbirciare un van Gogh. Si chiama arte di consumo, si gode nel dire di aver visto quell’opera o quella mostra, non della fruizione in sé). 

Invece l'osservazione di un dipinto richiede calma, attenzione, tempo, ricerca dello stato d'animo giusto. In un certo senso è il dipinto stesso che deve attrarre l'attenzione e ti chiede il tempo necessario per porsi nella modalità "d'ascolto" giusto affinché racconti la storia che ha da raccontare. Ma nelle gallerie d'arte italiane, come ad esempio nella splendida Galleria Borghese, questo non è possibile perché il biglietto d'entrata scade dopo meno di due ore. Va da sé che la pinacoteca al primo piano venga vista en passant se si vuole avere il tempo necessario per le opere esposte al piano di sotto, oppure ci si ritorna, ma pagando un’altra volta. Un turista che si ferma a Roma pochi giorni magari non fa in tempo, visto che le cose da vedere in questa città sono tante, per cui ha pagato profumatamente per visitare una galleria senza avere avuto il tempo necessario di vederla come e quanto voleva. 
Non parliamo poi della maleducazione degli Italiani. Gente che mentre stai lì che osservi ti scavalca e ti piazza il braccio davanti per scattare foto (credo sia peraltro vietato scattare foto). 
Il mio preferito rimane il museo Barberini, dove non c'è quasi mai nessuno. L'arte richiede solitudine e introspezione, non è possibile calarsi nel mood giusto in mezzo a gente cafona che spintona e scatta foto destinate a un puro consumo visivo.

Vivo a Roma da tanti anni e potrei andare nei musei tutti i giorni, ma talvolta ci rinuncio perché mi sembra che non ci sia tanta differenza con i centri commerciali. L’arte ridotta a un prodotto di consumo mi avvilisce. Preferisco allora sfogliarmi un libro d’arte a casa, in tutta tranquillità, anche se, dal vivo, è un’altra cosa, ammesso e non concesso che sia possibile vivere l’esperienza che richiederebbe, appunto. 
Peraltro, scommetto che se i musei fossero gratis ci sarebbe meno ressa perché ognuno potrebbe andare lì come meglio, quando e quanto crede, mentre invece il concetto del pagare per vedere rende le persone sbruffoncelle e le autorizza a sentirsi in diritto di consumare ciò per cui ha pagato, anche in assenza del mood giusto. 
Persino i due dipinti di Caravaggio conservati nella chiesa di Piazza del Popolo non si possono osservare senza pagare. Bisogna mettere un euro per poterli illuminare. Roba che mentre stai lì rapito dall'estasi della contemplazione ti si spegne la luce all'improvviso... peggio delle docce a pagamento nelle piscine dove sul più bello l'acqua finisce e tu resti lì mezzo insaponato sperando che il vicino di doccia ti passi una monetina. 

13 commenti:

Sara ha detto...

Per i musei che fanno capo direttamente al Mibact c'è l'ingresso gratuito ogni prima domenica del mese, quindi le giornate europee del patrimonio con l'ingresso gratuito l'ultimo we di settembre.
Molte realtà sono gratuite sempre, il sito del Mibact illustra le modalità di visita regione per regione ed è effettivamente sempre aggiornato. Io credo che un minimo si debba pagare, da addetta ai lavori so quanto bisogno c'è di risorse. D'altro canto se pensi che uno degli ultimi ministri è stato Galan, ti fai un'idea di come la politica abbia considerato i beni culturali. Franceschini ha portato in effetti un'aria nuova.

Rita ha detto...

Non sono d'accordo che per i musei si debba pagare, al limite si mette a disposizione la possibilità di fare offerte, com'è a Londra.
Certo, mi rendo conto che esistono differenze culturali enormi, a Londra infatti ogni persona che entra lascia un'offerta e i residenti, andandoci spesso e facendo dei musei anche dei luoghi di ritrovo (nelle aree dedicate, come la caffetteria ecc.) hanno modo di lasciare le offerte più volte all'anno. Inoltre si organizzano attività didattiche, anche per i bambini e molto altro. In Italia invece tutto è vissuto come una forma di consumo.
Il discorso delle risorse di cui si abbisogna sempre in Italia non fa testo perché chissà quanti fondi vengono impiegati male, rubati o altro... appunto, quella che è in gioco non è tanto la questione se sia giusto far pagare o meno (per me non lo è), ma la sensibilità di un popolo all'arte o meno, cosa che si sta perdendo.

Alessandro C. ha detto...

Venerdì scorso abbiamo visitato un museo storico in provincia di Bologna. Ingresso quasi gratuito - circa due euro simbolici - gente cordiale e atmosfera davvero accogliente.

Altrove i musei sono gratuiti. In Italia si deve lucrare anche su questo. Ma poi, dove vanno questi introiti? Non ho la sensazione che un museo italiano sia tenuto meglio, o sia più efficiente, di un museo londinese.

Misteri.

Rita ha detto...

P.S.: tu trovi giusto che debba pagare dodici euro per la Galleria Borghese ogni volta e che non posso restare nemmeno due ore? Dopo un'ora e cinquanta circa ti obbligano ad uscire per fare spazio ad altri gruppi di visitatori. Sta vicino casa mia e ci andrei quasi ogni giorno solo per ammirare una delle mie sculture preferite che è Apollo e Dafne, ma ovviamente non posso spendere dodici euro solo per ammirare un'opera e non perché non li meriti, ma perché l'arte non dovrebbe essere consumo, come ho cercato di spiegare. La fruizione estetica è esperienza innanzitutto e far pagare significa non dare accesso a tante persone a questo tipo di esperienza. I musei gratis una volta al mese a Roma sono impossibili da visitare. Dai, poi non esiste che si debba essere obbligati ad andare in quella data, come detto, si perde il gusto dell'esperienza in sé. E tutto si riduce a consumo.

Rita ha detto...

* non possa

Rita ha detto...

@ Alessandro

Sì, forse il problema dell'esosità riguarda soprattutto Roma, del resto tocca mettere un euro anche per illuminare i due affreschi di Caravaggio nella chiesa di piazza del Popolo e dopo cinque minuti la luce si spegne... un vero ladrocinio, tu stai lì che guardi e la luce si spegne, peggio di quando ti fai la doccia a pagamento nelle piscine e ti finisce l'acqua sul più bello :-D I musei romani peraltro sono gestiti malissimo, spiegazioni scarse, alcune opere mancano di didascalie e sono illuminate male, non c'è un'area apposita dedicata ai bambini, per non parlare delle autoguide... due parole in croce ché perfino io che non sono una studiosa d'arte potrei fare di meglio.

Rita ha detto...

errata corrige:
quelli di Caravaggio non sono affreschi, ma dipinti su tela. Pardon. Nella fretta mi son confusa.

Sara ha detto...

Gli introiti dei musei vanno a mantenere realtà che non hanno il biglietto, come ad esempio gli archivi,che anch'essi rientrano nei beni culturali.Noi abbiamo costi altissimi di manutenzione per il nostro patrimonio, che è diffuso su tutto il territorio. Anche l'archeologia dà ingressi bassi,ma costa tagliare l'erba negli scavi! ma veramente tanto.
Per quanto concerne i disagi comunque vanno segnalati alla direzione dei musei, oppure anche una bella lettera ai giornali.

Rita ha detto...

Comunque io mi riferisco soprattutto ai musei grandi delle grandi città.
Un piccolo museo di provincia può anche far pagare un biglietto non esoso, lo capisco, ma luoghi come i musei vaticani, la galleria borghese, la galleria nazionale d'arte moderna ecc. - dove sono esposte collezioni permanenti e vengono visitati ogni giorno da migliaia di turisti (parliamo appunto di grosse realtà turistiche)dovrebbero avere l'ingresso libero, com'è a Londra per la National Gallery, il British museum, la modern Tate ecc..
A Londra come fanno a rientrarci con le spese?

Sara ha detto...

Loro non rientrano con le spese, ma la loro Amministrazione ha un numero assolutamente modesto di cose da tutelare rispetto alla nostra. Io lavoro in questa realtà da14 anni, sono assolutamente convinta che si debba migliorare, ma veramente la diffusione sul territorio di beni culturali è talmente alta che che sarà sempre un costo in perdita se ragionato in termini di biglietti.

Rita ha detto...

Ovviamente io parlo da visitatrice di musei e non conosco la realtà da dentro, però so che anche molti turisti stranieri rimangono stupiti dal fatto che debbano pagare. Forse una soluzione potrebbe essere di aumentare i giorni in cui sia possibile visitarli gratuitamente, invece di una volta al mese, si potrebbe fare un giorno o due a settimana.

artilibere ha detto...

Credo che sia iniquo il confronto con i musei britannici.

Purtroppo noi umani ci siamo inventati un mondo dove ogni cosa costa, e i musei non ne sono esenti.. che io sappia le spese sono alte: dai consumi energetici alla sicurezza contro il vandalismo (altra cosa di cui non si sente la necessità ma c'è).

A Londra o anche a Berlino la cultura è diversa, chi visita un museo o una mostra lo fa spesso perché lo vuole ed ha gli strumenti per farlo. Diventa normale a quel punto lasciare un contributo volontario.
Diventa anche facile per il pubblico contribuire alle spese con sovvenzioni, e molto spesso le sponsorizzazioni private sono intelligenti e consistenti.

In città dense come Roma i fondi pubblici, pure se fossero amministrati bene, difficilmente riuscirebbero a coprire tutto quello che c'è.
E siamo il paese che si indigna per le sponsorizzazioni private, lasciandone poi l'esclusiva (o quasi) alle fondazioni bancarie che li usano come tribune elettorali permanenti.

In un paese come questo io VOGLIO PAGARE il biglietto.

Poi fuori dal museo faccio la mia parte, quel che posso, perché le cose cambino... affinché si ricostruiscano una cultura del pubblico e del privato.

Da fare c'è tantissimo: avessimo una classe dirigente in grado di trasformarlo in professione, risolveremo buona parte del problema disoccupazione :)

A quel punto, quando gli italiani torneranno in possesso del proprio senso civico, allora togliere la "tassa d'ingresso alla bellezza" sarà un passaggio automatico.

Prima di allora bisogna (ri)guadagnarcela :)

Rita ha detto...

Grazie per aver espresso il tuo punto di vista, che trovo abbastanza condivisibile, nel senso che è vero che a noi Italiani manca proprio in generale il senso civico, così come l'abitudine di frequentare i musei per imparare qualcosa o per puro piacere e non solo perché "fa figo" dire di essere andati a vedere la tal mostra del tal artista.
Però chissà... se il costo del biglietto fosse meno esoso, magari ci sarebbe maggiore affluenza e da cosa nascerebbe cosa.