giovedì 6 ottobre 2016

Per loro


Permettetemi di condividere con voi un piccolo sfogo personale.
Chi mi conosce sa che durante i presidi al mattatoio io rimango sempre calma. Determinata, ma calma. 
Quando passano i tir pieni di animali non piango, non urlo, non mi dispero. So che sono lì per un motivo, per documentare e raccontare a tutti cosa accade. So che piangere non salverà quegli animali e non servirà in generale un granché.
Vedo, sento, registro tutto, odori, rumori, lamenti dei maiali. Però non mi scompongo mai. 
Non sul momento. Sembro forte e forse lo sono, ma perché non posso fare diversamente. 
Poi torno a casa e nei giorni successivi, quegli odori, quei lamenti, quelle immagini cominciano a lavorarmi dentro ed è allora che si fa sentire. La sento arrivare piano piano, silenziosa, si fa strada un centimetro per volta fino ad avvolgermi tutta. Come un nembo di nebbia. Non è una vera e propria depressione (mancherei di rispetto a chi ne soffre davvero, a chiamarla così), quanto una specie di apatia che mi fa passare voglia di fare qualsiasi cosa: alzarmi, lavarmi, vestirmi, uscire, terminare o iniziare qualsiasi progetto. Mi trascino pesante per casa facendo il minimo indispensabile. Mi occupo dei gatti, trovo un po’ di sollievo leggendo o guardando qualche film o serie tv. Per lo più dormo. Esco se sono proprio costretta, la sera per andare a fare il giro delle colonie o se ho un appuntamento che non posso rimandare.
Sono scontrosa e non ho voglia di parlare con le persone. Non rispondo al telefono. 
Non racconto mai come mi sento quando mi sento così per due motivi: primo perché non mi piace esternare le mie fragilità o fare la vittima (vittima di che? Non sono io la vittima), secondo perché comunque penso che sia sciocco parlare di noi, di come ci sentiamo, del nostro dolore, quando è solo una minima parte infinitesimale di quello che devono passare gli animali. Mi sembrerebbe puro egocentrismo parlare di me e non di loro.
Poi a un certo punto succede che la nube si allenti un po’, lasci filtrare un po’ di luce. Ed è allora che quel dolore si fa sentire in modo diverso. Magari è anche più acuto, nella sua ritrovata o raggiunta nitidezza, ma tutto preferisco fuorché quella coltre apatica che ottenebra pensieri e azione. A questo punto diventa facile fronteggiarlo e rispondergli con una rabbia che è subito trasformata in rinnovata determinazione.
Così mi tornano in mente gli sguardi di tutti quei disperati condannati a morte che ho incontrato e ripeto saldamente: “è per te, per lui, per lei e per tutti voi che continuerò, che ci sarò ancora, non importa quante volte la coltre nebbiosa dell’apatia mi avvolgerà di nuovo”.

Oggi mi sono fatta del male guardando il video della maialina dapprima rimasta ferita nel ribaltamento del tir in Canada e poi trucidata a sangue freddo nonostante le richieste imploranti degli attivisti di salvarla. 
I suoi occhietti chiusi, le ciglia lunghe bagnate di pianto, il suo respiro col fiato mozzato dal dolore e dalla paura, e comunque l’attaccamento alla vita erano qualcosa di immensamente commovente. Eppure chi ha voluto ucciderla non ha saputo vederli e dopo l’hanno trascinata via con la pala di metallo di una specie di trattore, come fosse spazzatura. 
Qualcosa in quel momento ha franato dentro di me e si è sbriciolato. Un pezzo di cuore. Ci ho lasciato un pezzo di cuore su quegli occhi e su quel corpicino, ancora sanguinante, che veniva trascinato via senza alcun riguardo.

Non voglio odiare. Voglio incanalare la rabbia in pensieri propositivi, progetti e azioni. 
Stavolta l’apatia la terrò a bada. Perché non posso sprecare nemmeno un momento di questa mia vita preziosa fintanto che ai miei fratelli verrà tolta la loro, altrettanto preziosa. Quegli occhi mi sono rimasti stampati nella mente e voglio che diventino un simbolo per non arrenderci.
Mai. Lo dobbiamo a loro, a tutte quelle creature indifese che vengono massacrate a migliaia, ogni secondo, senza pietà. 

(Nella foto, lei è quella a terra. Qui era ferita, ma viva. Il suo compagno sta cercando di confortarla, poi l'hanno preso e, visto che non era ferito, spinto e fatto camminare a forza fino all'entrata del mattatoio. Lei è stata trucidata poco dopo, davanti agli attivisti. Ha impiegato lunghi minuti per morire).

P.S.: per saperne di più su quanto è accaduto in Canada, seguite la pagina FB Toronto Pig Save o anche NOmattatoio. 

15 commenti:

Lorenzo ha detto...

Ci sono cento cose sbagliate in questo post.

Ne affronto solo una. Il maiale esiste solo come cibo. E' stato costruito tramite eugenetica dai nostri avi perché cacciare il cinghiale era una faticaccia. Se decidessimo di non mangiare piu maiale, il maiale cesserebbe di esistere perché nessuno lo fabbricherebbe e lo alleverebbe.

Quindi devi sapere che mentre dici "non uccidete il maiale" stai in realtà dicendo "il maiale non deve esistere".

Maura ha detto...

Finiamola con questa ipocrisia Lorenzo, tutte le scuse sono buone per giustificare i cacciatori e gli aguzzini dei mattatoi.
L'uomo primitivo uccideva per sopravvivere, se poi l'evoluzione della specie non ha dato in tutti il giusto risultato non possiamo continuare a chiudere gli occhi davanti alla mancanza di cuore di certi personaggi indegni di appartenere al genere "umano".

Maura ha detto...

Scusami Rita, non ti ho nemmeno salutata...torno presto.

Rita ha detto...

Lorenzo,
non so chi mi trattenga dal mandarti affanculo. Tu sembri esistere solo per dire stronzate su un argomento di cui ti sfuggono i punti fondamentali.
I maiali sono individui senzienti, sono come il cane o altri che per cultura invece coccoliamo e rispettiamo.
Non si estinguerebbero, come non si sono estinti i tanti che sono stati strappati all'industria della carne e che vivono felici nei santuari.

In natura sopravviverebbero benissimo. Tornerebbero selvatici.
Ma anche se fosse che si estinguessero, sarebbe comunque meglio rispetto all'aberrante pratica di far nascere individui senzienti solo per ucciderli. Quella che a te sembra una scusante, in realtà è una violenza immane.

Sei una persona veramente insensibile. Fammi il piacere, non commentare più in questo blog. Non ho interesse a discutere con te perché a tutto c'è un limite e per discutere ci vuole un minimo di terreno condiviso, che con te manca.
Chi dice che un individuo esiste solo per diventare carne da macello e solo per essere considerato come merce, non merita la mia attenzione.
Posso capire che le persone giustifichino il mangiare animali con scuse che gli sono state inculcate nella testa sin da quando sono bambini, ma a tutto c'è un limite.

Nel mio post non c'è nulla di sbagliato, sbagliata è la cultura in cui viviamo che ci fa considerare normale l'esistenza di allevamenti e mattatoi: prodotti culturali frutto di violenza e dominio.

Rita ha detto...

Ciao Maura, un carissimo saluto a te.

Rita ha detto...

P.S.: sempre per Lorenzo.
Sei anche una persona profondamente irrispettosa perché questo mio post era un post intimo che mi è costato molta fatica scrivere. L'ho anche premesso nella prima riga.
E questo tuo commento del cazzo avresti potuto lasciarlo sotto a qualsiasi altro in cui parlo della questione animale, ma farlo proprio qui mostra proprio la tua mancanza di sensibilità, rispetto del dolore altrui e anche educazione.

Sparisci!

marco piervenanzi ha detto...

Rita, la tua purezza, solo tua e di pochi altri non ti mette al riparo da chi non puo'comprendere il significato della tua e nostra battaglia.
Obiezioni fuori luogo come quelle di Lorenzo sono il frutto di una diffusa assenza di empatia. Questo signore non puo'comprendere. Il suo e' uno stadio primitivo. Tra te e lui c'e'una galassia. Occorre solo provare pena per tanta miseria umana. Le sue conoscenze sono minime. Non ha speranza.

marco piervenanzi ha detto...

Rita, la tua purezza, solo tua e di pochi altri non ti mette al riparo da chi non puo'comprendere il significato della tua e nostra battaglia.
Obiezioni fuori luogo come quelle di Lorenzo sono il frutto di una diffusa assenza di empatia. Questo signore non puo'comprendere. Il suo e' uno stadio primitivo. Tra te e lui c'e'una galassia. Occorre solo provare pena per tanta miseria umana. Le sue conoscenze sono minime. Non ha speranza.

Giovanni ha detto...

Cara Rita, sono al tuo fianco, contro la rozzezza insensibile. Hai ragione, non si può discutere e a tutto c'è un limite. Non merita rispetto chi non ne da per primo. Non merita gentilezza chi è capace solo di essere crudele e insneibile. Ci sono i mostri, contro gli animali.

Lorenzo ha detto...

Eppure, io ho solo mostrato i fatti.

I maiali non esistono in natura. Sono prodotti ed allevati solo per essere macellati e trasformati in cibo, colla, pennelli e altre cose. Ci si esercitano anche i chirurghi sui maiali.

Se il maiale diventa "individuo senziente" per cui non si può uccidere, cessa di avere qualsiasi utilità, quindi cessa di esistere. Nessuno si prende la briga di fare riprodurre maiali ed allevarli solo per il gusto di farlo, tanto più che in natura sopravvive il progenitore selvatico che basta e avanza.

Riguardo la faccenda della "empatia". Non di empatia si tratta ma di "antropo-morfizzazione", ovvero il trasferimento di caratteri umani sopra cose animate o inanimate. Il contrario della "disumanizzazione" di cui si diceva in altro post.

Vediamo di capirci. Se io vedo un cane e un bambino che affogano non solo non ho alcun istinto di soccorrere il cane ma se serve, lo faccio affogare volentieri, anche cento o mille cani, se questo aiuta a salvare il bambino. In condizioni più realistiche, quelle in cui vivevano i miei nonni, cioè se devo scegliere tra lo "essere senziente" e dare un po' di carne a mio figlio che mangia pane e cipolla, ancora, non ci penso nemmeno un nanosecondo.

Adesso mi direte che al giorno d'oggi nessuno muore di fame se non mangia il maiale. A parte la premessa, che se il maiale non si mangia, il maiale cessa di esistere, a parte le considerazioni sulla opportunità di una dieta priva di carne ed eventualmente latte, uova eccetera, si ragiona sempre come se vivessimo in condizione di risorse infinite.

Ovvero, l'impatto degli allevamenti. Bene, consideriamo ora l'impatto delle serre o del trasporto dei fagioli dal Sud America. Facile ragionare partendo dalla idea che basta andare alla Coop e trovi negli scaffali qualsiasi cosa tutto l'anno, non importa come ci arriva. Sarebbe molto diverso se ci dovessimo alimentare con quello che coltiviamo o raccogliamo con le nostre manine. Nove decimi degli Italiani morirebbe di fame.

Comunque, tutto questo, ovvero il mondo Disney con gli animali parlanti e vestiti, è argomento da sociologi e psicologi e io non pratico nessuna delle due discipline.

Rita ha detto...

Ma quali fatti?
Dimostri un'ignoranza veramente abissale perché non c'è nessun mondo di Disney e non stiamo antropomorfizzando nessuno.
Prima di parlare degli altri animali dovresti conoscerli. La scienza e l'etologia per fortuna ci vengono in aiuto. I maiali sono esseri intelligenti e senzienti, in grado di avere una propria esperienza del mondo. E sono soggetti della loro stessa vita, non devono servire proprio a nessuno, è sbagliata la maniera di pensare che qualcun altro debba vivere solo in quanto avrebbe una presunta utilità.
Stai portando esempi estremi per giustificare la violenza degli allevamenti e mattatoi, ma la realtà è che entrambi sono il frutto di pratiche di dominio che la nostra specie esercita sul resto del mondo animale e sulla natura in generale.

Non ho alcun interesse a continuare questa discussione, come ti ho scritto sopra perché tanto tu non hai curiosità di saperne di più sugli altri animali e sull'antispecismo, vuoi solo provocare.
E, ribadisco, dimostri di essere insensibile nello scrivere proprio sotto a questo post in particolare.
Non ti frega niente degli altri animali? Bene. Ma non hai rispetto nemmeno di chi scrive e questa è un' aggravante.

Rita ha detto...

P.S.: e comunque, sulla questione che i maiali non esisterebbero se non allevati, ti invito a leggere questa riflessione del filosofo Leonardo Caffo (scritta in occasione di una mostra fotografica di Andrea Festa per NOmattatoio, dal titolo "Gli invisibili":

"E dunque lottiamo per degli individui, o almeno così abbiamo sempre creduto. Ma per quali? Se qualcuno è un individuo dovresti poterlo individuare, indicare, riconoscere. Eppure questi animali che vogliamo liberare, di fatto, non esistono: quelli che esistono oggi stanno morendo mentre chiediamo i loro diritti, mentre altri seguiranno loro senza sapere se avranno ancora noi a poterli salvare. Questa staffetta, assurda e tremenda, non è faccenda di vita, ma di morte: la liberazione animale è il rispetto della morte. La fine della generazione perpetua dell’esistenza, al ritmo della riproducibilità tecnologica, verso un ripristino di un “ordine”: vita, morte, altra vita (vita dell’altro). L’attivismo allora è una pratica mistica: si mira a liberare la forma, più che il contenuto - perché è per il luogo senza nome che si lotta, quel luogo che è la vita in quanto vita, a prescindere da l’ente che ne prenderà la forma. Si difende un concetto, più che un oggetto, “l’animale parola” che come un’immensa stanza senza luce vede riempirsi di entità che non hanno neanche la possibilità di di farsi “animale corpo”. Lo specismo nega ogni cosa: la filosofia dello specismo è la negazione per eccellenza. Mangiamo “l’agnello”: ma quale, chi? Cosa è un angelo, ovvero cosa può un agnello? Il suo corpo, il suo sguardo … la terribile consapevolezza che ogni agnello è uguale a se stesso: questo è lo specismo, la più violenta delle ideologie perché nega, dalle fondamenta, la differenza che alberga in ogni ripetizione. Nega la congiunzione fondamentale che è “differenza e ripetizione” e la trasforma, sotto i nostri occhi inermi, piangenti e straziati, in una disgiunzione “differenza o ripetizione”. Gli animali non sono referenti assenti, sono assenti con un referente: l’animale al singolare che massacriamo linguisticamente - “il maiale” - di cui poi singoli corpi ricoprono un bordo - “i maiali” - scomparendo ancor prima di potersi presentare al mondo. Allora l’attivismo diviene, attraverso questa consapevolezza, una sfida al destino: l’unico modo che l’umano ha per ricongiungere forma e contenuto - l’animale con la sua animalità. Noi non liberiamo gli animali, noi liberiamo strutture: e se è vero, come è vero, che ciò avverrà in un futuro lontano, anche noi stessi diventiamo forme, verso altre forme che ci rimpiazzeranno, ricongiungendo ogni cosa con il tutto. Perché il tutto è in ogni cosa: l’essere si può dire in molti modi, in molti animali, in molti sguardi."

Nascere al solo scopo di diventare "carne da macello" è l'aberrazione massima che si possa concepire.
Non è vero comunque che si estinguerebbero perché basterebbe lasciarli in natura, quando le condizioni lo permetterebbero, e tornerebbero selvatici nel giro di una generazione.
Ma se anche fosse, meglio l'estinzione che una non-vita dentro allevamenti come lager in cui non vedono mai la luce del sole e dove le scrofe addirittura vengono tenute dentro gabbie di contenzione senza nemmeno avere la possibilità di girarsi su loro stesse.

Tutto questo è di una violenza immane. Si tratta di una forma di dominio totale sui corpi di altri individui, nulla a che vedere con la predazione che è inscritta nel dna delle specie carnivore obbligate.
Tra predazione e allevamento c'è una differenza enorme perché la prima è naturale e necessaria per le specie carnivore, il secondo è frutto della cultura del dominio.


Giovanni ha detto...

Il linguaggio di questo Lorenzo è intriso di villenza tossdica, molto difficile da ascoltsare. Una violenza che non va accettata.
Sale in cattedra e dispensa lezioni con una sicumera incrollabile. E MAI una volta che gli asnimali per lui smettano di essere cose. Direi che questo è il prodotto dell'antropocentrismo più assoluto, perfetto nella sua realizzazione, nella sua natrrazione auto-assolutoria, per continuare a perpetrare la sua viollenza, che ammanta di tecnicismi o eufemismi - per nasconderla, per oscurarla, per elevarla, o chissà che altro.
Che cosa è naturasle, e che cosa no? Giusto per farsi una domanda di base, da cui iniziare. Nemmeno l'uomo è naturale. Oppure, tuttoè naturale, una natura che incorpora anche gli aspetti tecnologici e artificiali.
Che cosa vuol dire che il maiale non esiste in natura? Frase senza senso, argomento fallace e pure disonesto sotto il punto di vista dell'empatia - della uqale ribadisco la vitale importanza.

UnUomo.InCammino ha detto...

La Natura è fatta di diversità, di predazione, di vita, di morte, di competizione.
Il genere Homo è il predatore apicale.
Poi vennero i rozzi monoteismi, quelli della cazzate delle pecore tutte uguali e poi dell'agnello che va a prendere l'aperitivo col lupo e altre sciocchezze del genere.
La waltdysneizzazione della società artificiale, urbanizzata.
Lo stesso tumore che produce le costipazioni umane, le megalopoli e le conurbazioni, l'allevamento dell'industria zootecnica per il cibo (animale) e poi umana (la fabbricazione su ordinazione di piccoli oggetti umani selezionati da catalogo per i capircci egoici di varie costellazioni di diversamente sessuali) e quindi l'urbanismo e vegano e antispecista che sono una formulazione spinta delle stupidità ugualiste prima monoteiste, poi illuministe e quindi marxiste.
Molti problemi a cui si tenta di mettere rimedio con un peggioramento della situazione, ovvero con affermazioni antiecologiche, antistoriche, innaturali con le quali tentate di ribattere alle osservazioni oggettive di Lorenzo.
Vi fanno infuriare perché vi destano, vi tolgono dalla realtà e dalle sue leggi, dalle leggi della fisica, della biologia, tra le quali quelle della predazione, della selezione naturale, della vita e della morte, ciascuna delle quali esiste solo in funzione dell'altra.

Il maiale non esiste in natura, perché è il risultato di una lunga selezione che ha addomesticato il cinghiale a scopo di renderlo mansueto, produttivo.
E' come uno di voi, uno di noi, che è talmente abituato e condizionato all'artificiale urbano che non senza supermercati, senza acquedotto, senza tutto l'articiale tecnico, non camperebbe neppure nel Bengodì naturale.
Ho degli amici piccoli contadini che hanno smesso di allevare Cinta Senese perché troppo "irascibile" e continuano solo con la Mora Romagnola e in quella zona d'Appenino non esiste più, esistono solo cinghiali e... appunto, Mora Romagnola allo stato semibrado.
Anche se voi non piace è così.

Rita ha detto...

A parte che l'antispecismo non contempla affatto l'idea disneyana della natura, ma secondo poi cosa c'entra la natura con gli allevamenti e la violenza istituzionalizzata dei mattatoi?
Non mettiamo in discussione la natura e la predazione delle specie carnivore obbligate, ma gli allevamenti e i mattatoi e altre pratiche violente come la vivisezione, tutte pratiche che sono prodotti culturali, quindi come tali discutibili. Così come è stata a suo tempo discutibile la schiavitù degli Africani o il dominio sulle donne in società fortemente patriarcali e maschiliste (che in parte permangono ancora oggi).

Io parlo di politica, non di natura.