martedì 17 dicembre 2019

Diciassette dicembre


Cari mamma e papà, il mio primo compleanno senza di voi. Senza l'immancabile telefonata mattutina in cui mi cantavate gli auguri e mi chiedevate come avrei festeggiato.
Per tanti anni l'ho festeggiato anche con voi, quanti bei compleanni, poi, crescendo, questa abitudine si è andata un po' a perdere, ma non ve la prendevate perché per voi l'importante era che stessi bene io.
In questa giornata mi avete spesso raccontato la mia nascita, un po' turbolenta e difficile perché sono venuta al mondo con due mesi di anticipo e quindi è stato necessario ricoverarmi in ospedale, in un altro ospedale, più attrezzato, quello di Viterbo, per mettermi in incubatrice.
Non ascolterò più dalle vostre labbra i particolari minuziosi di come mi avevano sistemata in una scatola delle scarpe avvolta nell'ovatta e con una borsa dell'acqua calda su un lato per tenermi calda e poi trasportata con la macchina di un amico perché l'ambulanza, per le stradine tortuose che portano da Acquapendente a Viterbo, ci avrebbe messo troppo. E poi c'era la neve... la neve, la neve, un particolare significativo, e forse, se non ricordo male, l'ambulanza sarebbe dovuta arrivare da Viterbo e poi tornare indietro, un lasso di tempo troppo lungo per una bambina che pesava solo un chilo e due. La tua coscia grande quanto il mio dito mignolo, dicevi, papà.

Le acque che si son rotte senza alcun preavviso e il panico che fosse davvero troppo, troppo presto, la corsa in ospedale, un battesimo veloce, "la bambina potrebbe morire", aveva detto l'ostetrica. Le strade già bianche, ma in qualche modo a Viterbo ci sei arrivata, mi raccontavate, e ci sei stata due mesi e mezzo, prendendo il latte che mamma si tirava via col tiralatte e poi faceva recapitare in ospedale o ti portava direttamente. Per due mesi ti ho guardata attraverso un vetro. Questa cosa me la dicevi sempre, mamma. Ti guardavo e piangevo, giù le lacrime sulle guance, la paura che morissi, il dolore di non poterti tenere, abbracciare, portare a casa, ma il pediatra mi diceva di non disperare perché eri forte e combattiva. La mattina di Natale ti ho trovata con un fiocco rosso in testa, appiccicato con del sapone sulla testolina senza capelli. Te l'aveva messo un'infermiera e ti mostrò a me attraverso il vetro, dicendomi "la vede quant'è bella?" per tirarmi un po' su.

Sono queste le cose che mi raccontavate, più o meno queste, variando ogni volta qualche particolare, quello sull'orario di nascita, ad esempio, che non mi avete mai saputo dire con precisione. Quello che non variava mai era l'amore che traspariva dalle vostre parole quando ricordavate tutto ciò.

Questo amore oggi mi manca, mi manca moltissimo. Ma in qualche modo sono arrivata fin qui, proprio come quel diciassette dicembre di cinquantuno anni fa arrivai a Viterbo e come ce la feci allora, passando anche attraverso una malattia infettiva che mi indebolì ulteriormente, ce la farò stavolta.
Ah, e la neve mi piace sempre tanto. A volte la sogno e quando la mattina mi sveglio so che quella sarà una giornata fortunata.

Foto presa dal web.

2 commenti:

jack ha detto...

Nevica mentre leggo.

Rita ha detto...

:)