mercoledì 26 febbraio 2020

Lo stagista inaspettato


Lo stagista inaspettato (titolo originale: The Intern) di Nancy Meyers è una commedia gradevole e femminista.
De Niro, nei panni di un vedovo in pensione in cerca di un'occupazione che lo tenga occupato, risponde a un annuncio di una start up di e-commerce creata e gestita da una giovane donna (Anne Hathaway).

Attenzione, da qui in poi ci sono spoiler, anche se faccio una riflessione abbastanza generale:

Il film propone solo in apparenza il classico conflitto sociale della donna in carriera, dilaniata tra lavoro e sensi di colpa per non aver demandato al compagno il ruolo dell'accudimento della bambina e della gestione familiare, in realtà invece affronta e risolve quello maschile e sociale, incapace di accettare nel profondo l'inversione dei ruoli; o meglio, l'accettazione sociale di una paritaria considerazione della donna che lavora.
Il problema infatti è che nella nostra società una donna che passa molte ore a lavoro e che quindi ha meno tempo da trascorrere con i figli viene sempre colpevolizzata, comunque giudicata negativamente; mentre non accade il contrario. Così succede che una donna che lavora molte ore, poi, per sopperire al senso di colpa indotto dalla società, una volta tornata a casa o nel tempo libero, si ammazzerà comunque di lavoro anche tra le mura domestiche per dimostrare che è perfettamente in grado di bilanciare e gestire lavoro e famiglia. Si chiama multitasking burn out, cioè esaurimento da sollecitazioni multiple. Molte donne che lavorano infatti si stressano non tanto per i compiti del lavoro stesso, che sono perfettamente affrontabili, ma dal controllo contemporaneo sulla vita al di fuori del lavoro: pensare a cosa mettere in tavola per la cena, pensare a passare a prendere i bambini a scuola o alle altre attività a cui partecipano, a comprare il regalino per il compleanno dell'amichetto, tenere a mente l'appuntamento dal dentista e la scadenza di questo e quell'altro, insomma, non è il lavoro che stressa, ma l'insieme delle incombenze del quotidiano da incastrarci in mezzo, incombenze che ancora per gran parte vengono demandate alle donne, pena il severo giudizio sociale, la stigmatizzazione di non essere una brava madre, l'accusa di aver sacrificato la famiglia per il lavoro, anche se quello è un lavoro che la realizza, che la rende felice, il lavoro dei suoi sogni per cui ha studiato e che si è costruita duramente negli anni. Tutti giudizi che invece non sono mai indirizzati agli uomini, i quali vengono invece incoraggiati a perseguire i propri sogni lavorativi e di carriera e quando sono a lavoro si concentrano esclusivamente su quello, senza pensare alle camicie da stirare, al pane da comprare, al figlio da accompagnare a lezione di tennis, ai colloqui degli insegnanti, allo shopping perché il bambino è cresciuto e non ha più scarpe da mettersi (perché di solito è la moglie che ci pensa, anche se lavora pure lei... ma tanto lavora part time, sono cose da donna queste, sono le donne che di solito ci pensano e via con una sfilza di luoghi comuni).

Agli uomini viene chiesto molto meno, nessun uomo avverte mai la necessità di doversi giustificare perché ha scelto la carriera e nessun uomo viene colpevolizzato, socialmente, se viaggia per affari, se lascia a casa la moglie e i figli, se va a cene di lavoro ecc.; al massimo sono dinamiche che si risolve a livello personale, dinamiche interne alla famiglia, ma non c'è la pressione sociale perché è considerato normale che l'uomo trascorra molto tempo fuori di casa, che viaggi per lavoro ecc.

Ecco, seppure con leggerezza - è una commedia - il film tocca queste questioni. E, una volta tanto, è la donna che viene incoraggiata a non sacrificare i propri sogni.

Nel film vengono poi affrontati altri aspetti, non meno importanti, come il riconoscimento del contribuito di tutti gli impiegati a prescindere dal sesso di appartenenza; anzi, a volte è la protagonista stessa a scivolare in stereotipi che riguardano il suo stesso sesso, quando ad esempio non sembra riconoscere il valore della sua assistente donna, seppure laureata, e affida compiti più importanti allo stagista uomo. Qui è evidente la visione ancora paternalista, il bisogno di affidarsi a un uomo perché uomo. E in maniera sottile forse questa cosa c'è, alla fine è l'uomo che fa il discorso femminista in una sorta di mansplaining, ma il film manda comunque un messaggio complessivamente femminista e, credetemi, trattandosi di un film comunque hollywoodiano, di una commedia per tutti, leggera e divertente, è tutto oro che cola.

Si affronta poi anche il tema della vecchiaia, dell'isolamento sociale che spesso vivono i pensionati, dell'ageismo ecc.

P.S.: La parità tra uomo e donna non avviene se anche le donne lavorano. Avviene se la considerazione è paritaria, se cade lo stigma sociale delle donne in carriera, se la divisioni dei compiti al di fuori del lavoro è veramente ed equamente suddivisa. Avviene quando i ruoli di genere sono veramente abbattuti nel profondo.
E ne siamo ben lontani.
Una donna che lavora è ancora quella che trascura i figli.
Mentre l'uomo che lavora è quello riconosciuto appieno nel suo ruolo.

8 commenti:

Jep ha detto...

La donna tende a occuparsi dei bambini in misura maggiore per retaggio non solo culturale ma anche naturale: è lei che partorisce, è lei che svezza, che vive in simbiosi con il bebè nei primi mesi, il congedo di paternità come saprai può essere richiesto solo se la madre non si rivelasse disponibile, salvo i giorni obbligatori per lui che adesso sono diventati 7. In questo paese il legame tra madre e figlio è salvaguardato al massimo, e questa cosa si vede bene con gli affidamenti, dove è lei a stravincere nel 99% dei casi solo perchè madre. Il fatto che se lei lavora tanto allora "trascura i figli" è un pregiudizio collaterale a questo dogma ed è un assioma anche un pò imbecille, di quell'imbecillità retrograda che sta via via svanendo con l'andare delle nuove generazioni (tu dici di no, io ho altri parametri per dire di sì). Io ci sto alla società dove lui fa le pulizie e lei tira i pugni al sacco, basta solo che poi non sia l'uomo ad essere accusato di mancata virilità.
Quanto alla parificazione meritocratica, la società del lavoro, essendo ormai composta in modo significativo anche dalle donne, continua e continuerà a prendere le sue posizioni e a fare passi in avanti. Quote rosa, donne simbolo, come la Cristoforetti, come la Lagarde, che hanno ruoli importantissimi e che fanno capire che l'accessibilità esclusiva al maschio deve ormai essere considerata una paranoia di cui non bisogna più aver paura.

Jep

Erika ha detto...

Già partorire un figlio, anziché abortirlo, è una grande cosa che fa la donna. Stimo di più una donna che partorisce dei figli e poi li tira su magari in modo non perfetto e in mezzo a tante difficoltà che una donna che abortisce e poi dice che lo ha fatto per non far crescere male i figli, peccato che li ha ammazzati con l' aborto!

Rita ha detto...

@ jep
Certamente nei primi mesi dopo la nascita della bambina o bambino c'è una cosa che solo una madre può fare: allattare. Stop. Tutto il resto possono farlo anche gli uomini, compagni, mariti ecc.; il congedo di paternità va esteso per legge anche agli uomini perché in una coppia i due genitori devono occuparsi entrambi allo stesso modo e per lo stesso tempo dei figli.
Se l'azienda non lo prevede, i figli non si fanno. Oppure magari almeno l'uomo potrebbe aiutare la donna nel resto delle faccende domestiche.
Le quote rose sono una stronzata sessista. Non è che una donna deve mendicare un posto di lavoro o spazi in società, le spettano di diritto, esattamente quanto agli uomini. E siamo ben lontani adesso dall'aver raggiunto la parità dato che, per esempio, non c'è mai stata una presidente del consiglio donna o della repubblica. Gli stipendi delle donne sono ancora più bassi.
Oltre a tutto ciò, purtroppo permangono ancora dei condizionamenti profondi per cui le donne tendono a scegliere un certo tipo di facoltà, di formazione, di studi, ancora troppo legati a ruoli accessori, secondari o di accudimento. Questo dipende da noi, certamente: nutrire la nostra autostima, credere che possiamo davvero fare ed essere quello che vogliamo e spero che le nuove generazioni ne siano più capaci.
Io vedo ancora pregiudizi sessisti, se una donna ha successo è perché l'ha data a qualcuno o perché è raccomandata e viene giudicata come si veste, o se passa troppo tempo fuori dalle mura domestiche ecc.
In tv e nelle pubblicità permane ancora una certa divisione di ruoli (dai uno sguardo al blog Occhio allo Spot, lo trovi nella mia lista di blog che seguo, qui sulla parte destra), le donne sono ancora vallette belle, prese perché belle, come fossero ornamenti. Certamente siamo anche noi che dobbiamo ribellarci, ma, ripeto, disfarci di pregiudizi, credenze, ruoli interiorizzati nel profondo da generazioni è un lavoro lungo e faticoso. E di certo se poi usciamo per caso e ci urlano troie (com'è successo di recente a una ragazza in attesa dell'autobus) o altri epiteti sessisti o temiamo di venire molestate e stuprate, è come se trovassimo mille ostacoli in più davanti. Il punto è che la maggior parte degli uomini sono maschilisti e sessisti, e lo sono anche molte donne, quindi si fa un passo avanti, ma si continua a restare impigliati nella rete di segni culturali che abbiamo costruito.

C'è un libro molto interessante che analizza questi condizionamenti profondi derivati da secoli di cultura maschilista, si chiama Sempre dalla parte delle bambine di Loredana Lipperini (seguito di Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti). Io mi ci sono molto ritrovata.

Rita ha detto...

P.S.:
ho inserito la moderazione dei commenti perché le trollate antiabortiste, come si dice in gergo, anche no.

Erika ha detto...

Non sono un troll, forse sei tu che ami censurare

Rita ha detto...

E invece ti sfugge proprio il significato di trollare, che è quello che fai tu.
E se anche censurassi poi? Idee violente, oppressive, che negano la libertà altrui le censuro eccome. Non è che per timore di farmi chiamare censora allora questo blog deve diventare una fogna aperta a ogni tipo di insulto.

Per l'ennesima volta mi ritrovo a chiarire che sulla questione aborto abbiamo discusso tantissime volte. Quando diventa evidente che abbiamo posizioni opposte, che senso ha venire qui a scrivere frecciatine, a fare sarcasmo? Peraltro anche sotto post che parlano di altro. A un certo punto diventi una stalker. Quindi modero il mio spazio.
Saluti.

CannibalKid ha detto...

Una commedia gradevole e leggera, ma che come giustamente sottolinei offre anche degli spunti di riflessione mica troppo da ridere. Un film... inaspettato. :)

Rita ha detto...

Già, vero. Inaspettato anche perché io pensavo che il tema centrale fosse più sulle persone anziane che si sentono inutili ecc., invece quello era solo uno dei temi.