lunedì 21 febbraio 2011

Il Cigno Nero


La prima volta che vidi un film di Darren Aronofsky - per la precisione si trattava di Requiem for a dream - suo secondo lungometraggio - pensai: “questo regista andrà lontano, ha le carte in regola per diventare qualcuno”; e infatti non sarei stata smentita: nel 2009 ha vinto il Leone d’oro al Festival di Venezia con The Wrestler, giudicato miglior film in concorso; premio meritatissimo, peraltro.
Avendo visto tutti gli altri suoi film, da mesi attendevo con trepidazione anche il suo ultimo lavoro: titolo originale Black Swan, da noi uscito nelle sale venerdì scorso come Il Cigno Nero; protagonista - regalandoci un’interpretazione a dir poco strepitosa, capace di raggiungere una grande intensità sin dalle primissime scene - Natalie Portman, affiancata da Mila Kunis (anche lei molto brava) e da Vincent Cassel, attore che ad ogni apparizione mi convince sempre di più.
Il film si chiude con lo schermo che si oscura sullo scroscio di un applauso; a quel punto - se solo fossi meno timida e riservata - avrei tanto voluto alzarmi dalla poltrona a proseguire anche io - oltre la finzione - con un vero, caldo ed emozionato applauso. Il Cigno Nero è bellissimo. Aronofsky continua a confermarsi per il grande autore che è. Il contenuto di questo film - come già in Requiem for a dream - è perfettamente inscritto nelle immagini; questo significa che il regista è pienamente riuscito a trovare PER QUESTO CONTENUTO specifico la FORMA MIGLIORE attraverso la quale abbia potuto essere espresso.

Il Cigno Nero è la storia di una trasformazione che porta alla liberazione attraverso il progressivo esperire e contatto del proprio lato oscuro.
Nina, la protagonista, è una ballerina che dedica tutta la sua vita alla danza, alla continua ricerca delle perfezione. L’intensità della passione che lei riversa in questa attività è resa con efficacia sin dalle primissime scene, attraverso le inquadrature del suo volto sofferto, tutto teso nello sforzo di realizzare il proprio sogno e dei movimenti aggraziati e concentrati del proprio corpo - piedi spesso in primissimo piano - che cerca e trova la perfezione del passo di danza. 
Sin da queste prime immagini lo spettatore si rende conto che per Nina danzare significa tutto; si può dire che ella non esista come persona se non nell’identificazione della propria professione; non a caso, quando in una delle scene, dei ragazzi appena conosciuti le chiedono “e tu chi sei?”, lei risponde: “una ballerina”. Come se il suo nome non avesse importanza, come se lei si sentisse “vivere” soltanto attraverso i passi del proprio danzare.
Vive problematicamente il rapporto con la propria madre - in passato anche lei una ballerina che, dopo essere rimasta incinta di Nina, aveva scelto di abbandonare la propria carriera - la quale, dedicandosi completamente alla cura della figlia,  le riserva affetto ed attenzioni pressanti, sicuramente intesi affinché Nina si realizzi, ma con il solo negativo risultato di bloccarla nella propria crescita ed autonomia, facendola restare imprigionata nella propria fragilità ed insicurezza.
Nina è una ballerina tecnicamente perfetta, ma incapace di abbandonarsi alle emozioni del proprio corpo, sia mentre danza ma anche nell’agire quotidiano; questo è anche quello che le dice il famoso regista Thomas Leroy (V. Cassel, perfetto nel ruolo), mentre insieme discutono su chi dovrà intepretare il prestigioso ruolo di “Regina dei Cigni” nel celebre “Il Lago dei Cigni”, la cui Prima servirà anche da consacrazione della nuova stella della Compagnia, dopo che ufficialmente, durante una serata, è già stata salutata la precedente (Beth, interpretata da Winona Ryder, un piccolo ruolo ma molto significativo), ormai considerata troppo “anziana” per danzare.
Thomas Leroy sceglie Nina; sebbene perfetta come cigno bianco ma non ancora abbastanza efficace nell’interpretazione del cigno nero, un ruolo che richiede capacità totale di abbandonarsi alle emozioni, alle percezioni della propria fisicità, in un completo cedimento alla piena natura del proprio essere.
Nina non è un cigno nero perché non è in grado di vivere pienamente il lato più passionale, sensuale e volitivo della propria anima e del proprio corpo. Nina non è un cigno nero perché nella propria remissività - con la madre, con il regista, con le sue compagne di ballo - non riesce ad autoaffermarsi, a far emergere la pienezza del proprio sé.
L’innato istinto a ricercare la perfezione e il sogno di meritare pienamente il ruolo da protagonista che le è stato assegnato - come Regina dei Cigni - ma anche come nuova prima stella del balletto, la porterà ad immergersi anima e corpo nelle prove del balletto, fuori e dentro gli orari di lavoro, attraverso un lavoro di totale immersione teso alla comprensione e immedesimazione della personalità oscura del ruolo del cigno nero,  in un processo di identificazione via via sempre maggiore.
Si può dire che la trasformazione di Nina in cigno nero, inizi sin dalla primissima scena, a nostra e sua insaputa; sin dalla prima scena in cui si sveglia dopo aver sognato di essere stata scelta per interpretare entrambi i ruoli nella nota opera. E quando la realtà esaudisce il suo desiderio ella sa che dovrà cercare la perfezione - fatta non solo di tecnica ma anche di pura emozione e passionalità - dentro di sé, tentando di accogliere quella parte oscura fatta di puro istinto e volizione passionale; non potrà limitarsi ad interpretare un ruolo sul palcoscenico; dovrà andare oltre, diventare ella stessa un vero perfetto cigno nero, nella realtà quanto nella finzione del balletto. Perché la perfezione è immedimazione totale, senza scarto alcuno.
Il film, come ho scritto sopra, è la storia di questa trasformazione. Alla fine, imparando ad attingere alle zone oscure del proprio istinto e dei propri desideri, Nina spiegherà le sue ali sul palcoscenico e da cigno bianco che era stata diventerà il cigno nero più perfetto che si sia mai visto. Da ragazza remissiva e fragile, abituata a reprimere le proprie emozioni e la propria sessualità, si trasformerà in una donna piena di passione e di ardore, non più timorosa di desiderare, di sentire, di volere, di affermarsi nella completezza della propria dualità di bene e male.
Ciò che è estremamente efficace a livello visivo è la lenta progressiva trasformazione di cui lo spettatore prende graduale nota attraverso le percezioni di Nina.
La realtà in cui la protagonista è immersa inizia pian piano ad acquisire una dimensione ulteriore, che è quella delle percezioni allucinatorie del proprio corpo e sul proprio corpo.
Pian piano ella va sostituendo una realtà angosciosa e sempre più disturbante - con delle vere e proprie incursioni nell’horror puro - al lineare svolgersi degli eventi.
Immagina una rivalità inesistente, riversando in questo conflitto tutta la rabbia di cui è capace, imparando a tirarla fuori a poco a poco, imparando a confrontarsi con le proprie ragioni ed i propri desideri, imparando ad attivarsi per esaudirli.
Sottoposta ad uno stress indicibile, delle prove, dell’ansia per il giorno fatidico del debutto sempre più imminente, alle sollecitazioni di una realtà che è percepita sempre più alterata, di una psiche che sembra somatizzare in maniera sempre più evidente a livello proprio fisico le proprie nevrosi ed i propri desideri,  raggiungerà infine, sotto gli occhi di tutti gli spettatori - sul palco, nella finzione della diegesi filmica, sullo schermo per noi spettatori - l’apoteosi della propria introiezione e trasformazione - fin dentro l’ultima cellula della sua anima e del suo corpo -  nel più incredibile cigno nero che si sia mai visto.
Tutta la scena del debutto, sin dall’inquadratura delle dita dei piedi attaccate a mimare i palmipedi, mentre si sta infilando le scarpette da danza, dall’immensa fragilità e debolezza del cigno bianco resa persino nell'insicurezza di un passo sbagliato, in cui letteralmente cade rischiando di compromettere l'esito della prova, fino alla potenza della trasformazione finale nel cigno nero, è di un’efficacia visiva a dir poco strepitosa. Lo spettatore sa cosa sta accadendo, tuttavia non riesce a crederci. Cosa sono quegli strani puntini sulla pelle di Nina, simili a disturbanti ed inquietanti eruzioni cutanee, che vanno e vengono ad ondate, che appaiono e scompaiono quasi fossero il frutto di un’allucinazione ottica? Cosa sono quelle striature di sangue sulla schiena, quelle unghie che si staccano, quella pelle che pian piano - come se vi avessero riversato dentro dell’acciaio fuso - diventa nera e sulla cui superficie iniziano ad apparire strani fenomeni?
Quella che ho trovato magistrale è proprio l’efficacia visiva di questa trasformazione interiore che - lungi dall’essere solo indagata psicologicamente - è  resa visivamente, concretamente, come la più estrema delle somatizzazioni.
Trovo straordinaria la scelta di Aronofsky di mostrare proprio la fisicità di questa trasformazione che in realtà avviene principalmente a livello psicologico ma che, nella stretta correlazione di psiche e corpo, indubbiamente non può che agire e manifestarsi anche a livello fisico.
Tutto quello che avviene nella mente di Nina è mostrato all’esterno; ogni sua percezione altera e destruttura il piano del reale, costringendo lo spettatore a fare i conti con una metamorfosi dell’anima che diventa palese, che è possibile cogliere visivamente fin nelle più impercettibile sfumature. Trovo che questa discesa visiva nelle percezione mentali di Nina, del suo avvertirsi fisicamente sia molto polanskiana. In qualche modo mi ricorda L’inquilino del Terzo Piano, ma anche la follia di Repulsion che da stato mentale diventa luogo fisico.
La mente di Nina diventa così tutt’una con il suo corpo.
Alla fine ella diventa un cigno nero perfetto. Poi, finalmente liberata da ogni rigidità - nell’anima e nel corpo - potrà ritornare ad essere il cigno bianco che era. Interpretando ed accogliendo con una totale immedesimazione - del corpo e dell’anima - il pieno significato del suo ruolo.  Restituendo sul palcoscenico la perfezione di un’interpretazione che è ben oltre la finzione scenica.
Il cigno nero ha liberato il cigno bianco. Il Male ha reso possibile la liberazione del Bene
Può la distruzione portare davvero alla liberazione? O è vero forse il contrario? Solo le personalità che non riescono ad esternare le proprie pulsioni volitive diventano autodistruttive, riversando all’interno quella rabbia e quel dolore che grida di essere esternato.
E’ vero invece che non bisogna temere l’oscuro potenziale distruttivo che risiede in ognuno, perché, nella piena riuscita di un’educazione e formazione non costretta a restrizioni opprimenti o da morbosità affettive - quel era il caso di Nina - conduce a quella completezza assoluta del sé che supera e va oltre ogni costrizione sociale o costruzione di sovrastrutture mentali.
Nina alla fine riesce a portare a compimento dentro di sé la dinamicità delle sue pulsioni più profonde, ma nell’instabilità di un equilibrio per troppo tempo compromesso dalla rigidità di un’educazione opprimente sarà un percorso che porterà anche all’autodistruzione. Non potendo più riversare all’esterno la propria rabbia e frustrazione non le resta che farlo all'interno di se stessa.
Ma anche, la forza del suo desiderio di “essere perfetta”, di “sentire quel ruolo perfetto” si avrà solo al prezzo dell’annullamento di se stessa, nella totale immedesimazione del ruolo. Oltre la finzione. In un’autodistruzione che però è anche costruzione di un nuovo ruolo, è liberazione in un altro sé.
Trasformarsi in altro da sé significa liberarsi e spogliarsi del vecchio sé. E spesso è necessario farlo per approdare ad una nuova e piena consapevolezza. 
E per farlo è altrettanto necessario percorrere i sentieri oscuri del proprio "io" più profondo e nascosto. Abbandonando ogni paura, ogni timore.
A volte è necessario affidare al potenzale distruttivo delle nostre pulsioni il compito di liberarci dal peso di un'identità ingombrante. Per realizzarci - liberarci - nella completezza del nostro essere.

7 commenti:

Anonimo ha detto...

Una recensione più seria

Biancaneve ha detto...

Anonimo, ho letto la recensione (è il tuo blog?).
Vabbè, ma così si può dissacrare qualsiasi film, non credi?
Tempo fa avevo trovato un sito su cui venivano pubblicate delle "recinzioni" (sic!): in pratica si demoliva in maniera estremamente sarcastica qualsiasi film, anche i capolavori. Era divertente leggerle ;-)
Io resto ovviamente del mio parere ma ho apprezzato l'ironia e il sarcasmo che l'autore della recensione seria ha impiegato per demolire Il cigno nero ;-)

Anonimo ha detto...

No, il blog non è il mio, ma la recensione su FN mi trova più d'accordo. Il fatto è che non credo aronofsky mantenga le alte aspettative prefissate e quindi mi son divertito di più a leggere l'altra.
Saluti!


R.

Anonimo ha detto...

http://www.youtube.com/watch?v=SW6h_-YXtdM

Biancaneve ha detto...

Anonimo, sì, avevo già visto il video parodico con Jim Carrey :-)
l'ho trovato esilarante almeno quanto ho trovato bello il film!

Cinema Bendato ha detto...

Davvero un'ottima analisi.

Il punto chiave l'ho ritrovato quando dici:
«[..] in una delle scene, dei ragazzi appena conosciuti le chiedono “e tu chi sei?”, lei risponde: “una ballerina”. Come se il suo nome non avesse importanza, come se lei si sentisse “vivere” soltanto attraverso i passi del proprio danzare.»

A mio parere, un simbolo universale, che riesce a rispecchiare il nucleo della nostra essenza vitale. Il voler essere qualcosa. Forse anche un po' oltre noi stessi.

Trovo che in ognuno di noi esista un Cigno Bianco e un Cigno Nero, d'altro canto il tema del doppio è uno dei più fortunati della Letteratura del Novecento; e reputo l'ultimo film di Aronofsky una brillante interpretazione di questo tema in chiave post-moderna, dove l'ambizione e le passioni, la necessità di realizzarci, di completarci, siano allo stesso tempo scorciatoia e ostacolo per raggiungere il fine desiderato.

E' stato un piacere leggerti. A presto.

Biancaneve ha detto...

Ciao Alessia,
mi fa piacere che tu abbia trovato interessante la mia analisi, e ancor più vedere che apprezzi Aronofsky ;-)

"reputo l'ultimo film di Aronofsky una brillante interpretazione di questo tema in chiave post-moderna, dove l'ambizione e le passioni, la necessità di realizzarci, di completarci, siano allo stesso tempo scorciatoia e ostacolo per raggiungere il fine desiderato."

Infatti. Il tema dell'ambizione e della realizzazione è presente anche in Requiem for a dream (anche se - come parabola sul fallimento del sogno americano - diventa più sociale e meno intimista), e in The Wrestler (qui, il protagonista, fuori dal ring non è più nessuno, e quindi la sua decisione di tornarci - anche se apparentemente può sembrare un gesto votato all'autodistruzione - in realtà è la spinta massima ed ultima verso l'autoaffermazione e la realizzazione).
Anche se poi ci sarebbe da discutere sul valore di questa realizzazione che passa esclusivamente attraverso il lavoro. Si fa evidente allora la critica verso quella che - specialmente nella società americana - diventa una vera e propria ossessione. Con esiti distruttivi come nel caso di Nina e dei personaggi di Requiem for a dream, e in fondo anche di The Wrestler.
Anzi, ora che ci rifletto meglio, l'esito è sempre ambiguo, sempre ambivalente: è un successo ma anche una fallimento.
Ricordi come finisce Requiem for a dream? Oddio... non so nemmeno se l'hai visto... vabbè, magari ne riparliamo ;-)

Comunque tutti i personaggi dei suoi film finiscono per identificarsi in quello che fanno, nella professione che svolgono, e questo è già un "sintomo".

A presto allora ;-)

P.S.: ho visto che mi hai risposto sul tuo blog, poi nei prossimi giorni leggerò altre tue recensioni ;-)