giovedì 17 febbraio 2011

Un oscuro scrutare (e qualche nota sull'autore P. K. Dick)

Da diverso tempo volevo parlare di Philip K. Dick, soprattutto per mostrare quanto spesso le riduttive e indebite etichette che vengono attribuite a un autore non rendono sufficiente giustizia della validità e importanza dello stesso nel panorama letterario; sugli scaffali delle librerie potrete constatare che i suoi libri sono collocati precisamente nel reparto “fantascienza”. Definire P. K. Dick un autore di fantascienza tout court significa fraintendere - o quanto meno semplificare - l’intera sua opera.
Io non esiterei a collocarlo tra i classici, al pari di un George Orwell o di un Aldous Huxley. Anzi, fosse per me starebbe benissimo anche in mezzo ad un Kafka e perché no a un Dostoevskij.
È vero che P. Dick scriveva storie ambientate in un futuro tecnologicamente più avanzato rispetto al tempo in cui viveva ed è vero che ha coniato tutta una serie di termini e dato vita a "invenzioni letterarie" che sono entrate di fatto nell’immaginario fantascientifico (da una delle sue opere più famose “Ma gli androidi sognano le pecore elettriche?” è stato tratto quel capolavoro cinematografico che è Blade Runner e  che ha segnato una pietra miliare nella storia del cinema, di fantascienza e non, e altri film sono stati tratti  da altre sue opere e racconti, come ad es. Minority Report di S. Spielberg) ma l’universo e la realtà - o forse sarebbe meglio dire GLI universi e LE realtà - cui egli ha dato vita hanno valore non in quanto sfondi su cui  ambientare delle storie ma in quanto metafore significative di un presente e di una realtà che diviene a-storica, a-politica, a-sociale (a differenza di quanti invece vi hanno letto SOLTANTO una critica del periodo in cui l’autore scriveva) nel momento in cui approfondiscono tematiche esistenziali, metafisiche e religiose fuori da ogni tempo e da ogni contestualizzazione geografica.
Un’opera infatti diventa “classica” quando, superando appunto ogni contesto storico o geografico, si estende a riflessioni di natura universale, in grado di toccare problematiche che appartengono all’individuo tout court, e non solo agli individui di una data epoca storica e di un dato paese. Un’opera diventa “classica” anche quando ha un valore polisemico, ossia è possibile leggervi una pluralità di significati stratificati che vanno oltre il mero piano narrativo.
Tutte le opere di Dick, più o meno note, certamente in maniera più o meno riuscita, soddisfano questi requisiti, ed ecco perché trovo ingiusto che il suo nome non venga annoverato tra i classici o che i suoi libri non vengano letti nelle scuole.
Uno dei temi fondanti la sua opera è quello dell’impossibilità di attribuire una validità certa allo status ontologico del reale; non esiste un unico piano di realtà, ne esistono tanti, e non è mai dato sapere con certezza in quale di questi i suoi personaggi si trovino. Di più. Spesso è l’identità stessa di questi ultimi a scindersi in molteplici specchi, incapaci di stabilire con certezza chi sono e dove si trovano. Più che le certezze, sfuggenti come i frammenti dei sogni, contano le percezioni.
La realtà è ciò che i nostri sensi ci restituisce, ma nella precarietà e illusorietà delle nostre percezioni, che potrebbero essere alterate da allucinazioni, visioni, stati di trance, droghe, stress, malattie degenerative del sistema neurologico, disordini di natura psichica, nevrosi ecc., non ci si può mai fidare abbastanza nemmeno di ciò che vediamo, sentiamo, tocchiamo. Di nulla si può essere sicuri, nemmeno di noi stessi, ci racconta Dick; ed è qualcosa di più forte di un semplice “racconto”, è la potenza di un dubbio che viene ad insinuarsi in noi lettori e che arriva a turbare le nostre certezze. Illusorie.
Un altro dei temi cari a Dick - ma diciamo che coesistono quasi sempre tutti insieme in una medesima storia - è quello della manipolazione mediatica, dell’assoggettamento delle menti alle forze del Potere - un Potere che di volta in volta è incarnato in uno Stato di Polizia, di vari Enti Governativi o di altri meccanismi di controllo - ma che ha valenza anche come potenza di un mistero che svela tutta la debolezza e piccolezza dell’uomo di fronte alla propria incapacità di comprendere forze e meccanismi che sono più grandi di lui, che stanno al di fuori di lui ma che, inaspettatamente, possono giungere anche dalle profondità più recondite del proprio stesso animo, della propria stessa personalità, non meno oscura ed intellegibile di altri meccanismi.
Durante la sua esistenza Dick ebbe diverse crisi, esistenziali e mistiche. Per tutta la vita ebbe problemi economici, infatti per riuscire a vendere (e a mangiare!) doveva fare in modo che l’apparenza di una storia avventurosa e fantascientifica (un genere che in quegli anni - ’60 - ’70 - andava molto forte in America) offuscasse quelli che erano contenuti nobili e di grande spessore. In poche parole, Dick, per vendere, doveva nascondere la propria genialità.
È stato un uomo che per tutta la vita ha cercato la Fede, spinto da un bisogno di afferrare e comprendere l’irraggiungibile. Non ha cercato solo un Dio, ha cercato tutti gli aspetti e le forme o le entità in cui Egli avesse potuto celarsi. Non era “religioso”  nel senso comunemente inteso, si poneva al di fuori di ogni pragmatismo o dogma, era piuttosto un agnostico, cioè colui che cerca, che spera di raggiungere uno stato di grazia nella Fede, che aspetta l’epifania, o qualsivoglia rivelazione.
Poco prima di scrivere Un oscuro scrutare crede di aver avuto una visione mistica, addirittura si convince che suo figlio sia stato salvato da una grave malattia grazie ad una rivelazione profetica.
Sicuramente Dick era un uomo complesso, scosso da profondi dubbi, pieno di inquietudini e turbamenti. Non era un folle però. O, se lo era, era molto più di un folle, lo era nella misura in cui spesso i folli sono soltanto coloro cui è dato percepire un pezzettino di realtà - o irrealtà che sia - che altri non sono in grado di vedere, o di comprendere.
Un oscuro scrutare parla dell’alterazione delle menti dipendenti dalla droga e del pericolo dei danni cerebrali permanenti che a causa di essa possono essere subiti. È un monito ma non un giudizio morale. Dick stesso sicuramente ha fatto uso di droghe. Specialmente negli anni in cui scrive Un oscuro scrutare, e, non a caso, manifestamente, a fine romanzo, scrive una dedica in memoria di tutti gli amici scomparsi a causa della droga o rimasti danneggiati fisicamente e/o psichicamente.
Il protagonista di questo splendido romanzo è Bob Arctor, ed è un infiltrato della sezione narcotici, un’organizzazione che ha il compito di scoprire chi produce e diffonde un nuovo tipo di droga, chiamata sostanza M, in grado di arrecare gravissimi ed irreversibili danni cerebrali.
Per infiltrarsi Bob Arctor dovrà cominciare ad assumere droghe egli stesso e iniziare ad abitare una casa frequentata da tossici e spacciatori, poi dovrà riferire il tutto all’organizzazione, celando ad essa stessa la propria identità per ragioni di sicurezza grazie all’uso di una tuta, cosiddetta “disindividuante” (una delle invenzioni più “belle” di Dick!), la quale, una volta indossata, consente - grazie ad un’elaborata e ingegnosa tecnica - di visualizzare fino ad un milione e mezzo di raffigurazioni fisionomiche di varie persone: uomini, donne, bambini, visualizzati in ogni minimo particolare in grado di cambiare ogni nanosecondo così che mai nessun volto possa essere individualizzato troppo a lungo da essere riconosciuto.
La storia procede con l’acquisizione progressiva di uno stato paranoide da parte del protagonista, il quale si convince di essere stato scoperto come infiltrato e di essere in pericolo di vita. Acconsente così a far mettere sotto controllo da parte dell’organizzazione anti-droga l’abitazione in cui vive con i suoi amici tossici e in cui si dà vita a scenette ed episodi del tutto surreali e nonsense nel pieno di un mood completamente alterato dalle sostanze stupefacenti.
Bob Arctor si trova così nell’ambigua posizione di controllare anche se stesso, le proprie conversazioni e i propri movimenti all’interno dell’abitazione (ricordando che per la sezione narcotici egli è un tossico come gli altri perché essa s-conosce la sua identità per via della tuta "disindividuante" che indossa durante le relazioni).
Bob Arctor è così colui che osserva ed è osservato. Osserva ed è osservato da se stesso. Da un occhio scrutatore che tuttavia, giorno dopo giorno, a causa di un’assunzione di droga sempre più cospicua e che lo rende sempre più dipendente, diventerà un occhio che non è più in grado di distinguere il reale dall’allucinazione, che non è più in grado di ricostituire la propria identità in un tutto unitario, preda di una percezione sempre più schizofrenica di se stesso.
Riuscirà il protagonista, ormai perso nell’universo artificiale della dipendenza da droga e nelle proprie allucinatorie elucubrazioni a portare a termine il suo compito di scoprire la verità sulla sostanza M? Qual è il costo della verità? E’ davvero necessario per riuscire davvero a “vedere” permettere che il proprio “scrutare” si faccia sempre più “oscuro”?
Ovviamente non svelerò il finale né racconterò ulteriori particolari per non rovinare la lettura di questo straordinario romanzo. Che è solo un piccolo assaggio, tuttavia esemplare, del genio di Philip K. Dick.
Infine, per chi non avesse voglia o tempo di cimentarsi con la lettura di un romanzo, consiglio, tanto per avere anche solo una vaga idea della genialità di Dick, anche un suo piccolo racconto dal titolo La formica elettrica.

8 commenti:

Emmeggì ha detto...

Io ti sposo, Biancaneve. :-O Dick, nonostante le tante eccellenze, credo sia il mio scrittore contemporaneo preferito (uno dei link personali a lato del blog), e quello che scrivi è preciso, approfondito, intelligente. Brava, brava, brava. E grazie.
PS Ho finalmente letto la tua recensione su 1Q84 (è cercando il post sul libro qui sul blog che mi sono imbattuto in Dick). Appena possibile ti scrivo qualcosa

Biancaneve ha detto...

Ehmmm, sono ideologicamente contraria al matrimonio... :-D

Ma sai che tra i tanti interessi e passioni che abbiamo in comune questa di Dick mi era sfuggita? Probabilmente non avevo notato il link sul tuo blog.
Mi rammarico sempre che sia morto, è stata una perdita immensa secondo me nel panorama letterario.
Ecco, lui è una di quelle persone che avrei tanto voluto conoscere dal vivo, berci una birra insieme, farmelo amico insomma.
Una delle cose che mi sono ripromessa è di andare a visitare la sua tomba quando andrò negli States e magari di riuscire a contattare una delle sue figlie.
La mia email "rc.magnificat" è un omaggio ad uno dei suoi gatti, che appunto si chiamava Magnificat. Lui adorava i gatti.
Quali sono i suoi romanzi che preferisci (a parte che sono tutti belli, però diciamo quelli che ti sono entrati di più nel cuore)?

Con la terza parte di 1Q84 invece sta andando a rilento, un po' perché appunto nelle ultime settimane sono stata tanto presa da Lost, poi ci sono state le feste, cene con amici ecc., ma appena ritrovo un po' di tranquillità serale lo riprendo in mano.

Marco Maurizi ha detto...

bellissima analisi, complimenti! Uno scrittore veramente unico a volte lui stesso "oscuro" per via delle difficoltà esistenziali, la droga ecc. ma sempre anche molto ironico, che sapeva cogliere l'aspetto al tempo stesso profodnamente inquietante e comico della vita. Me ne sono innamorato dal primo momento che l'ho letto! :)

Senza dimenticare tante tematiche "animaliste" che si respirano non solo nel famoso romanzo che ha ispirato Blade Runner ma anche in molti racconti...

Biancaneve ha detto...

Sì, era un vero amante degli animali: in una delle introduzioni ad un suo romanzo aveva scritto di maledire Dio ogni volta che gli capitava di trovare un cane o un gatto morto investito per strada... o forse di non comprenderlo, se non proprio maledirlo.

Io penso che il suo agnosticismo, la sua ricerca di un assoluto cui tendere e a cui rimettersi fosse in realtà la disperata ricerca di un uomo che tenta in ogni modo di trovare una risposta al Male, al dolore (in Valis, mi sembra, è più evidente): il problema ontologico del Male è una questione che si è posto per tutta la vita.

E comunque, al di là di tutto, ogni qual volta mi capita di perdere l'entusiasmo per la lettura (succede, magari dopo che è capitato di leggere qualche romanzo non proprio esaltante e coinvolgente), scelgo dallo scaffale un'opera a caso di Dick e subito mi riconcilio con il mondo della letteratura. :-)

Grazie per essere passato e per i complimenti. :-)

Nicky ha detto...

Veramente complimenti, articolo bellissimo. Mi hai davvero incuriosita. :-)

Biancaneve ha detto...

Grazie Nicky. :-)

Sono contenta di averti incuriosita, Dick è senz'altro uno di quegli autori che merita di essere conosciuto.
A presto, un abbraccio. :-)

Ingirum Imus ha detto...

A.R.

Ok, mi hai convinto! ... durante le vacanze mi leggo un libro di Dick .. ^^ ....

Biancaneve ha detto...

:-)
Mi fa piacere, vedrai che non te ne pentirai.