mercoledì 16 febbraio 2011

Olocausto invisibile (II)

Quasi tutte le persone che mangiano gli animali o che li sfruttano ritenendoli mere risorse rinnovabili - al pari di oggetti che possono essere creati e distrutti per la nostra utilità -  considerano naturale ed ovvio farlo. Con ciò intendo che non si pongono minimamente la questione.
Questo atteggiamento non riguarda soltanto il rapporto con gli animali ma un sacco di altre questioni concernenti il nostro vivere quotidiano.
La verità è che ci sono un mucchio di cose che diamo per scontate e che crediamo essere così da sempre mentre in realtà sono soltanto il risultato di quella che definiamo la "nostra cultura". E' sbagliato però considerare le abitudini culturali come un qualcosa di monolitico e di assodato una volta per tutte; nel corso dei secoli infatti si sono verificate - e continueranno a verificarsi - numerose rivoluzioni di pensiero che mutano il tessuto sociale in cui siamo immersi; un esempio su tutti: nell'800 il ruolo della donna nella società era decisamente minore rispetto a quello che poi - grazie ad innumerevoli lotte, discussioni, manifestazioni di piazza, sollecitazioni e provvedimenti legislativi - è stato possibile modificare (e migliorare!). E lo stesso dicasi per un sacco di altre battaglie che sono state condotte nella storia, alcune di esse inizialmente talmente distanti dall'ovvietà dei luoghi comuni in cui la gente era abituata a crogiolarsi da indurre i più a sorridere al solo pensiero che se ne potesse anche soltanto parlare. Battaglie che, per quanto inizialmente ritenute marginali o poco importanti, hanno portato poi a delle vere e proprie rivoluzioni di pensiero.
"Tutti i grandi movimenti, inevitabilmente, conoscono tre stadi: il ridicolo, il dibattito, l'accoglimento" (John Stuart Mill).
In merito alla questione animalista io penso di essere giunti allo stadio del dibattito. Intanto se ne parla. Anche i mezzi di diffusione di massa quali la televisione (uno degli strumenti più efficaci per creare e mantenere il consenso di uno status quo che non desidera essere messo in discussione e che, nella nostra era, è indiscutibilmente quello del potere economico detenuto da chi produce beni e servizi - di prima necessità o superflui che siano) hanno iniziato a sensibilizzare gli spettatori. Mi dicono (io non guardo la televisione, per scelta, da quasi tre anni, e di questo magari parlerò in un post specifico) che molte trasmissioni promuovono campagne contro l'abbandono degli animali o ne denunciano il loro maltrattamento. Questo è certamente un bene. Sono certa però che queste stesse trasmissioni verranno interrotte da numerosi spot pubblicitari molti dei quali destinati a favorire l'acquisto di salumi, svariati tipi di carne, di pesce, articoli in pelle e via dicendo.
Mi rendo conto che molti faranno fatica a comprendere la contraddizione di tutto questo. Eppure la contraddizione c'è, ed è molto forte.
Per quale motivo è facile riuscire a smuovere nella gente il sentimento della pietà, dell'indignazione, della rabbia e dell'orrore quando vengono mostrare scene di maltrattamenti e di crudeltà gratuita verso cani, gatti o altri esserini considerati d'affezione mentre non si prova lo stesso  medesimo orrore nel vedere il coscio di un prosciutto o quarti di pollo, o cotolette di agnello o tranci di pesce messi in vendita e pubblicizzati? Semplice, risponderanno i più. Perché quelli sono animali che si mangiano! Sono animali nati ed allevati affinché la gente se ne nutrisse!
Siamo sicuri che sia davvero così? Siamo sicuri che davvero esistano animali nati al solo scopo di essere mangiati? E chi lo avrebbe stabilito, di grazia? E perché allora queste specie non sono le stesse in tutto il mondo, in tutti i paesi? In Cina è considerato normale cucinare cani e gatti. Nei paesi musulmani non si mangia il maiale. In Australia mangiano anche i canguri. In tanti altri paesi mangiano animali che noi non mangeremmo. Questo mi dice che non esiste una legge cosmica inscritta nel nostro dna che stabilisce  quali animali vadano mangiati o che si debba mangiare animali. Nè dovremmo lasciare che siano altri - lobbies economiche o precetti di una qualsivoglia religione - a decidere per noi su questioni importanti quali il diritto di mantenere o togliere la vita ad altre creature senzienti.
Vorrei che rifletteste sul fatto che la cultura in cui ci è dato nascere, crescere, formarci è solo un fatto casuale mentre la libertà che abbiamo di assumerci individualmente  - vale a dire singolarmente ma anche come individui nella loro totalità, cioè oltre il semplice ruolo di semplici cittadini o consumatori - la responsabilità di quello che facciamo ci offre la possibilità di compiere scelte di altissimo valore etico e di realizzarci come esseri umani - in possesso di una pietas umanitaria - degni di essere considerati tali.
Che differenza c'è tra un cane ed un maiale? Nessuna. Sono animali entrambi intelligenti ed in grado di stabilire relazioni affettive con gli esseri umani. Perché consideriamo una cosa da non fare bollire un cane mentre con assoluta nonchalance ci facciamo affettare un etto di prosciutto dal salumiere? Perché culturalmente, sin dalla nascita, ci hanno abituato a questo.
Solleviamo allora questo velo di Maya dai nostri occhi ottenebrati dalle abitudini in cui siamo immersi ed iniziamo a vedere le cose per quello che realmente sono.
Apriamo gli occhi sull'orrore degli allevamenti intensivi, dei macelli, degli allevamenti per pellicce, dei laboratori di vivisezione e smettiamolo di considerarlo accettabile solo perché la cultura in cui siamo immersi lo considera accettabile.
Viviamo questa condizione schizofrenica per cui è considerato socialmente accettabile portare al cinema i bambini a commuoversi per storie edificanti sugli animali - raffigurati nei modi più graziosi e teneri -  e poi condurre quegli stessi bambini da McDonald's a mangiare la stessa carne di quegli esseri tanto graziosi per cui fino a qualche momento prima avevano provato sentimenti di amore e tenerezza.
Sin dalla nascita ci condizionano a mangiare a carne. E' difficile mettere in discussione abitudini tanto radicate da essere considerate ovvie, specialmente perché ciò significherebbe mettere in discussione il proprio stile di vita, oltre che se stessi.
Vorrei che vi fermaste un attimo a riflettere su quanto ciò che viene considerato ovvio e naturale invece potrebbe non esserlo fatto; potrebbe essere solo il frutto di abitudini e comportamenti e scelte talmente radicate da essere divenute ormai incriticabili. Fuori discussione. Ma come si può non discutere quando in gioco è la vita di creature senzienti?
Vorrei che questo mio post vi inducesse un attimo a riflettere la prossima volta che andrete al supermercato - solo un attimo - prima di compiere quel gesto tanto banale e consuetudinario di mettere la carne nel vostro carrello. Vorrei che rifletteste che quel prosciutto, o quelle salsiccie, non sono capitate lì per caso: sono lì perché qualcuno ha ucciso delle creature; spesso dopo anni di indicibili sofferenze trascorsi in gabbie talmente strette dove a malapena riuscivano a muoversi; in luoghi dove mai hanno potuto vedere la luce del sole o sentire il vento sulla loro pelle.
Vorrei che riusciste a fare lo sforzo di immaginare il maiale che era stato prima di venire trasformato in mortadella, prosciutto, salsiccia ecc.. Vorrei che provaste per un attimo a guardarlo negli occhi: senza fatica riuscirete a scorgervi lo stesso identico sguardo del vostro cane, o del gatto, o di tutte le altre creature che mai vi verrebbe in mente di uccidere. Non è necessario amare gli animali per decidere di non ucciderli. Basterebbe riconoscere in loro il medesimo principio vivente che è in voi. Si chiama empatia. Non a caso uno dei motivi - tra gli altri - per cui gli antichi Greci mettevano in scena le tragedie era anche quello di smuovere negli spettatori il sentimento dell'empatia, affinché essi, immedesimandosi, potessero apprendere ed edificarsi. L'empatia è un segno della civiltà.
Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. E l'altro non è solo chi ci assomiglia fisicamente ma anche chi - pur nelle innumerevoli differenze e diversità - condivide con noi alcune caratteristiche significative. Gli animali indiscutibilmente sentono, percepiscono, respirano, soffrono, amano, riconoscono, desiderano portare avanti quel principio cardine che è il loro diritto alla vita. Un animale che corre felice in un prato desidera continuare a farlo. Chi sono io per impedire ciò?
Un animale nato dentro una gabbia in un capannone sovraffollato di un allevamento intensivo desidera essere libero e correre fuori a respirare aria pulita. Chi sono io per impedire ciò?
Pensate che l'acquistare la carne di animali che ALTRE persone hanno ucciso per voi vi renda meno responsabili? SBAGLIATE!
Se solo imparassimo a riconoscere davvero l'orrore che ci circonda forse ci penseremmo due volte prima di compiere delle scelte che incidono così profondamente sulla vita di altre creature. Nate con l'unica sfortuna di essere intellettivamente o fisicamente più deboli, ma fors'anche quella di condividere il pianeta con noi. Un'ultima riflessione: noi consideriamo un segno della nostra raggiunta grande civiltà quello di proteggere le minoranze, i più sfortunati di noi, i derelitti, gli esseri che non sono in grado di badare a se stessi quali i neonati, gli anziani, i malati ma solo quando si tratta di "esseri umani" o al più dei "nostri" animali. Per tutte le altre specie invochiamo e/o applichiamo di fatto sempre la "legge del più forte". Vi sembra coerente?



3 commenti:

Eloisa ha detto...

Bell'articolo: soprattutto nella sua considerazione finale.
Noi esseri umani siamo spesso vigliacchi. Si sente spesso dire: "La carne la mangio solo perché gli animali non devo ammazzarli io; altrimenti diventerei vegetariano/a": esiste un atteggiamento più pusillanime?
Gridiamo allo scandalo quando vediamo che in altri Paesi mangiano i nostri adorati cani e gatti: come se fossero i soli, capaci di provare paura e sofferenza...

Biancaneve ha detto...

Ciao Eloisa,
e grazie per il tuo intervento.
Hai visto quante lettere di protesta sono state scritte per quei poveri Husky che sono stati uccisi in Canada? L'indignazione e l'orrore che molti hanno provato è giustissima, perché è stato un massacro terrificante ed ingiustificabile ma mi chiedo perché la gente non provi la medesima rabbia per tutte le altre migliaia di creature che vengono uccise ogni giorno negli allevamenti... Forse un vitellino è diverso da un Husky? Non prova il medesimo dolore e paura?
E' importante che la gente inizi a riflettere su questo.
Ti ho inserita tra i blog che seguo ma non so come si fa a visualizzare l'opzione "blog che seguo" sulla home page... sono ancora poco pratica :-(

Leonardo Caffo ha detto...

già Eloisa ...