venerdì 28 giugno 2013

Free your slaves

Provate a vedere le cose da una prospettiva diversa: smettere di mangiare animali e derivati non è rinunciare a una libertà, bensì è il sogno di una libertà, il sogno di poter finalmente dare la libertà a tutti quegli esseri cui l'abbiamo tolta.

 Prima



Dopo 
 



sabato 22 giugno 2013

Elaborazione e superamento del lutto: andare avanti




Noi antispecisti viviamo in uno stato perenne di elaborazione del lutto.
Ogni giorno moriamo un po' insieme a tutti gli altri animali che vengono sterminati e ogni giorno mettiamo in atto meccanismi emotivi di autodifesa per cercare di superare questo dolore. Ché altrimenti non potremmo conviverci e ci sarebbe impossibile andare avanti giorno per giorno.
Poi c'è anche chi impazzisce, un poco alla volta. Ma meglio è cercare di restare lucidi per tentare di cambiare le cose.
Ieri ho visto un video terrificante (quello del post precedente) in cui moltissimi maiali, per un totale di oltre un milione, sono stati gettati e sepolti vivi in una fossa comune a causa di una malattia che ha reso non più commercializzabile la loro carne e ucciderne uno ad uno sarebbe costato troppo; è successo in Corea, ma anche noi in Italia abbiamo fatto la stessa cosa con i volatili durante l'epidemia dell'aviaria, solo che anziché gettarli in una fossa li abbiamo bruciati vivi o gassati o altro.
Questi maiali del video urlavano come disperati, con la bocca spalancata, gli occhi resi vitrei dal panico.
Ecco, io ero lì con loro, ho immaginato cosa volesse dire essere loro, stare lì, in mezzo a quei corpi, consapevoli di ciò che sta accadendo. E lo sapevano, oh, se lo sapevano cosa stava accadendo mentre i detriti di terra cominciavano a rovinargli addosso.
Cosa avrei dovuto fare poi? Mettermi a urlare? Mettermi a correre come una pazza per strada urlando la profonda ingiustizia di tutto ciò?
No, niente di tutto ciò. Ho raccolto e rimesso insieme i pezzi della mia mente andati temporaneamente in tilt e ho proseguito con le mie cose.
Una volta in più consapevole della giustezza della causa in cui ho deciso di impegnarmi, la causa della liberazione animale.
Se guardare quel video ha avuto un senso, esso è quello di rafforzare i miei propositi di lotta.
Non serve piangere, bisogna lottare. Lottare ad oltranza affinché più nessun maiale sarà considerato solo carne da macello.


Ed ecco perché mi considero un'antispecista debole. 
L’antispecismo debole si propone di rivendicare la specificità della liberazione animale in quando diversa da tutte le altre forme di oppressione dell’umano.
Non si tratta di stabilire una gerarchia degli orrori, lungi da me, ma di riconoscere che tra sfruttamento umano e sfruttamento animale vi sono comunque diversità irriducibili, a prescindere dal fatto che originariamente le due forme stiano state pensate e siano sorte insieme.
Gli animali non umani non sono semplicemente sfruttati, maltrattati o discriminati, essi vengono proprio fatti a pezzi sistematicamente entro un contesto culturale in cui tutto ciò non solo appare normale, ma è anche reso invisibile e non più riconoscibile come orrore poiché istituzionalizzato e neutralizzato grazie ai famosi dispositivi di potere (mediatici, economici ecc.).
Ora, mentre chiunque non avrà problemi a riconoscere l’orrore e l’ingiustizia dell’operaio sfruttato in Cina o delle vittime delle guerre massacrate, a quasi tutti sfugge invece quello dei corpi animali fatti a pezzi nei supermercati. Questa differenza rende, secondo me, la priorità e l’emergenza della liberazione animale diversa da tutte le altre forme di lotta umanitarie.
Il che non significa lottare “soltanto per loro” fregandosene di tutti gli altri umani, ma, semplicemente, dare alla lotta per la liberazione animale una sua specificità e legittimazione.
Scendere in piazza rivendicando una liberazione totale secondo me potrebbe condurre al rischio di non rendere sufficientemente evidente la tragedia dello sfruttamento degli animali. Il che, torno a ripetere a scanso di equivoci, non significa che impegnarsi in una lotta escluda l’impegno in tutte le altre, ma soltanto tenere separate le due forme di sfruttamento, diverse, e quindi le due forme di lotta.
Aggiungo, se posso permettermi, che l’antispecismo debole consista proprio anche in questo, prima ancora che nel considerare lo specismo un semplice pregiudizio morale.

venerdì 21 giugno 2013

Urla


Non è che quando vanno al macello urlano di meno. 
E c'è ancora qualcuno che mi chiede perché mi impegni così tanto nella liberazione animale? Davvero è così difficile capirlo?
Davvero non è sufficiente guardare negli occhi questi altri esseri senzienti che sono animali non umani? Davvero non è sufficiente ascoltare le loro urla strazianti?

Non accade lontano da noi. Accade dietro casa; in ogni periferia appena poco nascosto alla vista, c'è un mattatoio. O un allevamento, un luogo di sofferenza. O quel che ne resta, di tutta questa sofferenza.

P.S.: se non avete il coraggio di guardare il video fino in fondo, abbiate almeno quello di smettere di essere complici di questo terrificante sistema di oppressione e sfruttamento.

giovedì 20 giugno 2013

Spigolature (6)




Al di là di tutti i saperi, l'animale uomo è nudo di fronte al mondo.
Che la si possa elaborare intellettualmente o meno, la morte ci aspetta al varco. Ed è principalmente con questa tragedia ineludibile che facciamo i conti da sempre.

Una volta un amico mi disse che la cultura (intesa come accumulo di conoscenza, di esperienza, di letture stratificate nel tempo, di elaborazioni e metabolizzazione di quanto si apprende) era come un metter su fronde, foglie, un proliferare di rami e rametti, germogli, sbocciare di fiori, fino ad arrivare al pieno rigoglio. Ma poi dovrebbe poter arrivare il momento di lasciar andar via tutto, di scrollarsi via tutto, così come fa il vento autunnale quando spazza via ciò che non ha più linfa.
La cultura è una linfa che ci nutre, ma, al netto di tutto, resta poi il solo tronco nudo che, nutrito, impara a ergersi da solo contro il freddo della notte e dell'inverno.

sabato 8 giugno 2013

Una notte ho sognato che parlavi: Gianluca Nicoletti ci racconta di suo figlio Tommy e della sua esperienza di padre di un ragazzo autistico

Avete presente Rain Man, il film con Tom Cruise e Dustin Hoffman nei panni dell’autistico? Bene, dimenticatelo! E dimenticatelo non solo perché il film – per quanto molto bello e divertente -  dell’autismo ci dice poco e niente, per lo più una serie di iperbolici stereotipi e luoghi comuni, ma soprattutto perché non esiste una categoria omologata di persone autistiche, ma esistono individui, ognuno con peculiarità e differenze caratteriali e comportamentali proprie (queste ultime tantissime) affetti da una malattia, chiamata autismo, che si manifesta in maniera più o meno accentuata, su cui circolano fantasiose leggende, ma di cui si sa ancora troppo poco. Eppure è un problema che dovrebbe riguardare l’intera collettività, trattandosi di una vera e propria emergenza sociale a tutti gli effetti: la prima causa di handicap in Italia. Gianluca Nicoletti, giornalista e nota voce della radio italiana, si mette a nudo in questo libro autobiografico in cui decide di raccontare la sua difficile e struggente quotidianità  come padre di un ragazzo autistico, Tommy, e lo fa, non solo per rendere un servizio utile a chiunque, genitore, fratello, parente, stia vivendo la sua stessa esperienza, ma anche, soprattutto per lanciare un messaggio, diciamo un’idea, intorno alla quale la sua mente – pensando al futuro di Tommy e di altri ragazzi come lui nel giorno in cui non avranno più il sostegno della loro rete familiare, ma anche al presente -  non smette di arrovellarsi;

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venerdì 7 giugno 2013

Cinema e animali: una lettura antispecista




Mi è difficile pensare a un film in cui gli animali non siano presenti, qualche volta protagonisti assoluti, altre co-protagonisti – magari nel ruolo di fedeli compagni; altre ancora a rappresentare e simboleggiare le varie condizioni dell’esistenza e i rapporti interpersonali (amicizia, fedeltà, ma anche solitudine, subordinazione, sfruttamento); più spesso sono quei “presenti-assenti”, corpi privati del loro diritto a vivere, o meglio, ciò che ne rimane dopo il processo della catena di s-montaggio che li ha trasformarti in bistecche, salsicce, hamburger. E sì, perché gli animali sono presenti nelle nostre esistenze anche quando e dopo – con atto arbitrario legittimato da una cultura antropocentrica che ha fatto dell’uomo metro e misura di tutte le cose e ha prodotto nei secoli differenze ontologiche – aver negato la loro. 

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mercoledì 5 giugno 2013

Antispecismi: resoconto della conferenza in occasione del convegno LAV e una breve riflessione

Sabato primo giugno, in occasione dell’annuale convegno LAV (Lega Antivivisezione), si è tenuta una conferenza – o meglio sarebbe dire un dibattito – sulle diverse proposte teoriche dell’antispecismo così come sono state recepite e discusse in Italia.
Ad esporre il proprio pensiero, presso l’Auditorium di via Rieti, in Roma, tre filosofi e una giurista: Leonardo Caffo,  dell’Università degli Studi di Torino – che nell’occasione ha presentato il suo nuovo libro per le edizioni Sonda, Il Maiale non fa la rivoluzione. Manifesto per un antispecismo debole – propone un antispecismo come fenomeno primariamente morale che intende non solo combattere, a partire dall’assunzione di piena consapevolezza in merito alla sofferenza e morte degli animali,  la violenza istituzionalizzata che la specie umana perpetra nei loro confronti, ma addirittura eliminare definitivamente anche la sola idea che si possa impunemente abusare di altri esseri senzienti sol perché appartenenti ad altre specie ritenute pregiudizialmente inferiori, cui neghiamo ogni considerazione morale; Alma Massaro, dell’Università degli Studi di Genova, propone invece una lettura in chiave antispecista dei testi sacri appartenenti alla tradizione ebraico-cristiana; Paola Sobbrio, giurista, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, espone i limiti dell’attuale ordinamento giuridico in merito ai diritti animali (di fatto, come vedremo poi, dichiara che attualmente non esiste un antispecismo giuridico); Marco Maurizi, dell’università degli Studi di Bergamo, principale teorico dell’antispecismo politico italiano, propone una liberazione animale che tenga conto dell’analisi della strutture della società sulle quali si dovrà agire in quanto il comportamento dei singoli individui, lungi dall’essere inscritto in un determinismo biologico, è semplicemente un effetto del modello sociale in cui si trova a muoversi (non esisterebbero individui più sensibili o più buoni di altri, ma esistono certamente sistemi sociali migliori o peggiori; e ancora, il pensiero di Cartesio e la sua, ormai fortunatamente superata concezione dell’animale automa è ciò che la società del seicento ha prodotto, ne è un effetto, non una causa) e nega che possa esistere un pregiudizio morale nei confronti degli animali preesistente le prime società gerarchiche, per cui se gli animali sono considerati inferiori è perché vi sono meccanismi di dominio che ne consentono e legittimano lo sfruttamento e non il contrario (Caffo sostiene invece, come vedremo, la tesi opposta). Ad affiancare e interloquire con i singoli relatori, ponendo domande, obiezioni e in alcuni casi integrando il dibattito, anche diversi esponenti della LAV.

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lunedì 3 giugno 2013

Dell'accadere, del sentire, del divenire, dell'incontrar (e) si.



 A Barry

Riflettevo su quanto alcune esperienze o eventi, seppur minimi, spostino punti fermi, alterino equilibri, modifichino percezioni. La nostra identità - qualsiasi cosa voglia dire - è un caleidoscopio in continuo divenire. Destabilizzante, ma meraviglioso. Tutto muta, tutto diviene, tutto cambia.
Poi ci sono certi incontri che hanno la potenza di un terremoto. A volte è questione di uno sguardo, altre di un gesto.
Gli incontri, non solo con l'altro, ma anche con le cose, con il mondo, e con parti di noi che si rivelano improvvisamente.
Anni fa mi colpì molto la lettura di Nadja di André Breton. E anche quel testo, così ricco di aperture, sfumature, intersezioni con la magia del non detto e dell'inesprimibile - ma che è il "vissuto" - fu un incontro.
Accadono cose (esperienze, sensazioni, parti del vissuto ecc.) che non si possono narrare e che eludono la possibilità stessa della parola. Ma che ci avvertono che da un certo momento in poi nulla sarà più come prima, compresi noi stessi. 
L'otto di maggio scorso ho incontrato qualcuno. Molti di voi, quando ascolteranno il resto della storia che sto per raccontare, ne rideranno o, tutt'al più, saranno pronti a giudicarmi come una sentimentale. Ma a me non importa, il riso è un'emozione forte, che apre tanti canali.
L’incontro con Barry – un minuscolo gattino di appena un paio di giorni di vita, abbandonato dalla madre – non solo mi ha messa a contatto con una parte di me che non avevo mai esplorato a sufficienza, ma soprattutto mi ha svelato limiti e potenzialità del mio darmi all’altro; qualsiasi sia questo altro.
Negli occhi chiusi, non ancora aperti al mondo, di un altro essere che si è ritrovato completamente, totalmente nelle mie mani ho potuto comprendere, o forse solo intuire, il senso dell’offrirsi, del darsi, del consegnarsi incondizionatamente. Non il suo, che lo era per forza di cose – un cucciolo indifeso è tautologicamente nelle mani di chi se ne prende cura – ma il mio.
Per una settimana mi sono presa cura di questo fragile esserino sperando di salvargli la vita. Per una settimana l’ho allattato ogni due ore, notti comprese. Praticamente non ho dormito quasi mai, se non a brevi intervalli. La stanchezza, soprattutto i primi due giorni, era tanta, ma di più la gioia incontenibile di vedere una vita che continua. Non so dirvi, non so narrarvi il senso di totale struggimento nel tenere nelle mie mani questo esserino minuscolo, talmente minuscolo che avevo paura di fargli male.
L’emozione, tra il quinto e il sesto giorno, di quelle due fessurine che cominciavano ad aprirsi, lasciando intravedere il brillio ceruleo dei suoi occhietti, timido, ma avido di curiosità, è quanto di più struggente abbia mai vissuto.
E poi la cura nel sistemargli il giaciglio che gli avevo preparato, il controllare che fosse sempre al caldo, i giorni scanditi da una routine e da gesti che si accavallano gli uni sugli altri, il tempo fermo, le notti con la sveglia ogni due ore, le mani che tremano dal sonno, le uscite frenetiche per non tardare il rientro a casa.
Il suo profumo, di vaniglia e di buono; la sua morbidezza, il suono, appena percettibile, delle sue prime fusa, le sue zampette che si muovono ritmicamente in quella specie di “danza”, l'imprinting a spremere il latte dalle mammelle di mamma gatta, che tutti i gatti continuano poi a fare anche da adulti; il suo pianto appena sveglio e il suo placarsi a poco a poco una volta sazio.
I suoi primi (e ultimi) raggi del sole, sotto a cui si è teneramente addormentato quando già stava cominciando ad andarsene. 

Tutto sembrava procedere nel migliore dei modi, ma improvvisamente qualcosa è andato storto e, dopo affannati e affannosi tentativi di salvarlo (veterinario, ricovero in clinica ecc.), Barry è morto.
Barry non ce l’ha fatta”, queste le parole riferitemi per telefono dalla clinica in cui era stato ricoverato d’urgenza.
A seguire quel “Barry non ce l’ha fatta” - un momento che segna qualcosa, che marca e separa il prima dal dopo - un turbinio di emozioni e sensazioni contrastanti che davvero non saprei descrivere se non per accenni: senso di colpa, senso di perdita devastante, consapevolezza dell’ineluttabile, continuo rimuginare e indagare, percorrendoli a ritroso, sui meccanismi di causa-effetto (se non avessi fatto quello/avrei dovuto agire così/e se invece di/sarebbe stato meglio ecc. ecc.). Un dolore immenso che non avrei mai immaginato e che non so spiegarmi nemmeno oggi.
La volontà di razionalizzare e gli sforzi di accettazione dell’evento che vengono risospinti indietro dall’ondata irrazionale del dolore e dell’angoscia.
Sopra a tutto la sensazione ineludibile della perdita del senso, la consapevolezza di una morte iniqua, dell’inanità di ogni nostro sforzo, speranza e immaginazione.
Eppure lo sapevo già che la vita, in sé, non ha alcun senso e che siamo noi, eventualmente, a dovergliene attribuire uno. Che è quello che sto tentando di fare.
Ecco, se la brevissima vita di Barry ha avuto un senso allora non può che esser stato quello di avermi voluto insegnare qualcosa. Consapevole del fatto che questo insegnamento è quanto di meglio io, a posteriori, possa attribuire a qualcosa che, in sé, ripeto, un senso non ce l'ha affatto.
Il senso che io ho scelto di attribuire a questo evento - e perché è così che l'ho vissuto sin dall'inizio - è nel dare, nel darci, incondizionatamente. Nello spenderci - nel gioco delle nostre esistenze - in ciò che ci appassiona, negli altri, per gli altri, per noi stessi. Senza retorica, ma semplicemente, umilmente, nel vissuto di ogni istante.
Non servono gesti eclatanti, non è di questo che sto parlando. Basta un esser-ci, nelle cose, nel mondo, negli altri e soprattutto con-gli-altri.
Il gesto spontaneo di un ragazzo che tira fuori l’ombrello dal proprio zaino per darlo a un poveraccio che sta cercando di racimolare qualche spicciolo vendendo accendini, per quanto possa sembrare ovvio, forse scontato (ma non è detto, quanti di noi lo farebbero, lo fanno?) è anch’esso un incontro.
Per incontro, quello che ho appena narrato con Barry o con l’immagine di un gesto che ho visto compiere, intendo proprio l’accadere, l’evento, l’epifania, la rivelazione, il terremoto che sposta baricentri e richiede che tutto ritrovi un nuovo assesto. Destabilizzante, sì, come scrivevo all’inizio. Ma anche assolutamente meraviglioso.
Comunque le cose accadono, semplicemente, e spesso al di fuori delle nostra oggettiva responsabilità e visibilità, ma poi siamo noi che le ricostituiamo come fatti quasi sempre inserendole in un rapporto spazio-temporale di causa ed effetto, che è la maniera in cui la nostra mente è abituata a rappresentarsi la realtà. Siamo noi che attraverso il racconto, questo che ho appena fatto, le disponiamo in un certo ordine e gli attribuiamo senso e significati.
Ma esiste qualcosa, al di là di tutto questo narrare, che elude la possibilità stessa della parola e che si configura come evento interiore, come vissuto irriducibile ad ogni rappresentazione, ma solo esperibile in quanto puro "sentire".