lunedì 8 agosto 2016

Alù


Ieri sera ho incontrato Alù. Ciabatte dorate di due numeri più grandi ai piedi, pantaloni enormi tenuti su da una cintura, tre magliette indossate l’una sull’altra. Occhi profondi e molto tristi. Espressione che vira dalla rassegnazione alla speranza e poi di nuovo alla rassegnazione in pochi istanti.
Ventuno anni, sbarcato in Sicilia dal Ghana all’età di diciassette e sballottato da un centro all’altro per accoglienza immigrati. Salito a Roma per cercare un lavoretto. Un lavoretto che però non ha trovato. 
Dormiva buttato sul marciapiedi accanto alla cuccia di una gattina del quartiere. L’ho accompagnato presso un centro di aiuto profughi che però accoglie solo minori e che gli ha chiuso la porta in faccia. Il volontario era sinceramente dispiaciuto, quasi gli veniva da piangere, ma ugualmente non gli ha permesso di entrare. Alla fine l’ho messo su un autobus e gli ho pagato il biglietto di ritorno per la Sicilia, dove ha detto di voler tornare perché lì almeno ha degli amici e un posto dove dormire, mentre qui nessuno ha saputo aiutarlo più di tanto. Sì, ha detto di aver mangiato, dormito in una tenda presso un altro centro, ma lui non voleva sopravvivere, lui voleva rendersi autonomo, lavorare, dormire in una casa. 
Raramente mi è capitato di sentirmi così impotente e di certo non vado fiera di non aver avuto nient’altro da offrirgli che un augurio di buona fortuna.
Ho provato a mettermi nei suoi panni per cercare di capire come ci si senta ad essere completamente soli al mondo, senza casa, senza famiglia, senza niente di niente a parte abiti della misura sbagliata, in un paese straniero di cui si ignorano usi, costumi e si capisce a malapena la lingua. 
Riuscite a immaginare come dev’essere affidarsi ai primi due sconosciuti che ti rivolgono la parola e attaccarti a ogni loro gesto come se fosse quello della salvezza estrema quando in realtà tutto quello che hanno da darti è un piccolo aiuto provvisorio e un augurio di buona fortuna?
Ora, ci sarebbero tantissimi discorsi da fare sul dovere che avremmo, come paese, con le sue istituzioni e organi competenti, di aiutare chi, veramente, ma veramente, non possiede nulla se non il proprio corpo vestito di stracci, eppure in tutta la serata e in tutta questa notte e anche adesso che sto scrivendo non mi riesce che di pensare a una sola cosa: che, miseria ladra, esiste gente che alimenta odio e xenofobia verso queste persone, che inventa balle, che costruisce propaganda di chiara matrice fascista e razzista, e che è convinta di stare nel giusto, di essere gente brava e onesta solo perché ha avuto la fortuna di nascere qui anziché in paesi che sono stati colonizzati, depredati e massacrati da guerre e da cui, per sopravvivere, non si può far altro che fuggire. 
A me i razzisti fanno schifo. Sinceramente schifo. 
Concludo dicendo che probabilmente questo a molti potrà sembrare lo scritto più ovvio, e banale e retorico che io abbia mai prodotto, eppure ci sento dentro una verità e un’urgenza che mi sta premendo da dentro da quando ho incrociato gli occhi di Alù e che questo e solo questo è il motivo per cui ho deciso di condividere con voi il resoconto di quello che è stato un incontro tanto fugace quanto significativo.
E mi pare che alla fine tutto quello che appare come un qualcosa di estremamente complesso da un punto di vista politico -  l’emergenza dei profughi, la mancanza di lavoro nel nostro paese e via dicendo - se osservato dal punto di vista umano, ossia animale, ossia del riconoscimento di noi stessi nell’altro che soffre, sia, in definitiva, molto, ma molto semplice. 
Abbiamo il dovere di aiutare chi soffre, in ogni modo possibile perché altrimenti tutto quello che abbiamo costruito perde di senso. Siamo noi stessi, in quanto corpi - tutti diversi, ma anche uguali ad altri corpi, ossia con gli stessi bisogni, gli stessi desideri e speranze - a perdere di senso. 
Se c’è un qualcosa che ci dà spessore e consistenza, ossia che ci rende autentici, non può che essere la solidarietà. Altrimenti sarà tutto come un lieve svanire di giorno in giorno, fino a quando non sarà troppo tardi per formulare qualsiasi altro pensiero, di amore o odio che sia.

2 commenti:

franz ha detto...

Cara Rita, ti leggo da molto tempo e di te apprezzo la razionalità appassionata e la sensibilità così lucidamente espressa.
Quello che hai scritto non è "ovvio banale e retorico", ma semplicemente autentico e vero. Vero è il male, banalissimo male, del mondo di oggi.
Dici bene : quel che appare (o meglio : che vien fatto apparire) come "estremamente complesso dal punto di vista politico" è semplice dal punto di vista umano (e facilmente risolvibile anche dal punto di vista economico e politico). Ma chi ha il potere non vuole. Ancora e sempre di più vale l' opinione di Jacob Burckhardt : "Die Macht an sich ist böse" - il potere in sè è malvagio.
Così capita di sentirsi come l' Angelus Novus di Walter Benjamin : costretti a fissare impotenti il cumulo di catastrofi che si accresce davanti ai nostri occhi ...
Volevo darti un po' di sostegno morale e ho creato un' atmosfera di cupo pessimismo ... abbi pazienza ed accontentati di un metaforico abbraccio.
Franz

Rita ha detto...

Ciao Franz,
ti ringrazio moltissimo per il tuo commento, gli apprezzamenti e soprattutto per il sostegno morale. Sì, è vero, la consapevolezza di vivere ingabbiati dentro strutture immense e talvolta anche imperscrutabili (Kafka insegna) non può che renderci pessimisti, ma abbiamo lo stesso il dovere di tentare il possibile e di stringerci in un abbraccio solidale.